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The Tongue and the Voice of God. Monadicity and Dyadicity in the Exegesis of Philo of Alexandria/Lingua e voce di Dio. Monadicita e diadicita nell' esegesi di Filone alessandrino.

I

Che Dio parli e detto fin dalle prime pagine della Bibbia ed e poi ripetuto innumerevoli volte nel corso del testo. Dio parla a Mose, al popolo, ai settanta traduttori della Bibbia in greco cui viene "dettata" la versione, ad Abramo, a Isacco, ai profeti, a se stesso (Phil. De confusione linguarum 168-169). In tutti i casi gli interlocutori colgono il senso della parola di Dio che si adegua agli ascoltatori. Ci si puo chiedere se si tratti di una lingua di volta in volta differente o, trattandosi di parola noetica, la comunicazione sia diretta e priva di distinzioni.

Dio parla monadi non mescolate, giacche la sua parola non e affatto una percussione dell'aria, ne e mescolata con qualcos'altro, bensi e incorporea e nuda, non diversa da una monade (Phil. Quod Deus sit immutabilis 83, trad. Mazzarelli [in Radice, 1994]). (1)

Ogni tipo di molteplicita ne e estranea: le parole divine sono pure, semplici, ben differenti da cio che e corporeo, legato alla mescolanza e alla commistione. Il passo di Deus che enuncia la monadicita e la purezza della lingua di Dio trae spunto dal Salmo 61.12 (LXX) "Una volta ha parlato il Signore, due volte ho sentito le sue parole" ([phrase omitted]). Il verso, oggetto di innumerevoli esegesi, e introdotto da Filone a chiarimento dell'elevatezza delle potenze divine che, non mescolate, non temperate, sussistono in relazione all'essere. La non mescolanza rinvia alla semplicita, all'assenza di composizione e scomposizione propria di Dio, "Colui che e migliore del Bene e anteriore alla Monade e piu semplice dell'Uno" ([phrase omitted], De Praemiis 40). Alla monadicita divina e contrapposta la diadicita dell'ascolto e della parola umana, legata ai sensi (Cf. De Abrahamo 29) (2) e alla corporeita della parola: il fiato emesso attraverso la trachea e mescolato all'aria e si volge verso l'orecchio che gli e congenere (Cf. De Migratione Abrahami 52). Risuonano in questo passo echi della dottrina stoica sull'udito: Il pneuma e esteso dall'egemonico alle orecchie (SVF 2.836), la sensazione uditiva e legata alla pressione subita dall'aria (SVF 2.872). (3) Tali nozioni confluiscono con idee della tradizione platonica sulla monade e la diade.

Il legame con il corporeo e la mescolanza comporta mancanza di chiarezza e di univocita, instabilita (4) cui e contrapposta la chiarezza della parola di Dio che sorpassa l'udito, e visibile:

E udibile la voce che si divide in nomi e verbi e, in generale, nelle parti del discorso [...] ma la voce di Dio non si compone di verbi e nomi, e pertanto, con esattezza, essa e detta "visibile" in quanto e colta con l'occhio dell'anima (Migr. 48, trad. Radice, 1994). (5)

Se la lingua umana, divisa in parti del discorso si ode, la voce di Dio pura, non mescolata, non puo essere udita: sarebbe altrimenti legata all'espressione della voce stessa nei suoi rapporti con il sangue e la parte inferiore dell'anima. (6)

Il verbo usato dalla traduzione greca della LXX della Bibbia a Sal. 61.12 (= 62.12) e nuovamente a Deuteronomio 4.12 [phrase omitted] che indica parlare, ma anche risuonare, balbettare, far rumore. E possibile che Filone ne colga la specificita rispetto a [phrase omitted] e vi veda un riferimento a una comuncazione non sempre verbale, l'emissione di un suono non necessariamente articolato in parole distinte. La comunicazione divina non si esplica in una lingua paragonabile a quella umana, (7) si rivolge direttamente all'anima degli interlocutori, agendo a livello noetico, (8) in un rapporto diretto. Al momento della trasmissione del decalogo al popolo riunito, il suono delle parole divine non deriva da movimenti della lingua e della bocca. E originato dalla luce della virtu,

per questo, sebbene l'organo di percezione della voce per i mortali sia l'udito, la Sacra Scrittura rappresenta le parole di Dio, come se fossero viste, alla maniera della luce (Migr. 47). (9)

La visibilita delle parole divine, letta da Filone quale espressione della noeticita del suo dire, trae appoggio testuale da Esodo 20.18: "tutto il popolo vedeva la voce". E Dio stesso che rileva come i figli di Israele abbiano visto--non udito--le parole di Dio dal cielo (Es. 20.22): non hanno visto un'immagine, ma piuttosto una voce (Dt. 4.12). (10) "Una voce--strano paradosso--visibile, che teneva desti gli occhi piu che le orecchie dei presenti" (De vita Mosis 2.213, trad. Graffigna, 1999). (11)

La rivelazione avviene tra prodigi e fenomeni straordinari; non e strano il fatto che ogni forma conoscitiva sia in qualche modo ribaltata, che fenomeni fisici traggano impulso da condizioni nuove e mirabili. Il punto centrale non e, pero, solamente la sospensione di regolarita e il formarsi di eventi straordinari e neppure la confluenza di percezioni sensibili che superano le rispettive distinzioni. (12) Cio che e qui messo in luce e, da un lato che Dio parla e viene compreso da tutti i presenti, dall'altro che le sue parole, proprio perche non commiste a materialita, a espressioni corporee, a molteplicita, non sono udite secondo le modalita con cui sarebbe udito quanto detto da un uomo.

il nostro organo della fonazione non e simile a quello divino: il nostro si mescola all'aria e si indirizza verso il luogo che gli e congenere, cioe l'orecchio: quello divino, invece, e pura parola, non mescolata, che sorpassa l'udito per l'assoluta finezza della sua natura, ma e vista dalla pura anima per l'estrema acutezza della sua vista (Migr. 52) (13)

Per la sua noeticita la parola divina si rivolge direttamente all'anima con cui comunica senza la mediazione di organi sensoriali e di strumenti fisici. Il popolo vede le parole divine, virtu che risplende come luce. La visione non e sensibile: i suoni, che a differenza dagli altri oggetti sensibili nella sensorialita umana abituale sfuggono alla visione, sono ora visti, in una visione dell'anima. Al momento della trasmissione delle 'dieci parole', Dio

opero un prodigio di ordine veramente sacro ordinando che venisse prodotto nell'aria un suono invisibile, meraviglioso piu di tutti gli strumenti, appropriato ad armonie perfette, non inanimato e neppure composto di corpo e anima [...] ma anima razionale piena di chiarezza e di nitidezza (Decal. 33, trad. Calabi, 2005) (14)

Dio ordina che si produca una [phrase omitted], una voce non inanimata, [phrase omitted] piena di lucidita e chiarezza. 15 Una voce invisibile, a differenza da quanto detto a Es. 20.18 in cui la voce e vista dal popolo. Il testo rinvia ad armonie perfette, ad un udito particolare, attivato dalla voce di Dio,

avendo il suono dato forma e tensione all'aria e avendola modificata in fuoco fiammeggiante, fece risuonare come aria attraverso una tromba, una voce articolata tanto forte che a coloro che erano piu lontani sembrava di sentirla allo stesso modo che a quelli che stavano piu vicini. (16)

La voce non si affievolisce con la distanza. Non sembra si tratti di visione--sia pure di visione noetica come affermano gli altri passi citati che spiegano il testo secondo cui il popolo vedeva le voci. La voce di Dio produce un nuovo tipo di udito: e suono--anche se straordinario--prodotto dall'aria che risuona come tromba. E, pero, anche fiamma, aria modificata in fuoco fiammeggiante: e voce

udibile e visibile, udibile da un nuovo udito, superiore a quello delle orecchie, proprio di una mente ispirata [phrase omitted] (Decal. 35).

Al cespuglio ardente, nuovamente, la comunicazione e visiva (De vita Mosis 1.66): una morphe bellissima, non paragonabile a nessuna forma visibile, "forse l'immagine dell'essere" che annunzia quanto deve accadere "con un silenzio piu eloquente delle parole, per mezzo di una visione magnifica". Solamente dopo la visione Dio parla e Mose ne ode la parola. La voce celeste esce di mezzo alla fiamma ed e fonte di rivelazione. La visione si manifesta nel silenzio,17 seguono poi le parole oracolari: non vi e il confluire di visione e ascolto proprio della comunicazione sul monte Horeb, ove l'aria che e fuoco e vista e viene colta nella sua nitidezza. (18)

L'apparente contraddizione tra Mos. 2.213 o Migr. 48 e Decal. 33, tra passi, cioe, che parlano di visione della voce ([phrase omitted]) e testi che, invece, presentano una voce invisibile ([phrase omitted]), rinvia all'impossibilita di rendere in linguaggio umano fenomeni straordinari, legati all'eccellenza di Dio e all'incapacita di cogliere l'essenza di Dio e delle potenze. La voce di Dio, mentale, viene afferrata dagli uomini solamente in maniera imperfetta attraverso i sensi e la dualita. La percezione visiva puo essere di livello superiore rispetto a quella uditiva, puo prescindere dalla percussione dell'aria e dalla sua azione sulle orecchie. Vi e una differenza tra i sensi, per cui la vista risulta piu pura dell'udito. Questa distinzione, pero, non chiarisce la visione empirica della parola divina ripresa a Decal. 46-48 e postulata dalla necessita di spiegare il Salmo 61.19 E come se la noeticita monadica dovesse necessariamente tradursi in visivo nel momento in cui diventa due: un rapporto di necessita tra noetico e visivo, mentre il passaggio da noetico a uditivo e piu complesso e risulterebbe mediato dal visivo. Alle spalle, il rapporto di stampo platonico tra intellegibile e sensibile e la valorizzazione tradizionale della visione rispetto all'udito. (20)

A Decal. 46-48 la voce di Dio risuona di mezzo al fuoco che fluisce dal cielo, e fiamma che si articola in linguaggio. Produce parole chiarissime tanto che sembra di vederle piu che di udirle (vedi Spuntarelli, 2012, p. 139, n. 201). (21) L'immagine significa la precisione e l'esattezza delle parole divine "saggiate come l'oro dal fuoco".

Parallelamente, la voce di Dio e visibile in quanto le sue parole sono azioni. A differenza che a Deus 82-83 ove visione e ascolto della parola confluiscono in un'unica comunicazione noetica che supera le divisioni e le articolazioni di un linguaggio sensibile legato alla dualita, a Decal. 47 e in altri passi la visione della parola si ancora alla sua efficacia, al ruolo di azione che la parola divina riveste per cui, non appena essa e pronunciata, la cosa detta si realizza senza lassi temporali: "Dio parlo e creo nello stesso tempo [...] la parola fu la sua azione" (De sacrificiis Caini et Abelis 65); "che le parole divine siano efficaci e siano potenze risulta evidente" (Quaestiones in Genesim 4.17). La lingua divina si esprime nell'agire. La poesia di Dio e costituita non di miti, non di ritmi e metri, ma delle opere della natura. (22)

La Torah, espressione della parola divina, coincide con le norme della physis. Gli uomini non possono vedere Dio. Sono, pero, in grado di leggerne la poesia. (23) Opif. 3-6 presenta il racconto della creazione della natura e ne evidenzia la corrispondenza con la Torah. Entrambe sono espressione del linguaggio divino (vedi Legum allegoriae 1.19-21 a proposito del libro della creazione).

II

La divisione tra linguaggio pensato e proferito, propria dell'espressione umana, rappresentata da Mose e Aronne (vedi Det. 38-40) e chiaramente espressa a Mos. 2.127-128:
   Nell'uomo si ha un principio razionale interiore e un altro reso
   manifesto dalla parole: il primo e come una fonte da cui sgorghi il
   secondo. Sede del primo e la mente, del secondo invece, per via
   dell'emissione della voce, la lingua, la bocca e tutto l'apparato
   vocale. (24)


Mentre nell'uomo vi e una separazione tra pensiero ed esternazione verbale, in Dio pensiero e parola coincidono. All'inizio della creazione questa avviene per la parola: Dio, parla e la sua parola e mondo noetico. Chiama la realta con il suo nome: il cielo, la successione temporale, ogni cosa. La terminologia che impiega e "giusta e del tutto fondata", rispondente alla realta delle cose (Cf. De opificio mundi 37-38), meglio, e fondativa della realta stessa. Con la parola Dio crea e la sua parola e pensiero intellegibile. Non vi e separazione temporale tra parola divina e realizzazione noetica, un prima e un poi: "il mondo intellegibile non puo che identificarsi con il logos divino" (Opif. 25).

L'espressione verbale umana e connessa ai sensi, alle corde vocali, la parola di Dio e monadica, semplice. Perche sia colta dagli uomini e necessaria una sorta di trasformazione: un passaggio dall'udibile al visibile, nel caso di tutto il popolo che assiste al prodigio, una "traduzione" delle parole divine in termini comprensibili per gli uomini, quando Dio comunica con il solo Mose al roveto ardente. Ricevuto l'incarico di trasmettere le indicazioni divine, il legislatore e reticente, conscio delle difficolta insite nel suo compito. Adduce le sue difficolta linguistiche e chiede a Dio di scegliere un altro al suo posto, una persona in grado di compiere il tutto con facilita. Dio lo invita a procedere senza timori: il linguaggio mosaico a un cenno di Dio, diventera articolato, si mutera in discorso secondo misura, in parole che scorreranno facilmente. Quanto Dio dice a Mose si trasformera in parole fluide che verranno interpretate da Aronne. "Se ci sara bisogno di un interprete, avrai tuo fratello come voce al tuo servizio: egli riferira le tue parole al popolo e tu a lui le parole divine" (Mos. 1.84). (25) Mose sara hermeneus di Dio, Aronne, interprete di Mose, ne riportera le parole. Ad Aronne, viene delegato il compito di trasmettere al popolo quanto comunicato da Dio attraverso Mose. Questi puo capire il linguaggio divino che non e invece capito da Aronne e tanto meno dal popolo. Di qui la necessita dell'interprete. A questo allude l'espressione divina

parlerai con lui e metterai le mie parole sulla sua bocca" cioe, tu gli suggerirai i pensieri, i quali non differiscono dal modo di comunicare ed esprimersi di Dio. Invero, senza il suggeritore, il linguaggio non potrebbe emettere alcun suono: e se il suggeritore del linguaggio e l'intelletto, Dio lo e dell'intelletto. "Egli parlera a nome tuo al popolo, e lui stesso sara la tua bocca e tu sarai per lui come un Dio (Migr. 80-81). (26)

La lingua di Dio ha, dunque, bisogno di due livelli di traduzione. E un linguaggio che si rivolge al pensiero e che deve poi essere trasposto in parola. Aronne, interprete di Mose, rappresenta il discorso proferito che esterna il pensiero (vedi Migr. 77 sgg.; Det. 39-40). Questo si articola nella bocca, la lingua imprime alla tensione della voce l'articolazione in parole. Si produce

non una pura e semplice voce inerte, un'eco informe, ma un suono che riveste un ruolo da messaggero o da interprete nei confronti dell'intelletto che suggerisce quel che e da dire (De somniis 1.29, trad. mia) (27)

L'intelletto piu puro, rappresentato da Mose, si rivolge ad Aronne, la sua parola (vedi Mut. 208). Come l'intelletto e disponibile

all'ascolto delle creazioni poetiche di Dio, cosi anche il linguaggio umano si accorda con il pensiero (vedi Det. 126 sgg.). Quando questo e chiaro, il linguaggio si serve di espressioni agili e infallibili, di termini efficaci (vedi Migr. 79).

III

Prima di salire sul Sinai, Mose e stato quaranta giorni senza mangiare in una sorta di superamento della corporeita (Vedi Somn. 1.36): una specie di uscita dalla dualita del mondo sensibile che lo accosta alla monadicita di Dio. "Entrato nella tenebra, la regione invisibile", viene iniziato ai sacri misteri; a lui lo spirito divino resta sempre accanto. (28) E emblema dell'anima amante di Dio che allontana ogni forma di vizio e di passione, volta ai perfetti principi della virtu (vedi Leg. 2.54), dedita a contemplazione e visione. Quando riceve la Torah, egli e ispirato, strumento della comunicazione di Dio che parla attraverso di lui, posseduto da spirito divino. Salito sulla montagna, lontano dalle citta, dalla confusione e le impurita che le caratterizzano, Mose puo volgere il suo intelletto alla "voce" divina e farsene bocca. Analogamente, i Settanta traduttori della Torah in greco, allontanatisi dal tumulto e dai rumori della citta, recatisi nell'isola di Faro, circondata dal mare, immersi nella sola natura, in un luogo di tranquillita e di solitudine, possono liberare il loro intelletto, purificarsi da cio che li trattiene nell'ambito del quotidiano, comunicare nella sola anima con la legge (vedi Mos. 2.36) e volgere la loro mente al lavoro di traduzione simili, per certi versi, a Mose che riporta e "traduce" le parole divine ad Aronne. Ispirati da Dio, traducono la Torah cogliendone il significato profondo e trasferendo correttamente il senso di ogni singola parola. L'assoluta perfezione del loro lavoro che restituisce il testo nella sua totalita e in ogni particolare in una perfetta corrispondenza tra testo originale e passi tradotti, evidenzia il rapporto diretto che essi hanno con Dio: egli suggerisce loro ogni termine tanto che, "piu che traduttori gli autori possono essere detti interpreti di misteri e profeti" (Mos. 2.40, trad. Graffigna, 1999).

Come se Dio avesse preso possesso di loro, profetizzavano, non chi in un modo, chi in un altro, ma tutti allo stesso modo, con le stesse parole, quasi che un unico suggeritore dettasse, non visto, ad ognuno (Mos. II. 37)

L'espressione qui impiegata, [phrase omitted]; ... [phrase omitted], esprime in maniera efficace l'idea dell'azione divina che ispira i traduttori, "detta" loro i singoli termini da usare, parla per loro tramite. La lingua impiegata dai traduttori e espressione proferita di cio che Dio versa nelle loro menti. (29) Cio che e scritto e detto da Dio che parla facendo uso di un linguaggio comprensibile a chi ascolta, agisce direttamente sul pensiero dell'interlocutore. Si tratta di una comunicazione diretta ad individui particolari, trasmissione di parole dette in una lingua che viene colta dal pensiero.

Non e rilevante se la Torah, parola divina, si esprime in ebraico o in greco: questa e una modalita indifferente. La parola di Dio trova espressione in forme comprensibili agli uomini che giungono alla contemplazione dell'invisibile. (30) I Settanta, pero, ricevono le parole in una lingua data, espressa in nomi e verbi. Sembra che qui Dio comunichi con gli interlocutori con un linguaggio gia formulato in forma umana, mediato rispetto al linguaggio noetico proprio della comunicazione con il profeta. (31) Questi e uno strumento sonoro che Dio percuote e fa vibrare in modo invisibile. (32) Come evidenzia M. Harl nella nota ad loc, il verbo impiegato, [phrase omitted], rende bene l'idea, cara a Filone, di una voce interiore dell'anima che Dio fa risuonare. (33)

il profeta, anche quando sembra parlare, in verita tace, perche un Altro si serve, per rivelare le cose che vuole, degli organi, della voce, della bocca e della lingua del profeta, e con arte invisibile ed armonica, percuotendo queste, ne fa strumenti musicali, melodiosi, ricchi di ogni armonia (Heres 266) (34)

Preso da ispirazione, il profeta non dice nulla di suo. Soggetto ad un altro che gli suggerisce le parole e di cui e interprete, perde coscienza di se. "Mentre la sua ragione si allontana e abbandona l'acropoli dell'anima, la invade e vi dimora il pneuma divino e fa vibrare tutta la strumentazione della voce" (Spec. 4.49, trad. mia. Vedi anche QG 4.196).

Dio ispira le cose che vengono dette e dirige il discorso.35 Cosi anche Balaam quando vorrebbe maledire e costretto a benedire, e strumento involontario delle parole di Dio. Posseduto da Dio parla dopo aver avuto una "chiara visione di Dio", grazie agli occhi dell'anima. (36) A lui le parole sono suggerite ed egli profetizza senza comprendere nulla, quasi fosse uscito di senno, senza riferire nulla di suo, ma ispirato dalla divinita. (37) Il termine impiegato ad indicare l'azione divina di suggerire, [phrase omitted], e il medesimo usato a proposito dell'ispirazione dei Settanta a Mos. 2.37 e di Mose e Aronne a Migr. 80-81. (38) Vi e, pero, una differenza tra la comunicazione a Mose che si esprime noeticamente e l'ispirazione ai Settanta, gia "tradotta" in nomi e verbi. Non e ben chiaro a che livello si pongano, in questa distinzione, gli oracoli trasmessi ai profeti. Come ben ha chiarito Wolfson, (39) le profezie possono essere di tre tipi: profezie attraverso il pneuma divino, (40) attraverso la voce divina, attraverso gli angeli. (41) Molte profezie avvengono anche attraverso sogni. Particolarmente significative per il nostro discorso le profezie espresse da Dio personalmente [phrase omitted] (Mos. 2.188) alla cui base stanno vari riferimenti biblici: a Mose Dio ha parlato bocca a bocca (Num. 12.8), faccia a faccia (Es 33.11; Dt 34.10). (42) Mose e, dunque, oggetto di una comunicazione particolare. Non solo egli traduce le parole di Dio, a loro volta, le sue parole devono essere tradotte. Nel linguaggio con Dio egli usa un linguaggio differente da quello impiegato dagli uomini, una lingua diversa sia da quella attuale, sia da quella originaria.

IV

Inizialmente, gli uomini avevano una sola lingua, usavano i nomi impressi da Adamo che

cogliendo le impressioni immediate date dai corpi e dalle cose nella loro pura realta, conio dei nomi perfettamente corrispondenti ad essi, afferrando con assoluta esattezza il significato delle cose [...] tanto che le loro nature potevano essere insieme enunciate e pensate. (Opif. 149-150, trad. Kraus Reggiani [in Radice, 1994]) (43)

Si puo ipotizzare l'esistenza di un linguaggio archetipico, primordiale, ad imitazione dell'essenza delle cose. (44)

I nomi, dunque, principio di ogni lingua, sono il punto d'inizio e il fondamento del parlare. Sono anche simbolo dell'oggetto--sia esso designato o significato. Mose considera utile che fosse un solo uomo a dare i nomi, perche in tal modo, questi sarebbero risultati in accordo con l'oggetto, in maniera tale che <ciascun nome> avrebbe rappresentato per tutti il medesimo simbolo dell'oggetto designato o di quello significato (Leg. 2.15). (45)

Il testo postula l'origine umana del linguaggio, evidenzia un'armonia tra nomi e oggetti e pone una distinzione tra oggetto designato e significato (vedi Winston, 1991, p. 111). I nomi attribuiti non vengono dalla natura, ma sono conformi alla natura di una cosa, al punto che, quando un animale sente per la prima volta il nome attribuitogli da Adamo, lo riconosce come familiare e connaturale (cognato). Sia nelle Quaestiones in Genesim che nel De Opificio si associa il nome dato da Adamo agli animali al potere che Adamo deve esercitare (vedi anche Mut. 63). Siamo nell'ottica dell'attribuzione del nome come potere. Nominare una cosa vuol dire

dominarla (Cf. Dillon, 1990, p. 207-210).

Se riconsideriamo ora la relazione tra lingua mosaica e lingua divina, possiamo rilevare una distinzione tra il linguaggio di Adamo, mimetico rispetto al linguaggio di Dio e il linguaggio mosaico in cui interviene la traduzione del linguaggio divino in linguaggio umano. Questo, nonostante che, anche per Mose sia detto che i nomi corrispondono alla descrizione delle cose: "il nome e cio cui e imposto non differiscono per nulla". (46) Un ulteriore passaggio sembra avvenire con il trascorrere da una lingua in un'altra. Pure, anche i traduttori della LXX riproducono esattamente i nomi e i termini originari: sembra, dunque che anche nel loro caso si abbia una perfetta rispondenza tra nome e realta. (47) Il problema non e tanto quello della corrispondenza tra nome e oggetto, quanto quello dell'individuazione di una lingua che permetta di cogliere i significati. E la lingua di Adamo per cui, data la perfezione di un'anima ancora pura, non intaccata da infermita, malattia o passione, il progenitore coglieva le impressioni immediate, afferrava il significato delle cose le cui nature potevano essere insieme enunciate e pensate: pensiero e parola erano un tutt' uno e i nomi corrispondevano ai significati (vedi Opif. 150, gia citato). E la lingua perfetta originaria ed e forse comune ad uomini ed animali se nel giardino dell'Eden le parole del serpente sono comprese da Eva. (48) Si puo, cioe, pensare a una lingua unica, comune a tutti. A De confusione linguarum 7, pero, tale ipotesi pare rientrare tra i miti: "Si racconta, infatti, che anticamente tutti quanti gli animali terrestri, acquatici e alati parlassero una medesima lingua". (49) In seguito alla trasgressione, Adamo ed Eva perdono la comunanza di linguaggio con gli animali: "Mose [...] ha posto una differenza tra gli esseri privi di ragione e quelli razionali, attribuendo ai soli uomini la comunanza di linguaggio" (Conf. 9). Con la torre di Babele, poi, gli uomini perdono l'unicita della lingua (vedi Winston, 1991, p. 118-119). Non si tratta piu del linguaggio primordiale unico costituito da Adamo.

Rispetto ad Adamo, puro intelletto, non ancora inficiato dalla molteplicita e dalla materialita (vedi Opif. 148; QG 1.56), il cui linguaggio, comunque, e diadico nel momento in cui, con Eva e introdotta la dualita, gli individui seguenti, anche se virtuosi ed eccezionali, sono comunque ad un livello inferiore, piu lontani da una comunicazione con Dio. Solamente Mose parla liberamente con Dio, come a un amico (Her. 16-21). Si tratta di una parola mentale che utilizza la voce del'anima (Her. 14-15). Parallelamente, Dio parla ai progenitori e ai patriarchi che lo capiscono. (50) E presumibile che anche con loro egli non usi nomi e verbi, ma parli un linguaggio noetico. Cosi nei sogni. (51) Quando dal livello intellegibile e necessario passare ad un linguaggio verbale, trasmissibile ad altri, ecco che questo e necessariamente parziale ed incompleto. Cosi con Abramo: per autodesignarsi Dio utilizza un nome improprio, richiesto dagli uomini che hanno bisogno di un termine con cui rivolgerglisi, ma e un nome non adeguato. "Non ho rivelato loro il nome a me proprio (kyrion), bensi il nome usato impropriamente>>". (52) Si tratta di un nome per catachresis, con cui Dio si presenta usando l'unico linguaggio che possa essere colto da un uomo: Dio traduce la propria lingua. (53) A Mutat. 27 e ripreso il discorso dell'inadeguatezza di un discorso relazionale per designare Dio. E ribadito che Dio usa un linguaggio comprensibile per gli uomini anche se non risponde propriamente alla sua essenza.

Si ha, dunque, un trascorrere tra comunicazioni da parte di Dio che si volge all'interlocutore in maniera differente a seconda delle sue possibilita. Si tratta, comunque, di "traduzione" di una lingua noetica che puo esprimersi monadicamente--ed e il caso della comunicazione a Mose--o assumere gia la forma di nomi e verbi propria del linguaggio umano--ed e quanto avviene con i Settanta, traduttori al pari di Aronne.

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https://doi.org/10.14195/1984-249X_27_8 Inviato il 03/04/2018, approvato per la pubblicazione il 17/04/2018

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Francesca Calabi [i] http://orcid.org/0000-0001-6224-114X calabi@unipv.it

[i] Universita di Pavia--Pavia--Italy

CALABI, F. (2019). Lingua e voce di Dio. Monadicita e diadicita nell' esegesi di Filone alessandrino. Archai 27, e02708.

(1) [phrase omitted].

(2) Sull'inadeguatezza della parola proferita, legata al corpo e alla sensazione, rispetto alla parola formulata nel pensiero vedi De Fuga et inventione 91-92. Cf. Winston, 1991, p. 125, sull'inferiorita della parola proferita rispetto a quella che e nella mente in quanto l'emissione della voce appartiene al sensibile e al corporeo. Vedi anche Robertson, 2006, p. 437-438.

(3) Per il rapporto del De Decalogo con lo stoicismo vedi Amir, 1990, p. 136 sgg.

(4) "Cio, infatti, che e nella condizione del discorso proferito non e solido, perche e una diade, ma il contemplare senza parlare, con la sola anima, l'Essere, e assolutamente stabile, perche si fonda sull'indivisibile Monade" (De gigantibus 52, trad. Mazzarelli [in Radice, 1994]).

(5) [phrase omitted]. Sull'udito umano legato alla dualita di contro alla monadicita divina vedi Nikiprowetzky, 1965, p. 135, n. 3. Sulla visione della voce vedi Childester, 1992, p. 30-43.

(6) "Una parte della potenza vitale [phrase omitted], la cui essenza e il sangue, ha l'eccezionale previlegio della voce e della parola, intese non come un rivo che scorre dalla bocca e dalla lingua, ma come la fonte dalla quale, per natura, vengono riempiti i ricettacoli del discorso proferito. E questa fonte e l'intelletto" (Quod deterius potiori insidiari soleat 92, trad. Mazzarelli [in Radice, 1994]). Nella nota ad loc. Radice rileva una notevole difficolta nel passo in questione anche in relazione a quanto affermato subito prima. Per Radice, "La voce del sangue e, di fatto, incompatibile con le teorie psicologiche di Filone. Il sangue (Cf. [section] 80-84) e l'essenza dell'anima irrazionale, ma la voce e strumento dell'anima razionale, sicche i due termini non potrebbero essere accostati. E cosi Filone si tova costretto a concedere come <<eccezionale previlegio>> al sangue--e quindi in ultima analisi, all'anima irrazionale--la facolta della voce e della parola che in questo caso assumerebbero un quanto mai problematico ruolo di intermediari fra discorso proferito e intelletto".

(7) Cf. De mutatione nominum 63: "Non sono delle lettere, consonanti o vocali che siano, e in generale verbi e nomi, che Dio dispensa in forma di grazia, dato che dopo aver creato le piante e gli animali, Egli li chiamo a presentarsi davanti all'uomo--come fosse il loro capo--[...] affinche a ognuno assegnasse il nome appropriato" (trad. Kraus Reggiani [in Radice, 1994]).

(8) Niehoff (2001, p. 190) parla di un linguaggio ideale, indiviso e non composto, appartenente al mondo celeste.

(9) [phrase omitted].

(10) Secondo Pirke de Rabbi Eliezer 41, il popolo vide la voce di Dio che usciva dalla bocca della ghevura, la Potenza.

(11) [phrase omitted]. Vedi Hertz, 2015.

(12) La voce di Dio si sovrappone al suono della tromba e ai tuoni. L'uso del termine [phrase omitted] in tutti questi casi e evidenziato da Rogers (2012, p. 97-98), che rileva che si ha una sorta di sovrapposizione di significati. L'estensione dei significati, presente gia nella LXX, e ripresa da Filone che connette la voce di Dio al fuoco visibile.

(13) [phrase omitted].

(14) [phrase omitted]. Per Spuntarelli, 2012, p. 147, il termine tpavoq chiaro, sicuro e distintivo del linguaggio di Dio. Evidenzia l'assoluta chiarezza del linguaggio divino che viene visto oltre che udito proprio per la sua immediatezza ed evidenza.

(15) Sul processo attuato dalla ricezione della rivelazione vedi Wolfson, 1962, p. 39: "First, God creates a miraculous voice, which is a rational soul. Second, that voice, on being set in action by the power of God breathed upon it, creates in the soul of the prophet a miraculous hearing, whereby that soul of the prophet become a God-inspired mind. Third, through that miraculous hearing the prophet hears the spoken words of God".

(16) Decal. 33. Per l'accrescersi del suono man mano che ci si allontanava Filone si appoggia su Esodo 19.19 [phrase omitted]. A Decal. 35 la voce era piu chiara alla fine che all'inizio.

(17) Mos. 1.66 Hertz (2013, p. 180) istituisce un rapporto con Plutarco (De garrulitate 505 sgg.) in relazione al tema del linguaggio divino come silenzio.

(18) Differente la lettura dei passi di Esodo data da Ezechiele tragico (Exagoge 99 = Eus. PE 9.29.4-14) per cui al roveto ardente si ha una fusione tra udito e visione: "dal rovo riluce per te la parola divina" o [phrase omitted]. Analogamente per Flavio Giuseppe (AJ 2.267) "il fuoco emise una voce". Ad AJ 3.88-89, poi, l'autore parla dela rivelazione al popolo, ma non menziona la visione della voce che e solamente udita. Vedi Rogers, 2012, p. 99, n. 44.

(19) Spuntarelli (2012, p. 138) parla di diadicita legata alla visibilita da parte degli uomini: le parole di Dio agiscono sull'uditorio come immagini nell'anima, pitture mentali. E istituto un legame phantasia-energheia.

(20) Sulla relazione opsis-nous propria del pensiero platonico, ma presente gia nella tradizione greca precedente vedi Calabi, 2003, p. 327-354. Per il rapporto tra nous e percezione sensoriale vedi Von Fritz, 1943; Von Fritz, 1945; Von Fritz, 1946.

(21) "Di mezzo al fuoco che fluiva dal cielo risuono una voce assolutamente meravigliosa, articolandosi la fiamma in linguaggio consueto agli ascoltatori. Le cose dette erano tanto chiare che sembrava di vederle piu che di udirle. E garante delle mie parole la legge in cui e scritto <<tutto il popolo vedeva la voce>>. Si tratta di un'espressione molto significativa. Accade, infatti, che la voce umana sia udibile, la voce di Dio davvero visibile. Perche tutte le cose dette da Dio sono non parole, ma azioni, giudicate dagli occhi piu che dalle orecchie" (Decal. 46-48). [phrase omitted].

(22) Det. 125. Cf. Abr. 60: Abramo non si limitava a seguire le indicazioni comunicate con la voce e la scrittura, ma anche quanto era espresso attraverso i segni della natura.

(23) Niehoff, 2001, p. 201: Le parole divine espresse nella Torah e nella creazione possono essere lette e interpretate dagli uomini. La parola umana giunge dove non giungono gli occhi, vede e si accosta alla parola divina.

(24) Vedi anche Det. 127.

(25) [phrase omitted]. Sulla parola mosaica e la sua espressione attraverso Aronne, linguaggio proferito vedi Albano, 2014, p. 155.

(26) [phrase omitted]. (Es. 4.15-16).

(27) [phrase omitted].

(28) Vedi De gigantibus 54-55. Resta sulla montagna quaranta giorni e quaranta notti (Quaestiones in Exodum 2.49). Si accosta a Dio "sulla montagna" (QE 2.40).

(29) [phrase omitted] risuonare, far risuonare, ispirare. Nella lingua tarda dettare. Cosi Graffigna nella nota ad loc.

(30) Cosi i Terapeuti che hanno visto riflessa nelle parole, come in uno specchio, la bellezza straordinaria delle idee, hanno scoperto i simboli portando alla luce cio che e celato, "perche, in virtu di un breve ricordo l'invisibile possa essere contemplato attraverso il visibile" (De vita contemplativa 78, trad. Graffigna, 1999).

(31) Cf. De sacrificiis Abelis et Caini 61 ove si parla di bocca e lingua dell'anima.

(32) [phrase omitted] (Quis rerum divinarum heres sit 259).

(33) La studiosa accosta a questo passo Mut. 139; Somn. 1.164, 2.252; Abr. 73; De praemiis et poenis 55. Cita anche la nota di Arnaldez (1964) a Mut. 139.

(34) Cf. De specialibus legibus 1.65; QG 3.10; Praem. 55.

(35) Cf. Mos. 1.274; Migrat. 114.

(36) Cf. Mos. 1.289.

(37) Cf. Mos. 1.283-287.

(38) In vari passi, a proposito della profezia, Filone parla di pneuma divino che scende sul profeta, ne prende possesso e lo induce a parlare (Virt. 217; Spec. 1.65). Il profeta e ispirato da Dio [phrase omitted] posseduto da Dio [phrase omitted] (Her. 249, 264), lo investono [phrase omitted] (Fug 186, Mos. 1.277; QG 3.9).

(39) Wolfson, 1962, p. 33 sgg.

(40) Per le profezie dette da Mose stesso quando posseduto vedi Mos 2.188.

(41) Cf. Somn. 1.190; QE 2.16.

(42) Nella rivelazione alla Sinai si ha una composizione di piu modalita: Decal. 175: Dio ha formulato personalmente i dieci oracoli "era, infatti, consono alla sua natura che egli prescrivesse di persona [phrase omitted] i fondamenti delle leggi speciali e desse, invece, le leggi particolari per mezzo del piu perfetto dei profeti che, sceltolo per i suoi meriti, egli prese quale interprete dei suoi oracoli, avendolo colmato di spirito divino [phrase omitted]".

(43) Per i nomi coniati da Adamo perfettamente corrispondenti all'essenza delle cose vedi QG 1.20; 4.176; 4.194; De agricultura 1-2; De cherubim 53-56. Il tema della corrispondenza tra nomi e realta si ripropone a proposito del mutamento dei nomi. I nomi indicano la proprieta delle cose che vengono riflesse come in uno specchio. Se questi rispecchiano la cosa nominata, ogni mutamento significa un mutamento nell'oggetto designato. Cosi Abramo dopo che Dio gli si e manifestato, diviene Abrahamo (Abr. 77-83). Con l'allontanamento del pensiero dall'astronomia e dalla dottrina del Caldei e l'acquisizione della consapevolezza che l'universo e diretto dalla causa prima, Abramo per la prima volta vede il vero: il mutamento si rispecchia nel cambiamento del nome che viene a significare "padre eletto del suono" (Somn. 1.161). Abramo abbandona la lingua caldaica, cioe del linguaggio articolato in cui si esprimono coloro che si dedicano all'astronomia e si volge alla lingua che conviene a un essere razionale, volta all'adorazione della causa prima. Qui la lingua e intesa come concezione, ma anche come strumento conoscitivo come lettura della realta, come espressione di un pensiero. Non e la lingua come espressione, come articolazione in parole, tensione della voce (vedi Somn. 1.29).

(44) L'attribuzione dei nomi da parte di Adamo va considerata sullo sfondo delle teorie linguistiche greche: "Quelli fra i Greci che si sono dati alla filosofia hanno detto che furono i sapienti i primi uomini che posero nome alle cose [Chiaro il riferimento al Cratilo (401b), ma risuonano anche tesi posidoniane], Mose fa ancor

meglio: innanzi tutto <pensa che l'imposizione dei nomi> non spetti ad alcuni fra i primi uomini, ma propriamente al primo uomo generato, perche questi, come fu fatto principio della generazione degli altri uomini, cosi anche fosse ritenuto principio del parlare, giacche se non ci fossero i nomi, non ci sarebbe neppure alcuna lingua" (Leg. 2.15, trad. Radice, 1994). Sul rapporto con le teorie linguistiche precedenti vedi Winston, 1991, p. 118.

(45) [phrase omitted].

(46) Cher. 56. A proposito della negazione di questa identificazione nel Cratilo (432 D) vedi Winston, 1991, p. 123-124. Su tutt'altra linea Decal. 82 per cui il nome e secondo rispetto alla cosa che rappresenta come l'ombra che segue il corpo. Winston rileva la complessita dei riferimenti presenti nella teoria filoniana del linguaggio alle cui spalle sono ravvisabili le teorizzazioni platoniche, forti richiami stoici ed epicurei, riferimenti che ricordano Varrone, Seneca, Sesto Empirico.

(47) Cf. Dawson, 1992, p. 86-87; Calabi, 1997, p. 100. Questo articolo sosteneva la plausibilita che la lingua originaria adamitica fosse l'ebraica, ipotesi che mi sembra, invece, ora, da rigettare. In proposito vedi le belle pagine di Hertz, 2013, p. 293-294.

(48) "Si dice che in tempi antichi il serpente velenoso, nato dalla terra, emettesse voce umana e che un giorno, avvicinatosi alla donna del primo uomo, le rinfacciasse l'ottusita e l'eccessiva timidezza" (Opif. 156). Sulla possibilita di leggere il passo in chiave letterale o allegorica vedi Pepin, 1967, p. 139-150; Tobin, 1983, p. 160-161.

(49) Al problema se il serpente abbia parlato la lingua degli uomini, a QG 1.32 Filone risponde con tre possibili spiegazioni: la prima e che in origine gli animali partecipassero della parola, che avrebbero perduto in seguito. Anche in Giubilei 3.28 fino al peccato di Adamo ed Eva tutti gli animali avevano parlato un'unica lingua. In seguito persero questa comunanza di linguaggio. Per Flavio Giuseppe (Antiquitates Judaicae 1.1.4) "tutte le creature comunicavano con lo stesso linguaggio". La seconda possibilita presa in considerazione da Filone e che i progenitori avessero capacita superiori e fossero in grado di capire gli animali, capacita che avrebbero poi perduto. La terza ipotesi e quella di un prodigio per cui Dio avrebbe istituito una condizione speciale momentanea.

(50) Cf. Mut. 17 sgg. A Abr. 176 al momento del sacrificio di Isacco, Dio interrompe il gesto di Abramo con una voce venuta dall'alto.

(51) Cf. Somn. 1.141-148 ove le parole divine, dette anche angeli e anime, salgono e scendono per la scala di Giacobbe.

(52) Mut. 12-13. Poco piu sopra il testo afferma: "Perche il genere umano non sia privato del tutto di una denominazione da dare al Bene supremo, egli concede loro di servirsi di questo nome: 'Signore Iddio' delle tre nature: l'insegnamento, la perfezione, l'esercizio, di cui nelle Scritture sono simbolo Abramo, Isacco e Giacobbe. 'Questo--Egli dice--e il mio nome nel tempo [...] un nome evocativo [...] per le generazioni', non per le nature ingenerate. In effetti, coloro che entrano nella generazione mortale hanno bisogno dell'uso sia pure improprio del nome divino, per potersi accostare, se non di fatto, almeno con il ricorso a un nome al Bene supremo".

(53) L'inadeguatezza del linguaggio umano risulta chiara: "quanto ai nomi che stanno a indicare gli esseri creati, non cercarli nel caso di nature incorruttibili" ([phrase omitted], Mut. 14).
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Author:Calabi, Francesca
Publication:Revista Archai: Revista de Estudos Sobre as Origens do Pensamento Ocidental
Date:Sep 1, 2019
Words:7267
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