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Raciti, G.

Raciti, G. (2017). Per la critica della notte. Saggio sul Tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler. Mimesis, Milano-Udine, 2017, 136 pp.

Alfredo Sgroi. Universite degli Studi di Catania, Liceo Gorgia di Lentini, Catania, Italia. C-electronico: alfredo.sgroi1@tin.it

Il volume che Giuseppe Raciti dedica all'opera pio celebre di Spengler parte da lontano: e frutto di una lunga sedimentazione, stratificata con pazienza, potremmo dire edificata tassello dopo tassello attraverso uno studio accurato e poggiante su una lettura in filigrana dell'opera spengleriana (e non solo). In queste condizioni, il principale pericolo che corre lo studioso e quello di scadere nella pedantesca ridondanza, d'altra parte giustificata quando si scandaglia cosi a fondo il pensiero di un filosofo-scrittore (tanto pio, della complessita di Spengler). Ma Raciti riesce abilmente a schivare questo pericolo e a confezionare un volume che e un vero e proprio distillato di informazioni e note critico-teoretiche: un volume concepito sotto il segno dell'estrema condensazione, seguendo spesso un andamento aforistico, che porta lontano dalle secche di certi schemi accademici. Il lettore, in questa condizione consapevolmente ricercata e realizzata, non puo permettersi distrazioni: tantissimo l'autore da, e tantissimo pretende dal lettore stesso. Insomma, si tratta di un lavoro che avrebbe potuto avere ben altra espansione (se avesse ceduto a tentazioni retoriche), ma che invece proprio nella sua dosata condensazione si traduce in vera e propria adrenalina per il lettore disponibile al cimento del pensiero, a cui Raciti impone di fatto una lettura meditata, sempre sul filo dell'alta tensione intellettuale. Ogni periodo, ogni digressione, ogni interferenza di cui e riccamente innervato il testo richiede quindi una complice e sorvegliata intelligenza delle questioni teoretiche: una disponibilite ad indugiare sulle sfumature e a seguire le volute del pensiero di Raciti con la necessaria pazienza, e collocando a fianco del saggio almeno il Tramonto di Spengler. Fin dal titolo, si possono cogliere i primi segnali e, diremmo, i primi inviti a considerare con certosina attenzione cio di cui si parla. Critica della notte e infatti analisi ad ampio raggio delle implicazioni insite nella complessa simbologia della notte stessa, intesa come metafora filosofico-letteraria, ma anche come realta concreta e palpabile. "Critica", dunque, in senso kantiano (anche), declinato nella direzione di una spinta creativita teoretica; scandaglio profondo di cio che il testo di Spengler propone e, soprattutto, a cui allude. A stuzzicare, appunto, la riflessione del lettore e ad alimentare un vero e proprio gioco interpretativo che richiede disponibilita a quella "fatica del concetto" di hegeliana memoria. Eppure, avverte l'autore nel denso preludio scandito in Undici punti (pp. 9-17), l'architettura teoretica e critica dell'opera poggia su un fondamento instabile ("come l'isolotto di sabbia in mezzo al fiume in piena. Il fiume della storia"). Un'instabilita, pero, che sostiene una fecondita che finisce per trasformare il saggio sul Tramonto spengleriano in un saggio dal Tramonto stesso: non pedissequa esposizione di concetti spengleriani, dunque, ma ri-costruzione di essi Percio il discorso slitta rapidamente dal crepuscolo della decadenza alla notte del dissolvimento, in un panorama filosofico in cui la notte medesima assurge a vita propria, staccandosi dal crepuscolo e trasformandosi in realta "assoluta". Una notte, peraltro, a cui non seguire probabilmente alcuna aurora. Raciti rimarca questo elemento fin dall'inizio, avvertendo, pero, che non c'e in esso alcuna cristallizzazione definitiva. Perche l'approdo alla crepuscolare Zivilisation non si compie del tutto, o meglio porta paradossalmente al riemergere di un primitivismo che sembrava sepolto sotto lo strato rigido della "civilta". Come dire: non ci si deve lasciar tentare dai facili e consolidati schematismi di tanta esegesi spengleriana, ma al contrario tener conto, sulla scorta, ad esempio, dello Junger a pio riprese menzionato da Raciti, che "la decadenza e con cio una ripartenza" (p.15): in direzione della notte. L'analisi delle zone d'ombra del testo spengleriano innesca dunque una prima e suggestiva interferenza fin dal primo capitolo del volume di Raciti (Tenochtitlan). Qui il mondo enigmatico e perduto (forse) degli antichi Aztechi rivela nessi sorprendenti con l'attuale declino dell'Occidente. Ad esempio, nell'analogo senso acuto della storia che, sottolinea Raciti, lo Spengler di L'uomo e la tecnica indica come il sintomo pio lampante del declino. Il trionfo della scienza storica, insomma, rivela che la "civilta" ha toccato il punto pio alto della sua ascesa e che quindi, repentinamente, essa volge verso il tramonto. Cio vale per le civilta antiche, ma in misura ancora pio pregnante, per l'attualita dell'Occidente. Perche il tramonto dello stesso Occidente e "il problema stesso della civilizzazione" (p. 21). Problema che ha un fascino irresistibile e precoce per l'autore tedesco, che si cimenta ancora giovane nella composizione del dramma Montezuma, e che poi indichera nella civilta azteca l'analogo di quella romana, per giungere al mondo attuale, ulteriore anello di quella catena analogica che e la storia dell'umanita. Da qui la domanda iniziale sul senso della storia e l'impiego di un metodo comparativo che riserva sorprese non sempre evidenziate dalla critica, come efficacemente rimarca Raciti. Cosi l'analogia tra il faustismo contemporaneo e la civilta egizia incrocia il cosmopolitismo della capitale degli Aztechi, prefigurazione delle moderne metropoli multirazziali, in cui il crogiolo di popoli e culture trasforma la citta stessa in un punto in cui precipita e si dissolve la Zivilisation. Circola in queste riflessioni, sottolinea Raciti, un'inquietante simbologia mortuaria, in cui la storia stessa diventa, con Nietzsche che si staglia sullo sfondo, un enorme sarcofago. La dissoluzione avvolge cosi tutto, a cominciare dalle stesse categorie forgiate dalla scienza moderna. Il tempo declina percio verso la dimensione spaziale e si dissolve; il compimento si salda con la fine. Sulla scia di Goethe, cosi, le parabole della storia ricalcano e al contempo si distinguono da quelle della natura. In un vorticoso gioco prospettico di rimandi e simmetrie, per cui dal grembo medesimo della Zivilisation ri-nasce la "storia prima": la storia irrigidita, priva di storia. In questo modo, sottolinea lo studioso, ci si colloca agli antipodi rispetto alla visione meccanicista-progressiva della storia (e del tempo), imperniata sulla ricerca di una catena causa-effetti che Spengler rovescia in nome di una concezione non possibilista del tracciato storico. In questo contesto si colloca il suggestivo confronto con Heidegger, che Raciti esamina secondo un'ottica, al contempo, storica e teoretica. Emergono cosi differenze e analogie che sollecitano ulteriori e feconde riflessioni sul tema enigmatico della temporalite. Anche perche Raciti, fedele al suo peculiare approccio metodologico, non manca di rilevare lungo la medesima pista altrettanti incroci con Junger, Goethe e Weininger, sollecitando nel lettore l'impellente urgenza di riprendere in mano testi contigui al Tramonto, che si saldano nella particolare koine culturale degli anni in cui si acuisce la coscienza della crisi della putrescente societa occidentale. Soprattutto e intrigante il confronto imbastito con quello Junger che, come Spengler, si misura con i territori del mito e dell'Antike, ma con lo sguardo rivolto alla societa del trionfo della macchina, quintessenza simbolica e realissima di quella polarite tra civilta antica e faustiana che, secondo Raciti, finisce per convergere nella societa metropolitana meccanicizzata e frenetica, in cui la civilta stessa si riduce a macchina, e in cui perfino l'arte si eclissa, cedendo il posto alla dirompente tirannia della logica del lavoro (Arbeiter). Comincia in questo modo quel lungo "inverno" (la stagione del trionfo della notte) di cui non si intravede la fine, nell'ambito di una "civilizzazione assoluta", che mette in crisi l'idea stessa della circolarita della storia e della periodicita delle varie Kulturen. Una prospettiva, questa, fosca e agghiacciante: incarnata nel declino perenne dell'uomo faustiano che incatena se stesso alla soffocante e ferrea logica del profitto. Scaturisce da qui l'esigenza di inserire nel volume una densa nota "politica", tanto pio urgente quando si volge lo sguardo alla civilta attuale, integralmente metro-politana, ovvero epifania dilatata e meccanizzata dell'antica polis (pp. 97-110). In realta, questa area del volume di Raciti e molto pio di un semplice intermezzo: e una riflessione di ampio respiro che, pur vivendo di vita propria, si salda organicamente con le riflessioni dipanate nelle pagine precedenti. Qui, ancora una volta, una fitta rete di echi e rimandi incrocia dialetticamente il pensiero di Spengler con quello di altri pensatori, non solo riconducibili alla cultura della crisi. Il Platone della Politeia affianca cosi quello del Thomas Mann impolitico (fatalmente "attratto nell'orbita spengleriana"); Carl Schmit coesiste con Max Ernst. La riflessione spengleriana, in tal modo, si confronta con il passato e il presente, spalancandosi altresi al futuro con accenti sinistramente profetici. Come quando, nota lo studioso, e profetizzata la debordante e immorale potenza dell'alta finanza, collocata da Spengler nella sfera superiore di cio che sta al di la del bene e del male; inafferrabile finche, con una nuova torsione verso l'antico, non si realizzera l'avvento di un cesarismo (altra profezia?) capace di travolgere "la dittatura del denaro" e il suo correlato politico: la democrazia (p. 109). Chiudono il volume due brevi capitoli: Logica del tramonto e Epilogo. In essi si ribadisce la centralita del nodo interpretativo concernente la spiazzante convergenza tra elemento apollineo (proprio dell'Antike) e quello industriale, cosi distanti eppure, incredibilmente, a tratti cosi affini. Sta a se, ma non troppo, la nota dedicata allo Sgalambro lettore di Spengler, che ripropone ancora una volta una prospettiva di lettura viva e aperta. Come aperta e, in fondo, la logica che rende cosi arioso il lavoro di Raciti. E proprio da questa apertura il lettore potra trarre spunto per ri-leggere il capolavoro spengleriano, che conserva intatto tutto il suo fascino, proprio perche riesce a parlare e sollecitare, come giustamente sottolinea Raciti, chi si trova a vivere sul crinale declinante della storia attuale.
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Title Annotation:Librarius
Publication:Utopia y Praxis Latinoamericana
Article Type:Resena de libro
Date:Jan 1, 2018
Words:1562
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