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Rappresentazioni licenziose nei componimenti poetici di Domenico Tempio: Il versante maschile.

Nel corso dei secoli, la letteratura ha spesso raffigurato l'uomo, e la donna, in modo ose. Se quest'ultima e stata richiamata attraverso le forme fisiche quali seno, fondoschiena e vulva, il maschio e stato in genere evocato attraverso un solo attributo: il membro. E per il tramite di tale "appendice" che egli si distingue dalla femmina. Come scrisse Calvino (1978: 140), poeta trapanese vissuto tra Settecento e Ottocento, al verso 171 del componimento La nascita di Paulu, "Nun lu viditi ch'e l'omu minchiuni?" (Non lo vedete che e l'uomo un minchione?). Quest'ultimo termine va inteso nel senso di accrescitivo del suo organo sessuale, quasi con significato "riassuntivo" dell'essere vivente maschile.

Il presente lavoro focalizza la rappresentazione in versi del fallo in alcuni testi di un importante autore della stessa epoca: il catanese Domenico Tempio (1) (1750-1821).

Concentrando l'attenzione sull'organo virile, occorre evidenziare principalmente alcuni degli scritti lubrici di questo poeta, assieme ad altri non propriamente tali, bensi "solo" erotici--chi scrive ne fornisce di seguito una traduzione con un approccio che intende essere il piu fedele possibile alla scrittura originaria, al di la di inevitabili perdite in termini strettamente linguistici e di intensita espressiva. Uno di essi, in particolare, vi ruota attorno: il sesso smisurato di un materassaio. Ai vv. 61-72 del componimento in sestine narrative intitolato L'Imprudenza o Lu Mastru Staci (ms non autografo 2 Qq.D 125 cc. 132-133), si legge:
D'un multu rispettabili, e pantoticu
Pezzu ch'e senza esempiu, e non ha paru
Era patruni, e domini, e dispoticu
St'avventuratu assai matarazzaru,
Cci sprolunga di mezzo all'anchi sui
Comu nna terza coscia, e forsi chiui.

Percio cosa bisesta pri copriri
Cautela non cce chi po bastari
Si cridi Mastru Staci chi vidiri
La po nessunu, e intantu assai nni pari,

Nn'ammuccia quantu po, ma cio chi resta
Fora, chiu di meta nni manifesta.

Di un molto rispettabile, e imponente
Pezzo ch'e senza esempio, e non ha pari
Era padrone, e domine, e dispotico
Questo fortunato assai materassaio,
Gli prolunga in mezzo alle gambe sue
Come una terza coscia, e forse piu.

Percio cosa corpulenta per coprire
Cautela non c'e che possa bastare
Crede Mastru Staci che vedere
Non la puo nessuno, e intanto assai ne,
appare,
Ne nasconde quanto puo, ma cio che resta
Fuori, piu di meta ne manifesta.


Mentre egli e intento ad espletare, in strada, un bisogno fisiologico, passa di li un altro personaggio non piu giovane, il notaio Codicillu, il quale scopre la "dotazione" e ai vv. 97-114, (ms 2 Qq.D 125 cc. 134-135), che non si riportano per brevita, pronuncia parole di stupore. Sono strofe permeate anche di ironia: alcuni inserimenti in latino che vi si colgono--rappresentano una costante nella poesia di Tempio, in linea con un canone di scrittura della sua epoca--restituiscono un'immagine per certi aspetti assurda, ma divertente, del notaio stesso.

Secondo la prospettiva di Bergson (1904: 18), cio dehnea dell'umorismo: sono i comportamenti e gli atteggiamenti rigidi a costituire il comico ed il sorriso vuole essere una sorta di castigo per gli automatismes che fanno cozzare l'individuo contro il mondo e che lo rendono ridicolo. Questo puo essere ben riferito a don Codicillu, che risulta 36 "vittima" di una deformazione professionale perche trasferisce di continuo nella vita privata aspetti della sua professione. Nel caso specifico, egli usa spesso, e a sproposito, termini di provenienza giuridica.

Tornato a casa, l'uomo racconta tutto alla moglie Petronilla: ai vv. 163-180 (ms 2 Qq.D 125 cc. 138-139), anche in questo caso non citati per concisione, riferisce della "meraviglia" che ha visto e indica, rispettivamente al verso 184 (ms 2 Qq.D 125 c. 139) e 187 (ms 2 Qq.D 125 c. 139), alcuni particolari circa il suo aspetto. Il "report" risulta abbondante e cio spingera la donna, finita in una morsa di lussuria, ad organizzare un incontro clandestino, che solo per un caso fortuito non arrivera alla sua naturale "conclusione".

Pure in ulteriori componimenti ricorre la presenza di organi virili ugualmente imponenti. Ad esempio, ai vv. 53-54 dell'ode-canzonetta dal titolo Lu Sticchiu largu (2) (ms autografo B.305 c. 85v) si legge di
Sticca di vinti pollici
D'un Patri Zucculanti

Stecca di venti pollici
Di un Padre Zoccolante (3)


L'ode-canzonetta intitolata Lu Cazzu grossu (Tempio, 1874: 140)--gia il titolo e indicativo--e, a sua volta, dedicata al membro di un altro personaggio non meglio specificato e i vv. 65-78 non segnalati per brevita fanno riferimento alla sua lunghezza.

Persino Giove risulta particolarmente dotato. Nelle ottave toscane de La minata di li Dei (Tempio, 1874: 329), ai vv. 20-22 del suo organo sessuale viene detto:
E avia la minchia chiu dura d'un marmu.
Cuntava di diamitru, si non sgarru,
Triccentu uttanta canni e menzu parmu;

E aveva la minchia piu dura d'un marmo.
Aveva di diametro, se non sgarro,
Trecentottanta canne e mezzo palmo;


In proposito, va ironicamente ricordato quanto Di Maria e Cali (1970: 186) commentavano in proposito: "la canna e una misura di lunghezza di otto palmi; il palmo corrisponde a circa 26 centimetri; Giove pertanto, se non sgarriamo, inalbera verga che misura, solo in diametro, il mezzo chilometro;". A conti fatti, il membro del re dell'Olimpo e davvero colossale. Il che e manifestamente inverosimile.

Nelle composizioni tempiane, lo "sceptre de Venus" (4) trova modalita diverse di rappresentazione. Non solo descrizioni del suo aspetto o "valutazioni" positive o negative a seconda dei casi, ma anche l'evidenziazione del suo "vigore". Cio e riscontrabile in non poche composizioni, come, ad esempio, ai vv. 53-68 de Lu Sticchiu largu (ms B.305 c. 85v), in cui il personaggio maschile non senza ironia cosi si esprime:
Stu pezzu magnatizziu
Chi snoda argiutu e fera
Lu s6 elaterio, e in furia
Straggi minaccia alteru;

Questo pezzo magno
Che disnoda mascelluto (5) e fiero
Il suo impulso, (6) e in furia
Strage minaccia altero;


Ai vv. 29-32 dell'ode-canzonetta La prima Sira (ms non autografo E. 10 c. 13), a sua volta, il novello marito cosi si rivolge alla sposa:
Tuccannu sti minnuzzi
Sta minchia mia s'arritta
Dammi la manu o Nici
Vidi com'e a la additta

Toccando queste tette (7)
Questa minchia mia si eccita
Dammi la mano o Nice
Vedi com'e eretta


Altri scritti, dal canto loro, sottolineano l'eccitazione maschile: cosi, ad esempio, i vv. 29-30 dell'ode-canzonetta Soliloquio Amurusu (ms E. 10 e. 43) e i vv. 3-4 dell'ode-canzonetta dal titolo Lu crapicciu (ms E. 10 c. 41).

Pure da certi testi non propriamente lubrici, ma erotico-sentimentali, traspare la maschia potenza: si vedano, ad esempio, il verso 7 dell'ode-canzonetta A Clori (8) (ms B.305 c. 53)e i vv. 19-20 dell'ode canzonetta Lu Ziu e la Niputi (Tempio, 1874: 152).

Anche ad una sposa vergine che vuole rimandare il momento della copula, al verso 59 del testo polimetro dal titolo Lu matrimoniu di la prima sira (Tempio, 1874: 341) il consorte reagisce spazientito facendole notare il suo stato di eccitazione: "Comu aspittari s'aju un cazzu tantu?" (Come posso aspettare se ho un cazzo tanto?).

Ai precedenti vv. 49-50 (Tempio, 1874: 341), la stessa donna aveva chiesto:
Ch'e sta cosa pilusa, grossa e dura,
Citrigna e longa, ca vi nesci fora?

Che cos'e questa cosa pelosa, grossa e dura,
Soda e lunga, che vi esce di fuori?


Interessante e la risposta che l'uomo da subito dopo ai vv. 51-52 (Tempio, 1874: 341):
Si chiama cazzu, ca pri so natura
Vidennu sticchi e culi li divora;

Si chiama cazzo, e per sua natura
Vedendo fiche e culi li divora;


E una sorta di "definizione" che trova conferma ai vv. 45-48 dell'ode-canzonetta La manica dispirata (Tempio, 1874: 325), i quali, riferiti alla "minchia", recitano:
Fusti fatta 'ntra lu munnu
Di la provvida Natura,
Pri ficcarti 'ntra lu cunnu
D'ogni nata criatura.

Fosti fatta nel mondo
Dalla provvida Natura,
Per ficcarti dentro la fica
D'ogni nata creatura.


Altrove, l'organo virile risulta richiamato in termini differenti, al limite dello "scientifico". Ne Lu Cazzu grossu, ad esempio, si rileva l'espressione "gran torcia" al verso 25 (Tempio, 1874: 139), mentre ai successivi vv. 62-64 (Tempio, 1874: 140) la protagonista femminile che parla si lamenta del fatto che Tirsi intende
Fari a nna pasturedda
Nna leva matematica
Ccu ssa gran manuedda.

Fare a una pastorella
Una leva matematica
Con quella gran manovella.


Non solo: al precedente verso 51 (Tempio, 1874: 140), ella indica anche "spranga elettrica".

Nell'ode-canzonetta Lu Cojtu in Preteritu Perfettu, inoltre, con un richiamo ad Archimede si legge:
Chi non putia cumprenniri
Comu ccu un'assi internu (9)
Putissi mai nna fimmina
Girari supra un pernu.

Che non poteva comprendere
Come con un asse interno
Potesse mai una donna
Girare sopra un perno.


E quanto scritto ai vv. 633-636 (ms non autografo E.49 c. 338r), che rimandano al congiungimento carnale.

Negli ultimi casi, dunque, del fallo viene data un'immagine "meccanicistica": esso sembra un "congegno" piuttosto che un organo vitale dagli impliciti tratti psicologici. L'uso da parte di Tempio di vocaboli appartenenti ad un linguaggio specialistico va probabilmente messo in relazione con lo sviluppo scientifico che, com'e noto, ebbe luogo nel corso del Settecento. Sembrerebbe, quindi, che il poeta avesse voluto prendere in prestito parole tecniche alle quali diede un valore metaforico in chiave licenziosa. Come rilevava, in proposito, de Nola (1971: 161), "Et jusque dans les verses pornographiques les sortileges du Progres scientifique s'imposent au vocabulaire: le membre viril sera appele " spranga elettrica " et " leva matematica"".

Nel componimento teste richiamato, il sesso maschile, congiunto con quello femminile, presenta un'ulteriore nuance. Cosi avviene ai precedenti vv. 629-632 (ms E.49 c. 338r):
Stracca, cerca di sedirsi,
Supra di mia si sedi,
Stu centra matematicu
Non lu sapia Archimedi.

Stanca, cerca di sedersi,
Sopra di me si siede,
Questo centro matematico
Non lo conosceva Archimede.


In questo caso, dunque, il coito e, di rimando, il fallo appaiono come qualcosa che non ha nulla di umano. In verita, essi valgono ad indicare la "perfezione" dell'unione carnale tra maschio e femmina, vero "meccanismo ad incastro", che rientra nell'ordine naturale delle cose.

Gli stessi componimenti scurrili offrono, poi, un campionario piuttosto ampio di espressioni tutte riferite al sesso maschile: tra di esse, ad esempio, "pifera" (piffero), "pezzu duru" (pezzo duro), "dardu" (dardo), "puntata artigghiaria" (puntata artiglieria), "tappu" (tappo), "ghiommaru" (gomitolo), "virga" (verga), "sugghiu" (cilindro), "sosizza" (salsiccia), "machina" (10) (macchina), "jaci" (ago della bussola (11)), "incantismu" (incantesimo), "magisteriu" (magisterio (12)), "chiovu" (chiodo), ecc. A quelle siciliane indicate, vanno aggiunte certe forme in lingua toscana, come, ad esempio, "gemma", "bizzarria", "lima", "cosa magna", "terza coscia", "mazza", "armatura", "bestia", ecc.

La lista evidenziata, per quanto parziale, gia mostra una certa ricchezza lessicale. A parte il "florilegio" terminologico di cui il poeta fece sfoggio, lo stesso vernacolo catanese proponeva un'ampia gamma di espressioni e metafore. L'organo virile, dunque, trovava rappresentazione attraverso parole che attingevano ad altre originariamente impiegate in contesti differenti con significato specialistico: ad esempio, il settore notarile, tessile, musicale, alimentare, della pesca, ecc. I vocaboli in questione risultavano ricodificati e piegati al doppio senso erotico.

Una parte di essi, in particolare, manifestava un effetto elogiativo ottenuto per il tramite di "sfumature" ironiche e grottesche che esaltavano l'aspetto, le dimensioni e la "potenza" del membro virile. Tra i termini, possono, ad esempio, essere citati "canna d'organu" (canna d'organo), "truncuni" (troncone), "culumbrina" (colubrina), "manicu" (manico), "pezzu pantoticu e majusculu" (pezzo imponente e maiuscolo (13)), "longu attrezzu" (lungo attrezzo), "cucumeru" (cocomero), "grungu di funnali" (grongo di fondale), "anca di camiddu" (anca di cammello), "grossa pennula" (grosso pendente), "timuni di carrozza" (timone di carrozza), "stanga di purtuni" (stanga di portone), "spata" (spada), "serpenti" (serpente), "cazzu pantoticu" (cazzo imponente), "purtentu" (portento), "culovria" (bastone), ecc. In proposito, va ricordato come una delle caratteristiche della poesia "oltraggiosa" settecentesca fosse la magnificazione. (14) Di Maria (1985: 17) affermava che era "la spacconata riferita al sesso nei suoi due generi", la quale dilatava il discorso anche al di la del credibile. Nei casi prima richiamati di Giove e del materassaio Staci, ad esempio, a conti fatti il loro membro risulta davvero eccessivo. Le strofe "impossibili" di Tempio volevano, per l'appunto, esagerare. L'obiettivo della magnificazione era raggiunto in pieno.

Oltre ad essere una tecnica di scrittura, l'iperbole valeva ad amplificare il mondo sessuale a contraltare di quello reale, che gli ipocriti costumi sociali dell'epoca volevano asessuato. Unita spesso all'ironia o all'umorismo, essa serviva come strumento di satira contro i difetti umani ed il perbenismo. L'effetto, quindi, era quello di staffilare e di provocare. Talvolta, poi, il paradosso supportava una qualche idea in contrasto con il sentimento corrente. La presenza di queste figure retoriche faceva si che la parola scurrile, quindi anche quella di Tempio, fosse efficace e che nascondesse, dietro un'apparente volgarita di rappresentazione ed una vacuita di significato, un senso preciso.

Il fallo, che ai vv. 50-51 del testo non licenzioso Lu canteru di Binidittu (Tempio, 1972: 333) e richiamato anche ironicamente in termini di "Lu fatigusu, amicu/Riprodutturi anticu" (L'affaticato, amico/Riproduttore antico), ossia di 'membro che instancabilmente si e da sempre dato da fare affinche l'umanita potesse riprodursi', non risulta pero solo magnificato. In certi testi, al contrario, esso appare sminuito: formule quali, ad esempio, "cazzu barbaru" (cazzo barbaro), "catapulta orribili" (catapulta orribile), "cugnu chi sbalanca" (cuneo che spalanca), "decrepita minchia", ecc., depongono in tal senso. Per quanto concerne, in particolare, "minchiazza" (minchia (15)), il vocabolo si presenta in modo duplice: da un lato, puo valere in senso peggiorativo-spregiativo, dall'altro come parola connotata ironicamente, quindi falsamente sprezzante, per sottolineare la grande "dotazione" di un uomo.

Ulteriori immagini negative colpiscono il membro nella sua "idoneita" sessuale e lo mostrano tutt'altro che "eccelso". E il caso, ad esempio, del "minchiuni rancitusu" (minchione rancido) di un anziano indicato al verso 4 dell'ode-canzonetta Insinuazioni a una Picciotta chi si faceva futtiri d'un vecchio (ms E. 10 c. 24), possessore di
Nna minchiazza allaccarata
Chi nemmenu po arrittari

Una minchia floscia
Che nemmeno puo eccitarsi


richiamata ai successivi vv. 7-8 (ms E. 10 c. 24).

I vv. 13-16 dell'ode-canzonetta Elogio d'una certa Antonia (ms E.10 c. 45) descrivono, a loro volta, il membro di un altro uomo attempato:
E fridda e piccula
Menza gruttata (16)
Coma casentulu
Stava ammucchiata

E fredda e piccola
Mezza raggrinzita
Come verme
Stava nascosta


Altrove, l'organo virile viene ritratto mentre passa da una situazione "superba" ad una "modesta". Ne Lu matrimoniu di la prima sira (Tempio, 1874: 340), ai vv. 43-48 lo sposo dice alla novella moglie:
Apri li cosci, chiudi l'occhi, ammucca,
Stu maccarruni a la fini di brocca,
Ca trasi, sfoga, e di latu trabacca;
Metdti bona, e vidi chi t'incrocca
Chi ti lassa lu meli 'ntra la vucca,
Chi poi sfugannu mischinu s'accucca.

Apri le cosce, chiudi gli occhi, inghiotd,
Questo maccherone alla fine appundto,
Che entra, sfoga, e di lato cade;
Mettiti buona, e vedi che ti aggancia
Che ti lascia il miele nella bocca, (17)
Che poi sfogando vinto si addormenta.


Altrettanto "dimesso" appare quel membro colto a conclusione dell'atto sessuale. Ai vv. 61-64 dell'ode-canzonetta La futtuta all'Inglisa (Tempio, 1874: 320), e scritto:
Eccu, chi cadi sazia
La minchia a passuluni;
La testa posa languida
Pri supra li cugghiuni.

Ecco, che cade sazia
La minchia appassita;
La testa posa languida
Sopra i coglioni.


Inoltre, nell'Elogio d'una certa Antonia (ms E. 10 c. 46) al verso 62 sono richiamati dei "Cazzi imputenti" (Cazzi impotenti).

Da quanto precede, risulta che il fallo non e individuato sempre e solo nel suo "splendore", ma appare anche "ridotto" e viene rappresentato in defaillance per cause diverse.

Altre volte, e lo stesso maschio che provvede inconsapevolmente alla propria reductio. E quanto avviene, ad esempio, con i vv. 123-128 de Lu matrimoniu di la prima sira (Tempio, 1874: 343):
Binchi lu cazza miu scarsu non e,
E di dari piaciri ha gran virtu,
Pura d juru supra la mia fe
Ca di stu cazzu cuntend non su:
Vurria lu cazzu di Titta Mule
Ca spavintusu 'ntra lu munnu fu.

Benche il cazzo mio scarso (18) non sia,
E di dare piacere ha gran virtu,
Pure ti giuro in fede mia
Che di questo cazzo contento non sono:
Vorrei il cazzo di Titta Mule (19)
Che impressionante nel mondo fu.


Lo sposo, dunque, manifesta un particolare atteggiamento psicologico comune a molti uomini; l'insoddisfazione per le dimensioni del pene e il desiderio di essere maggiormente dotati. Il fatto che Tempio ne avesse riferito sembra dimostrare come non si tratti di un cruccio, il piu delle volte infondato, solo dei maschi moderni, ma anche di quelli piu antichi.

Nella sessualita rappresentata dall'autore catanese, tutto sembra ruotare intorno al membro maschile: e esso il "protagonista" di quella che appare una fallocrazia. Prendendo a prestito certe parole di Todorov (1967: 58), si potrebbe dire che esso "joue un role de premier ordre et c'est a partir de lui que s'organisent les autres elements du recit".

Vi e, tuttavia, qualche eccezione declinata al femminile rispetto alla "regola" che vuole l'organo virile come r"oggetto di spicco": lo sticchiu largu (fica larga) dell'omonima composizione e, "come alternativa erotica da prescegliersi" (Di Maria, 1985: 22), il culu (culo) cui Tempio dedico un "elogio" (ms E.10 ce. 24-28).

Non solo il fallo in se e per se, ma anche le "operazioni" che esso compie appaiono "centrali" nel quadro del rapporto carnale. Ai vv. 37-38 de La prima Sira (ms E. 10 c. 14), e scritto:
Chissa nna lu to sticchiu
Ti l'aju iu a ficcari

Questa nella tua fica
Te la devo io ficcare


A sua volta, ai vv. 45-46 de La futtuta all'Inglisa (Tempio, 1874: 319) si legge:
Ma gia serruli serruli
La virga s'intruduci,

Ma gia impetuosamente
La verga s'introduce,


Lo stesso materassaio prima evidenziato "opera". Ai vv. 449-450 de L'Imprudenza o Lu Mastru Staci (ms 2 Qq.D 125 c. 154), egli:
insinua ddu gran membru obesu
Fra lu Pelusiu, e lu Peloponnesu.

insinua quel gran membro obeso (20)
Fra il Pelusio, ed il Peloponneso.


Quest'ultima strofa richiama le parties honteuses del corpo femminile. Come Di Maria e Cali (1970: 470) evidenziavano, sono termini dall'implicito erotico, anche "geografici": il "Pelusio" indica, in tutta evidenza, i peli del pube e, dunque, la vulva, mentre il "Peloponneso", richiamando la "voluminosa" regione greca, evoca il sedere. Da notare, in particolare, il termine "Pelusio", che ricorre pure nel sonetto di Parini (1929: 289) intitolato Per la ballerina Pelosini. Il verso 14, con una nuance certamente erotica, recita: "per quella via che in ver Pelusio mena"--en passant, va rilevato che Tempio richiamo parzialmente la strofa ("Che in ver Pelusio mena") al verso 214 del dramma intitolato La Grammatica Pilusa (ms E.49 c. 294r).

Che il membro appaia il "protagonista" del coito risulta pure dal punto di vista lessicale. Ne fanno prova termini quali "travagghiannu" (lavorando), cio che fa il materassaio al verso 495 de L'Imprudenza o Lu Mastru Staci (ms 2 Qq.D 125 c. 156); "trasiri" (entrare), che e quanto fa il partner al verso 50 de Lu Sticchiu larga (ms B.305 85v); "Poi dintra impituusa ci la scagghia," (Poi dentro impetuosa gliela scaglia,), quel che opera Vulcano sulla giovanissima Venere al verso 247 de La minata di li Dei (Tempio, 1874: 336); "ammucca" (inghiotti), che e quel che ordina lo sposo alla consorte al verso 43 de Lu matrimoniu di la prima sira prima indicato; "ghiuttirsi" (inghiottersi), come fa la non meglio specificata donna al verso 107 de Lu Cazzu grossu (Tempio, 1874: 141). Sono tutti vocaboli che riflettono qualcosa operato dall'uomo sulla donna.

Anche qualche metafora dai rimandi musicali conferma r"azione" in questione, come quella che si legge ai vv. 71-72 sempre de Lu Sticchiu largu (ms B.305 85v):
Quannu un cazzu a martoriu
dda dintra fai sunari.

Quando un cazzo a mortorio
La dentro fai suonare.


Allo stesso modo, il verso 177 de L'Imprudenza o Lu Mastru Staci (ms 2 Qq.D 125 c. 139) parla di "battagghiu pri li gran sunati," (batacchio per le gran suonate (21)).

Se l'uomo appare "operante", la donna "riceve". Ai vv. 59-60 de La prima Sira (ms E. 10 c. 14), la sposa afferma:
Li cosci vi li rapu
Fazzu zoccu mi diciti

Le cosce ve le apro
Faccio cio che mi dite


Che la partner "subisce" risulta pure da Lu Cazzu grossu. Al verso 17 (Tempio, 1874: 139) e scritto "Quannu trasiu ntra l'uteru" (Quando entro dentro l'utero) e non rileva "errore" che si coglie in merito alla penetrazione, che non avviene all'interno dell'organo femminile citato.

Se e il maschio a "dirigere" l'azione sessuale, di converso la donna appare ferma ad aspettare che egli compia l'atto. Solo talvolta ella "agisce" (22) in funzione dell'accrescimento del piacere. E quanto dice, ad esempio, la manica dispirata al verso 84 del componimento dall'omonimo titolo (Tempio, 1874: 327): "lu mi mettu a cazziari." (Io prendo a dimenarmi). Non diversamente, nel corso del "congresso venereo" clandestino con il materassaio, l'intraprendente Petronilla "partecipa" attivamente al coito, com'e scritto ai vv. 497-498 de L'Imprudenza o Lu Mastru Staci (ms 2 Qq.D 125 c. 156):
Ne la Nutara aggiungi a sti lavuri
Menu d'attivita, forza, ed arduri.

Ne la "Notaia" aggiunge a questi lavori (23)
Minore attivita, forza, e ardore.


In tale caso, dunque, la situazione si ribalta: la donna appare padrona di se e del "gioco" e si impegna attivamente pur di gustarsi il membro gigantesco di Staci. Ne deriva che esso sembra diventare strumento per il piacere femminile e perde centralita. Purtroppo, pero, "impegno" che ella mette durante il rapporto sessuale verra improvvisamente interrotto: nella stanza sopraelevata in cui la donna e l'uomo si incontrano, vi e un montone allevato dal notaio. Infastidito dai movimenti dei due amanti, l'animale dara una testata a lui ed entrambi precipiteranno giu, il che consentira all'ignaro marito di scoprire la tresca operata ai suoi danni.

Altrove, la donna viene invitata a "fare": al verso 58 de La futtuta all'Inglisa (Tempio, 1874: 320), nel quale si legge "Cazzia.." (Dimenati.). Ai successivi vv. 69-72 (Tempio, 1874: 320), inoltre, il maschio dice:
Te, ccu dui dita pigghila,
E fauni chi nni voi;
A lu to sticchiu adattila;
Fricala quantu poi.

Tie, con due dita prendila,
E fanne quel che vuoi;
Alla tua fica adattala;
Sfregala quanto puoi.


L'organo virile appare, in filigrana, anche quando certe strofe non lo richiamano direttamente. E cio che si coglie nella raffigurazione dell'atto sessuale, che fa perno sul fallo e sulle sue "operazioni". Neil'ode-canzonetta Addiu di Caudu, ad esempio, ai vv. 19-20 (ms E. 10 c. 22) un uomo tradito dichiara:
Non amu chiu na fimmina
Ca d'autri fu futtuta. (24)

Non amo piu una donna
Che da altri fu fottuta.


A sua volta, nella canzuna (25) intitolata Ad una puttana ca dopu di unu avirla futtuta vuleva essiri pagata, il personaggio maschile che parla nega ad una prostituta il pagamento dopo la "prestazione" e ai vv. 5-6 (ms E. 10 c. 40) cosi si difende:
Tu fusti lu murtaru iu lu pistuni
E quannu mai paga chiddu ca pista?

Tu fosti il mortaio io il pistone
E quando mai paga colui che pesta? (26)


Nei componimenti tempiani, il sesso maschile risulta in primo piano anche nel momento del godimento. Ai vv. 97-98 de La prima Sira (ms E. 10 c. 15), ad esempio, si legge:
Vasami tra la vucca
Ca gia staiu ittannu

Baciami nella bocca
Che gia sto venendo


A loro volta, i vv. 57-60 de La futtuta all'Inglisa (Tempio, 1874: 320) recitano:
Va, veni, Nici, baciami,
Cazzia.. mi veni., e lestu;
Gia mi currumpu, stringimi,
Abbrazzami; futti prestu!

Va, vieni, Nice, baciami,
Dimenati.. viene., e pronto;
Gia mi sciolgo, (27) stringimi,
Abbracciami; fotti presto!


Nell'ode-canzonetta intitolata Lu matrimoniu di Filenu e Glori, poi, ai vv. 57-60 (Tempio, 1874: 323) l'uomo cosi conforta:
Zittu, figghiuzza mia.
Non chianciri, non gridari;
Picca nui avemu a fari,
Eccu, mi vinni gia.

Zitta, figlia (28) mia,
Non piangere, non gridare;
Poco noi dobbiamo fare.
Ecco, e venuto gia.


Se il raggiungimento del piacere sembra un fatto di pertinenza dell'uomo, la donna, in genere, sembra restare "sospesa", soggetto mai "concludente" del coito. Vi sono alcune eccezioni, pero. Sverginata da Vulcano, Venere arriva all'acme: "Chi e duci! chi piaciri! 'un pozzu cchiu!" (Com'e dolce! che piacere! non ne posso piu!), afferma al verso 264 de La minata di li Dei (Tempio, 1874: 337).

Ne La prima Sira, poi, la sposa, ormai non piu "intatta", al verso 130 (ms E. 10 c. 16) afferma: "Chi gustu dilicatu" (Che piacere delicato). Non e difficile intuire che ella ha goduto sessualmente.

Non diverso il comportamento, ai vv. 115-118 (Tempio, 1874: 343), dell'altra sposa de Lu matrimoniu di la prima sira:
Stu futtiri e un piaciri tantu granni,
Ca mi disiu nautri trenta cunni.
E nautri trenta minchi mimuranni
Fri sentiri li gusti cchiu prufunni:

Questo fottere e un piacere tanto grande,
Tanto che desidero altre trenta fiche.
E altre trenta minchie memorabili
Per sentire i piaceri piu profondi:


In un parossismo di lussuria, ella sembra farneticare e brama di avere interminabili orgasmi.

A porre in evidenza il fallo, talvolta e la donna stessa. Ai vv. 133-136 de La prima Sira (ms E. 10 c. 16), ad esempio, Nice chiede di ripetere il coito:
Di novu lu farla
Si vui ci accunzintiti
Ficcatimilla prestu
Chiu tempu non pirditi

Di nuovo lo farei
Se voi acconsentite
Ficcatemela presto
Piu tempo non perdete


A sua volta, ne Lu matrimoniu di Filenu e Glori, ai vv. 69-71 (Tempio, 1874: 323) una sposa sempre meno leggiadra pastorella e sempre piu "puttana" ha raggiunto il piacere e confessa:
Si vui vuliti ditta
La vintati mia,
Di novu lu vurria,

Se voi volete detta
La verita mia,
Di nuovo lo vorrei,


Nel voler ripetere il rapporto carnale, dunque, le donne si mostrano disponibili a subire di nuovo l'assalto del fallo. In tal modo, lo evidenziano in controluce. Non solo: consumata la "prima volta" e chiedendo, senza ormai troppe remore, di ripetere ancora ed ancora un' "esperienza" piu che gradita, esse manifestano una certa "audacia", il che rende pure loro in qualche modo intraprendenti al pari della manica dispirata e di Petronilla prima segnalate.

Quanto esposto nei paragrafi precedenti conduce a molteplici considerazioni. La prima riflessione e relativa all'organo maschile tout court. Dalla lettura critica effettuata in questa sede, e derivata un'immagine di membro magnificato, ma a volte anche "ridotto", spesso imponente, sessualmente potente e pronto "azione". Esso da sfogo alle pulsioni del basso ventre, in risposta ad un istinto posto dalla natura. E il riflesso dell'armonia tra quest'ultima e l'essere vivente cosi come veicolata dal pensiero illuministico. Attraverso un gioioso futtiri (fottere), dunque, l'uomo e la donna adempivano un "obbligo superiore". Riecheggiando la cultura (29) dell'epoca, il poeta catanese lo affermo piu volte. Ai vv. 53-54 de La monica dispirata (Tempio, 1874: 326), ad esempio, si legge:
Quannu poi futtiri s'avi,
Pri precettu di Natura,

Quando poi fottere si deve,
Per precetto di Natura,


Una conferma e rintracciabile nel dramma dagli impliciti erotici dal titolo Tatu alliccafaudi. Ai vv. 378-380 (Tempio, 1972: 471), il giovane sostiene:
Voli matri Natura
Ch'in chistu uffiziu, e st'amurusu affannu

L'Omu coi travagghiassi tuttu l'annu.

Vuole madre Natura
che a questo ufficio (30), e a questo amoroso
affanno
L'Uomo ci si dedichi tutto l'anno.


Anche la prostituta chiamata Tignusa, nel tentativo di sedurre il ragazzo, ai vv. 766-768 (Tempio, 1972: 483) afferma la stessa cosa:
Ascuta di natura
La vuoi ca t'invita
A li belli piaciri di la vita.

Ascolta della natura
La voce che t'invita
Ai bei piaceri della vita.


L'esaltazione dell'amore quale legge suprema della natura e pure il Leitmotiv dell'epitalamio La Primavera: nessun essere vivente, uomini, animali o piante che siano, puo sottrarsi a
(...) la vuci imperiusa
Di Natura, e di l'istintu

(...) la voce imperiosa
Della Natura, e dell'istinto


E quanto si legge ai vv. 37-38 (Tempio, 1972: 278).

Nell'autore qui trattato, tuttavia, sembra che un "di piu" faccia capolino dai suoi versi sotadici. Come ha evidenziato Arriva (2015: X), "I personaggi di Tempio, non mangiano, non "fanno l'amore", ma divorano perche sanno che quello potrebbe essere l'ultimo pasto, l'ultima "futtuta"". Da un lato, dunque, e la fame di sesso, quella che spinge gli uomini e le donne tempiani a consumare famelicamente un atto naturale e la stessa la cui celebrazione, secondo Cali (1970a: LXII), induceva l'autore siciliano a comporre le poesie erotiche. Dall'altro, conduce alla sensazione di una morte che incombe. Di conseguenza, il futtiri diventa una sorta di rivalsa dell'ultimo presunto minuto di vita contro una fine attesa, ma che in qualche modo viene rinviata proprio grazie al fatto umano piu denso di valore.

Una seconda riflessione vede ancora il membro virile, ma quale "tappa obbligata" nella rappresentazione del maschio. Come anticipato, egli non presenta altri attributi sessuali, ad eccezione del sedere, "protagonista" delle strofe ad ambientazione omosessuale. Nell'ode-canzonetta erotica intitolata A D. Vincenzu G., (31) ad esempio, colui che parla ai vv. 1-26 (ms autografo U.l 15 c. 131) si rivolge al personaggio del titolo dicendogli:
D. Vicenzu
Quannu iu pensu
Ca vui dati a tutti culu
E a mia sulu sfurtunatu
Lu paiatu resta siccu
Pri disiu /e nni sugnu liccu/
Di ssi natichi tracchiuti
Chi pitittu, e sanitati
Ponnu dari a li malati
Ah chi iu cianciu
Puvirazzu
La mia sorti quant'e cruda
E poi dicu ntra di mia
S'iu l'aggranciu
Ccu stu cazza
Oh chi bella e nova cuda (32)!
Chi squisita sodomia
Pri sta minchia ca sarria!
Non so diri
Lu piaciri
Lu dilettu ch'iu pruvassi
Ntra ssu culu s'iu minassi
Ntra ssu culu di cuttuni (33)
Moddu, jancu e senza pila
S'iu cci nfilu stu minchiuni
No mai chiu non nisciria

D. Vincenzo
Quando io penso
Che voi date a tutu il culo
E a me solo sfortunato
Il palato resta a secco
Per desiderio /e ne sono ghiotto/
Di quelle natiche polpute
Che appetito, e salute
Possono dare ai malati
Ah io piango
Poveraccio
La mia sorte quanto e cruda
E poi dico dentro di me
Se io l'aggancio
Con questo cazzo
Oh che bella e nuova coda!
Che squisita sodomia
Per questa minchia sarebbe!
Non so dire
Il piacere
Il diletto che io proverei
Dentro questo culo se io menassi
Dentro quel culo di cotone
Molle, bianco e senza peli
Se io ci infilo questo minchione
No mai piu non uscirei


Inoltre, nel sonetto Ad un sodomista Ccu la camurria e reumatismi, ai vv. 9-11 (Tempio, 1907: 188) e scritto:
Culu, chi cosa si, ca mi lusinghi
Tantu, e mi porti ciecamenti e fari
Di chistu cazza miu tanti ziringhi?

Culo, che cosa sei, che mi lusinghi
Tanto, e mi porti ciecamente a fare
Di questo cazzo mio tante punture (34)?


L'organo virile, dunque, esercita una certa attrattiva anche nei confronti degli uomini, non solo delle donne. Per quanto concerne queste ultime, ne Lu Cazza grossu il personaggio femminile che parla ai vv. 1-4 (Tempio, 1874: 138) conferma:
Non negu ca li fimmini
Amanu Cazzu grossu,
E longu, e latu, e turgidu,
E duru comu un ossu.

Non nego che le donne
Amano il Cazzo grosso,
E lungo, e largo, e turgido,
E duro come un osso.


Il fallo, pertanto, costituisce il solo "nucleo" sessuale del maschio. Per tale via, esso puo essere definito come "sineddoche" del corpo dell'uomo, per dirla con una metafora linguistica. Con i propri versi, Tempio, assieme a tanti altri autori anche di diversa area culturale, sembra aver centrato "essenza" mascolina: e come se il membro "riassuma" sessualmente tutto l'essere umano di aspetto maschile. Vi sono, tuttavia, delle eccezioni. Non sempre l'uomo viene richiamato attraverso il suo membro. Nel testo erotico intitolato Egloga piscatoria, ad esempio, il poeta presento il dialogo tra due omosessuali. Uno di essi, Cicciu, riferendosi al ragazzo per cui spasima, al verso 108 (Tempio, 1874: 68) si strugge per "Ddu mussu, ddi labruzzi, e ddu so pettu" (Quella bocca, quelle labbra (35), e quel suo petto). Il personaggio sta richiamando il fascino di Turiddu evidenziando altri elementi del suo corpo.

Non diversamente, in un altro componimento, anch'esso erotico, scritto nella forma di canzone libera ed in lingua toscana dal titolo A Pullo, i vv. 16-17 (Tempio, 1874: 206) rimandano a
[...] Quegli occhi,

Quei labbri, quel musin, quel viso...[...]


del personaggio il cui nome da il titolo.

Le strofe citate, dunque, rappresentano due casi sporadici, "eccezioni che confermano la regola", quella dell'organo virile.

Terza riflessione attiene al membro maschile in una condizione di "predominanza". Esso appare come "sovrano" della carnalita, perno delle situazioni di alcova. Sembra, dunque, potersi affermare che la sessualita faccia leva principalmente su di esso. Non a caso, "le premier agent des plaisirs de l'amour, on le nomme membre par excellence:" (36)

La quarta riflessione concerne un altro aspetto evidenziato, in controluce, dall'osservazione critica condotta. Definito beddu futtiri (bel fottere) al verso 45 de Lu crapicciu (ms E. 10 c. 41), l'eros vede femmine e (soprattutto) maschi dedicarvisi con un certo "impegno". La gioiosita del copulare spinge alla ricerca del piacere, complice la disponibilita della donna: illibata o meno, giovane o piu matura, signorina o sposata, intraprendente o inibita, consacrata o prostituta, ella risulta convinta partner. Non a caso, nell'erotico Settecento (37) il sesso appariva la "parola d'ordine", a detta di Di Maria (1970: 121). Lo stesso Tempio veicolo il concetto ai vv. 443-444 di Tatu alliccafaudi (Tempio, 1972: 473). Parlando del piacere sessuale, Tatu, giovane piuttosto "smanioso", afferma:
(...) e nna bella cosa, a cui cci semu
Nclinati di natura,

(...) e una bella cosa, a cui siamo
Inclinati per natura,


Insomma, l'amore carnale era meno che un peccatuccio e piu che un "dovere".

La quinta riflessione concerne un certo "imperio" che l'organo maschile sembra manifestare. Il "regno" sarebbe la donna, o, meglio, il suo sesso. Cio finche l'eta lo consente e, talvolta, anche oltre. I componimenti intitolati Insinuazioni a una Picciotta chi si faceva futtiri d'un vecchio ed Elogio d'una certa Antonia raffigurano entrambi un personaggio maschile non piu giovane, ma che "riesce" ancora se stimolato. Come asseriva Di Maria (1985: 290) con una bella metafora, "Il vecchio torrente non ancora disseccato torna rigoglioso a gonfiare le sue vene nella chiaria di un cielo autunnale.". Un contenuto implicito qui pare far capolino: tale "supremazia" sembra fare pendant con quella sul piano sociale, con il maschio in primo piano e la femmina relegata ad un ruolo subalterno e un po' nascosto. In filigrana, cio sembra costituire i prodromi, gia nel XVIII secolo e solo letterariamente, di una problematica uomo/donna quale si e poi concretamente manifestata a partire dal secondo Novecento.

Sesta riflessione e quella secondo cui, attraverso la rappresentazione dell'organo sessuale maschile, la cultura isolana dell'epoca sembra in alcuni tratti anticipare il tipo del "gallo" siciliano, figura di uomo a caccia di donne, sessualmente dotato e potente com'e stata rappresentata, nel corso del Novecento, da Brancati (1941, 1949, 1955) in alcuni suoi romanzi, quali, ad esempio, Don Giovanni in Sicilia, Il bell'Antonio e Paolo il caldo.

Settima, ma non ultima per importanza, e la riflessione in base alla quale i componimenti licenziosi osservati, ma anche altri tempiani qui non citati, possono essere visti come il prodotto di una cultura specifica, settecentesca e siciliana. Attraverso metafore piu o meno velate od espressioni palesi, essa non aveva scrupolo a richiamare certi organi e una data funzione corporale. L'esistenza di una scrittura "oltraggiosa" rifletteva, da un lato, il libertinaggio dei costumi tipico del periodo e, al contempo, un canone letterario diffuso, in contrapposizione a quello ufficiale in virtu del quale l'erotismo era censurato o sublimato. Verso di essa il poeta catanese fu certamente incline e nelle sue rappresentazioni lascive procedette senza pudori, con espressioni "adeguate". Come affermava Di Maria (1985: 323), "il linguaggio dialettale introdotto dal Tempio, non [e] imbrigliato da inibizioni minoritarie, non [e] soggezionato dal genere e dalla forma; il suo, e un linguaggio subordinato solo alle idee,". Dall'altro lato, la pagina scabrosa appare come medium di rottura rispetto ad un assetto sociale corrotto e, al contempo, ipocrita (38): l'erotismo letterario puo essere considerato quale sfogo di rabbia e necessita di ribellione, ma anche come voglia di cambiamento e di stabilizzazione di una realta nuova e diversa. La lascivia, cosi, acquisterebbe valore "progressista".

Realismo di rappresentazione, dunque, quello dell'autore catanese. In questo puo essere riassunto il suo atteggiamento artistico, volto a richiamare in poesia gli aspetti umani piu autentici: tra di essi, la tragedia vissuta dai poveri, i vizi di una societa, lo slancio sessuale.

Utilizzando le parole di Casalegno (1996: L), si puo dire che la rappresentazione erotica e "attuata con intenzioni realistiche che non escludono gli aspetti piu corporei di una societa spesso dedita alla soddisfazione di bisogni immediati.".

Considerazioni conclusive

Dall'indomani della morte fino alla meta del secolo scorso e con qualche "appendice" recente (Ciccia, 2002: 15-19; Coco Davani, 1999: XI), non pochi critici "bacchettoni" hanno limitato lo sguardo essenzialmente ai versi sotadici, una sezione quantitativamente piu che ristretta all'interno del corpus di Tempio. Tralasciando l'altra parte piu importante quanto ai contenuti ed abbondante, quella "seria", essi hanno fatto di lui un autore quasi esclusivamente pornografico. Complici in questo percorso "distruttivo" della sua personalita umana e letteraria sono stati una tradizione a stampa, che si e dedicata con intensita agli scritti lascivi, ed il gusto popolare, che ne ha fatto un "mito" ancora oggi "rinomato".

Lo studio presentato nelle pagine che precedono non vuole alimentare ulteriormente questa visione distorta del poeta, ma, al contrario, dimostrare che "anche" un tema inconsueto come l'organo virile, nel quadro di una scrittura particolare quale e quella lubrica, puo dare il proprio contributo nel mostrare le sue qualita di letterato e di testimone dei costumi decadenti dell'ambiente in cui visse, al quale fu legato (39). Essi costituiscono la base delle sue motivazioni e del suo spessore di letterato.

E stato in termini generali gia detto da altri, e non serve ripeterlo piu del necessario, che le strofe licenziose, al di la delle immagini che veicolano, possono risultare portatrici di significati piu densi. Lo stesso avviene nel caso qui analizzato. Il ""cantare" genitali, amplessi e altri atti erotici", per dirla con Ciccia (2002: 17), si presta difatti ad una lettura critica che va in piu direzioni. Innanzitutto, dando risalto al "membre naturel de l'homme" (40) veniva messa in primo piano la sessualita, l'espressione piu intima e pregnante della vita umana che la coscienza pubblica dell'epoca fintamente rimuoveva, ma in realta ben presente nella vita privata e nel chiuso delle stanze. L'emancipazione del piacere di cui il membro si faceva portatore, inoltre, si accompagnava al senso di liberalizzazione di, e liberazione da, una societa in realta affetta dal vizio, ma ipocritamente temperata. Proprio la polemica nei suoi confronti rendeva, e per certi versi giustificava, il contenuto ed il linguaggio poetici piu volgari, vera "sciabolata" per l'ambiente perbenista catanese. Il particolare "strumento" maschile adombrato dall'autore e la mise en scene che lo accompagnava, poi, si associava all'evidenziazione di un "qualcosa" che di per se era naturale e, come tale, non condannabile. Cio che era espressione di vita non poteva esserlo. Tuttavia, la struttura sociale imponeva una morale che, almeno formalmente, reprimeva il sesso impedendo all'uomo di godere delle sue gioie. Il poeta, percio, manifesto altresi, in filigrana, la necessita di rifondare una societa piu naturale. Conferma e rintracciabile in certi versi del dramma Lu veru Piacivi, che non si riportano per brevita: sotto una spinta che proveniva chiaramente da Rousseau, (41) il quale lo avvicino a una nuova percezione della natura, primigenio ambiente umano foriero di purezza e di felicita prima dell'arrivo della civilta, l'autore catanese sostenne che i piaceri erano inizialmente autentici e l'uomo se li godeva ragionevolmente (ottava 5, canto I) (Tempio, 1972: 517) finche non intervenne il processo di civilizzazione a corromperli (ottava 8, canto I) (1972: 518) e che era necessario vivere vicino all'ambiente bucolico, quello piu congeniale all'indole umana (ottava 40, canto I; ottave 38-40, canto IV) (1972: 526; 1972: 577). Senza troppi dubbi. Tempio rispecchio, da un lato, il costume libertino della propria epoca e mise in scena un uomo--o meglio, il suo organo sessuale--alla continua ricerca del piacere, raggiunto con la complicita della donna o di altri maschi; dall'altro, fece sua pure la lezione degli illuministi d'oltralpe, per la quale la natura era una madre benigna che occorreva assecondare. Non ultimo, nei suoi versi puo essere colto anche il ruolo ed il significato sessuale del membro virile nell'ambito del coito e, prima ancora, di una funzione fisiologica umana primaria ed irrinunciabile. Compiendo un "rito" con "devozione" quasi "liturgica", esso si faceva "strumento" principe per il piacere maschile e femminile. Cio valeva in termini sia di istinto da soddisfare, sia di funzione riproduttiva.

In considerazione di tutto cio, dunque, il sesso maschile finisce per superare se stesso, con l'aspetto che gli e proprio, il "prurito" e gli ammiccamenti che si porta dietro, e per acquisire una dimensione piu ampia.

A quel che precede va aggiunto un elemento non meno importante che riguarda strettamente il compositore catanese. Le strofe segnalate confermano l'assunto iniziale: per il tramite di un tema apertamente licenzioso e possibile gettare ulteriore luce su Tempio e sulla componente piu controversa della sua produzione, quella licenziosa, la quale non va a sminuirne la serieta. La questione acquista maggior rilevanza alla luce del fatto che gli e stata a torto essenzialmente riconosciuta una sola corda, quella pornografica (Ciccia, 2002: 15; Corso, 1926: XXX; Previtera, 1953: 312-314; ecc.) e negata una poetica di una certa qualita. Se e innegabile che certe sue strofe abbiano una veste licenziosa, e altrettanto vero che esse vanno oltre e presentano un "extra". La descrizione del membro virile, al pari dell'analisi relativa all'immagine femminile eseguita altrove (42), costituisce una chiave di lettura che non depone affatto verso una reductio del suo valore di scrittore. Anzi, resta provato, una volta di piu, come egli risulti interessante e degno di studio in tutte le sue componenti letterarie, vitale e godibile, certamente immeritevole di "etichetta" che "senza ma e senza se" gli e stata affibbiata e che da sempre costituisce il "neo" della sua opera.

In chiusura, cosi come l'uomo non vive di solo pane, allo stesso modo Tempio non visse esclusivamente di pornografia letteraria, ma di una scrittura che, anche quando non ebbe tratti "innocenti", risultava di piu largo respiro.

Note

(1.) Poeta principalmente dialettale, Tempio e a torto passato alla storia letteraria e civile come compositore pornografico. Autore di pochissimi componimenti licenziosi, in realta e stato scrittore di ben altra tempra, a cominciare dal poema La Carestia, in cui, preso spunto da un fatto vero, narro di un tumulto popolare generato da uno stato cronico di fame di cui erano responsabili gli aristocratici. Il suo tratto di fondo e stato quello moralistico, manifestato sia attraverso una scrittura lubrica, sia "seria" spesso ammantata di satira. La sua ampia produzione poetica ha toccato temi impegnati tutti riferibili ad una societa fin de siede in decadenza.

(2.) Titolo arbitrario non attribuito da Tempio, ma da una "tradizione" a stampa risalente al secondo Ottocento.

(3.) Si intenda 'frate che fa uso di zoccoli'. L'espressione ha un implicito significato ironico.

(4.) Cosi il marchese De Sade fece definire l'organo maschile a Madame de Sainte-Ange (La Philosophie, MDCCXCXV (sic pour 1795): 30).

(5.) Tempio, 1969: 556. L'espressione vuole rendere l'idea dell'imponenza del membro del materassaio.

(6.) Termine di non facile traduzione. Si intenda la 'fierezza' del membro maschile in fase di erezione.

(7.) Il termine minnuzzi in siciliano ha una propria fisionomia, non altrettanto 'tettine' in italiano. Di qui l'adozione del termine 'tette', che implica, pero, la soppressione del diminutivo dell'originale.

(8.) Titolo arbitrario non attribuito da Tempio, ma da una "tradizione" a stampa risalente al secondo Ottocento.

(9.) Il verso e quasi del tutto non chiaramente leggibile sul manoscritto.

(10.) La metafora, molto usata in ambiti culturali diversi nel corso del Settecento, assunse significati disparati e si connoto anche in senso erotico (Monzone, 2011: 7-31). Nel contesto tempiano, il termine rimanda al membro virile.

(11.) Dell'espressione usata in ambito marinaresco, e stato fornito il significato di 'ago della bussola eretto in direzione Nord' (Di Maria, 1985: 23).

(12.) Si intenda 'opera di maestro'.

(13.) Si intenda 'grosso'.

(14.) La magnificazione risulta evidente dall'osservazione della poesia licenziosa del XVIII secolo. Nel caso di Tempio, essa era l'esito di descrizioni che restituivano immagini enfatizzate (oltre allo spropositato organo virile di Giove e del materassaio Staci, anche, ad esempio, la vulva particolarmente larga, il fondoschiena femminile, la monaca smaniosa, ecc.) e di un linguaggio che faceva uso di espressioni ad hoc (ad esempio, accrescitivi, latinismi, ecc.).

(15.) Il termine minchiazza in siciliano ha una propria fisionomia, non altrettanto 'minchiaccia' in italiano. Di qui l'adozione del termine 'minchia', che implica, pero, la soppressione del senso dell'originale.

(16.) Il termine non e chiaramente leggibile sul manoscritto.

(17.) La strofa va intesa in senso osceno.

(18.) Si intenda 'modesto'.

(19.) Si tratta di un personaggio di cui Tempio non forni indicazioni. Dal contesto si capisce che il suo nome e termine di paragone per indicare un membro virile imponentissimo. In proposito, e stato asserito che "Dovette circolare per molto tempo il mito del suo eccezionale ordigno," (Di Maria, 1985: 54).

(20.) Si intenda 'grosso'.

(21.) Si intenda l'intensita di uno scampanio a festa. Il verso puo anche avere un implicito significato erotico in collegamento con il vocabolo "batacchio".

(22.) Il termine va inteso in senso erotico.

(23.) II termine va inteso in senso erotico.

(24.) Il termine non e chiaramente leggibile sul manoscritto.

(25.) Si tratta di una forma metrica tipica della poesia siciliana settecentesca. Si intenda un'ottava di versi endecasillabi a rima alternata a-b a-b a-b a-b. Cfr, G. Bertone, Breve dizionario di metrica italiana, Giulio Einaudi editore, Torino, 1999, p. 190.

(26.) Il termine va inteso in senso erotico.

(27.) Si intenda 'eiaculo'.

(28.) Il termine figghiuzza in siciliano ha una propria fisionomia, non altrettanto 'figliuccia' in italiano. Di qui l'adozione del termine 'figha', che implica, pero, la soppressione del diminutivo dell'originale.

(29.) Il concetto in questione ritornava spesso. Ad esempio: nel Paradoxe sur le comedien, Denis Diderot scrisse che "L'homme sensible obeit aux impulsions de la nature" (Memoires, 1831: 43); in una lettera di Frederic-Melchior Grimm a Diderot del 15 luglio 1756 si legge che "C'est la nature, c'est notre vocation qu'il fallait consulter dans l'etablissement de la societe. Toutes nos opinions, tous nos reglements, tous nos usages, il fallait les adapter a la loi naturelle" (Tourneux, 1878: 259); nella lettera X del romanzo Les liaisons dangereuses di Pierre-Ambroise-Francois Choderlos de Laclos, la marchesa de Merteuil chiede al visconte de Valmont: "Ne vous souvient-il plus que l'amour est, comme la medecine, seulemenl l'art d'aider a la nature?" (Les Liaisons Dangereuses. 1782: 32-33); nel romanzo Zamor et Almanzine, Madeleine de Puisieux manifesto la stessa idea scrivendo "L'amour est un besoin chez nous, mon fils, comme de boire, de manger et d'agir C'est un sentiment qui nait avec nous : c'est une partie de notre essence ; la nature nous a formes ainsi ;" (Zamor et Almanzine, 1760: 72); ecc.

(30.) Si intenda 'compito'.

(31.) Titolo arbitrario non attribuito da Tempio, ma da una "tradizione" a stampa risalente al secondo Ottocento.

(32.) Il termine non e chiaramente leggibile sul manoscritto.

(33.) Il termine non e chiaramente leggibile sul manoscritto.

(34.) Il termine va inteso in senso erotico.

(35.) Il termine labbruzzi non puo essere reso in italiano con 'labbrucce'. Di qui l'adozione del termine 'labbra', che implica, pero, la soppressione del diminutivo dell'originale.

(36.) E quanto ancora Madame de Sainte-Ange afferma (La Philosophie, MDCCXCXV (sic pour 1795): 30).

(37.) Il secolo vide frequenti pubblicazioni lubriche, espressione di certi tratti distintivi della societa del tempo. In particolare, in Francia la produzione licenziosa di autori noti ed ignoti rinviava al libertinaggio dei costumi; al piacere quale fino ultimo dell'esistenza; alla riabilitazione dell'eros contro i divieti sociali e religiosi; alla flagellazione dell'ipocrita morale corrente; ecc. Non diversamente, anche nell'isola siciliana vi era tutto un filone di pornografia letteraria (Cali, 1970b: 6). Di esso, il compositore catanese e stato, a torto, considerato l'unico possibile divulgatore.

(38.) E noto come il secolo XVIII sia stato un'epoca improntata ad ipocrite convenzioni: la morale corrente volutamente ignorava certe realta per sbandierarne altre di facciata supposte "etiche" (Di Maria, 1985: 107; Santangelo, 1983: XXIII).

(39.) Tempio non si mosse mai dalla sua citta, la quale rappresento lo sfondo culturaleumano dei suoi componimenti. Non a caso, egli e stato definito "poeta municipale" (Corso, 1926: XVII; Pino, 1967: 107). La stessa scelta di scrivere essenzialmente in vernacolo, oltre che riflesso dell'ispirazione artistica, puo indicare l'intenzione di aderire ad una cultura locale orale fondata sul dialetto e, al contempo, alla propria terra, il cui idioma era proprio il siciliano. In realta, i personaggi rappresentati travalicano l'ambiente cittadino ed acquisiscono, per i loro tratti intrinseci, una portata piu ampia.

(40.) E quanto afferma Monsieur l'abbe T*** in una conversazione con la giovane protagonista del romanzo Therese philosophe (Boyer D'Argens (?), 1748: 603).

(41.) Il philosophe ginevrino affermo che il processo di incivilimento

dell'uomo era fonte della degenerazione dei suoi costumi e della morale: uscito buono dalle mani della natura, era diventato cattivo a causa della societa. Da essa doveva tenersi lontano per vivere in modo sano ed incorrotto (OEuvres, Discours sur l'origine et les fondements de l'inegalite parmi les hommes, 1964: 421-510; Emile ou de l'education, 1969:239-868).

(42.) Cfr. Monzone, Rappresentazione dell'Altro. L'immagine femminile nei testi licenziosi di Domenico Tempio (comunicazione personale in corso di stampa su rivista).

Bibliografia

Manoscritti

Tempio D Ms 2 Qq.D 125 cc. 129-163--Biblioteca Comunale di Palermo.

Tempio D Ms U.115 passim--Biblioteca Regionale di Catania.

Tempio D Ms B.305 passim--Biblioteche Riunite Civica e Ursino Recupero di Catania.

Tempio D Ms E. 10 passim--Biblioteche Riunite Civica e Ursino Recupero di Catania.

Tempio D Ms E.49 passim--Biblioteche Riunite Civica e Ursino Recupero di Catania.

Testi

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Chiel Monzone

Universita degli Studi Roma Tre, Italia

Autore corrispondente:

Chiel Monzone, Universita degli Studi Roma Tre, Via del Castro Pretorio 20, 00185 Roma, Italia.

Email: chielmonzone@libero.it

DOI: 10.1177/0014585818812787
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Title Annotation:Article; sexual male identity in works of Domenico Tempio
Author:Monzone, Chiel
Publication:Forum Italicum
Geographic Code:4EUIT
Date:May 1, 2019
Words:8947
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