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Speculum veritatis: Giovanni Garzoni e la tradizione dell'institutio principis nella Bologna dei Bentivoglio.

Tiranni e Signori nella citta della libertas

Alle carte 182v-190v del manoscritto Latino 741 della Biblioteca Universitaria di Bologna, uno dei codici miscellanei che ci tramandano le opere di Giovanni Garzoni, medico e umanista bolognese, agiografo e storico, poligrafo tra i piU versatili e fecondi dell'eta aurea di Giovanni II Bentivoglio, troviamo, tra una composita serie di opere--orazioni, epistole, saggi eruditi e testi agiografici--due scritti, identificati nei cataloghi (Manfre 37) con i titoli di Declamatio in tyrannos e Pro libertate, difficili da contestualizzare e ancora piU da interpretare, se non in via di ipotesi. In essi, evidentemente frammenti contigui di un testo piU ampio per noi perduto, si inneggia alla morte di un tiranno che ha vessato per ben venticinque anni, con la crudelta efferata dei comportamenti e la depravazione dei costumi, una citta in cui il regime di terrore ha a lungo impedito ogni tentativo di affrancamento e ribellione. Ora, morto il tiranno, e finalmente possibile celebrare l'elezione dei "tribuni plebis", la magistratura che e, di per se, segno tangibile della recuperata "libertas". (1)

Nessun elemento del testo consente, in modo inequivoco, l'identificazione della citta a cui il testo allude con la citta di Bologna, ne d'altro canto queste pagine sembrano appartenere a nessuna delle opere storiche del Garzoni, prima fra tutte quelle Historiae Bononienses in cui Garzoni, intorno al 1494, aveva riassemblato e opportunamente aggregato, con una complessa operazione di montaggio, vari degli opuscoli dedicati alla storia della citta nel corso di un trentennio. In quell'opera, la vicenda travagliata del populus bononiensis alla conquista dell'agognata libertas, che gli appartiene come un destino con il quale coincide la sua identita (Mantovani, Giovanni Garzoni 33-34), appare caratterizzata da una estrema instabilita e nessuno dei governi "tirannici" che si sono succeduti e mai stato cosi duraturo. E vero d'altro canto che, proprio nelle Historiae, Garzoni piU volte rimarcava come i tribuni plebis--la magistratura popolare dei gonfalonieri del popolo piU profondamente rappresentativa del "governo del popolo e delle arti"--fossero un elemento caratterizzante della struttura istituzionale che legittimamente rappresentava Bologna e ne incarnava il buon governo o, piU precisamente, lo "stato di liberta" (De Benedictis, Identita politica 13-83).

Questa ricorrenza terminologica, all'interno di un lessico politico del tutto istituzionalizzato, non puo non far pensare; allo stesso modo i venticinque anni di malgoverno, in un computo che rimane un'ipotesi euristica, ma che pure stranamente sembra creare una curiosa coincidenza, sono gli stessi che intercorrono tra l'ascesa di Giovanni II al governo di Bologna nel 1463, dopo la morte di Sante Bentivoglio, e la congiura dei Malvezzi nel 1488, l'evento piU traumatico di un principatus che a tutti gli effetti si presenta come tale, nei riconoscimenti e nei successi internazionali, oltre che nella realta quotidiana di una vita cittadina e di corte pienamente signorile, senza che chi lo detiene ne abbia giuridicamente il titolo.

Siamo di fronte ad un nodo istituzionale che mette conto illustrare preliminarmente, giacche proprio all'interno di quell'orizzonte cittadino si colloca la riflessione politica del Garzoni, che non si limita certo a questo enigmatico j'accuse, affidato a prove di scrittura frammentarie, destinate, per quanto ne sappiamo, a rimanere inedite. Si tratta infatti di pagine che possono fungere poco piU che da mero spunto introduttivo, per quanto non manchino di stupire se le rapportiamo al profilo di uno scrittore che e, senza alcun dubbio, un uomo d'ordine, figura di spicco dell'entourage filobentivolesco, impegnato apparentemente senza riserve in un'azione di persuaso fiancheggiamento intellettuale e propaganda legittimistica (Raimondi, Politica 45-48). Converra piuttosto prendere in esame la sua opera didascalico-pedagogica piU ambiziosa, quel trattato De eruditione principum destinato--come avremo modo di vedere --a una ricezione pubblica e ufficiale e che costituisce il focus di questa riflessione.

Giovanni Garzoni e l'institutio principis

All'interno del regimen politicum et regale, istituito e regolato dalla sottoscrizione dei Capitoli del 1447, con cui si definisce la complessa identita di Bologna, citta libera e nel contempo suddita del sovrano pontefice e se ne affidano le prerogative ad una prassi di controversa e sempre ardua rinegoziazione, il governo della citta e affidato all'ufficio dei Riformatori dello Stato di Liberta (De Benedictis, Repubblica 148-50). La riforma di questa suprema magistratura, introdotta da papa Paolo II nel 1466, ne promuove la trasformazione in senso compiutamente aristocratico e conferisce validita giuridica, all'interno di essa, al primato di Giovanni II Bentivoglio, a cui si riconosce quel ruolo di primus inter pares che costituisce la forma e il limite del suo essere di fatto, ma senza mai averne il titolo, il signore di Bologna (Robertson 223).

Questo e il quadro politico in cui, proprio alla fine degli anni Ottanta, all'indomani della congiura dei Malvezzi che di quell'equilibrio istituzionale rappresenta un drammatico punto di crisi, Giovanni Garzoni decide di cimentarsi, nelle forme di una compostezza cortigiana ossequiosa e piena di cautele, nella composizione di un'ampia e impegnativa institutio principis, un vero e proprio trattato De eruditione principum.

Ciceroniano fervente e appassionato lettore di classici, abile divulgatore di quegli studia humanitatis a cui si accosta senza sperimentalismi, ma con intelligenza sicura del nuovo ed inesausta curiosita intellettuale, Garzoni di certo non ci stupisce scegliendo di scrivere uno speculum principis, la forma piU retoricamente formalizzata e vincolata dall'appartenenza ad una definita tradizione di genere della letteratura politica tra Medioevo ed eta moderna (Skinner 115-40), nella quale il carattere topico e ripetitivo dell'argomentazione deve pero, alla fine, poter esprimere la specificita dei problemi, la diversita degli orizzonti temporali, la concretezza variabile delle situazioni.

Anche nel caso di Garzoni si dovra quindi porre il problema della relazione dinamica che sempre si crea, nella letteratura degli specula, fra contesto e riproposizione di un modello: se la retorica coincide con la forma stessa della riflessione politica, viene da chiedersi, al di la della logica cortigiana--pure determinante--del discorso epidittico, quali siano le ragioni del recupero del problema teorico e pratico della formazione del principe nella Bologna dei Bentivoglio. In altre parole, non pare fuorviante, almeno in via di ipotesi, interrogare e leggere il testo di Garzoni, proprio nel momento in cui lo scrittore sembra ambire al ruolo di araldo entusiasta delle fortune del Signore di Bologna, come un modo per "dire la verita al principe": definire l'immagine del principe ideale puo infatti diventare una via programmaticamente non eversiva, per quanto affatto acritica, per verificare se esista un equilibrio possibile tra principatus, oligarchia e tradizioni repubblicane, governo dei molti e potere individuale, nel contesto di un'area come quella bolognese e padana dove, come e stato detto, la legittimazione dei signori appare spesso subordinata al loro ruolo di garanti dell'identita storica, culturale e politica della citta (Anselmi 37-65).

Il dialogo con i maestri: Egidio Romano

L'ambizione dottrinale e l'impegno speculativo con cui Garzoni affronta il problema della formazione del principe e dell'ottimo governo si esprimono attraverso una precisa modalita operativa che lo porta a organizzare i tre libri del De eruditione principum come riscrittura ed epitome ragionata del De regimine principum di Egidio Romano, lo speculum piU autorevole, commentato e discusso dalla trattatistica politica e giuridica tra XIV secolo e Umanesimo (Lambertini, Philosophus videtur 277-326; Quaglioni, Il modello 103-22).

Il riferimento al pensiero e all'opera di Egidio Romano, fondativa dell'identita culturale stessa dell'ordine agostiniano (Pini 81-113), appare ben giustificato per chi, come il Garzoni, ha fatto non solo della frequentazione professionale, ma dell'amicizia e del sodalizio intellettuale con i Padri Eremitani del convento bolognese di San Giacomo un punto fermo della propria esperienza di umanista e letterato. Uno dei piU assidui destinatari delle sue lettere e infatti padre Giovanni Paci da Ripatransone, teologo ed editore a Bologna di Egidio Romano, a lungo priore del convento e confessore di Giovanni II, a cui Garzoni si rivolge proprio per ottenere che il De eruditione principum sia presentato degnamente al Signore della citta (Lind 271). Ma piU ancora del Paci, appaiono coinvolti nella discussione sui nodi concettuali della teoria politica esposta nel De eruditione i frati predicatori dello Studio Domenicano di Bologna (D'Amato 465-70; Banfi 365-78), protagonisti di primo piano della fervida attivita culturale che, dal convento di San Domenico e dalla sua biblioteca, si intreccia a piU livelli con il mondo dell'Universita e dei suoi maestri: non ultimo il Garzoni, promotore fervido e appassionato, fra coloro che spesso gli sono stati anche scolari, di un Umanesimo cristiano culturalmente vivificato dalla lezione dell'eloquenza ciceroniana (Raimondi, Codro 69-71; Knowles Frazier 182-87).

Questo rapporto privilegiato di amicizia, magistero e discepolato con Domenicani e Agostiniani illustri rappresenta sicuramente per Garzoni una motivazione forte--e forse decisiva--a calare la propria riflessione politica negli schemi di riferimento del trattato egidiano, paradigma autorevolissimo di quell'attenzione degli Ordini Mendicanti alle dinamiche politiche e governative e ai loro lessici descrittivi che ha coinciso largamente, tra XIII e XIV secolo, con la ricezione e l'interpretazione critica della filosofia morale di Aristotele (Lambertini, Governo ideale 231-77).

Garzoni trova nel De regimine principum, in primo luogo, un modello plurale per temi e prospettive d'indagine: il principe come soggetto e personalita da plasmare e il principato come istituzione; l'ordinamento pratico della casa e, di conseguenza, della corte e del regno; i diversi modelli politici e le loro dinamiche di funzionamento, in pace e in guerra. Queste macrosezioni corrispondono puntualmente ai tre libri del De eruditione garzoniano, dedicati nell'ordine alle virtU del principe e ai suoi mores; alla cura della res familiaris in rapporto alla composita comunita domestica; al governo dello stato e all'arte della guerra. Senza che vi sia mai, da parte dell'interprete, alcun riferimento diretto all'archetipo egidiano, se non forse allusivamente nella scelta del titolo, questo funge di fatto non da semplice fonte, ma da vero e proprio palinsesto della versione moderna, nella dinamica di un rapporto di intertestualita complessa e, come si vedra, perfino tendenziosa.

Con un'esplicita presa di posizione iniziale, Garzoni esibisce la propria adesione a quella teologia politica di cui Egidio Romano e riconosciuto maestro, secondo la quale dell'ordine sacro di questo mondo il principe e parte attiva, custode e segno vivente; ma nello stesso tempo mostra anche di voler realizzare uno speculum principis aggiornato e moderno. Per questo motivo rimane ben poco della struttura argomentativa rigorosamente deduttiva del modello: il discorso si semplifica dal punto di vista concettuale e contemporaneamente si arricchisce di un ricco repertorio di esempi tratti dalle letterature antiche, soprattutto quella latina, che trovano nella ricontestualizzazione umanistica la loro specifica funzionalita comunicativa e pragmatica. Si tratta di una vasta antologia di luoghi topici della trattatistica umanistica sul principe, ricavati da Cicerone, Livio, Seneca, Valerio Massimo che, mentre collocano il testo in un preciso orizzonte di genere (Orvieto 153-80), confermano la piena appartenenza del Garzoni all'ambiente universitario bolognese, quello dei piU grandi commentatores--dal Beroaldo allo stesso Codro--per i quali il testo antico e il punto di partenza di un discorso in cui l'esegesi linguistica si dilata in enciclopedia, silva di richiami eruditi e l'universo dei classici e messo interamente a disposizione dell'interprete e del lettore (Raimondi, Politica 3645; Chines 17-32).

Intertestualita "tendenziosa la lezione di Aristotele

Dove invece appare piU evidente l'autonomia del commentatore, ed insieme la sua ambiguita ideologica, e soprattutto nella selezione dei temi oltre che nei riferimenti in presa diretta alla Politica e all'etica Nicomachea, in un dialogo recuperato con il testo aristotelico che si pone accanto e oltre la lettura egidiana, secondo una prassi operativa che pluralizza la parola nel gioco stratificato dei rimandi, amplificati dall'esegeta moderno tramite il corollario degli exempla latini. Ed e logico che il lavoro di filtraggio selettivo dell'autore moderno si attivi soprattutto nel terzo libro, il piU ideologicamente sensibile, dove si confrontano diverse concezioni politiche e soprattutto si discute di quale sia la migliore forma di governo.

Non stupisce da parte del Garzoni, animato indubbiamente da ragioni di opportunita cortigiana, la scelta di assumere come referente principale del De eruditione l'opera di Egidio Romano: coerente con i modi della lunga ricezione della Politica e dell'Etica Nicomachea da parte degli Ordini Mendicanti, Egidio ha infatti depurato la riflessione di Aristotele sulla definizione dell'ottima forma di governo della sua natura "aporetica", optando in modo inequivoco per la superiorita del regimen unius. Questa semplificazione funzionale, giustificata da una coerente visione teologico-politica, si ripropone come paradigma di riferimento e autorevole giustificazione ideologica in tutta la trattatistica quattrocentesca sul principe, rispetto alla quale i testi elaborati dall'Umanesimo bolognese non fanno eccezione; basti pensare, oltre al Garzoni, a Filippo Beroaldo seniore con il suo De optimo statu et de Principe. Ma cio che distingue il Garzoni anche dal suo piU illustre concittadino e la singolare e disinvolta operazione riassuntiva rispetto all'avantesto egidiano, in una pagina che conviene a questo punto richiamare in parte:

Si igitur civitatis gubernatio penes unum sit aut penes paucos aut penes multos sequanturque communem utilitatem, erunt haec rerum publicarum species. Quod si ad propriam utilitatem gubernatio fit, labem dicemus quae suis nominibus distinguntur. [...] Est autem non parva dubietas nunquid unus, qui optimus sit, civitati dominari debeat, an plures, qui optimi sint. Nam si plures sint qui virtute praestent et prudentia, id civitati conducibilius dixerim. Etenim in unum collati fiunt, quasi homo unus multos habens pedes, multas manus, multos oculos multosque sensus. Melius ergo iudicabunt. Facilius praeterea unus quam plures gratia flectitur aut precio corrumpitur. Haec quamquam ita sint, laudabilior tamen et dignior est unius quam multorum gubernatio. Si enim qui civitati praeest sapientes et experientia doctos in consilium adhibeat, in unum evadet quasi hominem multos pedes, multas manus, multosque oculos habentem. Quod si ei recte dominari optabile est, nec precio corrumpetur nec gratia flectetur.

(III 24-25) (2)

Quello che colpisce della sintesi garzoniana e che, se nessuna delle argomentazioni puo dirsi in alcun modo originale, il senso complessivo vira in conseguenza della loro dispositio e della selezione che su di esse viene operata e finisce per riportare in evidenza, al di la delle intenzioni forse piU pragmatiche che ideologiche dell'autore, la complessita dell'archetipo aristotelico: la tesi della superiorita del governo di uno solo, ampiamente sviluppata nel testo di Egidio, (3) si riduce cosi per Garzoni ad un'affermazione apodittica e isolata--"Haec quamquam ita sint laudabilior tamen et dignior est unius quam multorum gubernatio"--, mentre le ragioni a favore di un governo dei molti, poste in risalto anche dall'ordine dell'esposizione, finiscono per assumere un rilievo preponderante: contestualmente alla tesi della superiorita del governo monarchico si propone, nel momento stesso in cui essa viene rapidamente enunciata e senza apparente contraddizione, quella di una sovranita suffragata e in qualche modo corretta da un'efficace dimensione collegiale, quella dei "sapientes et experientia doctos" su cui di fatto converge l'attenzione di chi legge.

L'ambiguita evidente della riscrittura garzoniana trae origine e ispirazione dagli stessi equilibri ancipiti della politica bolognese alla fine degli anni '80: le insofferenze e il risentimento nei confronti dell'egemonia bentivolesca da parte di molte tra le famiglie piU illustri dell'oligarchia cittadina, appartenenti alla magistratura dei Riformatori, hanno gia mostrato di poter essere incanalate verso la strada eversiva della congiura. Riconoscere il ruolo di Giovanni come primo cittadino di Bologna puo convenientemente e prudentemente lasciare spazio, nei termini di una institutio in tutto e per tutto conciliante, al richiamo ad un modello politico che e sotteso alla struttura istituzionale della citta: quel governo "misto", che e tale non soltanto in virtU della compresenza dell'oligarchia patrizia e del legato papale, ma soprattutto per la natura condivisa di un potere da gestire collegialmente da parte dei Riformatori e del dominus Giovanni (De Benedictis, Quale Corte 13-33), pena gravi squilibri e drammatiche perdite di consenso.

Il primato della legge

Questa posizione, ispirata ad una cautela non priva di opportunismo, si conferma nel modo in cui Garzoni affronta, attraverso il filtro esegetico della Politica aristotelica, il tema della "gubernatio civitatis", mettendo in primo piano il ruolo e il primato della legge: un'esposizione che, di nuovo, riassembla e riassume il testo di Egidio (4) in un florilegio di citazioni, in cui cio che conta a riorientare la lettura sono di fatto le vistose ellissi:

Leges memoria repetat, quod hae sunt quarum praesidio civitates regnaque conservantur. Ad has si iudex sententias ferendas rettulerit, nullius in se concitabit odium. Nec a recto declinet quod alter ei sit odio, in alterum summo sit amore, quamquam minime negaverim ei non nihil in reum adhibendum esse misericordiae et quae a iure civili proficiscuntur, ea ad facilitatem et aequitatem referre. Controversias tollat nec litium actiones constituat. In ferendis autem sententijs haec illi consideranda erunt, iudicandi ut insit auctoritas, leges calleat, iusticiae inhereat, experientia doctus existat. Non enim Aristoteles minus tribuit expertis quam scientibus. Quod vero iudicem misericordia commoveri oporteat, cui dubium est, cum fragilitas humana facile labatur? Non quid lex iubeat sed qua fuerit mente legis lator consideret. Moderetur legibus, quas in mitiorem partem accipiat. [...] Satis superque est ut a principe, vel ab eo qui in eius locum suffectus fuerit, hae leges condantur quae a iusticia minime abhorreant, quae utilitatem communem explicent, quarum mandata quivis possit exequi. Sunt autem promulgandae ne qui excusatione adducti, se se flagicijs contaminent, quae delinquentem quas emeritus est poenas cogant luere, probos vero ac studiosos muneribus complectantur. [...] Sed ut ad id redeamus unde digressi sumus, civibus bene feliciterque eveniet si legibus parebunt, quod et studiosi et probi habebuntur. Insuper civitatis saluti consulitur, vitia exterminantur, libertas confirmatur. Hos enimvero liberos dicimus, qui legibus parent: pax, ocium, tranquillitas augetur.

[III 38-43] (5)

Scompare, nella redazione garzoniana, il tema cardine della regalita giuricentrica (Kantorowicz 130-35) che tanto spazio occupa nel De regimine: se il principe si identifica con la lex animata, in quanto mediatore tra diritto naturale e legge positiva, e di conseguenza ontologicamente superiore ad essa, in una visione che oppone alla imperfezione generalizzante di una norma in se inerte la superiorita vivente di chi governa. Al contrario e in alternativa ai modi con cui Egidio rielabora il grande tema aristotelico se sia preferibile essere governati dalle leggi migliori o dall'uomo migliore, (6) Garzoni recupera la plurivocita dell'auctoritas antica, insieme ai suoi corollari canonici che meglio si prestano a sottendere il difficile equilibrio cittadino tra governo signorile ed istituzioni oligarchiche: la sovranita delle leggi e la loro insufficienza rispetto alla molteplice realta, il ruolo del magistrato e la sua corruttibilita in una dialettica di rischi che oppone il governo del singolo a quello dei molti. (7)

Attraverso la mediazione della cultura legalistica latina, assimilata all'interno di quella scientia iuris che e tutt'uno con l'identita medievale e moderna di una citta universitaria come Bologna (Greci 537-63), Garzoni pone l'accento sulla centralita della legge, riproponendo, nella canonica formulazione ciceroniana, (8) il motivo della coincidenza tra obbedienza alle leggi--"si legibus parebunt"--e la "libertas" che e tutt'uno con la "salus civitatis". In questo modo, attraverso una vera e propria decostruzione del testo egidiano, il discorso dell'esegeta moderno recupera obliquamente la dimensione legalitaria e condivisa del governo cittadino, in cui il ruolo di Giovanni II Bentivoglio non puo essere legibus solutus.

L'insistenza sul tema tradizionale deU'"aequitas", per cui l'autorevolezza della legge non viene mai meno pur nel suo declinarsi e adeguarsi alla molteplicita del reale, in un processo affidato alla "mens" competente del legislatore, porta in primo piano, oltre alle competenze tecniche--che il principe "leges calleat"--le doti del "iudex", sia quelle professionali dell'"auctoritas" e dell'"experientia", che quelle morali della clemenza e della giustizia. E non e un caso che il discorso si rivolga simultaneamente al princeps e al iudex e ne sovrapponga le immagini: non solo perche, come e stato autorevolmente detto, il giudice e la figura simbolo su cui convergono "il linguaggio politico medievale e una precisa idea di legittimita" (Costa 284); ma anche perche il tema del governo dei giudici appartiene a una tradizione secolare al centro della quale sta la definizione stessa del concetto di regalita, che oppone la figura del "rex" a quella del "tyrannus" (Quaglioni, L'iniquo diritto 209-29).

Gli optima fundamenta regni: i rischi della tirannide

Universale polemico della letteratura politica antica e medievale, il tema della tirannide, inteso nello specifico come degenerazione patologica del regimen unius e prevaricazione soggettiva del bene comune, si colloca al centro di quella trattatistica umanistica sul principe, da Bracciolini a Pontano, di cui Garzoni mostra di condividere temi, ragioni e loci communes. Rispetto a questo argomento cruciale, tuttavia, il tessuto argomentativo generale del trattato garzoniano non riproduce, se non desultoriamente, il testo di Egidio Romano, ma recupera direttamente l'auctoritas aristotelica. In questo caso--e si tratta di un unicum rispetto alla struttura complessiva del testo--Garzoni si discosta dall'organizzazione tematica dell'archetipo medievale, anticipando in parte il discorso sulla tirannide gia alla fine del II libro, dedicato al governo della casa e della famiglia.

Il richiamo agli "optima fundamenta regni", da affrontare sistematicamente nel III libro, rispetto al quale questo inserto funge da premessa generale, coincide con la riproposizione del capitolo V 11 della Politica di Aristotele, nella sezione che tratta dei modi con cui si conserva la tirannide. (9) Un luogo su cui Garzoni si e interrogato a lungo, come possiamo constatare dall'epistolario in cui ritroviamo tracce di una discussione specifica sul tema, probabilmente risalente agli ultimi anni '90, che Garzoni intrattiene con il domenicano Bartolomeo Manzoli. (10) Lettore attento e compiacente dell'opera storica garzoniana e anche dei libri del De eruditione principum, di cui elogia la sapienza erudita e retorica applicata all'esposizione ornata di "tota moralis philosophia" (Lind 105), il Manzoli, in virtU della sua acclarata competenza in campo filosofico, viene piU volte interpellato dal nostro, proprio su un problema esegetico posto dalla nota pagina aristotelica sulle "cautelae tyrannicae" (Lind 191-92; 161-62), che a Garzoni pare un atto di connivenza complice, inqualificabile e soprattutto inspiegabile da parte del grande filosofo.

La risposta del Manzoli rettifica il fraintendimento di una lettura moralistica ingiustificata del testo di Aristotele, che attribuisce valore di imbarazzante prescrizione, lesiva della "libertas", a considerazioni che invece sono neutre, puramente descrittive delle ragioni e dei processi per cui i diversi ordinamenti politici si conservano e, alternativamente, si corrompono (Lind 19394). Ma negli anni della composizione del De eruditione, di certo antecedenti a questo carteggio, scrupoli evidentemente insormontabili o nuove cautele, dettate dai tempi corruschi e disameni, hanno suggerito a Garzoni addirittura una parafrasi e contrario del testo aristotelico:

Accedamus ad alias praeceptiones quas, si exequetur, imperi) sui optima--ut inquit eximius orator--iacta erunt fundamenta. Cavendum est igitur ne viris doctrina praestantibus atque disciplina praeditis vim afferat. Hoc enim populum in ipsum concitat. Multos extitisse legimus qui, ut imperare possent, non modo viros graves et sapientes ex civitate exturbarunt, sed cognatos quoque atque amicos ferro venenoque petierunt. Quorum qui fuerit exitus, historici litteris prodiderunt. Utilitati communi studebit si ut in civitate litterarum studia vigeant, omni curabit diligentia. Huic sententiae minime accedunt tyranni, timore adducti ne existant qui eos obiurgentur. Conetur ut cives se mutua benivolentia prosequantur, amicicias ineant. Delatores, dicaces, detractores exterminet. Nullam eis fidem adhibeat. Id multis obfuit. Si qui inter se cives dissidebunt, componendae pacis confestim curam suscipiat. Subditos nequaquam in paupertatem redigat. Nullas civibus, nisi belli pericula impendeant, pecunias imperet. Si qui supplicio aut morti addicti fuerint, iusticiam consulat ne qui sub eius imperio subijciuntur ipsum iracundia aut odio adductum existiment. Haec si fecerit, nullas populi timebit insidias, quin vitam tranquillam aget et quietam.

(II 49-50) (11)

A queste indicazioni, che traducono in forma esplicitamente antitirannica l'argomentazione aristotelica, segue nel III libro la ripresa della seconda opzione offerta da Aristotele, quella della possibile trasformazione della tirannide in regno. (12) Essa costituisce il canovaccio per la piU dettagliata pars construens della riflessione garzoniana sul buon governo, a dimostrazione di quanto questo equilibrio, fondato sul compromesso, sia raggiungibile solo percorrendo la strada impervia e insidiosa della educazione del principe. Inquadrandolo nella esemplificazione dei temi canonici della solitudine del tiranno e della "virtus formidulosa" (13), per cui i probi divengono inevitabilmente una minaccia per il tiranno, il commentatore moderno ribadisce il dovere del principe di costruire una socialita produttiva e concorde, rispettosa della persona dei cittadini, delle loro proprieta e della sicurezza complessiva dello stato, del ruolo dell'intelligenza creativa e della cultura, del riconoscimento del merito e di uno stile di vita virile e improntato a sobrieta.

Abile collage di citazioni aristoteliche ed egidiane, il testo del Garzoni gravita tuttavia sostanzialmente intorno a due principi fondamentali: da un lato, l'obbedienza alla "utilitas communis", fondata su una concezione dell'"imperare" che "nec quicquam aliud est quam imperium in multos partiri" (III 27); dall'altro, e di conseguenza, la legittimazione del potere attraverso una legalita condivisa, giacche "difficile est profecto pluribus nolentibus imperare et contra legem" (II 56). Si tratta di argomenti indubbiamente comuni alla trattatistica sull'ottimo principe, ma che assumono, in pagine dedicate al Signore di Bologna, un significato che non pare improprio provare a declinare e ricontestualizzare all'interno dell'orizzonte cittadino.

La propaganda legittimistica filobentivolesca, di cui Giovanni Garzoni e voce prestigiosa e autorevole, e solita giustificare il primato politico della famiglia Bentivoglio proprio facendo riferimento ad un suo ruolo decisivo nella lotta contro quei governi "tirannici" che, nel corso del XV secolo, hanno fomentato le fazioni e offeso i cittadini, nella persona e negli averi; ovvero hanno portato la citta alla guerra, con la conseguente, continua e rovinosa status commutatio, in cui guerra guerreggiata e contesa civile si sono saldate insieme, in un rapporto perverso di causa-effetto (Quaglioni, Politica e diritto 39-71).

Da questo punto di vista, il fatto che Garzoni lavori alle Historiae Bononienses negli stessi anni in cui si accinge a rielaborare il De eruditione principum (Mantovani, History 227-33; Educare il Principe XI-XV) puo rappresentare ben piU che una semplice concomitanza cronologica: la parenesi collettiva del discorso storico, che si richiama ai principi di un'identita cittadina condivisa di cui i Bentivoglio sono presentati come i difensori, va integrata da un'operazione didascalica individualizzata a parte subiecti, rivolta a chi, come Giovanni II Bentivoglio, di quell'ordine complesso non deve dimenticare di essere il garante piU che il sovrano.

Se, all'inizio degli anni Settanta, redigendo l'opuscolo epidittico De regenda civitate (14) che del III libro del De eruditione rappresenta a tutti gli effetti l'archetipo (Mantovani, Educare il principe XXII-XXV), Garzoni aveva potuto salutare in Giovanni il difensore della libertas bononiensis, assimilandolo alla realta della civitas e del suo populus, non v'e dubbio che le pagine seriori dell'opera maggiore riflettano, pur attraverso gli schermi di inevitabili cautele, una verita piU inquietante.

Ormai la "tirannide" di Giovanni II Bentivoglio non e solo una condizione politica reale, prodotta dallo sbilanciamento dei poteri all'interno della magistratura dei Riformatori a partire dal 1470, con gli esiti nefasti sul piano degli equilibri interni all'oligarchia, di cui la congiura dei Malvezzi rappresenta l'esito piU recente e clamoroso. Nella magnificenza esibita di una vita di corte proiettata su uno spazio cittadino coinvolto in un progetto di grandiosa ridefinizione urbanistica (Terpstra 389-96), la tirannide e anche un'idea o un sospetto, alimentato dall'opinione condivisa del popolo, degli intellettuali, degli osservatori stranieri e degli altri Stati Italiani, che Giovanni sia, a tutti gli effetti, il Signore di Bologna (Robertson 113-16; Sorbelli 65-73). L'educazione del principe, attraverso la mediazione inevitabile dell'ossequio cortigiano, si muove percio sul crinale periglioso di istanze non facilmente conciliabili, indicando l'orizzonte ideale di unprincipari, ovvero dell'esercizio di un potere che sappia essere governo piuttosto che dominio e a cui, di conseguenza, si possa davvero guardare "tamquam in speculo" (II 23).

Il ruolo dei sapientes: una prospettiva "bolognese"

Il significato del messaggio pedagogico del De eruditione principum, veicolato da un'operazione retorica in apparenza neutra di riproposizione e commento di modelli illustri, si esplicita con maggiore chiarezza laddove la scrittura garzoniana opera in autonomia rispetto al modello medievale e si presenta, nella solennita celebrativa delle pagine proemiali, come opera di un umanista ambizioso e moderno. Rispondendo alle critiche che qualcuno gli rivolge in merito alla presunta non ortodossia cristiana e aristotelica delle tesi sostenute nella sua institutio principis, Garzoni, senza mai citare Egidio Romano, afferma di aver voluto riscrivere ed imitare il "liber magnificus et regius" (Lind 128) del De officiis di Cicerone e, implicitamente, dichiara di aver sviluppato la propria riflessione situandola entro l'orizzonte teorico dell' honestum e della ridefinizione di un'etica per le classi dirigenti, ispirata dalla nuova cultura e dai suoi maestri.

Al centro del proemio al libro I campeggia infatti la definizione ciceroniana della sapienza intesa come cultura funzionale all'azione, in un sostanziale superamento della contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa che avvicina il politico al sapiens, in nome di un sapere che, in quanto pienamente umano, e anche condizione imprescindibile per l'esercizio dell'azione politica e di governo (Gilli 425-42). In quest'ottica si spiega la presenza, di per se indicativa di una precisa genealogia culturale, della figura di Scipione l'Africano, protagonista del proemio al libro II. Eroe della respublica, ma anche exemplum canonico della riflessione politica di orientamento monarchico, e quindi opportunamente "spendibile" in ambito bolognese, Scipione non evoca solo il paradigma di una virtU eminentemente politica, ma richiama una certa tradizione di principato civile (Rubinstein 212-14), dove il princeps, come nel caso del Bentivoglio, e cittadino e "pater patriae" (I 52), se e vero che concepisce la propria azione di governo "pro illius salute" (I 4), come servizio allo stato. D'altro canto, la ragione intimamente politica della pratica delle discipline liberali, raccomandata proprio in questo libro per l'institutio dei giovani principi, viene ricondotta alla loro funzione di propedeutica all'esercizio delle virtU morali, che "se offerent et non vocatae respondebunt" (II 26) a chi dovra assumersi responsabilita di governo.

Non e dunque improprio supporre che anche la paludata retorica del proemio al libro III, di nuovo nella forma di un prevedibile riecheggiamento ciceroniano, sottintenda un messaggio piU ampio: il problema del rapporto tra virtU civili e virtU militari, della superiorita dei "sapientum consilia" sulle "res bellicae" (III 3), non va letto semplicemente come richiamo topico ad uno dei temi piU frequentati e consunti della "disputa delle arti", risolto per altro dal Garzoni nel consueto tono conciliativo, quasi da esercizio letterario. A Bologna, in quella stessa irrequieta fin de siecle, la riproposizione della disputa delle arti, da Sabadino degli Arienti al Beroaldo, dal Magnani al Beccadelli, puo infatti assumere--come e stato da tempo autorevolmente dimostrato--il senso di una riflessione mediatamente politica e giuridica sul tema dei rapporti di potere e sui diversi ruoli sociali (De Benedictis, Retorica e politica 411-38).

E verosimile allora che anche Garzoni si soffermi a riflettere su quale spazio possa essere riservato ai "sapientum consilia" (Armstrong-Kirshner 16), ovvero di come la cultura sia in grado di condizionare l'azione di governo, se e vero che occorrono determinate qualita, piU di altre, per garantire un regime e il suo corretto funzionamento. Cosi, se all'inizio degli anni Settanta, nel De regenda civitate Garzoni si era diffuso in un appassionato elogio delle armi e della virtU militare, di cui il giovane signore di Bologna prometteva di offrire un chiaro esempio (15), il De eruditione principum si impegna a confermare, in una stagione ormai molto differente, la funzione complementare e concorde della sapientia accanto alle armi:

Saepe ac multum mecum cogitavi, Joannes Bentivole, maioribus ne laudibus qui se totos in rem publicam conferunt an qui rem bellicam exercent digni censendi sunt. Nam, si quae ex re militari emolumenta reportantur ipse considero, hos amplioribus laudibus collaudem necesse est. Quid enim praestantius inveniri potest quam eos esse a quibus belli pericula repellantur? Quis ignorat quantas calamitates afferat belli suspicio cum pecora--teste Cicerone--relinquantur, agricultura deseratur, mercatorum navigatio conquiescat? Cum bellum imminet, omnia litterarum studia spernuntur: forum castris cedit, ocium militiae, stilus gladio, umbra soli. Res militaris populo Romano aeternam gloriam peperit eique orbem terrarum coegit parere. Haec me in eam sententiam impellunt ut qui se militem profitetur, hunc viro qui consilio polleat ac prudentia praeferendum existimem affirmemque omnes res urbanas in tutela et praesidio bellicae virtutis latere. Nec vero desunt qui primorum sapientum consilia rebus bellicis anteponant. Non enim Themistocles amplissimam illam de Xerse reportasset victoriam ni ipse qui unus sapientum fuisse traditur Solon ei suo consilio suaque sapientia profuisset. Quid Pausanias? Quid Lisander? Quorum alter, quamquam Mardonium ad Plateas proelio fuderit, alter bellum quod annos sex et viginti inter Athenienses et Peloponnesios duraverat confecerit, nequaquam tamen cum Lygurgo conferendi erunt. Nec Scipio Affricanus, excisa Numantia, rei publicae romanae profuisset, ni eodem tempore Publius Nasica Tiberio Gracco legem agrariam ferenti subselliorum fragmentis vitam erripuisset. Nec minus utilitatis urbi attulit Marcus Scaurus cum de sumptibus et suffragijs libertinorum legem tulit, cum viam Aemiliam stravit, cum pontem Aemilium struxit quam Caius Marius, cuius res amplissime gestas multi litteris memoriaeque prodiderunt. Complures his rationibus adducti res urbanas bellicis preferunt. Atqui ut mentem meam quisque teneat, utrasque aequis laudibus prosequendas censeo. Non enim res bellicae sine sapientum consilijs nec sapientum consilia sine rebus bellicis civitatibus multum prodesse possunt.

(III 1-3) (16)

PiU volte membro della magistratura degli Anziani consoli in qualita di maestro dello Studio,* 17 Garzoni sembra ribadire in questo contesto, con l'orgoglio del letterato, la propria appartenenza a quel ceto che aveva svolto un ruolo di primo piano nel "governo del popolo e delle arti" e che, proprio nell'ultimo decennio del Quattrocento, stava sperimentando una progressiva marginalizzazione politica (Roversi Monaco 420-22).

Certo i "sapientum consilia", di cui Garzoni difende qui il valore e l'utilita, sono funzionali al perseguimento di un generale "prodesse", ovvero di un bene comune che riporta il testo entro i confini canonici della riflessione letteraria, affidata agli schemi ripetitivi e ormai un po' usurati dello speculum principis. Pure, senza che mai gli si possa attribuire una coerenza di ideologo, non pare improprio riconoscere al Garzoni un'intelligenza avvertita, per quanto non priva di cautele e di ambiguita, delle dinamiche e dei conflitti su cui si fondano gli equilibri politici della respublica bononiensis.

Esperto conoscitore dei paradigmi illustri del genere dell'institutio principis, lettore curioso e sagace di auctores antichi e contemporanei, dall'Isocrate dell'orazione A Nicocle, sulle cui tracce compone un agile De principis officio, dedicandolo al duca d'Urbino Guidubaldo da Montefeltro (Mantovani, Educare il Principe XLI-XLVIII), fino al Pontano del De principe, di cui annota e trascrive alcuni estratti, (18) Garzoni ha vivido il senso delle ragioni della prudenza reticente e dei limiti entro i quali si puo pensare di "dire la verita al principe". Non puo stupirci allora che l'appassionata invettiva contro il tiranno che per venticinque anni ha vessato una citta che potrebbe essere proprio Bologna, da cui ha preso le mosse il nostro discorso, resti un frammento destinato--per quanto ci e dato sapere--a una fruizione rigorosamente privata; cosi come analogo destino sembrano aver avuto le pagine di Heliogalbalus, (19) un singolare racconto a chiave in cui il protagonista, depravato "princeps lenonum", ha caratteri cosi simili al tiranno che e al centro della vibrante denuncia post mortem contenuta nella Declamatio in tyrannos.

Ben diversi sono i toni delle scritture destinate alla ricezione pubblica e al decoro compostamente cortigiano di quella che, non molti anni dopo, sara la strada obbligata della "dissimulazione onesta": la scelta da parte del Garzoni di scrivere uno speculum principis come il De eruditione e di concepirlo come una parafrasi ragionata delle auctoritates piU accreditate, prevedibili e canoniche rientra entro un'opzione di ragionata e opportunistica prudenza.

Se dunque lo si sa intravedere tra gli anfratti di un'argomentazione moderata e spesso reticente nella sua dominante vocazione epidittica, anche nel trattato garzoniano le convenzioni del genere si modulano impercettibilmente fino a farci intravedere un orizzonte cittadino reale. Educare il principe puo cosi essere un modo, forse l'unico che resta all'umanista cortigiano, fedele ai Bentivoglio, per indicare la strada di una conciliazione possibile tra governo signorile, istanze oligarchiche e tradizioni repubblicane, a cui e affidata la tutela, sempre piU precaria e contesa, dell'identita di Bologna negli anni drammatici di quelle che saranno di li a poco definite "le guerre d'Italia".

Appendice

Bologna, Biblioteca Universitaria, Ms. Latino 741

Declamatio Johannis Garzonis in tyrannos cc. 182v-186v

Quoniam fato nostro factum dixerim, patres concripti, ut annos quinque et viginti acerbissimum servitutis iugum subire coacti fuerimus. Eas passi sumus calamitates quas cum mihi in mentem redigo, nullis possum temperare lachrymis. Quotiens mihi fuit in animo moriendi voluntas ne tantas susciperem molestias? Quotiens qui vita cum morte commutassent eos in summa felicitate constitutes existimavi, quod a tantis miserijs alieni existerent? Sit dijs gratia: qui nos calamitosa servitute tenebat oppressos tyrannus humanis rebus excessit. Ad inferos deiectus est et in aeternam damnabitur poenam. Maximo dijs immortalibus obstringimur beneficio, qui admirabili illorum virtute a desperatione ad spem, a morte ad vitam vocati sumus. Erit igitur vestri muneris, Patres conscripti, ne tanti deorum immortalium in nos beneficij memoriam abiecisse videamur ut in triduum supplicationes fiant providere.

Fortasse ex me quaeritis cur tantum temporis spiritum duxerit, cur defuerint qui ipsum, quando de omnibus civibus male mereretur, de medio sustulerint. Nunquam potuit neque ferro neque veneno neque igne confici. Magnam vim armatorum ad sui corporis custodiam mercede conduxerat. Sive domi sese contineret sive per urbem iter susciperet sive in villam se conijceret, non aberant armati qui, eductis gladijs, eum tuerentur. Semper agmine incedebat quadratus. Qui magnitudine animi et corporis robore praestabant a tergo, a fronte, a latere circumspiciebant. Qui litteras attulisset nequaquam ei, ni ex ipso an ferro succinctus esset, primum percontatio fieret, sui conveniendi potestatem faciebat. Qui ferro accinctus esset, illum ferrum deponere cogebatur. Neque nocte neque interdiu, ni ad cubiculi fores stationes praesidiaque disposuisset, somnum capiebat. Nullis poterat venenis absumi, quod adversus ea multis ante medicaminibus corpus firmarat. Dixisses alterum Mitridatem. Anichina meretrix est quadrantaria. Huius domus patefacta est omnium cupiditati, quod se se palam in meretricia vita collocat. Virorum alienissimorum convivijs utitur; non modo libertatis sermone sed etiam complexu et esculatione ad se homines allicit. Eius amore, quod non sine pudore commemorare possum, deperibat vir bonus et egregius, qui ut vilissimi scorti voluntati morem gereret et crudelissimo desyderio accederet, Anichinum servum in convivium accersiri iussit. Omnibus cenatis multisque verbis ultro citroque habitis ad spectaculum impudentissimi scorti miserum securi percutiendum curavit. Nunquam postea parricidio abstinuit. Nam qui semel gladium tanto scelere imbuunt, nulla res eis nisi defatigatio cedendi finem affert. Ut igitur de eo facinore per urbem habitus est sermo ad Anichinam (sese enim tenebrae intendebant) iter contuli, eam conveni, magnam sum ei, si veveno tyrannum tolleret, vim auri atque argenti pollicitus. Ut mihi assentiretur multis sum verbis hortatus. Nunquam ipsam ad sententiam meam traducere potuit, causatam quod amplissima a tyranno praemia reportasset de se; si necasset, confestim actum esse. Quare in alterius rei curam animum meum converterem. Tum ipsam ut hac de re omnes celatos vellet, quibus potui precibus obsecravi. Sic re infecta domum iter retro verti. Abundabat multitudine servorum et eorum praesertim quos ab ineunte adolescentia fidelissimos constantissimosque cognoverat. Nunquam cibum aut potum sumebat quin ex servis quinque illi propinassent. Nam si ei potus, si cibus offerebatur, semper ab illis leniter pregustabatur. Quis tam amens et tam parum consideratur in quibus habitabat edibus ignem iniecisset, cum satellites instructi atque armati die noctuque parietibus obequitarent? Subijsset is dementissimam temeritatem qui nocte pertransiens manu ignem gessisset: omnibus capitis poenam constituerat. Priore anno, id quod memoria teneo, puer nescio quis huius edicti immemor nocte ignem gerens prehensus est; cui iussu tyranni camifex nulla interiecta mora collum in laqueum inseruit. Nemo fuit quin pueri morte moveretur. Non mihi excidit unumquemque vestrum me vidisse summo dolore affectum.

Quot quanta que ab eo admissa sint scelera meministis vos, patres conscripti. Neque enim oblivisci potestis. Illa a me dedita opera omittuntur. Nos de Dijs, si dicere fas est, queri possumus, qui si erga nos vel minima fuissent misericordia commoti, nequaquam tot annos tam miseram et tam luctuosam servivissemus servitute. Ferenda fuit quam sors dederat conditio.

Tyrannus vita functus est: tanta calamitate liberati sumus. Nos, cladibus nostris docti, in posterum tempus nobis sapientius consulemus. Quod si quis imperium affectaverit nosque in servitutem redigere cogitaverit, is eandem quam Manlius Torquatus subivit fortuna, subire cogendus erit. Adsunt Athenienses, quorum virtutem imitari et possumus et debemus. Nam quanto apud eos in odio essent tyranni, maxima dederunt documenta. Si enim civem aliquem libido capiundae rei publicae invasisset, non solum interfectoribus premia statuebant, sed maximis quoque honoribus afficiendos curabant. Harmodio et Aristogitoni, cum crudelissimos tyrannis cede occidissent, statuam aeneam, quam Praxiteles politissima arte perfecerat, in foro statui iusserunt. Nullam sibi cum tyrannis volenbant esse societatem. Ut ab eis distraherentur summa curabant diligentia. Qui tyrannum exilio mulctasset fortunisque spoliasset ac, si potuisset, necasset, huic amplissimis verbis gratias agebant. Tyberius Gracchus, Spurius Melius, C. Gracchus, L. Saturninus, quod libertatem urbis tyrannide opprimere nitebantur, a nobilissimis fortissimisque civibus cede occisi sunt. Qui rei publicae studiosi erant, hos summis ad celum laudibus efferebant, quippe honestum esse nec contra naturam factum arbitrabantur. Arbitrabantur profecto hoc hominum genus adeo pestiferum et impium ut ex hominum communitate esse propulsandum. Age quanta est illa et Atheniensium et Romanorum sententia laude celebranda, qua optimos cives ut medicos imitentur hortantur? Suadent enim ut membrum, cum putret, ne aliam possit corporis partem labefactare, incidant et penitus eradicent. Sic tantam feritatem atque immanitatem, in qua nequicquam hominis est praeter figuram ac speciem, ab omni humanitate corporis prorsus extirpent.

Nulla nos igitur admiratio teneat si hi de quibus loquor Athenienses Milciadem in custodiam publicam, ubi extremum diem morte confecit, conijci iusserunt. Videbatur equidem trahi ad imperijj cupiditatem. Laudanda nimirum Herculis Thebani sententia cui, apud poetam, nulla maior deferri poterat optio quam ut tyranni, in quem omnes summo exardent odio, libaret cruorem, quod nullus gratior aras tingeret liquor nullaque magis opima victima quam tyrannus Iovi mactari posset.

Quadringentos et eo amplius annos, si historiarum scriptoribus fides habenda est, Roma libertate usa est. Id temporis non defuerunt, ut ante dixi, qui tantae urbi servitutis iugum imponere molirentur pernitiosissimi cives: Tiberius Gracchus, C. Gracchus, L. Saturninus. Alium Scipio Nasica, alium Lucius Opimius, alium C. Marius morte mulctavit. Omnes senatus iure cesos censuit. Haud sane intelligo quid hi viri praestantius efficere potuerint quam ne quid detrimenti res publica caperet providere. Cum igitur deorum immortalium beneficio in libertatem restituti fuerimus, nihil nobis ut eam conservare ac tueri possimus laboris defugiendum est. Nunquam eos qui libertatem contempsissent laude dignos censui. Nihil mea sententia vitae miserius inveniri potest quam eorum qui servitutem serviunt. Non est autem supplicationum memoria depondenda ne, ut ante dixi, ingratitudinis notam subire videamur. Ego tantum beneficium dijs immortalibus acceptum refero. Sed cum vos ad eam rem agendam propensos ferri videam, orationi meae modum statuam atque ne in posterum turpi et ignominiosa premamur servitute enixe opera dabitis.

Bologna, Biblioteca Universitaria, Ms. Latino 741 187r-190v

Pro libertate

Quod mihi in iucundissimo conspectu vestro oblata sit dicendi facultas, patres conscripti, et gaudeo et vehementer letor, cum praesertim his de rebus sim verba facturus quae ad patriae vestrae libertatem conservandam pertinent.

Fuit haec civitas annos quinque et viginti a crudelissimo tyranno servitute oppressa. Ille caede occisus est. Maximas dijs immortalibus gratias habere et agere debemus, qui suo beneficio libertatem recuperavimus quae ut conservetur omnis a nobis enixe opera danda est. Nam si calamitatis, iatturae, dedecoris quae illo vivente passi sumus nullam abiecimus memoriam, omnes cogitationes vestras eo referetis. Enimvero nihil praestantius, nihil memoratu dignius efficere potestis quam libertatem, vobis a dijs immortalibus tributam, augere, tueri et conservare. Romani atque Athenienses, si historiarum scriptoribus fides habenda est, cum da conservandam patriae libertatem omne ingenium suum contulisset, eam gloriam consecuti sunt quae vix caelo capi posse videtur. Optimos habetis praeceptores, quorum virtutem, cum praecipua sit et singularis, imitari potestis et debetis. Erit hoc, patres conscripti, factu facilimum.

Atrocissimo tyranno ut ante dixi ferro vita erepta est. Qui consilijs vestris occurrat, si qui illi studebant propulsabuntur, erit nemo. Non me fallit ipsos qui ab hac sententia dissident. Hi sunt qui, cum per se hanc urbem lacerare non possent, sub illius scelere delere nitebantur. Quibus iniurijs nos lacessiverint non nescij estis. Illi visceribus vestris magnificas domos extruxerunt. Illi optimos cives excruciatos necarunt. Illi virginibus vestris stupra intulerunt. Exuenda est in eos omnis inhumanitas. Adhibenda omnis crudelitas in sceleratos et crudeles cives. Par pari referendum est. Cogendi sunt dignam suis sceleribus poenam suscipere. Mulctentur vita, exilio, carcere perpetuo, publicentur eorum bona. Quod si eos in urbe retinendos censueritis, magno metu percellor ne quid mali in vos machinentur. Non est his habenda fides qui civium bonis fortunisque oculos semper adijciunt. Ita effrenati et pene dementes sunt ut auctores sint egregij ad animos imperitorum excitandos et ad ineunda evertendae libertatis consilia. Difficile est, ut a philosophis sapientissime traditur, sensum confirmatum deponere. Est igitur periniquum et non ferendum quod urbem colant. Quantum coniectura consequi possum, universus populus, sua calamitate doctus, ad libertatem exardet. Nihil iocundius sibi accidere arbitratur quam si servitutis iugum deponat. Adeo dulcis est libertas. Videmus feras bestas, cum vinciuntur aut clauduntur, refringere claustra cupientes. Miramini, patres conscripti, illa Romana prodigia atque miracula, Horatium, Mutium, Cloeliam? Omnes pro tuenda libertate nullum mortis genus recusandum duxerunt. Potuit Brutus liberos, cum de revocandis in urbem regibus inivisse consilia comperisset, occidere: liberi populi maiestatem quam liberorum vitam potiorem habuit. Potuerunt Decij se dijs manibus devovere et in confettissima se hostium tela conijcere, tanta libertatem patriae benivolentia complectebantur. Athenienses, quae pro tuenda libertate gesserint, sapientissimi veterum memoriae prodiderunt, ut constet eos Romanorum nequaquam fuisse dissimiles. His ex rebus intellegi datur eum non solum bonum verum et optimum civem qui se ab omnibus caeteris actionibus et cogitationibus ad defendendam conservandamque libertatem contulisset.

Danda igitur erit opera ut discordiae discidiaque tollantur cum saepenumero incidant. Nulla inter nos sit disceptatio. Omnia cum summa concordia a vobis gerantur. De his quae ad conservandam libertatem pertinent inter vos conveniat. Si quae a Micipsa animam extremam, ut aiunt, labijs tenente tradita sunt praecepta Iugurtha memoria tenuisset, nunquam Hiempsalem, nunquam Adherbalem necandos curasset, nunquam ipsum populus Romanus in triumpho cathenis opertum aspexisset. Suadebat Micipsa, ut liberi Iugurtham, quod eos aetate anteibat, colerent, venerarentur, diligerent. Nullae essent inter ipsos diversae sententiae nec distinctae. Omnes mutuo se amore complecterentur, quod res maximas discordia in perniciem duceret.

Nulla potest urbibus maior clades inferri quam si a civibus inter se discidentibus teneatur. Romani quadrigentos prope annos, teste M. Tullio, libertate usi sunt. Tantam felicitatem, tot triumphos, tot victorias de atrocissimis hostibus reportatas, uni acceptas concordiae referant. Ubi enim inter eos qui rei publicae praeerant discordia nata est, confestim Romanum imperium corruit. Hinc Syllanae, illinc Marianae, hinc Pompeianae, illinc Cesarianae factiones. Quo res Romana deducta sit eventus docet. Quid loquar de Atheniensibus qui, post maximos hostiles exercitus proelio superatos, discordia civium eo calamitatis devenerunt ut Athenae funditus eversae sint.

Quae cum ita sint, patres conscripti, etsi supervacaneum sit ad libertatem concordiamque servandam hortor. Vos ad caelum posteri summi laudibus efferent. Omnes vobis cum si urbi nostrae cui a crudelissimo tyranno et ea quidem molesta acciderunt benigne factum fuerit, bene actum existimabunt. Reliquum est, quoniam cadaver nullis--ut meritum erat--imaginibus, nullis exequiis, nulla pompa, nulla laudatione in sepulchro constitutum est, ut consules et tribuni plebis creerentur. Ipsorum omnis ratio et cogitatio nihil aliud sit quam constans, perpetua, fortis, invicta libertatis defensio. Plura non dicam cum unumquenque videam id effecturum quod quivis spectatae virtutis civis urbi nostrae conducibile iudicabit.

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(1) Per il testo completo della Declamatio in tyrannos e della orazione Pro libertate, contenuti alle cc. 182v-190v del manoscritto Latino 741 della Biblioteca Universitaria di Bologna, si rimanda all'Appendice del presente saggio.

(2) "Se dunque il governo della citta e nelle mani di uno solo o di pochi o di molti e i vari regimi perseguono l'utilita comune, queste forme di governo saranno delle repubbliche. Se invece il governo persegue un'utilita privata, sara una rovina che ha i suoi nomi specifici. [...] Vi e d'altronde non poca incertezza se debba dominare la citta un solo uomo, che sia il migliore, o piU uomini che siano i migliori. Se quelli che si distinguono per virtU e prudenza sono piU di uno, direi che questa e la soluzione piU conveniente per la citta. Si fondono infatti insieme come un solo uomo che ha molti piedi, molte mani, molti occhi, molti sensi e quindi potranno giudicare meglio. Inoltre e piU facile per uno solo piuttosto che per molti cedere alla parzialita o lasciarsi corrompere. Ma per quanto le cose stiano cosi, il governo di uno solo e piU pregevole e conveniente che quello di molti. Se infatti chi e a capo della citta si consultera con chi ha saggezza ed esperienza riuscira--per cosi dire--a diventare un uomo con molti piedi, molte mani e molti occhi. E se e suo desiderio governare secondo giustizia, non si lascera corrompere ne cedera alla parzialita."

(3) Aegidii Romani De regimine principum III 2 3-4. Il capitolo 3, Quod melius est civitatem et regnum regi uno quam pluribus et quod regnum est optimus principatus, elenca tutte le argomentazioni canoniche a favore del regimen unius: "[...] Nam pax et unitas civium debent esse finaliter intenta a legislatore, sicut sanitas et aequalitas humorum est finaliter intenta a medico: hanc autem unitatem et concordiam magis efficere potest quod est per se unum; magis autem per se unitas reperitur in uno principatu, si dominatur unus princeps, quam si dominabitur plures. [...] Secunda via ad investigandum hoc idem sumitur ex civili potentia quae requiritur in regimine civitatis. Nam quanto virtus est magis unita, fortior est seipsa dispersa [...] quae si tota civilis potentia quae est in pluribus principantibus congregatur in uno principe efficacior esset. [...] Tertia via sumitur ex his quae videmus in natura. Ubicumque est regnum naturale semper totum illud regnum reducitur in aliquod unum principans. Ut si in eodem corpore ubi sunt diversa membra ordinata ad diversa officia et diversos motus, est dare aliquod unum membrum ut cor, ex cuius motu sumit originem omnis motus animalis factu in toto corpore. [.] Quarta via sumitur ex his quae experimento videmus in regimine civitatum. Experti enim sumus civitates et provincias non existentes sub uno rege esse in penuria, non gaudere in pace, molestari dissensionibus et guerris; existentes vero sub rege, e contrario, guerras nesciunt, pacem sectantur, abundantia florent." Il capitolo 4, Quibus rationibus ostendi potest quod appareat melius esse civitatem aut provinciam regi pluribus quam uno et quomodo solvi possunt rationes illae, e interamente dedicato alla confutazione della tesi della superiorita del governo dei molti.

(4) Aegidii Romani De regimine principum III 2 1-35.

(5) "Il principe citi a memoria le leggi perche e grazie alla loro tutela che si conservano repubbliche e regni. Se un giudice si richiamera ad esse nel pronunciare le proprie sentenze, non si attirera l'odio di nessuno. E non si discosti da cio che e giusto perche ha in odio uno e invece ama un altro, per quanto mi senta di dire che dovrebbe mostrare misericordia verso l'imputato e riportare i principi che nascono dal diritto civile a ragioni di indulgenza ed equita. Elimini le controversie e non intenti azioni giudiziarie per dirimere le liti. Nel pronunciare le sentenze, affinche vi sia in lui l'autorita per ben giudicare, dovra invece basarsi su queste regole: conoscere le leggi, attenersi alla giustizia, avere un'esperienza consolidata. Aristotele infatti non attribuisce meno valore agli esperti che agli studiosi della materia. E chi puo dubitare che il giudice debba essere misericordioso dal momento che la fragilita umana cade facilmente nell'errore? Tenga conto non di che cosa prescrive la legge, ma di quale sia stata l'intenzione di chi l'ha promulgata. Stabilisca un limite alle leggi interpretandole in senso piU mite. [.] Bastera che un principe, o chi su sua nomina lo sostituisce in quella funzione, promulghi leggi che non si discostino dalla giustizia, rappresentino l'utilita comune e le cui prescrizioni possano essere messe in atto da chiunque. D'altro canto le leggi vanno promulgate affinche nessuno si macchi di delitti e si possa giustificare; per costringere chi delinque a pagare la giusta pena e premiare invece gli onesti e i meritevoli. [...] Ma per tornare al punto da cui abbiamo preso le mosse, i cittadini vivranno bene e felicemente se ubbidiranno alle leggi, cosi saranno giudicati onesti e probi. Oltre a cio si salvaguarda la prosperita della citta, i vizi vengono banditi, la liberta consolidata. Diciamo infatti che sono liberi quelli che ubbidiscono alle leggi: la pace, la tranquillita civile, la quiete ne risultano rafforzate."

(6) Aegidii Romani De regimine principum III 2 29: Qualiter melius regitur civitas aut regnum, utrum melius regatur optimo rege quam optima lege. "Philosophus III Polit. Inquirit utrum regnum aut civitas sit melius regi optimo rege aut optima lege. Adducit autem rationes duas quod melius sit politiam regni regi optima lege quam optimo rege. Prima sumitur ex eo quod rex debet esse quasi organum et instrumentum legis. Secunda ex eo quod facilius est corrumpi regem quam legem. [...] Nam (ut ait) lex universaliter dicit quod non est universaliter; oportet enim humanas leges quantumque sint exquisitae in aliquo casu deficere: melius est igitur regnum regi rege quam lege ut per regem corrigi possunt legales defectus. [...] Sciendum est regem et quemlibet principantem esse medium inter legem naturalem et positivam; nam nullus recte principatur nisi agat ut recta ratio dictat; nam ratio debet esse regula humanorum operum. Quae si nomen regis a regendo sumptum est et decet regem regere alios et esse regulam aliorum, oportet regem in regendo alios sequi rectam rationem et per consequens sequi naturalem legem, quia in tantum recte regit in quantum a lege naturali non deviat; est tamen super legem positivam, quia illa sua auctoritate constituit [...] ; quare positiva lex est infra principantem sicut lex naturalis est supra."

(7) Arist. Pol. III 15-16, 1285b-1287b.

(8) Cic. Cluent. 146: "Hoc enim vinculum est huius dignitatis qua fruamur in re publica, hoc fundamentum libertatis, hic fons aequitatis: mens et animus et consilium et sententia civitatis posita est in legibus"; Arist. Pol. IV 4, 1292a: "[...] dove le leggi non imperano non c'e costituzione."

(9) Arist. Pol. V 11, 1313a-1314a.

(10) Fra Bartolomeo Manzoli O. P., figlio di Filippo Manzoli e Violante Lambertini, fu discepolo di Antonio Urceo Codro negli anni '90 del XV secolo. Detto "il Diogene" per la sua acclarata competenza filosofica, fu autore di varie opere ispirate al pensiero tomistico tra cui Tractatus de formalitatibus, De definitionibus e Quaestiones logicales.

(11) "Passiamo ad altri precetti, seguendo i quali--come dice l'esimio oratore--si porranno ottime fondamenta al regno. Il principe deve pertanto evitare di usare violenza a coloro che eccellono per dottrina e sapere. Questo infatti solleva il popolo contro di lui. Leggiamo di molti che, per poter regnare, non solo hanno esiliato gli uomini piU autorevoli e saggi, ma hanno ucciso con il ferro e il veleno perfino i congiunti e gli amici. Quale sia stata la fine di questi individui ce lo raccontano gli storici. Provvedera alfutilita comune se mettera ogni cura a far si che nel suo regno fioriscano gli studi letterari. I tiranni non vedono questo con favore, perche temono che possa esserci chi li biasima. Faccia in modo che tra i cittadini vi sia reciproca benevolenza e si allaccino rapporti d'amicizia. Allontani da se delatori, detrattori e mordaci, non presti loro fede. Questo atteggiamento ha gia danneggiato molti altri. Se alcuni dei cittadini sono in disaccordo tra loro, provvedera subito a mettere pace. Non riduca mai i sudditi in poverta e non esiga da loro denaro, a meno che non incomba il pericolo di una guerra. Se qualcuno viene condannato al supplizio o a morte, faccia appello alla giustizia, affinche nessuno di coloro che sono sottoposti al suo potere pensi che agisce spinto dall'ira o dall'odio. Se fara questo, non dovra temere nessuna insidia da parte del popolo, anzi vivra una vita tranquilla e pacifica."

(12) Arist. Pol. V 11, 1314b-1315a.

(13) Sall. Catti. 7, 2.

(14) Il De regenda civitate libellus ad magnificum ac prestantem equitem auratum Johannem Bentivolum e un opuscolo garzoniano che ci e trasmesso alle cc. 1r-18v del Ms. Latin 6694 della Bibliotheque Nationale de France di Parigi, un manoscritto cartaceo del XV secolo gia segnalato dal Fantuzzi (99-100), ma che e rimasto fino ad oggi ignorato negli studi che hanno, in qualche modo, incrociato la figura del Garzoni. Unica eccezione le pagine di Thorndike (277-80).

(15) G. Garzoni, De regenda civitate, c. 2r: "Accedit rei militaris peritia que quantam tibi gloriam pariat quivis optime potest agnoscere. Nulla me hercle scientiarum est que tantum prestet utilitatis quantum est militaris cum teste Cicerone res urbanae in ipsius presidio lateant. Hoc virtutis bellice ne civitates diripiantur, castra incendantur. Ab hac hostium copie arcentur, finis imperi) propagatur.".

(16) "Mi sono chiesto spesso, Giovanni Bentivoglio, se siano da ritenere piU degni di lode coloro che si dedicano completamente allo stato o quelli che praticano l'arte della guerra. Se infatti considero quali vantaggi si ricavino dall'attivita militare, sono coloro che la praticano a meritarsi le lodi maggiori. Chi puo essere piU nobile di chi allontana i pericoli della guerra? Chi ignora quante calamita porti con se il timore della guerra, quando--scrive Cicerone--il bestiame viene abbandonato, l'agricoltura trascurata, il commercio sul mare si ferma? Quando la guerra incombe, vengono trascurati gli studi letterari, il foro cede il posto all'accampamento, la quiete all'esercizio delle armi, la penna alla spada, l'ombra al sole. L'arte della guerra ha procurato al popolo romano eterna gloria e il dominio sul mondo intero. Queste considerazioni mi inducono a pensare che chi si dichiara soldato sia da preferire a chi eccelle per saggezza e prudenza; oserei anzi dire che tutte le attivita civili sono sotto la tutela e la protezione della virtU guerriera. Ma vi e anche chi antepone all'arte militare la saggezza dei sommi sapienti. Temistocle non avrebbe riportato la famosa vittoria su Serse se il famoso Solone, che si tramanda fosse uno dei Sapienti, non lo avesse sostenuto con il suo consiglio e la sua saggezza. Che dire di Pausania? Che dire di Lisandro? Per quanto l'uno abbia sbaragliato Mardonio presso Platea, l'altro abbia concluso la guerra tra Ateniesi e Spartani che era durata ventisei anni, non possono certo essere paragonati a Licurgo. E nemmeno Scipione Africano avrebbe potuto giovare alla repubblica romana con la distruzione di Numanzia, se nello stesso tempo Publio Nasica non avesse ucciso Tiberio Gracco, promotore della legge agraria, colpendolo con gli scanni. E Marco Scauro che presento la legge sulle spese e sul diritto di voto per i figli dei liberti, spiano la via Emilia, costrui il ponte Emilio non fu meno utile a Roma di Caio Mario, di cui molti hanno tramandato la storia e le gesta gloriose.Sulla base di queste considerazioni, parecchi antepongono le virtU civili a quelle militari. Ebbene, per dire chiaramente la mia opinione, ritengo che entrambe queste virtU meritino di essere parimente elogiate. Infatti non possono essere di gran giovamento agli stati ne le virtU militari senza i consigli dei saggi, ne i consigli dei saggi senza le virtU militari."

(17) Garzoni fu tra gli Anziani consoli negli anni 1467 (bimestre Gennaio-Febbraio), 1473 (bimestre Marzo-Aprile), 1483 (bimestre Novembre-Dicembre), secondo le notizie riportate in Pasquali Alidosi.

(18) Nel Ms. Latino 2648 della Biblioteca Universitaria di Bologna, il testimone piU recente tra quelli che ci trasmettono, insieme ad altre opere garzoniane, il testo del trattato De eruditione principum, troviamo alla carta 206v una serie di appunti, rubricati sotto la voce "Pontanus". Si tratta della trascrizione di alcuni passi del trattato pontaniano De principe, un "classico" tra gli specula umanistici, ma nel contempo un testo che non sembra appartenere al circuito culturale bolognese, nemmeno sul versante universitario. Come in un taccuino o in un prontuario di formule pronte al riuso, l'annotazione garzoniana seleziona alcuni dei motivi canonici della riflessione politica intorno al tema della formazione dell'ottimo governante: il primato dell'educazione e il consiglio dei sapientes; le virtU morali, prime fra tutte la giustizia e la clemenza, che salvaguardano il principe da inhumanitas e crudelta; il monito a trovare in se stessi la norma e il limite della propria volonta, in un mondo dominato dalla volubilita della fortuna, al cui gioco capriccioso i principi sono esposti non meno degli uomini comuni (Mantovani, Educare il principe ix-xi).

(19) Bologna, Biblioteca Universitaria, Ms. Latino, 746 cc. 48v-56v. Il protagonista di questo curioso racconto di perversione e sadismo, maestro di depravazione tanto da meritarsi il titolo di "princeps lenonum"--"Eas preibant lenones duodecim. Uni ex his qui ceteros aetate anteibat Anichino nomen erat, quod eleganti erat lingua atque animi et corpori (sic) viribus poterat (etenim omnem aetatem suam in lustris gurgustijsque consumpserat) principatum detulerant" (c. 49r)--reclama per se lo pseudonimo di "Heliogalbalus". Su questo esperimento narrativo e una possibile interpretazione, si rimanda a Knowles Frazier 186.
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Title Annotation:text in Italian
Author:Mantovani, Alessandra
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2016
Words:11002
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