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Su una possibile fonte secentesca dell' "Infinito" di Leopardi.

Questo intervento si propone di segnalare alcune somiglianze a mio avviso significative tra il testo dell' "Infinito" leopardiano e alcuni versi secenteschi di mano di Francesco De Lemene. Tali versi si leggono in un'opera dal titolo molto impegnativo, Dio, del 1684, che e una raccolta di inni e sonetti volti a spiegare con gli strumenti della poesia molteplici punti di dottrina teologica, includendo anche brevi trattazioni in prosa a esplicazione di una materia spesso di ardua comprensione. Un'opera dunque profondamente controriformistica negli intenti e nell'impianto, fondata com'e piu su Tommaso d'Aquino che su Dante o Petrarca, ma che poi, quanto al procedere della versificazione, gia appare animata da un sentire di tipo arcadico che alleggerisce il dettato del discorso e rende piu animata la lettura.

I versi a cui mi riferisco, e che mi pare possano avere lasciato una traccia sull'"Infinito", sono contenuti in una stanza dell'inno "A Dio uno" ove si spiega che la presenza di Dio si diffonde per ogni luogo e in ogni tempo:
   [Dio] riempie il tutto, e se fingendo io penso
   oltre al confin de' vasti spazi e veri,
   deserti imaginati, e spazi nuovi,
   ivi col mio pensiero, oh Dio, ti trovi,
   stendendo ancor non limitati imperi
   oltre (se si puo dir) oltre a l'immenso.
   Tutti i luoghi riempi,
   occupi tutti i tempi,
   con quell'immoto istante ignoto al senso.
   Eterno regni, anzi regnar ti scerno
   oltre (se dir si puote) oltre a l'eterno (25).


Le affinita di forme e contenuti tra i primi sei versi riportati e quelli iniziali del piu noto componimento leopardiano mi paiono di evidenza lampante a chi anche solo mastichi di cose italianistiche (o italiane). D'altra parte occorre pero interrogarsi sul significato di tali affinita, e questo partendo dalla storia editoriale del testo di origine quale strumento insostituibile per stabilire la verosimiglianza di un contatto diretto tra Lemene e Leopardi, per arrivare poi, in caso di riscontro positivo, a discutere le implicazioni che tale contatto puo avere determinato nel testo d'arrivo.

La raccolta Dio godette di considerevole fortuna editoriale a cavallo tra Sei e Settecento, sia sotto titolo proprio che all'interno di collezioni quali Poesie diverse del signor Francesco De Lemene. In una forma o nell'altra, Dio ando in stampa due volte nel 1684, e poi conobbe ulteriori edizioni nel 1685, 1687, 1692, 1693, 1694, 1698, 1711 e 1726, a dimostrazione che il suo compromesso tra istanze etiche della Controriforma e sentire melodico della nascente Arcadia valse, in effetti, a facilitare la transizione dell'opera da un'epoca all'altra. L'inno "A Dio uno", da cui proviene la stanza citata sopra, conobbe poi larga diffusione autonoma nel corso del Settecento, venendo antologizzato nella Perfetta poesia italiana del Muratori (con otto edizioni tra il 1706 e il 1821), in una raccolta di poesie di poeti arcadici in appendice alle Rime di Giovambattista Felice Zappi e Faustina Maratti (del 1723, e ristampata ben quattordici volte fino al 1820), e nei Saggi di prose e poesie de" piu celebri scrittori di ogni secolo, editi da Leonardo Nardini e Serafino Buonaiuti, e stampati a Londra nel 1796, con l'intento di diffondere la letteratura italiana in Inghilterra. Ci si ricordava dell'inno "A Dio uno" anche negli anni di poco successivi alla stesura dell' "Infinito", quando esso venne incluso nel volume destinato alle scuole Scelta di buoni autori per la gioventu, del 1829.

Si puo dunque dire con certezza che "A Dio uno" fu una delle opere piu fortunate del Lemene, e non sembra allora improbabile che in una delle sue molte ristampe esso abbia potuto essere letto da Leopardi. La possibilita appare tanto piu credibile quando si tenga conto del fatto che Leopardi aveva avuto molteplici occasioni di imbattersi in quel testo tra gli scaffali della biblioteca di casa sua, dove si conservavano le Poesie diverse del signor Francesco De Lemene nell'edizione del 1726, la Perfetta poesia italiana del Muratori nell'edizione del 1790, e le Rime di Zappi e Maratti nell'edizione del 1757 (Campana). In anni piu tardi, Leopardi dimostro poi di conoscere le poesie del Lemene quando ne incluse due esempi all'interno della Crestomazia italiana (177-9).

Tale era anzi la presenza dell'inno "A Dio uno" in opere antologiche e divulgative ancora a fine Settecento e inizio Ottocento, da far pensare che ai tempi della composizione dell' "Infinito" esso non fosse neppure o esattamente una preziosita archeologica riservata a una ristretta elite di studiosi, quanto piuttosto un testo ancora di comune circolazione, e a livello addirittura europeo. Dico questo non solo per sottolineare la probabilita di un rapporto implicito con Leopardi (cioe che egli abbia "usato" il testo Lemene come materiale da costruzione per la propria poesia), ma anche per suggerire l'ipotesi piu interessante di un rapporto intertestuale esplicito tra "A Dio uno" e "L'infinito', di un rapporto tramite cui Leopardi potrebbe avere indicato l'inno del Lemene al lettore accorto, immaginando che questi potesse riconoscere la fonte originaria e apprezzare il dialogo che il nuovo poeta ha instaurato con essa.

Lasciando per il momento tale idea al campo delle ipotesi, notiamo comunque che a mettere i due testi in esame uno al fianco dell'altro e a operare un confronto, si riesce facilmente a stabilire un sistema di corrispondenze e significative differenze che dal livello contenutistico evidente arriva fino a quello del discorso generale e delle implicazioni--il che e quanto ci si aspetta nel caso di un autore che si stia coscientemente e scopertamente rapportando con un'opera altrui.

Per entrare nel dettaglio, si puo notare che sia la stanza di Lemene citata sia il testo leopardiano iniziano con l'Io del poeta che racconta l'esperienza dello stare immaginando spazi sterminati. In Lemene tale situazione si origina come conseguenza necessaria del procedere dell'esposizione teologica: Dio e infinito e onnipresente (<<riempie il tutto>>), dunque persino chi nel pensiero va <<fingendo [...] deserti imaginati, e spazi nuovi>> non puo che incontrare con rapita meraviglia la presenza divina in ogni luogo. La percezione soggettiva descritta e l'emozione dell'Io narrante derivano "dal di fuori", ovvero da un preciso schema teologico-ontologico entro cui il singolo essere umano viene accolto. In Leopardi la descrizione del viaggio mentale e invece piu dettagliata, e soprattutto radicata nell'esperienza sensibile e individuale: qui sta il colle caro e familiare, l la siepe che blocca la visione; da un lato il poeta che siede, guarda, e immagina, e dall'altro l'ideale proiezione del pensiero che dilaga per <<interminati / spazi>>, con la profonda emozione che ne deriva a un cuore che quasi <<si spaura>>. Straordinaria corrispondenza nelle parole e nel fraseggiare di "A Dio uno" e dell' "Infinito", dunque, ma disposta sull'asse di una radicale opposizione nell'organizzazione della scena e nella costruzione concettuale.

Quello che colpisce inoltre e che la medesima compresenza di affinita verbale e ribaltamento concettuale si ripresenta puntualmente sia nella seconda parte della stanza di Lemene che nel finale del componimento leopardiano. Di nuovo Lemene procede con argomentazione di rigore professorale e in un moto che si puo dire da fuori a dentro, originato dalla struttura essenziale dell'universo che si riflette sul sentire interiore del poeta. Dunque cos come Dio riempie ogni spazio con la propria onnipresenza, altrettanto deve riempire ogni tempo con la propria eternita; tale considerazione di un eterno <<ignoto al senso>> porta di nuovo il poeta a fantasticare; l'immaginazione fa pensare ai tempi dell'eternita, e a cio segue la gioiosa scoperta (o conferma) che Dio e presente anche in ogni tempo. Al pari di Lemene, il Leopardi dell' "Infinito" procede dalla trattazione degli interminati spazi a quella del tempo eterno (corrispondenza di contenuti), ma nuovamente gestisce l'intero discorso in chiave intima e personale (opposizione di implicazioni). A partire da un'occasione specifica e rilevabile, chiaramente collocata nel tempo (<<come il vento / odo stormir>>) tanto quanto l'occasione precedente lo era nello spazio, Leopardi descrive ora l'ideale moto di proiezione, da dentro a fuori, del pensiero che lascia la prossimita di <<questa voce>>, copre la distanza che lo separa da <<quello / infinito silenzio>>, e giunge a naufragare dolcemente nell'intuizione dell'eternita.

Insomma in entrambe le sezioni discorsive dell'"Infinito" Leopardi appare come seguire la traccia del discorso di Lemene punto per punto, dagli infiniti spazi agli infiniti tempi, ma solo per poi ricodificare quella che era una serie di considerazioni di ordine teologico e generale in un'esperienza personale, assolutamente soggettiva, mentale, psicofisica, e di conseguenza anche laica, in un'elaborazione lirica dell'idea anche nello Zibaldone che <<la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo proviene forse da una cagione semplicissima, e piu materiale che spirituale>> (134). E questo il procedere tipico, come accennavo, di un autore che si pone in dialogo diretto con una fonte ammirata ma datata, e con la visione del mondo espressa in quella. E un rapporto di somiglianza che attiva la reminiscenza intertestuale nel lettore, ma che serve poi per far spiccare con assoluta chiarezza proprio la distanza che separa il nuovo testo dal precedente, e la componente di originalita che il poeta moderno ha aggiunto rispetto al modello di riferimento.

Eppure, rimane certo legittimo chiedersi se davvero Leopardi "avesse bisogno" di far riferimento al Lemene per poter concepire e sviluppare il discorso dell'"Infinito'. Se la questione viene posta in questi termini, la risposta e senza dubbio negativa, alla stessa maniera in cui Leopardi non "aveva bisogno" di conoscere <<le rose e le viole>> in rima con <<ornar si suole>> di Ciro di Pers (269) per comporre "Il sabato del villaggio". No, perche dietro "L'infinito" c'e chiaramente una visione del mondo e della poesia assai ampia e articolata, maturata su ben altri presupposti da quelli del poeta secentesco. Ma, all'opposto, risulta difficoltoso l'escludere del tutto la possibilita che un passaggio dalle tante e tali somiglianze col testo leopardiano abbia avuto un qualche ruolo nell'alchimia di pensieri, idee e reminiscenze culturali piu o meno consce in cui si forma ogni creazione artistica, e in cui senz'altro si e formato "L'infinito". E dunque quale onesta ipotesi che presento la sostanza di questa mia segnalazione, sperando non solo di poter aggiungere un tassello microscopico al discorso critico sulla lirica leopardiana, ma anche di instillare curiosita, e di invitare chi legge a future perlustrazioni in quelle acque del Seicento italiano che da noi sono poco navigate, ma che furono, per molti dei nostri autori, meta di frequenti e felici pescagioni.

BIBLIOGRAFIA

Campana, Andrea. Catalogo della Biblioteca Leopardi in Recanati. Firenze: Olschki, 2011.

De Lemene, Francesco. Dio, sonetti e inni. Milano: Camillo Corrada, 1684.

--. Poesie diverse. Parma: Eredi di Paolo Monti, 1726.

Di Pers, Ciro. Poesie. A cura di Michele Rak. Torino: Einaudi, 1978.

Leopardi, Giacomo. Canti. A cura di Franco Gavazzeni e Maria Maddalena Lombardi. Milano: Rizzoli, 1998.

--. Crestomazia italiana. A cura di Giuseppe Savoca. Torino: Einaudi, 1968.

--. Zibaldone di pensieri. A cura di Anna Maria Moroni. Milano: Mondadori, 2006.

Marietti, Giacinto (curatore). Scelta di buoni autori per la gioventu. Torino: Marietti, 1829.

Muratori, Lodovico Antonio. Della perfetta poesia italiana. Modena: Bartolomeo Soliani, 1706.

Nardini, Leonardo, e Serafino Buonaiuti. Saggi di prose e poesie de' piu celebri scrittori di ogni secolo. London: Cooper and Graham, 1796.

Zappi, Giovambattista Felice, e Faustina Maratti. Rime. Venezia: Gio: Gabriello Hertz, 1723.

MARCO ARNAUDO

Indiana University, Bloomington
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Title Annotation:Notes and Discussion; text in Italian
Author:Arnaudo, Marco
Publication:Italica
Date:Dec 22, 2013
Words:1841
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