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Sovranita e diritti umani: per uno spazio europeo dei diritti.

Sovereighty and Human Rights: Toward a European Space for Rights

1. LA POLITICA E I DIRITTI

I diritti umani, la possibilita della loro effettivita, e data sempre dalla decisione, che non e decisione deducibile ne dalla natura ne dalla ragione, ma e sempre decisione politica. E sempre la politica a far dasfondo a tal i diritti, allapossibilita della loro effettivita. (1) I diritti umani sono sempre attuazione di un progetto politico e, per questo, la loro garanzia non e ipotizzabile a prescindere dal rapporto da un potere che si traduce in Istituzioni.

E per questo che va paventata ogni "euforia eccessiva sua diritti, come se la loro tensione cosmopolita e universalistica si potesse allargare a macchia d'olio seguendo il semplice allargamento di spazi di umanita iguale" (2). L'affermazione dei diritti non puo prescindere dall'organizzazione dei poteri e della politica: i diritti, cioe, non si danno che per mezzo della sovranita. Diritti che procedono da soli, secondo una logica intrinseca, assomigliano molto a quei "caciocavalli appesi" di cui parlava Antonio Labriola, in una suggestiva immagine tutta napoletana (3). O, ancora peggio, perche diritti separati dalla politica, considerati alla stregua di diritti impolitici, "diventano uno strumento nelle mani di un potere arbitrario o vengono affidati a tecno-strutture senza legittimazione" (4). Quando si afferma che gli individua hanno dei diritti si vuole e si deve, infatti, sostenere la necessita dell'esistenza di una "forza pubblica, la cui finalita e il vantaggio di tutti e non di coloro a cui ne e affidato l'esercizio" (5).

Il problema del rapporto diritti-sovranita non e, tuttavia, solo riducibile alla prestazione che il potere puo o deve adempiere in relazione all'affermazione dei diritti. La sovranita, il suo concetto, nasce, infatti, come il "prodotto di un modo di pensare la politica che ha la sua base nella funzione fondante del concetto di individuo e dei suoi diritti" (6). Non a caso, dunque, l'affermazione dei diritti umani ha costituito storicamente "uno dei veicoli principali di rafforzamento e di legittimazione della sovranita, dell'<<universale particolare>> dello Stato", mostrandosi lo Stato, "lo strumento pio adatto, e storicamente il pio efficace, al fine di implementare quei diritti" (7). All' interno dello Stato, grazie all' organizzazione e, dunque, al potere statale, i diritti trovano "tutto cio di oui hanno bisogno: da un riconoscimento in forma di pretesa definita e concreta, a una promozione pratica affidata alla predisposizione di apparati operativi e di risorse ad essi dedicate, fino agli organi --i giudici, in ultima analisi-- in grado di tutelarli contre, le lesioni" [8]. I diritti umani, portanto, in quanto "universali moderni", finiseono con il "rovesciarsi in particolari", mostrando qui il loro stretto lcgame con la sovranita, nella oui logica vengono inevitabilmente a ricadere. Solo, infatti, "particolarizzandosi in un contesto politico, sociale, economice, e giuridico definito [essi] possono passare dall' astratto alla vita concreta" (9); solo, dunque, in un tal tipo di 'spazio' e possibile la "coesistenza fra la necessita di difendere le nostre liberta e quella di assicurare la protezione dell'ordinepolitico e sociale, nonche delle nostre vite stesse dalla paura" (10). I diritti nascono, di fatti, solo quando il potere incontra il diritto, quando il conflicto e mediato nell'ordine della norma (11).

In queste, 'tempo' di profonda crisi degli spazi pubblici --che e principalmente crisi della sovranita statuale--, di ogni forma di identita collettiva, di appartenenza e di radicamenti e, allora, legittimo interrogarsi intorno alla proponibilita ed al termini di un discorso Bui diritti umani. In particolare e opportuno chiedersi se davvero attraverso i diritti umani si possa dar vita ad "una globalizzazione a misura d'uomo, da contrapporre alla involuzione di un uomo a misura di globalizzazione" (12). Bisogna dunque domandarsi se i diritti costituiscono un limite al mercato globale o svolgono rispetto a quest'ultimo una funzione di legittimazione' (13). E tuttavia una prima risposta si delinea sulla base di una prima osservazione: l'attore del mercato globale e il riferimento dell'universalismo dei diritti umani e sempre l'individuo nella sua "singolarita senza legami". L"'atomo della singolarita", quest" 'uomo qualunque", abitante senza spazio e senza tempo della cittadina globale, individuo ridotto alla propria immediatezza naturale, non e altro che la "nuda vita" presa nella sua "immediata e diretta coincidenza con l'universale", nel suo "rapporto diretto" con il potere dove ogni forma di mediazione culturale, a partire da quella sociale e ormai scomparsa, in quella bio-politica che sombra essere l'unica buona lettura politica del fenomeno globale. "Immediatezza e sradicamento" segnano cosi "l'esaurirsi dello spazio simbolice, e della sua dimensione istituita" e la proliferazione di "singolarita slegate e isolate, divenute oramai l'unico luogo riconoscibile di produzione di "soggettivita"" (14). L''croe' negativo della globalizzazione e, allora, "der Mann ohne Verwandtschaften" (15), l'uomo senza legami, che non siano legami "allentati", di modo che "si possano sciogliere non appena lo scenario venga a mutare". Un uomo, dunque, abbandonato a se stesso, "oggetto a perdere", incapace di porsi in rapporto di continuita con il mondo che lo circonda, apparentemente sempre aperto al nuovo, solo, pero, per la sua intrinseca incapacita di "rapportarsi al vecchio". Un individuo, tuttavia, immaginato e proposto come portatore di diritti riferiti alla propria singolarita Benza legami nel 'tutto pieno' di un egoismo radicale.

Diritti umani e globalizzazione mostrano, allora, in questo il loro "nesso strutturale": essi costituiscono i poli del progetto moderno dell'individuo radicale, contribuendo entrambi alla "neutralizzazione della politica come spazio pubblico" e alla consegna dell' individualita all'"indifferenza del vuoto sociale" (16).

I diritti umani si fanno, dunque, anch'essi strumenti di depoliticizzazione della societa e, di conseguenza, di neutralizzazione del momento collettivo dell'agire politicot (17). La "filosofia dei diritti dell'uomo", riproponendo in qualche misura il modello liberale, "per il quale individui liberi, indipendenti e razionali, esistono come tali prima della societa", finisce cosi col fondarsi sull'assunto che ci siano delle caratteristiche, connaturate alla condizione umana, che possono essere trasformate in aspettative giuridiche senza la mediazione di una societa. L'elusione cosi operata del "rapporto bipolare" e della "tensione" che unisce individuo e societa (18) non da allora conto dei diritti umani come grande progetto politico per la convivenza, le cui condizioni sono dettate dall'interno delle singole comunita nella forma istituita dalle stesse.

I diritti, infatti, non possono essere estrapolati dai contesti: "i diritti funzionano solo se c'e ilpotere corrispondente per realizzarli, solo se si possono esercitare" (19). Questo significa, allora, che tali diritti funzionano nell'ambito territoriale, culturale, sociale e politico che delimita il consenso di quanti aderiscono a tale progetto e istituiscono poteri che detengono l'uso legittimo della coercizione. Oltre questa corrispondenza tra validita del progetto e effettivita del consenso, i diritti umani, in quanto assunti "nella loro pura <<forma>> del-l'astratto universalismo giuridico" (20), o finiscono, di centro alle loro solenni proclamazioni, per essere sempre pio violati o possono essere imposti, fuori da ogni controllo e da ogni regela, solo con la forza illegale e illegittima di chi ha la potenza militare per attuarli centro i meno forti e i meno potenti (21).

Di centro alle loro dichiarate virtualita universalistiche, allora, nell'attuale epoca della globalizzazione i diritti umani mostrano sempre pio prepotentemente "allarmanti valenze imperiali", ponendosi come fondamento di legittimazione dell'uso della forza e, dun que, con l' essere soltanto uno strumento di prevaricazione da parte di chi si arroga il diritto di decidere che cosa e umano e che cosa non e umano (22). Quest'uso della forza finisce spesso con il configurarsi non come violenza giuridica, vale a dire come mezzo indirizzato ad un fine --come violenza necessaria alla salvaguardia e al rispetto dei diritti umani--, ma come violenza pura, come violenza che non si trova in relazione rispetto ad un fine, ma si tiene in rapporto con la sua stessa medialita (23).

Per mezzo di questa violenza pura si apre uno spazio in cui da un lato atti che non hanno valore di legge ne acquistano la forza e dall'altro i diritti umani vigono senza essere applicati. Ma e proprio nell' apertura di un tale spazio, in eni "una pura violenza senza logos pretende di attuare un enunciato senz'alcun ri feri mento" (24), che consiste lo stato di eccezione; uno stato di eccezione, tuttavia, che ha infranto i suoi confini spazio-temporali e tende a coincidere con l'ordinamento 'normale' della globalizzazione.

L'Europa, allora, non puo eludere il legame forte che tiene insieme sovranita e diritti (25) ne deve ridursi "alla difesa dei diritti umani intesi astrattamente, alla difesa di una globalizzazione soft come promessa di un progresso tecnologico", ma candidarsi ad essere <<spazio pubblico>>. Uno spazio simbolice che sia spazio di condivisione di valori e nel quale, pertanto, la negazione di universali astratti come a priori non si traduce in alcuna forma di "solipsismo" o "autismo" (26). Un' Europa, dunque, che non solo riconosciamo in noi, "memoria di mille brusii, di libri di eroi, di utopie, di rimorsi" (27), ma nel quale noi possiamo riconoscerci, che sappia acquisire una capacita di rappresentazione simbolice collettiva. Un'Europa che non pretenda di sostituire al potere il diritto, ma un'Europa autenticamente politica, che possa trovare le ragioni della sua costruzione all'interno della sua tradizione istituzionale e culturale (28).

2. L'EUROPA SPAZIO DEL PENSIERO

La globalizzazione e una formazione del pensiero che si costruisce "sulla dimenticanza, sulla rimozione o il misconoscimento della ragione materiale delle cose". In questo senso essa si puo definire nei termini di 'ideologia", come sistema, cioe, che crede "di potersi ergere sul vuoto, senza alcun riguardo per la <<base reale>> della storia" (29). Un'ideologia alla quale ci e lasciato credere di essere soggetti e della quale, tuttavia, non siamo i soggetti. Un'ideologia, allora, che viene 'raccontata' nei termini di un'ineluttabile legge naturale (30), ma che di questa non condivide, certo, il caractere della necessarieta. Un luogo comune, quest'ultimo, nient'altro, che per potersi affermare si e affidato alla narrazione, a quel "racconto unico", che ha pensato e pensa di potersi imporre alle coscienze nei termini della realta (31). Un'ideologia, poi, che si costruisce interno ad un radicale individualismo, che vede ogni legame sociale come una prigione arcaica e liberticida" (32), ed e "ideologia della corsa e della competizione, (che) propone come unico rimedio la conversione, ovviamente non quella religiosa, ma la sua traduzione secolarizzata, l'occidentalizzazione del mondo" (33).

Attraverso, poi, le categorie di tempo e di spazio, cosi come ridefinite dal suo interno, la globalizzazione puo, inoltre, rischiare di farsi interprete negativa dell'Europa. L'Europa, allora, per sfuggire un tale rischio, deve "riconquistare la sua figura anche nello spazio" non facendosi porre a confine, ma essendo essa stessa 'confine'. Non deve, inoltre, essere "puro presente", ma tenere un "rapporto forte con il proprio passato", pena, diversamente, la perdita della propria identita (34). L' Europa, allora, deve farsi "luogo di costruzione di un incontro alla pari, fondato sul reciproco rispetto, sulla curiosita e sulla speranza di trovare al di la delle differenze, anche cio che accomuna".

L'Europa deve, dunque, sapersi porre come "spazio politico dotato di senso", che sappia uscire dai presunti automatismi del mcrcato riattualizzando la politiea. Un'Europa, quindi, che non allarga lo spazio della politiea, ma ne amplifica f intensita, "la progettualita <<visionaria>>', affinche la politiea possa farsi ancora spazio. "In quest'ottica, la differenza-Europa consisterebbe nel suo essere uno spazio che non ? soltanto una funzione casuale, <<globale>>, degli automatismi del dominio" (35).

L'Europa deve costruirsi, allora, come uno spazio non chiuso nelle <<radiei>>, nelle <<piccole patrie>>, uno spazio non regressivo ne agorafobico e, tuttavia, alternativo all'orizzonte globale, pur essendo ad esso interno. "L'Europa deve darsi come lo spazio in cui le chiusure o le aperture (cosmopolitiche, impolitiche o rivoluzionarie) che la globalizzazione spinge a immaginare possono diventare effettuali. Perche e lo spazio --che non si chiude orgogliosamente e che non si apre passivamente -- in cui le sfide e le opportunita della globalizzazione sono non rifutate ma neppure accettate supinamente, si anzi raccolte e messe a valore" (36).

L'Europa, allora, puo esistere solo se sapra darsi movi 'con-fini' che siano di movo in grado di "stabilire che c'e uno spazio in cui non tutto e possibile", uno spazio, cioe, che possa essere interpretato come spazio sovrano dei diritti umani.

Compito impari?

Forse, ma non impossibile laddove l'Europa sapra attingere alla sua memoria e far leva sulla propria ed originaria "logica profonda".

L'Europa che non vuole essere un'appendice del mondo globale, "un elemento tragli altri nel sistema planetario globale" (37) o entrarse a far parte con una certa passivita e divisione, non puo, infatti, trascurare il suo essere sempre stata molteplice e al contempo unica, il suo essere e darsi come "arcipelago". Non puo, dunque, dimenticare la tragicita del suo essere: "staceata dal mare", un'Europa non pio "arcipelago", ma terraferma, non sarebbe pio Europa.

L'Europa per essere arcipelago, tuttavia, non puo restare Essa e radicata in cio che e, ma deve poter declinare se stessa, aprirsi, donarsi, spendersi. L'Europa, che ha in se "pio Europe", non deve, allora, conoscere limiti esteriori, geografici, che la delimitino (38). I suoi confini devono essere fluidi, mai frontiera rigida. L'Europa, dunque, va pensata e costruita come spazio che non ha frontiere, ma confini non definiti all'esterno, perche all'interno essa e continua metamorfosi, "experimentum", continuo divenire, meta da raggiungere: "l'Europa non e, sara". "Lo spazio europeo (...) e a geometria variabile, non universo, ma multiverso".

L'Europa e scambio, rete di relazioni. L'Europa e logos: "un'idea che in se raccoglie" distinti racconti, diverse interrogazioni, le varie vie della ricerca intorno alla propria identita", (39).

L'Europa e "spazio del pensiero", spazio che per secoli non ha coinciso "con la tragica fatalita del le" (40). L'Europa, allora, puo essere quel "luogo-non luogo", spazio utopico dove le individualita possono emergere e declinarsi, definirsi e dissolversi --spazio "occupato e di movo liberato" (41).

L'Europa, allora --ed e qui il suo compito-- deve solo decidersi ad "essere Europa" e per tal via contribuire a dar forma ad una globalita omologante.

3. GLOBALIZZAZIONE E NEUTRALIZZAZIONE DELLA POLITICA

La globalizzazione come "epoca felice della Tecnica al comando" (42) e l'epoca dell'antipolitica. L'antipolitica non e anarchia, ma subordinazione alla dimensione tecnico-economica, al suo dominio, rispetto dei suoi imperativi e dei suoi vincoli. "L'antipolitica procede suscitando ovunque idee di <<uguaglianza>>: unico spazio, unico tempo, unico metro di valore" (43). Tuttavia questa idea di uguaglianza --a eni si intreccia profondamente una certa idea di liberta: liberta come uguaglianza-- non significa altro che omologazione e finisce con il produrre divisione, differenze, che non sono che move forme di subordinazione (44).

La prevalenza dell' economico sul politico rende, inoltre, obsoleto quel lessico politico che ha accompagnato le vicende dello Stato territoriale. Democrazia, uguaglianza, liberto, diritti sono tutte categoria presupponenti, di necessita, una dimensione territoriale. Ri spetto ad un tale lessico, difatti e non per caso, globale costituisce un neologismo. Dal punto di vista, infatti, di una sovranita fondata su confini, lo spazio senza confeti ? inimmaginabile (45). Lo Stato moderno e "spazio perimetrato di una sovranita politica e giuridica" (46): e, cioe, Stato territoriale, fondato su confini, che delimitano un dentro ed un fuori, e sulla distanza quale elemento fondamentale del suo essere rispetto agli altri Stati. Nell'orizzonte globale, invece, tutto e vicino e simultaneo, senza distanze, limiti o confinini. E del resto "globale deriva ovviamente da globo, ossia dalla rotondita del pianeta Terra". L'oggetto ad esso corrispondente e, ovviamente ed intuitivamente, il mappamondo. Quando il mappamondo e immobile, oppure quando lo facciamo ruotare lentamente, esso presenta un arcobaleno di Stati: tante nazioni, di colore diverso, delimitate nei loro confiini. "I bambini, segnandole col dito, ne imparano i nomi collegandoli col colore. A volte, la Spagna e gialla e la Francia azzurrina, ma non e obbligatorio che sia cosi: l'importante e che i due colori siano in contrasto, ossia si distinguano nettamente incontrandosi sulla riga nera, in confine, che li separa. Quando, invece, con un coloo leggero della mano, facciamo girare vorticosamente il mappamondo sui suoi poli, allora i colori si confondono e diventano di un indefinibile melange, un non-colore. Spariscono gli Stati-nazione e i loro confiini. Il globo assume un'unica tonalita. E il globale indistinto" (47).

Con una precisazione tuttavia: nella globalizzazione i confini non vengono eliminati, spianati dall'annessione in un unico territorio. "Essi semplicemente non hanno pio effetto". E per questo che possiamo continuare a parlare di Stati, ma lo possiamo fare con la consapevolezza che "il potere che e in gioco nella globalizzazione non passa pio per la sovranita ne in alcun altro carattere inscritto nel territorio".

Il potere globalizzante, contrariamente a quanto vanno sostenendo alcune teorie imperialistiche, non ha, infatti, bisogno nemmeno, come ricorda Cacciari, dell'hegemon, del capo.

Il capo e colui che <<marcia avanti>>, apre la via e spinge gli altri, i suoi, a percorre la direzione, ad andare lungo la via da lui stesso tracciata. E, del resto "non vi e imperator --corrispondente latino di hegemon-- se non per la capacita di in-parare un futuro e di costringere quasi il suo <<seguito>> arealizzarlo" (48). Sia nella parola greca hegemon che in quella latina di imperator e, tuttavia, imprescindibile il riferimento ad un luogo, ad una capitale dell'egemonia, come anche il riferimento ad un capo politico, formato di persone. Imperator, poi, e colui che decide "sull'insieme", e <<potestas costituente>>: "non agisce secondo le norme date, ma prepara quel le nuove" (49). Egli non puo realizzare la sua volonta direttamente ed immediatamente, ma ha bisogno di legati (i parlamentari, sono, ad esempio, i nostri delegati), che si debbono attenere a cio che e stato deciso. Quello dell'imperator e del luogotenente sono, dunque, "due ambiti inscindibili e tuttavia distinti" (50).

La globalizzazione, diversamente, si esprime attraverso l'"universale de-politicizzazione di ogni rapporto, ovvero nella sua riduzione a scambio tecnicamente calcolabile", in uno spazio non pio governabile "sulla base della prospettiva dello Stato territorialmente determinato, della sua sovranita radicata in un'identita territoriale". Del resto "non solo la globalizzazione presuppone la sistematica riduzione della persona a individuo <<naturalmente>> non politico (e cioe il totale abbandono della prospettiva classica dello Zoon politikon, dell'animale che in quanto tale e relazione politica) e della Politica, percio, ad artificio, ma porta questa riduzione alle sue conseguenze pio radicali proprio determinando la crisi della vecchia forma-Stato e sradicando da essa l'individuo" (51).

I processi di globalizzazione, per i quali il mondo ha pensato di potersi liberare dalla concentrazione di potenza, hanno allora --cosi si sente ripetere da pio parti-- condotto ad uno scollamento tra politica e Stato, che tiene in se il rischio di una carenza di legittimazione, che alimentai vuoti e 'dona' insicurezza all'esistenza.

La rottura dello "schema consolidato della rappresentanza politica", come conseguenza della "fuoriuscita della politica dai confini dello Stato" porta con se la crisi dell' oggettivazione dell'esistenza politica, "la quale resta dimezzata, interamente arroccata nella propria immediatezza impolitica o affidata al tumultuoso magma vitale che il disordine mentale della societapost-moderna trascina con se" (52). L'orizzonte anonimo e anomico della globalizzazione, caratterizzato dalla fine del nomos, e la rottura del legame politica-Stato rende, pertanto, problematico discorrere dei diritti.

Illusorio e mendace e, di fatti, sostenere che la vita liberata dalla politica fa dell' individuo "sovrano", "che la sua liberta ha vinto sui vincoli dell'essenza". Dove cade il valore della volonta e della decisione non vi e l'individuo libero e sovrano, ma l'individuo isolato e indifeso della globalizzazione. Del resto, come efficacemente sottolincato dalla Arendt, che ben ha visto l'intrinsicita tra tramonto dello Stato-nazione e fine dei diritti umani, non vi possono essere diritti senza decisione, senza volonta. Se la norma sopravanza la volonta e il diritto prende il posto della politica, allora "il legalismo si impossessa della vita" (53). In tal senso, allora, "i diritti umani presuppongono la politica", "dipendono" dalla politica, "da una buona e saggia politica, capace di decidere con responsabilita e sapienza sulle cose concrete e non in base alle astratte dichiarazioni e alle semplici buone intenzioni di qualche anima bella" (54). Certo innanzi al mondo globale il mondo stable mostra la sua insufficienza per l'incapacita sovrana della sua sovranita, per la debolezza della decisione politica entro i suoi confini, che amplia i vuoti di legittimazione e rende visibili lo scarto tra prerogative statali e interdipendenze globali (55).

Ed allora che ne e della politica oltre lo Stato?

Se Io Stato oggi vive la consapevolezza dell'insufficienza di se quale contenitore della politica, giacche i suoi confini si mostrano "dimora incerta e ambigua" della politica, allora la rassegnazione della morte deve regolare i nostri destini?

E que solo una breve anticipazione: se la globalizzazione puo senz'altro definirse come l'illusione della fine della politica, allora l'Europa deve, di centro, sapersi definire come lo spazio del ritorno della politica ed ancor meglio, e con pio precisione, di una politi ca che sappia confrontarse "con le grandi idee, con i contraste di civilta, con il riconoscimento e il conflitto" (56). La conflittualita della vita umana, di eni inevitabilmente e carico il mondo, deve cosi potersi far riconoscere all'interno dell'ordinamento giuridico, e questo puo solo per mezzo della politica, come possibilita di pensare il conflitto e come possibilita di decisione.

Lo spazio pubblico della politica e, difatti, lo spazio di formazione della "dialettica tra conflitto e riconoscimento" ed e forma della coscienza europea. Di centro alla globalizzazione, quale "possibilita di cadere nel nulla", nell'oscurita del caos, la coscienza euro pea, in quanto costitutivamente politica, e continua resistcnza al caos: "non e data ma deviene", e "per farsi ha bisogno della forza, della potenza, delle istituzioni, degli ordini, degli ordinamenti, della religione civile, della storicita" (57). L'Europa, allora, deve, di fronte alla storica dissoluzione del mondo bipolare e all'affermarsi sella "disseminazione globale degli spazi", saper "ricercare continuamente gli spazi e le possibilita di quella politica oltre gli Stati che solo gli Stati possono costruire e sostanzialmente garantire" (58).

Certo l'Europa "al giorno d'oggi" non puo piu porsi come "punto di vista capace di dare senso alla sfericita del mondo" (59), dovendo scontare la perdita del suo essere centro e al centro del mondo, ma deve mettersi alla ricerca delle sue "specificita culturali, senza pretendere alla superiorita". Ed, allora, il suo luego deve essere quello dell' 'ironia', ironia verso se stessa e le sue passate pretese egemoniche, come capacita di "oscillare, spostarsi, modificarsi", fuggendo da irrigidimenti ed esclusioni (60) e declinare il suo telos come possibilita di porsi come regione ordinata del mondo (61).

L'Europa, dunque, che si oppone alla globalizzazione e si fa spazio dei diritti deve essere innanzitutto pensiero che da forma ed imprime significato ad una parte dello spazio mondiale, "oltre eurocentrismo e antieurocentrismo" (62).

E, del resto, l'Europa non e stata se stessa proprio "perche ha pensato lapolis, perche hapensato la citta e l'ha pensata come uno e molteplice insieme"?

4. L'EUROPA COME SPAZIO DEL LOGOS

Nello spazio della globalizzazione, "tin uno spazio che non e spazio, in una citta che e una cosmopoli" (63) non vi e pio lo spazio pubblico, non vi e pio l'agora, come luego dove attraverso il conflitto delle parole si giungeva ad una decisione. Se, infatti, l'agora, la polis, come spazio definito, dai confini determinati, e il luogo dove la parola conta, dove attraverso la discussione, il conflitto tra le parole per l'appunto, si giunge, si puo giungere ad una decisione, lo spazio, che non e spazio, della globalizzazione e quello dell'attesa, dello spostamento, della parola senza termine, senza radici che vaga errante nella cosmopoli.

La globalizzazione vive, cosi, la tensione senza fine e conclusione di un dramma che non e pio tale, perche non ha pio protagonisti ne un luego in cui svolgersi ed in cui le parole possano avere un termine, dove il dramma puo concludersi (64).

Lo spazio pubblico e, allora, lo spazio del rapporto necessario con l'altro, in cui si puo riconoscere se stessi identificando il proprio altro, poiche l'altro e inseparabile dal proprio essere, in quanto necessario per conoscersi. Il rapporto con l'altro e, tuttavia, polemos, come l'altro e xenos. Ma polemos se e sicuramente conflitto, a volte difficile e doloroso, ma indispensabile per riconoscere se stessi, non e, tuttavia, semplicemente guerra, che vuele annullare l'altro fino a distruggerne persino il recordo, ne inimicizia ne inospitalita.

Polemos e confronto anche doloroso con l'altro, ma e anche sempre armonia, posizione di una relazione necessaria con l'altro (65). Lo xenos, allora, e l'altro da me ed e la possibilita stessa dell'io, del me. Egli, dunque, non e "qualcuno di cui si potrebbe dire che sarebbe preferibile che non fosse mai esistito". Se non esiste l'altro non esiste l'io. Nel confronto, polemos, l'altro e l'hostis, che non puo essere semplicemente pensato come nemico. Nel suo significato originario, infatti, hostis e l'ospite, "colui che si presenta a casa mia e al quale io, in quanto hospes, devo concedere ospitalita, colui che ho il dovere di accogliere" (66). In questo atto di accoglienza, attraverso il dialogo con l'hostis, rispecchiandomi in esso, io posso conoscermi. L'altro, allora, deve essere il diverso dame, non il mio eguale. "L'altro, lo straniero, nella sua presunta collettivita si costituisce attraverso l'inversione della costruzione immaginaria di cio che appartiene al <<noi>>. In tal modo, l'altro deve fornire la fondazione e l'affermazione del <<noi>>. Queste costruzioni immaginarie --proprio mentre costruiscono l' alterita a partire dal <<noi>>, collocano l'altro a una distanza infinita e stabiliscono confini definiti, spaziali e temporali" (67).

Eppure nell'attuale eta delia globalizzazione non e proprio a questo che si tende?

L'altro o e il nemico che bisogna annichilire o colui che deve essere uguale a me, "un altro fittizio, che mi sono costruito <<a mia immagine e somiglianza>>", "un altro che e il mio eguale" (68). La globalizzazione costituisce, dunque, sotto questa luce un tentativo di ritorno all'Uno, al Medesimo. Anzi e di pio: il sogno di un'unificazione planetaria e culturale, elemento funzionale essenziale al suo stesso funzionamento, non semplice sovrastruttura.

L'annullamento delle dimensioni spaziali e temporali quali "condizioni trascendentali dell'esperienza umana" ha, dunque, precipuamente come conseguenza la riduzione delia persona a singolo e la neutralizzazione "della <<naturale>> vocazione alla socializzazione" (69). L'eliminazione di ogni distanza e con essa di ogni prossimita significa impossibilita di ogni dialogo e con essa la scomparsa dell'individuo come individuo sociale.

La "passione per l'uguaglianza" produce cosi omologazione, riducendo ogni differenza ad articolazione dell'Uno. Il rischio delia globalizzazione e, allora, la distruzione della dimensione dell'agere, come azione che "de-cide il corso automatico, impersonale della vita quotidiana" (70) e l'affermazione, quindi, del prevalere della dimensione tecnico-poietica, di un fare che non rivelapio il carattere dell'agente, di un "fare che e tanto pio efficace, tanto pio produttivo, quanto pio radicalmente esclude ogni arrischio comunicativo" (71). Eppure ogni conoscere, ogni pensiero non puo essere disgiunto dal linguaggio: cogito ergo loquimur et loquti sumus. Cogito ergo sumuus: "Il mio parlare-pensare presuppone il linguaggio, che altri parlano con me" (72). "Ogni linguaggio e in se rete di relazioni, pluralita di lingue" e per questo non puo essere definito da solo, cosi come l' individuo non puo essere definito da solo, "in una sua <<solitaria>> esistenza", dal momento che quell'individuo parla e dunque pensa.

Ogni identita non solo e in relazione con il diverso da se, ma essa stessa e relazione, pluralita in se (73). Del resto il pensiero e sempre nach-denken, "meditazione intorno a pro-blemata, a realta indeducibili che di affrontano e ci colpiscono", allora in se ha nella di stanza la sua unicapossibilita, se esso e "logos della pluralita", capacita di collegare il molteplice, non potra "annullare la distanza ira se e il pensato".

Rispetto al mondo globale, allora, l'Europa deve porsi come spazio del pensiero, spazio organizzato, ordinato, dove si confrontano gli Stati, si costruiscono istituzioni, si articolano diritti, si pongono diritti. Tuttavia il presente e il futuro dell'Europa, il suo destino, non puo essere interpretato nei termini di un nuovo inizio. Non puo essere letto a prescindere dalla storia della sovranita degli Stati-nazione, "ponendosi in semplice opposizione sovranita e liberta", facendo per tal via dell'Europa una questione puramente istituzionale, poiche in quella storia l'idea di Europa ha una potenzialita capace di farsi forma e sostanza politica.

Ma andiamo per passi.

Si continua a ripetere che la globalizzazione "porrebbe fine a <<quella grande costruzione dello spirito europeo>> che e lo Stato". Questo Stato, Io Stato nazionale, e stato distrutto dali' operare di due potenti fattori: da un lato il fattore economico, mercantile, della glo balizzazione, "che ha fatto si che la scena decisiva non possa essere pio quella dello Stato nazionale, ma quella della cosmopoli" (74), dall' altro la domanda sempre pio forte di localizzazione. Globalizzazione, del resto, sta in rapporto di proporzionalita diretta con la localizzazione (75): pio cresce, si espande la globalizzazione, pio "cresce anche il bisogno di difendersi dalla globalizzazione, di mantenere la propria identita all'interno della globalizzazione" (76); cresce, cioe, urgente per l'individuo il bisogno di trovare soddisfazione nella propria identita. Globalizzazione e localizzazione costituiscono, in realta, le due facce di un'eguale destinazione: la destinazione all' Uno. Per evitare un tale rischio occorre, allora, porre in relazione le diverse individualita, "riconoscerne le esigenze di distinzione e di federarle" (77).

Per parlare di Europa dobbiamo, allora, misurarci con la sua sostanza politica ed ogni discorso intorno ad essa dovra incontrare, intrecciandola, tale dimensione, fuggendo la tentazione di abbandonarsi ad un "cosmopolitismo umanitario" ed arruolarsi "<<nel grande partito>> delle buone intenzioni e delle buone maniere" (78).

Perparlare d'Europa dobbiamo pensare allo spazio europeo come uno spazio movo, ulteriore rispetto alle territorialita statali, ma che di quelle territorialita sappia reinterpretare il valore della politica, quale strumento di compartecipazione, entro l'esercizio della sovranita, alla determinazione del proprio destino e della propria vita.

E qui di seguito una lunga citazione: "Un'Europa senza la spina dorsale di una cultura europea che esprima una <<Sovranita>> autonoma va bene ai cantori di un movo ordine mondiale ove singoli e moltitudini, senza identita e appartenenza, si alleano alle illuminate aristocrazie di ispirazione clintoniana per aprire lo spazio alla palingenesi della vecchia sanguinosa politica del Novecento verso una ritrovata armonia planetaria dei diritti umani liberati per sempre dalla apoteca della violenza statae" (79).

Se, pertanto, di contro a questi facili "cantori", l'Europa vuole davvero essere "resistenza alla globalizzazione" dovra saper rifiettere su quelle categorie tradizionali di spazio e di tempo, quali a priori dello Stato, e la eni distruzione, fagocitazione da parte della glo balizzazione assume come significato non solo la fine Bello Stato, ma la fine stessa della politica. L'Europa deve, allora, saper parlare il linguaggio della politica, o, pio precisamente, il linguaggio della speranza di una politica che sappia far dialogare la tradizione ed il futuro. Solo facendo leva sulla sua lunga tradizione di civilta, che e insieme tradizione ed apertura, l'Europapotradarsi come spazio politico movo. Spazio di una politica, dunque, che non sia "amministrazione o gestione dei conta bancari", ma che sappia atteggiarsi come "progettazione degli spazi futuri, restituzione agli uomini della capacita di pensare e creare attraverso i simboli; di pensare oltre lo spazio definito della frontiera" (80).

Se l'Europa nasce essenzialmente come modo d'esscre, "coscienza di se", non potra, dunque, essere riducibile semplicemente a fatto fisico e geografico, ma sapea rappresentarsi come modo di vivere. L'Europa "si inventa", "si comprende e interpreta nella saggezza laica della storiografia, filologia e filosofia che nascono insieme". L'essere, poi, la storia costitutiva d'Europa "la propria verita", fa dell'Europa un divenire: il destino d'Europa non si svolge lungo un percorso ineluttabilmente gia dato, non e" destino prefissato, ma e destino che si da, si costruisce nel suo divenire. 'L'Europa diviene, non e" (81). La storicita d'Europa ha, di fatti, hegelianamente, inizio nei momento in cui il tempo si incardina nel concetto: alla sua nascita vi e l'atto di Zeus, il dio politico, che vince il tempo --l' Europa vinte il tempo, la globalizzazione lo annulla--, e la "caducita del finito", attraverso la creazione della polis.

L' Europa e, allora, per questo, anche principio di liberta.11 divenire come "coscienza che si costituisce attraverso la storia" richiama in se il principio di liberta e lo contrappone al dispotismo (82). E come principio dell'identita europea esso accompagna un altro tratto di quell'identita e del suo porsi per e nella storia: (Europa, la sua identita, come spazio aperto, pio mentale che fisico, spazio non prefissato da frontiere, ma dalla mobilita dei confeni. "E uno spazio aperto. Il luogo Europa e anche un'area --un'insieme di luoghi-- dai limiti sfuggenti" (83).

Questo spazio europeo, che e "spazio del pensiero", come spazio del polemos, del confronto, della lotta come ricerca di un rapporto tra identita e differenza, uno e molteplice, puo "caricarsi di un significato specifico", "darsi effettivamente una forma", "diventare --per dirla con espressione abbreviata-- un'effettiva risposta al globalismo imperante" (84). E non a caso il Trattato di Amsterdam, "non trova parola diversa e migliore di spazio per designare quell'abbozzo di societa civile europea che si va delineando intorno alla libera circolazione, in procinto di estendersi verso Est". (85) E questo spazio che da ragione delle istituzioni, e quest"'embrione di uno spazio pubblico europeo" a fare dell' Europa un' esistenza.

Del resto L'Europa che e storia conosce, rispetto alla globalizzazione che e senza storia, quanto doloroso e foriero di morte puo essere l'erezione di frontiere rigide: le frontiere dello Stato-potenza, che hanno dissolto il diritto pubblico europeo e con esso lo "spazio eu ropeo che aveva la sua matrice nell'universalismo dallo jus gentium". Per esso scomparvero i diritti dell'umanita e "il diritto si fece diritto della nazione". La distruzione dello spazio sappiamo gia, noi europei, essere rottura di equilibrio e apertura al totalitarismo. Ed allora la ricostruzione dell'Europa non poteva che aver inizio da li, dall'individuazione di spazi comuni, primo fra tutti, e non per caso, lo spazio del mercato. La creazione di uno spazio unico di politica monetaria e, e stato, un formidabile successo politico, che ha trovato le sue condizioni d'essere nella "straordinaria debolezza degli Stati" al termine della seconda guerra mondiale. Grazie ad essa, grazie cioe al declino della potenza degli Stati europei, e "non malgrado essa", si sono poste le condizioni per una tale integraziones (86). E stata proprio questa storia d'Europa, le angosce della <<guerra civile>>, a consentira l'affermazione di quella che Cacciari definisce una vera e propria "filosofia dell'integrazione", che ha avuto nel principio di stabilita il suo cardina e che puo essere cosi sintetizzata: "impedire decisioni politiche che possano spezzare quella rete di reciproci interessi e vantaggi economice che hanno retto il processo di integrazione" (87). In questo processo ogni fase, ogni successiva fase, deve potersi porsi una crescita naturale, per certi versi scontata, della stabilita raggiunta. L'irreversibilita del processo di integrazione costituisce, dunque, corollario del principio di stabilita: stabilita vi puo essere solo se l'integrazione puo raggiungere livelli sempre pio alti di sviluppo.

Tuttavia oggi si manifesta l'urgenza da pio parti di andare oltre quella strategiapolitica che ha voluto mantenere il processo di integrazione, nei suoi stadi sempre pio avanzati, in rigorosi limiti economico-finanziari. Confinato in tali limiti, infatti, il processo di inte grazione si ridurrebbe a semplice calcolo-automatismo amministrativo, risultandone, Junque, assolutamentc depoliticizzato. Ma la depoliticizzazione non puo presentare forte essa stessa una "vecchia utopia"? Non e, infatti, utopia l'immaginarsi "una condizione di sviluppo delle conoscenze, delle tecnologie, del benessere in assenza di conflitto e decisione politica"? "L'<<uomo europeo>> vive oggi lo spazio europeo come uno spazio di sicurezza e tutela, un <<luogo protetto>>, la garanzia di una sempre pio efncace difesa dei propri interessi eminentemente economici". Per quest'uomo, l'"homo democraticus europeo", l'Europa non puo essere economicamente forte e politicamente debole e, dunque, il processo di integrazione non puo costituire il tramonto della necessita di ogni forma di decisione politica (88). Se i meccanismi di concorrenza e mercato dovessero prevalere l'Europa non sarebbe pio Europa, ma oblio d'Europa: un'Europa che negherebbe se stessa ponendosi come uno "spazio duramente terranno, privo di <<fluidita>>, spazio di protezione e di tutela, inospitale, timoroso soltanto del pericolo e del proprio stesso venir meno" (89).

Il problema dell'esistenza politica si pone, pertanto, come un 'prius strategico", indispensabile a dare contenuto ad istituzioni altrimenti attraversate all'interno da un vuoto, il vuoto politico, con il quale l'Europa si trova ancora a dover fare i propri comi e che tuttavia potra risolversi solo se essa, l'Europa, memore del suo passato, sapranuovamente tenere insieme il senso della distinzione e dell'identita (90).

Recibido: 17-12-2007

Aceptado: 16-06-2008

Katia CASTALDO

Universite degli Studi di Napoli "Federico H", Napoli, Italia.

(1) Del resto la politicita di tali diritti emerge con forza nel caso di diritti confliggenti, come possono essore il diritto alla sopravvivenza e il diritto alla liberta. In tal caso si mostra con evidenza la necessita della decisione e di chi decide. Cfr., sul punto, BARCELLONA, P (2004). "La costruzione dell' Europa e i diritti umani", in: CARRINO, a (a cura di) (2004). Diritto e politica nell' eta dei diritti, Napoli.

(2) DE GIOVANNI, B (2002). L'ambigua potenza dell'Eurapa, Napoli, p. 284.

(3) La colorita ed efficace metafora labriolana adattata ad una riflessione sul valore dei diritti e ripresa que dal testo di DE GIOVANNI, B (2002).Op. cit. Ibidem.

(4) BARCELLONA, P (2003). Prefazione a CANTARO, A (2003). Europa sovrana. La Co stituzione dell'Unione tra guerra e diritti, Bari, p. 12.

(5) DUSO, G (2004). "Crise della sovranita: crise dei diritti?", in: CARRINO, A (a cura di) (2004). Op. cit., p. 98 ss.

(6) DUSO, G (2002). "L'Europa e la fine della sovranita", Quaderna fiorentini, XXXI, p. 110, anche se in quel contesto tale affermazione assume toni e sfumature diametralmente opposte a quanto que si andra sostenendo.

(7) GALLI, C (2001). Spazi politice. L'eta moderna e l'eta globale, Bologna, p. 80. Ma cfr. anche, sul punto, ALLEGRETTI, U (2004). "Diritti fondamentali ira tradizione statale e nuovi livelli di potere", in: CARRINO, A (acura di) (2004). Op. cai., p. 11 ss., ove si puo leggere: "Vi e comine accordo (...) che, nell-esperienza della modernita, i diritti, i diritti fondamentali, sono, per il loro riconoscimento e protezione, strettamente associati allo stato. Lo dimostra la loro genealogia, nel tempo del giusnaturalismo sei-sette-centesco, il loro divenire teorico, nel flusso del costituzionalismo dal Settecento al Novecento, la loro storia pratica, svoltasi tango gli stessi secoli, nell'affermazione e nell'affinamento del loro esercizio e della loro tutela".

(8) ALLEGRETTI, U (2004). Art. oil., p. 16.

(9) Ibid., p. 17; ma sull'origine particolare di tutti gli universali moderni ed il loro legame con la sovranita, Cfr., GALLI, C (2001). Op. cit., p. 76 ss.

(10) D'AVACK, L (2003). "Riconoscimento dei diritti umani e sistema organizzativo del Potere", in: D'AVACK, L (a cura di) (2003). Sviluppo e protezione dei diritti dell'uomo e protezione giuridica, Napoli p. 10. In verita, in questa coesistenza di duo diverso esigenze, quelle dellaragion di Stato e dello Stato liberale, D'Avack vede l'estrinsecarsi del modo d'essere stesso della societa democratica.

(11) Diritti Benza potere, del resto, come ribadisce Weiler, sono "un inganno, una truffa". Cfr. WEILER, J (2001). I rischi dell'integrazione: deficit politico e. fine della s ovranita, in: LORETON, A (2001). Intervis te sull' Europa. Integrazione e identita nella globalizzazione, Roma, p. 66.

(12) FLICK, GM (2003). "I diritti umani nell'esperienza europea", Politica del diritto, 2, pp. 143-144.

(13) Cfr. FERRARESE, MR (2006). Diritto sconfinato. Inventiva giuridica e spazi del monda globale, Roma-Bari, p. 103 ss.

(14) CIARAMELLI, F (2003). "Percorsi della soggettivita nell'epoca dell'appagamento immediato", in: CANTILLO, G & PAPPARO, FC (2003). Elicita del senso. Scritti in onore di Aldo Masullo, Napoli, p.160.

(15) Cfr. BAUMAN, Z (2006). Amore liquido, Roma, p. 13 ss.

(16) Cfr., sul punto, BARCELLONA, P (2003). "Ipotesi interpretativa del processo di globalizzazione", Democrazia e diritto, 4, 2003, p. 15 ss. E Ibid., p. 17, si legga: "L'universalismo giuridico e l'economia monetaria (...) rappresentano l'unica forma in cui si puo attuare una cooperazione fra gli uomini senza che questi abbia no bisogno di comunicare reciprocamente e di manifestare sentimenti. Tutto cio (...) dissolve ogni forma di socialita e alla fine la stessa possibilita di produrre liberamente una qualche <<forma di vita>> che rappresenti la conferma reciproca della propria individualita e la possibilita di darsi scopi comuni".

(17) BARCELLONA, P (2001). Le passioni regate. Globalismo e diritti umani, Troina, p. 135.

(18) Riferendosi in particolare alle istituzioni Barcellona osserva come esse "sono similari al linguaggio, sono un <<modo>> attraverso cui gli uomini si mettono in rapporto l'uno con l'altro e percio svolgono una funzione comunicativa". BARCELLONA, P (2000). Quale politica per il terzo millennio?, Bari, p. 132.

(19) Ibid., p. 134.

(20) Ibid., p. 131; ma cfr. anche., sul tema, BARCELLONA, P (1998). Il declino dello Stato. Riflessioni di fine secolo sulla crisi del progetto moderno, Bari, p. 33 ss. e BARCELLONA, P (2003). Diritto senza societa. Dal disincanto all'indifferenza., Bari, pp. 42-47.

(21) Sulle conseguenze ed il significato dei diritti umani separati da un ordinamento positivo e da uno stato che li "riconosce", da una organizzazione che li garantisce e da un consenso che Ii legittima, cfr. BARCELLONA, P (1999). "L'individuo dentro la globalizzazione", Democrazia e diritto, 4, 1999, p. 143 ss.

(22) Cfr. AZZARITI, G (2003). "Il futuro dei diritti fondamentali nell'era della globalizzazione", Politice del diritto, 3, p. 331.

(23) Cfr., per questa distinzione AGAMBEN, G (2003). Stato di eccezione, Torino, p. 77 ss.

(24) Ibid., p. 54.

(25) Storicamente, del resto, i diritti umani hanno sempre funzionano da limite, "soglia indisponibile", e giustificazione del potere sovrano e ne costituiscono il meccanismo interno. L'Europa non puo essere, pertanto, pensata apartire dall'ideologia dei diritti, ma e essa a dever 'pensare. Cfr., sul punto, RESTA, E (2003). "De mos, ethnos. Sull'identita dell' Europa", in: BONACCHI, G (a cura di) (2003). Una Costituzione Benza Stato, cit., 174 nonche CANTARO, A (2003). Op. cit., p. 92 e SERRA, P (2003). "Ontologia di Europa. Considerazioni sul paradigma della Europa-Nazione", Democrazia e diritto, 2, p. 49.

(26) BARCELONA, P (2003). Prefazione, cit., p. 13.

(27) OS SOLA, C (200 l). "Europa, Europa ...", in: OS SOLA, C (2001). Europa: miti di identita, Venezia, p. IX.

(28) Cfr. PALOMBELLA, G (2001). "Tradizioni, politica e innovazione nei movo ordine europeo", in: SCODITTI, E (2001). La costituzione senza popolo. Unione europea e nazioni, Bari, p. 5 ss., il quale osserva come "l'unita della storia istituzionale europea puo essere in effetti rappresentata meglio, o pio fedelmente, con la centralita del <<politico>> che con la priorita dei diritti".

(29) MERLINI, F (2004). "politica e tempo. L'impostura delta fine delle ideclogie", in: CARRINO, A (a cura di) (2004), Op. cit., p. 131. La definizione di ideologia offertaci dall'autore ei sembra potersi bene adattare a definire la quidditas della globalizzazione.

(30) In questo senso l'ideologia globale si mostra sotto le vesti "addomesticamento narrativo delta realta in cui siamo immersi". Cfr., sul punto, MERLINI, F (2004). Art. cit, p. 134.

(31) Del resto questo modo di porsi della globalizzazione puo rischiare di sortire i suoi effetti nelle coscienze dei pio, dal momento che, come bene osserva Merlini, "anche il fatto di dirlc (le cose) in un certo modo. Contribuisce alta possibilita del loro presentarsi in quel modo, cioe, nei nostro caso, come una realta inevitabile". MERLINI, F (2004). Art. cit., p.135, ma dello stesso autore si veda anche MERLINI, F (2004). La comunicaztone interrotta. Etica e politica nel tempo della rete, Bari.

(32) CASSANO, F (2004). "Un altro Occidente. Rillessioni sull'Europa", in: CARRINO, A (a cura di) (2004). Op. cit., p. 61. Sempre ivi si legga: "In questo mondo in cui ognuno fa per se e deve solo pensare a correre, la disuguaglianza tra le elassi e tra i paesi non sono piu un problema da affrontare, ma la dimostrazione piu o meno diretta delta diversa qualita degli individui, delle culture e dei popoli, Findizio d una sorta di predilezione divina".

(33) Ibidem.

(34) CASSANO, F (2004). Art. cit., p. 65.

(35) GALLI, C (2001). Op. cit., p. 110.

(36) Ibid., p.. 111. Cfr. anche, sul punto, GALLI, C (2002)., "L'Europa come spazio politico", in: FRIESE, H; NEGRI, A & WAGNER, P (a cura di) (2002). Europa politica. Ragioni di una necessita, cit., p. 48.

(37) CACCIARI, M (1999). "L'arcipelago Europa," in: Micromega, 2, pp. 26-27.

(38) L'Europa e, allora, in questo senso, "a geometria variabile" e, soprattutto, non puo esaurirsi in una nozione puramente geografica. Cfr., sul punto, de GIOVANNI, B (2002). Op. cit., p. 4 ss.

(39) CACCIARI, M (2001). "Due discorsi tedeschi", in: Micromega, 1, p. 169. Ed ivi si legga ancora: "Anoi abitanti dell'Europa, talamo d'Ade, ci e data, continua ad esserci data la possibilita di concepire la nostra citta come communitas, foedus tra ospiti, amicizia tra stranieri. Al di fuori di quest' orizzonte non vi e la <<politica oltre lo Stato>>, ma la fine della politica".

(40) DE GIOVANNI, B (2002). Op. cit., pp. 20-21.

(41) Ibid., p. 28.

(42) CACCIARI, M (2000). "'Sinisteritas' e fatalita", in: Micromega, 3, p. 13.

(43) Ibid., p. 14.

(44) L'uomo nuovo, l'homo tecnologicus, stringe con la tecnica, o meglio crede di poterlo stringere, un patio: "che essa sia perfettamente libera, affinche il suo sviluppo possa garantirgli perfetta uguaglianza". CACCIARI, M (2000). Art, cit., p. 14.

(45) Lo Stato nazionale, in effetti, puo arrivare fino ad una comparazione ira sopranazionale ed internazionale, ma non pio oltre. Si immagina, infatti, sempre un confine e al di la del confine un altro Stato. Cfr., in tal senso, CAVARERO, A (2001). "ll locale assoluto", in: Micromega, 5, p. 66.

(46) Ibid., p. 64. Di contro allo spazio delimitato da confim, il mondo globale si pone come sconfinamento, assenza di un fuori, se non nella forma di "altri pianeti ancora da inglobare e pero gia simbolicamente preinglobati dai satelliti che illuminano le nostre notti con astri metallici".

(47) ibidem.

(48) CACCIARI, M (2001). "Digressioni su impero e tre Rom", in: Micromega, 5, p. 45. Secondo l'etimologia semitica proposta da Sembrano imperator deriverebbe da in-duper-ator, dove duper si accosterebbe a dabar= parola che esorta, comanda. Cfr. SEMERARO, G (1994). Le origini della cultura europea, vol. II, parte 11, p. 433.

(49) CACCIARI, M (2001). Art. cit., p. 46.

(50) Ibidem.

(51) CACCIARI, M (2001). Ari. cil., p. 166.

(52) DE GIOVANNI, B (2002). Op. cil., pp. 186-187.

(53) Ibid., p. 190.

(54) CARRINO, A (2004).Introduzione a CARRINO, A (a cura di) (2004). Diritto e politica nell'eta dei diritti, Napoli, p. 9.

(55) Come ricorda de Giovanni, questo scarto tra "le prerogative Bello Statu e le interdipendenze crescenti nella societa mondiale" ne comprende in vero molti altri: scarto Ira politica e possibilita della sua realizzazione; scarto fra sovranita e territorio; scarto traparticolarita del comando stable e universalismo dei cicli ecologici; scarto Ira globalizzazione e solidarieta civica. DE GIOVANNI, B (2002). Op. cil., pp. 191-192. Eppure la storia d'Europa ci porta lontano da un tale destino e ad esso la costruzione europea costituisce una risposta ed un riscatto.

(56) DE GIOVANNI, B. L'Europa e i classici del pensiero politico, reperibile all'indirizzo internet www.studipolitici.it (25.01.2005). E sempre ivi si legga, a proposito del retorno del bisogno di politica,: "Non basta pio un governo delle societa nebasta l'automatismo dei processi di mercato, ne basta avere un'immagine un po' irenica di un mondo che andandosi ad unificare trova in questa unificazione le ragioni del suo universale riconoscersi, del suo diventare un tutto, della sua dimensione cosmopolita".

(57) Per le citazioni cfr. sempre ivi, lungo il breve, ma intenso testo.

(58) DE GIOVANNI, B. La sovranita politica, articolo reperibile sul sito www.italianieuropei.it all'indirizzo www.italianicuropei.it/revista/documente/dettaglio.asp?id doe-86 (20.05.2006).

(59) DE GIOVANNI, B (2004). L'Europa e la filosofia moderna, Bologna, p. 341.

(60) Cfr. PASSERINI, L (1998). "Dalle ironee dell'identita all'identita dell'ironea", Introduzione, in: PASSERINI, L (1998). Identita culturale europea. Idee, sentimenti, relazioni. Scandicci, Firenze, p. 13.

(61) In questo ultimo senso si muovono i lavori di Telo, che di fronte all'affermarsi della globalizzazione prospetta ed ipotizza l'affermarsi di nueve forme di regionalismo, cioe di forme di integrazione regionale tra Stati. Cfr., per un'analisi approfondita che sfugge alle necessita del presente lavoro, TELO, M (2004). L'Europa potenza civile, Roma-Bari 2004, in particolare p. 87 ss. nonche TELO, M (200l). "L'identita internazionale dell'Unione europea e il contributo del neoregionalismo alla global governance", in: GUERRIERI, S; MANZELLA, A & SDOGATI, F (a cura di) (2001). Dall'Europa a quindici alla Grande Europa. La sfida istituzionale, Bologna, p. 453 ss e TELO, M (200l). "Neoregionalismo e global izzazione: I'Unione europea coma attore internazionale", in: LORETONI, A (a cura di) (2001). Interviste sull'Europa. Integrazione e Identita nella globalizzazione, Roma, p. 171 ss.

(62) DE GIOVANNI, B (2005). Art. cit. reperibileal l'indirizzo internet www.studipolitici.it. E sempre ivi si legga: "Ecco perche un' Europa che vuele parlare al mondo non puo che farlo attraverso la politica, o lo fa cosi o non lo fa, o lo fa cosi e torna a diventare Europa o non lo fa e magari non lo puo fare, puo darsi che non lo possa pio fare, puo darsi che le componente geopolitiche del mondo si vadano disegnando in un'altra direzione". Eppure, e ne e questa l'inevitabile conseguenza, "se muere la politica muere anche l'Europa".

(63) CACCIARI, M(1999). "L'arcipelago Europa", in: Micromega, 2,p. 22.

(64) E per questo che nella Globalzeit non vi puo essere posto per il teatro tragico, dal momento che il teatro e iragico "la deve la parola e un'arma, la dove la parola puo pervenire a imporre il silenzio", dove "vi e, si, la grande discussione, ma poi accade la parola che tronca, che de-cide". Il teatro esiste solo attraverso l'agora, la costituzione dello spazio pubblico, come luogo della decisione. Cfr. CACCIARI, M (1999):Ibid., pp. 22-23.

(65) Ibid., p. 32 e CACCIARI, M (1977). L'arcipelago, Milano, p. 30 ss.

(66) Ibid., p. 25. E sempre li si legga anche quanto al corretto significato da auribuire, secondo la loro coerente origine greca, ai tennini polemos e xenos.

(67) FRIESE, H (2002). "L'Europa a venire", in: FRIESE, H; NEGRI, A & WAGNER, P (a cura di) (2002). Op. cit., p. 60.

(68) La globalizzazione, del resto, "e la soggettivita-tanto i soggetti non garantiti, la cui vita concreta e l'essere spogliati di tutto, quanto i soggetti garantiti, incapaci in realta di vivere attivamente i propri diritti-- esposta al mondo senza il filtro della statualita. Cfr. DAL LAGO, A & MEZZADRA, S (2002). "I confini impensati dell'Europa", in: FRIESE, H; NEGRI, A & WAGNER, P (a cura di) (2002). Op. cit., p. 147.

(69) BARCELONA, P (2003). Prefazione, cit., p. 9.

(70) CACCIARI, M (2001). Art. cit., p. 167.

(71) Ibidem.

(72) Cfr., CACCIARI, M (1977). Op. cit. p. 60 ss e CACCIARI, M (2001). Art. cit., p. 168.

(73) Ibid., E cosi Cacciari a tal proposito: "Nessuna identita e <<immune>> dal Cum della communitas-- solo, l'identita immatura, l'identita inconsapevole ne avra paura c cerchera di difendersene all'ombra delle ideologie totalitarie". p. 168.

(74) CACCIARI, M (1999). Art. cit., p. 29.

(75) Cfr., fra tutti i vari studi che approfondiscono il fenomeno della localizzazione quale diretta conseguenza della globalizzazione, PULCINI, E (2001). "L'Io globale: crisi del legame sociale e nuove forme di solidarieta", in: D'ANDREA, D & PULCINI, E (2001). Filosofie della globalizzazione, Pisa, p. 29 ss.

(76) CACCIARI, M (1999). Art. cit., p. 30.

(77) Ibidem.

(78) Cfr. BARCELLONA, P (2003). Prefazione a CANTARO, A (2003). Op. cit., p. 7. Annota, sempre ivi, pp. 7-8, Barcellona come il rischio di un tale atteggiamento sia il fornire un'inconsapevole legittimazione ideologica al mantenimento dello status quo: "un'Europa inconsistente, un'America lanciata all'assalto di ogni possibile avversario politico, una <<guerra infinita>> che nessuno osa criticare perche ormai chi esce dal coro e bollato come anti-americano, anti occidentale e anti liberale".

(79) Ibid., p. 8.

(80) Ibid., p. 11.

(81) DE GIOVANNI, B (2001). "L'identitadell'Europa," in: GUERRIERI, S; MANZELLA, A & SDOGATI, F (a cura di) (2001). Dall 'Europa a Quindici alla Grande Europa. La sfida istituzionale, Bologna, p. 21.

(82) E il dispotismo e non la tirannide il 'contraltare' della liberta europea in quanto diversamente dalla tirannide, che e la "degenerazione di una forma politica", il dispotismo si pone in contrapposizione nei confronta della liberta per essere "staticita priva di dialettica". Cfr., a tal proposito e nel richiamo alle posizioni di Chabod, DE GIOVANNI, B (2001). Op. cit., p. 22 ss., dove si pone in guardia anche su un'interpretazione euforica del principio di liberta, proprio attraverso una lettura della storia d'Europa, che ha visto insieme la lotta per i diritti umani e i campa di sterminio.

(83) LEVI, J (1998). Geografia dellTuropa, Milano, p. 59.

(84) DE GIOVANNI, B (2001). Art. cit., p. 27.

(85) Ibid., pp. 32-33.

(86) CACCIARI, M (1999). "Pensare l'Europa", in: Micromega, 4, p.200 ss. Esempre ivi si legga: "Se non si tiene sempre presente questo punto"-vale a dire la stretta interdipendenza tra debolezza politica delle potenze statali e successo dell'integrazione economico-finanziaria-"nulla si comprende degli accadimenti attuali e del nostro <<futuro presente>>. Sulla base della potenza degli Stati europei solo la continuazione ad indefinitum delta <<guerra civile>> sarebbe stata concepibile, poiche la sua soluzione in forza della vittoria di uno di questi Stati era e sarebbe rimasta.

(87) Ibid., p. 201.

(88) Ibid., p. 203: "l'<<uomo europeo>> e disposto a <<riconoscersi>> oggi nella Comunita, contro il conflitto politico, cosi come si <<riconosceva>> nello Stato, <<deus artificialis>>, contro le <<guerre di religione>>".

(89) Ibid, p. 206.

(90) DE GIOVANNI, B (2002). Op. cit. p. 22.
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Author:Castaldo, Katia
Publication:Utopia y Praxis Latinoamericana
Date:Jul 1, 2008
Words:8719
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