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Una rivolta morale: lettere e diari di soldati dai fronti della Grande Guerra (1915-1918).

1. Quattro miliardi di lettere

La Grande Guerra, la prima traumatica esperienza collettiva degli Italiani dopo l'Unificazione d'Italia, venne raccontata giorno per giorno non solo dagli inviati di una moderna stampa quotidiana (destinata a diventare lungo il corso del conflitto un'efficacissima macchina di propaganda), ma anche, in termini assai piU drammatici e, oserei dire, palpitanti, da un flusso (da e per il fronte) di quasi quattro miliardi di lettere e di cartoline postali. "Questo immenso flusso di corrispondenza, che sembra quasi smentire e offuscare i dati sull'analfabetismo ancora consistente,"--scrive Antonio Gibelli--"dipende da un bisogno inesausto di contatto che promana invariabilmente dai fronti quanto dall'interno" (2014: 11). I soldati che scrivevano dalle zone di guerra (dalle doline del Carso come dalle piU impervie montagne trentine) cercavano dapprima di non preoccupare le loro famiglie, evitavano di raccontare i fatti piU orribili, non rivelavano che la morte era sempre presente. Tuttavia nel corso della guerra, nei momenti di maggior difficolta, era solo alla famiglia lontana che confidavano paure e angosce. Cosi, quando cadeva la barriera dell'autocensura, i soldati finivano per scrivere disperatamente cercando di spiegare quello che a casa non potevano sapere e neppure immaginare. Oltre alle lettere, alcuni registravano ancora in trincea in piccoli quaderni le date e i fatti piU significativi della loro esperienza; altri, quand'erano nelle retrovie o ricoverati negli ospedali militari, a distanza di poco tempo dagli eventi, scrivevano in modo piU ordinato i loro ricordi. Considerate tutte insieme, queste diverse scritture hanno creato un racconto collettivo in grado di illuminare la "zona" di guerra e il popolo che l'abitava. (1)

Abbiamo accennato all'analfabetismo: piU di un terzo degli Italiani nel 1914 ancora non era in grado di tracciare la propria firma (il 37,6 % secondo il censimento del 1911). Il differente livello di alfabetizzazione tra maschi (33%) e femmine (42%) suggerisce la percentuale di analfabeti che probabilmente veniva a interessare l'esercito. Ma il bisogno primario di scrivere per ricomporre la continuita della propria esistenza e tener stretti i legami familiari, era sentito dai soldati forse con maggior urgenza e disagio, poiche dovevano spesso delegare a un commilitone la stesura delle lettere. Ettore Travostino, uno dei soldati-scrivani, in una lettera ai familiari descrive con molta umanita questo suo servizio:

Tutti i giorni, occupo le ore disponibili a leggere il giornale e scrivere. Ho molti amici militari, che mi mandano sovente cartoline, cui debbo pure rispondere. [...] Scrivono a me, anche quando salutano gli altri dell'86 e 87 che sono in questa Compagnia, ed io rispondo sempre per tutti. Ci sono poi di quelli che sanno scrivere cosi cosi. Se ricevono lettere di persone rispettabili, e desiderano ricambiare degnamente, vengono da me a farsi dettare la risposta. Infine vi e una vera moltitudine di analfabeti, che pare quasi incredibile. E gia umiliante il far conoscere i propri interessi a persone estranee, e pregarle per la risposta; ma per essi sarebbe peggio ancora, se non trovassero chi li aiuta in simili contingenze. Ed io, quando posso non so rifiutarmi. (2)

Tuttavia nel corso della guerra molti soldati analfabeti, per opera di commilitoni piU istruiti o di cappellani militari, impararono a leggere e a scrivere seppure in maniera elementare. Le retrovie delle prime linee si trasformarono cosi in un enorme laboratorio di scrittura: si scriveva e si imparava a scrivere nei luoghi di assistenza, nelle "case del soldato", negli ospedali militari, nei vastissimi accampamenti che, dietro le linee, erano destinati al riposo.

I soldati alfabetizzati quasi mai si esprimono in un italiano standard e le loro lettere poco assomigliano a quelle dei loro ufficiali che uscivano dalle scuole superiori, quando non dall'universita, con ben altre competenze linguistiche. La diversa provenienza sociale e la differente formazione scolastica si riflettono dunque sulla qualita della scrittura epistolare: i soldati comuni danno vita a quello che e stato definito come un "italiano popolare", testi che si sottraggono in modo piU o meno marcato alle norme dell'italiano letterario e presentano evidenti tracce del parlato regionale o piU strettamente dialettale a livello grafico, lessicale, sintattico. (3)

Le scritture di piU faticosa realizzazione comunicano a chi ora le legge in tutt'altro contesto un senso di smarrimento dovuto, in primo luogo, alla tendenza a riprodurre graficamente la catena parlata e, viceversa, all'incapacita di scindere correttamente il continuum fonico. A questi fenomeni si accompagnano l'incerta distinzione tra maiuscole e minuscole, l'assenza o la casualita della punteggiatura e dell'accentazione, lo scambio di fonemi, lo scempiamento delle doppie e, per ipercorrettismo, raddoppiamenti incongrui. La costruzione sintattica e quasi sempre ardua e impacciata: concordanze logiche, ridondanza pronominale, accumulo di preposizioni. Il lascito dei dialetti, presente anche ad altri livelli, e piU riconoscibile nel lessico.

Tuttavia, piU che insistere sulle fragilita, per altro piuttosto note, ci sembra di dover sottolineare come la scrittura popolare sia il prodotto di una tensione, cioe dello sforzo di abbandonare il dialetto e il mondo dell'oralita per avvicinarsi alla scrittura dell'italiano e ai suoi modelli e generi (Antonelli 1996). Ovvio il carattere "anfibio". Ma l'immane fatica di questi nostri soldati per dare forma all'esperienza di se stessi nel "nuovo mondo" in cui si trovano scaraventati non puo non suscitare ammirazione, rispetto e compassione. Tanto piU se si considera che scrivere in zona di guerra e sempre un'impresa: si scrive di notte al lume di una candela, si scrive inginocchiati per terra, si scrive su un'asse appoggiata sulle ginocchia, dentro un ricovero, una caverna, una baracca, continuamente intralciati nei movimenti, spintonati dai compagni, privi di spazio e di intimita. Per farsi un'idea si leggano le vivacissime pagine del diario di Giuseppe Capacci:

Io, che da cinque giorni che avevo ricevuto lettere da genitori e da Maria, mi misi subito a scrivere alla fidanzata; era quasi sera, mi misi nel mio pagliariccio vicino alla porticina scrivendo nelle ginocchia, mentre al difuori il tempo nevicava. Un soldato che si mise ritto nella porta, e io le chiesi se si levava che non potevo scrivere; lui mi rispose: "Vai fuori!"; io essendo agitato gli dissi quello che si meritava, e lui mi venne con le mani al viso, come se avesse avuto mille ragioni. Allora balsai in piedi incominciando la lotta; non vidi piU niente: calci e cazzotti come se fosse stato un tedesco! La carta e l'inchiostro andiedero per terra, la penna la ruppi sopra di lui; la lotta lutto poco: me lo sentii strappare dalle mani, due soldati ci scompagnarono, cosi fu fenita; per quella sera dovetti cessare di scrivere.

(Capacci 2014: 48)

2. "La forza e la bellezza del sentimento familiare"

Leggendo le lettere dei soldati francesi prigionieri in Germania, Romain Rolland non puo fare a meno di rilevare "la forza e la bellezza del sentimento familiare". Scrive nel suo diario: "Ne sono profondamente impressionato, leggendo in centinaia di lettere intrise dalla penosa e appassionata nostalgia del piccolo cerchio familiare. Queste povere anime non escono di la, fuori di la non vedono nulla, nessun motivo di interesse, nessuna ragione di vita, fuori di la si sentono perdute, non aspirano che a rientrarvi in gran fretta, a chiudersi dietro porta e finestre, per non sapere piU nulla di quanto accade di fuori" (Rolland 1960: 172).

Roland si riferisce alle lettere dei prigionieri francesi, al mondo della famiglia e degli affetti che da esse traspare e che sembra all'Autore cosi particolare. Ma la sostanza del giudizio non muta se prendiamo in considerazione le lettere e i diari dei soldati italiani. "Reclusi", "carcerati" nel fondo paludoso delle trincee, (4) "legati alla catena", privati della liberta, confinati in un mondo dominato dalla paura, essi guardano alla famiglia e alla casa con sconfinata nostalgia non solo come al luogo degli affetti, ma anche dell'umanita e della civilta.

Scrive nel suo diario Antonio Graziani, un fante romagnolo, dopo una licenza invernale:

Avicinandomi alla partenza cominciavo a pensare dove dovevo ritornare. Giunto alultimo giorno quello fU la rovina dei pasati. Pensando come sto bene qui e non ci posso stare. E cosa vado incontro non sapendo il perche. Sopra piU dovevo las[c]iare la famiglia e compoca speranza di tornar piU. Se in quel giorno mi fosse venuto vicino uno della clas[s]e dei macelanti [macellai] non saprei che cosa ci avrebbe fatto dalla rabbia.

(Graziani 1998: 41).

Antonio Graziani tiene un diario vibrante ed iroso e, come pochi, sa registrare il sentimento di una perdita complessiva: la famiglia, il paese, la liberta, la civilta. Scrive l'11 febbraio 1917 in un giorno di riposo dietro le linee:

Oggi giorno 11, giorno di festa lo trascorso d[a] misero soldato, girando enon trovando pace, vedendo che catena mi toca subire, col pensiero sempre rivolto alla liberta che negodevo. Il barbero governerno mas trapato dalla civilta, per sequire questa infamia vita. [...] sono avilito avilito vedendo che questa vita non termina mai.

(Graziani 1998: 46).

Lo sguardo del soldato che scrive piU che al teatro della guerra e rivolto al mondo familiare, evoca in modo struggente le immagini dei genitori, della moglie e dei figli.

Filippo Guerrieri, giovane tenente di fanteria, scrive in una lettera indirizzata ai genitori il 29 giugno 1916:

Su un blocco di calcestruzzo rimasto da una parte piano e liscio si e improvvisato un tavolino, dagli zaini, dai tascapani e uscito un foglio di carta, una penna stilografica ed ognuno scrive, e scrivendo si riposa, perche nel ricordare voialtri, nel narrare a voi la nostra vita sembra che la stanchezza si allontani, pare che ogni parola scritta si porti via uno dei nostri tanti dolori e quando la lettera e finita si prova realmente un dolce benessere, si respira piU liberamente, direi quasi si comincia di nuovo a vivere. Per questo ogni minuto libero e dedicato a quelli che sono lontani e lo scrivere una cartolina e quando e possibile una lettera, non e un fastidio, ma una gioia; e il tempo meglio impiegato, l'unico che sia da noi benedetto. In quei momenti ci si astrae da tutto quello che ci circonda e che non e mai bello, non si e piU sotto un sasso, nascosti in una roccia, non si e piU al pericolo, no, no, si e accanto a voi nella casa tranquilla che non conosce che la pace e si parla di tante cose del tempo bello e del vino buono. E un'illusione lo sappiamo tutti, ma intanto anche quella e qualche cosa, ci aiuta a vivere in una certa allegria con sicura fede.

(Guerrieri 1969: 140)

I familiari ritornano nei sogni e di nuovo rivivono nei tempi della veglia e acquistano, per mezzo della fotografia, sostanza fisica. PiU precisamente, come scrive Leo Spitzer, la fotografia e un "surrogato della presenza fisica", oggetto di investimento emotivo forse superiore a quello riservato alle lettere (Spitzer 1976: 104). Scrive Nello Lorenzi:

"Ah, cara Ugenia, appena mi e giunto la tua fotografia, mi sono ritirato solo e mi sono divertito a baciarti, te e la nostra cara bambina! Credi che [in] qui' momento mi pareva di essere assieme e tutta la sera l'ho tenuta i[n] mano, e tanti baci ti ho dato e ti parlavo; ma te sempre zitta. Ma credi, Ugenia, quando mi metto a guardalla io diventerei matto. Ora mi trovo piU contento: almeno tengo u[n] ricordo di te e della nostra cara bambina, e mi posso divertire a baciarvi e abbracciarvi; gia che no[n] vi posso abbracciare i[n] carne, vi abbraccero i[n] carta. Ah, vigliacca di una guerra, come ci ha diseparato! No[n] ci voleva che la guerra per volere diseparare noi che tanto ci amiamo."

(Lorenzi 1996:183)

Anche i pacchi, con gli alimenti spediti da casa che assicurano in alcuni momenti la sopravvivenza al fronte, rinforzano il legame con la famiglia e riportano il combattente nel cerchio della quotidianita domestica e delle tradizioni familiari, forse irrimediabilmente perduto.

Le lettere dei soldati-contadini, in particolare, sono piene di domande sul clima, l'andamento delle stagioni, le coltivazioni, i vari lavori rurali, accompagnate da consigli e raccomandazioni. "Cara moglie",--scrive Augusto Tonetto il 13 giugno 1917--"sepimi dire come va la vigna per conto della stagione se e resta pomi [mele] e se i fa[g]ioli e belli e la biava [biada] se la vien su bene come i altri ani e poi sepimi dire se le vi[gn]e e belle con le foglie e se e tanta uva come era prima" (Tonetto 2007).

Lo scambio epistolare rinsaldava i rapporti con la quotidianita del passato e serviva per progettare il futuro, senza lasciarsi travolgere dal presente. Scrive Antonio Gibelli a questo proposito: "Lo sguardo a casa, l'ancoraggio alle cose domestiche, ai sentimenti e ai legami familiari appaiono come l'unico rifugio in una situazione totalmente inospitale e precaria, quasi come l'unica fonte di identita in una condizione disorientante per i suoi stessi connotati di ambientazione percettiva [...]. Per certi aspetti dunque la lettera presenta il carattere di terapia, diventa un mezzo di autoconservazione: scrivere a casa e ricevere posta sono innanzitutto modi per alleviare il dolore della lontananza e l'orrore dello stato presente, ricomponendo in tal modo gli elementi di una identita fortemente minacciata" (1991: 55)

Se e cosi, comprendiamo meglio la sollecitudine con cui si scrive a casa, l'ansia con cui si aspetta la risposta, le tante espressioni di gioia e di commozione che accompagnano la lettura della lettera familiare (e come avessi ricevuto la "comunione", scrive un anonimo soldato con espressione carica di significato mistico). E si capiscono anche l'irritazione per la risposta che tarda a fronte delle lettere quotidiane che si scrivono e la delusione provocata da lettere troppo brevi o troppo evasive.

3. I "poveri soldati" e i "signori d'Italia"

Alle lettere colme di struggente nostalgia per la casa e il paese, piene di raccomandazioni e preghiere, di addii e testamenti, si affiancano, fin dall'inizio della guerra, lettere che esprimono, oltre lo sbigottimento e il terrore, anche un crescente rancore rivolto soprattutto contro due obiettivi: "uno, vicino: i propri superiori; l'altro piU lontano: la classe dirigente che aveva voluto la guerra. Nei confronti degli uni come dell'altra, il rancore si accompagno spesso alla disistima, sia riguardo alle loro capacita di dirigere, sia riguardo alla loro lealta di comportamento" (Procacci 2000: 126).

Fino alla rotta di Caporetto, fino cioe all'autunno del 1917, la guerra italiana si era caratterizzata per una strategia aggressiva basata sull'attacco frontale alle posizioni nemiche, in sostanza sul binomio fuoco di artigliera assalto della fanteria. Scrivono Isnenghi e Rochat: "La fanteria italiana va all'attacco in formazioni compatte, subisce il fuoco delle mitragliatrici e dei cannoni, si arresta dinanzi ai reticolati, rifluisce indietro, ritorna all'attacco. Talora riesce a superare il reticolato e a raggiungere la trincea austriaca, dove pero deve sostenere ripetuti contrattacchi; altre volte si aggrappa al terreno costituendo una linea precaria di mucchietti di pietre e sacchetti di terra sotto i reticolati come base per nuovi attacchi; oppure ripiega sulla trincea di partenza. L'azione prosegue fino all'esaurimento delle forze dei reparti, viene ripresa con nuove truppe e continuata con la rimozione dei comandanti che non mostrano sufficiente durezza" (2008: 177).

Ai soldati non era chiesto ne consenso, ne un particolare addestramento, ma obbedienza agli ordini, disciplina e una rassegnata passivita: un "buon soldato" era colui che rispondeva in modo automatico agli ordini, che si mostrava indifferente alla morte dei compagni, che riusciva ad allontanare da se la nostalgia per la famiglia lontana.

Questa coercizione psicologica, accompagnata dalle crudeli punizioni previste dal codice militare, (5) finiva per produrre tra i soldati una costante tensione, un sotterraneo malumore, un desiderio di fuga che pochi, a rischio della propria vita, riuscivano a mettere in pratica. La maggior parte esprimeva disgusto, sdegno, rancore e rabbia, per tutto quello che era costretta a subire, nelle lettere indirizzate ai familiari, ai commilitoni e agli amici rimasti in paese.

Non sempre la corrispondenza superava l'ostacolo della censura postale che aveva la pretesa (impossibile dato l'enorme traffico epistolare) di sottoporre a controllo ogni singola lettera e a incriminare gli autori di espressioni pessimistiche o di critiche nei confronti dei superiori o, peggio, di opinioni contrarie alla guerra. Tuttavia non per tutti gli scriventi la possibilita del controllo, con le durissime conseguenze giudiziarie previste, si trasformava in autocensura.

3.1. Le reazioni di sdegno piU vistose si indirizzano verso la stampa: non date retta ai giornali, non credete alle loro bugie--scrivono coralmente i soldati ai parenti e agli amici, offesi per il drammatico contrasto tra la realta del fronte e i racconti diffusi nel paese. Era questa una reazione rilevata da Adolfo Omodeo perfino nelle lettere degli ufficiali: "Ritorna frequente nelle lettere dei combattenti--scrive-la nota amara e sprezzante per le corrispondenze di guerra. Sopra tutto inaspriva i soldati la falsificazione della loro psicologia, come di gente che in guerra si divertisse e ci pigliasse gusto, ne piU ne meno che ad uno sport. Questo pareva un'offesa alle loro sofferenze e al loro dolore, e quasi un invito ai rimasti a dimenticarli" (Omodeo 1968, 4). (6) E riporta, fra le molte, una lettera indignata di Claudio Calandra del 23 ottobre 1916:

Quello che fa veramente schifo e quella loro ostinatezza a voler descrivere la guerra come cosa poetica, fatta di poesia e sentimento, anziche di sangue, d'orrore e di sofferenze inaudite. Io sono un disgraziatissimo pittore fallito, ma, nell'anima, artista quanto qualunque gazzettiere, e ti assicuro che nella guerra non ci ho trovato nulla di eccessivamente poetico: forse perche io sono sempre stato in trincea, e i signori reporters se ne stanno nei lontani osservatorii. Dipende dal punto di vista. Quando una granata scoppia in un cimitero, Barzini dice: 'che le croci s'inchinano al suo passaggio', ma non dice che i cadaveri in avanzatissima putrefazione volano per aria a brandelli e appestano col puzzo loro Dio sa quanti chilometri di trincea. Dov'era lui, il fetore non si sentiva; dov'eravamo noi, non si poteva respirare.

(Omodeo 1968: 4)

Luigi Barzini, inviato del "Corriere della Sera", era forse il piU celebre corrispondente di guerra italiano per i suoi pezzi brillanti e una prosa molto visiva (Il racconto italiano della Grande Guerra 2015: 471-486). Le "barzinate", com'erano detti i suoi articoli da quei soldati che leggevano i giornali, erano esemplari per i pochi fatti descritti, ma enfatizzati con molta epica eroica. Come scrive Marco Mondini: "Le singole scaramucce divennero epocali battaglie, le modeste avanzate sfondamenti strategici, i massacri si tramutarono in sacrifici gloriosi, e anche le sconfitte, nonche i rovesci piU temibili vennero dipinti nel modo piU suggestivo e rassicurante attraverso formule di mascheramento verbale" (2014: 218).

Le lettere colpite dalla censura e trasmesse ai tribunali militari per provvedimenti disciplinari contengono innumerevoli espressioni di biasimo per i giornali che trasmettono al paese una visione edulcorata della guerra:

Chi sa con che ansia vi alzavate al mattino per prendere il giornale per vedere se cera delle buone nuove per gli Itagliani non combattenti, ebbene di tutto cio che diceva il Corriere non e vero un bel niente, ve la sicuro io.

(Procacci 2000: 403)

In guerra stanno molto bene dice il Giornale I nostri soldati non ci manca niente. Invece di dire che ci manca tutto.

(Procacci 2000: 405)

Ha letto i giornali? Ha letto l'articolo di Barzini per la presa del Cucco? Quanto deve essere bello il leggierlo in Italia!"

(Procacci 2000: 458)

Non credere ai giornali specialmente agli articoli di Barzini, il traditore della patria; i soldati ce l'hanno a morte.

(Procacci 2000: 462)

Dunque se vuoi sapere qualche cosa prenderai il giornale nei primi di acosto vedrai che ci sara scritto le nuove vittorie italiane--Ma pero tutto al contrario.

(Procacci 2000, 403)

Scrive P. G. al padre il 7 luglio 1916:

Siamo sani per miracolo. Secchi, magri senza far la barba e sporchi come le bestie. Altro che i giornali che parlano che i soldati al fronte stanno bene, mangiano e bevono. Vorrei farli provare un giorno o due ai Signori d'Italia che ridono al caffe quando leggono sul giornale Vittorie dei soldati italiani ... se provassero, se vedessero un minuto solo le cose che toccano ai poveri soldati, scapperebbero sotto terra.

(Forcella--Monticone 2014, 72)

3.2. Il risentimento dei soldati si rivolge genericamente anche contro i "signori", gli interventisti, gli studenti, gli industriali, i profittatori, che avevano voluto la guerra, ma che poi si erano "imboscati" negli uffici delle retrovie e al fronte c'era andato solo il "povero operaio": "Vo[g]liamo qui con noi"--scrive un soldato rimasto anonimo il 6 marzo 1916--"quelli che un giorno dissero quella maledetta parola Eviva la Guerra ma che dal 24 Maggio sono sempre stati in Italia e anno visto la guerra nei cinematografi qua bisogna vedere che cosa e la parola guerra" (Procacci 2000: 414-15).

Primo Farabegoli il 20 novembre 1915, un mese prima di morire per broncopolmonite, scrive ai genitori una lettera colma di affetto, ma in cui promette con inaudita lucidita di essere pronto a fare una seconda guerra contro gli interventisti:

[...] quelli di noi che avra la fortuna di rimanere salvi in questa guerra faremo unaltra guerra con li interventisti che volevano la guerra.

(Verificatoper censura 2002: 288)

Anche Vitaliano Marchetti ricorda in una sua lettera le conferenze degli interventisti di Ancona:

Caro Attilio qua non si trova altro che gran montagne di sassi e niente altro. Queste era tutte le gran conferenze che facevano questi anconetani. Se avro la fortuna sempre di poter ritornare fra voi tutti, che tutto al giorno il mio pensiero e sempre a voi tutti, parlero con quei tali, e gli diro qualche parolina, sottovoce.

Si fa la vita [...], la vita proprio di maiali. Si dorme sotto barache che noi quando si va, o in I linea o in II si deve costruire, che materiale non lo danno, alla meglio, mi pare di dormire dentro proprio, stale dei porchi, magari si potesse avere uno stanzino di quei in campagna che abbiamo.

(Marchetti 1988: 122)

A volte i soldati dovevano costatare con amarezza quanto era difficile comunicare ai familiari tutta la drammaticita della loro situazione e che spesso i genitori, la moglie o la fidanzata si lasciavano convincere piU dalla propaganda che dalle testimonianze che provenivano direttamente dal fronte. A questo proposito le lettere indignate di Cesare Menghi sono particolarmente significative.

Il 15 agosto 1916, all'indomani della presa di Gorizia, primo autentico successo della guerra italiana, Menghi scrive alla sorella: "Capirai a noi qua si divora la rabbia nel sentire che in Italia fanno delle feste per la presa di Gorizzia e suonare le campane si dovrebbero vergognare" (Verificatoper censura 312-14). Tra coloro che dovrebbero vergognarsi forse c'e anche il padre, cui scrive il giorno successivo:

[...] vi debbo dire che a noi si [h]anno dato un grande dispiacere nel sentire che avete fatto delle feste e avete sonato tutte le campane perche [h]anno preso Gorizia pensate che dogni modo non sono mai contenti e che la guerra non finisse cosa vi fa a voi gorizia che un giorno non troverete piU i vostri cari figli.

(Verificatoper censura 312-14)

Quelli che "non sono mai contenti" sono coloro che hanno voluto la guerra, i militari e il governo, ma il padre dovrebbe essere di tutt'altro parere, scrive Menghi: che importa a lui di Gorizia se poi i suoi figli non torneranno a casa. In dieci giorni, dal 6 al 16 agosto, l'esercito italiano aveva perso, infatti, tra caduti, feriti e dispersi, 51.200 uomini.

Il 19 settembre, dopo aver partecipato alla settima battaglia dell'Isonzo (1417 settembre 1916), Cesare Menghi scrive al padre una lettera drammatica, in cui se la prende con la fidanzata Esterina che probabilmente aveva fatto sfoggio di patriottismo:

Carissimo Padre [h]o ricevuto vostra cartolina la quale godo nel sentire che vi trovate in ottima salute e come al presente di me. Appunto alla esterina non ci scrivo sapete che io era tre notte che combatevo che si siamo ameschiati [t]ante volte e non so come sia stata a salvarmi e lei mi viene a parlarmi di vittorie lo so che in Italia bona parte siete contenti e a noi si chrepa il cuore a vedere una cosa simile e ora [h]anno inventato le bombarde (7) che fanno un macello non pensate che ritorna acasa che sara dificile ramatismo mal di ossa e gli animali che si mangiano (8) e cadde la neve io mi dispiace adirvi tutto questo ma mi viene dimpazirmi.

(Verificatoper censura 312-14)

Cesare Menghi morira per malattia il 23 aprile 1917 all'ospedale militare di Pavia.

3.3. Ma il "Potere" contro cui i soldati vorrebbero ribellarsi e dal cui controllo tentano di sfuggire e quello militare, che si ramificava dall'ufficiale subalterno fino ai gradi superiori, dagli addetti della censura ai giudici dei tribunali militari.

La disciplina poteva avvalersi di un Codice militare vecchio di mezzo secolo, ma che il Capo di stato maggiore Luigi Cadorna aveva irrigidito ulteriormente, moltiplicando le figure di reato e aggravando le pene. "L'aspra pedagogia dell'intervento esemplare, che si espandera sino alla dottrina e alla prassi spietata della decimazione,--scrivono Isnenghi e Rochat--si ispira al criterio che in guerra l'essenziale non sia individuare e colpire, in un singolo, il colpevole effettivo e provato, ma sanzionare immediatamente agli occhi dei responsabili e di tutti un crimine sociale" (Isnenghi--Rochat 2007: 255).

Nelle lettere e nelle note diaristiche i soldati registrano l'insensatezza di gran parte delle punizioni, comminate solo per poter rimarcare le gerarchie. Giuseppe Ruberti, addetto all'ospedaletto da campo, nota come "ricordevole per sempre" la giornata del 9 settembre 1916

perche punito ingiustamente con 2 ore di ferri legato ad un albero mentre il bombardamento infuriava. Il fatto e cosi. Qui in questa ambulanza non c'e barbiere, e siccome avevamo bisogno di tosarci, fu chiamato il barbiere della centuria, il quale venuto, incomincio a tagliarmi i capelli. Mentre finivo e mi pulivo, vistomi il Colonnello Cannas, perche li facevo in un ora di lavoro, mi ha punito. Eppure il permesso lo tenevo di tagliarmeli in quel momento. Questo fatto mi ha disturbato moltissimo e mi ha abbattuto moralmente. I ferri non l'ho portati perche mancavano e sono stato 2 ore sotto un albero dalle 4 alle 6 mentre le granate passavano sulle nostre teste. Mi veniva da piangere ed avrei certamente pianto in altre circostanze. Quest'altro mancava. Nel tempo di permanenza sotto le armi e in 15 mesi di guerra non sono stato mai punito. Dovevo venire qui per essere punito di ferri. (9)

Altri soldati annotano, a futura memoria, anche i modi arroganti e spregevoli di molti ufficiali. Pietro Ferrari, sceso dalla prima linea con i i piedi gonfi e semicongelati, tenta inutilmente di marcare visita. Scrive sotto la data dell'8 dicembre 1915:

Un giorno facendomi male tanto i piedi, andai alla visita, ed il medico villanamente mi disse: via, via, bastonate. La compagnia qui faceva tutti i giorni la corvee, andava a prendere le tavole o altro a Ronchino, ma io non ero mai andato. Una volta andai, ma appena aviatomi, non potendo camminare che a stento, mi venne dietro a cavallo il Mag. Cav. Porta Giuseppe, mi prese per il colletto della giubba, mi diede due scapaccioni gettandomi a terra e mi disse!--avanti fannullone per Dio. Io sottovoce gli dissi che non era la maniera di fare, che ci voleva piU educazione. Ritornai tosto non visto indietro, perche era nell'impossibilita di andare con loro.

(Ferrari 2004: 35).

Provoca lo sdegno dei soldati anche il fatto che gli ufficiali impartiscano gli ordini di assalto con la pistola in pugno, minacciando di usarla. Antonio Graziani, che gia abbiamo citato, descrive la dinamica di un caotico assalto (uno dei tanti che la guerra di Cadorna prevede) in questi termini:

Alle 14 arriva lordine che alle 16 comincia il sbalzo. per me estato come abbia detto m[u]ori. Che due ore penose furono quelle sono cose di diventar pazzo, come tanti diventano. Arriviamo alle ore 16 gliufficiali con rivoltella in mano, E con unsol grido fuori, Io nulla piU capivo trovarmi nell'inferno, canonate che piovevano atutte le parte fucilate, e metragliatrice che falciava, Esendo un sol grido di disgraziati caduti sul tereno e bentanti si vedevano sfrantumati era unscompiglio incredibile, Io fortunatamente rimasi ferito alla mano sinistra, Lasia[i] tutto presi la corsa per quanto potevo, scavalcando tereno rovesiato dalle canonate fucilate mi fischiavano alle orecchie i canoni palpavano tutto il tereno, Doppo aun chilometro di strada arivai al posto di socorso.

(Graziani 1998: 53-54).

Inoltre sembra offensiva la differenza di trattamento cui erano soggette le truppe rispetto agli ufficiali superiori, sia in prima linea che nelle retrovie. Scrive dal fronte Virginio in una lettera del 5 aprile 1916 intercettata dalla censura:

Poveri nostri fratelli parevano stritolati come se fossero carne di belve feroci, come possiamo avere piU il coraggio di andare avanti vedendo queste barbarie contro la nostra cara ed amata gioventU! I nostri bravi ufficiali se ne stanno sotto le grotte come niente fosse per il nostro disagio... mandano bigliettini per iniziare le operazioni e loro belli tranquilli se ne stanno sotto sensa ricorrere alcun pericolo e noi con alcuni Aspiranti o sotto Tenenti antiamo affrontare la morte.

(Procacci 2000: 425)

Nel corso del conflitto i sentimenti di avversita non si attenuano, anzi, afferma Bruna Bianchi, "sono proprio le lettere scritte nell'ultimo anno di guerra ad avere i toni piU esasperati, le espressioni di rancore piU violente: 'Porco Dio, fanno bene a dare il pane ammuffito cosi finira presto la guerra! Ed io ho piacere, popolo cornuto e bastonato, vuoi continuare a fare la guerra? Ma ribellatevi, uccidete tutti gli ufficiali e che sia finita!'" (Bianchi 2001: 476).

Affermo un aspirante di 20 anni: "Io sono un ufficiale per forza, e non ho voluto la guerra e ho quasi fatto a cazzotti prima della guerra con gli studenti che facevano le manifestazioni interventiste. La guerra e stata voluta da due o tre gruppi di mascalzoni" (Bianchi 2001: 476). Talvolta il rancore trova modo di trasformarsi in una riflessione piU ampia, sulla natura della guerra, sul militarismo, la pace, il modo di realizzarla. Riflessioni di questo genere, che naturalmente non passano la censura, sono opera di militanti socialisti capaci, meglio di altri, di dar forma ai diffusi sentimenti di ostilita. B. E. di Udine, 28 anni, soldato del 54[degrees] Reggimento di Fanteria, condannato a 4 mesi per lettera denigratoria, il 27 agosto 1916 scrive al padre:

Come si puo rassegnarsi a questa orrida vita dal momento che si ha abbracciato una santa idea di giustizia? Come si puo approvare questa guerra che piU che barbara e stupida, di una stupidita grottesca, colossale, e vogliono farla credere civile, e come una lotta pel diritto, mentre invece e un cumulo di ingordigie e di interessi di pochi a danno del popolo che soffre e che paga col miglior sangue?

(Forcella--Monticone 2014: 83)

Francesco Giuliani, un pastore abruzzese, ma autodidatta e lettore appassionato della Divina commedia e dei poemi cavallereschi, oppone al Potere militare un'integrita e una condotta di "non-combattente". Scrive alla moglie il 10 marzo 1916:

Di guerra mia cara non te ne dovrei parlare per non tener vivo il tuo dolore; ma che vuoi questa e come quando uno ha una malattia, non dice e non pensa altro che se ne vuol liberare.

Io ho cercato sempre di non farmi vincere dalla paura, perche quando si e nel pericolo puo riuscire dannosa che fa perdere il lume della ragione. Io posso dire che non sono un vile ne un coraggioso, il coraggio tante volte non mi e mancato ma non ne ho fatto abuso inutilmente. Io non ho l'ambizione di salire in alto con atti di valore, mi contento di restare nel primo gradino, basta che mi riuscisse di salvare la pelle. Io non ho stima, ne simpatia per quelli che sono i coraggiosi eroi; in guerra tutti quelli che vi sono distinti come eroi sono assassini, il vero eroe e quello che mette in pericolo la propria vita per salvare quella degli altri.

Nell'austriaco io non vedo un nemico come mi si vuol far credere, che devo dargli la caccia ed ammazzarlo ad ogni costo; penso che nel suo villaggio ha lasciato i suoi cari dai quali fu strappato come io lo fui da te. Nel mio cuore non c'e la frenesia omicida, rifletto che la vita di tutti e cara, ad ogni soldato morto o amico o nemico resta una madre senza figlio, o una sposa senza sposo o dei figli senza padre.

L'uomo non deve essere come il cane che aizzato si avventa; dalla natura ha avuto il dono del cervello, deve cercare di capire tutto, pensare e riflettere, e quando e spinto a fare il male, si deve guardare di non farlo.

Forse mia cara dirai che mi sono troppo divagato in queste cose che tu credi inutili; vuoi forse che mi interesso degli affari di casa, ma questi da tanto tempo li ho messi da parte che non posso averne piU cura.

(Giuliani 2001: 355-356)

4. Uomini in fuga

"Quali erano le possibilita di fuga che si offrivano ai soldati?"--si chiede Antonio Gibelli, il quale poi commenta:

La renitenza, cioe evitare l'arruolamento, sottrarsi prima dell'arruolamento; la diserzione, che significa fuggire quando si e gia arruolati o andando verso il nemico o rendendosi irreperibili nelle retrovie, la malattia, intesa specialmente come malattia mentale (la malattia mentale e una forma di fuga, e un modo di sottrarsi la dove le risorse pratiche, intellettuali, psicologiche del soldato non offrono altre vie); infine la malattia fisica come malattia autoprovocata, simulata, quella che si chiama autolesionismo o automutilazione. Queste sono quattro possibilita di fuga, di sottrazione alla logica totalizzante della guerra, all'imperativo del massacro su scala industriale. Sono modi diversi che hanno avuto peso quantitativo diverso ma che indicano tutti questa linea di tendenza.

(Gibelli 1994: 27)

Dal 24 maggio 1915 al 2 settembre 1919, coloro che si sottrassero all'arruolamento nell'esercito italiano furono 470.000; di questi, 370.000 erano italiani emigrati all'estero che decisero di non tornare. La diserzione fu invece fenomeno piU complesso e sfaccettato. Intanto i numeri: "[...] le denunce per diserzione furono 189.425; nel corso del conflitto si conclusero 162.563 processi e furono emesse 101.685 condanne. Se quindi nell'arco di 4 anni di guerra 1 soldato su 12 subi un processo penale, 1 soldato su 26 comparve di fronte ai giudici militari per rispondere del reato di diserzione e 1 su 41 subi una condanna" (Bianchi 2001: 160-61). Pochissime le diserzioni che conducono i militari verso le file del nemico (circa 3.000), mentre la gran parte dei disertori si indirizza semplicemente verso casa. Ma sono considerati tali anche coloro che ritardano di qualche giorno il rientro da una licenza o si allontanano temporaneamente dal reparto o che, dopo un'azione, si sbandano e vagano privi di riferimenti.

Le condanne erano severissime: la diserzione "in faccia al nemico" era punita con la fucilazione, la diserzione all'interno con pene variabili da tre a quindici anni a seconda delle circostanze aggravanti. Oltre alle condanne dei tribunali, si procedeva anche ad esecuzioni sommarie in caso di rifiuto ad avanzare, ammutinamento, sbandamento involontario. Approvate dal Comando supremo, le fucilazioni sul campo riaffermavano la subordinazione della truppa, ristabilivano i rapporti gerarchici, imponevano un clima di terrore.

Scrive un soldato anonimo il 5 giugno 1917 in una lettera intercettata dalla censura e mai giunta a destinazione:

Tutti siamo qui, soggetti minutamente alla barbara morte (uccisione) come tante bestie da macello, giornalmente vi e un enorme numero di feriti e di morti, la medesima granata ne uccise tre del 159[degrees] fant., uno del Genio e parecchi altri feriti--ieri solo una granata ne feri 17 della mia compagnia e parecchi gravissimi. Siamo qui addiacciati nel bosco, non c'e piU un buco per ripararsi, demoralizzati in modo straordinario, che gli ufficiali stessi pazzescano, non e la morte che demoralizza perche gia sappiamo che dobbiamo morire, ma sono i casi straordinari che s'affacciano i macelli--le strage--i patimenti e poi i maltrattamenti--la crudelta che purtroppo e stata pagata cara verso il colonnello brigadiere F. cav. Temistocle, ucciso pure lui, il due corrente da una granata nemica, facendo fucilare in presenza di noi tutti 4 soldati, due di questi perche assetati si erano permessi di allontanarsi due ore dal reparto andando all'Isonzo a prendere una borraccia d'acqua. Torno a dire che io, noi, siamo stati la parte di 3 giorni senza avere nemmeno una goccia d'acqua. Dunque speriamo ad una buona ferita o ad una maledetta morte. Ah Se ci riesco venire a casa quale teppista vorro diventare, altro che la civilta e il progresso.

(Bianchi 2001: 179-80)

Oltre alle diserzioni consapevoli, ci sono anche quelle inconsapevoli: sono soldati che vagano senza meta, confusi, regrediti ad uno stato infantile; uomini in fuga senza sapere dove nascondersi, obbedendo ad un impulso profondo che li spinge lontano dal fronte. Entrano negli ospedaletti da campo, spesso dopo azioni lunghe e sanguinose, attoniti, paralizzati, privi dell'uso della voce e dell'udito, smemorati. Altri, eccitati, sembrano ossessionati dal ricordo della famiglia, sicuramente in rovina come tutto a causa della guerra. Altri colpiti da shock da bombardamento (shell shock) sono squassati da tic nervosi e si rifugiano in una totale estraneita. Il fenomeno dei soldati traumatizzati investi tutti gli eserciti. I soldati italiani che passarono per i manicomi furono circa 40.000: cifra ufficiale sottostimata da accogliere con grande cautela (Bianchi 2001: 63-64).

Ma la casistica dell'uomo in fuga dal quotidiano rischio di morte e ancora lunga e comprende tutte le forme atroci e ripugnanti di autolesionismo, come apprendiamo da questa citazione:

Il tribunale di guerra ha recentemente condannato a cinque anni di reclusione militare un soldato che e andato per le spiccie--scrive Attilio Frescura: si e forato senz'altro il timpano dell'orecchio destro con un chiodo di ferro da cavallo; ed a venti anni ha condannato un altro che si e spalmato in un occhio la secrezione blenorragica di un compagno".

(Frescura 1966: 184)

L'ampiezza dei comportamenti autolesionistici e inesauribile: ascessi ottenuti con iniezioni sottocutanee di benzina, petrolio, piscio; dermatiti prodotte con preparati di ranuncolacee; congiuntiviti provocate da affumicazioni o da solfato di rame o da polvere di tabacco; otiti ottenute con l'applicazioni di sostanze irritanti; bronchiti provocate con protratte inalazioni di fumo. I piU disperati si mozzavano le mani con colpi di vanghetta o se le stritolavano sotto grossi massi; altri si sparavano a bruciapelo alle mani o ai piedi.

Sono numerosi i diari che registrano i modi con cui i soldati tentano, quasi sempre inutilmente, di sottrarsi alla prima linea, alla vita di trincea, all'ordine di avanzare, al Potere assoluto della gerarchia militare (vie tortuose, a volte inconsapevoli, quasi sempre disperate). E contemporaneamente mostrano, attraverso l'efficienza di ufficiali, giudici, medici e psichiatri, la forza repressiva della macchina militare.

Fondazione Museo Storico del Trentino

Bibliografia

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(1) Ho tentato di restituire questo racconto collettivo in una mia storia "dal basso" della Grande Guerra (Antonelli 2014), alla quale si rimanda per ulteriori approfondimenti.

(2) Lettera del 12 ottobre 1916. Copia dell'intero epistolario di guerra di Ettore Travestino e depositato presso la Fondazione Museo storico del Trentino, Archivio della scrittura popolare.

(3) Come recentemente ha scritto Enrico Testa in una riflessione di sintesi, alla definizione di "italiano popolare" si e poi affiancata anche quella di "italiano dei semicolti". Che si adotti l'una o l'altra etichetta (che puo comportare spostamenti d'accento o enfatizzazioni di aspetti particolari), cio che rimane inalterato e il fatto che si tratta di "una realizzazione linguistica intermedia che, tenendo dell'uno e dell'altro, mette in contatto (e anche in attrito) i due mondi dell'oralita e della scrittura. Ovvero: la varieta multiforme delle parlate locali e la varieta standard dell'italiano normativo senza pero sfociare in una trascrizione delle prime (anzi e opinione comune che i tratti dialettali siano minori di quanto ci si attenderebbe) e senza neppure coincidere tantomeno con la seconda" (Testa 2014: 20).

(4) Scrive alla famiglia Giovanni Zanni l'8 marzo 1916: "Dal fondo da un Trincerane vi scrivo la mia misera vita. Io mi trovo in trincea, alla distansa del nemico a 30 metri. Stiamo qui come i carcerati, dal giorno non si puo alsare un dito, la notte stiamo attenti, ai nostri buchi, per non essere presi allassalto" (Cavalli 1983: 218).

(5) Scrive un anonimo soldato il 7 aprile 1916: "Qui c'e una disciplina che e terribile, uno che sbaglia un po' lo portano subito davanti ai reticolati ovvero ad una pianta, e lo legano davanti ai reticolati e lo fanno stare li magari 3 o 4 ore e magari tutta la notte, secondo quello che a fatto. Immaginati tu che crudelta che adoperano dopo che uno e gia esposto al pericolo della sua propria vita, adoperano ancora quella crudelta li, ti dico la verita che trattano piU bene le bestie che noialtri poveri soldati" (2014: 51).

(6) Il riferimento che Omodeo fa allo "sport" e ripreso anche da altri soldati. Scrive "Bepi" da Santa Maria La Longa, il 21 febbraio 1916: "A furia di leggere sui giornali cose che riguardano la vita del soldato, chi da questa vita vive lontano, si forma la convinzione che la guerra sia una gran palestra ginnastica dove il soldato puo sviluppare i suoi muscoli coi piU svariati esercizi di acrobatismo! Ma purtroppo, nella guerra moderna ci si muove o eccessivamente, o niente! Quel ch'e vero, e l'umidita, e l'acqua che gonfia le gambe ai soldati e popola gli ospedali! Quel ch'e piU certo ancora, e l'arrivo d'una pallottola, lo scoppiar d'una granata che tengono il soldato continuamente coi nervi tesi facendogli pensare alla morte mille volte in un giorno!" (Procacci 2000: 411).

(7) "La bombarda era un'arma nuova, caratteristica della guerra di trincea. Consisteva in un tubo metallico di diametro da 30 a 200 e piU mm, che poggiava su una piastra metallica per i pezzi piU piccoli, su una base di travi di legno per quelli piU grossi. Era piU facile da costruire dei cannoni, perche impiegava cariche di lancio ridotte [...]; e sparava grosse bombe con una traiettoria molto curva e una portata limitata, anche poche centinaia di metri. In sostanza era un'arma economica e rustica, non troppo precisa, ma molto efficace contro trincee e reticolati, perche le sue bombe contenevano piU esplosivo dei proietti d'artiglieria" (Isnenghi--Rochat 2008: 197-98).

(8) Si intenda: non pensate che possa ritornare a casa, sara difficile: ho dolori reumatici, le ossa mi fanno male, ci sono animali (pidocchi) che ci mangiano....

(9) Ruberti Giuseppe, Note e appunti militari, dattiloscritto (nota del 9 settembre 1916), in Fondazione Museo storico del Trentino, Archivio della scrittura popolare.
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Title Annotation:letters and diaries of Italian soldiers from WWI 1915-1918; text in Italian
Author:Antonelli, Quinto
Publication:Annali d'Italianistica
Article Type:Critical essay
Geographic Code:4EUIT
Date:Jan 1, 2016
Words:7608
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