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Secondo Lancellotti: le concordanze delle storie e gli errori degli antichi.

Forse si fa un torto a Secondo Lancellotti attribuendogli il merito di aver identificato un male del suo secolo nell'"hoggidianesimo", cioe nell'insistente e diffuso piagnucolare sulla decadenza del mondo contemporaneo e nel rimpiangere quello antico. Glielo attribuiva ormai molti decenni fa Carlo Calcaterra, (1) il quale riusi tanto persuasivo da elevare quella diagnosi a una duratura categoria storiografica tanto che ancora oggi riappare in varie storie della letteratura (2) come una cifra della cultura barocca. E un'esagerazione in cui convergono due fattori. Uno e l'ottica "vitalistica" che portava Calcaterra (3) a trovare "anime" nel Barocco, e a trovaine magari parecchie in modo da far rivivere quel periodo come un potente dragmaticon, come una sorta di psicomachia in cui varie forze o anime vivono in conflitto; e perche quel conflitto fosse piu drammatico era necessario mettere in campo avversari giganteschi e di forze equipollenti che si battano a lungo con esito incerto fino a quando, per esaurimento di entrambi, il dramma si scioglie senza produrre alcun vincitore. Ualtro fattore e Lancellotti stesso il quale, come ogni degno autore di una scrittura polemica, ipercaratterizza i suoi avversari non identificandoli mai per nome ma preferendo presentarli in una immensa e anonima folla che si allarga a macchia d'olio coprendo ogni superficie e penetrandone tutti gli interstizi: e una tecnica caricaturale che serve a giustificare l'attacco e accresceme il valore. L'efficacia del quadro che ne risulta e tale che Calcaterra ha attribuito valore storico-documentario all'opera lancellottiana, e ha conferito all'autore un merito che lo avrebbe lusingato moltissimo e ricompensato delle non poche difficolta di comunicazione che ebbe nella sua vita. Tuttavia sembra piu giusto riporre il merito di Lancellotti nel metodo o nei modi con cui egli condusse la polemica suppostamente rivolta contro i piagnucoloni dei suoi giorni ma di fatto indirizzata contro gli antichi e specialmente contro il loro culto, perche sono i punti in cui e possibile valutare il contributo culturale dell'opera di Lancellotti la quale e piu ricca e complessa di quanto Calcaterra non lasci intendere limitando la propria analisi soltanto all'opera di Lancellotti dal quale ricava l'idea di "hoggidianesimo", e trascurandone addirittura la seconda parte o continuazione. Sara pur vero che ai giomi di Lancellotti i laudatores temporis acti avessero ingrossato le fila in modo preoccupante--erano tempi di grande crisi culturale in cui il crepuscolo di un'eta si illumina di epifanie o di barlumi della nuova, in quella tipica coalescenza che spinge gli storici a sottolineare ora un aspetto ora un altro--ma e pericoloso considerare come documenti fededegni quelli che sono forgiati con intento polemico.

Secondo Lancellotti--l'irrequieto frate olivetano che nella sua nativa Perugia mosse i suoi primi passi negli ambienti culturali, ma che presto ebbe a viaggiare moltissimo e morire addirittura a Parigi (4)--pubblicb a Venezia L'hoggidi overo il mondo non peggiore ne piu calamitoso del passato nel 1623, l'anno stesso in cui a Parigi veniva alla luce L'Adone, opera anch'essa a suo modo contestataria. E se le date hanno qualche significato, sara utile ricordare che nello stesso 1623 usciva a Roma Il saggiatore di Galileo; che nel 1620 Tassoni pubblicava il decimo libro dei suoi Pensieri, contenente il Paragone degli antichi e dei moderni; che Bacone dava alle stampe il suo Novum organum ... per avere un'indicazione dell'aria che spirava in quei giorni nonche della tempestivita con cui Lancellotti s'inseriva nella scena culturale, sia pure con un profilo modesto e da un'angolatura accademico-provindale.

Stando alle dichiarazioni dell'autore, il tema dell'opera ebbe una prima formulazione in un discorso tenuto presso l'Accademia degli Affidati di Pavia, discorso che verteva sul costume diffusissimo di lamentarsi del presente e di sostenere che nei tempi antichi tutto fosse migliore. In seguito, meditando su questo "paradosso" e girovagando per il mondo, Lancellotti avrebbe raccolto tanto materiale da poteme comporre il libro che ora presenta ai suoi lettori. Non c'e motivo di mettere in dubbio la verididta di questa occasione, ma ricordarla significa raccomandare l'opera come frutto di lavoro un po' rapsodico, non costruito secondo le regole dei libri molto seri: effettivamente una certa aria di improvvisazione alleggerisce il libro il cui argomento potrebbe essere greve. Anche il fatto che i capitoli vengano denominati "disinganni" potrebbe minacciare aria di predica ascetica, ma in realta il termine e privo della connotazione tragica che acquisto nella cultura barocca; anzi, poiche ogni "disinganno" punta a negare o a screditare una credenza che causa il pianto per lo stato presente, l'effetto e piuttosto quello di una specie di catarsi comica e conciliante. Nonostante la sua natura "raccogliticcia" L'hoggidi sara diverso dalle solite "selve" e "polyanthee" o "teatri" e simili: sara addirittura un libro volutamente contrario alle mode e ai tempi. Quanto all'organizzazione non bisogna credere che sia del tutto caofica: in fondo il titolo, tenendo separati i mali "peggiori" dai "calamitosi", annunda una separazione tra argomenti "morali" e argomenti "naturali"; e in effetti la struttura del libro segue questa divisione; comunque l'autore informa i lettori che qualora avessero difficolta d'orientamento nella congerie di tanti materiali potranno lasdarsi guidare dall'indice: consiglio che coinvolge il lettore invitandolo a costruirsi la lettura nell'ordine che preferisce, proprio come accade per le selve e altre raccolte di curiosita.

Il primo "disinganno" serve a prevenire alcune possibili obiezioni e a mettere a fuoco il tema principale dell'Hoggidi. Chi lo legge non deve inferime che il mondo odierno sia popolato soltanto da piagnucolosi perche oggi, come in tutti i tempi, il mondo ha i suoi Democrito (il filosofo che piange) e i suoi Eraclito (il filosofo che ride); tuttavia non si pub negare che nel mondo odierno prevalgano i piagnucolosi. Ma non e di loro che l'autore intende parlare--l'hanno gia fatto tanti autori, da Sannazaro a Castiglione--bensi di una loro specie particolare che lussureggia in tempi recenti ed e caratterizzata da un perpetuo deplorare il presente al quale oppone un passato "aureo", un'antichita irreprensibile in cui tutto era perfetto. Questa e la categoria degli "hoggidiani". Per loro il passato e tutto cio che precede la loro nascita, ma, nonostante un cosi ampio termine ante quem, essi tendono preferibilmente ad identificare il passato con il mondo classico. Per Lancellotti gli "hoggidiani" si sarebbero creati un mito di quel passato, e quanto piu esso e remoto, tanto piu lo conoscono male; ma nella loro ignoranza trovano le ragioni per esaltarlo:</p> <pre> Quanto al rimanente, & al piu de' volgari huomini, del por si gran differenza fra L'HOGGIDI, & il passato, certa ragione, e mossa mi giova di creder, che sia l'inavertenza, o ignoranza delle cose gia succedute, la poca o niuna pratica dell'Historie. Laonde si come i fanciulli d'ogni cosa si maravigliano e si paventano, cosi molti, o per non aver letto i passati avvenimenti, o havendo rivolto i libri di simigliante materia per non havervi applicato l'animo, come si deve, quando veggono qualche quasi [sic] scherzo, o caso della natura insolito, o attione meno che giusta, et ragionevole d'un'huomo contro l'altro, rimangono di stupore o da timore sorpresi, & oppressi. lo adunque havendo consumato gran parte della vita mia, se for d'iattanza posso io affermarlo, tra libri accuratissimamente notando tutto quello, la cui conserva nella memoria dover tornare in acconcio de' miei studi, in po' mio, o d'altro m'imaginassi, fermissimamente credo, e porto saldissima opinione, che in ogni eta, e tempo, male e travagli provassero

sempre i viventi, e che nell'istesso corso quasi di cose, non negando pero la perpetua scambievolezza, & invariabile varieta loro, il Mondo habbia perseverato, e perseveri. (11) (5) </pre> <p>Il vero oggetto del discorso sara dunque la storia e il modo di leggerla e di trarne insegnamento. Chi seguira il nostro autore nel suo viaggio nel passato si sentira edotto e perfino consolato vedendo che il mondo nel quale vive e quello di sempre, e non e "peggiore ne piu calamitoso" di quello che e sempre stato, ed e sempre vero il sapienziale "nihil sub sole novi".

I cinquanta "disinganni" che costituiscono l'opera toccano i temi sui quali gli hoggidiani si lamenterebbero piu frequentemente. Nel secondo si considera la fondatezza delle lamentele relative alla superbia, alle "superfluita" e aile pompe "che sono oggi ma furono avanfi anche nel tempo". La dimostrazione che gli uomini del passato fossero, quanto se non piu dei moderni, smaniosi di altezze e amanti del buon cibo e della pompa nel vestire, viene fatta con l'accumulo di dati e di citazioni come aveva insegnato a fare la tradizione umanistica. Lo stesso procedimento di accatastare grappoli di dati, di citazioni e di aneddoti viene adottato nei disinganni successivi che toccano, nel seguente ordine, i temi: delle vestimenta, della vanita delle donne, delle abitazioni, dell'uso dei titoli, dei funerali e sepolcri, della riverenza dei giovani verso i vecchi, del desiderio di dominare, della divisione dell'Italia in tanti regnicoli, della ragion di stato, dei principi che non vogliono essere ammoniti, degli assedi e saccheggi, della gola, delle volte in cui si pasteggia, delle cene dei romani, delle cene degli antichi, del vizio del bere, dell'uso del ghiaccio, dell'avarizia, dei mercanti, dell'avarizia nei palazzi romani, delle doti delle fanciulle, della giustizia amministrata dai principi, della loro avarizia, della vita nelle corti, del riconoscimento dei letterati, del vizio della "came", della statura degli uomini, delle madri che allattano i figli, delle malattie, della lunghezza della vita, dell'arte della guerra, dell'infedelta tra amici, della carita, della teologia, delle ricchezze della Chiesa, delle ricchezze della Chiesa e della loro legittimita, del legame tra eresie e hoggidianesimo, della religiosita, della sontuosita delle fabbriche religiose, dei predicatori, del mondo che non ha piu vizi oggi che nel passato (disinganno XLIII) e non e mai esistita l'eta dell'oro, e si continua parlando dei terremoti, delle inondazioni, dei freddi e ghiacci, delle carestie, delle pestilenze, degli incendi, degli avvenimenti prodigiosi e dei portenti, e del fatto che oggi le calamita non siano piu frequenti che nel passato.

La lista degli argomenti lascia vedere che, nonostante le precauzioni d'autore, Lancellotti segue un ordine nel presentarli: comincia con i temi riguardanti i beni materiali e passa a quelli spirituali--spiccano i nuclei dei "disinganni" dedicati alla Chiesa e alla religione--ed infine si dedica ai fenomeni naturali--il passaggio fra le due parti e chiaramente segnato dal disinganno XLIII da noi appositamente rilevato--e il disinganno conclusivo sembra riassumere le tesi della parte naturale. Cio che quella lista non lascia capire e la ricchezza di alcuni capitoli che meriterebbero proprio per questo un trattamento speciale. Notevolissimi, ad esempio, sono i capitoli sulla situazione politica italiana e sull'asservimento allo straniero; importanti e profonde sono le considerazioni sul rapporto fra l'eresia e l'hoggidianesimo; non meno notevoli sono quelle riguardanti le cause della decadenza fisica (non il lusso o i vizi fanno decadere il corpo, quanto invece l'aria e altre situazioni ambientali).... Importanti perche rivelano una certa accettazione dello stato presente in virtu del fatto che esso ripeta il passato: in questo senso la polemica con Traiano Boccalini denuncia un certo disfattismo, e la spiegazione delle eresie finisce col ridurle a proteste innecessarie; d'altra parte in tale nozione della "storia immobile" risaltano con molta forza il buon senso e una sorda avversione per le idee tramandate senza vaglio critico. E una forma di qualunquismo venato di scetticismo, ma non tutto e negativo se riesce a restituire valore e dignita al presente.

Cio che non e possibile riassumere e il metodo di documentazione in quanto per farlo bisognerebbe riportare o almeno elencare tutti i documenti che Lancellotti adduce. Basti dire che il nostro autore non differisce in alcunche dagli infiniti autori della sua generazione e di quelle precedenti: come tutti loro ama citare autori in latino (e se si tratta di greco e preferibile renderlo in latino), citarli in densi grappoli, seguendo di solito un ordine cronologico o, in mancanza di esso, separando prosa da metri poetici, aggiungendo qualche modesta glossa ma con la chiara disposizione di dare a quelle citazioni un altissimo valore di testimonianza, e la lingua nell'originale rafforza quell'impressione. Eppure e proprio quel metodo che consente di misurare l'innovazione di Lancellotti e di valutare la natura della sua polemica. A questo metodo Anton Francesco Doni aveva dato il nome di "concordanze delle storie", e ad inaugurarlo era stato Petrarca col suo De rerum memorandarum libri. Grazie a tali concordanze si stabiliva un legame inedito fra storia e letteratura, e si inaugurava il modo di ridurre la storia a "luogo comune". Esso consisteva nel prendere detti e/o esempi dal mondo antico e nell'accostarli ad esempi simili ricavati dal mondo moderno per evidenziare cib che avevano in comune (ad esempio la memoria o l'avarizia o la lussuria)--era l'elemento "predicabile" retorico--che mostrava una certa continuita frai due mondi e giustificava il valore esemplare della storia: se il comportamento degli antichi non ha imitatori, come si pub parlare di esemplarita? Il materiale veniva disposto lungo linee cronologiche, dando il primo posto agli antichi e facendo seguire loro i moderni; e se questo indicava la continuita storica implicava anche l'idea che agli antichi spettasse la priorita in ogni altro campo, morale o fisico che fosse: tutto ha inizio con loro e la loro eccellenza si estende a tutti i rami della vita. Un voisinage cosi concepito rafforzava l'idea che gli antichi fossero metro di tutto cio che e umano, e unitamente ai principi di imitatio e alla costante esaltazione degli antichi, anche quei luoghi comuni vennero a rafforzare il "paradigma" secondo cui bisognava risalire alle origini per trovare il meglio dell'umano; agli antichi, insomma, spetta sempre il ruolo di primo termine di paragone. Il metodo petrarchesco ebbe tanta fortuna nella cultura cinquecentesca che arrivo a creare un vero stile di scrittura nonche il genere letterario delle "officinae" alla Ravisio Testore, le "polyantheae" alla Nani Mirabelli, gli infiniti "teatri", "giardini" e simili raccolte euristiche di luoghi comuni. (6) Lancellotti lavorb per molti anni--sembra a partire dalla pubblicazione dell'Hoggidi--ad una raccolta di luoghi comuni intitolata Acus nautica che non ebbe la sorte di vedere pubblicata; ma sappiamo (7) che se fosse arrivata alle stampe avremmo avuto una delle piu ampie "polyantheae" mai pubblicate. Il suo interesse nel "luogo comune" non e, dunque, una semplice nostra ipotesi. Ma egli sfrutta quella tecnica in modo diverso, anzi opposto a quello per cui era stata inventata. Egli capisce che se i luoghi comuni negano originalita, garantiscono per altro la comunicazione, e attraverso di essi e possibile comunicare quel vero inviso agli hoggidiani, cioe che gli antichi erano tanto deboli e viziosi (che e poi come dire tanto umani) quanto i moderni. Per Lancellotti la continuita invalida quella gerarchia di valori che chi compara i due mondi ha voluto vedere. Anzi, poiche il paragone avviene sui vizi, il mondo antico o il passato (che Lancellotti porta fino a terminare grosso modo con la civilta quattrocentesca) ne escono piuttosto malconci, offrendo un quadro ben diverso da quello che gli hoggidiani immaginano. Del resto, se gli hoggidiani affermano che ci sia stata una soluzione di continuita fra antico e moderno, Lancellotti nega che ci6 sia avvenuto, e a ritorcere la loro accusa basta la prova del "luogo comune".

Lancellotti aveva gioco facile nel discreditare gli antichi dal momento che limitava il discorso ai difetti umani; senonche la sfida vera doveva venire dal considerare le qualita positive per le quali gli antichi erano ritenuti modelli impareggiabili. Egli raccolse questa sfida nella seconda parte dell'opera, apparsa una quindicina d'anni piu tardi, vale a dire dopo una piu complessa meditazione sul problema "antichi vs moderni". L'Hoggidi overo gli ingegni non inferiori a" passati [...] con alcuni discorsi nel fine del medesimo autore intitolati sfoghi di mente apparve a Venezia nel 1636, ed e paragonabile per volume al primo Hoggidi, ma e diviso soltanto in venti "disinganni"; contiene, inoltre, una sorta di appendice di cinque "sfoghi" della mente. I singoli capitoli sono piu corposi di quelli della parte precedente perche sono arricchiti spesso da disquisizioni e da ampie ricostruzioni di quadri storici.

Per rimanere fedele al tema annunciato nel titolo, Lancellotti affronta l'argomento dell'ingegno, partendo da un problema formulato dal filosofo Antonio Zimara: "Propter quam causam tempestate nostra (HOGGIdI) non sunt viri in unaquaque facultate celeberrimi" (6). (8) Gli hoggidiani risponde-rebbero portando in campo la solita causa della decadenza in tutto, incluso le facolta dell'uomo. Ma esistono altre e piu persuasive spiegazioni: una e che gli ingegni non vengono riconosciuti dai loro contemporanei, infatti benche il mondo ne sia sempre "pieno" noi non ne "abbiamo contezza", perche in tutti i tempi esistono gli "hoggidiani" i quali "de suo tempore posterius quaerantur" (8); ma proprio tale tendenza, vera in se, relativizza tutte le opinioni sul presente, essendo soggetta alle modificazioni del tempo. Non e vero che ci sia stata una decadenza fisica dell'uomo, corne dimostra il ritrovamento di ossa degli antichi; e non si vede perche cio non valga anche per gli ingegni. E a questo proposito Lancellotti s'imbarca in una dissertazione fisiologica sull'ingegno, disquisendo sulla natura degli elementi e del cervello per arrivare a dimostrare la fallacia di chi sostiene che vi sia stata una decadenza, essendo che l'uomo di oggi non differisce affatto da quello antico sotto questo riguardo. Inoltre l'elemento fisiologico non e il solo a determinare la presenza e la natura degli ingegni: importantissimo e il luogo di nascita--l'aria di Mantova crea i Virgilio antichi ma anche il Mantovano, ossia Giovan Battista Spagnoli, ... Napoli con la sua aria dolce produce i Sannazaro e i Marino...--; e contano anche molto gli influssi delle stelle ... insomma se gli ingegni sono diversi cio avviene "per natura" e non per decadenza.

Affermata "scientificamente" la sostanziale invariabilita della natura umana, Lancellotti passa ad esaminare il frutto di questo ingegno per vedere ancora una volta se gli hoggidiani abbiano ragioni fondate per esaltare il passato e deprecare il presente. E col solito procedimento di accumulare dati, vengono sfatate le seguenti credenze: che i giovani non sono ben educati nelle lettere come i loro pari antichi; che i giovani sono oggi piu oziosi, che i principi sono meno mecenati e piu ignoranti che nel passato, e non e vero che i principi odierni finanzino libri in misura minore che nel passato. Lasciando i temi pedagogici, l'autore rileva corne il mondo "non antico" abbia un numero altissimo di teologi; che i moderni dispongono di strumenti scrittorii (carta e penne) pressoche inaccessibili agli antichi; che l'invenzione della stampa e un bene rimasto sconosciuto agli antichi, e grazie ad esso i moderni li superano nei seguenti campi (ad ognuno dei quali e dedicato un "disinganno'): nello studio della grammatica, nella retorica e arte oratoria, nella scrittura della storia, nella poesia, nella dialettica e nella logica, in matematica, geometria e astrologia; nell'architettura, pittura e scultura, nell'agricoltura, nella navigazione, nella medicina, in etica, e infine, nel disinganno ultimo, si elencano trentasette invenzioni moderne e vari mestieri che rendono la vita dei moderni di gran lunga migliore e piu ricca di quella degli antichi.

Il nudo elenco degli argomenti mette in luce l'importanza delle arti liberali anche nella tassonomia di aura enciclopedica, ma non consente di vedere la ricchezza delle molte digressioni che in non pochi casi prendono dimensioni di brevi trattati. Si capisce, pero, che mentre nel primo Hoggidi il mondo contemporaneo era presente solo come un coro di piagnucolosi, in questa seconda parte e presente con la ricchezza dei suoi contributi alle varie branche del sapere e con le sue numerose invenzioni che hanno migliorato la vita quotidiana. Non possiamo fermarci sulle osservazioni sull'ingegno che andrebbero viste nel contesto delle numerose discussioni sul tema che si moltiplicarono a cavallo dei due secoli ed erano attualissime ai primi del Seicento; ne possiamo soffermarci sui panorami letterari e artistici che Lancellotti traccia con dovizia di dati raccolti per generi letterari; e lo stesso limite di spazio ci impedisce di esaminare gli altri discorsi sulle arti pratiche che, evidentemente, occupano un posto cospicuo nella visione della societa di Lancellotti, e sono quelli che ci fanno capire quale fondo di "buon senso" guidi tale visione. Lo conferma anche la scelta delle invenzioni che enumera: non sono le piu clamorose ma quelle del mondo quotidiano, come le staffe che rendono i viaggi molto piu comodi e che gli antichi non ebbero l'immaginazione di procurarsi.

L'appendice di "sfoghi" conferma in parte lo spirito libero dell'autore. Il primo sfogo e un attacco agli "uomini serpenti", cioe alle persone servili che strisciano per terra e sono incapaci o non desiderosi di vedere il mondo da un punto elevato; e questi sono per lo piu gli hoggidiani. Nel secondo sfogo l'autore irride quelli che maledicono l'inventore dell'archibugio e rimpiangono i giorni "della pietra e della fionda": a questi Lancellotti fa notare che gli uomini erano capaci e vogliosi di far male anche con le armi primitive, e attacca violentemente Lucrezio secondo il quale gli uomini nell'immaginata eta dell'oro (9) avevano solo unghie e denti per cui sarebbero stati incapaci di offendere! Lo sfogo successivo irride quelli che credono che le montagne in tempi moderni siano piu basse che nel passato. A essi Lancillotti concede che ci possano essere dei mutamenti in natura, ma e un grande errore generalizzarli, perche la natura funziona con le stesse regole della fisiologia: i mutamenti non rispondono ad alcun sistema. Irride un grammaticuccio che esalta l'ospitalita degli antichi: a lui Lancellotti risponde facendogli notare che gli autori antichi non lasciano alcuna testimonianza su alberghi o alloggi per forestieri, e cio fa dedurre che gli ospiti doeevano dormire all'aperto o trovare abitazione presso case private. Infine si lamenta di quelli che a loro volta si lamentano di trovare nelle sue opere degli errori; e per fa vedere di non essere il solo a farne, da una lunga lista alfabetica di autori, da Accio a Volterrano (si noti che la strategia dell'ordine alfabetico sopprime ogni altro criterio gerarchico), ricordando di ciascuno di essi uno o piu errori. Di Accio, ad esempio ricorda come abbia sbagliato di circa quarant'anni la collocazione cronologica di Livio; e di Alberti come abbia sbagliato di circa cento anni l'origine dell'ordine olivetano; e di questo passo esamina una sessantina di autori.

Sulla nozione di errore e basato il libro piu fortunato di Lancellotti, Farfalloni degli antichi storici, pubblicato nel 1636, simultaneamente con la seconda parte dell'Hoggidi. In realta un "farfallone" e diverso da "errore" in quanto non solo indica inesattezza fattuale o parzialita ma vi aggiunge una forte connotazione di ingenuita degli autori che li fanno. In questo senso l'aveva gia usata Anton Francesco Doni in una sezione della Zucca (intitolata, appunto, "i farfalloni"), e avrebbero un perfetto equivalente nel nostro "sparate" o bugie inverosimili. Dei cento "farfalloni" raccolti da Lancellotti, alcuni sono piu conosciuti di altri essendo stati antologizzati in tempi modemi. (10) A tutti e noto quello di Clelia, la giovinetta romana data in ostaggio al re Porsenna la quale avrebbe conservato la propria verginita pur avendo trascorso un lungo periodo fra le soldatesche nemiche; la stessa Clelia che in compagnia di altre dieci ragazze piu giovani di lei, tutte vestite e armate, avrebbe attraversato a nuoto il Tevere; la stessa Clelia che da sola avrebbe difeso un ponte riuscendo a salvare la citta di Roma; la stessa Clelia alla quale i Romani avrebbero dedicato una statua per delle gesta che, come ognuno pub capire, hanno del fantastico. Altrettanto noti sono i farfalloni che raccontano di Muzio Scevola, il quale avrebbe messo la mano sul fuoco, o di Spurina che si sarebbe deturpato il viso per non essere piu concupito dalle donne.... Non meno divertenti sono molti altri, forse meno noti ma allora notissimi al lettore medio: ad esempio la storia di Seleuco (il primo dei farfalloni') che si sarebbe cavato un occhio per impedire che al figlio gli fossero cavati tutti e due per un crimine di adulterio; quello di Democrito che se li cava per non avere distrazioni e concentrare la sua attenzione sui problemi filosofici; oppure quello di Antonio che riesce a trattenere con la sua eloquenza i soldati venuti nella sua cella per ucciderlo ... esempi ripetuti infinite volte a provare la grandezza di carattere degli antichi. Non mancano farfalloni sulle Amazzoni, o su aspetti del lapidario o del bestiario o su varie storie alla maniera di Plinio o di Eliano. Sono in tutto cento, e l'ultimo, "farfallone di farfalloni', ne raccoglie ventisei di fattura succinta. In generu si tratta di brevi presentazioni di episodi celebri (e possono essere "detti" o nozioni curiose) che le glosse e i commenti dell'autore volgono in ridicolo. Qui i Livio, i Plutarco e tanti grandi autori del mondo antico vengono ridicolizzati non con l'accusa di aver sbagliato una data o un toponimo ma di aver mancato di buon senso: e questa e una mancanza capitale, mai rilevata prima e veramente inammissibile in autori gravi e riveriti. e un tipo di critica che corrode la credibilita di auctores canonici il cui peso sembra aumentato dalla coltre di polvere che vari secoli hanno depositato sul loro nome. Scuotendo quella polvere svanisce il mito della lontana, infallibile, autorevole antichita. Le citazioni dai testi dei riveriti auctores antichi in questo contesto acquistano un sapore nuovo, e sono documenti che, grazie al trattamento ironico e alle sottolineature maliziose, confermano la scarsa credibilita che si dovrebbe prestare a chi li ha prodotti. Ma tomeremo presto su questo punto. Per ora vediamo come Lancellotti apra un nuovo fronte nella sua battaglia con l'antico, ma non solo con quello.

I Farfalloni chiudono il ciclo che con due opere diverse nega la superiorita degli antichi e la loro perfezione. Presto, pero, la polemica lancellottiana trova un nuovo angolo dal quale attaccare il passato, anche se non piu in senso diretto o esclusivo. Ci6 ha luogo nella sua opera piu impegnata e forse anche per questo meno generosa delle altre in umore e in disinvoltura di prosa. In Chi l'indovina e savio. Overo la Prudenza humana fallacissima, pubblicato a Venezia presso il consueto Guerigli nel 1640, Lancellotti prende ad argomento la nozione diffusa e di ascendenza antica che la virtu della prudenza sia la via sicura al successo. Lancellotti parla di "prudenza" nel senso antico di "sapientia", ossia della prima delle "virtu" cardinali, e non la usa quale sinonimo di "cautela" o "discrezione" come accade spesso nella cultura barocca della "dissimulazione onesta'. Nel primo degli otto libri della voluminosa opera egli pone ad emblema il detto di Giovenale "Nullum numen abest si sit prudentia', assioma fondativo dell'etica antica e modema per cui si dice che chi ha successo e stato prudente, mentre l'insuccesso si imputa alla mancanza di prudenza. Per Lancellotti i primi sono in realta gli "indovinanti', ossia coloro che "l'hanno indovinata", mentre i secondi, pur avendo usato prudenza, non l'hanno indovinata. Tutto qui. I primi hanno avuto dalla loro parte il caso o la sorte che, comunque la si voglia chiamare, "e mera volonta di Dio e disposizione del Cielo" (12). (11) Come provarlo? Con una vasta rassegna di casi di personaggi storici nelle cui azioni il ruolo della prudenza fu nullo, e nelle quali, invece, la chiave del successo lu la fortuna. A conclusione dei "disappunti" (cosi l'aurore chiama i suoi capitoli) del primo libro i versi di Giovenale vengono riproposti nella versione seguente: "Nullum numen abest, si sit mihi Gratia praesens" (147).

La dimostrazione della presenza della fortuna o della "grazia divina" nelle cose umane segue quasi a fortiori una via negativa: e difficile documentare la presenza di un fattore imponderabile come la fortuna della quale non si pub parlare in termini razionali, mentre e piu facile far vedere come la presenza di virtu e di altre doti non abbia offerto garanzie di successo. Questo arride solo a "chi l'indovina". Non e affatto vero che l'uomo sia "fabbro del proprio destino" come una cultura secolare, radicata dal mondo antico, ci ha insegnato a pensare. L'uomo non pub piegare la volonta di Dio con le buone azioni perche Dio "non e miga legato a qualsivoglia bonta d'alchuno, che per quella habbia da liberarlo da ogni incontro in questo mondo, et e temerita estrema il pensarlo" (216 sg.). Cib non vuol dire che le buone azioni non abbiano valore: esse l'avranno nella vita eterna, e per questo le si deve compiere indirizzandole "al vero segno che e l'honor di Dio, l'ubbidire e servire a lui puramente con tali devotioni, del rimanente lasciare fare a lui, non aspettarne contraccambio alcuno qua giu, ma cola su solamente, pretender d'esser salvato da gli infortunij senza numero, ma tener per certo che "universa eveniunt bono et malo" e bisogna indovinarla in questo mondo" (217).

Ma allora, non e possibile crearsi "il proprio edificio di felicita"? Lo e, ma solo entro certi limiti, perche tutto sta nell'indovinarla. E "per indovinarla in questo mondo non ci vuole altro o molto poco piu che indovinarla, cioe saper lasciarsi l'huomo governare e rapir dal Cielo, e da chi lo regge" (283). E se l'"indovinarla" significa sostanzialmente "aver fortuna", sono utili per capire questa forza elusiva i numerosi studi dedicati ad essa? Lancellotti ne ricorda parecchi, ma si sofferma sul De bona fortuna attribuito ad Aristotele e commentato da Egidio Romano. L'interesse per questo commento e dovuto alla teoria degli "impeti" che il nostro autore sembra ammirare; e si capisce che sia cosi dal momento che quegli impeti sono altrettanto sfuggenti al controllo razionale quanto lo e "il caso" di Lancellotti.

Sono queste le tesi fondamentali su cui cresce il volume, e cresce fino a quasi mille fitte pagine in ottavo. In questo edificio vi sono molti mattoni, incluse le teorie fisiognomiche. Ma molti sono particolarmente interessanti e, si direbbe, indispensabili: ad esempio la discussione sulle tesi stoiche dell'apatia. Sono indispensabili perche la nozione stoica di imperturbabilita o dominio delle passioni sembra l'antidoto piu potente contro il caso che governa il mondo. Eppure Lancellotti non solo ritiene disumano e veramente impossibile il raggiungimento di tale apatia (egli semmai preferisce la forma peripatetica che non mira a sopprimere le passioni--cosa, appunto, impossibile--ma a controllarle) ma la ritiene inutile perche il mondo va come vuole e nessuna mente umana ne controlla il corso: chi l'indovina ha in qualche modo misterioso capito intuitivamente il vettore di quel corso e l'ha seguito. Nell'edificio entrano tanti argomenti: ad esempio la vita delle corti, la fortuna di avere un bel nome, le fortune nella guerra, nelle congiure, e tutti i libri dell'ultima parte, dal quarto all'ottavo, sono dedicati a casi singolari (agli sviluppi della storia romana, grandi uomini romani, ad Alessandro Magno) nei quali si cerca di trovare la verifica delle tesi ricordate.

Chi l'indovina ha una matrice autobiografica che diventa ovvia alla luce degli eventi che resero tormentata la vita del frate il quale davvero non "l'indovino" mai, e subi prigionia e persecuzioni di vario tipo. Comunque l'aspetto consolatorio di Chi l'indovina e savio non deve far dimenticare la novita complessiva di quest'opera, ne deve nascondere il fatto che alcune tesi qui sostenute possano aver causato la poca fortuna dell'olivetano: tesi, certo, espresse negli ultimi anni della sua vita, ma scaturite dall'atteggiamento da "ribelle" che ha ispirato le altre opereo La tesi sulla fortuna come sinonimo di grazia potrebbe far inarcare le ciglia a qualche teologo ortodosso; e anche se Lancellotti non porta a fondo la tesi fino a far coincidere fortuna con predestinazione, l'equilibrio col quale si muove lascia intravedere qualche potenziale simpatia verso le eresie d'oltralpe. Lo stesso si pub dire della reazione passiva che egli sembra prendere davanti alla fortuna: qui il sospetto di una simpatia per il quietismo troverebbe qualche appiglio. In ogni modo, lasciamo l'argomento a chi ha maggiore competenza della nostra in questo campo: vi si e voluto accennare per sottolineare che l'opera presenta vari elementi di interesse per diversi punti di osservazione.

L'interesse maggiore per la nostra ricerca e rilevare ancora una volta l'atteggiamento contestatario, demitificante, iconoclasta o corrosivo che Lancellotti mantiene costantemente nei riguardi del mondo antico e soprattutto del suo prestigio presso i contemporanei. Se nelle prime opere ha voluto dissolvere l'alone di esemplarita e di perfezione che si attribuisce a quella cultura del passato, e se in un secondo momento ha attaccato la credibilita dei suoi auctores, ora trova un modo piu generale di refutare uno dei suoi lasciti maggiori, cioe quello di un'etica che stabilisce un legame preciso tra virtu e felicita, lascito esaltato a non finire dalla cultura dell'Umanesimo. Quello di Lancellotti e un atteggiamento che rientra, senza forzatura alcuna, nella querelle degli antichi e dei modemi, e in effetti il nome del nostro aurore e sempre ricordato in tale contesto. (12) Tuttavia la semplice inclusione nelle file dei contestatari non basta a render conto della sua originalita. La querelle e un fenomeno vasto e duraturo che copre molti campi del sapere e dura molti decenni, per cui inquadrare il nostro frate nelle file dei querelanti non e assegnargli una distinzione grande quanto gliela darebbe, invece, l'uso particolare e nuovo che egli seppe rare delle "concordanze delle storie". Ne si apprezza appieno la sua originalita senza commisurarla ad altri denigratori dell'antico ai quali e andato un merito maggiore di quanto realmente non meritassero. Si pensi al coevo Alessandro Tassoni, salito col tempo al ruolo del primo e sommo contestatore degli antichi.

Il celebre Paragone degli antichi e dei moderni costituisce il decimo libro dei Pensieri di Alessandro Tassoni, e fu pubblicato nel 1620, forse troppo vicino a L'Hoggidi per immaginare che Lancellotti l'abbia letto e se ne sia ispirato: anzi, la simultaneita e l'indipendenza dei due progetti fa intuire quanto fosse diffuso il senso di fatica verso gli antichi. Comunque, i due autori procedono in modo affatto diverso. Tassoni si muove lungo le linee di un continuo paragone che tocca moltissimi aspetti delle due civilta includendovi non solo le arti "contemplative", come lui le chiama (e intende le arti liberali), ma anche quelle "attive" comprendenti varie arti meccaniche (ad esempio tutte le specie di esercito, dalle fanterie alla marina), l'agricoltura, la medicina, perfino la teologia. La lista dei termini di paragone e amplissima e ci fa pensare che Lancellotti se ne sia servito come modello per la seconda parte dell'Hoggidi. Ma se tomiamo all'opera di Tassoni dopo aver visto quella di Lancellotti, rimaniamo sorpresi dal tono moderato con cui Tassoni s'avvicina al problema: lo ricordavamo acceso, strepitoso e provocatorio e tanto acceso quanto le sue Filippiche contro la Spagna, proprio come una lunga tradizione critica ce lo aveva dipinto. All'equilibrio del "paragone" contribuiscono molto l'ordine espositivo e la sistematicita della rassegna dei soggetti, il tipo di sapere e la mancanza di ironia nei riguardi del mondo antico; semmai l'autore mostra rispetto per la civilta antica. Cio che Tassoni non sente e riverenza per una civilta che e passata e che proprio per questo pub apparire perfetta in quanto il ricordo ne ha conservato solo le cose positive. I paragoni sono ragionevoli e non denigrano gli antichi per partito preso. Se, ad esempio, si paragonano le arti militari si constata che gli antichi erano piu abili dei moderni nella difesa ma piu deboli nell'offesa perche le spade e lance loro erano piu corte di quelle usate dai moderni, e perche le loro spade non avevano la lama affilata per il "taglio". E interessante notare che in questo paragone Tassoni non tenga conto della scoperta delle armi da fuoco che avrebbero mostrato la schiacciante superiorita dei moderni; ma preferisce tenere il filo del discorso su cio che e paragonabile. Egli e pronto a riconoscere la superiorita degli antichi in certi campi, ma non in tutti. Se gli antichi avevano grandi grammatici non si pub negare che i moderni ne abbiano molti di piu e tutti favoriti nella diffusione della loro disciplina dall'invenzione della stampa. Anche in questo caso e significativa, perche ritorna spesso, l'attenzione all'aspetto quantitativo: una conferma della superiorita moderna viene dai numeri di chi pratica una disciplina. In altri casi Tassoni non vede alcuna differenza: per esempio nel campo dell'agricoltura i moderni sono rimasti pari agli anfichi. Dietro l'intera operazione comparativa vige il principio del "progresso" storico asserito all'inizio, quasi in epigrafe, con una frase di Seneca: "Et in omni negotio, longe semper a perfecto fuere principia": il ricorso ad un'auctoritas classica potrebbe sembrare un paradosso, ma in realta serve a fondare la tesi che tutti i tempi hanno un passato e che il futuro porta sempre progresso, come sapeva perfino Seneca! Per Tassoni la storia arricchisce la civilta portando nuovi strumenti, nuove invenzioni e nuove esperienze, e basterebbe solo questo principio per negare agli antichi, alla civilta della "infanzia" umana, tutte le perfezioni che la mitologia dei passafisti attribuisce loro. L'idea di progresso rispetto agli antichi era condivisa da persone come Galileo e da Bacone (Novum organum I, 84), uomini di scienza, ma era presente anche in Giordano Bruno. (13)

Diversa e la concezione con la quale Lancellotti vede la storia: per lui "nihil sub sole novi", concezione che e quella del luogo comune e che spinge il paragone fra le due civilta verso un pareggio, verso un paragone di uguaglianza. E vero che ne L'Hoggidi overo gli ingegni non inferiori a'passati Lancellotti si avvicina sotto diversi punti di vista a Tassoni (sarebbe da appurare se esiste un rapporto di filiazione), e non poche sono le sue osservazioni che danno vantaggio ai moderni. Tuttavia rimane fondamentale l'idea che se cambiano i prodotti non cambiano pero i produttori: infatti cio che rimane immutato nel corso della storia e la natura dell'uomo, e tutte le differenze sono manifestazioni di un "ingenium" che non conosce decadenze ne miglioramenti ma solo modi diversi di manifestarsi. Egli sostiene cio che Charles Perrault alcuni decenni piu tardi avrebbe affermato in un contesto affine: "La Nature en tout temps fait les mesmes efforts: Son Estre est immuable" (14); ed e il principio che gia aveva formulato Jean Bodin qualche decennio avanti. (15) In tale visione immobilistica della storia, "antico" e "moderno" diventano concetti vuoti e hanno tutt'al piu un valore puramente cronologico e formale, e per questo risultano vuoti, se non proprio assurdi tutti i tentativi di stabilire la superiorita dell'uno sull'altro.

Due erano, dunque, le posizioni verso il mondo antico: una cercava di superare il mondo antico lasciandoselo dietro col progresso, e un'altra che lo voleva accanto ma a patto che se ne dichiarasse prima la sostanziale parita. La prima arrivava a storicizzare il sapere, e considerava l'antico come una tappa fondamentale nella storia del modo come l'uomo si impadronisce del mondo. L'altra sceglieva di preferenza il campo delle lettere e del pensiero come campo su cui condurre il confronto, e per vincerlo doveva abbassare il profilo degli avversari con l'arma dell'ironia. La linea di Tassoni sara quella vincente, e marcera insieme con l'idea di progresso destinata ad imporsi quasi assoluta nell'eta delle lumieres. Eppure in quell'eta un'opera di Lancillotti fu tradotta in francese con un titolo ben piu combattivo di quello originale, Les impostures de l'histoire ancienne et profane; ouvrages necessaire aux jeunes gens, aux instituteur, & generalement a toutes les personnes qui veulent lire l'histoire avec fruit (Parigi: Costard, 1770) che traduce i Farfalloni, facendone un potente manifesto contro le "imposture" degli antichi e presentandolo come un libro sul quale i giovani dovrebbero apprendere come leggere gli storici classici. Non e apprezzamento da poco, anche se il bisogno di pubblicizzare l'opera deve averlo rincarato. In effetti in un punto almeno Lancellotti fece un passo avanti rispetto a Tassoni, e fino a quando l'idea di "progresso" non arrivera a costituire parte sostanziale del paradigma culturale moderno, la lezione di Lancellotti rappresentava un'alternativa seria a quella tassoniana. A lui si puoe far risalire l'origine di un microgenere letterario che in quel momento di conflitto culturale sembrava molto piu atto del "paragone" a demolire il mito della superiorita degli antichi. E un genere che potremmo chiamare "gli errori degli antichi" che se non riusci a costituirsi parte di un nuovo paradigma, contribui almeno efficacemente a demolire il paradigma vigente, fondato sull'esemplarita della civilta classica. Vale la pena soffermarsi sul concetto di errore e sul senso particolare in cui lo definisce e lo utilizza Lancellotti.

La nozione di "errore" non era uno strumento di polemica culturale del quale Lancellotti era stato il primo a servirsi. Uso frequentissimo ne avevano fatto i Padri della Chiesa nel dirimere questioni di fede e nel condannare quel mondo pagano che a loro modo sentivano come "antico", come "altro" o come la cultura a battre; ma avevano anche dovuto affrontare problemi testuali in cui la nozione di errore e sempre capitale, e lo prova la filologia di un San Girolamo. Tuttavia l'uso raggiunge un'intensita mai prima attinta nel periodo dell'Umanesimo e nel Cinquecento in concomitanza con l'affermarsi della prodigiosa cultura filologica che caratterizza quel periodo. La filologia umanistico-rinascimentale non si limitava a sanare lezioni erronee e ad editare testi profani e classici, ma entro con autorevolezza--espropriando una competenza riservata esclusivamente a uomini della Chiesa--nel pieno della controversistica religiosa del Quattro e del Cinquecento, trovando una palestra incredibilmente atta per affilare le proprie armi. Vi si esercitavano virtuosi della levatura di un Erasmo o di un Vives o di un Le Fevre, ben instradati dall'impareggiabile Lorenzo Valla, e insieme a loro, o dietro il loro magistero, si muoveva un numero infinito di allievi. Quell'esercizio procedeva insieme ad un continuo raffinamento metodologico imposto dalla responsabilita che la filologia veniva assumendosi in misura crescente, sentendosi la sola disciplina capace di stabilire la veridicita delle storie, specialmente se queste venivano a confermare o a rendere problematiche le verita affermate dai testi sacri; e per questo uno dei suoi esercizi preferiti fu quello di ripulire la tradizione da elementi spuri, di correggere attribuzioni, di stabilire una cronologia che rispettasse i dati biblici confrontandoli con quelli presentati dalle storie profane, e di restituire ai testi un'autenticita che incrostazioni o apocrifie varie avevano adulterato. Il Cinquecento e il secolo in cui veramente nasce la storia come genere letterario, con le sue regole e un suo metodo preciso. (16) E un genere che tende a disfinguersi chiaramente dalle opere di finzione con le quali si confondeva spesso nella tradizione precedente. La confusione era in parte autorizzata dalle definizioni classiche di "storia" e di "finzione" quali si trovano nella Rhetorica ad Herennium (I, 13): entrambe erano "narrationes", pero con la differenza che se la prima e narrazione "rei gestae sed ab aetatis nostrae memoria remota", la seconda narra di "ficta res quae tamen fieri potuit"; e questa distinzione e simile a quella che si legge nella Poetica di Aristotele (IX; 1451b). Come si vede i due modi di racconto sono distinti dalla nozione di verita vs quella di possibilita o di verosimile, ma sta di fatto che entrambi i modi hanno in comune l'elemento della narratio che potrebbe originare, e di fatto spesso origino, la confusione tra cose accadute e cose che potevano verosimilmente accadere. Ma come dimostrare che le cose narrate dagli storici siano veramente accadute? E uno dei grandi problemi che la filologia si pose e che si ritenne in grado di risolvere fino al punto da poter stabilire un metodo o una serie di regole per affrontare questioni di questa natura. Chi legga l'undicesimo libro del De locis theologicis (1563) di Melchor Cano, (17) teologo spagnolo presente al Concilio di Trento, vedra una potente testimonianza della ricerca di un metodo per dirimere questioni del genere; e chi legga la Methodus ad facilem historiarum cognitionem (1566) di Jean Bodin trovera l'insegnamento che alla verita storica si accede con una rigorosa metodologia per appurare la veridicita del racconto storico. Il rigore scientifico sara raccomandato nelle artes historiae che fioriscono in quel periodo, e sara un fattore decisivo nella nascita della storiografia antiquaria (18) che muove i suoi primi passi verso la fine del secolo e diventa dominante in quello successivo. Tale ricerca di rigore si coniuga perfettamente con l'incipiente pirronismo storico, anzi ne e una delle cause maggiori.

C'e pero un senso in cui questa filologia si puo chiamare "retorica" o soggettiva, come ha suggerito Wolfgang Speyer, (19) in quanto si esercita preferibilmente su testi che ama chiamare in giudizio. Infatti, uscendo da alcuni campi privilegiati, ve ne sono altri su cui questa filologia sorvola, ad esempio la letteratura latina medievale. Ma ve ne sono ancora altri in cui tutto il rigore filologico puntigliosamente codificato giova poco a chiarire le storie: la filologia puo sanare una lezione, puo stabilire l'autenticita di un passo, puo correggere una cronologia ma non ha nessuna regola contro i "farfalloni", contro le "panzane" che capita di trovare in testi perfetti e autentici. Contro tale tipo di errore esiste solo il buon senso. Riflettendoci sopra, e straordinario che nel Cinquecento, il secolo in cui la filologia raggiunge un livello cosi alto da riuscire a provare i falsi di Beroso o del Corpus hermeticum o degli Oracoli sibillini, non degni di un solo sguardo quel tipo di letteratura fantastica che ricicla meraviglie antiche e ne inventa delle nuove. Forse era una complicita senza colpa, in parte perche poteva sembrare uno spreco spuntare le armi della filologia su inezie del genere, e in parte perche queste trovavano ospitalita in un genere letterario che propinava pagine di amenita ad un lettore che aveva gia convenuto di accettarle nel momento stesso in cui prendeva in mano una raccolta di tali meraviglie; e comunque non ponevano dei problemi di fede. Semmai e molto piu sconcertante il silenzio che la grande filologia mantenne verso una letteratura che teneva in vita credenze superstiziose e promuoveva la persecuzione e perfino il rogo per chi deviava dall'ortodossia cristiana. In un certo senso si puo andare oltre e sostenere che la cultura filologica ebbe le sue responsabilita nel promuovere la cultura del rogo. Questo perche fomento o contribui a creare il mito e l'autorita del libro. Qualche esempio chiarira meglio l'idea: se San Girolamo parla di satiri come di esseri semidemoniaci viventi in certe parti del mondo, i filologi non contestavano questa affermazione, anzi cercavano di capire con precisione dove fosse questa parte del mondo e come la testimonianza geronimiana andasse coadiuvata da una batteria di citazioni di altri autori. Se Sant'Agostino parlava di un portento, di un mostro o di altri fenomeni abnormali o paranaturali, non si cercava di invalidare quelle testimonianze, quanto invece di spiegare mostri e portenti cercandone conferma in libri di fisica o di genetica o di astrologia. E davvero un fenomeno sconvolgente vedere come una cultura, e non solo quella tipicamente clericale, combattesse la superstizione con strumenti che finivano per alimentarla, cioe dando ai testi una credibilita che il buon senso non avrebbe mai accordato. Una statua suda? il mare diventa dolce? un infante appena partorito rientra nel grembo della madre? si trovano conoscitori di filosofia e di filologia e di storia pronti a costruire intricatissime tele di dimostrazioni fisiche e filosofiche per spiegare questi incredibili fenomeni. Lo stesso Lancellotti ce ne offre un esempio: nell'ultimo dei farfalloni ricorda la leggenda del basilisco che uccide con lo sguardo, e il nostro monaco fa fatica a capire come questo dato sia venuto ad esistere dal momento che ogni persona che ha visto il basilisco dovrebbe essere morta; ma cio che lo sorprende ancora di piu e che filologi e pensatori come Vives e Maioli si sforzino di dare indicazioni sul modo di cacciare tale serpente! Per noi e sorprendente vedere che teologi e medici di grande levatura credano che le streghe davvero volino a congregarsi presso il noce di Benevento, e che il diavolo possa inseminare una donna a grande distanza. Del resto come avrebbero potuto negarlo se perfino nel Decretum di Graziano al canone "Episcopi" si legge di Erodiadi che volano nel cielo cavalcando bestie come caproni e gatti? In altre parole: la reverenza per il testo obbligava a contorsioni razionali di spettacolare abilita, contorsioni che rappresentano il vizio maggiore del razionalismo di quella cultura premoderna. Le facili accuse contro una Chiesa che bruciava maghi e streghe dovrebbe tener conto di questa situazione in cui le battaglie delle idee si facevano su una documentazione libresca che la filologia poteva rendere impeccabile col rigore della sua neutralita benche non si permettesse di entrare nel merito dei contenuti. (20) Si dira che cio e vero per i testi "sacri", e l'obiezione e valida; ma si concedera che la stessa filologia era entrata a "ripulire" la storia della Chiesa dalle molte incrostazioni di dati spuri e dalle infinite contraddizioni che si erano venute accumulando nei secoli; e in questo fece un lavoro di primo ordine--pensiamo non solo alla filologia di Erasmo ma all'immensa opera dei Maurini e dei Bollandisti--, eppure quando si arriva al fenomeno della "perversione della ragione", la filologia si mostra impotente o, forse meglio, indifferente o addirittura complice--non si deve dimenticare che Jean Bodin fu un importante demonologo e cacciatore di streghe! Per allargare le proprie competenze questa filologia avrebbe dovuto far ricorso al "buon senso", avrebbe dovuto cambiare l'atteggiamento davanti al testo e vederlo non come auctoritas ma come documento da giudicare e da validare nella sostanza e non solo nei suoi aspetti formali. Del resto l'attenzione riscossa dal problema dei falsi dice molto sulla nozione di autorita--"del testo che fa testo", diremmo oggi--che tanto preoccupava la filologia Quattro-Cinquecentesca. (21) Sono problemi complessi sui quali non e concesso soffermarsi in questa sede; e per questo torniamo al nostro Lancellotti.

L'idea di "farfallone" e un passo importante nella direzione moderna e dell'allargamento auspicato perche oltre a negare un dato ritenuto storico ritiene che la credibilita dell'autore non debba essere un fatto scontato, specialmente se un farfallone nella sua opera tradisce una mancanza di "buon senso" in chi lo presenta. La filologia, quando non prova l'inesistenza di un autore o un falso, per lo piu rileva errori particolari che risolvono caso per caso un problema; tuttavia non arriva a demolire un autore la cui statura e la ragione stessa per la quale il filologo se ne occupa. Il mettere in luce un "farfallone', invece, ha un effetto iconoclastico di ben altra portata in quanto non corregge un autore ma lo ridicolizza. E il ridicolo e l'arma del buon senso ancor prima che della ragione. Certo, esistevano, prima di Lancellotti, filologi e storici che mettevano a fuoco farfalloni. Basti pensare a Porfirio (22) il quale trovava incredibile la storia di Giona inghiottito dalla balena; ma sappiamo che l'esegesi scritturale lo ritenne credibile perche lo lesse in chiave allegorica--i lettori odierni ne trovano una conferma nel sermone di Padre Mapple in Moby Dick (cap. IX). Basta pensare al capitolo (il quinto) che lo scettico Cornelio Agrippa di Nettesheim dedica agli storici nel suo De incertitudine et vanitate scientiarum et artium, dove da lunghe liste di errori dei quali gli storici si accusano tra di loro--la storia e, dopo tutto, racconto di cose vere, e quindi diventa il luogo privilegiato per i cacciatori di errori. Memorabile e il farfallone rilevato da Bodin (23) in un testo di Plutarco, memorabile per la difesa che ne fece Montaigne (24) il quale, nonostante il suo scetticismo, preferi dare una spiegazione razionale ad una vicenda assurda anziche vedere diminuita l'autorita del suo venerato Plutarco--si ripeteva cosi il caso dei Vives che davano consigli sul come catturare un basilisco. E alcuni "farfalloni" indicava Sforza Pallavicino nel suo Del bene (25) del 1644.

Pero a Lancellotti spetta il grande merito di aver pensato per primo ad una raccolta di "farfalloni" che, grazie alla semplice massa di dati, concorreva a sfatare il mito dell'infallibilita e della perfezione degli antichi piu di quanto non fosse consentito alla segnalazione di singoli errori fatta da filologi e storici di professione nel corso del loro lavoro quotidiano. A lui va il merito di aver creato un genere di critica degli antichi, nonche dei moderni che li venerano, basandolo sul "buon senso", su quella forma di intelligenza spontanea, della quale si occuparono Cartesio, i neostoici e gli empiristi del Seicento considerandola una facolta indispensabile per salire ai gradini piu alti dell'intelligenza, e fu un richiamo importante nell'aprire la via alla modernita. (26) Era il buon senso che non e esattamente la recta ratio degli scolastici perche anche la "ragione" e un valore provvisorio, legato alla mentalita e al paradigma entro il quale opera: e ora il buon senso veniva affrancandosi dal concetto di autorita e si muoveva ad operare entro un nuovo paradigma culturale dove l'autorita sarebbe passata dai libri all'esperimento. Comunque stiano le cose, e certo che i Farafalloni di Lancellotti stanno al primo posto in una serie di opere che raccolgono farfallonerie o "errori popolari", come forse un residuo di pietas per gli antichi preferisce chiamarli. Alludiamo ad opere come quelle di Juan de Zabaleta, con gli Errores celebrados (1653) e Thomas Browne con gli Pseudodoxia epidemica or Enquiries into Vulgar and Common Error (1663), il quale cita "the authority" del nostro Lancellotti. (27) Sono autori ai quali si dovrebbero associare quelli che scrivono di medicina e che parlano anch'essi di "errori popolari", come Laurent Joubert, Erreurs populaires au fait de la medecine (Bordeaux: S. Millanges, 1584) e un imitatore italiano Girolamo Mercuri, Degli errori popolari d'Italia (Venezia: Ciotti, 1603). E non mancano esempi di opere scritte in latino e con erudizione degna dei migliori umanisti, come la Historia ludicra di Baldassarre Bonifacio (1651). Sono opere che in modo e in misura diversa fanno muovere la cultura verso la modernita. La quale partira veramente quando non si sentira piu il bisogno di scrivere contro l'autorita degli anfichi perche non aveva ormai nessun peso, quando un Voltaire potra scrivere:</p> <pre> Nous sommes dans le siecle ou l'on detruit presque toutes les erreurs de physique. Il n'est plus permis de parler de l'empyree, ou des cieux cristallins, ni de la sphere de feu dans le cercle de la lune. Pourquoi sera-t-il permis a Rollin d'ailleur si estimable, de nous bercer de tous les contes d'Herodote, et de nous donner pour une histoire veridique un conte donne par Xenophon pour un conte? de nous dire, de nous repeter la fabuleuse enfance de Cyrus, et ses petits tours d'adresse, et la grace avec laquelle il servait a boire a son papa Astiage, qui n'a jamais existe? (28) </pre> <p>Ma per una sorta di nemesi storica tramontera anche il modo lancellottiano di leggere gli storici antichi. Sorgera prestissimo una filologia diversamente agguerrita e meno legata a posizioni retoriche o soggettive che potra vedere con occhi diversi quelli che Lancellotti chiamava "farfalloni": questi non appariranno piu come errori, ma (almeno in certi casi) come modi di affabulare verita mitiche e religiose: un Vico, per esempio, potra vedere la storia degli Orazi e Curiazi o di Romolo e Remo come "figurazioni" della mente primitiva, come trascrizioni fantastiche di realta vissute. Anche l'errore fantasioso poteva, anzi doveva, essere storicizzato.

E un tema che a me sembra affascinante, e mi riprometto di studiarlo con maggior agio e informazione in un prossimo futuro. Per il momento mi sono affrettato ad indicarne alcune linee per paura di mancare all'appuntamento di questa celebrazione di uno studioso come Albert Mancini per il quale sento profonda stima, e al quale devo tanta gratitudine per avermi salvato in piu d'una occasione dalla caduta in "farfallonerie".

PAOLO CHERCHI

Universita di Ferrara

NOTE

(1) Carlo Calcaterra, Il Parnaso in rivolla, introd, di Ezio Raimondi (Bologna: il Mulino, 1961) 159-19, il cap. IV, "Gli Hoggidiani". La prima edizione (Milano: Mondadori) e del 1940.

(2) Ad esempio, Mario Scotti, "Due aspetti della vita intellettuale e morale del Seicento: la 'dissimulazione onesta' e l'atteggiamento 'hoggidiano'" (Sloria della letteralura italiana, ed. Enrico Malato [Roma: Salemo Editrice, 1997] 5:1111-16; e Carmine Jannaco e Martino Capucci nel loro Il Seicento (Milano: Vallardi, 1986) 790 sg.

(3) Si veda E. Raimondi nella "'Introduzione" citata.

(4) Sulla vita di Lancellotti si puo leggere anche un'autobiografia pubblicata in anni recenti da Marta Savini, Vita in prosa e in versi (Roma: Silva, 1971); si tratta in effetti di due autobiografie, una in prosa e una in versi.

(5) Si cita dall'ed, di Venezia: Guerigli, 1658; a questa edizione si riferiscono tutti i rimandi.

(6) Su questo problema mi permetto di rimandare al mio "Petrarca, Valerio Massimo, e le 'concordanze delle storie,'" Rinascimento IIa s., 42 (2002): 31-65.

(7) Ne da un ragguaglio Marta Savini, "A proposito di alcuni inediti di Secondo Lancellotti", Lettere Italiane 23 (1911): 83-111.

(8) Si cita dall'edizione di Venezia: Guerigli, 1658.

(9) Per la negazione del mito dell'eta dell'oro in Lancellotti, si veda Gustavo Costa, La leggenda dei secoli d'oro nella lelteratura italiana (Bari: Laterza 1972) 141 sg.

(10) Da Ezio Raimondi nel volume Trattatisti e narratori del Seicento (Milano: Ricciardi, 1960); e ad alcuni di questi "farfalloni" fa cenno Benedetto Croce, Storia della eta barocca in Italia (Bail: Laterza, 1946) 68.

(11) I rimandi sono all'edizione di Venezia: Guerigli, 1940.

(12) Da ultimo ne La querelle des Anciens et des Modernes, XVIIe-XVIIIe siecles, precede d'un essai de Marc Fumaroli (Paris: Gallimard, 2001). M. Fumaroli, nel suo saggio introduttivo "Les abeilles et les araignees", dedica le pagine 85-92 a Secondo Lancellotti.

(13) Cfr. Rodolfo Mondolfo "L'idea di progresso umano in Giordano Bruno", Figure e idee della filosofia del Rinascimento (Firenze: La Nuova Italia, 1963) 223-31 (il saggio e del 1930), il quale sostiene che Bruno sia un pioniere anche per questa idea; ma lo nega Paolo Rossi, "L'idea del progresso scientifico", nel suo I filosofi e le macchine (Milano: Feltrinelli, 1962) 68-102.

(14) "Le Siecle de Louis XIV", Parallele des Anciens et des Modernes en ce qui regard les Artes et les Sciences (Paris: Coignard, vol. I, 1688) 21, citato da Andrea Battistini, Il Barocco. Cultura, miti, immagini (Roma: Salemo Editrice, 2000) 248.

(15) Cfr. Methodus ad facilem historiarum cognitionem (ed. Ginevra: Jacobus Stoer, 1595) 274 (a conclusione del cap. VII).

(16) La letteratura sulla concezione della storia, sulla "methodus" e sulle "artes historicae" e troppo vasta per poterne suggerire i titoli piu utili. A titolo puramente indicativo, si vedano Claude-Gilbert Dubois, La conception de l'histoire en France au XVIe siecle (Paris: Nizet, 1977); Cesare Vasoli, Jean Bodin. Il problema cinquecentesco della "methodus" e la sua applicazione alla conoscenza della storia (Torino: Edizioni di 'Filosofia,' 1971). Per le arti storiche si rimanda a Girolamo Cotroneo, I trattatisti dell' "ars historica" (Napoli: Giannini, 1971). Un'ampia raccolta di trattati di "ars historica" si trova in Johann Wolf, Artis historicae penus, octodecim scriptorum tam veterum quam recentiorum monumentis (Basilea: Perna, 1579).

(17) Una traduzione italiana di questo libro e stata curata da Albano Biondi, L'autorita della storia profana (Torino: Giappichelli, 1973).

(18) Cfr. Arnaldo Momigliano, "Ancient History and the Antiquarian", Studies in Historiography (London: Widefeld and Nicolson, 1966).

(19) Die Literarische Falschung im heidnischen und christlichen Altertum (Munich: Beck, 1971) passim.

(20) Mi occupo di questo fenomeno culturale nella mia introduzione all'ed, di Tomaso Garzoni, Il Serraglio degli stupori del mondo (Russi: VACA, 2004).

(21) Su questo interessantissimo filone e indispensabile Anthony Grafton, Falsari e critici. Creativita e finzione nella tradizione letteraria occidentale (Torino: Einaudi, 1996), tradotto da Sergio Minucci (titolo originale: Forgers and Critics. Creativity and Duplicity in Western Scholarship [Princeton: Princeton UP, 1990]).

(22) Citato da Anthony Grafton, Falsari 82.

(23) Methodus ad facilem historiarum cognitionem 4: 62. Vi si ricorda come Plutarco nella Vita di Licurgo racconti di un ragazzo spartano che nascondeva una volpe sotto la tunica, e per non rivelare il furto al giudice che lo interrogava lascio che la volpe lo dilaniasse senza che lui versasse lacrima.

(24) Essais II, 32: "Defence de Seneque et de Plutarque".

(25) Del bene I, pt. 1, capp. 2-3, che si consulta nelle Opere (Milano: Bettoni, 1834): 2: 404 sg. (cfr. Benedetto Croce, Storia della eta barocca 67); il primo dei capitoli ricordati e riprodotto nell'antologia di Ezio Raimondi, Trattatisti e narratori del Seicento 218-20.

(26) Si veda Enrico De Angelis, L'idea di buon senso. Osservazioni su aleuni seritti comparsi tra il 1584 ed il 1690 (Roma: Edizioni dell'Ateneo, senza data [ma 1967]).

(27) Lib. VII, cap. 18, ed. di Geoffrey Keynes, The Works of Thomas Browne (Londra: Faber & Faber, 1964) 2: 543.

(28) "Le Pyrrhonisme dans l'histoire", Oeuvres (Paris, 1721) 24: 8, citato da Sergio Bertelli, Ribelli, libertini e ortodossi nella storiografia Barocca (Firenze: La Nuova Italia, 1973) 328 seg. A Lancellotti, simpatizzante per il libertinismo, Bertelli dedica le pagine 185-91.
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Author:Cherchi, Paolo
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Dec 22, 2005
Words:9975
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