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Ugo Betti: II giudice giudicato.

La parola al giudice

Ugo Betti, nato a Camerino il 4 febbraio 1892, da una famiglia marchigiana dell'alta borghesia, fin da piccolo respira scienza a casa, grazie al nonno paterno, professore di patologia e Rettore dell'Universita camerte, e al padre Tullio, medico, che nel 1901 va a dirigere l'Ospedale di Parma. Nella citta emiliana Ugo segue gli studi classici e si laurea in Giurisprudenza nel maggio 1914, con una tesi intitolata Il diritto e la rivoluzione. Qui sara dal 1921 Giudice del Tribunale e poi Vice Pretore. Nel 1930, viene trasferito come magistrato a Roma, dove approda il 14 settembre con la giovanissima moglie, Andreina Frosini. Alle spalle della professione legale, che esercitera fino a pochi anni dalla morte avvenuta il 9 giugno 1953, c'e anche l'esperienza della prima guerra mondiale. Betti si arruola volontario e, fatto prigioniero nel 1917, viene internato prima a Rastatt e poi a Cellelager, nella Bassa Sassonia, dove rimarra fino a dicembre 1918. Ha come compagno di baracca Carlo Emilio Gadda, un incontro che segna profondamente il futuro drammaturgo. E durante la detenzione nel campo di concentramento che Betti comincia a scrivere poesie, poi raccolte nel volume Il Re Pensieroso (1922) e recensite dall'autore di La cognizione del dolore. Con tocco profetico, Gadda vi intravede "quella tragica sensazione di sgomento, quella prescienza d'un male inesorabile, comune a tutti," che hanno "un'intensa significazione drammatica" (1984: 144). (1) E sara anche l'epistolario di Gadda a registrare il noviziato del Betti nel mondo dello spettacolo a partire dal successo di La Padrona (1926) al Teatro Odescalchi di Roma, fino alle ultime battute laudatone per ? premi ricevuti dal vecchio amico di prigionia. (2) Dopo, la solidarieta cameratesca tra l'ingegner Gadda e il giudice Betti ha fatto il suo tempo, letteralmente, alle soglie degli Anni Trenta. Oberato dal ritmo spaventoso del lavoro che gli impedisce di dedicarsi agli amati studi letterari, Gadda non sempre cela gli stati di disagio acutissimi. Il magistrato in carriera esercitera il suo ufficio al Palazzo di Giustizia (il giorno) e sulle pagine di un taccuino di appunti nello studio di Via Valadier 43 (la notte).

"Il diritto del piu forte e sempre il diritto migliore"

Con questa ironica citazione di Jean de La Fontaine si apre Il diritto e la rivoluzione. (3) Una sfida allo Stato di diritto che il giovane laureando sviluppa attraverso tre stadi del progresso storico: il periodo pre-cristiano che culmina nell'impero romano, propulsore di un marcato elan vitale; quello dell'era cristiana, con un distinguo tra il messaggio del Cristo e la decadenza dell'istituzione nel potere e nel dispotismo; l'eta moderna, ove l'ideale rivoluzionario rivela istanze anarchiche e socialiste influenzate dalle letture di Georges Sorel e Max Stirner. La prolusione sulla filosofia del diritto, difesa da Betti il 29 maggio 1914, propugna che lo Stato non e "l'organo d'una missione morale" hegelianamente inteso; e, invece, "l'esponente delle classi piu forti e la sua funzione e quella di garantirne il predominio" (Betti, 1964: 25). Il diritto e quindi inscindibile dalla forza:
Noi seguiamo la legge, perche ci fa comodo seguirla; la legalita e la
forma piu squisita dell'egoismo. Come limitazione il diritto e una
necessita che dobbiamo subire, come tutela il diritto e una pretesa che
vogliamo imporre, come legge e la volonta del gruppo preminente
contemperata da speciali esigenze d'opportunita [...] Non esiste
l'antitesi del diritto sociale e del diritto morale, esiste invece
l'antitesi fra la norma positiva e l'utopia.
L'"idea suprema del giusto" e un lusso innocuo e sentimentale della
nostra coscienza, un moccolo acceso dinanzi a Gesu nella bottega d'un
salumaio che ruba. (Betti, 1964: 28).


Battute provocatorie che culminano in una sintesi di matrice nazional-futurista. La violenza, un fuoco purificatore che apre a nuovi percorsi, e l'igiene del mondo; "la violenza e la fonte del diritto" (Betti, 1964: 31). Importante la riflessione sulla societa che si basa sulla tirannia del potere retto dall'utile.

Negli anni a venire, l'esperienza quotidiana del giudice in tribunali affollati di chi e il garante della Legge e di chi invece ha trasgredito il dovere di conformarsi, si riflette nel lavoro dell'artista, riarticolando la massima portante di un ventenne spavaldo, che l'assoluta giustizia non esiste che nei trattarelli morali. Ed e per questa ragione che il suo teatro sempre piu si orientera verso una sofferta ricerca dell'oltre-confine legale, mettendo in gioco il dialogo con l'Altro. Sia questi un'entita misteriosa, un Dio nascosto, ? il Grande Operaio di La fuggitiva (1952-1953), l'ultimo dramma bettiano, di cui si avverte la presenza a conferire senso al cammino dell'uomo in tempi cupi. (4) Una visione dell'esistenza come possibilita d'essere che sconfina nel trascendente per esorcizzare--si legge nella "Prefazione" a La Padrona (1926)--la "bizzarra incongruita" della vita e capire quell'ansia "che e in noi soli verso qualcosa che si puo chiamare armonia, che si puo chiamare giustizia" (Betti, 1971: 25). Splendida metafora per intendere la trasformazione in chiave ontologica del discorso giuridico. (5)

II teatro non finisce alle porte del teatro (6)

Sotto questo aspetto, tutto il lavoro di Betti si puo racchiudere idealmente in una dichiarazione rilasciata dopo la rappresentazione di La Regina e gli insorti nel 1951 al Teatro Eliseo di Roma. Il drammaturgo ammetteva di scrivere "in sostanza sempre la stessa commedia":
Le vicende e ? personaggi sono ? piu diversi: ma essi si urtano con
certi problemi e certi sentimenti che sono presso a poco sempre gli
stessi [...] non e per programma. Ma le cose che mi interessano sono
quelle e non altre; e io debbo parlare di quelle, e appena cerco di
parlare di altro sento che una profonda noia mi scaccia dal tavolino.
(Betti, 1951: 27)


Per Betti, che fa del processo giudiziario la propria costante, l'opera d'arte e un avventuroso itinerario illuminato da "un teorema morale che l'artista non si era proposto" (Betti, 1951: 27). Niente, insomma, puo essere formulato a priori. La messinscena "inquisitoria" dei suoi drammi e la quintessenza di questa estetica ontologica, simbolo di una liberta creativa che nell'Italia fascista degli Anni Trenta non poteva non destare sospetti. (7) L'ufficio del magistrato ordinario rappresenta l'esecuzione scrupolosa della Legge, quindi la palese diffidenza di Mussolini verso un'istituzione fedele ma non soggetta de facto alle aspettative politiche del regime. (8) Betti, tuttavia, non fu chiamato a rispondere dalla censura. Grazie alle concessioni di Nicola De Pirro come Ispettore Generale del Teatro, le sue opere furono rappresentate senza dover subire drastici tagli. (9)

El'arte che consente all'autore di Camerino di vagliare, in un laboratorio ideale, "quegli errori e dubbi e curiosita di cui e fatta la fralezza umana" (Betti, 1951: 28). E l'arte che fa trapelare la sua sensibilita nei confronti del pubblico:
Mi pare che l'arte debba soprattutto parlare a chi ne ha bisogno, cioe
allo sterminato popolo di increduli e debba essere tale da mettersi al
loro fianco per camminare insieme. Dico increduli per significare
coloro nella cui coscienza e nascosta la piccola ? vasta ombra d'un
errore: cioe dico uomini. (Betti, 1951: 28)


Nel costruire una risposta a questo malessere esistenziale, Betti adotta una strategia comunicativa all'insegna di paradigmi giuridici quali responsabilita e colpa, legalita e trasgressione, il cui interprete e il Giudice incaricato a pronunciarsi su un caso preciso in tribunale.

La messinscena del processo giudiziario e all'insegna della precarieta. Per quanto esaustiva un'udienza si risolve col dare solo "una sistemazione decorosa alle pratiche," come avverte Ermete, l'avvocato difensore di Ennio in Il giocatore (Betti, 1971: 852). Certo, "e pace, mettere ogni questione nelle mani dei giudici: chi si da ad essi consegna non tanto una persona quanto le sue angoscie" (Betti, 1971: 1256). (10) Le cartacce e ? fascicoli polverosi sono ipotesi da regolarizzare, nel tempo destinati ad arricchire gli archivi di Stato. Il personaggio bettiano continuera ad interrogarsi con angosciose e inevitabili domande. Nella novella "Incidente all'udienza" (1938), Betti tratteggia il profilo di un giudice che, irritato dal disordine che regna nel suo ufficio, presiede le udienze con voce aggressiva, insistente, e sentenzia con toni aspri sproporzionati. Tra gli imputati spiccano "un vecchietto, dalla enorme giacca, che non aveva affatto capito se lo avevano condannato ? no" e una ragazza dai capelli crespi accusata di oltraggio a pubblico ufficiale, che rinfaccera proprio a chi deve tutelare la Legge di essere pagato "per sputare addosso ai disgraziati" (Betti, 2001: 445-446). L'atteggiamento del giudice andra modificandosi a poco a poco, col domandarsi sul significato del proprio lavoro, col rammaricarsi per una vita sciupata. Quesiti incalzanti che coinvolgono la carriera personale ma anche cio che sta dentro la coscienza, fino in fondo al caos nascosto, dove alberga quella "piccola ? vasta ombra di un errore". Al processo istituzionale subentra progressivamente quello interiore, cercando il Betti "con impegnata attenzione un metro di giudizio e sforzandosi di far coincidere il codice con ? suggerimenti della sua coscienza (Prosperi, 1984: 30).

E altrove incontriamo ? testimoni di Tribunale (1931): la maestrina smarrita, preoccupata di sgualcire il paltoncino di velluto, convocata a identificare un ladro; la ragazza appena uscita da un istituto di monache per minorenni traviate venuta a "dichiarare" in un processo a porte chiuse; il vecchietto giallognolo che segue ? processi da anni, anticipando pronostici sul verdetto col fiato in sospeso. E ci sono ? volti duri dei carcerati che si avvicendano sul banco degli imputati, via via annunciati dal rumore delle catenelle. Questa e l'umanita imperfetta delle aule giudiziarie, che gorgoglia "quando ? giudici tornano fuori in fila, e s'e levata la voce della sentenza" (Betti, 2001: 281). "Gli urli lugubri, uguali, inumani, somiglianti a latrati," che scuotono il palcoscenico della Legge, sigillano "la prerogativa comune": "siamo tutti una carne," ricorda il vecchietto alla fine (Betti, 2001: 281-282). Si respira l'aria del grande teatro bettiano: il palcoscenico e lo spazio in cui il giudice giudica secundum leges ma anche torna ad interrogarsi sulla giustizia.

La storia di un affascinante errore

Puo essere utile risalire a un altro scritto del giovanissimo Betti, Considerazioni sulla forza maggiore come limite di responsabilita nel vettore ferroviario (1920), preparato per accedere al concorso di Avvocato delle Ferrovie dello Stato. Redatto con l'aiuto del fratello Emilio, un insigne giurista, si rielaborano qui le argomentazioni eversive della tesi di laurea che risultano filtrate da una sensibilita dottrinale che mette in scena il tribolato rapporto tra responsabilita e colpa. Il caso esemplare citato e quello di una frana su una linea ferroviaria dovuta ad inondazione. Viene chiamata in causa un'impresa, quell'immenso macchinario che si muove per mezzo di "un'infinita di ingranaggi dentati" (Betti, 1920: 26). Si misurano indizi eloquenti, quali errori ? evasioni dalle ispezioni e collaudazioni d'obbligo. A Betti, comunque, non basta investigare ? fatti per risalire ad eventuali colpevoli. Di consequenza, slitta la conclusione anticipata di isolare le responsabilita individuali da quelle collettive. E sul significato autentico della colpa che il testo s'interroga, e dell'uomo grande prigioniero di un meccanismo di cui sente tragicamente le catene.

Ed e un incidente che si verifica nella periferia di una citta straniera a costituire lo spunto a Frana allo Scalo Nord (1932), uno dei grandi drammi giudiziari bettiani con Corruzione al Palazzo di Giustizia (1944). Il fatto ipotizzato nel saggio del 1920 si cala ora nella realta di un vistoso crollo mentre si eseguono ? lavori ferroviari per un nuovo scalo. Ci sono vittime e feriti. La caccia ai responsabili si svolge nel Palazzo di Giustizia dove magistrati, accusati, testimoni e l'abituale pubblico di curiosi affollano l'aula. Tra ? rappresentanti della Legge, frettolosi di archiviare la pratica, e gli operai terrorizzati perche "danno sempre la colpa ai poveretti" (Betti, 1971: 192), inizia la procedura di rito, il cui schema viene abbozzato dal drammaturgo in quattro fasi:
Rappresentazione del processo obbiettiva, veristica con "qualche cosa"
di strano, di irreale [...] Faticosa e incompleta ricostruzione del
fatto.
Interpretazione dei fatti-i dubbi cominciano a lavorare (come tarli)
nei piu sensibili, dapprima in senso vago, quasi fisico.
La colpa del vecchio, contro il quale tutti si scagliano, ora, tutti.
Metafisica: interroghiamo ? morti. (Betti, Franamento in Via Suez:
53-54) (11)


Non quindi un'istruttoria casuale, ma lo spettacolo inscenato dall'autorita giudiziaria spalanca l'accesso a un labirintico ed accidentato percorso, con "la responsabilita degli uomini che rimbalza fino a tutti, fino a nessuno, fino a Dio" (Betti, Franamento in Via Suez: 5). (12)

Betti concepisce l'ufficio istruttorie come un'anticamera in cui si rappresentano ? preliminari squallidi di giudici asserviti alla burocrazia, la cui legge sovrana e dettata dalla carriera. (13) Si esibiscono il Consigliere Parsc, il grande inquisitore assuefatto al diritto del piu forte; l'Accusatore Generale Goetz, un deus ex machina implacabile, che scompiglia il gioco del potere giudiziario insinuando che "sono istruttorie difficili. Non si vede netta la linea, il confine" (Betti, 1971: 192); il Primo Consigliere Jud, il garante di una procedura che non ammette colpi di scena. Betti mostra una visione della giustizia dove non si prospetta una responsabilita singola ma tanti dubbi quanti ? personaggi. In uno spazio tenebroso illuminato da una luce fioca, s'incrociano ? maggiori indiziati in ordine sociale gerarchico, dal basso verso l'alto: (14) il manovale Giuseppetti e il motorista Bert, entrambi di turno la notte del disastro; l'imprenditore Riccardo Gaucker e il tecnico Gustavo Kurz, ? responsabili della manutenzione e supervisione dei lavori in corso. Presunti colpevoli recitano a scaricabarile finche tutti si scagliano contro Kurz, aizzati dal figlio, Il testimonio miope. Il torto che si rimprovera al vecchio funzionario della Ferroviaria e quello di avere stretto ogni giorno, allo scopo di aumentare il rendimento, "una specie di enorme torchio da uva," nel quale spremere "senza requie il sangue e la vita di un gran numero di uomini" (Betti, 1971: 223). (15) Crudelta, indifferenza, durezza connotano la tipologia del padre-padrone tirannico: "Non l'ho mai visto avere compassione, di nessuno," accusa decisivo il figlio (Betti, 1971: 222). Ebbene, tutto cio non basta. Il processo non puo risolversi a se.
Parsc Ma allora? La colpa?
Kurz C'e. C'e. Ma non e mica mia, caro signore. (Indicando il figlio)
Nemmeno sua, povero figlio. Un torchio, si; ma hanno torchiato anche
me, caro signore. (Betti, 1971: 225)


Negli appunti manoscritti si legge che "in ognuno c'e meta di torto e meta di ragione," ed "ognuno e capace di vedere solo nel breve spazio intorno a se, come nella nebbia" (Betti, Franamento in Via Suez: 7, 10). In un'atmosfera di crescente incertezza, il giudice Parsc, sempre in collera ed aspro, comincia ad annunciare un certo smarrimento: "Sembra di sognare, in coscienza. Non si capisce piu nulla, non si riesce a trovare... un punto fermo" (Betti, 1971: 220). All'Accusatore Goetz, che mira all'essenziale, non resta che giocare l'ultima carta ed "evocare" quelli che sono rimasti sotto le macerie. La presenza-apparizione sulla scena dei morti, che inaspettatamente intervengono a risolvere il processo, dovrebbe garantire la sentenza auspicata, cioe pesare sulla bilancia della giustizia "la scala del torto e del diritto in ognuno" (Betti, Franamento in Via Suez: 15).

Emergono dalla nebbia due uomini e una donna, poveramente vestiti e dai volti sbiaditi. I tre testimoni avanzano nell'aula tremebondi, mentre fissano attoniti ? giudici. I registri inquisitori si ammorbidiscono. Iniziano dialoghi e parole casuali: uno dei morti piagnucola, come un bambino, perche gli guastarono con la benzina dei biscotti, una burla di carnevale; l'altra si autoaccusa, essendosi allontanata per riscaldarsi dal freddo accanto a un braciere. Le testimonianze sconnesse, imprecise, delle vittime bloccano la commedia dell'autodifesa finora inscenata da chi recitava una parte; convalidano l'impossibilita di additare giuridicamente a un solo colpevole. Con sgomento Parsc reagisce: "Ma allora... ? responsabili! Chi sono? Dove sono? Nessuno? Evvia. Non rammentano! Non sanno. Signor Accusatore, che ci sia in tutto questo qualche cosa di truce, di brutto, e innegabile: bisognera bene che ci sia un responsabile, che ci sia un innocente. Se no tutto va all'aria, e finita" (Betti, 1971: 228). Meglio allora cautelarsi nel rifiuto di pronunciare una sentenza, con la sorprendente confessione di non credere piu nella Legge dello Stato. (16) Ma tutti ormai invocano giustizia; chiedono di essere puniti, affinche abbia un senso il passaggio dell'uomo sulla terra. Nel Tribunale, alla fine della lunga giornata, non si puo pesare la vita degli uomini, la loro pena e il loro dolore; "forse dalle mani del giudice essi dovranno avere un'altra cosa, piu alta: la pieta. La pieta" (Betti, 1971: 232). A Parsc fa eco il coro unanime dei presenti.

Cosi Puppa a proposito dei due modelli di giustizia in Frana allo Scalo Nord: "Lo spostarsi ideologico di Betti nelle ultime opere, verso ? lidi consolatori di una Fede controversa, realizza proprio sul piano estetico, le forze latenti nella sua drammaturgia, ossia la pulsione ad evocare ? morti quali interlocutori privilegiati per recuperare la possibilita della comunicazione nell'universo altrimenti solipsistico e insieme a smaterializzarsi, a sciogliersi conservando pero una consistenza ontologica" (Puppa, 1984: 81). Con l'appello alla pieta, Betti denuncia l'origine sociale della colpa, proiettando il riscatto verso una dimensione metafisica. (17) Siamo tutti anelli d'una catena di eventi consequenziali. L'errore diventa forza necessaria al superamento dei limiti dell'esistenza.

Giudici e giudicati non sono forse tutti uomini? (18)

Esposta a questi dilemmi e paradossi, cosa e la giustizia?
Giustizia vuol dire paragone. Un oggetto e un'unita di misura uguale
fra un fatto e una norma, fra una vita e una legge, fra una creatura e
un codice. Dunque, mentre da un lato suppone una entita contingente,
una vita, un fatto, una creatura, un dolore, un piacere; dall'altro una
norma superiore, cioe l'unificarsi di di tutti ? fatti, creature,
piaceri, dolori in un panorama unico, con ombre e rilievi. Il che vuol
dire che tutti quegli episodi, tutte quelle contingenze tali ci
sembravano ma non erano episodi e contingenze: avevano un senso, un
significato, un valore, un'importanza, una durata superiore a quelli
empirici [...] In fondo vuol dire che c'e una contabilita, che c'e un
Dio ? un angelo, con un grande registro, che segna il dare e l'avere e
poi fa ? conti e poi stacca le sue cambiali, le sue sentenze; che basta
pagare; si paga, se c'e da pagare, e poi si e in pari [...] Questo e il
significato della giustizia; un concetto che e solo nostro, non esiste
in natura. (Betti, Franamento in Via Suez: 17-18)


I conti sospesi ci impediscono di dormire. Il personaggio bettiano, in cui urge il bisogno di una sentenza una volta che ha confessato, sente l'intima necessita di superare il giudizio umano sulla colpa con una risoluzione morale verso l'autenticita dell'essere. Per scongiurare l'idea di un caos meccanicistico, sottolinea Betti nel manoscritto di Corruzione al Palazzo di Giustizia, "occorre che ci sia uno che abbia segnato a registro, se no sarebbe spaventoso" (2). (19)

In questo dramma, diverso per tempi ed esperienze di vita da Frana allo Scalo Nord, si passa dall'indagine tecnica, obiettiva e fattuale, a un processo che coinvolge ? piu alti esponenti della magistratura stessa: Vanan, il Presidente del Tribunale, un grande vecchio malaticcio e angosciato; Croz, il Primo Giudice, un investigatore sarcastico motivato da una maligna energia, che non tentenna dal liquidare un innocente; Erzi, il Consigliere Inquisitore, costretto ad indagare in un ambiente fatiscente, in cui razzolano uomini e topi; ed infine ? giudici Cust, Bata, Maveri e Persius che, convocati per una riunione straordinaria, alludono a una tela di intrighi e manovre tessuta dai partiti politici in una citta infame e malsana. (20) Ci casca un morto, Ludvi-Pol, il satanico tentatore, il cui corpo viene scoperto nel Palazzo dove soleva corrompere le anime con lusinghe attraenti. Si dilata qui lo spettro sociale e politico, legato agli umori del tempo presente. Nel periodo in cui il drammaturgo compone il lavoro (pubblicato su Sipario solo nel 1949), siamo alla fine della Repubblica di Salo, quando si assiste ad una situazione limite di disordine e al triste spettacolo di rinnegamenti, reciproche accuse, ricatti, ed epurazioni sommarie (si veda Di Pietro, 1968: 197-198). Sempre nel 1944, Betti lascia la magistratura e riceve la nomina a bibliotecario del Ministero di Grazia e Giustizia.

E Cust, il piu lucido e ambizioso dei giudici, a scalare la vetta del potere, grazie anche alla trappola della falsa confessione di Croz, il rivale nella successione alla Presidenza, che lo scagiona accusandosi in punto di morte. E Cust che applica quel che chiama un "errore di psicologia," cioe il supporre che, messo alle strette, sia proprio il colpevole "a coprirsi di sudore" e non l'innocente (Betti, 1971: 913-914). Sulla sacra bilancia della giustizia si immola Elena, la giovane figlia di Vanan, affranta dalle insinuazioni del diabolico personaggio, che il padre possa essersi macchiato di innominabili storture. (21) Solo dopo la morte della vittima sacrificale, che agisce come coscienza del vero colpevole, si riattiva in lui un processo di responsabilita atrofizzato. Nel momento dell'agognata vittoria, Cust si avvia all'ufficio dell'Alto Revisore per confessargli la verita. Nel colpevole c'e un innato bisogno di ristabilire l'armonia: "Il rammarico insopportabile, l'agonia viene proprio quando... ogni traccia del delitto e cancellata; quando si ha la certezza dell'impunita e dell'oblio" (Betti, 1993: ms. 32). Il percorso labirintico del personaggio bettiano si chiude qui, davanti ad una lunga scala che sale, mentre echeggiano nella notte lontani squilli (vedi le didascalie del Terzo Atto).

La giustizia degli uomini soddisfa solo la sfera dell'espiazione terrena; non condanna intenzioni ? aspirazioni. L'uomo, in Betti, mira piu in alto; guarda verso una forma di giustizia che bilanci in eterno l'errore. Giudici e giudicati sono consapevoli della limitata natura dell'istituzione giudiziaria, ma non ne negano la validita. Ad un critico che espresse tale dubbio, dopo la prima rappresentazione di Corruzione al Palazzo di Giustizia al Teatro delle Arti di Roma nel 1949, Betti rispose spiegando la tesi del lavoro: "Il quale significa e rappresenta questo: che pur apparentemente trionfando la corruzione, pur schierandosi a favore della corruzione l'accomodantismo della giustizia umana, il servilismo degli uomini, l'indifferenza della natura e persino l'idea "comoda" che gli uomini si fanno di Dio, non ostante tutto cio finisce per trionfare misteriosamente in fondo all'animo umano l'esigenza insopprimibile della giustizia e dell'assoluto" (Betti, 1953: 8). Si tratta di non sprofondare "in quel nero lago d'indifferenza e abitudine [...] Questa e la vera corruzione" (Betti, 1993: ms. 103).

Giustizia: Credere in essa vuol dire credere nell'eterno (22)

C'e in tutti l'aspirazione a un luogo dove finisce tutto quello che e provvisorio. Quest'aspirazione trova nella parabola bettiana della farfalla, che con le sue deboli ali deve consumare una sfera di bronzo, l'immagine poetica e spaventosa dell'eternita come continuo moto e rinnovo. (23) In Delitto all'isola delle capre (1948), e Agata, la protagonista, ad evocare il terrificante silenzio che accompagna il lavorio dell'eterea farfalla a scongiurare le sensazioni della nostra effimerita: "Il concetto di eternita sfugge al pensiero umano". ? forse e il concetto opposto che sfugge al pensiero umano (Betti, 1971: 998). Creatura avida di una risposta ai quesiti dell'esistenza, auspica una punizione piuttosto che annullarsi vertiginosamente nel caos:

Non credo in una pieta: ne sarei confusa, sarei una macchia nera nella luce. Amo il mio peso. Vi e un punto in cui si sceglie cio che siamo. E in principio; niente ancora esiste, tutto e libero; e l'occhio si volta per ringraziare e gioire; oppure dall'altra parte. Di li comincia, pero vi e sempre una certa pace, nell'essere cio che si e, nell'esserlo completamente: il condannato ha questa gioia. Io accetto. (Betti, 1971: 1005)

In bilico tra la trasgressione di una legge morale e la casualita arbitraria, Agata rifiuta la suggestione che tutto avvenga per assoluta necessita. Sceglie di "andare, trovare, capire il confine della nostra vita, della nostra anima, della nostra natura, dell'universo, mettersi alla prova, all'estremo confine del bene e del male" (Betti, Delitto all'isola delle capre, ms: 49). (24) Questa eroina perduta punta altrove, a definirsi con una scelta irreversibile, sacrificando nel pozzo-trappola Angelo, lo straniero fabulatore che l'ha sedotta e resa non piu padrona di se. Al calar del sipario, rimane sola "a lottare per tutta l'eternita" (Betti, 1971: 1007).

L'oggetto che esercita una misteriosa attrazione su Agata e Dio; lo si puo rinnegare ? sfidare, ma in ogni caso si cerca. Gia nel primo drammma, Betti s'interrogava su qualcosa di assoluto: "Ci sara una ragione, tutto ha uno scopo, non e vero?" (Betti, La Padrona, ms: 10). (25) Il personaggio bettiano pecca e soffre in vista di un principio ultimo: finisce con l'ammettere la presenza di un Ente Regolatore del destino individuale e universale. Non e possibile che tutto sia perduto. Eppure, "vi e sempre una domanda che non ha trovato risposta e non la trovera" (Betti, Delitto all'isola delle capre, ms: 44). Ecco dunque il giudice Betti come artista. Ma il testamento dell'uomo va forse cercato nell'ultima nota lasciata all'amata Andreina: "Se tutto si e svolto questo si e svolto." (26)

Suggestivo rimane il messaggio simbolico di Gadda: "Tu hai guardato con occhi squisiti all'umanita e alla sua eternita" (Gadda, 1984: 67).

Note

(1.) La recensione di Gadda, "Un libro di poesia: 'Il Re Pensieroso' di Ugo Betti," appare su La Patria degli Italiani (Buenos Aires), 20 aprile 1923. Rst in Gadda, 1984:137-44. Dal 1922 al 1924 Gadda soggiorna in Argentina impegnato in un'esperienza industriale sempre piu gravosa, che lo fa sentire in esilio forzato.

(2.) Nel 1930 Betti riceve un riconoscimento in denaro dall'Accademia d'Italia ed anche il premio del Governatore di Roma per L'Isola meravigliosa.

(3.) La citazione "la raison du plus fort est toujours la meilleure" e presa dalla favola Il lupo e l'agnello. La dissertazione di laurea e pubblicata in Betti, 1964: 18-99. Per un'analisi approfondita del testo, si veda Di Pietro, 1966: vol. 1, capitolo secondo.

(4.) Basti pensare alla sfida del satanico Dottore a Nina, una sfida rivissuta in chiave di responsabilita: "Dottore... perche sara sempre su te l'occhio del Creditore, e tu fuggirai, nuda, urlando, ? capelli come serpi, e mai mai troverai, in tutto il tempo e lo spazio, un atomo di polvere ? d'ombra che ti ripari da quell'occhio. Dove andrai? che farai? Nina. Nina. Come pagherai?" (Betti, 1971: 1233). In una strategia religiosa, la risposta emerge dal coro funebre, dopo la morte sacrificale della protagonista: "Nel chicco di grano si legge / Che esso presuppone la terra. / Cosi si legge dentro noi / Che siamo fatti per te, Signore. / Anche quando ti fuggivamo / Venivamo a te, portandoti / La nostra farina" (Betti, 1971: 1266). Oppure alla dialettica della scommessa in II giocatore (1950) e al fantomatico Funzionario che esorta Ennio ad accettare la Legge del Creatore: "Funzionario Sbrigati, giocatore. Che fai ancora li? La partita e finita. Nessuna furberia ti varra, la gran porta si e chiusa. Ah pazza boria umana, che ritieni sempre pronto un arbitrio a tuo favore, sempre dovuto un ultimo privilegio! Orgogliosi figli unici. Cocciuti accattoni del miracolo, lamentosi parassiti della pieta! Tremate finalmente! Via, via, mosca nera, e finita su te l'estate di Dio" (Betti, 1971: 899). Siamo cosi davanti a registri ambigui e a torto si e categorizzato Ugo Betti come un autore cattolico. Per quanto riguarda l'aspetto religioso, Andreina Frosini ci offre qualche dettaglio intimo: "Diceva mio suocero che Ugo da bambino era molto religioso. Aveva fatto la comunione e studiato presso ? cappuccini. Poi era diventato un agnostico. Solo ultimamente, quando seppe di essere malato, si riavvicino... era molto contento quando io facevo la comunione e andavo a messa, ma lui non frequentava la chiesa." Intervista personale, Roma, 19 giugno 1984. Betti mori di cancro allo stomaco in pochi mesi.

(5.) Per un approccio teorico al rapporto tra diritto e letteratura, si veda Vitale, 2012: 23-43.

(6.) Dal titolo di un articolo pubblicato su Sipario in cui Betti attacca quel che chiama il teatro "tutto calibrato al millesimo", che tuttavia proprio per questa perfetta corrispondenza di pezzi "formi una macchina che da segni di essere vecchia" (Betti, 1946: 8).

(7.) Per il teatro bettiano, il termine comunemente usato dalla critica e quello di "dramma giudiziario" a partire da M Apollonio (1956: 556).

(8.) Da qui l'istituzione nel 1926, dopo il delitto Matteotti, del Tribunale Speciale, un organo eccezionale di giustizia "politica", ? cui membri hanno il mandato di superare ? confini della Legge ordinaria.

(9.) Lo conferma Andreina Frosini: "Ugo era una persona molto retta e molto dritta. Era per la liberta. Era il tempo del fascismo ma devo dire che lui non e stato mai importunato. Ha potuto scrivere tranquillamente e liberamente. Non era abbastanza importante, si vede" Intervista personale, Roma, 19 giugno 1984.

(10.) La legge non condona quel po' di pace prospettata dal Commissario a Nina in La fuggitiva, in quanto il debito pagato non placa "il rammarico d'aver errato..." (Betti, 1971: 1265).

(11.) Da Franamento in Via Suez (53-54), il titolo originale del dramma nel manoscritto. L'Archivio Ugo Betti e catalogato all'Istituto di Studi Pirandelliani a Roma.

(12.) Per il Tribunale, Betti propone "un palazzo immenso, un vero labirinto" anche in Corruzione al Palazzo di Giustizia, la cui azione si svolge nuovamente in una citta straniera (Betti, 1971:905).

(13.) Del resto, tale e l'assillo del Primo Giudice Croz in Corruzione al Palazzo di Giustizia. Alla vigilia della promozione a Presidente teme la rivalita di Cust, "valoroso elemento roso da un'ambizione infernale" (Betti, 1971: 914).

(14.) Si veda ? Puppa: "In Frana allo Scalo Nord, la disputa interna assume quasi la fisionomia d'una dissestata compagnia teatrale, sul metro dei Sei personaggi, solo che stavolta ci troviamo davanti a contenuti sorprendentemente di classe, con lo scontro febbrile tra imprenditore e mano d'opera" (Puppa, 1984: 60).

(15.) Di un ingranaggio che ci stritola di volta in volta aveva gia parlato Il testimonio miope, ricordando al giudice che noi tutti siamo "travolti dentro un torchio" ed intrappolati in un gorgo di "congegni, ruote, orari" (Betti, 1971: 217). Anche Gaucker finisce coll'ammettere di aver esagerato col tono autoritario della voce: "Facevo impallidire gli operai" (Betti, 1971: 214).

(16.) Il Giudice, che si assume la responsabilita di regolare ? conti con la giustizia degli uomini, pare sottrarsi agli strumenti del suo ufficio: "Parsc Signor Goetz, ho da dirvi una cosa curiosa: che, forse, a tutto questo, in tanti anni, non ci ho creduto mai. / (Respinge da se sul tavolo le carte, ? codici legati di rosso) i Goetz Vi rendete conto? / Parsc Altroche! Vi diro: io sono stato un egoista, un porco, un gaudente... Anzi, no, caro signore, la mia vita e stata tetra [...] Io credevo... credevo di credere a tante belle cose, tiravo avanti. Niente, caro signore. Non credevo a nulla! Non lo so nemmeno io perche mi trovo qui con queste carabattole davanti. La giustizia, la legge... Sono stanco, caro signore, di fare il pagliaccio qua sopra" (Betti, 1971: 230).

(17.) Sul tema del rapporto tra colpa e responsabilita, si rimanda al mio La drammatica di Ugo Betti, capitolo V. Si veda Calendoli, 1953: 37-46; Rizzo, 1963: 101-129; Usmiani, 1971: 39-44; Luzi, 2002: 6-7.

(18.) Dall'esortazione dell'Alto Revisore a Marco in Il cacciatore d'anitre (1934) (Betti, 1971: 318).

(19.) Il significato del lavoro e l'esistenza in noi "di una esigenza di giustizia, piu profonda di qualunque ragionamento, piu forte di qualsiasi difficolta, sempre risorgente benche compressa" (Betti, 1993: ms. 30).

(20.) A questo proposito, Betti definisce il dramma come "la storia di un processo di conculcazione politica" (Betti, 1993: ms. 1). Sono significative anche le battute di Bata, "Il delitto dei gradici, in conclusione, sarebbe... di somigliare un tantino ai cittadini" e di Croz: "Cosa siamo noi poveretti, noi infelici giudici di questa sezione, sicuro, la sezione delle grandi cause? Un piccolo, solitario e malfermo scoglio sul quale piombano da tutte le parti ondate immense, spaventose; vere schiumose montagne. E cioe interessi implacabili, ricchezze sterminate, blocchi ferrei manovrati da uomini tremendi, insomma forze veramente selvagge, il cui urto...-poveri noi meschini--e qualcosa... di scatenato, di affascinante, di feroce..." (Betti, 1971: 907, 913). Per un'introduzione all'opera, si vedano Antonucci, 1993: 9-16 e Marrone, 2006: 15-26.

(21.) Se per il sentimento della colpa e chiaro il riferimento agli amati scrittori russi (Dostoevsky e Tolstoj), per il personaggio del tentatore, Betti menziona il Lucifero di La tragedia dell'uomo (1861) dell'ungherese Imre Madach (Betti, 1993: ms. 2). Il poema era apparso in ben due traduzioni italiane nel 1936.

(22.) Si veda l'Alto Revisore in Il cacciatore d'anitre (Betti, 1971: 318).

(23.) "E la piccola farfalla, su quella spaventosa sfera, deve farla diventare nulla. E quando l'avra consumata tutta, ne avra da consumare delle altre, tante, come sabbia, da non potersi contare. E quando le avra consumate tutte, ebbene, l'eternita sara ancora da cominciare" (Betti, 1971: 997-998). La trama dell'opera viene anticipata da Betti in

Ispezione (1942), quando Andrea ricorda all'Ispettore un fatto: "In una casa isolata, tra ? monti, una casa di donne, madre e figlie, arrivo un tipo e in breve le ebbe tutte, le convinse tutte, si fece padrone. Un giorno lui era sceso dentro il pozzo della cantina a pulirlo e per combinazione gli si stacco la fune e lui rimase giu, in fondo al pozzo. Urlo e le chiamo vari giorni, una per una, le sue donne, per nome. Ma quelle zitte. Finche lui smise" (Betti, 1971: 682-683). Nella versione finale, la casa rustica e vicino al mare.

(24.) E "l'unica veramente affacciata di la" (Betti, Delitto all'isola delle capre: ms. 25).

(25.) In Spiritismo nell'antica casa (1946), e il Professore a ricordarci che la mente umana si rifiuta di accettare che il peso delle nostre azioni sia "perduto lungo la strada, come da un sacco bucato... tutto inutile, stupido" (Betti, 1971: 829).

(26.) Le note bettiane, gentilmente fornite dalla Sig.ra Betti nel 1984, furono scritte durante la malattia. Si fermano al 19 maggio 1953. L'ultima non e datata.

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Calendoli G (1953) Giustizia contro pieta nell'opera di Ugo Betti. Teatro-Scenario 17: 37-46. Confessioni di scrittori: Interviste con se stessi (1951). Torino: ERI.

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Gadda ? E (1984) L'ingegner fantasia: lettere a Ugo Betti 1919-1930 (a cura di Ungarelli G). Milano: Rizzoli.

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Marrone G (1988) La drammatica di Ugo Betti: tematiche e archetipi (prefazione di Manacorda G). Palermo: Novecento.

Puppa ? (1984) Il teatro di Betti: la scena come confessione pubblica del passato. In: Doglio F e Raspolini W (a cura di) Atti del Convegno Internazionale Betti Drammaturgo. Viterbo: ETI, pp. 51-87.

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Rizzo G (1963) Regression-Progression in Ugo Betti's Drama. Tulane Drama Review 8: 101-129.

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Vitale V (2012) Diritto e letteratura: la giustizia narrata (prefazione di Di Grado A). Milano: Sugarco Edizioni.

Gaetana Marrone

Princeton University, USA

Autore corrispondente:

Gaetana Marrone, Department of French and Italian, Princeton University, Princeton, NJ 08544, USA.

Email: marrone@princeton.edu

DOI: 10.1177/0014585819831679
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Title Annotation:Artide
Author:Marrone, Gaetana
Publication:Forum Italicum
Date:Aug 1, 2019
Words:5905
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