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Se una nazione cessa di ricordare: lo spazio del passato nelle identita nazionali.

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realta e una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974 [...]. Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti [...] e infine criminali comuni [...]. Io so tutti questi nomi e so tutti quanti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. [...] Probabilmente--se il potere americano lo consentira--magari decidendo "diplomaticamente" di concedere ad un'altra democrazia cio che la democrazia americana si e concessa a proposito di Nixon--questi nomi prima o poi saranno detti.

Pier Paolo Pasolini, "Che cos'e questo golpe?" Corriere della Sera (14 novembre 1974)

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Questo articolo affronta il problema del rapporto tra identita nazionale, passati controversi e patrimonio culturale. Analizzando la mancata inscrizione nel discorso pubblico italiano delle stragi terroristiche degli anni Ottanta, si interroga sulle forme con cui questo passato e stato tacitato nell'identita nazionale.

Ma quanto conta il passato nel discorso pubblico di una nazione? Qual e il ruolo delle memorie collettive nei processi attraverso cui le identita nazionali prendono forma? Prima di entrare nel merito dei singoli casi, occorre interrogarsi sul controverso rapporto tra passati scomodi da commemorare e identita nazionali da costruire. In tal senso la questione centrale concerne la definizione stessa dello spazio istituzionale che una nazione e disposta--o costretta--a concedere all'elaborazione pubblica delle sue memorie piu scomode. Tale spazio puo dipendere da numerosi fattori, fra i quali non ultimo la pressione internazionale verso l'assunzione di responsabilita collettive e/o nazionali. (1)

Vi sono tuttavia passati controversi rispetto ai quali la pressione internazionale e un fattore quasi del tutto ininfluente. Come si configurera allora la volonta istituzionale di ricordare (o di dimenticare) e quali saranno le conseguenze implicate da queste vere e proprie politiche della memoria sull'elaborazione collettiva delle identita nazionali?

La memoria pubblica come dimensione costitutiva delle identita nazionali

La riflessione sulla memoria si e occupata estesamente del rapporto tra narrazioni istituzionali del passato e identita nazionali, partendo dall'insieme di prospettive teoriche che guardano alla memoria dal punto di vista della sua inscrizione nello spazio pubblico. Rielaborando la riflessione originaria di Maurice Halbwachs, i termini chiave del dibattito sono stati il rapporto tra memoria e potere, i processi di legittimazione del passato, i processi di dislocazione delle memorie e i "generi commemorativi" (Wagner-Pacifici e Schwartz). In particolare, un contributo fondamentale all'analisi del ruolo della memoria nella costruzione delle identita nazionali si deve a Gillis che allude a vere e proprie "politiche nazionali della memoria" (8-10). Se da una parte le memorie sono continuamente riviste e rinegoziate alla luce delle esigenze delle identita nazionali attuali (riprendendo la nota intuizione di Halbwachs, secondo cui la memoria del passato e un costrutto in fieri orientato dagli occhi del presente), dall'altra l'identita nazionale prende letteralmente forma a partire dal passato che "mette in scena".

Questa prospettiva mette a fuoco il carattere costruttivo sia delle rappresentazioni di cio che fu, sia dell'identita nazionale stessa, come suggerito dalla riflessione di molti studiosi contemporanei, fra cui Bhabha. La narrazione delle identita nazionali passa attraverso la localizzazione delle culture, prendendo forma nel patrimonio culturale della nazione stessa. Dal contributo di Anderson sulla nazione come "imagined communities" l'analisi della costruzione discorsiva delle identita nazionali ha assunto un nuovo rilievo nel dibattito internazionale, focalizzando l'attenzione sia sulle pratiche discorsive (De Cillia, Reisigl, Wodak), sia sul rapporto tra forme culturali della memoria e pratiche istituzionali di inscrizione del passato nell'identita nazionale--come ad esempio le cerimonie commemorative, l'istituzione di nuove festivita nel calendario nazionale o le tradizioni inventate (Hobsbawn e Ranger; Zerubavel). La memoria pubblica che sottende quell'idea di nazione non si da in astratto, ma si attualizza nelle pratiche sociali (le commemorazioni, le cerimonie civili), negli artefatti culturali (una mostra, una canzone, un inno nazionale, un quadro, un romanzo, un film o un testo teatrale) e nei discorsi sulle pratiche e sugli artefatti (come ad esempio il dibattito sulla legittimita di un certo genere commemorativo). In tale prospettiva analizzare il rapporto tra memoria pubblica e identita nazionali significa interrogarsi sulle forme culturali e sui generi commemorativi che via via si sono consolidati per l'inscrizione di un certo passato nel discorso pubblico. Significa al contempo svelare quali sono i passati che mancano all'appello e che non hanno trovato espressione nel patrimonio culturale di una nazione.

Infatti c'e anche un passato celato, nascosto, mai rappresentato, un lato oscuro delle memorie, aspetto nero che coincide con il non detto, il non ricordato, il rimosso. Coincide con cio che nel patrimonio culturale di una nazione e stato soppresso. Si tratta talora di passati che finiscono per essere sempre latenti, pronti a riaffiorare e a rivivere nel presente, non appena riescono a prendere forma. Le nostre citta sono piene delle tracce silenziose di queste memorie senza dimora, frutto di veri e propri "processi di dislocazione" (Tota, 2005): anche le assenze, infatti, difficilmente possono essere assolute. Le politiche dell'oblio passano per il ridimensionamento, per una rappresentazione sminuita e farsesca di cio che e stato. Questi piccoli segni--un'iscrizione semi-nascosta da un lampione ad un angolo di una via, un piccolo monumento spoglio collocato su un litorale--parlano, anzi raccontano, di grandi gesta o di grandi delitti al pari, o forse piu, delle grandi statue equestri di risorgimentale memoria che troneggiano nelle nostre piazze. In questo senso si tratta di analizzare i conflitti, le negoziazioni, le vere e proprie guerre nei processi di ritrascrizione del passato.

Nella storia recente dell'Italia i casi controversi, i passati scomodi da commemorare sono assai numerosi: accade sempre piu spesso che differenti rappresentazioni sociali del passato si trovino a competere fra loro nell'arena dei mercati culturali e politici, al fine di fissare e legittimare socialmente una data versione di un certo evento. Tale competizione si fa tanto piu accesa quanto piu si tratta di passati difficili da ricostruire e da legittimare. Si tratta di forme di negoziazione degli immaginari sociali--"guerre dei sogni" direbbe Auge--che nella contemporaneita passano sempre piu attraverso la ricomposizione di memorie in conflitto, di versioni ufficiali in competizione con altre piu o meno accreditate, di ricostruzioni ufficiose tutte da legittimare. Queste guerre simboliche mettono sempre in scena anche processi in cui sono in gioco sia le definizioni dei corsi di azione e degli eventi che furono, sia le immagini usate per rappresentarli. Le tracce di questi conflitti, gli indizi di queste battaglie tra memorie individuali e collettive, tra ricordi del passato e storia ufficiale stanno nelle pieghe dei muri, nelle scalfiture dei selciati, nelle lapidi e nelle iscrizioni cui talvolta distrattamente prestiamo attenzione, quando di corsa percorriamo le strade delle nostre citta. Queste tracce rappresentano un materiale prezioso da analizzare: la loro storia e spesso quella delle alterne vicende che hanno segnato la commemorazione di un certo evento, e la storia dei silenzi istituzionali che hanno coperto un passato da dimenticare. Parafrasando il noto titolo di Calvino, "sono i racconti delle citta invisibili" che dovremmo ricominciare ad ascoltare. E nelle pieghe di queste narrazioni silenziose che si annidano le memorie collettive ed individuali piu preziose, quelle a cui alla lunga si riconosce un maggiore valore sociale e civile: sono le memorie temporaneamente cancellate dalla versione dei vincitori, pronte a riaffiorare non appena le vittime torneranno ad avere il potere di raccontare. La memoria pubblica di una nazione non puo ignorare queste memorie, che invocano di essere adeguatamente trascritte nell'identita nazionale.

Memoria e potere: gli studi sulla memoria culturale

Se e vero che la memoria e un ingrediente fondamentale per la formazione delle identita nazionali, e altrettanto vero che i pezzi di passato che attivano questi processi prendono forma negli artefatti culturali, nei simboli della memoria. Da Assmann in poi, il concetto di memoria culturale ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale. Gli artefatti culturali contribuiscono a costruire e ricostruire la memoria collettiva di una societa. Si tratta di analizzare come gli oggetti culturali intervengano come risorsa o come vincolo nei processi che trasformano le memorie collettive in dimensioni fondanti delle identita nazionali. Vi sono casi in cui gli artefatti culturali diventano risorse per riconciliarsi con un passato scomodo e casi in cui un monumento diviene l'arena in cui negoziare la versione ufficiale di un passato molto controverso, come nel caso del Vietnam Veterans' Memorial (Wagner-Pacifici e Schwartz). In tale prospettiva la produzione di oggetti o luoghi commemorativi diviene un'arena antagonistica in cui gruppi sociali, portatori di valori e culture differenti, si scontrano per negoziare le definizioni sociali della realta. Tali oggetti o luoghi funzionano come possibili fabbriche della storia e delle identita nazionali, come arene simboliche in cui i valori si scontrano e si oppongono costantemente per favorire o delegittimare l'egemonia costituita.

Vi sono tempi del discorso pubblico in cui tali luoghi o artefatti culturali acquistano una visibilita eccezionale rispetto alla quotidianita: si tratta delle cerimonie commemorative e dei rituali che vengono messi in scena intorno ad alcuni pezzi altamente simbolici dell'arredo urbano delle nostre citta. Le cerimonie commemorative sono processi altamente conflittuali: potenzialmente quando esse hanno luogo, si attivano una serie di dinamiche antagonistiche che devono trovare una forma di rappresentazione. Ogni volta che un'istituzione politica o culturale e chiamata a spendere la propria voce e il proprio peso per commemorare un certo evento, di fatto essa e chiamata a formulare per la prima volta oppure a reiterare una valutazione. Alla base dei processi commemorativi c'e sempre l'espressione di una scelta (di cosa commemorare e cosa dimenticare, di come e in che misura commemorare). Come sottolinea Jedlowski gruppi diversi, che hanno valori e visioni della realta diversi, si batteranno per ricordare gli eventi e le persone in modo diverso. Commemorare, dunque, comporta in primo luogo competere per una certa definizione sociale di un evento. Poiche l'esito di una commemorazione implica sempre una valutazione di cio che e accaduto, attorno a questo tipo di processi si addensano forti tensioni conflittuali. A seconda di come queste tensioni sono affrontate e ricomposte durante il processo commemorativo, si avranno definizioni dell'evento in questione piu o meno ambivalenti. Tale ambivalenza, lungi dal manifestarsi in astratto, si rendera visibile attraverso le forme culturali della memoria disponibili in quella data circostanza. Si avranno differenti artefatti della commemorazione: ad esempio, monumenti, statue, bandiere, diari attraverso cui materialmente si esprime e prende forma il processo commemorativo. La natura di questi artefatti e spesso di tipo culturale: essi quindi, pur piegati alle ragioni del processo commemorativo, continuano a parlare con il linguaggio che e loro proprio. Questa e una dimensione cruciale per la riflessione teorica e la ricerca empirica su questi temi: commemorare attraverso una statua o attraverso un monumento significa esprimere valutazioni e definizioni di cio che e accaduto all'interno di un insieme prefissato di vincoli espressivi, significa parlare entro un codice, se non altro perche chi ascolta senza essere direttamente investito dal processo commemorativo (perche ad esempio non e un familiare di una delle vittime dell'evento) vede in primo luogo un monumento e soltanto successivamente la causa per cui e stato eretto. Attivera pertanto nei confronti di quell'oggetto culturale i comportamenti, gli atteggiamenti e le aspettative che, nella sua esperienza precedente, ha legato e connesso a quella specifica forma culturale. Quando la commemorazione parla il linguaggio di un oggetto culturale, i soggetti--soprattutto quelli che non sono stati direttamente testimoni degli eventi che si commemorano--sentono parlare il monumento, il museo, con tutte le implicazioni, le risorse e i vincoli che cio comporta. Si pone dunque la questione del modo in cui il tipo di medium impiegato nel processo di oggettivazione influisca sui contenuti della memoria stessa. Si lega, in altri termini, il problema dei contenuti della memoria a quello della forma che essa assume attraverso gli artefatti della memoria che in quello specifico caso sono attivati. Tali artefatti possono essere i piu svariati: da una canzone di Sting come They Dance Alone a un monumento commemorativo come quelli al Milite Ignoto, da una statua equestre ad un diario (come quello di Anna Frank), da una cartolina ad un muro (come quello dell'isola di Ellis). Come sottolinea Wagner-Pacifici, c'e un problema di genere della presentazione nel caso della memoria o, in altri termini, di forma dell'oggettivazione. Viene da chiedersi: perche in un caso la memoria collettiva si incarna in un diario e in un altro in un muro nero, lucido, con file di nomi sconosciuti che si susseguono? Come si fissa quel legame provvisorio, ma al contempo stabile, che lega un artefatto ad un periodo, ad un insieme di eventi e ad una loro particolare ricostruzione? Dobbiamo continuare nell'illusione che la forma sia ininfluente sui contenuti della memoria? O possiamo ipotizzare che se la memoria si oggettiva in un monumento, le caratteristiche strutturali del monumento come medium, attualizzando quella memoria, le diano letteralmente forma? Ascoltare il linguaggio silenzioso di un muro che, come quello della stazione di Bologna, ci ricorda i nomi e l'eta di tutte le vittime di quella strage, e una modalita di esperire il ricordo diversa da quella che si prova sentendo la canzone di Sting sul dolore delle madri e delle mogli dei desaparecidos.

In questa prospettiva, studiare le alterne vicende istituzionali dell'artefatto di memoria e un modo efficace per guardare alle pratiche sociali della memoria e della commemorazione. C'e un codice espressivo della memoria, che probabilmente varia culturalmente, cosi come cambiano i codici espressivi del lutto, della gioia, delle emozioni. Il modo in cui la memoria si oggettiva e socialmente definito e culturalmente determinato. Cio evidentemente rende possibili certe memorie e non altre. I codici espressivi della memoria non possono essere pensati come neutrali, cosi come non lo e mai nessun codice. Le poetiche della memoria (cioe le sue forme culturali e narrative) divengono in tale prospettiva le dinamiche sociali che rendono la memoria possibile.

In ogni nazione vi sono istituzioni che sanciscono quali siano le forme della memoria legittime e illegittime. Vi sono tipi diversi di forme della memoria che spesso si intrecciano fra loro: politiche (come una commemorazione ufficiale), culturali (come un museo di storia naturale), artistiche (come un museo sull'arte etnica). Vi e sempre un problema di adeguatezza del codice espressivo--della forma della memoria--rispetto all'evento da ricordare. In tal senso la domanda pertinente e: "Il genere della memorizzazione e appropriato all'evento? Cosa succede quando le forme della memoria mutano nel tempo o da una cultura all'altra?" (Wagner-Pacifici 306). Se si pone la questione dell'intreccio dinamico di forma e memoria, si giunge a riconoscere il ruolo di potenti istituzioni della memoria che detengono il monopolio dei codici espressivi. In ogni nazione esiste un complesso design della memoria, i cui narratives sono costruiti e ricostruiti all'intersezione tra definizioni istituzionali e attivita del ricordo soggettive.

La costruzione delle identita nazionali attraverso la "messa in patrimonio"

Il patrimonio culturale rappresenta idealmente anche una sorta di "messa in scena" delle memorie egemoniche di una nazione, cristallizzate nei monumenti, nei musei, nelle statue, nelle collezioni pubbliche e private, negli inni nazionali e nei diversi repertori musicali. Talora tali memorie--e i simboli che le rappresentano nello spazio pubblico nazionale--sono messe in discussione dalle contro-memorie di un dato gruppo sociale come, ad esempio, un'associazione dei famigliari delle vittime (Tota 2003b) che, attraverso un'intensa attivita politica ed istituzionale sulla memoria di un certo passato, rivendica a se il diritto all'ultima parola su cio che avvenne. Il rapporto tra memorie collettive, identita nazionali e cultural heritage e estremamente complesso. In tal senso il concetto di comunita immaginate (Anderson), la riflessione sui luoghi della memoria (Nora) e il dibattito su identita, heritage e storia (Lowenthal; Gillis) hanno contribuito efficacemente a mettere in relazione il patrimonio culturale con l'analisi delle identita nazionali. (2)

I luoghi della memoria acquisiscono un ruolo prioritario nella costruzione del cultural heritage quando, attraverso l'investitura dello statuto di monumenti, diventano "beni" da preservare per le generazioni future. Le virgolette sono d'obbligo se si pensa che in tale prospettiva Auschwitz diviene parte del cultural heritage della Germania contemporanea, nel senso di luogo simbolo di quel male assoluto che ha prodotto la Shoah. (3) Accade cioe che un certo sito commemorativo, un certo monumento a cui si riconosce un nesso privilegiato con la memoria e/o la storia di un passato altamente significativo o controverso, transitino attraverso il delicato processo della "messa in patrimonio" o "patrimonializzazione". Occorre ricordare che questo processo, lungi dall'essere un'operazione neutrale, risponde ad una precisa articolazione politica del rapporto tra presente e passato. (4) Tuttavia non si tratta soltanto di questo: la messa in patrimonio di un luogo della memoria e lo spazio simbolico in cui si articolano le politiche dell'identita nazionale. Da piu parti si e proposta l'idea di un memorial turn, come fase successiva e in parte necessaria dopo il linguistic turn. Si potrebbe sostenere che l'approccio fenomenologico e costruzionista alla realta, circolando nel discorso pubblico abbia avuto esiti politici ed intellettuale di ampia portata, fra cui quello di un'accresciuta familiarita e consapevolezza diffusa fra gli attori politici e istituzionali con le pratiche di costruzione e manipolazione strategica delle identita collettive (e nazionali in primis), fondate appunto sull'uso politico del passato. Hobsbawn e Ranger hanno documentato il diffondersi di processi di questo tipo. Per questo nella contemporaneita lo studio del passato coincide fondamentalmente con l'analisi delle forme di articolazione del potere. In quelle dispute infinite ed incandescenti su un aggettivo di troppo, su un orologio che non funziona (Tota 2002) o su una via che non deve cambiare la sua denominazione, si giocano le definizioni pubbliche delle identita nazionali, da cui nessun partito politico e nessun attore istituzionale puo prescindere. In tal senso, studiare la memoria significa sempre piu studiare i fondamenti del discorso pubblico su cui si costruisce l'idea di nazione. I frames politici e culturali della memoria pubblica sottendono costruzioni discorsive dell'idea di nazione. La comunicazione pubblica del passato e diventata un'architrave strategica di cui le nazioni democratiche non possono fare a meno. Ma quale posto occupa la memoria delle stragi nel discorso pubblico italiano? E in quale forma sono state inscritte nell'identita nazionale?

Le stragi terroristiche nell'identita nazionale: la strage di Bologna e la strage sul treno 904 in Val di Sambro

Come si fa a dimenticare un numero di stragi cosi esteso e cosi recente? Per la maggior parte dei cittadini italiani queste stragi sono state eventi di cronaca: abbiamo letto le liste con i nomi dei morti e dei feriti pubblicate sui maggiori quotidiani nazionali, le abbiamo anche scorse con l'ansia di trovare qualche nome noto. Eppure anche fra i cittadini piu scolarizzati e difficile trovare un livello di conoscenza elementare di questi eventi: le date e i luoghi si confondono, alcune stragi non si ricordano nemmeno piu. Un'amnesia collettiva di simile portata non puo essere liquidata sulla base di responsabilita personali, ma si puo spiegare soltanto individuando i meccanismi sociali che hanno prodotto quotidianamente l'inconsapevolezza generalizzata. C'e una sorta di blackout nel discorso pubblico nazionale, un cortocircuito semantico e cognitivo che ci spinge ad ignorare il fatto che le stragi hanno segnato fortemente la coscienza democratica di questo paese.

E come se questi eventi sanguinosi e traumatici ci fossero scivolati addosso, senza che nessuno (o almeno soltanto pochi) ne traessero le implicite conseguenze. Perche non ci siamo interrogati sulla natura e sulla consistenza del tessuto democratico della societa italiana di quegli anni e del presente? Perche non si e posta con urgenza la questione dell'autonomia e della sovranita nazionale di fronte alle denunce di alcuni intellettuali, come Pasolini, circa l'ingerenza americana nella vita democratica del paese? Non intendo certo affermare che nessuno l'abbia fatto, anzi e certamente vero il contrario, tuttavia si e trattato di prese di coscienza individuali che non hanno mai portato all'inscrizione di questo passato nel discorso pubblico nazionale. Una cosa e l'articolo del 1974 scritto da Pasolini e pubblicato dal Corriere della Sera, un'altra e la coscienza collettiva del paese. Le stragi non sono mai divenute a livello nazionale un argomento pubblico di massa: e per questo che stentiamo a ricordare. Se cio e sostenibile a livello nazionale, non lo e affatto a livello locale. Infatti a questa amnesia nazionale quasi generalizzata corrispondono invece a livello locale casi di "perfetto ricordo", come quello della strage di Bologna. Fra il 1999 e il 2002 ho condotto una ricerca molto ampia e dettagliata sulla memoria pubblica della strage di Bologna (Tota2003b). (5) Oltre alle sessioni di osservazione etnografica, sono state condotte numerose interviste in profondita a tutti gli attori sociali coinvolti nella memoria pubblica di questa strage. (6) L'analisi di tutti questi dati ha portato ad individuare quelle pratiche sociali della memoria che hanno reso possibile la circostanza che Bologna divenisse un caso di perfetto ricordo: dopo 25 anni il tasso di amnesia culturale in questo caso e prossimo allo zero. (7) I cittadini di Bologna ricordano perfettamente questa strage, si mobilitano in massa persino a ridosso di Ferragosto per difendere i simboli di questa memoria, come documenta la querelle suscitata dalla rimessa in funzione dell'orologio della stazione (Tota 2002). La ricostruzione minuziosa e dettagliata di oltre venti anni di pratiche commemorative ha documentato come si costruisce quotidianamente la memoria pubblica di una strage e come cio sia l'esito di una felice intersezione tra volonta politiche e istituzionali del governo locale da una parte, e solidarieta e senso democratico espressi dalla societa civile, dall'altra. In altri termini, la memoria pubblica di Bologna e la sua perfetta inscrizione nel discorso pubblico cittadino non sarebbero stati possibili ne pensabili senza la cultura civica dei bolognesi, ne senza la lungimiranza della classe politica che ha governato la citta, pur con alterne vicende, nell'arco degli ultimi venticinque anni. Sono queste le basi democratiche che hanno permesso all'Associazione dei Famigliari delle Vittime della Strage di Bologna di diventare un punto di riferimento fondamentale, un vero e proprio modello sia in Italia sia in Europa, per la commemorazione di tutte le vittime di strage terroristica. Tuttavia questo modello non si e esteso virtuosamente alla memoria pubblica delle altri stragi italiane, perche gli ingredienti che lo hanno reso possibile in altre aree del paese sono mancati. La ricerca di John Foot sulla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) documenta come i milanesi, dopo tre decadi, si siano quasi dimenticati dei loro morti e come le commemorazioni che si susseguono ogni 12 dicembre a Milano non siano affatto paragonabili per partecipazione, ne tanto meno per tensione morale, alle cerimonie commemorative della strage di Bologna. Nel 2003, proprio al fine di indagare la contrapposizione tra il modello bolognese e l'amnesia generalizzata che sembrava circondare le altre stragi italiane, ho iniziato una ricerca sulla mancata inscrizione della memoria pubblica della strage del treno 904 nel discorso pubblico nazionale e soprattutto in quello della citta di Napoli (Tota 2005). La strage del rapido 904, nota anche come strage di Natale, avvenne il 23 dicembre 1984 nel tunnel della Val di Sambro sul treno rapido 904 che collegava Napoli a Milano Centrale. Questo caso rappresenta l'esatto opposto rispetto a quello della strage di Bologna del 1980: mentre a Bologna si possono analizzare le politiche del ricordo e il consolidamento di un genere commemorativo, a Napoli si possono studiare le politiche dell'oblio, i processi di dislocazione della memoria, l'amnesia culturale. I risultati ottenuti documentano come l'oblio sia l'esito di un vero e proprio lavoro di costruzione sociale ed istituzionale, che alcuni gruppi di pressione hanno svolto e continuano a svolgere con efficacia, agendo sia nel discorso pubblico locale, sia in quello nazionale. Il risultato e scontato e sorprendente ad un tempo: il 23 dicembre 1984 una bomba collocata sul treno rapido 904 Napoli-Milano esplode nel tunnel della Val di Sambro, a quaranta chilometri circa da Bologna. Muoiono 17 persone e ne rimangono gravemente ferite 267. A circa venti anni di distanza questa strage e quasi totalmente dimenticata. Ma perche la strage di Bologna di soli quattro anni prima e quasi un caso di perfetto ricordo e quelle dell'Italicus (4 agosto 1974) e del treno 904 (23 dicembre 1984) sono a stento menzionate? Come si dimentica una strage? Come si cancella un evento di questa portata dal discorso pubblico nazionale? E un esito dell'effetto agenda-setting? Ma perche mai i mass media non ne dovrebbero parlare?

Val di Sambro, 23 dicembre 1984: come si dimentica una strage

Affinche nessuno abbia piu a subire quello che abbiamo subito noi. (Associazione tra i Famigliari delle Vittime della strage sul treno 904)

Dieci anni dopo la strage del treno Italicus, avvenuta il 4 agosto 1974, nella stessa galleria in Val di Sambro, a circa quaranta chilometri da Bologna, esplode un'altra bomba: e il 23 dicembre 1984. Il rapido 904, proveniente da Napoli Centrale e diretto a Milano, e strapieno di viaggiatori. La maggior parte va a trovare i propri famigliari per le feste di Natale imminenti, ma quel treno non giungera mai a destinazione. La galleria di San Benedetto Val di Sambro, dove avviene l'esplosione, e lunga 18 km e 568 metri e collega il nord al sud dell'Italia lungo il fiume Sette nell'Appennino Tosco-Emiliano. Vi transitano circa duecento/duecentoventi convogli al giorno che li non si fermano mai. Il treno 904 invece vi si fermera per non ripartire mai piu. I morti sono all'inizio 15 e poi diventano 17; i feriti 267. L'associazione "Tra I Familiari Delle Vittime Della Strage Sul Treno Rapido 904 Del 23 Dicembre 1984", costituitasi il 17 Marzo 1985 a Napoli, descrive cosi la dinamica della strage:

Chi ha collocato l'ordigno, volle un massacro di cittadini innocenti. Tutto fu predisposto per provocare il maggior numero possibile di vittime: l'occasione del Natale, la potenza dell'esplosivo, il "timer" regolato per fare esplodere la bomba sotto la galleria, in coincidenza del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio. Solo il tempismo del conducente che prontamente blocco la linea evito una strage maggiore. La bomba sul treno di Natale fu un attentato anomalo. Un attentato in cui piu chiaramente di altri si intravede l'ampiezza delle logiche criminali, i collegamenti tra esse, un attentato nel quale al fine eversivo fa da sfondo l'ombra inquietante dell'elemento mafioso; un nemico composito e nascosto, con molte facce e molte presenze dentro e fuori del nostro paese. (www. stragetreno904.it, documento presente sul sito dell'Associazione il giorno 30 gennaio 2004)

Nelle parole di chi c'era ed e sopravvissuto la descrizione e ancora piu inquietante:

Il treno esplose. Eravamo tutti pieni di schegge di vetro, pieni di sangue. C'era sangue ovunque, pezzi di corpi dilaniati. Noi stavamo relativamente bene, almeno potevamo camminare e quindi i soccorritori ci chiesero di uscire a piedi dal tunnel. Non si vedeva nulla, era tutto nero. Otto chilometri al buio. Un incubo [...]. Dopo quasi 20 anni, ho ripreso il treno con mio marito ieri sera per la prima volta. Non si dimentica mai. [...] Sono vite distrutte, distrutte per sempre. [...] La cosa piu drammatica fu che dovemmo uscire dal treno al buio, la luce era saltata. Il corridoio del treno era pieno di persone e quando ci fu l'esplosione molte morirono. I loro corpi erano a pezzi, misti di schegge di vetro, ovunque. Noi per uscire dovemmo scavalcarli, ma non si vedeva nulla. [...] per uscire, rischiavamo di calpestarli. Avevamo schegge di vetro nelle sopracciglia, nel viso, nelle gambe, nei piedi e nelle mani. L'uomo seduto innanzi a me nello scompartimento non aveva piu la faccia, perche il finestrino era esploso sul suo volto. Percorrendo poi gli 8 chilometri del tunnel a piedi, calpestammo detriti appuntiti e acuminati. Quando uscimmo i nostri piedi erano tutti insanguinati, ma non sentivamo nemmeno il dolore. Ci rendemmo conto che non ci eravamo neanche accorti di esserci tagliati i piedi. Eravamo pieni di sangue, ma ancora vivi.

(Intervista ad una superstite che viaggiava sul treno 904 nel vagone di fianco a quello che esplose, insieme al marito)

Mi sveglio ancora dopo venti anni e sento piangere mio figlio. Corro in camera sua, ma lui sta dormendo. [...] Ero in viaggio con i miei due figli di dieci e dodici anni. [...] Ero ferita in modo gravissimo, eppure stavo in piedi. In quei momenti scattano forze straordinarie, energie impensate. [...] dovevo tenere sveglio mio figlio, continuare a parlargli, impedirgli di perdere conoscenza. Aveva dodici anni e stava morendo, lo sapevamo, ma invece alla fine per miracolo si salvo. Mio figlio piccolo era andato nell'altra carrozza con Antonio Celardo (attuale presidente dell'associazione) a prendere da bere e rimase illeso. Aveva dieci anni. [...] Il treno era squartato e noi uscimmo dal tunnel cosi. Io stavo in piedi, ma perdevo sangue dappertutto. Mio figlio e rimasto traumatizzato per sempre. Le sue braccia sono piene di cicatrici [...] Oggi ha trentadue anni e non riesce ancora a stare oltre trenta minuti in un posto chiuso [...].

(Intervista ad una superstite del treno 904 che viaggiava con i suoi due figli)

Intervistare una vittima di strage rappresenta in primo luogo un'esperienza di condivisione del dolore. Ad oltre venti anni di distanza i traumi sono ancora presenti: si verifica quel particolare fenomeno della vividezza del ricordo, per cui sono trascorsi due decenni, ma sembra ieri.

La storia dell'invisibilita parziale di questa memoria e particolarmente complessa e passa in primo luogo attraverso un'analisi delle alterne vicende che ne hanno segnato le pratiche commemorative, pluralizzandone i tempi e i luoghi. (8) Per ragioni di brevita, riporto nell'analisi che segue esclusivamente alcuni risultati della ricerca che documentano l'ipotesi della dislocazione della memoria.

La produzione sociale dell'oblio: pratiche di dislocazione della memoria

Secondo i sociologi della memoria nessuna dimenticanza e nessun oblio sono di per se validi, legittimi e involontari: i processi del dimenticare sono considerati come esito di un complesso intreccio di pratiche sociali, di volonta istituzionali ed individuali che meritano di essere indagate ed esplicitate. Come sintetizza Ricoeur, "Innanzitutto e globalmente, l'oblio e sentito come un attentato all'affidabilita della memoria. [...] E il nostro famoso dovere di memoria si enuncia come esortazione a non dimenticare" (590). All'interno dei diversi modi di produzione dell'oblio il processo di dislocazione della memoria rappresenta un caso specifico di rimozione del passato, caso attraverso il quale appunto sono analizzati i risultati della ricerca sul treno 904. Dal punto di vista teorico il concetto di "memoria dislocata" (Tota 2005) si avvicina a quello di "amnesia culturale" (Jacobs e Hanharan), di cui rappresenta un affinamento. L'amnesia culturale descrive i casi in cui in un contesto sociale non vi sono forme culturali disponibili per preservare un certo contenuto in relazione ad un evento, cioe non e possibile alcuna forma di inscrizione di quel passato nello spazio pubblico. L'amnesia culturale totale e un caso limite, quasi una possibilita solo teorica. Qualsiasi tipo di memoria necessita di una qualche forma, almeno narrativa, semplicemente per esistere. Tuttavia questa nozione introduce la questione della flessibilita del codice narrativo, della sua capacita di durare nel tempo (ad esempio, un racconto orale rappresenta una forma di memoria potenzialmente meno durevole di un monumento di granito). Il tasso di amnesia culturale presente in un dato contesto sociale rappresenta un valido indicatore per individuare i processi sociali della dimenticanza proprio nel momento in cui hanno inizio. L'assenza di ogni forma culturale (o meglio la presenza di forme molto deboli di rappresentazione del passato) costituisce il primo passo verso l'oblio collettivo. Nel caso della strage del treno 904 disponiamo di molti dati che documentano i processi di dislocazione della memoria in atto (i tentativi cioe di impedire sistematicamente che la memoria di questo passato si inscrivesse efficacemente nel discorso pubblico cittadino). Si pensi alle alterne vicende delle targhe commemorative, alle cosiddette memorie di marmo di questa strage, come ad esempio nel caso della lapide commemorativa inaugurata a Casoria. Fra le vittime della strage infatti ci fu un'intera famiglia originaria di Casoria, i de Simone: Angela (33 anni), Anna (9), Giovanni (4), Nicola (40). Poiche Nicola de Simone lavorava all'Enel e la sorella di Angela, Titta Calvanese, lavorava nella scuola di Casoria, si realizzarono numerose iniziative commemorative sia grazie all'impegno del sindacato Enel, sia grazie all'impegno degli insegnanti. Un mese dopo la strage, alla fine di gennaio nel 1985, nella piazza Cirillo di Casoria vicino al comune, il sindaco durante una manifestazione pubblica inauguro una targa di bronzo, appesa al muro, con i nomi delle vittime. La vicenda di questa lapide e emblematica per la storia di questo passato: a due decenni di distanza questa lapide e ormai dimenticata, sporca e totalmente abbandonata. Sempre in termini di dislocazione dei simboli, un'altra vicenda emblematica riguarda invece il caso della targa recentemente collocata nella stazione di Napoli Centrale. Dalla meta degli anni Novanta circa, il 23 dicembre di ogni anno, oltre a commemorare la strage in Val di Sambro, si organizza una cerimonia commemorativa presso la stazione di Napoli Centrale, dove fino al 2003 l'Associazione dei Famigliari delle Vittime era costretta a depositare le corone commemorative praticamente per terra, alla testa del binario. Nel 2002 vi fu un rinnovato ed accorato appello dell'Associazione dei famigliari e, in occasione della cerimonia del 23 dicembre 2003, il sindaco Rosa Russo Jervolino inauguro una targa commemorativa sui binari, in modo da localizzare spazialmente questa memoria. A quasi venti anni di distanza la stazione di Napoli Centrale sembrava finalmente disposta ad ospitare i simboli di questo passato cosi difficile da dimenticare.

Di fatto l'amnesia culturale e anche il modo della dimenticanza istituzionale piu efficace, in quanto l'assenza o la sistematica distruzione di ogni forma di cristallizzazione del passato (tipica di molti regimi totalitari) mina la possibilita stessa del sedimentarsi di una "memoria sociale" (Halbwachs) e della "memoria culturale" (Assmann). Proprio in quanto lavora al livello della memoria sociale, l'amnesia culturale mina ogni possibilita di conservare per il futuro le memorie individuali e collettive di un evento: senza la targa nella stazione di Napoli Centrale, la probabilita che i viaggiatori in transito ricordino e vengano a conoscenza di questo passato diminuisce drasticamente.

Come questa ricerca dimostra, le memorie dislocate o senza dimora sono meno rare di quanto si possa immaginare. Si tratta talora di passati che, non essendo stati inscritti nello spazio e nel tempo delle citta che li abitano, finiscono per essere sempre pronti a riaffiorare, non appena riescono a prendere forma (grazie magari ad un mutato clima politico che puo risultare piu favorevole). In tale prospettiva il tasso di amnesia culturale e definibile come la probabilita che un certo passato sia privato di ogni forma di inscrizione nello spazio pubblico. Ovviamente l'amnesia culturale e soltanto uno degli indicatori cui guardare per analizzare come le societa dimenticano il loro passato: l'assenza di comunita della memoria attive e ben organizzate rappresenta un indicatore altrettanto valido. In tal senso le associazioni delle vittime, come quella che rappresenta i famigliari e i superstiti del treno 904, svolgono un ruolo fondamentale come imprenditori morali della memoria stessa.

Puo accadere che la controversia in atto su un certo passato non possa essere ne inscritta nello spazio pubblico, ne "messa in scena" attraverso il rituale commemorativo: cioe non possa divenire visibile. In questi casi e altamente probabile che quella memoria risulti dislocata. I simboli del passato, da questo punto di vista, assumono un ruolo fondamentale. E infatti proprio sugli artefatti della memoria e sui suoi simboli che si gioca quella guerra di ritrascrizione del passato che, come vedremo, alcuni clan di spicco della camorra napoletana hanno intrapreso, dal 1984 ad oggi, a costruire l'invisibilita pubblica della memoria della strage di Natale. Si tratta tuttavia di un tentativo solo parzialmente riuscito, di un caso cioe di oblio imperfetto. A tale proposito il caso della cerimonia commemorativa del 1988 e davvero singolare. Nel 1988 infatti, durante i preparativi per la commemorazione del quarto anniversario della strage, l'allora presidente dell'Associazione famigliari delle vittime, Riccardo Meschini, ferito nella strage insieme alla moglie, propose di organizzare un concerto di musica sacra nel Duomo di Napoli. Monsignor Graziosi aiuto l'associazione in questo progetto, ma alla fine arrivo il veto del cardinale. Fu Guido Calvi, avvocato di parte civile della Regione Emilia Romagna a denunciare pubblicamente l'accaduto. Il 24 dicembre 1988 i maggiori quotidiani nazionali pubblicarono articoli di severa condanna. In particolare il Corriere della Sera pubblico un articolo intitolato: "Il concerto commemorativo organizzato in memoria dei morti sul rapido 904 saltera per il rifiuto dei parroci. La Chiesa ha paura della camorra. I famigliari delle vittime denunciano il boicottaggio". E Il Tempo scriveva: "Nessuna Chiesa a Napoli vuole ricordare la strage. Troppa paura di ritorsioni dal clan dei Misso". Di fatto proprio in quel periodo Giuseppe Misso era sotto processo a Firenze per la strage del 904 e il Duomo di Napoli confinava proprio con la zona d'influenza del clan dei Misso. L'Associazione dei famigliari chiese allora il permesso di organizzare il concerto ai parroci di altre chiese, ma tutti rifiutano. Furono interpellati i parroci del Duomo di Napoli, delle chiese di San Francesco di Paola, di San Ferdinando, di Santa Maria degli Angeli e di San Giacomo degli Spagnoli. (9) Tuttavia anche alcuni pezzi della storia processuale di questa strage concorrono nell'offrire un quadro abbastanza illuminante rispetto alla mancata intersezione tra memoria collettiva delle vittime e discorso pubblico. Anche in questo caso i dati raccolti sono ben piu ricchi di quanto si possa qui illustrare, ma si tratta di fornire alcuni elementi emblematici, in grado di suggerire il clima politico ed istituzionale che ha reso possibile per molti anni il perdurare dell'oblio "imperfetto". Il 5 marzo 1991 il giudice Corrado Carnevale annullo la condanna all'ergastolo per il cassiere della mafia Pippo Calo, per Guido Cercola, Giuseppe Misso, Luigi Cardone, Giulio Dirozzi e Alfonso Galeotta. Il Comune di Napoli non rilascio nessuna dichiarazione pubblica. Fra le conseguenze giudiziarie di questa controversa sentenza vi fu alla fine la richiesta delle spese processuali ai famigliari delle vittime, dopo che il loro ricorso fu respinto. (10) In quell'occasione la societa civile intervenne con una colletta organizzata da un numero consistente di magistrati che decisero di pagare le spese processuali con il loro stipendio. Le prime incrinature nella strategia criminale dell'oblio imperfetto iniziavano gia allora a delinearsi e si sarebbero acuite definitivamente dal 2000 in poi. (11)

L'oblio dunque come attiva cancellazione di ogni possibile traccia del passato, come lavoro quotidiano di intimidazione e delegittimazione delle vittime e dei loro famigliari, come negazione di ogni forma di visibilita e solidarieta. I risultati di questa ricerca hanno documentato una forma di oblio altamente processuale e attiva, dove una serie di microdecisioni quotidiane hanno avuto l'esito di produrre l'invisibilita pubblica di questo passato. Non si dimentica per caso, ma perche la volonta di ricordare delle vittime superstiti, dei loro famigliari e dei testimoni si scontra con il potere di veto e di intimidazione di alcuni gruppi di pressione che intendono contrastare ad ogni costo l'iscrizione di questo passato nel discorso pubblico cittadino e nazionale. L'assenza di una societa civile a Napoli avvertita e responsabile nei confronti delle sue vittime, capace di costituirsi come comunita di memoria attiva, non si puo liquidare sommariamente ricorrendo a qualche facile stereotipo. Occorre invece rammentare che a Napoli (e non solo) di camorra ancora si muore e che una democrazia reale non puo continuare a richiedere eroi per il suo funzionamento ordinario. Le vittime del treno 904 sono state uccise e riuccise molte volte in questi venti anni: prima da una bomba che ne ha straziato i corpi e poi dalle continue piccole e grandi assenze che ne hanno reso invisibile la memoria. Fantasmi di un discorso pubblico tacitato e di una societa civile negata che hanno continuato a rimanere latenti nelle strade, nei vicoli e sui binari di questa travagliata e coraggiosa citta.

Conclusioni: il lavoro della memoria e le pratiche politiche della riconciliazione

Se la memoria della strage di Natale stenta a radicarsi persino nel discorso pubblico cittadino, pare difficile immaginare che cio possa avvenire a livello nazionale. Che cosa comporta quest'assordante silenzio per l'identita nazionale? Quale frattura si prefigura tra la rappresentazione pietrificata dello stato democratico proposta dalle istituzioni e la rappresentazione che di questo stesso stato hanno i famigliari delle vittime e i superstiti della strage del 904?

La tensione crescente tra comunicazione pubblica del passato nazionale e forme pubbliche che l'identita nazionale assume e denunciata in molti stati dalle sempre piu diffuse politiche della cosiddetta riconciliazione morale, assunta ormai a vera e propria pratica politica (Schwartz e Heinrich). Da quando Willy Brandt nel 1970 si inginocchio a Varsavia durante la visita al ghetto ebraico in memoria delle vittime perseguitate e sterminate dai suoi connazionali, si e inaugurata una nuova stagione nelle relazioni internazionali fra gli stati democratici e si e imposta la necessita per molti capi di stato di prendere le distanze e chiedere perdono alle vittime, per i crimini di guerra commessi dai loro predecessori. La lista dei "we regret" e senza fine e l'assunzione istituzionale delle responsabilita nazionali e diventata una pratica politica assai conveniente e molto diffusa. (12) Tale pratica politica infatti presenta numerosi vantaggi: permette di fare i conti con i passati scomodi di una nazione e di affrancare le identita nazionali dalle memorie piu scomode. Tuttavia vi e un prerequisito da cui tale pratica non puo assolutamente prescindere: la persona di Willy Brandt e il governo che rappresenta, per assumere su di se come capo di stato la responsabilita nazionale dei crimini commessi del regime nazionalsocialista, deve potersi dichiarare totalmente estraneo a tali crimini. La pratica politica della riconciliazione serve a ridisegnare le identita nazionali soltanto quando si e potuto fare chiarezza su un evento criminale e sui suoi responsabili, soltanto quando c'e ampio consenso all'interno di un contesto nazionale sulla definizione di chi abbia commesso quale crimine contro chi. E proprio l'assenza di tale consenso nel discorso pubblico nazionale rispetto alle stragi terroristiche che avvennero in Italia a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta che rende inapplicabile la pratica della riconciliazione al caso italiano. Eppure un governo potrebbe chiedere alle vittime perdono anche soltanto per non aver saputo difendere la loro integrita fisica e quella dei loro cari. Le vittime superstiti e i loro famigliari nella maggior parte dei casi non sanno ancora chi siano stati i mandanti effettivi. Da piu parti si e avanzata l'ipotesi della strategia della tensione, da piu parti si e sostenuta la plausibilita della definizione "stragi di stato". La magistratura ha potuto fare il suo corso soltanto parzialmente e il discorso pubblico nazionale non e riuscito ad elaborare compiutamente questo pezzo tacitato del proprio passato. Qual e la forma che puo assumere un'identita nazionale che non ha elaborato un significato condiviso degli ultimi tre decenni della propria storia nazionale? La pratica politica della riconciliazione sembra l'unica strada percorribile perche la memoria pubblica delle stragi possa divenire parte della storia e dell'identita nazionale. Tuttavia tale pratica richiede in primo luogo giustizia: per riconciliare le vittime con i carnefici, bisogna prima dire i loro nomi. Non vi sono ragioni ne etiche ne politiche per invocare l'opportunita di dimenticare, finche giustizia non sia stata pienamente resa alle vittime e alla societa civile. Per questo motivo un'identita nazionale che non incorpori questo passato, non puo che essere un'identita incompiuta, offesa e mutilata. Anche in Italia occorre riavviare quell'imprescindibile lavoro della memoria che possa sostenere con il suo consenso il difficile lavoro della magistratura e dei tribunali della storia.

Opere citate

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(1) Si pensi ad esempio a tutto il dibattito che fece seguito in Germania all'Historikerstreit e a come la difficile elaborazione del trauma della Shoah sia divenuta una parte centrale nella definizione contemporanea dell'identita nazionale tedesca. A questo proposito si rimanda a Giesen e Alexander che analizzano il rapporto tra la memoria pubblica della Shoah e la formazione dell'identita nazionale tedesca.

(2) Un punto di riferimento con cui il dibattito piu recente ha dovuto confrontarsi deriva dall'adozione della convenzione sull' "intangible heritage" il 17 ottobre 2003 durante la trentaduesima sessione della conferenza generale dell'Unesco. Questa convenzione allarga la definizione di bene culturale alle pratiche, alle rappresentazioni, espressioni e conoscenze che una comunita o un gruppo riconosce come parte integrante del proprio patrimonio culturale. La convenzione prevede tra l'altro inventari nazionali degli "intangible heritage" (http://www.unesco.org/culture/intangible-heritage) che comprendono per eccellenza quei "cultural spaces" che simbolizzano memorie e passati particolarmente rilevanti per una certa comunita.

(3) Il campo di Auschwitz-Birkenau viene "messo in patrimonio" nel momento stesso in cui diviene un museo. In quel momento si decide anche che deve essere conservato affinche il passato non possa tornare.

(4) In Giappone, ad esempio, l'ossessione e la cura per l'identita nazionale portano a processi di patrimonializzazione, totalmente incomprensibili per una cultura occidentale: i monumenti si ricostruiscono periodicamente con nuovi materiali ma seguendo fedelmente regole di rigoroso rispetto della tradizione. La messa in patrimonio di un luogo della memoria e un processo politico per eccellenza.

(5) La ricerca si e basata su dati raccolti mediante le tecniche dell'osservazione etnografica, dell'intervista in profondita e dell'analisi documentaria. Le fasi di raccolta e analisi dei dati sono iniziate nel gennaio del 1999 e si sono concluse nel settembre 2002. Il disegno della ricerca ha previsto in primo luogo sessioni di osservazione etnografica nella sala d'aspetto della stazione e dinnanzi alle lapidi con iscrizione collocate di fianco al palazzo comunale, durante le giornate annuali di commemorazione della strage del 2 agosto 1999, 2000, 2001 e 2002, durante le riunioni annuali e i pranzi dell'Associazione.

(6) Le interviste sono state effettuate a viaggiatori in transito nella sala d'aspetto della stazione, a cittadini di Bologna, al comitato direttivo dell'associazione dei famigliari delle vittime della strage e ai funzionari comunali che vi hanno lavorato e vi lavorano attualmente, a vittime superstiti e a familiari delle vittime della strage di Bologna, a politici locali, a giornalisti della stampa locale e nazionale, a ferrovieri, a funzionari del comune che hanno prestato e/o organizzato i primi soccorsi, a responsabili delle iniziative commemorative in relazione alla strage, a membri dell'Unione Vittime per stragi, a vittime superstiti delle stragi del treno 904, del treno Italicus e della strage dei Georgofili, al presidente e a membri dell'Associazione Nazionale Partigiani Italiani, a funzionari del sindacato dei lavoratori tedesco che partecipano ogni anno all'anniversario della strage di Bologna per commemorare congiuntamente la strage dell'Oktoberfest di Monaco.

(7) La ricerca ha previsto inoltre un'analisi dei narratives impiegati per la descrizione della strage e delle sue successive commemorazioni (il 2 agosto di ogni anno) nella stampa locale e nazionale. Sono stati analizzati i manifesti commemorativi stampati dal 1981 al 2002 in occasione dell'anniversario della strage, i comunicati stampa dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, i siti web o portali della memoria di tutte le stragi italiane, le pubblicazioni curate o sponsorizzate dall'Associazione e dall'Unione, i documenti protocollati contenuti negli archivi sia dell'Associazione sia del Centro di documentazione storico-politico sullo stragismo, i biglietti e gli oggetti lasciati subito dopo la strage presso la "rete del pianto" in stazione e oggi custoditi nella cantina dell'Associazione, i programmi e le registrazioni video di tutte le edizioni del concorso internazionale di composizione 2 agosto. Infine sono stati analizzati tutti i discorsi dei due presidenti dell'Associazione, Torquato Secci e Paolo Bolognesi, in occasione della giornata commemorativa dal 1981 al 2002.

(8) La strage del treno 904 viene commemorata ogni anno in tempi e luoghi diversi che sono variati nel corso di due decenni di cerimonie commemorative. Attualmente si svolgono le seguenti cerimonie: a) il 23 dicembre di ogni anno a San Benedetto Val di Sambro e b) contemporaneamente alla stazione di Napoli Centrale; c) il 2 agosto di ogni anno durante la commemorazione dell'Italicus (4 agosto 1974) a San Benedetto Val di Sambro.

(9) Affinche questi dati non contribuiscano a produrre un'immagine fuorviante del ruolo svolto dalla chiesa cattolica nella lotta alla criminalita organizzata, e importante ricordare anche i numerosi parroci in prima linea nella lotta alla camorra e alla mafia (alcuni dei quali hanno pagato il loro impegno con la vita).

(10) Il 15 gennaio 1996 Renato Moratello, che perse nella strage la figlia Valeria (nel 1984 aveva 22 anni), si trovo dinnanzi all'ufficiale giudiziario che gli pignoro tutti i mobili di casa per il pagamento delle spese processuali legate al ricorso dei famigliari contro la sentenza di Corrado Carnevale. Il tribunale condanno infatti i familiari al pagamento di tali spese e Renato Moratello doveva al tribunale ben cinque milioni di lire. Accade lo stesso alla famiglia Serino e a tutti coloro che avevano contribuito a presentare il ricorso.

(11) Purtroppo per ragioni di sintesi non sono qui illustrati i dati raccolti che documentano questa decisiva inversione di tendenza.

(12) Si pensi alle scuse ufficiali rivolte da Reagan alle famiglie dei cittadini americani di origine giapponese internati nei campi di concentramento americani durante la seconda guerra mondiale e commemorati attualmente a Ellis Island.
Tabella 1: Le principali stragi terroristiche in Italia dal 1969 al
1993

Data Luogo Numero delle vittime

12 dicembre 1969 Milano, piazza Fontana 16 morti e 84 feriti
22 luglio 1970 Treno a Gioia Tauro 6 morti e 72 feriti
31 maggio 1972 Peteano di Sagrado 3 morti e 1 ferito
17 maggio 1973 Stazione di polizia di 4 morti e 46 feriti
 Milano
28 maggio 1974 Brescia, piazza della 8 morti e 103 feriti
 Loggia
4 agosto 4 1974 San Benedetto Val di 12 morti e 44 feriti
 Sambro, treno Italicus
27 giugno 1980 Ustica, aereo DC9 81 morti
2 agosto 1980 Stazione di Bologna 85 morti e 200 ferit
23 dicembre 1984 San Benedetto Val di 15 morti e 267 ferit
 Sambro, sul treno 904
27 maggio 1993 Firenze, via dei Georgofili 5 morti e 41 feriti
27 luglio 1993 Milano, via Palestro 5 morti e 12 feriti

Tabella 2: Elenco delle vittime decedute nell'esplosione sul treno 904

Giovanbattista Altobelli anni 51
Anna Maria Brandi 26
Angela Calvanese in De Simone 33
Anna De Simone 9
Giovanni De Simone 4
Nicola De Simone 40
Susanna Cavalli 22
Lucia Cerrato 76
Pier Francesco Leoni 23
Luisella Matarazzo 25
Carmine Moccia 30
Valeria Moratello 22
Maria Luigia Morini 45
Federica Taglialatela 12
Abramo Vastarella 29

In seguito al trauma riportato:
Gioacchino Tagliatatela
Giovanni Calabro


Anna Lisa Tota

Universita Roma Tre, DAMS
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Title Annotation:article in Italian
Author:Tota, Anna Lisa
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2006
Words:8839
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