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Stefano Jossa. Ariosto.

Stefano Jossa. Ariosto. Bologna: Il Mulino, 2009.

Il presente studio ariostesco di Stefano Jossa, docente di letteratura italiana presso la Royal University of London, fa parte dei "Profili di storia letteraria," curati da Andrea Battistini e pensati come complemento della "Storia della letteratura italiana" (a cura di A. BATTISTINI, Bologna, Il Mulino, 2005, 6 voll.).

Collocando Ludovico Ariosto nel quadro storico e sociale della sua epoca, l'autore ne discute criticamente le opere e ne illustra la poetica. Partendo dall'anno fatidico del 1494, in cui iniziarono le guerre d'Italia ed in cui, come e ben noto, Matteo Maria Boiardo interruppe L'Innamoramento di Orlando, alla ventiseiesima ottava del nono canto del terzo libro proprio con il riferimento alla discesa di Carlo VIII in Italia, Jossa mostra come Ariosto nasca poeta (latino) proprio in quegli anni di guerra: "le lettere violentate dalle armi. E questo lo sfondo su cui si sviluppa l'esperienza esistenziale e culturale di Ludovico Ariosto" (7). Lo studioso comincia la sua analisi della poetica e delle opere ariostesche dalla produzione lirica in latino del poeta ferrarese, ben settantasei componimenti tra il 1494 ed il 1503 (cfr. H. HONNACKER, Ludovicus Areostus, in C.A.L.M.A: Compendium Auctorum Medii dEvii (500-1500), a cura di MICHAEL LAPIDGE e CLAUDIO LEONARDI, Firenze, SISMEL-Edd. Galluzzo, in corso di stampa): "ispirandosi soprattutto ai grandi poeti elegiaci latini (Orazio, Catullo, Tibullo, Ovidio e Properzio), Ariosto si rivela un umanista di corte, dotato di grande perizia tecnica, sensibilita per le cose quotidiane e gusto per i giochi letterari [...]" (11). Nondimeno e la produzione lirica in volgare che lo fa entrare nel gioco di corte. "La maggior parte dei componimenti, cosi come il loro sviluppo interno, sono dedicati all'amore per Alessandra Benucci, la donna amara dal poeta a partire dai 1512 circa, fino a includere riferimenti precisi, come il suo taglio di capelli in occasione di una malattia; non si deve fare l'errore, pero, d'interpretare la poesia ariostesca in chiave biografica, perche la sua lirica, come tutta la lirica cortigiana, e prima di tutto un gioco di societa [...]" (15). Uobiettivo della lirica ariostesca sia in latino che in volgare e quindi l'inserimento nella comunita cortigiana, cosi come viene concepita da Baldassarre Castiglione ne Il Libro del Cortegiano (a tal proposito si veda H. HONNACKER, Der literarische Dialog des primo Cinquecento. Inszenierungsstrategien und "Spielraum', Baden-Baden, Valentin Koerner, 2002, 45-50).

E presso la corte degli Este che Ariosto diventa un poeta "dinastico," dall'Obizzeide al Furioso. UObizzeide, tradizionalmente datata al 1503, e l'incompiuto poema sulle imprese di Obizzo d'Este, primo signore di Ferrara. Se e vero che il poeta ferrarese abbandona ben presto questa impresa letteraria, Jossa spiega come sussista uno stretto legame tra questo poema, rimasto un frammento, ed il Furioso: "l'Obizzeide e [...] un laboratorio decisivo per le scelte tematiche e narrative deli'Orlando furioso, come dimostra la serie di rimandi che va dall'uno all'altro nei soli versi iniziali, con l'esibizione dei canto, la proposizione di una materia d'armi e d'amori in un contesto cavalleresco e l'invocazione della donna amata [...]" (20). Nondimeno sono le prime commedie in prosa, La Cassaria e I Suppositi, con cui nel 1508 Ariosto entra sulla scena pubblica come poeta di corte. Seguendo il modello classico delle commedie di Plauto e Terenzio, le due commedie, che miravano ad elogiare il potere politico degli Este, furono messe in scena con grande plauso dei pubblico e dei letterati (con l'eccezione di Niccolo Machiavelli che ne dette un giudizio negativo) rispettivamente durante il carnevale del 1508 e del 1509. Ariosto sembrava aver trovato il suo ruolo di poeta di corte ufficiale ma i nuovi venti di guerra, che gli imponevano continue missioni diplomatiche, lo ostacolarono: "Per il carnevale dei 1510 Ariosto preparava un'altra commedia, Il Negromante, ma il testo rimase incompiuto perche le rappresentazioni furono sospese per circa dieci anni a causa delle guerre in cui Ferrara fu coinvolta" (28).

In questo quadro di incertezza politica Jossa inserisce la nascita dei Furioso dei 1516, di cui spiega ampiamente la genesi, la trama e la struttura narrativa, ribadendo la difficolta di riassumere la storia del poema ariostesco: "le varie storie sono insomma tutte intrecciate inestricabilmente fra loro, al punto che un riassunto dei Furioso puo essere considerato uno dei pifi grandi rompicapo della letteratura italiana" (37). L'autore enuclea tuttavia quattro macrotematiche del poema ariostesco intorno a cui ruotano tutti i fili narrativi: 1) la guerra e l'amore, 2) la fedelta e la gelosia, 3) la pazzia d'amore ed infine 4) finzione, menzogna e inganno. Lo studioso sottolinea la regia dell'autore, il ruolo del poeta che emerge innanzitutto dai proemi del Furioso, in cui il narratore ariostesco riprende i fili del suo discorso, commentando la storia che sta raccontando (a tal riguardo si confronti ad esempio H. HONNACKER, Il Koousos morale illustrato nei prologhi deli'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto nelle edizioni dei 1516 e del 1521: la Weltanschauung ariostesca fra Orazio ed Erasmo in "Schifanoia" XXII (2002), 31-54). Se la critica piu recente considera "il primo Furioso addirittura superiore al terzo, nel nome della spontaneita invenfiva e della vivacita narrativa," Jossa ritiene giustamente "che il primo poema e un'opera a se stante, da leggere autonomamente, senza far riferimento all'edizione definitiva" (34), cosi come e ora possibile grazie alla recente edizione curata da Marco Dorigatti (LUDOVICO ARIOSTO, Orlando Furioso secondo la princeps dei 1516, a cura di M. Dorigatti Firenze, Leo S. Olschki, 2006). Uedizione del 1516 dell' Orlando furioso e un poema per la corte in un mondo di crisi, quindi un poema in transito: "E un mondo sospeso, insomma, quello del primo Furioso: tra la tine di un tempo e l'inizio di un altro, senza inutili nostalgie e vane speranze. Un poema in attesa" (74).

Il successo immediato del poema non garantisce tuttavia ad Ariosto la liberta sperata e quando il cardinale Ippolito d'Este, di cui e stato al servizio per circa quindici anni, si trasferisce in Ungheria, rifiuta di seguirlo, scegliendo la poesia. Questa scelta obbliga Ariosto, che passa al servizio del duca Alfonso, ad accettare nel 1522 l'incarico di governatore di Garfagnana. Di questa sua sfortunata esperienza politica sono testimoni ben 157 lettere e la quarta satira, "composta nel febbraio 1523 e diretta al cugino Sigismondo Malaguzzi, in cui il poeta insiste sul conflitto tra missione politica e attivita letteraria" (79). Le sette Satire, scritte tra il 1517 ed il 1525 seguendo il modello oraziano, rivendicano la scelta ariostesca della liberta e della funzione civile della poesia, "su una linea di lunga durata che va dall'Ars poetica di Orazio fino ai Sepolcri foscoliani (e oltre)" (85). Analogamente al proemio del canto conclusivo del Furioso, nell'ultima safira Ariosto mette in scena la comunita letteraria "cui il poeta ambisce ad appartenere, da un lato, e che invita a entrare in dialogo con lui, dall'altro lato [...]" (87). Ritornato dalla Garfagnana a Ferrara, Ariosto riprende a scrivere commedie per la corte estense, quali La Lena (1528) e Il Negromante (1528), che riscrive in gran parte. Uattivita teatrale del poeta include, su richiesta del duca Alfonso, anche alcune commedie classiche di Plauto e Terenzio nonche la riscrittura in versi de La Cassaria e de I Suppositi. Jossa insiste giustamente sullo stretto legame tra la commedia e la politica, e di conseguenza con la terra ferrarese: "conferma definitiva del legame tra le commedie e la terra: esperienza ferrarese, sulla scena pubblica al servizio della famiglia d'Este" (94).

In tutti questi anni Ariosto non smette di lavorare al Furioso. Ne sono prova non soltanto l'edizione del 1521 che riporta cambiamenti innanzitutto sul piano linguistico "nella direzione di una maggiore adesione al petrarchismo corfigiano" (101), ma anche i cosiddetti Cinque Canti che rimasero inediti e furono pubblicati solo postumi nel 1545. Probabilmente dovevano essere inseriti nell'ultima edizione del poema ariostesco insieme alle altre giunte che sono state effettivamente integrate nell'edizione del 1532. In ogni caso si tratta di "un poema risentito, dai toni foschi e cupi, caratterizzato da un immaginario medievale sia nell'ambientazione sia nello stile, come dimostrano le tante personificazioni allegoriche" (100). Nel 1532, un anno prima della morte di Ariosto, esce infine la terza e ultima edizione del Furioso che, oltre che per una profonda revisione linguistica secondo i dettami delle Prose della volgar lingua (1525) del suo amico Pietro Bembo, si distingue dalla prima edizione per quattro grandi inserti narrativi: 1) la storia di Olimpia, 2) la storia della rocca di Tristano, 3) la storia di Marganorre e 4) la storia di Leone. Non si tratta, pero, di un semplice accrescimento quantitativo dei poema che passa da 40 a 46 canti, ma anche di un cambiamento qualitafivo: le giunte consentono "di focalizzare l'attenzione su due temi centrali, il rapporto tra uomini e donne e il rapporto tra armie amori" (106). Uesempio piu celebre e sicuramente l'invettiva contro l'archibugio ali'interno della storia di Olimpia, in cui il narratore ariostesco condanna l'uso delle armi a fuoco che durante le guerre d'Italia hanno sconvolto il mondo e distrutto la cavalleria. Jossa mostra inoltre come cambi in generale l'impianto complessivo del poema ariostesco che, anche grazie ai rapporti intertestuali con Dante e Virgilio, proietta il Furioso nella sua ultima versione verso l'epos. Lo studioso chiarisce anche il rapporto fra la prima e la terza edizione del poema ariostesco: "se il primo Furioso era il poema di una crisi in atto, il terzo Furioso a quella crisi si propone di dare una risposta." La terza edizione ingloba, per cosi dire la prima che "sopravvive dentro al terzo" (117). In qualche modo il Furioso del 1532 va oltre la prima edizione, cercando di dare delle risposte alle aporie della prima edizione: "poema della corte e deli'Impero, quindi, alla ricerca di una nuova stabilita sociale e politica: di fronte alia molteplicita e alla mutevolezza Ariosto elabora una risposta letteraria, che viene a costituire non un'evasione, ne un'utopia, ma la possibilita di una costruzione comunitaria fondata sullo scambio, sul dialogo e sul divertimento." Divertimento va qui inteso nel senso del verbo latino devertere, "cambiare strada, sperimentare un nuovo cammino, affrontare un altro percorso" (124).

Nell'ultimo capitolo Jossa si occupa dei cosiddetto "caso Ariosto" che scoppia quasi subito dopo la pubblicazione deli'ultima edizione dei poema ariostesco: "la discussione sull'Orlando furioso comincia prestissimo, se e vero, come riteniamo, che essa si manifesta gia dentro al poema con le aggiunte del 1521 e del 1532. Il primo luogo di condensazione del dibattito intorno al poema ariostesco fu tuttavia l'Apologia contro ai detrattori dell'Ariosto di Lodovico Dolce, pubblicata in coda all'edizione da lui curata per gli stampatori veneziani Bindoni e Pasini nel 1535: i lettori rimproveravano ad Ariosto l'incongruenza del titolo, la dispersione narrativa, l'eccesso di licenziosita morale" (127). Il dibattito secolare, fattosi pih intenso con la riscoperta della Poetica di Aristotele negli anni Trenta del '500, trovava il suo apice nella controversia secolare Ariosto vs. Tasso, con cui si confronto perfino Johann Wolfgang von Goethe durante il suo viaggio in Italia. La questione Ariosto-Tasso venne superata soltanto nel Classicismo e Romanticismo, a cominciare da Voltaire, Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Come Jossa dimostra in modo convincente, il giudizio crociano sulla poesia ariostesca come art pour l'art e stato cruciale, ma fatale per la critica ariostesca del '900: "la conseguenza dell'interpretazione crociana sulla critica ariostesca del Novecento e stata devastante, perche Ariosto e sparito tanto dal canone della poesia nazionale, secondo il progetto desanctisiano, essendo paradigma di una poesia al di fuori di ogni storicita, quanto dalla possibilita di uno studio serio dei testi, essendo questi forma senza contenuto" (135). Solo a cominciare dagli studi di Gianfranco Contini, Santorre Debenedetti e Cesare Segre si ricominciava a "recuperare l'Ariosto scrittore, indagandone il laboratorio poetico, i manoscritti e le revisioni" (136). Jossa sostiene giustamente che Italo Calvino con la sua lettura del Furioso ne dette un contributo decisivo: "l'influenza di Italo Calvino su queste letture non puo essere sottovalutata. Alui si deve, infatti, un Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino (1970) che ha avuto un impatto enorme sulla ricezione del poema ariostesco negli ultimi anni [...]" (140).

Concludono lo studio una tavola cronologica della vita del poeta ferrarese ed una bibliografia ben nutrita ed aggiornata, benche necessariamente sommaria, della critica ariostesca dato il 'mare magnum' degli studi su Ariosto e sul Furioso.

HANS HONNACKER

Universita degli Studi di Modena e Reggio Emilia
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Author:Honnacker, Hans
Publication:Italica
Article Type:Book review
Date:Sep 22, 2010
Words:2037
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