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Rocco Scotellaro, la voce del silenzio.

Abstract

Nel descrivere la personale vicenda esistenziale e politica, Rocco Scotellaro, in modo non diverso da un ventriloquo, da anche voce al popolo muto da cui proviene, immerso fino allora "nel buio dell'inespressione". Da una parte, per la sua trovata capacita di parola, se ne distacca, dall'altra, in equilibrio tra le pulsioni individuali e l'essere portavoce della comunita cui appartiene, assurge vichianamente a "universale fantastico" dei contadini del Sud e, in senso lato, l'interprete di tutte le genti di ogni Sud di ogni continente, di ogni mondo subalterno che vive la stessa condizione antropologica. "Distacco partecipe" potrebbe essere l'ossimoro che meglio riassume questa forza rappresentativa, che fa trasparire una dimensione corale e insieme qualcosa che la trascende. In ogni caso, dando voce alla "buia Lucania", Scotellaro e riuscito a sottrarla all'isolamento, facendole trovare nella parola il senso profondo della sua esistenza.

Parole chiave

Antropologia, coralita, Lucania, memorialistica, Rocco Scotellaro

Nel 1964 Carlo Levi, raccogliendo in un unico volume L'uva puttanella e Contadini del Sud, sottolineo la coerente complementarita delle due opere in quanto, se propriamente la prima rappresentava autobiograficamente "il momento decisivo" della vita di Rocco Scotellaro, con "l'esperienza della prigione, la partenza dal paese", e la seconda "un'inchiesta fatta con metodo nuovo: cinque storie di nuovi ignoti protagonisti", in realta il loro valore e significato piu profondo erano comuni e unici: "una storia generale e una sociologia poetica del Mezzogiorno" (Levi, 1964: Vili). Ecco dunque che L'uva puttanella, designata dall'autore come "romanzo" per non dovere troppo esporsi in prima persona e come autobiografia da una critica esitante e quasi a disagio nell'etichettarla, puo con piu pertinenza essere inserita tra i libri di memorie, di quelle magari piu propense al saggio e all'inchiesta. Mentre le autobiografie propriamente dette sono il racconto retrospettivo di un'intera vita e la storia di una personalita, le memorie si concentrano in genere su un segmento piu o meno lungo di un'esistenza, coincidente con un periodo in cui il protagonista ha assolto un ruolo pubblico o comunque rilevante. Ne deriva un'ottica per cosi dire piu estroversa, attenta agli eventi sociali nei quali si e stati anche attori.

Non c'e dubbio che nel caso di Scotellaro, di la dalla crisi personale e dalle inquietudini comuni a chi, uscito da poco dall'adolescenza, si interroga sul proprio destino, mettendo in scena quel malessere esistenziale gia espresso nel dramma Giovani soli (Scotellaro, 1984), l'impulso irresistibile a scrivere di se nasca in primo luogo dall'esperienza politica e in senso lato dal suo interesse per le vicende storiche che, dal 1942 in avanti, sembravano segnare i prodromi di mutamenti epocali anche nella pur statica societa del Mezzogiorno. La riprova e che fin dal dicembre del 1949, ripensando alla sconfitta elettorale delle sinistre alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, Scotellaro, scrivendo a Carlo Muscetta, si dichiarava convinto che "varrebbe la pena di scrivere un libro su questo argomento mettendo il punto ai fatti di questi giorni" (Muscetta, 1974: 190).

La carcerazione di qualche mese dopo avrebbe conferito al proposito una curvatura piu soggettiva, ma cio non toglie che la definizione piu confacente all' Uva rimane ancora la stessa con cui Scotellaro parla del Cristo si e fermato a Eboli (Levi, 1945), da lui considerato un "memoriale", "il piu appassionato e crudo dei nostri paesi" (Scotellaro, 1986: 73), trovando poi il consenso dello stesso Levi. (1) Da questo punto di vista l'opera di Scotellaro si colloca nel clima di fervore memorialistico seguito alla fine della seconda guerra mondiale, allorche uomini e anche donne di un'intera generazione furono investiti dall'urgenza di improvvisarsi scrittori per narrare le vicende loro occorse in quei tempi calamitosi, certo straordinarie a livello individuale, per quanto comuni a tutti coloro che si erano trovati in mezzo a episodi contrassegnati da violenze, ferite, morti, saccheggi, distruzioni, bombardamenti, atti di crudelta ma anche di umanita e di solidarieta.

Propriamente Scotellaro non affronta le vicende della guerra, ma le condizioni di vita dei contadini del Sud, tuttavia la dimensione narrativa, per appartenere al genere partecipativo della memorialistica, e allo stesso modo corale, collettiva. Attraverso gli altri Scotellaro conosce se stesso e al tempo stesso attraverso se stesso fa conoscere le condizioni della classe sociale da cui proviene. Il genere della memorialistica lo aiuta a muoversi lungo un doppio binario, che porta alla ribalta la sua personalita ma e contemporaneamente partecipe di quanto avviene nella comunita cui appartiene, in equilibrio tra le pulsioni individuali e l'udienza delle voci corali di un popolo, (2) responsabili di un registro stilistico molto originale, in bilico tra linguaggio ricco di suggestioni evocative e linguaggio tutto concretezza. "In mezzo a loro", si legge nell' U va a proposito dei monti Alburni, "ero sempre a casa mia" (Scotellaro, 1986: 19), ma cio vale a maggior ragione anche per gli uomini. E nel carcere Scotellaro avverte piu d'una volta la sensazione di essersi integrato con gli altri: "Io finalmente sapevo un mestiere che serviva, leggere e scrivere, e mi sentivo utile quanto il calzolaio, il barbiere, il sarto, piu dello scopino, dello spaccalegna e del portapranzo" (Scotellaro, 1986: 72). Gia nei frammenti si registra la solidarieta degli altri contadini che gli "offrirono la loro compagnia", gli "fecero coraggio", avendo in comune la stessa provenienza che li rendeva "amici", anzi "fratelli maggiori" (Scotellaro, 1982: 145).

Certo non mancano reminiscenze letterarie,3 quando nelle feste di paese la banda e la musica del clarino fanno sovvenire di Nuto nella Luna e i falo (Pavese, 1950), o quando Rocco, "Pulce rossa", porta l'acqua da bere ai braccianti in un ruolo che in termini romanzeschi e lo stesso di Gisella in Paesi tuoi (Pavese, 1941). Ma a parte che questi sono comunque episodi comuni a ogni civilta contadina, la loro funzione trascende la mera componente letteraria, tanto che, per rifarsi alle teorie antropologiche di Giambattista Vico, un filosofo tra i piu influenti su Carlo Levi, si potrebbe azzardare a considerare Scotellaro funiversale fantastico" dei contadini del Sud, perche al pari dell'Omero vichiano interpreta e da voce al popolo muto, facendosene cantore, a riprova del nesso etimologico fissato da Vico tra "muto" e "mito". In questo senso, non fa che continuare l'opera di mediazione della madre Francesca Armento, che scriveva per i compaesani analfabeti. Con il genere della memorialistica Scotellaro assume il ruolo del ventriloquo, delineando la storia dei proletari lucani in un'opera che diventa cosi, come e stato detto, il "manuale dell'autocoscienza contadina" (Carducci, 1974: 505), accomunati tutti dallo stesso destino di finire, piu o meno maturi, nello stesso tino in cui finisce l'uva puttanella. E forse questo il senso da dare al frammento sibillino fatto di domande e di risposte in cui l'"io" sembra alla fine coincidere con il "noi": "Il tema? Io; sempre io? non puo / essere diversamente. E noi? / E equivalente come tutto" (Scotellaro, 1982: 132).

Acuto come sempre, Carlo Levi ha messo a fuoco il ruolo ventriloquo di Scotellaro, nel senso che parla a nome degli altri, essendo "la parola significante e fraterna che lega gli uomini fra di loro e li rivela a se stessi". Quella ddVUva e di Contadini del Sud e dunque "la parola suscitata in chi non ha mai parlato: mezzo immediato di esistenza e di liberta". Prima di lui, la vita di quei poveri braccianti, i loro sentimenti, le loro fatiche, i gesti quotidiani, non avendo voce, erano di fatto inesistenti, privi "di valore e realta" perche immersi "fino a ieri nel buio dell'inespressione". Dando voce al loro silenzio, quella di Scotellaro e "la parola suscitata in chi non ha mai parlato" (Levi, 1964: XIII). Questa procedura, che in retorica si chiama sermocinatio o, in italiano, "dialogismo", consiste, come recita la Rhetorica ad C. Herennium, nell'attribuire "a una persona un discorso", da esporre "avendo riguardo della sua importanza" (Cornifici, 1969: 114). Secondo la terminologia tutt'altro che univoca della retorica, altri sinonimi della sermocinatio sono dialogo!, mimesis, o ancora ethopoiia e dialoghismos, tutti termini che per un verso ascrivono a questa figura una natura dialogica e per un altro verso ne sottintendono un impiego mimetico, rispettoso del principio deWaptum e del decus, cioe del conveniente e della necessita. Questo processo identificativo e pressoche normale in un biografo, paragonato da qualcuno a un vampiro che, succhiando sangue dall'altro, lo assimila al proprio organismo alterandone con la sopraggiunta simbiosi emotiva e intellettuale la fisionomia originaria (Romano, 1984), magari compensando questo processo di impossessamento con la proiezione di qualcosa di se sul biografato. Ecco allora che Michele Mulieri condivide con Scotellaro la stessa ansia di lasciare il paese natale, conserva con puntiglio i documenti concernenti la sua vita, e assetato di giustizia.

Quando Scotellaro, attraverso la parola, "stabilisce una comunita, e assicura la coscienza raggiunta, e garantisce i valori intravvisti" nei contadini lucani (Levi, 1964: XIII), assume su di se, per riprendere di nuovo il pensiero di Vico, il ruolo di "poeta ciclico", inteso nella Scienza nuova non tanto in riferimento all'ordine temporale dei testi recitati, quanto alla dislocazione spaziale degli ascoltatori, costituiti da "gente volgare raccolta in cerchio" (Vico, 1999: I, 836), disposti cioe in modo da tracciare, come si legge in un emistichio deWArs poetica di Orazio (Orazio, 1926: 460, v. 132) citato espressamente da Vico, un "vilem patulumque orbem", "un cerchio aperto a tutti e di gente di bassa estrazione". Non e un caso che quando Scotellaro dialoga con gli altri carcerati, costoro, per sentire parlare della liberta, fanno, come e detto, "il cerchio" (Scotellaro, 1982: 145; 1986: 313) o, che e lo stesso, "la ruota" (Scotellaro, 1982: 137). La disposizione circolare, tipica dei contadini che di sera si riunivano nelle stalle per raccontarsi favole e storie, forma una figura geometrica legata alla natura del favellare e tipica di un comportamento comunicativo in cui ciascuno, nel formare un'orbita priva di gerarchie, puo avere una visione sinottica dell'interazione cui partecipa. Da questa osmosi solidale ed egualitaria si capisce come mai in Scotellaro il soggetto che parla non si possa distinguere con chiarezza dai compaesani con cui discorre, perche mentre parla per se fa anche parlare loro. Se ne era gia reso conto, accusando gli "errori di metodo", Ernesto De Martino, per il quale nei Contadini del Sud "il lettore non riesce mai a decidere fin dove parla il contadino e fin dove e Rocco che parla" (De Martino, 1975: 101).

Nondimeno, i tanti tratti simpatetici non fanno velo sulla compresenza di aspetti dai quali la voce giudicante di Scotellaro prende le distanze, a impedire una piena identificazione. Basterebbe solo ricordare, antitetico all'impegno politico del biografo, il qualunquismo e il gretto egoismo di Mulieri, per non dire del suo linguaggio esagitato e torbido, che si dispone all'afelio di quello tanto piu semplice dell' Uva. La verita e che in quella disposizione in tondo o a ruota di cui si diceva sopra Scotellaro ambisce a porsi sia nel cerchio, sia nel centro, due contrastanti collocazioni alle quali corrispondono due varianti del genere autobiografico. Se infatti con le memorie e la biografia il soggetto presta ascolto al mondo circostante fino a farsene mimeticamente l'"ambasciatore",4 nel diario lo sguardo indagatore trova un mezzo piu favorevole a ripiegarsi su se stesso, a ricercare un'identita personale che si e smarrita. L'intellettuale che per nascita e organico alla classe contadina, per preparazione per studio e per doti interpretative se ne distanzia, anche se forse questo stacco causato dalla cultura genera in lui una sorta di rimorso. "Di 170 collegianti", commenta Scotellaro, "io ero il solo che avevo studiato" (Scotellaro, 1986: 89). Lo stesso reato per cui e stato condannato e indicativo del godimento di un'autorita che agli altri contadini e preclusa, e che gli fa dire "non sono come voi, mi hanno imputato di concussione" (Scotellaro, 1986: 64). La sua carica civica lo dispone al centro, come si legge in un appunto: "passa il Sindaco, fanno come lo sciame, lo mettono in mezzo" (Scotellaro, 1982: 139). Anche semioticamente la sua figura e in posizione rilevata, obbligando i compagni a guardarlo "stupiti con gli occhi quasi in alto, o forse perche aspettavano anche gli altri o forse perche io scendevo dall'alto dei tre gradini dalla porta di ferro". (5) Carlo Levi ha colto bene visivamente questa situazione in Lucania '61, il dipinto nel quale Rocco e attorniato dalla sua gente, che e appunto in cerchio, ma al tempo stesso se ne differenza per la luminosita del suo volto che si distacca dalla penombra circostante.

Si tratta di una complementarita riscontrabile anche nella scrittura di Scotellaro. Dopo un lungo frammento pieno di frasi apodittiche sulla natura degli uomini, sulla vita dei contadini, sulla morte, e sul lavoro, nelle quali evidentemente si riconosce e si identifica, egli fa compiere ai suoi pensieri una brusca virata, introdotta da una scontrosa e drastica avversativa: "Ma gli uomini, tutti gli uomini e le donne sono diversi da me in tutto. Siamo uguali nel disamore e nella morte" (Scotellaro, 1982: 108). Segno che la volonta di non distinguersi dagli altri contadini crea una tensione dialettica, al limite dell'aporia, con la ricerca della propria individualita, scaturita non dall'atto di orgoglio o di superbia che di solito e sotteso a un'operazione autobiografica, ma da un'oggettiva condizione derivata da una storia personale resa anomala dalle sue doti. Sicche ci si deve mettere d'accordo con Calvino quando, nel commemorarne la morte, argomentava che Scotellaro era si "un paesano, meridionale fino al midollo, era una zolla di terra di Tricarico, eppure ogni cosa di cui parlasse, specie se riguardava i suoi paesi, fosse giudizio sociale o economico, osservazione di costume o intuizione poetica, sentivi in lui la sicurezza, la maturita, la quadratura del dirigente popolare, dell'uomo d'esperienza vasta e varia, e la limpidezza, la sensibilita, il distacco pur partecipe dell'uomo di cultura aperta". (6)

"Distacco partecipe" e l'ossimoro che meglio riassume questa forza rappresentativa, che fa trasparire una dimensione corale e insieme qualcosa che la trascende. Carlo Levi non si espresse diversamente da Calvino nell'affermare che il rapporto di Rocco "con gli uomini e colmondo... e un rapporto di amore che non si esaurisce con l'identificazione, ma comporta come momento necessario la coscienza del rapporto, la differenziazione e il distacco". Se cio avviene, e perche egli "e del tutto nel mondo contadino, parte di esso per nascita, per costume, per lingua, per solidarieta di natura, e insieme ne e necessariamente fuori per la sua qualita espressiva" (Levi, 1964: IX). Il fatto e che la parola di cui Scotellaro dota chi mai aveva potuto avere la voce e di natura particolare, avendo "il suo valore essenziale di rilevazione non sociologica ma poetica" (Levi, 1964: XIII). In altri termini la sua antropologia si e trasferita dal piano delle inchieste dei grandi meridionalisti alla letteratura. Ecco perche attraverso il racconto dei suoi contadini "da forma poetica e vera a una condizione umana permanente". A prendere cognizione di se e a esprimersi per la prima volta non e soltanto Rocco o la sua famiglia, o il contadino di Tricarico, ma la Lucania tutta, e con essa tutte le Lucanie del mondo, ogni Sud di ogni continente, ogni mondo subalterno che vive la stessa condizione antropologica.

Si capisce allora perche, nell'assumere su di se questa valenza universale, Scotellaro relega nel limbo dell'indistinzione le date degli avvenimenti storici voluti dai potenti. La storia d'Italia e accennata di lontano, senza mai essere precisata nelle sue coordinate temporali. In modo del tutto incidentale si da notizia dello scoppio della guerra (Scotellaro, 1986: 25) e con altrettanto laconismo si impara che la guerra e finita (Scotellaro, 1986: 47). Oltre a questi, gli unici altri cenni storici sono quelli offerti dal padre di Rocco, che rievoca nel corso di un soggiorno a Roma la visita al "punto di Matteotti" (Scotellaro, 1986: 16), e da un frammento che, oltre al nome di De Gasperi, fa quello del generale Alexander, per constatare pero che nessuno leggeva il suo proclama, vittima di un'indifferenza opposta all'autorita e al rispetto con cui e ascoltato il sindaco Scotellaro (Scotellaro, 1982: 136). Se i problemi del "Mezzogiorno contadino italiano" non sono "soltanto quelli di un suo particolare momento, oggi", ma gli stessi, "nel loro fondo..., di centinaia di milioni di uomini di ogni paese, che, con colori e tradizioni e vicende diverse, si pongono dappertutto di fronte allo stesso salto di tempi e di civilta" (Levi, 1964: XIV), vuol dire che il trattamento del tempo non puo solo seguire un percorso cronologico, lineare e progressivo, ma una visione ciclica. A che cosa puo servire la determinazione di una data piuttosto che un'altra, quando a contare nei cicli lavorativi del mondo contadino sono i tempi molto piu dilatati delle stagioni, identici a ogni latitudine del mondo? Le stagioni dell'anno, in ogni luogo, sono un eterno ritorno. Non per caso del Cristo si e fermato a Eboli (Levi, 1945) Scotellaro cita nell' Uva proprio quel passo che denuncia una condizione "eternamente paziente", nella quale "il contadino vive... la sua immobile civilta". E per confermare questa asserita fissita Scotellaro descrive di seguito la postura di Giappone, paragonato a "un antico romano al triclinio", come se da allora nulla fosse cambiato (Scotellaro, 1986: 74).

La traduzione metaforica del tempo e pertanto di tipo organicistico, parallelo al ciclo dell'uva puttanella che tutti gli anni nasce nella vigna e finisce nel tino. Nulla di piu distante da una concezione del tempo di ascendenza meccanicistica, come quella suggerita dal movimento delle lancette dell'orologio, pertinente semmai a una "civilta urbana, evoluta e complessa, per i bisogni precisi della sua vita pubblica e religiosa", per la quale "puo provare la necessita di sapere l'ora, di misurare un intervallo di tempo" con una precisione molto maggiore (Koyre, 1967: 103). Per Rocco invece il tempo dell'orologio e qualche cosa di contingente, di estraneo, di remoto, spesso legato ai luoghi del potere. A Matera "l'orologio lontano della citta" e posto "in capo al giallo palazzo del tribunale", e a Rocco piace cancellarlo nella natura, facendolo diventare "un pezzo del cielo azzurro", che si intravede tra il fogliame degli alberi (Scotellaro, 1986: 89). (7) A loro volta i giudici, che determinano la durata delle pene, "erano dei pentoloni carichi, le cui lancie segnavano il tempo, le ore e i minuti e scoppiavano all'ora voluta dal potere esecutivo" (Scotellaro, 1986: 83). (8) Nell' Uva il tempo gestito dall'autorita, sia quello dei giudici, che ai prigionieri da loro condannati impongono attese "lunghe e indifferibili" (Scotellaro, 1986: 71), sia quello della liturgia stabilita nel collegio dei Cappuccini, implica sempre un rituale monotono e rigido, alla cui noia viene opposto festremo entusiasmo" dei collegiali (Scotellaro, 1986: 22), che per un istante sovvertono con la loro anarchica liberta i meccanici e imperativi rintocchi che prescrivono la disciplina e gli obblighi.

Coerentemente a questo assunto, Y Uva e priva di date, di giorni e di ore e questa sua acronia fa dell'autore "un figlio che ama la somiglianza con gli altri figli" (Levi, 1964: XV), che proietta sulla propria esistenza quella di un'umanita come lui vissuta in tutt'altri tempi. Per misurare il divenire, Rocco si regola con l'ombra lasciata per terra dal suo corpo (Scotellaro, 1986: 30), dalla quale deduce, quando "torna piu presto sui piedi", che la stagione e ormai quella autunnale (Scotellaro, 1986: 45). Le ore del giorno sono molto approssimate, dedotte da stati d'animo, come quando identifica le dieci del mattino con l'"ora della contentezza del mondo", quando tutti sono ormai istradati nei luoghi delle loro occupazioni (Scotellaro, 1986: 53). "L'orologio di Basilicata", si legge in un suo epigramma, e quello che misura il tempo "da sole a sole" (Scotellaro, 2004: 309). I cicli stagionali e quindi i mesi dell'anno sono ricavati dalle fasi della natura e dei lavori nei campi: si capisce che e luglio sentendo che la vigna bolle di cicale (Scotellaro, 1986: 30), ottobre reca la vendemmia e il vino, che, quando "sara buono", vorra dire che e arrivato febbraio (Scotellaro, 1986: 45). Valgono insomma anche per VUva le conclusioni cui e giunto per la poesia Donato Valli, per il quale "il tempo indicato dai cicli naturali del paesaggio lucano e in pratica fuori del tempo perche rapportabile al ritorno di tutte le stagioni di tutti gli anni, e a nessuna di esse in particolare" (Valli, 1991: 307).

Alle scansioni temporali dovute alle azioni degli uomini Scotellaro sostituisce quelle della natura, il cui divenire e inteso con percezioni sensoriali. Del trascorrere dei mesi Scotellaro si rende conto non guardando al calendario o all'orologio, ma ai mutamenti cromatici della natura dettati dal ciclo stagionale. Parrebbe un reclinare "nell'elegia della memoria", la quale pero, per continuare la citazione di Calvino, "serba intatto il fuoco della sua passione morale", "come cenere incandescente" (Calvino, 1995: I, 70). E significativo che l'aspetto dell' Uva che piu piacque subito a Calvino e lo indusse a giudicarlo un "bellissimo libro" non furono "le parti di memoria lirica", (9) considerate "meno nuove" delle altre, essendo egli notoriamente insofferente verso ogni abbandono sentimentale di introspezione psicologica, di approfondimento intimistico, ma le pagine "dove conoscenza poetica e attitudine interpretativa si congiungono" (Calvino, 2000: 413). (10) Calvino sapeva bene che questa voce che ambiva a rappresentare e al tempo stesso a giudicare il mondo subalterno era, in una stagione neorealistica gravida di tensioni morali, un principio di poetica unanimemente condiviso. Non gli sfuggiva pero una contraddizione tra gli enunciati di principio e la loro concreta attuazione, nella quale ancora persisteva, nonostante tutto, l'"uomo ermetico", incapace di lasciarsi "sopraffare da altre ragioni che non siano quelle dei suoi minimi trasalimenti scontati fino all'osso", animato dal fastratto furore" di chi "sente la tragedia della storia ma puo muoversi solo al margine di essa, parteciparvi solo liricamente" (Calvino, 1995: I, 10-11).

La presenza di "quest'uomo avaro di sentimenti e sensazioni ma senz'altra concretezza al di fuori d'essi, quest'uomo senza appigli, protetto da uno scabro guscio siliceo o sfuggente come un'anguilla" e notata nella Conversazione in Sicilia di Vittorini (Vittorini, 1942), o in Moravia, che ha caro il tema "della non-adesione, del rapporto negativo col mondo". Esemplare di questa mancata organicita tra l'io e gli altri e una scena di Prima che il gallo canti (Pavese, 1949), che per Calvino assume un vivido valore simbolico. E quella in cui un intellettuale antifascista mandato al confino "sa di dover stare in margine a leggere la storia che gli altri scrivono" e si limita a guardare "in tralice dal lato opposto dell'osteria" "operai e barcaioli e bevitori", e "vorrebbe esser come loro e non sa" (Calvino, 1995: 11). Niente di piu lontano da questa situazione in cui si segna una distanza incolmabile e la prospettiva dell'Uva puttanella che, quantunque sia la storia personale di Scotellaro, "delle sue dimissioni da sindaco, e il ritiro nella vigna del padre e il ripensamento della sua vita", mostra anche che il suo autore possiede l'"agilita... di realizzarsi concretamente e non decorativamente nella vita politica", senza particolari "problemi di comunicazione col popolo", "perche in mezzo alla sua gente si trovava a perfetto agio, anzi realizzava se stesso parlando coi suoi paesani e facendoli parlare" (Calvino, 1995: 13). Calvino condivide dunque con Levi l'idea che Scotellaro, dando voce alla "buia Lucania", l'abbia sottratta all'isolamento, facendole trovare nella parola il senso della sua esistenza.

Note

(1.) "L'uva puttanella non e una autobiografia ne un'inchiesta... Non e neppure, e tanto meno, un romanzo... E piuttosto, per usare lo stesso termine che egli adopro per il Cristo si e fermato a Eboli, un 'memoriale'" (Levi, 1955: 18). Meno risoluta e pero l'affermazione contenuta nella successiva prefazione all'edizione del 1964: "'Romanzo', sta scritto sulla copertina dei quaderni dove egli lo andava scrivendo, o 'memoriale', come egli amava definire il mio Cristo si e fermato a Eboli" (Levi, 1964: Vili).

(2.) Si vedano, per "la difficolta di trovare un giusto dosaggio" tra queste due tendenze, i due saggi di argomento scotellariano inclusi in Vitelli, 2003: in particolare 165 e 185. Vedi anche Certa, 1974: 327.

(3.) E un aspetto tutt'altro che sorprendente in chi aveva "l'occhio prensile" perfino "verso le letterature straniere e l'attrazione profonda per la classicita" (Vitelli, 2004: 345).

(4.) Cosi Scotellaro e stato chiamato, unico in mezzo a tanti "esploratori" della civilta contadina giunti dalla citta, da De Jaco, 1974: 529.

(5.) In Scotellaro, 1982: 119 l'appunto termina cosi, ma nell'appendice a Scotellaro 1986: 320 segue, deduzione quasi inevitabile, la chiosa "il loro capo".

(6.) Calvino, 1995: II, 2166. L'articolo, con il titolo Ricordo di Scotellaro, usci su "L'Unita" il 22 dicembre 1953. Con largo anticipo, il lungimirante Calvino si era accorto per tempo che in Scotellaro si era consumato un "incontro-scontro tra due codici culturali, quello egemone e quello contadino subalterno", come poi si sarebbe espresso Martelli, 1988, trovando pieno consenso in Vitelli, 2004: 345.

(7.) Che l'orologio non faccia parte della vita dei campi ma dell'arredo urbano, o comunque di un agglomerato di case, e confermato dal racconto narrato da Trufelli, 2003: 81-104, che prende proprio le mosse dall'orologio della piazza di Tricarico.

(8.) Resta, se la grafia di "pentoloni" e esatta, l'incertezza del significato da attribuirsi al termine che, per essere dotato di "lancie" e segnare il tempo, puo essere un allotropo di "pendoloni", accrescitivo di "pendoli", quantunque il fatto di "scoppiare" puo far pensare anche a grosse pentole che, simili a vesciche o a palloni gonfiati, connotano la boria tronfia e supponente del potere.

(9.) Lo stesso Scotellaro, confidando ad Amelia Rosselli le difficolta della stesura dell'Uva, lamentava la sua insoddisfazione proprio "per un certo lirismo appiccicaticcio, che viene fuori per volere io attenermi alla necessita di stringere i fatti", mentre per dare vita a un racconto dovrebbe adagiare quei fatti, se ne fosse in grado, in "un ampio letto di fiume per farli scorrere in una riposante piena tipo inondazione". La lettera e pubblicata da Vitelli, 2003: 181-182.

(10.) Il giudizio e in una lettera del 3 agosto 1954 a Carlo Levi.

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Andrea Battistini Universita di Bologna, Italia

Autore corrispondente: Andrea Battistini

Andrea Battistini, Universita di Bologna, Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica, Via Zamboni 32, Bologna, Italia.s

Email: andrea.battistini@unibo.it
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Title Annotation:Rocco Scotellaro, poet was a voice for Italian Southerners
Author:Battistini, Andrea
Publication:Forum Italicum
Article Type:Critical essay
Geographic Code:4EUIT
Date:Aug 1, 2016
Words:4763
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