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Tra Mogadiscio e Roma: le mappe emotive di Igiaba Scego.

Abstract

Il gesto di tracciare una mappa e atto di ordinamento cognitivo e di organizzazione deirimmaginazione, ma e anche atto fondante dell'identita e del suo posizionamento in relazione ai luoghi. Il saggio rintraccia le dinamiche affettive del vissuto della scrittrice italo-somala Igiaba Scego nella struttura di un libro--La mia casa e dove sono (2010)--pensato come mappa di due luoghi in dialogo Tuno con l'altro, Roma e Mogadiscio, fra memoria individuale ed epos familiare, fra scrittura autobiografica e narrazione orale, fra genealogia femminile e soggettivita nomade, fra ex impero ed ex colonia, in senso letterale e in senso esistenziale. Tuttavia, il progetto benjaminiano di una mappa del vissuto di Igiaba si accompagna alla sua irania e alla sua saudade, a un'appartenenza italiana che va dalla letteratura al calcio, e a un'appartenenza somala che non cessa di ricordare al pubblico italiano i crimini coloniali dell'eta fascista e l'ancor piu criminale amnesia che e seguita loro. Memorie auratiche e memorie funebri di Mogadiscio traspaiono dietro le sagome di monumenti e luoghi mitici di Roma, dal teatro Sistina all'elefantino del Bernini, dalla stele di Axum alla stazione Termini, in una condizione che va dalla diaspora alia rivendicazione di un'identita ibrida e in movimento, dove la mappa e luogo ma e anche, soprattutto, corpo.

Parole chiave

ibridita, identita, Igiaba Scego, mappe, Mogadiscio, Roma, soggetto nomade

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I did not consider the map as a static object, but rather as a dynamic process whose effects, power, and meanings are to be found at the crossroads of production and reception, of encoding and decoding, of intentions and of expectations. (Jacob, 2006: xv)

Il gesto di mappare una citta o un paese rappresenta, come sottolineato nella citazione in epigrafe di Christian Jacob, un processo dinamico, un'operazione complessa che coinvolge il cartografo tanto quanto il lettore e interprete delle sue mappe, in un orizzonte abitato da molteplici significad e valori simbolici. Tracciare una mappa e un gesto che stabilisce una strutturazione cognitiva, la rappresentazione di un immaginario, un ancoraggio dell'identita e il controllo e la gestione di un territorio e della sua memoria, sia personale che collettiva. La mappa e quindi un processo dalle chiare valenze politiche: ci si puo perianto chiedere che valore abbia per una scrittrice italiana di seconda generazione, (1) quale Igiaba Scego, il tracciare una mappa che intersechi l'Italia e la Somalia, Roma e Mogadiscio, l'ex impero e la ex colonia in modo inestricabile; una mappa che segni la pluriappartenenza e che si possa estendere al corpo stesso, al bios del soggetto che la traccia. Come si puo evincere dal titolo di questo saggio, quello che cercheremo di esaminare in queste pagine e l'intreccio complesso fra spazio, memoria, identita, scrittura ed emozioni espresso all'interno di una mappa che il testo non visualizza mai ma incarna nella sua stessa struttura. Stiamo parlando del libro della scrittrice italo-somala di seconda generazione Igiaba Scego La mia casa e dove sono (2010). (2)

In un suo saggio intitolato Viaggio in Italia. Vedute da casa (2000), la teorica di cinema Giuliana Bruno analizza il rapporto tra scrittura e cartografia, rintracciandone la radice comune nell'etimologia che allude sempre e comunque a una pratica di scrittura orientata in direzione dello spazio: scrivere, disegnare, rappresentare luoghi, ovvero tracciare mappe. Dice Bruno:

Scrivere, come cartografare, e una forma di "trasporto". Scrivere per me e sempre stata una forma di cartografia, e questo "mappare", come la cartografia stessa, ha a che fare con la sua origine etimologica: grapho. Grapho e scrivere, disegnare, rappresentare. La geografia, la topografia e la cinematografia sono tutte arti "grafiche" dello spazio. ... Sono forme di ecriture ossessionate dai luoghi, da un luogo. Il loro terreno comune e tracciare una mappa, disegnando graffiti in una stanza (tutta per se). (Bruno, 2000: 30)

Sempre a proposito del gesto cartografico, Walter Benjamin in "A Berlin Chronicle" sottolinea la necessita di tracciare una mappa del suo vissuto a Berlino, la sua citta, sovrapponendo alla geografia ufficiale della citta tedesca i luoghi, le ossessioni, le passioni, le emozioni, i ricordi inscritti in quell'orizzonte urbano dalle sue traiettorie personali. Si tratta di incidere la vita, la sua dimensione percettiva ed emotiva, nella sua unicita e identita individuale, in uno spazio storico-politico collettivo.

I have long, indeed for years, played with the idea of setting out the sphere of life --bios--graphically on a map.... I have evolved a system of signs, and on the grey background on such maps they would make a colorful show if I clearly marked in the houses of my friends and girlfriends, the assembly hall of various collectives, from the 'debating chambers' of the Youth Movement to the gathering places of the Communist Youth, the hotel and brothel rooms that I knew for one night, the decisive benches in the Tiergarten, the ways to different schools and the graves that I saw filled, the sites of prestigious cafes whose long-forgotten names daily cross our lips, the tennis courts where empty apartment blocks stand today ... 'Lived Berlin.' (Benjamin, 1979: 295)

E sempre Giuliana Bruno nel suo Atlas of Emotion (2002) a commentare questo passaggio benjaminiano, sottolineando come Walter Benjamin intenda tracciare una mappa di affetti in movimento, dove la Storia della citta venga registrata come semplicemente "una storia"--una microstoria personale--che si snodi in termini narrativi e geografici, in una dimensione piu spaziale che temporale. "History, and one's microhistory, 'take place' in places" (Bruno, 2002: 259). Bios, la vita, trova modo di segnare lo spazio che abita, creando i suoi monumenti personali e depositando la rete di un vissuto sullo spazio astratto della mappa. La memoria ritrova i suoi percorsi e le tracce lasciate nei luoghi, la dimensione del tempo si colloca in una serie di spazi vissuti, i luoghi di affetti e passioni indicad come segni caratteristici di uno spazio urbano che e al contempo una realta collettiva e unica, uno spazio percorso dalla Storia e segnato dalle traiettorie della microsfera individuale.

Parlare di La mia casa e dove sono significa attraversare una scrittura che e una mappa, affrontando un viaggio dell'identita attraverso due radiei, due culture, e una molteplicita di lingue: la realta dell'essere italiana (Igiaba e nata a Roma nel 1974) e la realta della propria appartenenza somala (Igiaba e figlia di genitori fuoriusciti dalla Somalia all'indomani del colpo di stato di Siad Barre nel 1969). Vuol dire soprattutto confrontarsi con una Carte de Tendre postcoloniale, (3) una doppia mappa che abbraccia in un unico gesto la citta della memoria e dell 'epos familiare (Mogadiscio) e la citta del vissuto autobiografico (Roma), la ex colonia e la metropoli. lo spirito nomadico e orale della Somalia e le architetture stratificate delia Citta Eterna.

Ha detto Igiaba Scego a proposito della Somalia nell'introduzione al suo libro autobiografico La nomade che amava Alfred Hitchcock (2003):

La Somalia e stata una meteora nella mia vita. Essendo nata in Italia all'inizio non riuscivo proprio a capire che cosa fosse questa Somalia e francamente ne avevo molta paura. Avevo sviluppato una fantasia personale sul mio paese d'origine: credevo fosse un paese rosso, una sorta di Marte terrestre. Fu grande la mia delusione quando, all'eta di otto anni, mi accorsi che la Somalia non era rossa come Marte, ma aveva gli stessi colori dell'Italia. La delusione iniziale duro un attimo. Infatti scoprii che la Somalia era un paese meraviglioso dove l'uomo poteva vivere felice in simbiosi con la natura. Adoravo (e adoro) la mia bella Roma, ma Mogadiscio mi ha dato l'opportunita di recuperare le mie radici e di ampliare il mio orizzonte culturale. (Scego, 2003: 9)

Fin dagli esordi narrativi, la doppia polarita di Igiaba, tra Roma e Mogadiscio, e stata al centro delia sua avventura letteraria. Nell'intervista pubblicata da Daniele Comberiati nel volume La quarta sponda (2009), Igiaba introduce il racconto "II disegno" che costituira il nucleo essenziale di La mia casa e dove sono.

In questo momento sto lavorando moho su questa idea di mappa delia citta: io la ricordo come una citta bellissima, ma penso che la memoria a volte porti a ricordare solo le cose piu belle, soprattutto per citta come Mogadiscio, che oggi non esistono piu. Mogadiscio e una citta che e morta e quando una citta muore non ci sono piu i monumenti, le strade che si ricordavano prima. Ora si chiama Mogadiscio ma e qualcosa di completamente diverso: io non voglio piu tornarei, preferisco ricordarla com'era prima. (Comberiati, 2009: 80)

La storia dei disegno delia mappa di Mogadiscio nel testo--cosi centrale nelFimmaginario di Igiaba Scego, ma evocato soltanto attraverso la scrittura e mai riprodotto graficamente--comincia alFinsegna delia nomadicita: come Fesordio dei libro stesso, si ricollega al patrimonio orale della cultura nomadica materna, una Somalia che ora Scego decide di raccontare a un'Italia quasi del tutto ignara della cultura della sua ex colonia, in un polilinguismo che giustappone la lingua della madre alla madrelingua.

Sheeko sheeko sheeko xariir ...

Storia storia o storia di seta ...

Cosi cominciano tutte le fiabe somale. Tutte quelle che mia madre mi raccontava da piccola. Fiabe splatter per lo piu. Fiabe tarantinate di un mondo nomade che non badava a merletti e crinoline. Fiabe piu dure di una cassapanca di cedro. Iene con la bava appiccicosa, bambini sventrati e ricomposti, astuzie di sopravvivenza. Nelle fiabe di mamma non esistevano principesse, palazzi, balli e scarpine. Le sue storie riflettevano il mondo in cui era nata lei, la boscaglia della Somalia orientale dove uomini e donne si spostavano di continuo in cerca di pozzi di acqua. "La casa ce la portavamo sulle spalle" mi diceva sempre. E se non era proprio sulle spalle, poco ci mancava. Il miglior amico dell'uomo, il nobile dromedario, spesso la portava al posto loro. (Scego, 2010: 9)

Le fiabe di Igiaba sono quelle della Somalia nomade, in una geografia mobile dettata della necessita, dove l'altrove e la casa, lo spostamento e la domesticita si sovrappongono costantemente, Tuno diviene Faltra e viceversa, in un continuo slittare. La mamma di Igiaba assume qui per la figlia il ruolo di cantora, e cosi fa la figlia, tramandando in italiano il patrimonio di cultura orale della Somalia orientale, storie di sopravvivenza che non hanno nulla a che vedere con i personaggi aristocratici delle fiabe nordiche, cosi popolari nelFimmaginario italiano e disneyano della contemporaneita. Fiabe splatter, sostiene la Scego, traducendo l'originale somalo in una cifra interpretativa occidentale e postmoderna. E un gesto tipico della scrittrice, che riflette la duplice mappatura delFidentita e Fappartenenza rizomatica a piu realta, a piu matrici linguistiche, culturali e temporali.

Le favole somale non sono le favole che gli italiani si raccontano sulla Somalia, volte a significare un rapporto segnato dall'oblio e dalla volonta di negare Fevidenza dei fatti, favole di colonizzatori cosiddetti "diversi", favole mistificatorie, di italiani "brava gente". Igiaba ha deciso di raccontare storie diverse: le storie della Somalia arcaica e nomade, della colonizzazione raccontata dai somali, della Somalia negli anni dell'Amministrazione Fiduciaria Italiana (1950-1960), della Somalia indipendente, poi sotto il regime di Siad Barre, e per finire della Somalia di oggi, in preda alia guerra civile. Un patrimonio di oralita e di testimonianze raccolte nella diaspora somala dalla scrittrice italo-somala col chiaro intento di raccontarle alie nuove generazioni nate nella diaspora ma anche a un pubblico italiano, ai discendenti dell'impero, raccontando il proprio passato ma anche il loro.

Il rapporto tra Igiaba e la scrittura si configura secondo dinamiche proprie a chi proviene da una cultura dell'oralita, cosi esplicitamente citata da Igiaba in questo esordio. Ha detto Ali Muhin Ahad, un intellettuale somalo della diaspora:

Appartenere a una cultura che ha sempre affidato all'oralita le sue piu alte espressioni letterarie ha il pregio di farti apprezzare--almeno per la curiosita e per il fascino--la scrittura e la parola scritta. (Gnisci, 2002: 127)

Scrivere, per noi, e tutt'altro che un'azione puramente individuale, non puo essere un mero esercizio per l'immaginazione. Attraverso di noi trova una sua totale espressione il collettivo nazionale ed etnico della cultura tribale nella quale ancora la nostra societa e avviluppata. Siamo dentro il suo passato cosi come nel suo indicibile presente. Non scriviamo per nostra personale soddisfazione, ma per una ricerca dell'essere profondo della nostra collettivita di appartenenza, per un senso di giustizia nei riguardi di una realta mistificata, e per una societa migliore. Siamo esploratori della coscienza collettiva e di un passato storico di cui non sono rimaste tracce evidenti, ma soltanto vaghi accenni e frammenti di un vissuto arcaico. (Gnisci, 2002: 131)

Cosi anche Igiaba Scego scrive per affidare a un testo un epos collettivo e un passato storico, coloniale e postcoloniale, che l'Italia tende a rimuovere e che la Somalia rivendica con forza attraverso la voce dei suoi scrittori e delle sue scrittrici. Analogamente Kossi Komla-Ebri ha sostenuto, a proposito del rapporto tra cultura africana e oralita, come l'Africa si fondi su una tradizione orale, e ha introdotto il concetto di "oralitura" per fare riferimento a una letteratura scritta che tuttavia mantenga l'impronta dell'oralita:

Ancora oggi, l'oralita e alla base del nostro modo di vita, e il linguaggio che usiamo per comunicare per scritto e fondato sull'orale.... Fambivalenza del rapporto con Foralita e quello di oscillare perennemente fra collettivo e individuale. Nel senso che Foralita implica il pubblico, il collettivo, il gruppo, la comunita, mentre la scrittura riguarda l'individuo.... La cultura africana avvolge tutti, generando una percezione d'identita di gruppo nel confronto di un'identita individuale. La cultura orale inoltre e olistica nella misura che coinvolge l'uomo in tutte le sue dimensioni, anche quella corporea. (Kossi Komla-Ebri, s.d.)

In questo modo opera anche il libro di Scego, che registra nella sua scrittura storie e miti nomadi e familiari, e mappe di quelle storie e di quei miti, e che ha inizio come una fiaba: non con il "c'era una volta" occidentale, ma con l'apostrofe somala alia fiaba stessa, "Sheeko sheeko sheeko xarir ...", "storia, storia, oh storia di seta ...":

Waxaa la yiri, waxaa isla socday loba nin, wiilyar iyo naag dhallinyaro ah, kooxdii waxay bilaaben in ay sawiraan khariidada magaaladooda.

Dicono che si trovavano insieme due uomini, un bambino e una donna giovane. Il gruppo comincio a disegnare la propria citta. (Scego, 2010: 13)

Come in una fiaba della diaspora, Igiaba, suo fratello Abdul, tassista in Inghilterra, suo figlio Mohammed Deq e il cugino O, transfuga in Inghilterra dalla Finlandia xenofoba, sono raccolti in Barrack Street a Manchester davanti a un tavolo dopo un pranzo delizioso a base di pollo. Il cibo suscita "un sentimento difficile da spiegare", quello che con una parola brasiliana Igiaba definisce la saudade, parola intraducibile ma che illustra "una sorta di malinconia che si prova quando si e stati moho felici, ma nell'allegria si insinua un sottile sapore di amaro.... [La] saudade di esiliati dalla propria madre terra" (p. 13), il sentimento dolceamaro della diaspora.

Eravamo riuniti intorno a un tavolo di legno. Davanti a noi una tazza fumante di te speziato. Intorno a noi i fili dei nostri viaggi e delle nostre nuove appartenenze. Facevamo parte della stessa famiglia, ma nessuno aveva avuto un percorso comune alfaltro. In tasca ognuno di noi aveva una diversa cittadinanza occidentale. Nel cuore invece avevamo il dolore della stessa perdita. Piangevamo la Somalia persa per una guerra che stentavamo a capire. Una guerra cominciata nel 1991 e di cui nessuno intravvedeva la fine. (Scego, 2010: 13-14)

La creazione della mappa si realizza in un contesto di clan. La nostalgia del luogo d'origine (Mogadiscio) da parte dei membri del clan familiare congregati in un altrove (Manchester) deterritorializzato porta la ritualita dei gesti delia quotidianita somala, (il mangiare il pollo, il bere te speziato), la memoria percettiva e sensoriale e l'affabulazione collettiva tra generazioni diverse a ricreare a distanza una territo-rializzazione, un'esperienza di Somalia, un frammento di "casa", e il lutto per la consapevolezza di quella distanza stessa, resa dalla guerra civile una misura incolmabile di esilio. La "casa" di Manchester e la sua "piccola patria diasporica", ricreata intorno a un pasto tradizionale, dischiudono la memoria collettiva alia terra madre, problematizzando il concetto di domesticita. Cosa vuol dire sentirsi a casa per un soggetto diasporico? Dov'e "casa"? Avtar Brah commenta cosi la tensione che si genera fra la pulsione nostalgica del desiderio di ritorno "a casa" e la nuova realta dell'insediamento diasporico, frammentario e contingente ma vissuto sulla pelle dei soggetti migranti e dei loro figli, ancor piu sospesi fra una realta mitica dell'origine e una dimensione pratica della nuova patria o, per meglio dire, con termine di Igiaba Scego, matria:

Where is home? On the one hand, 'home' is a mythic place of desire in the diasporic imagination. In this sense it is a place of no return, even if it is possible to visit the geographical territory that is seen as the place of'origin.' On the other hand, home is also the lived experience of a locality.... In other words, the varying experience of the pains and pleasures, the terrors and contentments, or the highs and the humdrum of everyday lived culture.... (Brah, 1996: 192)

The concept of diaspora places the discourse of 'home' and 'dispersion' in creative tension, inscribing a homing desire while simultaneously critiquing discourses of fixed origins. (Brah, 1996: 192-193)

La mappa affonda quindi nelle ragioni del cuore della diaspora somala: prodotta da un epos orale, la mappa e la risposta a una domanda di Igiaba, che chiede il nome del cimitero dove e sepolta la nonna, alla ricerca della memoria della matrice di tutte queste direttrici diasporiche disperse per il mondo. Ne segue un'accesa discussione, e la necessita di dare un nome e un luogo ai ricordi, localizzandoli dalla virtualita della memoria collettiva alla dimensione concreta di un foglio.

Intorno al nome e alla linea che indica Maka al Mukarama--"I'arteria pulsante di Mogadiscio, la sua colonna vertebrale" (Scego, 2010: 21), dove, come in uno specchio, la citta appare come un organismo, un corpo pulsante coi suoi flussi e le sue strutture--e la vita stessa delia citta che si materializza in una serie toponomastica, una lista di luoghi che prendono il loro posto sulla carta, fantasmi vitali, animati dai ricordi dei fuoriusciti, di contro all'altro fantasma, presente negli occhi di tutti, quello delia morte della citta. Scego descrive Mogadiscio e recupera attraverso la memoria del clan una piu piena immagine di essa, in un'operazione mnemonica analoga a quella di un'altra voce della diaspora somala, Kaha Mohamed Aden, che da vita a una sua visione orizzontale di Mogadiscio, ispirata alie geometrie dei tessuti prodotti dalla cultura artigianale dei Benadir nella citta (Ahad, 2012: 28), intitolata La quarta via, racconto orale tradotto in video da Kaha Mohamed Aden e Simone Brioni per Kimerafilm nel 2012.

Per Scego si tratta di commemorare Mogadiscio: riscrivere le tracce della citta della memoria e del sogno, lasciandosi dietro la immagine decomposta e stravolta dalla guerra che ognuno si porta dentro. Igiaba rivive il passato localizzandolo su una mappa, ritrova i punti chiave dell'esperienza e del vissuto del suo gruppo familiare, rintraccia la storia coloniale della citta (le scuole, i nomi delle strade, gli ospedali, i cinema, i ristoranti). "L'Italia stava dappertutto nei nomi delle vie, nei volti dei meticci rifiutati. E l'Italia non ne sapeva niente, non sapeva delle nostre vie con i suoi nomi, dei nostri meticci con il suo sangue" (Scego, 2010: 27). Mogadiscio e quello che Aleida Assmann classificherebbe come un luogo di commemorazione, "marked by rupture and discontinuity, signaling an abyss between past and present" (Assmann, 2011: 292):

A place of commemoration is what remains when a tradition has ended and an event has lost its context. In order that such a place may survive and maintain its relevance, it requires a story to support it that can replace the lost milieu. The shattered fragments of a lost or destroyed way of life are used to authenticate stories that in turn become reference points for a new cultural memory. The places require explanation, and their relevance and meaning can only be maintained through stories that are continuously transmitted. (Assmann, 2011: 292)

La connessione fra i luoghi della commemorazione e l'affabulazione di storie di quei luoghi crea un nesso indissolubile per la memoria culturale del clan Scego: Mogadiscio diventa la citta fantasma che abita le citta della diaspora di ognuno dei membri del clan e costituisce il fondo magico dei loro racconti.

La Mogadiscio degli Scego e un luogo auratico dove

the unbridgeable gap between present and past can be experienced. The place of memory is indeed a 'strange tissue of space and time,' weaving sensual presence and historical absence together.... the place of memory as a 'here without now' can only be half authentic. Indeed if one tries to join these two halves together, the place of memory will stubbornly keep them apart as a 'here and then'. Thus the aura of such places lies in their alienation. (Assmann, 2011: 322-323).

Va detto che per Igiaba il luogo auratico e infatti disperso in un "qui" che consiste in un "assemblaggio" di corpi, emozioni, odori e sapori somali deterritorializzati e un "allora" della memoria, dei luoghi, delle esperienze vissute che non torneranno piu ma che appaiono riterritorializzati nella mappa e nel ricordo.

Di conseguenza, nella personale ricerca di identita di Igiaba la mappa emotiva e memoriale di Mogadiscio e fondamentale e fondante ma appare non sufficiente. A quale citta appartiene? E chi e Igiaba? La scrittrice sente di essere giunta a uno snodo basilare nella sua ricerca. Si interroga per quel disagio, preludio di una scelta, di una messa in atto.

Perche mi succedeva questo? Sono cosa? Sono chi? Sono nera e italiana. Ma sono anche somala e nera. Allora sono afroitaliana? Italoafricana? Seconda generazione? Incerta generazione? Meel kale? Un fastidio? Negra saracena? Sporca negra? ... Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un'equilibrista, una che e sempre in bilico e non lo e mai. Alla fine sono solo la mia storia. Sono io e i miei piedi. Si, i miei piedi ... (Scego, 2010: 31)

L'identita di Igiaba, segnata dalla esperienza diasporica, e contrassegnata da quella che Robert Young ha identificato come ibridita, la convivenza in tensione di due realta contrapposte:

Hybridity is a making one of two distinct things, so that it becomes impossible for the eye to detect the hybridity of a geranium or a rose. Nevertheless, the rose exists, like the vine, only in so far as it is grafted onto the different stock.... Hybridity thus makes difference into sameness, and sameness into difference, but in a way that makes the same no longer the same, the different no longer simply different. In that sense, it operates according to the form of logic that Derrida isolates in the term 'brisure', a breaking and a joining at the same time, in the same place: difference and sameness in an apparently impossible simultaneity. Hybridity thus consists of a bizarre binate operation, in which each impulse is qualified against the other, forcing momentary forms of dislocation and displacement into complex economies of agonistic reticulation. (Young, 1995: 24-25)

L'ibridita e connaturata a una rete di aspetti che entrano in un rapporto di reciprocita all'insegna dell'ambivalenza e del rispecchiamento. Cio che appare complementare entra in tensione, cio che sembra antagonistico si dialogizza: ne e un esempio il rapporto con la lingua. Igiaba abita la lingua italiana come luogo delia sua appartenenza, ma anche come tensione irrevocabile a partire dalla sua differenza: la scrittura, perianto, nella sua modalita di abitudine letteraria occidentale, si confronta con la fabulazione orale somala, e la costruzione del se si realizza su questa soglia, su questa articolazione, su quella che piu che essere una faglia tettonica dell'identita appare come una linea di passaggio che e anche una linea di trincea, una cicatrice e una cucitura.

L'ibridita e un segno cruciale nell'identita degli appartenenti alla seconda generazione: l'autonarrazione, l'affabulazione della storia del se e del proprio clan familiare rappresenta sicuramente una delle tecniche di autofondazione per questi autori, ancorata, da una parte, alla lingua italiana con neoformazioni linguistiche ibride o intarsi di citazioni somale, dall'altra, al proprio corpo come soglia di due appartenenze, e a una mappa che deterritorializza e riterritorializza alio stesso tempo.

In un secondo momento, Igiaba, tomata a Roma, ritrova la mappa di Mogadiscio disegnata col fratello e il cugino e si appresta a completarla con il suo vissuto. Igiaba realizza che la mappa che ha davanti e la mappa delle sue radiei, ma che quello che manca a quella mappa, affinche sia completamente sua, e l'altra parte di se: la sua vita in Italia, le sue esperienze fondamentali di crescita, il suo percorso di vita a Roma. Quest'altra mappa viene pero tracciata su post-it incollati sulla matrice somala: "qualcosa di provvisorio e scomponibile". Si succedono nomi di quartieri, piazze, monumenti. Ha detto Nadia Setti a proposito dei post-it:

Lo stratagemma e veramente ingegnoso perche permette di contrassegnare il ri-posizionamento molteplice dell'io rispetto a luoghi separati-congiunti, il post-it (con quanto contiene di riferimento all'invio postale) e una metafora di una particolare combinazione di radiei in varie memorie, citta, paesi, spostabile ma tuttavia radicato, incollato, sradicabile, da mettere-togliere. (Setti, 2011-2012: 222)

La mappa di Igiaba ha la natura del rizoma in Deleuze e Guattari, che vedono specificamente nella mappa uno strumento duttile, aperto, flessibile, pronto a essere piegato, installato, rielaborato, solcato da entrate ed uscite, particolarmente adatto a catturare ed esprimere il divenire rizomatico:

The map is open and connectable in all of its dimensions; it is detachable, reversible, susceptible to constant modification. It can be torn, reversed, adapted to any kind of mounting, reworked by an individual, group or social formation. It can be drawn on a wall, conceived of as a work of art, constructed as a political action or as a meditation. ... A map has multiple entryways..... (Deleuze e Guattari, 1987; 12)

Dicono ancora Deleuze e Guattari a proposito del rizoma e della sua natura di interconnessione, di figura del divenire:

A rhizome has no beginning or end; it is always in the middle, between things, interbeing, intermezzo. The tree is filiation, but the rhizome is alliance, uniquely alliance. The tree imposes the verb "to be," but the fabric of the rhizome is the conjunction, "and ... and ... and ..." ... Between things does not designate a localizable relation going from one thing to the other and back again, but a perpendicular direction, a transversal movement that sweeps one and the other away.... (Deleuze e Guattari, 1987: 25)

L'identita di Igiaba e un rizoma, e cosi la sua mappa, che si snoda per cortocircuiti, per movimenti trasversali. Secondo Christian Jacob, la prima domanda che si rivolge a una mappa e: "Dove sono io?": "It is essential to define this fundamental landmark, this anchor and origin, this guarantee of the individual's identity, a central reference in respect to which all surrounding space is organized" (Jacob, 2006: 338). Per Igiaba, come per Deleuze e Guattari, "Where are you going? Where are you coming from? What are you heading for? These are totally useless questions" (Deleuze e Guattari, 1987: 25). La direzione non e lineare e il libro si caratterizza per il sovrapporsi di linee e di nomi, di quartieri di Roma e di ricordi somali, ricordi che, come i membri della famiglia di Igiaba, appartengono alla memoria familiare e collettiva del suo paese, giustapposti a luoghi deputati (ma insoliti e inusitati) della Citta Eterna. L'origine e la destinazione si mescolano in una realta costantemente in divenire che e il corpo e la scrittura di Igiaba. Illuminati dallo sguardo e dalla voce affabulante della scrittrice, architetture, monumenti, locali, quartieri diventano proiezioni verso un altrove.

Ha detto Jennifer Burns a proposito di questo radicale processo di rimappatura a opera del soggetto migrante--in questo caso radicato e mobile per doppia matrice culturale:

It is as if the topographical map of Italian cities is lifted from the ground which it accurately represents and is somewhat dislodged and shaken.... As such, the map becomes applicable or at least connectable to other spaces, at first geographical but potentially emotional or cognitive. The experience and the understanding of the Italian city is thus radically re-arranged by the migrant observational attention, making it possible to inhabit in the imaginary other spaces not conventionally visible nor even conceivable in the centre of Rome.... (Burns, 2013: 138)

La citta di Roma diviene un palinsesto postcoloniale, occupato dai ricordi di Igiaba: lo spazio si articola in luoghi che non sono solo siti storici o geografici, ma sono abitati da memorie ed evocazioni di un altrove personale che ha doppie radici, nell'attualita italiana e nel passato somalo di Igiaba, intrecciati nel suo corpo, catalizzati dal suo procedere, metaforico e reale, passo dopo passo, nella citta.

Cosi Igiaba attiva il patrimonio dei suoi ricordi individuali e familiari, per poi trasmutarsi dalla memoria collettiva del clan a quella ancora piu vasta della cultura nomadica e orale delia sua nazione, alla storia di chi quella nazione l'ha liberata dal fascismo, pur essendone inevitabilmente contaminato, e l'ha poi vista finire sotto una dittatura e nell'arcipelago di conflitti tra clan della guerra civile.

Cosi il Teatro Sistina diventa perianto il ricordo di un concerto di Nat King Cole, dove il padre di Igiaba viene invitato in prima fila da Nat in nome della "solidarieta nera", e Igiaba ci racconta la storia di suo padre, diplomatico e politico di primo piano della Somalia prima di Siad Barre, costretto all'esilio dalfavvento della dittatura. Cosi Piazza Santa Maria della Minerva con l'elefantino del Bernini diventa per Igiaba l'elemento transfuga del paesaggio romano per raccontare la storia di sua madre, che da nomade ha dovuto ritracciare la sua mappa: la storia dei suoi parti, le mille storie dell'oralita nomade, forrare della infibulazione (con caparbieta risparmiata alia figlia). Cosi la Stele di Axum--una stele sepolcrale di duemila anni fa, ci dice Igiaba, raccontandone la leggenda--diventa il furto architettonico che rivela il vero volto del colonialismo italiano. Infisso in Piazza di Porta Capena da Mussolini nel 1937, restituito ai popoli del Tigray soltanto nel 2002, il monumento racconta agli italiani e ai popoli africani il tempo interminabile che c'e voluto per lasciarlo andare, emblema del rapporto complesso e perturbante delfltalia con le sue colonie. Nella mappa personale di Igiaba la piazza si ricollega a due uomini: il nonno di Igiaba, Ornar Scego, interprete del famigerato generale Graziani, e successivamente promotore delf indipendenza e ministro del primo governo somalo, e lo zio di Igiaba, Osman Ornar Scego, vittima di un omicidio politico nel periodo immediatamente precedente all'avvento di Siad Barre al potere. Due uomini di potere, due uomini che hanno combattuto per la liberazione della Somalia. Due uomini che incarnano l'ennesima "brisure": il dentro e il fuori, l'essere con e fessere contro. Due ferite nella memoria di Igiaba:

A volte la parabola della carriera umana e politica di mio nonno mi lasciano senza flato. Era con il fascismo e contro il fascismo. Era dentro ed era fuori. Era vittima ed era carnefice.... Anche nonno e stato una ferita aperta dove il terzo mondo si scontra con il primo e sanguina. Quella ferita me la porto sul costato. (Scego, 2010: 84)

La mappa di Igiaba continua il suo trasmutare luoghi che sono anche parti del corpo di Igiaba. Cosi la Stazione Termini, il luogo--o non-luogo, secondo la definizione di Marc Auge--di incontro delle comunita di immigrati--somali e non--a Roma, il porto d'arrivo dove spesso le vite si arenano nella disperazione ... Almeno, questa era la Stazione Termini nei primi anni di Igiaba:

Ci misi un po' per capirla questa zona, per non odiaria piu.... Per anni mi sono sentita minacciata dal carico di dolore e speranza che Termini si portava addosso. Volevo essere altro da lei.... Non sapevo ancora che una vita serena non poteva prescindere da lei. Perche li c'era il principio. Li era seppellito il mio cordone ombelicale. Allora forse la mia casa era la Stazione Termini. Il principio che non dovevo dimenticare. (Scego, 2010: 103)

La mappa di Igiaba non comprende soltanto la Somalia e l'Italia, Mogadiscio e Roma, ma intercetta il bios nella sua specificita incarnata: nel corpo di Igiaba. Se il nonno e una ferita aperta sul costato di Igiaba dalla storia coloniale della Somalia e Termini e il luogo dove si colloca il cordone ombelicale della scrittrice, il nutrimento del feto diasporico, la pancia e il luogo da cui nasce la affabulazione somala di storie:

Mia madre di lampi ne ha vissuti tanti.... Quel lampo che vedo in mamma e nell'elefantino del Bernini sono le storie che nuotano dentro le loro pance. Dopotutto se vi avvicinate a una somala o a un somalo otterrete questo: storie. Storie per il giorno e storie per la notte. Per la veglia, per il sonno ... per i sogni. La prima storia riguarda sempre una nascita. (Scego, 2010: 56)

Cosi la scrittura autobiografica si distende come epica di un clan: le storie del padre, del nonno, dello zio, ma soprattutto le storie--e le mappe--della madre di Igiaba. Kadija e letteralmente un "soggetto nomade" secondo la terminologia di Braidotti (1995) ribadita da Carroli e Gerrand (2011), e le sue storie sono frutto di un movimento che e tutto un "rimappare":

Per la terza volta mamma ha dovuto rimappare la sua vita. Si, rimappare. Non costruire, non rinnovare, ma rimappare. Tracciare una nuova personale geografia. Doveva tracciare nuove linee, nuovi margini, altre parabole. Lo spazio intorno stava cambiando ancora una volta. Per la terza volta. La prima volta, la prima rimappatura, era avvenuta da bambina. Mamma era (e in un certo senso e ancora, perche se lo sei stato una volta, lo sei per sempre), nomade. (Scego, 2010: 58-59)

Scego accetta di tracciare una mappa e una genealogia femminile: il vero soggetto diasporico e la madre Kadija, che legge ma non scrive, figura matriarcale che transita da un nomadismo tribale a un nomadismo esistenziale (Carroli e Gerrand, 2011: 96), e che trasmette alla figlia la cultura orale e nomade delle sue origini. "Noi ci muovevamo a seconda del vento o delle necessita" (Scego, 2010: 12).

Il fondo nomadico si traduce talora in una basilare diificolta di adattamento all'inurbamento anche nella realta diasporica. Dice Ali Mumin Ahad a proposito dei romanzi dello scrittore somalo Nuraddin Farah (citato in epigrafe al libro) che trattano della societa somala nella sua componente pastorale e nomadica inurbata:

La difficolta d'adattamento alla vita metropolitana sedentaria e il retaggio culturale della societa pastorale, nomade, in perenne spostamento e migrazione da una sede all'altra, da una citta all'altra. Senza la capacita di mettere radiei in nessun luogo. Il rifiuto della vita sedentaria. Liberi come gli uccelli. In branchi o stormi. In collettivi che si formano e si sformano sulla base dell'appartenenza, incapaci di vivere in solitudine, di stare con se stessi. (Ahad, 2002: 124)

La madre, che si portava "la casa sulle spalle", senza "una casa o delle radiei", e una delle protagoniste di un racconto di Scego del 2005, in cui invece che parlare di mappe si parla di un altro oggetto diasporico: le valigie. In quel racconto Scego narrava il dramma della diaspora e al contempo il dramma degli italo-somali di seconda generazione, alie prese con il bisogno di "casa", di approdo, di una meta di appartenenza. Per Comberiati, Dismatria indica le modalita di un espatrio e di un esilio tutto al femminile (Comberiati, 2007: 7).

Diceva Scego in quel testo:

Eravamo in continua attesa di un ritorno alla madrepatria che probabilmente non ci sarebbe mai stato. Il nostro incubo si chiamava dismatria.... Eravamo dei dismatriati, qualcuno--forse per sempre--aveva tagliato il cordone ombelicale che ci legava alia nostra matria, alla Somalia. E chi e orfano di solito che fa? Sogna. E cosi facevamo noi. Vivevamo di quel sogno, di quell'attesa, un po' come gli ebrei vivono nell'attesa del Messia.... Nel cuore pero portavamo il tormento degli esuli.... La Somalia, quella sognata, quella vagheggiata, quella desiderata, sopravviveva solo nei nostri sogni ad occhi aperti, nelle chiacchiere notturne delle donne, nelfodore del cibo delle feste, nei profumi esotici dei nostri capelli.... Certo potevamo andare a vedere la Somalia di oggi, quell'ammasso informe di warlords, corruzione, fame.... Ma non sarebbe stata la stessa cosa.... La nostra Somalia ormai era morta, defunta, finita. Ma noi, come chi vuole negare l'evidenza, facevamo finta che lei, quella donna capricciosa che ci tormen tava, si fosse assentata solo per un attimo.... Ecco perche avevamo tante valigie, ecco perche non compravamo armadi, ecco perche la parola casa era tabu. La sicurezza, la stabilita, diventare sedentari, diventare italiani ... tutto avrebbe infranto il nostro bel sogno.

lo pero mi ero stufata! Mi ero rotta! Mi ero stancata! Volevo un armadio, anche piccolo. Una casa, anche piccola. Una vita, anche breve. (Scego, 2005: 11-12)

Diversamente che in Dismatria, la Scego de La mia casa e dove sono non e piu in conflitto con l'eredita diasporica materna--il conflitto intergenerazionale con la madre di Dismatria e le sue valigie, peraltro significativamente piene di souvenir e fotografie di Roma--, ma ne ricrea e ne abbraccia la genalogia nomade e femminile, ritrovando il percorso matrilineare e concentrando la propria identita in un nuovo correlativo oggettivo che non e piu valigia, ma mappa, ed e mappa che abbraccia due civilta, due citta, due lingue in un solo corpo.

Come hanno sottolineato Piera Carroli e Vivian Gerrard (2011: 98), in Scego "subjectivity is produced by and located within the gendered body". Ovvero la mappa e una mappa inscritta nella carne femminile di Igiaba: Mogadiscio e Roma si incidono come ricordi incarnati sulla superficie del corpo della scrittrice, e la mappa emotiva ritrova la sua matrice corporea da un fuori a un dentro. L'oralitura, ha detto Kossi Komla-Ebri, e capace di dare espressione alla dimensione corporea, perche se la scrittura e dominata dalla mente, 'Toralita, il suono e dominio del corpo" (Kossi Komla-Ebri, s.d.). E se e vero che ogni somalo/somala e un cantore o una cantora, ovvero uno/una specialista nell'arte del narrare, e del narrare ad alta voce in pubblico, il ruolo di questi "modern griots" non e piu solo quello di conservare la memoria del clan e tramandare la conoscenza del gruppo, ma e anche di promuovere "pratiche di progettazione del futuro" (Corona, 2001: 224). "II testo nomade cosi concepito e trasgressivo" (Corona, 2001: 225). "Si tratta infatti di moduli di tradizioni orali specifiche che vengono fatti emigrare verso un consolidato sistema retorico, simbolico e stilistico come quello della narrativa occidentale moderna" (Corona, 2001: 227).

Nell'ultimo capitolo, "Essere italiano per me", Igiaba esprime il rapporto duro e difficile con il razzismo di bambini, genitori, compagni e professori, la scelta di un silenzio intimidito in risposta, l'intervento di mediazione culturale di una maestra aperta e intelligente, il trasformarsi di Igiaba in cantastorie di storie fantastiche, nomadi ed erranti. Descrive la vita quotidiana di una scrittrice italo-somala di seconda generazione, che rivendica il diritto e il dovere di raccontare la sua Somalia alla sua Italia. Ultima tappa della mappa: Tor Pignattara, quartiere di periferia di "una Roma che confina con Pechino e Dakka" (Scego, 2010: 156).

Ha detto Daniele Comberiati a proposito degli scrittori di seconda generazione:

... la seconde generation est celle qui d'ordinaire eprouve le plus de difficulte a trouver une identite, situee a mi-chemin de la culture du pays d'origine et celle du pays d'accueil, perpetuellement en quete d'une appartenance, notamment linguistique, qu'elle pourrait prendre comme point de reference. Le probleme de la seconde generation, la "double des-appartenance", est un theme courant et, d'un certain point de vue, omnipresent, de la literature postcoloniale. (Comberiati, 2007: 6)

Igiaba racconta "brandelli" della sua storia sui post-it delia sua mappa-libro. "Brandelli perche la memoria e come uno specchio frantumato". Racconta i primi venti anni delia sua vita, divisi fra il caos somalo della guerra civile ed il caos dellTtalia globalizzata. "Io sono il frutto di questi caos intrecciati. E la mia mappa e lo specchio di questi anni di cambiamenti. Non e una mappa coerente. E centro, ma anche periferia. E Roma, ma anche Mogadiscio. E Igiaba, ma siete anche voi" (Scego, 2010: 159-160).

Scego non puo che approdare a una realta post-diasporica, dove il concetto stesso di origine, di identita e di appartenenza vengono messi continuamente in discussione. "La mia casa e dove sono"; "Alla fine sono solo la mia storia. Sono io e i miei piedi ... Si, i miei piedi" (Scego, 2010: 31). Igiaba e come la madre bambina, come una nomade, come un soggetto nomade. La mappa e la storia, la storia il corpo stesso di Igiaba. Igiaba e il bios su cui si inscrivono come segni sul corpo o membra stesse le emozioni, le esperienze, il pathos della sua esistenza individuale e collettiva, e la cantora della sua comunita. Igiaba e dentro e fuori la diaspora, ancorata a un'origine provvisoria e definitiva al contempo: in un paese come l'Italia che le nega la sua memoria, Igiaba puo essere solamente la sua storia e la storia di tutte le storie di tutti i somali.

L'Italia e la Somalia occupano uno spazio "inbetween", come direbbe Homi Babha; sono cioe un'idea costruita nei testi e che si deve ricavare dai testi: la Somalia si costruisce lungo i fili della diaspora attraverso la rete telefonica, i filmati, i testi e le parole dei somali nel mondo. L'Italia viene costruita e immaginata in una forma nuova in quanto fino a ora mancano le immagini e i ruoli delfintegrazione e delfaccoglienza; rappresentazioni che invece le scrittrici cercano appunto di ricreare nei loro testi. La scrittura di queste due autrici italiane [Igiaba Scego e Cristina Ali Farah] aiuta i somali della diaspora a tener uniti i nodi che li avvolgono e gli/le italiani/italiane a costruire una rete mediante la quale poter finalmente vedere i somali e la Somalia. (Pandolfo, 2011)

Igiaba torna alie radici nell'abbracciare il suo essere "soggetto nomade": per lei, secondo quanto sostenuto da Rosi Braidotti, la memoria del passato non agisce come una barriera quanto invece permette di accedere a un presente diverso. La cultura originaria di Igiaba, trasformata in esperienza vitale, diviene la matrice di una "contromemoria", concetto espresso da Braidotti e Foucault, che racconta il personale e il politico, andando a mettere in discussione il vuoto, lo spazio ancora tutto da scrivere che caratterizza il dibattito postcoloniale in Italia. Igiaba e dentro e fuori la Somalia, dentro e fuori l'Italia: ne racconta la verita nascosta--dalla esperienza diasporica, al vissuto dell'immigrazione, alla fase postcoloniale, appunto, in cui viene attivata la rivolta dei saperi "sottomessi".

Ha detto Homi Babha in una celebre intervista:

The history of the West as a despotic power, a colonial power, has not been adequately written side by side with its claim to democracy and solidarity. The material legacy of this repressed history is inscribed in the return of post-colonial people to the metropolis. Their very presence there changes the politics of the metropolis, its cultural ideologies and its intellectual traditions, because they--as people who have been recipients of a colonial cultural experience--displace some of the great metropolitan narratives of progress and law and order, and question the authority and authenticity of those narratives.... [T]he history of colonialism is a counter-history to the normative, traditional history of the West. (Babha, 1990: 218)

Il viaggio di Igiaba per scoprire la propria geografia mette in discussione il concetto stesso di un'identita permanente: "Alla fine sono solo la mia storia. Sono io e i miei piedi". Il viaggio nella memoria si traduce in una soggettivita in fieri che contesta, nelle sue ferite e nel suo dare voce al silenzio dei soggetti sottomessi, i silenzi colpevoli di una cultura di destinazione che e anche ex colonia e che si comporta "come se nulla fosse stato". Igiaba ricorda e mappa questo passato coloniale in un presente italiano che altrimenti non si interroga. La sua mappa emotiva contesta l'amnesia politica collettiva dell'Italia alie sue radiei e coagula intorno a se l'universo di storie, di usanze, di riti, di lingue e di complessita in cui consiste la Somalia della diaspora. La sua e una memoria "contro" e una memoria "per": ricorda i crimini e le divisioni e i traumi del passato coloniale e ricuce all'interno del suo stesso corpo, del suo stesso polilinguismo, del suo essere scrittura e racconto orale, autobiografia e autoetnografia, la mappa di questa identita multipla e nuova che da spessore a un'italianita piu ricca, stratificata e aperta. Come ha notato Clarissa Cio, gli scrittori postcoloniali di seconda generazione producono un'analisi della cultura italiana "particularly insightful, because they access it from the vantage point of a diasporic sensitivity, one that is simultaneously Italian and International" (Clo, 2012: 275). In un mondo globalizzato, Roma, Pechino, Dakka e Mogadiscio fanno parte di un'unica mappa dove presenze nomadiche abitano, ormai con radiei digitali o telefoniche, piu luoghi, piu lingue e molteplici identita. "Essere italiani significa far parte di una frittura mista. Una frittura fatta di mescolanze e contaminazioni" (Scego, 2010: 158). La casa e nei piedi, l'identita (multipla) nelle molte lingue, il libro e la mappa e la sua storia, da un passato coloniale a un futuro postcoloniale dove la realta di identita ibride e di plurime appartenenze culturali rappresenta la nuova frontiera e la nuova sfida della cultura italiana (e planetaria) nel ventunesimo secolo. La voce di Igiaba Scego va a iscriversi in quello che Homi Bhabha ha identificato come il "Terzo Spazio di enunciazione", un posizionamento che permette di concepire una cultura veramente internazionale, fondata non sull'esotismo multiculturale o sulla diversita, ma sull'aspetto dell'ibridita (Bhabha, 1994: 38). Terzo spazio, testo ibrido e mappa rizomatica, La mia casa e dove sono rappresenta un elemento importante nella nuova configurazione di una letteratura italiana che va al di la delFassetto retoricamente, linguisticamente e concettualmente nazionale, per aprire la nostra tradizione letteraria a prospettive deterritorializzate o riterritorializzate in un altrove che e non piu Italia, ma mondo.

DOI: 10.1177/0014585814543246

Funding

This research received no specific grant from any funding agency in the public, commercial, or not-for-profit sectors.

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Stefania Benini

Harvard University, USA

Note

(1.) "'Second generation' is employed as a descriptor to indicate those children who had no choice but to follow their parents' decision to migrate. As such they might have been born in Italy or may have arrived at a very young age" (Clo, 2012: 277).

"The second generation in Italy now inhabit a range of cultural, social and political spaces and have become active speaking subjects" (Andall e Duncan, 2010: 190).

Per informazioni sulla rete attivista di seconde generazioni per la rivendicazione della cittadinanza e per un'esplorazione di queste dinamiche interculturali si puo accedere al sito: http://www.secondegenerazioni.it (ultimo accesso: 29 maggio 2014).

(2.) Igiaba Scego e nata in Italia nel 1974 da genitori somali, sfuggiti alla dittatura di Siad Barre. Giornalista, scrittrice e attivista, ha pubblicato nel 2003 La nomade che amava Alfred Hitchcock, seguito dal romanzo Rhoda nel 2004. Nel 2005 ha pubblicato i racconti Dismatria e Salsicce nella raccolta Pecore nere e, nel 2008, Identita, in Amori Bicolori. Nel 2007 ha curato, con Ingy Mubiay, la raccolta di scrittori della seconda generazione intitolata Quando nasci e una roulette. Nel 2008 ha dato alie stampe anche il romanzo Oltre Babilonia. Un sito intermente dedicato a passaggi di un'intervista a Igiaba Scego su La mia casa e dove sono e consultabile all'indirizzo: http://www.scrittoriperunanno.rai.it/scrittori. asp?currentld= 125. Si veda inoltre "My home is where I am: Re-Mapping My Afro-Italian Identity", un intervento di Igiaba Scego presentato alla Casa Zerilli-Marimo, New York University, il 13 setiembre 2013, accedendo all'indirizzo: http://www.youtube.com/ watch?v=_IhQN8pTW-o.

(3.) Come la Carte du Pays de Tendre di Madeleine de Scudery del 1654, una carta che mappa l'interiorita e le emozioni.

Autore corrispondente:

Stefania Benini, Harvard University, Department of Romance Languages and Literatures, Boylston Hall, 4th Floor, Cambridge, MA 02138, USA.

Email: oneifigenia@gmail.com
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Title Annotation:text in Italian
Author:Benini, Stefania
Publication:Forum Italicum
Date:Nov 1, 2014
Words:8434
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