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Violenza, potere e corpo politico in Calvino: La decapitazione dei capi.

Introduzione: La decapitazione dei capi e il binomio sacrificio-potere La vicenda letteraria di Calvino e scandita da una pronunciata mobilita, da un perpetuo movimento. Il desiderio di sfidarsi e autosuperarsi, tanto sul piano della scrittura quanto sul piano dei temi, spingeva Calvino a elaborare continuamente nuovi progetti, alcuni dei quali mai realizzati o mai coltivati oltre lo stadio di abbozzo. Fra questi ultimi vi e il progetto incentrato sul rapporto fra potere e violenza, le cui tracce si rinvengono nei quattro frammenti della Decapitazione dei capi. (1) Originariamente pubblicati nella rivista Il Caffe nel 1969, questi quattro frammenti non hanno finora ricevuto l'attenzione critica che meritano. Solo tre studiosi, Mario Barenghi, Marco Belpoliti e Domenico Scarpa, se ne sono interessati con contributi mirati e di sostanza. Ai primi due, in particolare, si devono a tutt'oggi i contributi piu utili, di fatto imprescindibili, per chiunque intenda avvicinarsi a questo Calvino "minore". Nella mia analisi, pertanto, mi avvarro delle tesi avanzate da Barenghi e Belpoliti proponendomi di affrontare un aspetto rilevante della Decapitazione dei capi che ne l'uno ne l'altro ha indagato: il nesso fra il progetto lasciato incompiuto da Calvino e il pensiero di Giorgio Agamben e Rene Girard. A cio aggiungo che nello sviluppo dell'analisi che segue attingero anche al prezioso lavoro critico di Scarpa. Il punto di partenza delle mie riflessioni e che La decapitazione dei capi rimane una zona dell'opera di Calvino ancora largamente inesplorata, una zona ancora avvolta in una sorta di cono d'ombra. Il mio intento, qui, e cercare di fare almeno un po' di luce su questo residuo cono d'ombra, verificando la possibilita di linee interpretative che vadano ad integrare e, magari, completare quelle fornite dagli studiosi summenzionati.

Per iniziare, vediamo allora qual e la proposta di lettura della Decapitazione che si ricava dagli scritti di Barenghi e Belpoliti. Siccome e allo sforzo di Belpoliti, uno sforzo continuativo e sostenuto nel tempo, che si deve in gran parte la sostanza interpretativa della proposta di lettura a cui aderisce anche Barenghi, e alle tesi del primo che si dara, giocoforza, maggiore spazio e particolare attenzione. In sintesi, Barenghi e Belpoliti si concentrano sul binomio sacrificio-potere piu che su quello potere-violenza a cui invece, come argomentero, occorre dare altrettanto se non maggior peso. Inoltre, nel ricostruire la genesi del tema intorno al quale ruotano i quattro frammenti narrativi--il tema dell'uccisione rituale dei capi intesi come uomini di potere entrambi i critici giungono a rintracciarne le origini nell'attrazione esercitata su Calvino, specie a cavallo fra gli anni '60 e '70, da un'opera decisamente molto importante, persino forse centrale, nella Cultura letteraria e non del novecento: Il ramo d'oro di James George Frazer. Vero e proprio classico dell'antropologia, pubblicato una prima volta nel 1890 e poi rielaborato e ampliato dall'autore fino alla versione definitiva del 1915, Il ramo d'oro e un'opera che ha suscitato sempre grande curiosita e interesse non solo presso antropologi ed etnologi ma anche presso scrittori, poeti, filosofi. Al folto club di lettori e ammiratori di Frazer appartengono, fra gli altri, T. S. Eliot, Pound, D. H. Lawrence, Bergson, Wittgenstein, Freud e Jung. E questo, lo si noti, non e che un elenco parziale, comprendente soltanto i nomi di maggior spicco e prestigio. Quanto poi al contesto che c'interessa qui, quello intellettuale italiano, va ricordato che Cesare Pavese fu uno dei lettori piu entusiastici del Ramo d'oro. Lo conferma il fatto che l'opera di Frazer appaia nel 1950 fra i titoli inclusi nella famosa "Collana viola" di Einaudi diretta da Pavese stesso insieme a Ernesto De Martino. (2)

E presumibilmente proprio attraverso Pavese che Calvino scopre Frazer. A rendere tale ipotesi fondata e plausibile e la comprovata influenza che Pavese ebbe soprattutto sul giovane Calvino. Di tutto cio e Belpoliti a parlare per primo affermando che l'impronta frazeriana discernibile nel testo della Decapitazione attiene alla questione della pratica rituale relativa ai sacrifici umani, compresi i sacrifici di chi detiene il potere, ovvero perlappunto di quelli che nel titolo e, in generale, nel testo di Calvino sono, con felice ambivalenza, denominati capi --felice ambivalenza perche il senso figurato, cioe metaforico se non metonimico, del termine capi in quanto governanti coesiste e reagisce con il significato letterale di teste mozzate in quanto parte integrante del sacrificio rituale. Altre impronte frazeriane vengono individuate in due articoli scritti per il Corriere della Sera, di cui parlero qui sotto, nei quali Calvino si affida alle teorie dell'antropologo inglese allo scopo specifico di riflettere sulle implicazioni profonde di quegli avvenimenti storici che mettono in evidenza il potenziale esito sacrificale connesso al ruolo e alla funzione di leader politico. Gli avvenimenti in questione--con valori diversi, se non addirittura del tutto opposti--sono la caduta di Richard Nixon in seguito allo scandalo Watergate e l'uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

L'articolo su Nixon, intitolato "Il potere intercambiabile", viene pubblicato il 10 agosto 1974; il pezzo sulla tragica fine di Moro, "Le cose mai uscite da quella prigione," appare il 18 maggio 1978. Considerato che le dimissioni del presidente americano sono ufficializzate l'8 agosto del '74 e che il ritrovamento del corpo senza vita di Moro avviene il 9 maggio del '78, si puo dire che ambedue gli articoli sono scritti a ridosso immediato degli eventi. Nel caso dell'articolo su Nixon si puo, di fatto, parlare di articolo scritto a caldo. Il destino che pone fine alle vite umane e politiche di due "capi" storici della nostra epoca e osservato attraverso la lente dell'opera di Frazer e, in particolare, e affrontato e analizzato sulla scorta di uno dei capisaldi della visione antropologica elaborata nel Ramo d'oro; l'idea cioe che l'uccisione periodica del re--ossia, prima del suo invecchiamento e totale deperimento: un rituale radicato nel passato piu o meno remoto di varie civilta--sia da vedere come il gesto con cui si voleva preservare l'equilibrio fra ciclo della natura e ciclo della comunita. Tuttavia, il dato davvero interessante, sottolinea Belpoliti, e che Calvino trae la stessa conclusione in entrambi gli articoli. In definitva, fatte salve le differenze fra le storie politiche di Nixon e Moro, cio che Calvino percepisce nei loro destini non e tanto il riaffiorare, dai recessi di un presunto inconscio collettivo, del primordiale richiamo al sacrificio del re (o di chi comanda) descritto da Frazer, quanto, piuttosto, la prova di un'estraneita al pensiero e alla logica che alimentano quel primordiale richiamo. Nell'ottica calviniana, in sostanza, le storie di Nixon e Moro delineano, ciascuna a suo modo, un esito tragico che non e pero riconducibile, se non mediante forzature, a un esito sacrificale alla Frazer. Nei destini dei due "capi" del nostro tempo non si devono cercare gli indizi del ritorno di un rimosso antropologico--l'antica credenza in un legame intimo fra sacrificio e potere--ma, al contrario, le conferme della distanza che separa il pensiero e la concezione moderna del potere da quel pensiero remoto e rimosso. Questa distanza, come spiega Belpoliti, e presa in esame nell'articolo su Nixon dove Calvino mette a contrasto la concezione moderna del potere, basata su un modello definito "meccanico", con una concezione perduta, collegata ad un modello "biologico":

[...] il modello attuale del potere non e piu quello biologico, modellato su un meccanismo vegetale, bensi meccanico: "il governante deve garantire il funzionamento del grande impianto, lo scorrimento silenzioso senza raschi e sibili che attirino l'attenzione sui guasti male aggiustati, sugli intrighi di ripiego che devono restare segreti". Sostituendo Nixon, la societa americana tratta il proprio presidente come un pezzo di ricambio; il sacrificio rituale, la decapitazione dei capi non e piu necessaria.

(Belpoliti 101)

Nonostante l'intervallo di quattro anni fra i due articoli, il filo del ragionamento risulta essere il medesimo nel pezzo su Moro. Per quanto il destino di quest'ultimo possa indubbiamente evocare l'idea della vittima sacrificale, la puo evocare, nella fattispecie, solo attraverso un uso lato e traslato del termine sacrificio, un uso e un significato che hanno una loro ovvia appropriatezza morale (e persino creaturale) in relazione al tragico destino del presidente della Democrazia Cristiana, ma che rimangono, nondimeno, impropri se riferiti a quella che, per Calvino, e la realta storica dei fatti. Come nota Belpoliti, questa realta storica e che "Moro e fino in fondo 'essenzialmente un uomo di partito' e non un martire o una vittima sacrificale" (102). In sostanza il succo del ragionamento di Calvino sembra il seguente: l'uccisione di Moro puo essere legittimamente trasposta in una narrazione che, ispirandosi a forme e modalita mitopoietiche, fa dello statista italiano la vittima di un sacrificio, ma la verita dei fatti e che, in un mondo in cui domina il modello meccanico del potere, il sacrificio dei "capi" esiste e puo essere concepito solo come realta simbolica. Moro non e stato sacrificato per rifecondare e restituire vigore a un potere in debito di vitalita. Moro e stato e/o si e "sacrificato", simbolicamente, affinche la meccanica del potere di cui era un autorevole rappresentante (meccanica che prende il nome di democrazia partitica) potesse essere protetta oppure messa in crisi, a seconda che l'uccisione di Moro sia vista dalla prospettiva dello stato italiano oppure dalla prospettiva opposta, quella delle Brigate Rosse.

Gli scritti su Nixon e Moro riprendono e riecheggiano, in forma giornalistico-saggistica, la riflessione avviata e poi interrotta con il progetto narrativo della Decapitazione, confermando che Calvino si serve della teoria di Frazer per ripensare il nesso sacrificio-potere e, piu precisamente, per indagare su cosa accade a tale nesso nel passaggio da un modello "biologico" a un modello "meccanico" del potere. Dunque Frazer, con la sua particolare visione del binomio sacrificio-potere, funziona da stimolo e base di partenza per la riflessione calviniana. Tuttavia, a differenza della riflessione di Pavese su questo stesso binomio, quella di Calvino scarta la visione "calda", ovvero miticoancestrale dall'antropologo inglese, a favore di un punto di vista "freddo" nella sua tendenza modernizzante e attualizzante. Una tendenza che si esprime, in modo chiaro e inequivocabile, anche e soprattutto nei frammenti della Decapitazione la cui ambientazione, non a caso, rimanda al tempo familiare dell'oggi, non a uno ieri lontano, immerso nella profondita immemoriale del mito. Parlando della Decapitazione, Barenghi sintetizza efficacemente l'atteggiamento di Calvino rispetto alla visione frazeriana e il suo punto di vista

"freddo" e attualizzante: "L'eliminazione a scadenza regolare dei capi non e mai presentata come un'usanza antica, un retaggio secolare, ma come l'applicazione pratica di una teoria moderna" (242). E ancora:

[N]essuna discesa agli inferi, nessuna evocazione mitica: il rito sanguinario, dettato da una dottrina politica nuova, lungimirante e spregiudicata, non intende celebrare altro che una strenua fermezza etica, igienicamente sottratta a qual si voglia ipoteca d'ordine psicologico o simbolico.

(243)

Avvalendoci delle analisi di Belpoliti e Barenghi possiamo pertanto concludere che se l'ispirazione per un progetto come quello della Decapitazione viene certamente da Frazer--e cio e evidente, in special modo, nei primi due frammenti nei quali s'immaginano una societa e un sistema politico fondati, appunto, sulla periodica decapitazione della classe dirigente--non altrettanto frazeriani, pero, possono dirsi la direzione e il senso del progetto stesso. La teoria di Frazer sui significati e le funzioni collegati al sacrificio del sovrano, poggiando sulla concezione biologica del potere, implica l'idea che il potere sia incarnato dalla vita e inscritto nel corpo della persona che lo esercita. Secondo questa visione, esiste una sorta di rapporto di consustanzialita fra corpo del sovrano e potere. Il potere, in quanto inscritto e incarnato nella persona del sovrano, e consustanziale al corpo di essa. Ma la moderna concezione meccanica del potere nega ogni organica relazione d'identificazione fra il potere stesso e il corpo di quella particolare persona che ne esercita il possesso. Nelle societa delle democrazie moderne il primato della meccanica del potere e dimostrato dal fatto che chi lo detiene e considerato come un semplice pezzo di ricambio. Chi detiene il potere e, in altre parole, un "capo" sostituibile, fungibile e contraddistinto o persino contrassegnato, si potrebbe dire, da una data di scadenza, un po' come le merci che consumiamo. Se, dunque, ancora nel medioevo la visione biologica del potere puo tradursi in una teoria della regalita che a sua volta produce l'immagine del doppio corpo del sovrano--un corpo mortale e un corpo incorruttibile e divino--(3) nella modernita la concezione meccanica del potere desacralizza il corpo del "capo" politico sottoponendolo a un'operazione di profanazione. Nell'accezione di significato che le attribuisce Agamben l'espressione profanare vuol dire restituire all'uso comune cio che e stato separato nella sfera del sacro. (4)

Un 'altra chiave di lettura: il binomio violenza-potere

Ora, come anticipato, proprio Agamben e piu ancora Girard, possono essere chiamati in causa in relazione alla Decapitazione per proporre una chiave di lettura capace di allargare l'orizzonte della prospettiva interpretativa fornita da Belpoliti e Barenghi. Il riferimento, in particolare, e all'Agamben di Homo sacer e al Girard della Violenza e il sacro. Per motivi di precisione e chiarezza e opportuno ricordare che Homo sacer esce nel 1995, mentre La violenza e il sacro viene pubblicato nel 1972, con prima edizione italiana nel 1980 ad opera di Adelphi. Nel caso del celebre libro di Girard si puo peraltro ragionevolmente ipotizzare che Calvino l'avesse letto, specie se si tiene conto della sua nota e viva attenzione nei confronti del fermento intellettuale che animava la cultura francese a cavallo fra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta. Si aggiunga inoltre, sempre per precisione e chiarezza, che nei suoi scritti sulla Decapitazione Belpoliti dedica alla teoria di Girard quantomeno una menzione, seppure rapida e cursoria. (5) Tracce di collegamenti fra il progetto incompiuto di Calvino e l'indagine agambeniana incentrata sulla figura dell'homo sacer sono, invece, del tutto assenti sia nell'analisi di Belpoliti che in quella di Barenghi. Da queste constatazioni occorre, pertanto, (ri)partire per testare un percorso di lettura improntato sull'ipotesi della rilevanza, riguardo a un testo come La decapitazione, di concetti e idee attribuibili ad Agamben e Girard.

Cominciamo allora da Agamben e dalla rilevanza della figura dell'homo sacer in relazione al testo di Calvino. E noto come Agamben scopra o riscopra questa figura nel diritto romano arcaico all'interno del quale possedeva uno status giuridico molto particolare essendo la figura di un'eccezione, giuridica appunto, ma un'eccezione nel contempo carica di una potente valenza simbolica. Cosi per Agamben "l'homo sacer appartiene al Dio nella forma dell'insacrificabilita ed e incluso nella comunita nella forma dell'uccidibilita. "La vita insacrificabile e, tuttavia, uccidibile e la vita sacra" (Homo sacer 91). Alla figura e categoria di homo sacer corrisponde, dunque, una vita umana contraddistinta da due attributi: uccidibilita e anche, o meglio ma anche, insacrificabilita. Cio significa che, nell'ottica giuridica del diritto romano arcaico, sacra e la vita dell'homo sacer mentre la sfera cui essa e sottoposta e la sfera attinente al sovrano e al suo potere. Spiega ancora Agamben: "Sovrana e la sfera in cui si puo uccidere senza commettere omicidio e senza celebrare un sacrificio e sacra, cioe uccidibile e insacrificabile, e la vita che e stata catturata in questa sfera" (Homo sacer 92).

Se a questo punto confrontiamo quello che ci dice Agamben sullo status di eccezione dell'homo sacer con il modo in cui ci viene presentato il destino di morte riservato ai capi nel primo dei quattro frammenti della Decapitazione notiamo una somiglianza e una corrispondenza fra il ruolo dei personaggi di Calvino e la figura agambeniana dell'homo sacer. Nello stato immaginario nel quale giunge il narratore del primo frammento della Decapitazione i capi sono uccidibili e insacrificabili. Proprio come l'homo sacer del diritto romano, ciascuno di questi capi viene soppresso, tramite appunto decapitazione, senza che questa soppressione assuma ne i connotati dell'omicidio ne i caratteri auratici della celebrazione di un sacrificio. Dalle risposte che la gente della capitale fornisce alle domande del perplesso narratore si evince che l'evento della soppressione dei capi e vissuto alla stregua non di una cerimonia sacrificale ma piuttosto di una esecuzione dovuta e calendarizzata. Il tono freddamente ragionante, totalmente privo di eccitazione rituale o infatuazione religiosa, suggerisce che la decapitazione dei capi e vissuta come un evento che fa parte della meccanica del potere e che assicura il buon funzionamento del meccanismo del potere stesso. Ad esempio, quando il narratore chiede se la soppressione dei capi provochi rincrescimento, la risposta, eloquente, di uno dei cittadini e: "'Come si fa? Se uno accetta d'esser capo sa gia come finisce. Mica pretendera di morire nel suo letto!'" (128). Chi detiene il potere in questo stato, dunque, sa che il suo detenere il potere, il suo essere capo, e una funzione del suo destino di capo a tempo. Un altro cittadino, replicando al narratore e riferendosi ai capi, afferma: "'[E] la scadenza: il loro tempo e finito'" (127). (6) E un altro ancora illustra il destino dei capi e la condizione di homo sacer di ciascuno di essi in maniera molto chiara, smentendo che siano individui dotati di una vocazione al sacrificio. Parlando di uno dei nuovi capi che subentreranno a quelli che stanno per essere soppressi, questo personaggio dice: "'Si fara una ragione come tutti. Hanno tante cose da fare, non ci pensano piu, finche non viene il giorno della festa anche per loro. O almeno: chi puo leggere nel cuore dei capi? Fanno mostra di non pensarci. Un'altra birra?'" (130).

Ma, detto questo, resta da notare un'ulteriore importante caratteristica della societa immaginata da Calvino. Non essendo una societa, per quanto ci viene detto, organizzata intorno all'autorita di un capo supremo, la sovranita, in essa, appartiene, come in ogni ordinamento democratico, al popolo. Al popolo sovrano. Nel secondo frammento, caratterizzato da un tono saggistico piuttosto che narrativo, chi parla (forse il narratore del frammento precedente, forse un'altra voce) descrive un popolo sovrano che non assiste alla decapitazione dei capi dal vivo, in piazza, ma di fronte allo schermo della televisione. Qui, pertanto, l'ambientazione narrativa e piu familiare; di fatto e piu vicina al contesto politico e sociale in cui vive e scrive Calvino, il quale traccia i contorni di quella che appare come una lucida anticipazione--un'anticipazione quasi profetica della forma di democrazia postmoderna per eccellenza che potremmo chiamare videocrazia. In sostanza, infatti, il passaggio dal primo al secondo frammento segna, nella logica narrativa delineata da Calvino, il passaggio da una societa nella quale il popolo sovrano decapita i propri politici nel luogo fisico storicamente deputato a cio ad una societa in cui l'eliminazione periodica dei politici avviene nella piazza virtuale creata dal mezzo televisivo. Il che vuol dire che nella societa del secondo frammento la soppressione dei capi ha perso i connotati dell'evento reale assumendo, al loro posto, i caratteri dello spettacolo iperreale, laddove spettacolo e iperrealta, per tornare all'aspetto profetico del frammento calviniano, non possono non farci pensare a Guy Debord e Jean Baudrillard. Nel caso specifico di Debord non si puo, detto per inciso, non notare un dettaglio interessante e cioe che il testo in cui Debord elabora il concetto di spettacolo quale tratto distintivo della vita sociale e politica contemporanea, ovvero La societa dello spettacolo, viene pubblicato originariamente in Francia nel 1967, a ridosso della stesura e pubblicazione del romanzo incompiuto della Decapitazione. Se poi Calvino avesse letto Debord (cosa altamente probabile per le ragioni gia addotte in relazione al Girard della Violenza e il sacro) ma soprattutto se Debord avesse influenzato il Calvino della Decapitazione e una domanda certamente intrigante che, tuttavia, dobbiamo lasciare qui in sospeso.

Veniamo, invece, di nuovo al secondo frammento e alla visione di una videocrazia nella quale la violenza strutturale del popolo sovrano nei confronti dei propri capi va periodicamente in onda come spettacolo da fruire nel privato dello spazio domestico. Ecco con quale atteggiamento di superiorita verso il passato la voce narrante esalta lo stato di cose presente:

Come andassero le cose prima, al tempo in cui gli uomini pubblici morivano nascosti, non riusciamo piu a immaginarlo; oggi ci fa ridere il sentire che definivano democrazia certi loro ordinamenti d'allora; per noi la democrazia comincia solo dal giorno in cui si ha la sicurezza che al giorno stabilito le telecamere inquadreranno l'agonia della nostra classe dirigente al completo.

(131-32)

A questa dichiarazione di superiorita rispetto al passato, la voce narrante aggiunge una riflessione sulla funzione rasserenante dello spettacolo dell'uccisione dei capi:

Il primo piano del tendersi delle mascelle spalancate, la carotide riversa che si dibatte nel colletto inamidato, la mano che sale contratta e lacera il petto scintillante di decorazioni, vengono contemplati da milioni di spettatori con raccoglimento sereno, come chi osserva i movimenti dei corpi celesti nel loro ciclico ripetersi, spettacolo che quanto piu ci e estraneo tanto piu sentiamo come rassicurante.

(132)

Proprio l'effetto rassicurante del rituale di soppressione della classe dirigente descritto dalla voce narrante ci conduce a chiamare in causa la teoria di Rene Girard. Abbiamo visto che una lettura in chiave agambeniana della Decapitazione ci permette di ipotizzare che ciascun membro della classe dirigente periodicamente eliminata nei primi due frammenti sembra rispondere ai connotati dell'antica figura dell'homo sacer--figura la cui eccezione, secondo Agamben stesso, consisterebbe nel suo essere una vita indisponibile ad un uso sacrificale ma nel contempo violabile senza incorrere in un reato. La soppressione dell'homo sacer puo in sostanza avvenire sotto forma di uccisione impunibile, non sotto forma di sacrificio. A regolare e contraddistinguere questa vita d'eccezione sono, pertanto, da un lato il divieto di sacrificarla e dall'altro la possibilita di sopprimerla impunemente. E, di conseguenza, vedere i membri della classe dirigente della Decapitazione dei capi come una serie di singole incarnazioni dell'homo sacer dovrebbe portarci ad escludere che cio che pone fine a ogni loro mandato sia un sacrificio.

Tuttavia le cose cambiano se ci avvaliamo della teoria di Girard. Se ci affidiamo all'ottica di Girard, ci accorgiamo come invece sia innegabile che i soggetti politici immaginati da Calvino vadano incontro ad un destino che, almeno per certi tratti, e riconducibile alla pratica rituale del sacrificio. In breve, Girard dimostra come uno dei principi base su cui si fonda la maggior parte dei riti sacrificali e il principio della sostituzione. La vittima sacrificale ha la funzione di sostituirsi a qualcuno o qualcosa, di fare da sostituto per qualcos'altro. Ma di che cosa? Spesso, argomenta il critico e filosofo francese, la vittima sacrificale funziona quale sostituto dell'intera comunita. A fornircene la prova sono alcune societa e tribu analizzate da etnologi ed antropologi. Scrive Girard:

La vittima non e sostituita a questo o quell'individuo particolarmente minacciato, non e offerta a questo o a quell'altro individuo particolarmente sanguinario, ma e al tempo stesso sostituita e offerta a tutti i membri della societa da tutti i membri della societa. E l'intera comunita che il sacrificio protegge dalla sua stessa violenza, e l'intera comunita che esso volge verso vittime a lei esterne. Il sacrificio polarizza sulla vittima i germi di dissenso sparsi ovunque e li dissipa proponendo loro un parziale appagamento.

(21)

In questo senso, la violenza rituale nei confronti della vittima sacrificale serve a convogliare su un capro espiatorio la violenza che ogni comunita, in ogni momento, puo fare a se stessa. Cio, nell'ottica della teoria sulla violenza e il potere elaborata da Girard, significa che il rito del sacrificio e servito, nelle societa che l'hanno praticato, a mantenere in vita la memoria primordale del linciaggio fondatore, ovvero della scena madre che, secondo Girard, affonda le proprie origini nell'oscuro passato dal quale scaturisce l'immaginario e, persino, l'inconscio collettivo di ogni civilta.

Tornando a Calvino, mi pare fuor di dubbio che cio che Girard ci dice sulla funzione sostitutiva e compensativa dei riti sacrificali, sulla vittima sacrificale come capro espiatorio, sulla scena madre del linciaggio fondatore, trovi degli echi forti e chiari nei primi due frammenti della Decapitazione. Nel terzo e nel quarto, tuttavia, Calvino cambia le cose e il risultato e che il tema sacrificale assume forme e caratteri diversi rispetto ai precedenti frammenti. Anche atmosfera e scenario mutano e, sul piano del tono, si passa da una cadenza naturalistica contaminata da venature di humor surreale ad una prosa realistica ravvivata da forti tinte grottesche. In altre parole, si scivola da un naturalismo straniato che pare fondere mirabilmente Kafka e Borges ad un realismo deformato in chiave assurdamente comico-macabra. Le narrazioni del terzo e del quarto frammento, ambientate nel contesto di una Russia rivoluzionaria fantastorica, propongono soprattutto una rappresentazione (o tematizzazione) diversa del binomio sacrificio-violenza. Questo binomio, infatti, non ruota attorno alla soppressione dei capi, bensi attorno alla loro periodica mutilazione designata, con ironia felicemente lugubre, potatura. Se, dunque, nei primi due frammenti lo stato di distinzione dei capi dipende dal destino di eliminabilita che li attende, nel terzo e nel quarto deriva invece dalla vulnerabilita fisica cui sono soggetti. Nel primo caso la rituale violenza prevista dall'ordine sociale si abbatte sulla vita, nel secondo caso colpisce il corpo di chi governa, corpo che non e annientabile d'un colpo e in una volta, ma violabile con gradualita, secondo stadi e procedure differenti:

Le amputazioni riguardavano dita diverse secondo la persona, ma in genere non piu di due falangi per i dirigenti piu importanti (le altre sarebbero state tagliate in seguito, poco per volta; bisognava prevedere che queste cerimonie si sarebbero ripetute molte volte negli anni che attendevano).

(137)

In quanto mezzi finalizzati a determinare lo status di distinzione degli individui nei confronti dei quali vengono esercitati, l'eliminazione e la mutilazione dei capi non sono atti di violenza pura e gratuita, ma, al contrario, riti di violenza utile e funzionale. Da essi dipende infatti la riconoscibilita dei capi, ovverosia la loro speciale aura e superiore autorevolezza, se non autorita. I leader del romanzo incompiuto di Calvino, siano essi fisicamente eliminabili o fisicamente violabili, sono pertanto oggetto (vittime "privilegiate") di una violenza programmata e unanime: dei governati nei confronti dei governanti nei frammenti 1 e 2; dei semplici militanti nei confronti dei dirigenti nei frammenti 3 e 4. E questa una violenza meccanica e condivisa che serve a neutralizzare, disinnescandone motivi e pretesti, il pericolo della violenza spontanea, la quale violenza spontanea, essendo non prevista e divisiva, tende a diventare contagiosa, cioe reciproca. Calvino, insomma, costruisce il suo progetto di romanzo intorno alla opposizione fra una violenza benefica, vale a dire stabilizzante, e una violenza nociva, ossia destabilizzante; fra una violenza regolata e pianificata e una violenza sregolata, "fuori programma". Ma il punto importante da cogliere e che questa opposizione, a sua volta, e il perno attorno al quale ruota la particolare visione immaginifica del potere nei frammenti della Decapitazione. Sia che si manifesti come governo di uno stato sia che consista, invece, nel guidare e comandare un movimento rivoluzionario, il potere e tale, nel senso che puo esistere ed essere esercitato, solo in quanto accetta di sottoporsi alla violenza organizzata e ordinata di coloro che sono governati o di coloro che sono comandati. Si tratta dunque di un potere che nasce, vive e, nel caso dei capi dei primi due frammenti, si estingue sotto il segno di una violenza non contingente ma necessaria; necessaria perche essenziale e costituiva, dato che senza l'assoggettamento alla regola della violenza--senza l'atto di consegnarsi alla decapitazione o alla potatura--i capi non sarebbero capi, non sarebbero diversi dagli altri. Non potrebbero, cioe, farsi portatori di quella differenza e distinzione, rispetto ai non-capi, che dipende e deriva loro dalla violabilita, totale o parziale, della propria persona.

Nella Decapitazione il corpo dei capi trascende, dunque, la natura di corpo anatomico, di fatto la natura di corpo naturale, e assume lo status o seconda natura di corpo essenzialmente politico per effetto del paradossale legame che viene a instaurarsi fra potere e impotenza, fra avere potere sugli altri ed essere, nel contempo, impotente rispetto ad essi. E la programmata, periodica impotenza rispetto alla violenza cui la societa o l'organizzazione rivoluzionaria necessariamente li sottopone a garantire ai capi il riconoscimento del loro potere da parte di chi e governato o guidato. piu che potere, quello che viene rappresentato nel romanzo incompiuto di Calvino e pertanto biopotere. E, per maggiore precisione, e un biopotere di cui i capi sono attori passivi non interpreti attivi, stando almeno a quella che e la definizione basilare e primaria di biopotere come amministrazione e dominio della/sulla vita dell'altro. I depositari e/o possessori di questo biopotere sono infatti il popolo, nella prima coppia di frammenti, e i militanti del movimento rivoluzionario nella coppia seguente.

Occorre notare, a questo punto, che un'interpretazione basata sulla categoria agambeniana di homo sacer o, in alternativa, una analisi fondata sulle tesi intorno al sacrificio elaborate da Girard producono entrambe un esito comune, poiche consentono di mettere in luce un aspetto importante del profilo dei capi immaginati da Calvino: il loro essere sottoposti ad una forma di devozione caratterizzata da quei tratti e toni fra il surreale e il grottesco di cui e intrisa, come gia osservato, la narrazione della Decapitazione. (7) La devozione rivolta ai capi e la logica conseguenza della condizione di distinzione (di nuovo, surreale e grottesca) che e loro attribuita e che discende, per ribadire quanto appena osservato, dalla violabilita totale o parziale del loro corpo. In sostanza, quello che emerge dalla Decapitazione e un esperimento narrativo originale e dissacrante in quanto incentrato su una concezione paradossale della persona e del corpo del politico. Attraverso una fantasia sociale lucida e insieme spiazzante perche alimentata dalla logica dell'assurdo, Calvino inventa un mondo finzionale nel quale la persona e il corpo del politico appartengono interamente alla dimensione della vita pubblica. In questo mondo finzionale e in questa particolare fantasia sociale il diritto alla privatezza, al rifugio nella sfera privata, e un diritto incompatibile con il ruolo di chi governa e/o comanda. La persona e il corpo del politico sono proprieta pubblica. Come tali sono costantemente in mostra, esposti dall'inizio alla fine. L'esposizione si manifesta secondo due modalita diverse, volte a generare altrettante forme di devozione voyeuristica.

Nel frammento 2 la morte dei capi ripresa e filmata dalle telecamere (come si e anticipato sopra) fa si che il corpo dei capi stessi diventi una sorta di versione estrema di un fenomeno tutto contemporaneo, noto come "corpo mediale del leader." (8) La devozione del popolo, qui, e motivata dal plusvalore di autorita che lo spettacolo della morte pubblico-mediatica assicura al capo politico:

In questo consiste appunto l'ascendente dell'uomo pubblico sulla folla: e l'uomo che avra una morte pubblica, l'uomo alla cui morte siamo certi d'assistere, tutti insieme, e che per questo e circondato in vita dal nostro interesse ansioso, anticipatore.

(131)

Nella fattispecie, "democraticita" del sistema e prestigio dei leader politici dipendono, dunque, dal fatto che l'esecuzione dei leader stessi verra filmata e mostrata. Nel frammento 4, invece, e l'ostensione pubblica delle stigmate del potere, cioe del corpo mutilato attraverso il "sistema della potatura" (138), a garantire ai capi l'autorita di guide del movimento rivoluzionario:

Gia li vediamo sfilare per le vie imbandierate il giorno dell'insediamento: arrancando con la gamba di legno chi ancora avra una gamba intera; o spingendo la carriola con un braccio chi ancora avra un braccio per spingerla, i visi nascosti da maschere piumate per nascondere le scarnificazioni piu ripugnanti alla vista, alcuni inalberando il proprio scalpo come un cimelio. In quel momento sara chiaro che solo in quel minimo di carne che loro resta potra incarnarsi il potere, se un potere ancora avra da esistere.

(139)

In sostanza, al di la della differenza fra le due modalita di esposizione, sia la messa in mostra mediale della morte sia l'atto di ostensione delle mutilazioni/potature inflitte ai capi ci dicono che nell'abbozzo di romanzo di Calvino il potere del leader s'incarna non in un corpo pubblico forte e possente ma in un corpo reso pubblicamente debole, fragile e vulnerabile fino all'estrema conseguenza della morte. (9) In un corpo che, lungi dal trasmettere simbolicamente la mistica del potere come forza e potenza comunitaria, al contrario riflette in se e su di se un culto della persona di potere quale oggetto e vittima di una rituale violenza purificatrice. E proprio in questo suo essere per un verso un corpo uccidibile impunemente (alla stregua di un homo sacer) e, per un altro verso, un corpo nel medesimo tempo sacrificabile che la figura del leader politico della Decapitazione si presta ad una analisi ispirata dal pensiero di Agamben e Girard. Adottando l'ottica dei due filosofi si puo integrare l'indagine di Belpoliti e Barenghi suggerendo che i frammenti della Decapitazione giustificano non solo una lettura antropologica basata sulla rivisitazione della memoria del sacrificio rituale del capo ma anche, e soprattutto, una (ri)lettura etica ed epocale fondata su un dato testuale preciso: l'"assurda" visibilita che distingue il carattere esigibile del corpo politico del leader nella societa contemporanea. Questa seconda chiave di (ri)lettura consente di gettare un ponte fra il Calvino qui esaminato e il dibattito in corso sull'attuale spettacolo del biopotere.

Conclusione: una satira straniante

Ricapitolando, si e tentato qui di sviluppare una proposta che consenta di ampliare l'orizzonte critico sul testo di Calvino, orizzonte critico che allo stato attuale e, di fatto, circoscrivibile, come si e ricordato all'inizio di queste riflessioni, ai fondamentali contributi di Belpoliti e Barenghi. In sintesi, ci si e avvalsi delle teorie di Agamben e Girard per tracciare un percorso di lettura che andasse ad aggiungersi, e magari ad arricchire, le prospettive interpretative elaborate dai due studiosi italiani. Tuttavia, giunti in chiusura, e importante sottolineare che quando si parla del testo di Calvino in questione c'e una domanda che tende a rimanere sullo sfondo ma che, per completezza d'analisi, vale la pena porre in rilievo e affrontare. La domanda e: cos'e che ha spinto Calvino a concepire e poi abbandonare il progetto della Decapitazione dei capi?

In un suo scritto sulla Decapitazione Domenico Scarpa cita una importante ed eloquente dichiarazione di Calvino. Nel 1980, a distanza di piu di dieci anni dall'abbozzo del suo progetto rimasto incompiuto, in un'intervista rilasciata alla rivista L'Europeo, Calvino, riferendosi ai frammenti della Decapitazione, dice: "Poi ho pensato: Ma se poi succedesse davvero qualcosa del genere? E ho piantato li tutto e l'ho lasciato nel cassetto. Ho fatto bene. Non si sa mai come ti possono interpretare" (Scarpa 6-7). Questa dichiarazione viene al termine di un decennio violento e sanguinoso, gli anni settanta, durante il quale la strategia della tensione e il terrorismo producono ferite profonde e indelebili nella societa italiana. Ferite che si chiamano Piazza Fontana, Piazza della Loggia, rapimento e delitto Moro, strage della stazione di Bologna. Col senno di poi, Calvino giudica opportuna la sua decisione di abbandonare il progetto di romanzo. E cio in considerazione, appunto, del generale clima politico di violenza che caratterizza il periodo immediatamente successivo all'ideazione del progetto, un periodo storico in cui alla violenza rivolta contro il potere dello stato fa da inquietante contraltare la violenza generata dall'interno dei gangli di quello stesso potere. Stando alla dichiarazione citata da Scarpa sembra, dunque, che Calvino abbia temuto i possibili effetti del suo esperimento narrativo basato sulla violenza rituale riservata ai rappresentanti della classe dirigente. Sembra che abbia avuto paura di essere preso alla lettera e/o di essere strumentalizzato. (10)

Tuttavia rimane un fatto che non puo essere sottovalutato, ne tantomeno ignorato: Calvino, i quattro frammenti della Decapitazione dei capi che noi oggi leggiamo con interesse e stupore intellettuale, li ha pubblicati quando era in vita. Non solo; li ha pubblicati in una rivista satirica come Il Caffe. Cosa puo voler dire questo? Che i quattro frammenti sono l'abbozzo di una satira nei confronti del potere e, piu in particolare, dell'intimo rapporto o vincolo necessario che lega il potere all'esercizio della violenza? Tono e stile che oscillano, come si e notato, fra humor surreale e realismo grottesco corroborano questa ipotesi. D'altronde la satira non e mai divertissement fine a se stesso. E un gioco serio. In questo senso, un testo quale La decapitazione dei capi, con la sua narrazione spaesata e spaesante capace di rimandi a intrecci e figure antiche (l'intreccio fra potere, violenza e sacrificio; la figura dell'homo sacer), costituisce un esempio concreto della forza straniante che contraddistingue la satira piu efficace e provocatoria. In definitiva, la conclusione forse piu legittima e che la cifra della satira di Calvino nella Decapitazione e il suo essere satura; il suo essere, cioe, una scrittura condita riccamente di sapori e saperi (di riferimenti, echi, suggestioni) strettamente collegati, fra le altre cose, al binomio violenza-potere.

Luca Pocci

The University of Western Ontario

Opere citate

Agamben Giorgio. Profanazioni. Roma: Nottetempo, 2005.

--. Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita. Torino: Einaudi, 1995.

Barenghi Mario. Italo Calvino, le linee e i margini. Bologna: Il Mulino, 2007.

Baudrillard Jean. Simulacri e impostura. Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti. Milano: Pgreco, 2008. (Simulacres et simulations: Paris: Editions Galilee, 1981).

Belpoliti Marco. Settanta. Torino: Einaudi, 2001.

Boni Federico. Il corpo mediale del leader: rituali del potere e sacralita del corpo nell'epoca della comunicazione globale. Roma: Meltemi, 2002.

Calvino Italo. La decapitazione dei capi. 1969. In Prima che tu dica "Pronto". Milano: Mondadori, 1993.

Debord Guy. La societa dello spettacolo. Trad. P. Salvadori e F. Vasarri. Milano: Baldini & Castoldi, 2013. (La societe du spectacle: Paris: Bucher-Chastel, 1967).

Frazer James G. Il ramo d'oro. Trad. L. De Bosis. Torino: Einaudi, 1950. (The Golden Bough. London: Macmillan and Co., 1911-1915).

Girard Rene. La violenza e il sacro. Trad. O. Fatica e E. Czerkl. Milano: Adelphi, 1980. (La Violence et le sacre. Paris: Editions Bernard Grasse, 1972).

Kantorowicz Ernst H. I due corpi del re. L'idea della regalita nella teologia politica medievale. Trad. G. Rizzoni. Torino: Einaudi, 1989. (The King's Two Bodies. Princeton: Princeton University Press, 1957).

Parotto Giuliana. "Corpo politico e corpo mediale. Profili biopolitici nell'era virtuale." Metabasis: Filosofia e comunicazione 3 (Marzo 2007): 1-19.

Scarpa Domenico. "A lingua tagliata: Calvino e la politica, 1968-1978." http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/Web9/Scarpa.pdf

(1) Si ritiene opportuno designare i quattro racconti della Decapitazione dei capi frammenti, invece che brani o capitoli, non perche si presentino, singolarmente, come pezzi non integri o non finiti, ma per sottolineare il fatto che si tratta di parti rimaste orfane del loro tutto o intero (il mancante progetto compiuto della Decapitazione) del quale ciascuno dei racconti rappresenta un resto o residuo; un frammento, appunto. Va aggiunto che tutt'e quattro i frammenti sono narrazioni molto brevi, di poche pagine. Il maggior grado di brevita lo esibiscono il secondo e il quarto. Sul piano del ritmo narrativo cio crea, nel complesso, una interessante alternanza fra concisione ed estrema stringatezza.

(2) Va ricordato che Il ramo d'oro era apparso per la prima volta in Italia nel 1925 nella traduzione di Lauro De Bosis, poi ripubblicata nella "Collana viola" di Einaudi.

(3) Ci si riferisce alla teoria di Kantorowicz che si fonda sulla doppia valenza semantica (e simbolica) attribuita al corpo del re nel medioevo; da una parte corpo visibile e naturale, dall'altra incarnazione di una corporeita invisibile, il corpo mistico dello stato o corpo politico.

(4) Il contrario di profanare e consacrare, atto con il quale esseri e cose vengono sottratti alla relazione ordinaria, al possesso, alla proprieta, rendendoli indisponibili all'uso e destinandoli, in quanto oggetto/i di culto, alla sfera separata del sacro. Scrive Agamben: "Si puo definire religione cio che sottrae cose, luoghi, animali o persone all'uso comune e li trasferisce in una sfera separata" (Profanazioni 84).

(5) A proposito delle riflessioni di Calvino sull'uccisione di Moro, Belpoliti afferma che le argomentazioni sulle quali si reggono "ricordano da vicino le tesi sacrificali di Rene Girard, anche lui debitore a Frazer per la figura del 'capro espiatorio'" (103). E questo il solo riferimento a un nesso fra Calvino e Girard nell'analisi di Belpoliti.

(6) Il destino dei capi nei primi due frammenti della Decapitazione e analogo al destino riservato al re in un mito d'origine di una popolazione africana, i Lovedu del Transvaal, di cui parla Girard: "Il re non regna se non in virtu della sua futura morte: egli non e altro che una vittima in attesa di sacrificio, un condannato a morte che aspetta la propria esecuzione" (145).

(7) E opportuno precisare come sia Girard che Agamben vincolino la devozione di cui sono fatte oggetto le figure della vittima sacrificale e dell'homo sacer alla funzione di soggetti da mettere a morte che le contraddistingue. Nel ricorrere alla prospettiva dei due studiosi e nell'applicarla al testo di Calvino ci si e presi la liberta di svincolare la questione della devozione dalla necessita dell'uccisione della vittima sostenendo che nei frammenti 3 e 4 della Decapitazione la devotio riservata ai capi e connessa alla mortificazione (per mezzo di amputazioni), ma non alla messa a morte dei capi stessi.

(8) L'espressione "corpo mediale del leader" e stata coniata da Federico Boni per descrivere, in particolare, l'effetto di desacralizzazione della persona e del ruolo del politico. Secondo Boni, cio deriverebbe dal fatto che, nella societa contemporanea, il potere dei media si spinge fino a rimuovere ogni limite e confine fra scena pubblica e retroscena privato. Anche il retroscena, anzi in special modo il retroscena va mostrato e svelato mediaticamente.

(9) In questo senso il corpo dei capi nella Decapitazione, esposto in pubblico in tutta la sua vulnerabilita e violabilita, sembra rappresentare una versione limite di quella che e la debolezza del corpo mediale contemporaneo secondo Giuliana Parotto: "Il corpo mediale e un corpo debole, fragile, docile; proprio perche e un corpo a cui e sottratta la possibilita di ritirarsi nel rifugio sicuro del 'retroscena'. Il corpo del leader politico viene gettato sullo schermo nella sua totale immediatezza, che fa risaltare gli aspetti deiettivi, materiali e concreti della corporeita, le sue imperfezioni, le sue mancanze. Lo violenta nella sua sfera intima" (9).

(10) Va ricordato che il progetto della Decapitazione viene interrotto nell'agosto del 1969 dopo la pubblicazione dei primi quattro frammenti sulla rivista Il Caffe e in breve anticipo rispetto alle stragi che insanguineranno l'Italia negli anni settanta, stragi che hanno inizio con l'eccidio di Piazza Fontana a Milano nel dicembre di quello stesso anno. Quanto detto un decennio piu tardi (novembre 1980), nel corso dell'intervista all'Europeo, sembrerebbe confermare che Calvino potrebbe essere stato indotto ad accantonare definitivamente il suo progetto dal clima politico che si era venuto a creare all'indomani dell'avvento della cosiddetta strategia della tensione.
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Author:Pocci, Luca
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2017
Words:6994
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