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Raccontare la violenza: le ragioni di Giacoma Limentani.

Quando Giuseppe volle avvicinarsi a lei, ella arretro e urlo atterrita, come una lebbrosa: "Immonda! Immonda!"

(Feuchtwanger 229) (1)

Giacoma Limentani e nata a Roma nel 1927. Ha studiato alla scuola elementare Pistelli, al ginnasio Mamiani e alla scuola ebraica della sua citta. Ha poi lavorato come sceneggiatrice e traduttrice ed e diventata autrice nel 1967, pubblicando da allora libri di narrativa e saggistica. Il suo primo testo, In contumacia, racconta la violenza sessuale e le umiliazioni subite da una ragazza di dodici anni: "[la] percuotono. [La] sbattono a terra. [La] tengono. [La] violentano. [Le] orinano addosso" (In contumacia 88). Tre libri composti dalla Limentani nell'arco di trentasei anni, e poi raccolti nella Trilogia del 2013, parlano di quel che accade a Mina in un pomeriggio degli anni '30 e delle conseguenze che quell'evento ha avuto. Analizzero i tre libri e un loro epilogo extraletterario per mostrare la centralita di due temi, contraddittori ma intrecciati. La "necessita di tacere" e il "bisogno di parlare" (In contumacia 38) creano infatti una dinamica complessa che seguiremo nei suoi innumerevoli sviluppi.

In contumacia

La storia di In contumacia non e cronologicamente ordinata. Assomiglia a un'esplosione di dettagli che vorrebbero essere detti tutti in una sola volta e riflettono il modo in cui la giovane percepisce la violenza patita. La famiglia di Mina e perseguitata per ragioni politiche. Quattro fascisti si presentano in cerca del padre ma trovano solo lei e una nonna malata. Dopo aver cercato invano di ottenere qualche informazione, violentano la ragazza. Non lo fanno per rabbia o frustrazione ma ridendo, per esibire il proprio potere. (2) Nipote e nonna decidono di non menzionare lo stupro: "[...] mio padre non deve sapere [...]. Potrebbe fare una pazzia. La mamma farebbe una tragedia. Lo direbbe a tutti. Se nessuno sa, la cosa non esiste" (In contumacia 21). Mina nasconde gli indumenti insanguinati, cancella le altre tracce dell'aggressione nonostante il dolore che prova nel corpo ("i fianchi mi si schiantano" 19) e nello spirito ("l'immutabilita delle cose e l'insulto" 15). Quando la madre rientra, insieme all'altra figlia, la ragazza continua a dire di aver pulito, di aver pulito tutto, di aver fatto le pulizie a fondo.

Le reazioni di Mina sono insieme quelle di una ragazza dodicenne e quelle della donna in cui la ragazza si e trasformata. Avvengono in un pomeriggio degli anni '30 e nei decenni successivi, quando Mina legge in un giornale di una americana violentata da un gruppo di teppisti, incontra un ex-combattente della guerra di Spagna o visita una cartomante che intuisce la storia di "una signora che non fu mai signorina" (18). La dodicenne prova umiliazione, paura, odio, vergogna: chiede alla nonna se avra un bambino, ha incubi notturni, ride senza perche. Ogni volta che viene accostata in maniera un po' rozza da qualcuno, la donna teme invece, ed e anzi convinta di essere "segnata": "[...] i violenti mi vedono e mi riconoscono. Mi scelgono, non per uccidermi del tutto: per continuare a uccidermi" (52). Sia la bambina che la donna provano anche uno strano senso di colpa. Cercano in se qualche responsabilita originaria che spieghi la violenza subita, come se i quattro violentatori avessero involontariamente punito dei loro gesti o pensieri colpevoli (28). Quando Mina e nata, un gemello e morto, e la ragazza si chiede se non debba ritenersi colpevole dell'accaduto, lei Caino per lui Abele (28).

In contumacia e tutta la Trilogia esemplificano, con rara potenza espressiva, il conflitto fra la volonta di negare e la volonta di rendere pubblici gli eventi patiti che, secondo Judith Herman, e la dialettica centrale del trauma psichico. Da una parte la giovane mantiene il silenzio sullo stupro subito, con determinazione: "[...] non c'e vergogna nella verita, ma io ho vergogna della mia. Ha un'essenza snaturata che macchia tutto quello che tocco. Macchiera tutto quello che tocchero. Devo nasconderla" (26). La ragazza sente d'altra parte il desiderio di rivelare quel che e successo. Odia "gli altri perche non indovinano" (28). Pensa che la madre in particolare "dovrebbe vedere il dolore che [le] squassa i fianchi, immaginare la morte che [le] rimbalza nel ventre, sentirebbe la solitudine che [la] estrania da tutto" (29).

Mina tace anche perche non riesce a spiegarsi quel che e accaduto: "[...] mai rispondere a chi fa domande finche la risposta non brilla nell'ale/',3 dice due volte, da ragazza e da donna (In contumacia 40 e 81). Nel cupo finale di In contumacia osserva di essere "lontana dall'ale/', e aggiunge che "l'alef e muto", che "l'alef e un miraggio" (96).

Si potrebbe sostenere che quell'inspiegabilita e soltanto pretesa. La Limentani mette in evidenza tre cause della violenza subita da Mina: il fascismo, l'antisemitismo e la seconda guerra mondiale. La famiglia di Mina incarna i valori del liberalismo democratico: "[...] individualismo, intolleranza di qualsiasi imposizione, rivolta agli schemi fissi, rispetto di noi stessi e degli altri in noi stessi" (89-90). I fascisti violentatori rappresentano invece trame occulte, imposizioni, conformismo ottuso, offese. Se i fascismi del 1919, 1922, 1926, 1935 e 1945 avevano un'ideologia e un programma unificanti, scrive Michael Ebner, si trattava della violenza adoperata per intimidire ed umiliare (3; 262). Gli scrittori italiani del '900 hanno descritto molti abusanti le cui azioni sono di volta in volta dettate da debolezze momentanee o strutturali, da amoralita, lussuria o egoismo. Alberto Moravia ne Le ambizioni sbagliate e Giacoma Limentani qui rappresentano il tipo peggiore, che trae soddisfazione dalla degradazione altrui.

Mina e poi ebrea. La sua persecuzione riecheggia quella patita per secoli dalla sua gente preannunciando quella che colpira la sua comunita a Roma (Lucamante, Forging Shoah Memories 113-49). Assistendo alla caduta e alla distruzione di Gerusalemme, lo storico Giuseppe Flavio annotava duemila anni fa le urla furenti dei soldati romani: "Hep, hep, hep! Hierosolima est perdita" (In contumacia 75). Lo stesso grido caratterizzo i moti antisemiti nella Germania dell'800 (Beller 15). Ripensando alla propria storia, a Mina pare di sentire ancora una volta quelle grida (94), accompagnate dal grido "atavico" del popolo ebreo (30).

In tempo di guerra, infine, dice Moravia, "non ci sono amici fidati [...] la guerra sconvolge tutto" (1128). Chi "in tempo di pace non ammazzerebbe e non ruberebbe per tutto l'oro del mondo, in tempo di guerra ritrova in fondo al cuore l'istinto di rubare e di ammazzare che c'e in tutti gli uomini" (1345). Mina associa cosi il ricordo della violenza subita a un bombardamento a cui ha assistito a Napoli (In contumacia 41).

La salita al potere di Mussolini, la legislazione antisemita, l'avvicinarsi della guerra e il desiderio meschino di avvilire il prossimo inducono dunque dei picchiatori a violentare una ragazza. Quelle cause non sono pero ragioni. Lo stupro, come ogni violenza, richiede una spiegazione ultima che Mina non e capace di trovare. Le sue speranze di redenzione si indeboliscono:

[...] gli occhi dei ciechi vedranno e i sordi udranno. Gli storpi salteranno e i muti canteranno. Il lupo pascolera con l'agnello. L'universo sara un paradiso di pace. Quando nascera il Messia.

Dov'e la pace? Tuoni ad Anzio. Questa pace? Urli a via Tasso. Questa pace? Ceneri nei forni. Questa pace? Non e nato il Messia. Occorre dolore e ognuno ha il suo dolore.

(In contumacia 68)

Mina continua cosi a non parlare (Dentro la D 157). Da adulta ha un'amica, Claudia, che osserva: "[...] ti sei chiusa in un isolamento infrangibile. Perche fai cosi?" (66). Mina non le risponde limitandosi a pensare: "[...] un giorno saro costretta a riprendere l'argomento [...] e perdero un'amicizia" (66). Sente "la prostituzione di nascondersi per non subire domande" (In contumacia 27), sa che "il disprezzo [...] nasconde chi si nasconde" (20), e che "tutti piu o meno credono di avere qualcosa di cui vergognarsi" (81), ma non riesce a cambiare atteggiamento. Il suo silenzio e "una cancrena" (96). (4)

La Limentani fa una riflessione importante in uno scritto del 2004:

[...] il ghetto e luogo dal quale i ghettizzati non possono uscire, mentre chiunque altro puo entrarvi a fare cio che vuole. In tempi di disprezzo e di odio ogni diverso e nel proprio corpo il ghetto di se stesso: luogo della propria piu intima identita, sul quale ognuno puo scaricare foie, livori e manie di potenza. Lo so. L'ho provato a dodici anni

("Donna fra donne" 93)

In un testo del 2002, dedicato dagli amici alla Limentani in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, due interventi si riferiscono a In contumacia e a Dentro la D dando quasi per scontata la loro natura autobiografica. (5) Il libro ha dunque quella componente, e bisogna segnalare subito il perdurante divario che essa crea tra la protagonista e l'autrice, fra quello che la prima sente e fa (mantenendo il silenzio su un'esperienza tanto dolorosa) e quello che la Limentani decide invece di fare (raccontando piu volte attraverso gli anni quell'esperienza e arricchendola di dettagli e significati).

Il finale di In contumacia e ambiguo. Mina riflette sull'assenza della madre che l'ha costretta a fronteggiare quasi da sola quattro fascisti:

[...] la contumacia c'e quando non c'e qualcuno che dovrebbe esserci. Chi non c'e e colpevole. Chi c'e ha la colpa di essere. Senza scampo. Colpa senza colpa. Qual e la colpa? Qual e lo scampo dai flussi delle maree? Dai cicli che si accavallano? Dalle violenze note e ignote, respinte o agognate?

(In contumacia 86)

Domande dello stesso tipo sono riprese quando una sinagoga riapre dopo mesi di chiusura forzata e dopo l'uccisione di molti suoi frequentatori:

Caino uccide. Chi ha colpa? Caino privo di conoscenza o Abele ricco di conoscenza e consapevole dell'impossibilita di comunicarla? Due parti di un'unica violenza [...]. Si intersecano nel centro dove l'alef tace. Il dolore della colpa commessa e della colpa subita e impresso su ognuno di noi. Ognuno ha diritto alla sua conoscenza. La cerca a suo modo. Domanda. Uccide. Tace. Si fa uccidere. Non risponde alle domande finche la risposta non brilla nell' alef.

(In contumacia 94)

Molte affermazioni contenute in questi due passi sono smentite dai libri successivi della Limentani. (6) Scrivendole, l'autrice sentiva forse il dovere di chiudere il libro con delle conclusioni che pero non erano ancora maturate e con un tono enfatico di cui si sarebbe in seguito rammaricata. (7) I testi successivi di Trilogia sono in questo superiori al primo, di cui non bisogna pero sottovalutare l'importanza. La Limentani, nel 1967, e la prima scrittrice italiana a raccontare una storia di abuso sessuale personalmente vissuta nell'infanzia. Le incertezze stilistiche derivano anche dalla mancanza di modelli narrativi.

Un lungo intermezzo

Dopo aver pubblicato In contumacia la Limentani segue dei corsi all'Istituto Rabbinico di Roma per meglio addestrarsi nella tradizione ebraica. (8) Entra in dialogo piu stretto con i testi dell'Antico Testamento e con i grandi commentatori della Torah. Cercando autori recenti, troviamo nella sua opera serie riflessioni su Anna Achmatova, Isaac Babel, Marek Edelman, Yehudah Halewy, Etty Hillesum, Franz Kafka, Arthur Koestler e Joseph Roth.

I saggi della Limentani--Gli uomini del libro (1975), L'ombra allo specchio (1988), Il Midrash (1996)--mescolano osservazioni sull'Antico Testamento, informazioni sulle tradizioni ebraiche e riflessioni sulla storia umana. In quegli anni, la scrittrice sviluppa anche la sua poetica, insistendo sul valore delle ripetizioni, lodando le libere riletture, considerando la scrittura letteraria come il risultato di una necessita, e lasciando spazio all'umorismo. La Limentani parla spesso degli stessi eventi o testi perche "lo stesso concetto reiterato in contesti diversi, puo assumere valenze e sensi diversi" (Scrivere dopo per scrivere prima 188). Incontra volentieri le opinioni che "nel corso dei secoli i Maestri ebrei si sono lanciati l'un l'altro discutendo ogni capitolo, passo, versetto, parola, lettera, spazio bianco fra lettera e lettera della Scrittura". Quelle opinioni formano una tradizione interpretativa che "della Scrittura prosegue e costantemente vivifica l'insegnamento". Il "fluire di dialoghi" ha secondo lei un valore altissimo (Scrivere dopo per scrivere prima 20). (9)

Paola Di Cori e Clotilde Pontecorvo sottolineano poi l'atmosfera di "continua reinvenzione" che domina l'opera della Limentani (Di Cori 3). La scrittrice chiama "racconti" i testi de L'ombra allo specchio che pure sono rivisitazioni di storie o leggende antiche. La Limentani le racconta senza consultare le fonti perche "dei ricordi, sia pure errati, mi e soprattutto caro quel costante fluire che, elaborato dai sentimenti vivi, a volte meglio dell'erudizione fa rinascere personaggi ed atmosfere creando nuovi rivoli di vita" (L'ombra allo specchio 9). (10) Quando non e "filologicamente precisa", la memoria trova "imprevedibili nessi che generano elaborati sorprendenti" (L'ombra allo specchio 9). Ogni cosa che la Limentani racconta e percio creativamente "sua". I libri della Trilogia possono essere visti come romanzi (Lucamante, "Postfazione", 281) in questo senso: il padre della protagonista si chiama David in un volume della Trilogia e Leonello in un altro; uno zio ora e Carlo ora Carlo Felice; Mina ha una sorella in un volume ed e figlia unica in un altro; il padre della protagonista intuisce in In contumacia quel che e accaduto alla figlia, (11) ma da l'impressione di non sospettare nulla in Dentro la D (Dentro la D 172). La struttura ed il significato della storia raccontata restano sostanzialmente gli stessi.

La Limentani osserva anche che si scrive sempre dopo: dopo aver avvertito la necessita di farlo, dopo aver incontrato un evento, un testo, una persona che non va dimenticata e che spinge alla riflessione (Scrivere dopo per scrivere prima 21).

In molti testi successivi a In contumacia, infine, la Limentani usa toni umoristici. Collegato a "il bisogno ebraico di ridere delle proprie insanabili ferite per meglio metabolizzarle" ("Piangere ridendo" 400), l'umorismo diventa parte del suo bagaglio intellettuale grazie all'influenza di Israel ben Eliezer, piu noto come Baal Shem Tov (1700-1760), e Nachman di Breslav (1772-1810). Il primo sosteneva che "il canto e la danza liberano il cuore dalle angosce e la gioia ha un influsso benefico sul destino degli uomini" ("Nachman il narrastorie" 267). Il secondo invitava i seguaci a non ricercare "discipline piu rigide del necessario" ("Nachman il narrastorie" 257). C'e poco umorismo nella Trilogia, (12) ma l'io narrante afferma nell'ultimo volume che il riso, in certi casi, "lava l'anima" (La spirale della tigre 219), e Mina e sua cugina, rivedendosi da vecchie quando Allegra e in punto di morte, sono investite da "un vento esilarante", da "un incontenibile, inarrestabile, bambinesco fou rire" che le aiuta a riconciliarsi fra di loro e a ritrovare se stesse, o una parte di se che avevano dimenticato (La spirale della tigre 217).

Il testo piu interessante scritto nei venticinque anni che intercorrono tra In contumacia e il secondo volume della Trilogia e Il grande seduto, un "romanzo" del 1975 che racconta la storia di Giobbe, arricchendola di dettagli extrabiblici fioriti in ambito ebraico. La Limentani rifiuta l'immagine iconografica dell'uomo virtuoso nella quale anche a lei, "come credo alla maggioranza delle persone, [e] capitato a volte di identificar[si]" (Scrivere dopo per scrivere prima 189). Ritiene che Giobbe abbia fatto un uso meschino della ricchezza e della saggezza ricevute da Dio ("I tremendi giorni" 19). Puo sembrare un'occasione perduta per riflettere da un ulteriore punto di vista e in compagnia di grandi interlocutori sulle sofferenze eticamente ingiustificate che sono un tema di rilievo della Trilogia. (13) Mina avrebbe certamente potuto fare sue certe domande giobbiche--"quanti sono i miei delitti e i miei peccati?", "vuoi tu spaventare una foglia tremolante o perseguitare un'arida pagliuzza?"--, (14) ma la Limentani non sviluppa il parallelismo per modestia (le sventure di Giobbe hanno dimensioni sconvolgenti), per riluttanza alla metafisica (essendo interessata soprattutto agli aspetti umani di ogni storia), e perche e una scrittrice versatile che (come Paola Drigo od Elena Ferrante) non e confinabile ad una storia o ad un tema soli.

Dentro la D

Venticinque anni dopo aver scritto In contumacia, nel 1992 la Limentani pubblica Dentro la D che di quel primo libro e la continuazione. (15) Il nuovo libro contiene descrizioni e divagazioni abilmente intrecciate che si concentrano alla fine su una storia accaduta alla protagonista verso la fine della guerra. Questa nuova storia sta a quella di In contumacia come "una libecciata" sta a "delle vere e proprie trombe d'aria" (Dentro la D 169), integrandola.

Uno zio dell'io narrante, Carlo Felice, e morto suicida. A dodici anni, dopo qualcosa che "grazie a Dio i [suoi] genitori non hanno mai sospettato" (Dentro la D, 172), l'io narrante ha pensato a sua volta di buttarsi dal quinto piano di un palazzo (157). Un'amica di famiglia, Dar'ja, ha intuito quel che i genitori della ragazza non avevano sospettato: l'ha calmata, l'ha fatta addormentare, le ha regalato fiducia negli altri e nella propria capacita di sopportazione (172). Dar'ja l'ha anche ingannata. Senza rivelargliene l'identita, ha fatto in modo che la giovane procurasse un salvacondotto a una spia della Gestapo. Questi, invece di ringraziare la protagonista per l'aiuto ricevuto, le ha detto con disprezzo: "[...] se avessi saputo di dover venire in casa di ebrei, ne avrei fatto a meno" (168). Nonostante la brutta esperienza, l'io narrante ricorda Dar'ja con simpatia. La profuga e stata "la dolce bambagia della mia adolescenza" (171): "se non ci fosse stata Dar'ja, una certa notte io tutta sarei andata in pezzi" (166). Non riesce percio a volergliene:

[...] il mio non volertene e soprattutto un atto d'amore, perche cerco di capirti e cercar di capire e gia amare. E un atto di speranza, di folle, assurda determinazione a sperare, perche quel che mi hai dato quel giorno al Grand Hotel [...] sul piatto della mia personale bilancia pesa molto piu del rancore che a rigor di logica dovrei nutrire.

(176)

La protagonista si riconcilia anche coi genitori dopo essersi interrogata sulla loro assenza da casa nei giorni delle "vere e proprie trombe d'aria". Forse l'hanno trascurata per occuparsi di questioni morali e politiche, ma l'io narrante si rende conto di quanto valga il loro "credo" (134). Forse non sono sempre stati genitori suoi diventando genitori di tanti sfortunati, ma la ragazza accetta il ragionamento di un altro personaggio: "[...] ai padri generici come tuo padre e spesso a scapito dei loro figli, noi padri specifici dobbiamo i sonni tranquilli dei figli nostri" (146).

L'io narrante dichiara con orgoglio la propria appartenenza alla comunita ebraica romana anche se i suoi membri sono stati a volte ingenerosi con lei. E un'"ebrea innamorata della gioiosa universalita del pensiero ebraico" (149). La conclusione del romanzo, giocato su parole che iniziano con la lettera D, e che "il Difetto Di Difetti e Demoniaco e Danna" (179). L'io narrante conferma insomma il proprio affetto per il padre, la madre, Dar'ja, il proprio "io" dodicenne e la propria comunita nonostante i loro comprensibili, inevitabili errori. Con tutti loro e in pace.

In Dentro la D i buoni non vengono piu confusi coi malvagi, come accade nel finale di In contumacia. La spia della Gestapo e anche visivamente demoniaca: dopo aver preso il salvacondotto "gira su se stesso e si avvia per le scale con una sola piroetta, con una fluidita di movimenti che gli consente di saltare i gradini a quattro a quattro senza che mai si avverta il rimbalzo dei piedi sul marmo" (168). La moglie di Carlo Felice e biasimata per aver simulato una gravidanza (al fine di farsi sposare), un aborto (dopo essersi sposata), e per essersi sempre comportata come "se fosse al centro dell'universo" (153). La zia Egle sara presto descritta come un mostro.

La narratrice di Dentro la D non fa pero nessuna domanda su coloro che sono responsabili della sua sventura: non li nomina; ne ha ancora terrore. Come io narrante lei parla del suo stupro a noi lettori, ma come personaggio non l'ha ancora menzionato alle figure che la circondano nel libro. Per quelle figure il suo stupro non "esiste" ancora. (16) La Trilogia ha bisogno di ulteriori tasselli. Uno arriva undici anni dopo, nel 2003, quando la Limentani, ormai settantaseienne, pubblica un altro libro.

La spirale della tigre

Quel libro s'intitola La spirale della tigre e fornisce informazioni sulle ultime cinque generazioni della famiglia di Mina (di nuovo io narrante) soffermandosi soprattutto su quattro gruppi: i trisnonni di Roma, i trisnonni di Avignone, i genitori di Mina, e la famiglia dello zio Davidino. Gli ultimi due gruppi abitano nello stesso pianerottolo di un palazzo a Roma. Il padre ha dato a Mina il compito di raccontare le vicende di famiglia, lasciandole documenti (La spirale della tigre 193), "libri di preghiere usati per generazioni" (226), album fotografici (198), e Mina assolve il compito con precisione. (17) Il titolo del libro si riferisce alle spirali che la sua memoria segue ricostruendo quella storia e oscillando fra passato e presente.

Lo stupro di Mina dodicenne e pero l'episodio di cui si parla piu a lungo anche qui, portando alla luce molti dettagli che prima erano stati taciuti. La violenza sessuale ha avuto luogo "subito dopo la promulgazione delle leggi per la difesa della razza" (209). E stata cioe parte della violenza sponsorizzata dallo stato che secondo Michael Livingston e un effetto frequente delle leggi razziali (181). Scopriamo poi Livio: lui e Mina, appena adolescenti, erano stati amici, "legati dal segreto di due padri che si erano trovati insieme nella stessa sede del fascio prima di venir riportati ognuno alla propria casa, e scaraventati a terra" (La spirale della tigre 209). I due sono stati "bisognosi l'uno dell'altra" per anni (209). Dopo lo stupro, pero, Mina si e rifiutata di vedere il compagno per lo stesso motivo per cui, da adulta, e pronta a perdere l'amicizia di Claudia: non poteva parlargli di quello che le era successo perche, dice, "non parlav[a] neanche a [se] stessa" (210). Il ricordo di una conversazione con il fratello di Livio rivela quanto fosse forte in lei la necessita di tacere:

[...] trovai al portone Norberto, in attesa per chiedermi se non mi vergognavo. Che razza di amica ero? Non immaginavo la delusione di Livio? Non sapevo che non si pianta in asso un amico cosi, di punto in bianco? [...] Accanto a me c'era una madre, mentre Livio non aveva neanche conosciuto la sua. E mio padre era a piede libero! Non sapevo che il suo, di padre, era stato in carcere e poi spedito al confino?

(210-11)

Mina non dice quale sia stata la sua risposta. Riconferma pero il modo in cui ha continuato a spiegare a se stessa "l'eclisse della [sua] possibilita di comunicare" (211):

[...] se per debolezza mi fossi lasciata andare a parlare, avrei contaminato il suo [di Livio] puro dolore con quello mio, sconsacrato, e sarebbe stato lui ad abbandonarmi soffrendo quel che io soffrivo per averlo abbandonato. Ma se non potevo aprirmi con chi mi amava e chiudendomi lo esiliavo da me, dove e con chi le nostre ansie avrebbero trovato quiete? Perfino dall'analista, cui pressata da incubi, secoli dopo non ho potuto impedirmi di raccontare dei quattro uomini, perfino dall'analista ho poi dovuto staccarmi negando tutto, autoaccusandomi di mendacio.

(211)

E una spiegazione molto debole: il dolore di una vittima di abuso sessuale e sconsacrato o immondo solo nei pregiudizi di alcune persone sfortunatamente vicine a loro; e Livio e ricordato come un ragazzo intelligente, sensibile, maturo, che non avrebbe abbandonato l'amica se ne avesse conosciuto l'esperienza. E molto piu probabile che Mina, impaurita dalla sofferenza che ogni riferimento esplicito allo stupro provocava in lei, abbia cercato di evitarne la narrazione. (18) La vergogna, spiega Goldkorn, "e la morte senza il lutto" (50-51): provoca "una memoria senza possibilita di oblio" i cui racconti "non possono che essere reticenti" (51). Anche in questo terzo libro della Trilogia c'e dunque qualcosa di irrisolto, e forse di irrisolvibile, nel ricordo del trauma subito.

Ma Mina continua a scrivere, aggiungendo altri dettagli. Allegra le rivela dopo la guerra di sapere dello stupro. Questa cugina si colloca a meta strada fra sua madre Egle, "un'eclissi totale", e la madre di Mina, "un sole a picco". E una ragazza egoista ma istintivamente capace di generosita: "un'eclissi parziale" (La spirale della tigre 194). Allegra dice di aver saputo subito. Poi si corregge sostenendo di aver capito quel che era accaduto solo nel dopoguerra (214). Se la prima affermazione e quella vera, come La spirale suggerisce, perche la cugina non ha pensato a consolarla? Questa torna a provare il bisogno di una donna che le spieghi, la curi, "condivid[a] lo strazio per aiutar[la] a sopportarlo" (261). Lo stupro incomincia ad ogni modo ad essere oggetto di discussione, ad "esistere" anche fra i personaggi della Trilogia. E un grande passo avanti.

Dopo la guerra, Allegra compie azioni disdicevoli a cui il padre di Mina tenta invano di porre rimedio urtando zia Egle (259). Per vendicarsi questa accusa Mina di aver rubato il fidanzato alla cugina: "[...] dovevo essere un diavolo di civetteria, se Renny ormai preferiva me a un fiore di ragazza come sua figlia" (260). E aggiunge: "[...] una che e stata con quattro brutti fascisti, non fa certo la schizzinosa con un bell'americano" (260). La paura di essere immonda, sconsacrata, riprovevole e riprovata si rivela all'improvviso fondata per colpa di questa zia, che dice anche: "[...] li ho visti ridere per le scale. Li ho sentiti scherzare su come ci avevi preso gusto" (261). Secondo Egle--che la figlia definisce "incapace di essere grata e di insegnarmi a esser grata" e "chiusa fuori della realta vera" (215)--Mina e da biasimare per quel che le e accaduto, complice degli stupratori.

La prima reazione della giovane e l'orrore: "[...] li ebbi di nuovo tutti e quattro addosso. Erano li, a infliggermi il dolore che adesso mi lacerava i timpani". La seconda e la paralisi: "[...] non volevo ascoltarla, eppure stavo li incantata a fissare i suoi gesti" (261). La terza e un odio mai placato per la zia. La quarta reazione e pero benefica: fa "svanire il terrore che l'uomo con le basette [le] aveva lasciato nella carne"; la giovane avverte anzi "la necessita di vederlo per far[si] vedere da lui" (264). Vuole che "il capomanipolo dei nostri picchiatori e stupratori si sent[a] perseguitato dalla [sua] presenza, spettrale ossessione di un passato che pero doveva angosciare lui soltanto" (265). Quest'uomo, assente nella riflessione condotta finora, viene rintracciato una domenica, mentra accompagna moglie e figlio a messa. Mina lo segue a casa, all'ufficio, al caffe, per strada, e alla fine lo fronteggia rivolgendosi al figlio di lui che lo accompagna:

"[...] non tutti gli italiani sono stati brava gente, e non tutti i fascisti hanno tenuto le mani in tasca [...]. Chiedilo a Livio se lo vedi ancora, caro il mio Enzo. Ti dira che suo padre e il mio ne portano ancora le cicatrici. E da quel fascio partivano squadracce che si divertivano a violentare la bambina che ero, e che ti piaceva tanto". Il viso dell'uomo che mi guarda con terrore implorante e per me piu tremendo del viso dello stesso uomo mentre mi stupra. Vomito li, per la strada, con entrambe le mani premute contro le pareti della casa dove lui abita. Vomito l'uomo che mi e entrato nella carne, mentre quello cui ispiro terrore mi si stabilizza nel cervello. Vomito davanti a un figlio che non sa piu cosa pensare del proprio padre

(268)

Questo brano e fondamentale. Due punti vanno evidenziati. Il bisogno che Mina sente di parlare e innanzi tutto, e finalmente, soddisfatto. Parole cercate per decenni sono trovate. Non esprimono piu dolore, non formulano una richiesta d'aiuto, ma pronunciano una denuncia, chiedono giustizia ed emanano, mi pare, una condanna. La giustizia, scrive l'autore piu citato nella Trilogia, Lion Feuchtwanger, "e per i giudei fin dai tempi piu antichi la prima virtu [...] essi inneggiano a chiunque, persino al loro oppressore, quando fa trionfare il diritto" (Feuchtwanger 50). Il bisogno di giustizia e essenziale anche per le vittime di abuso sessuale: la loro cura presuppone il riconoscimento comunitario e la valutazione etico-legale di quel che e accaduto, scrive Herman (70). La comunita, in questo caso, e minima (il reo e suo figlio); e la punizione del colpevole si limita a "un pallore cadaverico", a "segni di putrefazione", allo stupore di un diciottenne "che non sa piu cosa pensare del proprio padre" (La spirale della tigre 268), ma funziona. Mina vomita l'uomo che le e entrato nella carne e se ne libera. La riparazione dal trauma e tutt'altro che definitiva: a quel punto della sua storia Mina si trova soltanto nella situazione di Giacoma Limentani prima della stesura di In contumacia. E pero il divario fra il comportamento dell'autrice (che parla insistentemente dello stupro) e il comportamento della sua protagonista (che tace in maniera altrettanto insistita pur soffrendo per il proprio silenzio) si chiude. Mina diventa la scrittrice Giacoma Limentani. Per usare due termini inglesi che non hanno ancora offuscato l'uso tradizionale italiano, la victim diventa survivor. La riparazione dal trauma e in atto.

"La mia voce", dice Mina raccontando questa scena, "e voce del padre di Livio, di Livio, di mio padre e di mia madre, oltre che mia" (La spirale della tigre 268). La protagonista del romanzo Maria Zef di Paola Drigo, in una situazione analoga, denuncia gli abusi commessi da uno zio e le sue parole "risuonarono ai suoi stessi orecchi come pronunciate con voce altissima, venuta da un mondo lontano, e intorno ad esse si fece un grande silenzio" (Drigo 71). In tutti e due i casi la denuncia non e un atto individuale: chi la fa ha il desiderio di coinvolgere una collettivita o quanto meno l'impressione di ribadire valori trascendenti e aspira a una coralita oggettivante.

Il secondo punto fondamentale del brano e che, come sempre, bisogna stabilire una delimitazione tra la denuncia (sacrosanta), la punizione (doverosa) e la vendetta (ingiusta). Mina vive in uno stato liberale in cui si dimentica il passato senza trarne le debite lezioni. (19) La giustizia e ottenuta senza mediazione istituzionale: la ragazza affronta percio la responsabilita di chi e al tempo stesso parte in causa e giudice. Ha "terrore della paura che incut[e]" all'uomo con le basette (La spirale della tigre 268). Ed anche per questo conclude il libro con un'invocazione a Dio--un'invocazione di redenzione per tutto e per tutti che invera l'intuizione globalizzante che il finale di In contumacia cercava di esprimere senza ancora riuscirci:

Anna Adonaj, hoshiah na, anna Adonaj, hoshiah na! Anna Adonaj, hazliach na, anna Adonaj, hazliach na! Lo ricanto fra me e me, e fra me infine imploro: "Deh, Eterno, redimici, si redimici! Deh, Eterno, facci riuscire, si, facci riuscire". Fammi riuscire...

(279)

La Limentani sviluppa un parallelismo fra la memoria individuale di Mina e la memoria collettiva degli italiani. Dopo la guerra, dice la sua protagonista, tribunali e questure accolsero poche denunce contro i fascisti di basso rango. Si preferiva "soffocare il passato con una pietra nell'illusione di stabilire nel paese una pace molto simile a quella che io avevo creduto di poter trovare in me, prima che la zia Egle me la strappasse" (264). E un parallelismo che Tony Judt sviluppa in un libro sull'Europa del dopoguerra (Postwar 41-62). Anche lui, come la Limentani, ritiene che la rimozione non funzioni ne a livello individuale ne a livello collettivo. Le colpe e gli abusi del passato devono essere riconosciuti e condannati. I colpevoli devono essere "vomitati" come accade metaforicamente all'uomo con le basette. La Trilogia di Giacoma Limentani racconta la storia di questo riconoscimento e di questa condanna, di un bisogno di parlare fortemente represso e soddisfatto dopo decenni. Valeva la pena di investire tanto tempo ed energie per farlo?

La risposta delle voci che emergono ne La spirale della tigre e cautamente positiva. Bisogna "testimoniare sempre e ovunque quanto la coscienza [ci] impone di rendere noto" (La spirale della tigre 205). Bisogna "allineare i fatti che [ci] hanno toccat[i] da vicino, quelli belli e quelli brutti, soprattutto quelli brutti, senza badare troppo allo stile, e solo per far[sene] infine una ragione" (208). Bisogna farlo per osservare le nostre passioni con distacco (191), per allontanarsi dal male ed esorcizzarlo, per soddisfare un "anelito alla luce" (192).

In alcuni saggi di Scrivere dopo per scrivere prima (1997) la Limentani si interroga in prima persona sul significato che la narrazione della violenza subita o del dolore provato puo avere. Scrivere, dice con pari cautela, trasforma "ogni realta contingente e sconvolgente in modo da farne un insegnamento comprensibile e quindi fruttuoso per tutti al di la di ogni confine del tempo e dello spazio" (Scrivere dopo per scrivere prima 131). Riesce "a decantare la sofferenza e l'offesa e a trasformarle [...] in esperienza preziosa e in insegnamento trasmettibile" (139). Non bisogna pero esagerare questa capacita decantante (13): anche quando le offese sono filtrate e trasformate, "chi e stato insultato rimane insultato, chi e stato ferito rimane ferito, chi e stato torturato rimane torturato. E chi ne muore va ad aggiungersi alla lista degli uccisi" (139). Lo scrivere, parafrasa una prefatrice della Trilogia, porta serenita ma lascia insoddisfatti (Ravera 12). La scrittura non e sufficiente a rimuovere "vizi di pensiero, violenze di atteggiamento, rigidita di giudizio e sensi di superiorita" (Il Midrash 8-9). Il Messia degli ebrei, in altre parole, deve ancora arrivare. Mondo e storia non sono stati redenti.

La trilogia diventa tetralogia

La parola redenzione ha pero le sue ambiguita. Indica un cambiamento radicale della vita umana e, in quel caso, l'assenza di redenzione e fin troppo evidente: gli agnelli e i lupi di questo mondo non pascolano insieme. La parola redenzione indica anche istanti privilegiati che rivestono di senso la vita e la rendono accettabile: lo sprofondarsi che Leopardi descrive nell'Infinito (Leopardi 30001) e l'effetto che una canzone americana ha sul protagonista della Nausea di Sartre rimandano a quegli istanti (Sartre 214-22).

Una quarta narrazione della giovinezza di Mina e stata fatta dopo un istante del genere. L'io narrante, questa volta, non e piu un personaggio d'invenzione ma Giacoma Limentani. La sua storia non e raccontata in maniera debordante, come in In contumacia, o fra le pieghe di discorsi apparentemente irrelati, come se la narratrice ne aspettasse la comparsa senza proprio volerla, come nei due volumi successivi. Il racconto si svolge in maniera ordinata, per cenni essenziali. La narratrice non scrive: parla in un centro culturale di Roma la prima volta e in una galleria d'arte di Milano le altre due, di fronte a un pubblico di amici e conoscenti. Non e in piedi ("pensereste che voglio farvi un concerto. Non e un concerto" Canzoni fra storia e memoria 01:25-36) e neppure seduta a un tavolo ("potreste pensare che faccio una conferenza. No, niente di tutto questo" 01: 36-39). E appoggiata a una scaletta, e inframmezza un racconto di 72 minuti con 19 canzoni. Il titolo dell'evento e Canzoni fra storia e memoria. (20) I dettagli della storia sono quelli che conosciamo, con le abituali variazioni (la dodicenne, questa volta, era "sola in casa" 19: 06-26) ed aggiunte (sulla lotta partigiana). La storia e triste, ma raccontata con distacco. Le canzoni hanno melodie orecchiabili, armonie composte, ritmi svelti. Segnalano un'atmosfera di riconciliazione. La Limentani ricorda di aver visto a Roma, alla fine della guerra, un soldato sfinito ed inzaccherato che esorcizzava le proprie nostalgie cantando I'll Be Seeing You. Lo stesso vale per lei. A quel punto della vita la sua storia e dicibile pacatamente, con uno sfondo musicale, raccontata anche a Vous qui passez sans me voir, per dire a tutti che Il ne faut pas briser un reve.

Le violenze sessuali sconvolgono il sistema di autodifesa. Separano funzioni normalmente integrate fra di loro. Provocano stati di allerta permanente, come se i pericoli potessero tornare ad ogni momento. Alterano lo stato della coscienza causando passivita o indifferenza o frammentazione (Herman 33-43). Non c'e allora un eccesso di ottimismo nel modo in cui le Canzoni fra storia e memoria rievocano lo stupro di Giacoma e Mina? Direi di no, se si considera che quest'epilogo arriva settantatre anni e tre libri dopo il trauma con cui la Limentani si e cosi a lungo misurata.

Ci sono poi situazioni in cui l'ottimismo e insieme dono e dovere. Nella Spirale della tigre la Limentani racconta di una serata del '45 in cui i genitori ricevono in casa una ventina di sopravvissuti all'olocausto. Fra loro c'e un rabbino incupito che non parla ne benedice pane o vino: "[...] il suo pallore era un rimprovero rivolto al mondo intero e a noi che in quel mondo ci sforzavamo di ricominciare a esistere" (La spirale della tigre 228). I cupi occhi di Reb Maltke "cercan[o] appoggio alla propria disapprovazione" incrociando quelli di tanti altri disperati, che sono pero toccati dal calore di casa Limentani. Un pianoforte viene aperto, un jazzista polacco inizia a suonarlo, qualcuno batte il tempo con le mani, qualcuno canta, qualcuno balla. Mina e sospesa fra la passione per quella musica e "la pieta per quell'uomo ridotto a pura intransigenza" (229). Ed ecco che

a un tratto, in un intervallo della musica, l'uomo ando a mettersi in mezzo alla stanza. Batte i piedi, intono un canto che era insieme di lamento e di gioia, e non si mise proprio a ballare--non credo che ne avrebbe avuta proprio la forza--ma in quella che mi sembro una danza mistica, sempre battendo i piedi al ritmo del canto, levo le braccia al cielo con un roteare di mani e un oscillare del capo che si propago all'intero corpo.

(229) (21)

Il canto e la danza non cancellano qui il ricordo dei morti, non lo attenuano neppure, ma sollevano in parte il cuore dalle angosce. Sarebbe sbagliato, analogamente, ascoltare le Canzoni fra storia e memoria senza ricordare le dolorose considerazioni di In contumacia, ma sarebbe anche sbagliato leggere la Trilogia senza considerare questo epilogo che ne costituisce parte integrante trasformandola in una tetralogia dolorosa, consolante, enigmatica a seconda dei nostri mutevoli punti di vista.

Luciano Parisi

University of Exeter

Opere citate

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(1) Scrivendo questo articolo ho avuto la fortuna di conoscere Giacoma Limentani e di discuterlo con lei. Le sono grato delle correzioni, dei suggerimenti e di molto altro, ma resto in maniera fin troppo evidente responsabile di possibili errori e di ogni caduta d'ispirazione. Ringrazio Tiziana Graf, della Galleria Arte e Mestieri di Milano, per le preziose informazioni che mi ha dato sulla realizzazione delle Canzoni fra storia e memoria.

(2) Burgio (19-25) descrive il legame tra l'invasione dell'Etiopia negli anni '30 e la crescente ostilita per la comunita ebraica in Italia. La stessa presunzione di superiorita razziale o culturale e l'arroganza del potere motivano tanto i violentatori di Mina quanto i colonizzatori del regime che costringevano le ragazze etiopi a spogliarsi per farsi fotografare nude insieme a loro. Forgacs (67-79) documenta alcuni episodi con materiale degno di riflessione.

(3) "Alef--Prima lettera dell'alfabeto ebraico. Muta. Le lettere dell'alfabeto ebraico hanno valore numerico. Il valore numerico dell' alef e 1" (Limentani, La spirale della tigre 297). "Uno. L'unita indissolubile e insondabile. L'essenza divina che tutto da e cui tutto ritorna. Il numero e la lettera che Dio impose agli uomini di non usare per il suo nome nominabile. Diede loro la beth per Baruch, Benedetto. L'alef e muta" (In contumacia 25).

(4) Mina si sente accomunata a Giuseppe Flavio anche per l'incapacita di spiegarsi con la propria comunita. Giuseppe rinuncia "allo spettacolare eroismo che avrebbe fatto di lui un martire amato dagli ebrei" per salvare qualcuno e qualcosa e viene considerato un traditore (In contumacia 73-74).

(5) In Parole e silenzi. Scritti per Giacoma Limentani Lea Sestieri, parlando della Limentani, osserva che "le pene e i dispiaceri della prima parte della sua vita sono stati molti e duri" (12) e che la letteratura "le ha permesso di trasformare in parole i tormenti, le angosce, le allegrie, i desideri che si combattevano dentro di lei" (13). Parlando di Dentro la D, Ottavio di Grazia nota che "da quel libro fui trascinato [...] in una storia, la tua" (17).

(6) La tesi di una colpa generalizzata, in cui colpevoli e vittime si mescolano come parimenti degni di punizione, sara attribuita alla signora Trani in Dentro la D e rifiutata con sicurezza dal padre dell'io narrante: "[...] se i morti si alzassero e perdonassero, ringrazieremmo Dio che concede pace, ma nessuno, nessuno puo perdonare i torti fatti ad altri. Per i torti fatti ad altri, si puo solo chiedere giustizia" (Dentro la D 177).

(7) "Scivolo [...] dalla serieta alla seriosita, da un sacrosanto voler sapere, nella retorica del dolore, dello sdegno, del rifiuto" (Dentro la D 144-45)

(8) Lo fa anche Mina: un maestro, "in ricordo degli insegnamenti ricevuti dal nonno, mi ha concesso di studiare midrash con lui" (Dentro la D 148).

(9) La stessa convinzione riappare nell'opera di Clotilde Pontecorvo, coetanea ed amica della Limentani. Si vedano soprattutto i capp. 1, 3, 4 e 9 di Discutendo si impara.

(10) Uno scrittore caro alla Limentani, Wlodek Goldkorn, fa osservazioni simili: "[...] diffido di chi vuole che il ricordo sia sempre verificato. La memoria e tale quando e avvolta nella nebbia e soggetta a cambiamenti, vale a dire quando e viva" (63).

(11) Il padre scrive in un diario: "non vuoi parlarne. Amore mio, carne mia. Se non vuoi parlare non saro io a costringerti. Non lo diro a nessuno. Serbero il tuo segreto. Il tuo pudore e sacro per me" (In contumacia 91).

(12) Lara Cardella, in Volevo i pantaloni, e Cristina Comencini, ne La bestia nel cuore, hanno raccontato storie di abuso sessuale all'infanzia ricorrendo a volte a toni umoristici, ma si tratta anche in quei casi di un uso molto limitato.

(13) Le obiezioni di Mark Larrimer alle interpretazioni del libro di Giobbe sviluppatesi in ambiti confessionali ebraici e cristiani valgono anche per Il grande seduto: "[...] what if Job's complaints against God were not just expressions of weakness of character or the loss of self-control, which pain and catastrophic loss might produce in the best of man? What if he was raising unanswerable questions about the justice of God?" (63); "[...] whatever is said of the character of Job, are not more unsettling questions raised about the character of God?" (78).

(14) Giobbe xiii, 23 e 25, ne La sacra Bibbia 580.

(15) L'anonima protagonista ed io narrante di questo libro e nata nel 1927, come Mina. E chiamata rana o ranocchia dal padre (Dentro la D 110), come l'io narrante di In contumacia (In contumacia 28). Ha genitori, parenti, pensieri e problemi simili a quelli di Mina. Nel 2013, per di piu, i due testi sono stati pubblicati insieme come prima e seconda parte della Trilogia.

(16) Su quella non-esistenza si vedano le riflessioni di Alexandra Cornilescu, raccolte da Stiles 534-35.

(17) "Sono ormai l'unica e percio l'ultima a poter raccontare [...] mio padre pensava che, oltre a nutrirmi col calore dell'appartenenza, tramandare ricordi e testimonianze fosse un dovere inderogabile proprio per me (La spirale della tigre 191).

(18) Maurilio Orbecchi ricorda che "chi ha vissuto eventi che hanno procurato lesioni alla propria o altrui integrita e invaso dalle immagini del trauma, che in un modo o nell'altro gli torneranno in mente per tutto il resto della vita, facendogli rivivere l'esperienza violenta in seguito a qualsiasi minimo stimolo. I traumi si ripropongono in maniera quasi automatica, nonostante gli sforzi che si compiono per evitare di richiamarli alla memoria" (65-66).

(19) L'assenza di un intervento istituzionale e seria anche per i risvolti psicologici che comporta: Jerome Bruner osserva che, quando una persona investita di autorita descrive il mondo, "and you are not in it, there is a moment of psychic disequilibrium, as if you looked into a mirror and saw nothing" (32). Adrienne Rich, da cui Bruner trae le parole citate, paragona quella invisibilita a un non-essere a cui si e costretti (199-200).

(20) Le Canzoni fra storia e memoria sono state presentate in pubblico alla Casa della Memoria e della Storia, a Roma, nella prima meta del 2012, e alla Galleria Arte e Mestieri di Milano, il 26 giugno 2012 (la data in cui sono stati registrati i dischi che le contengono ora) e l' 11 dicembre 2013 (in occasione della presentazione della Trilogia appena pubblicata). I dischi che contengono la registrazione dell'evento sono due. Nell'articolo mi occupo solo del primo: il secondo contiene ventotto canzoni in inglese e nessuna narrazione.

(21) La storia "The Conversion", raccolta da Buber (149-61) racconta la conversione similmente articolata di un altro rabbino, Jacob Joseph di Sharigrod.
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Author:Parisi, Luciano
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2017
Words:7926
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