Printer Friendly

Prisca aetas. Eros e paradosso nella cultura letteraria del Cinquecento.

I materiali che presento rinviano a una materia complessa, corredabile di una vasta bibliografia secondaria antica e modema. Non c'e dunque in queste note alcuna pretesa di completezza, piuttosto l'intento di illustrare le componenti "erotiche" del mito cosi come riflesse in testi (noti e meno noti) della letteratura cinquecentesca, unitamente a delle considerazioni sulla natura "paradossale" del mito stesso.

1. In un lungo passo della sua sesta satira Ludovico Ariosto, entro una lunga riflessione intorno all'immoralith dei poeti contemporanei, ripercorreva una versione particolare del mito dell'eta dell'oro:</p>

<pre> Esser tali dovean quelli che vieta che sian ne la republica Platone, da lui con si santi ordini discreta; ma non fu tal gia Febo, ne Anfione, ne gli altri che trovaro i primi versi, che col buon stile, e piu con l'opre buone, persuasero agli uomini a doversi ridurre insieme, e abandonar le giande che per le selve li traean dispersi; e fer che i piu robusti, la cui grande forza era usata alli minori tbrre or mogli, or gregge et or miglior vivande,

si lasciaro alle leggi sottoporre, e cominciar, versando aratri e glebe, del sudor loro pifi giusti frutti a-ccbrre. Indi i scrittor fero all'indotta plebe creder ch'al suon de le soavi cetre l'un Troia e l'altro edificasse Tebe; e avesson fatto scendere le petre

dagli alti monti, et Orfeo tratto al canto tigri e leon dale spelonche tetre. (Ariosto, Satire 67-87) (1) </pre> <p>Fonte di questi versi, come e ben noto, era la celeberrima Epistula ad Pisones, ovvero la Ars poetica di Orazio, che Ariosto volgeva in volgare in modo quasi parafrastico. (2) Secondo il quadro rievocato, il merito dei poeti della leggenda, Orfeo Anfione e lo stesso Febo fondatore di Troia, era quello di avere favorito la civilizzazione dell'umanita rispetto al suo stato naturale, con un intervento provvidenziale capace di affrancare l'homo faber da una prisca aetas violenta e incivile, caratterizzata dalla ricerca individuale dei mezzi di sostentamento e dalla violenza dei forti sui deboli in assenza della legge. Si trattava dunque di una versione particolare del mito, titolare della concezione di un' eta primitiva rozza, subumana e priva di attrattive: l'opposto, in sostanza, rispetto all' idea di un' epoca dell' abbondanza, dell'innocenza e della assenza di malattie e di dolore, quale tramandata in luoghi topici della letteratura greca, da Esiodo a Platone. (3)

Che il mito antico fosse trasmesso secondo una duplice versione e in effetti cosa ben nota, da quando Arthur Lovejoy e Franz Boas introdussero la nozione antropologica di hard primitivism, (4) e poi da quando Erwin Panofsky ebbe a studiare l'esperienza figurativa di Piero di Cosimo, connettendo le sue geniali rappresentazioni della prisca aetas a un</p>

<pre> primitivismo 'duro' [che] si adattava perfettamente entro Io schema di una filosofia razionalistica, e persino materialistica [che] immagina il sorgere dell'umanita come un processo interamente

naturale, dovuto esclusivamente alle doti innate della razza umana. (5) </pre> <p>Si dovra aggiungere che la versione negativa (dura, appunto) del mito era particolarmente diffusa nella cultura latina, cosi come la si leggeva in Orazio, in Ovidio (6) e in Giovenale, (7) e soprattutto nel quinto libro del De rerum natura di Lucrezio, improntato ad una idea razionalistica ed epicurea dello stato naturale dell'uomo. (8) Cib che pus stupire e semmai la disinvoltura con cui Ariosto trasferiva nei suoi versi questa concezione cosi strettamente connessa a implicazioni materialistiche. E vero che, come del resto in Orazio, quelle nozioni apparivano corrette dall'elemento dell'intervento trascendente, col grande rilievo simbolico dato all'iniziativa di Febo (e a seguire dei poeti della leggenda) di procurare agli uomini la poesia. Ma su un piano concettuale, malgrado sia difficile valutare quanto l'uomo rinascimentale potesse discernere le implicazioni filosofiche di un primitivismo incline a leggere nella storia umana un processo di evoluzione naturale e propenso a escludere da quella evoluzione ogni operazione divina, sara da rimarcare quella aderenza a idee in qualche modo audaci. Si dovra riflettere, pero, sulla tipologia e sulle funzioni della poesia satirica, intesa da Ariosto come scrittura semi-privata destinata a un pubblico ristretto di lettori ai quali si puo parlare liberamente in materia di morale e con un certo grado di sofisticazione. In quella luce e possibile capire la pregnanza della parafrasi oraziana, caratterizzata dalla critica impietosa all'uomo contemporaneo dimentico dei valori storici della civitas. La cifra specifica del passo ariostesco e comprensibile, in definitiva, se si guarda alla chiave di accesso stilistica della de-mistificazione dei materiali classici. (9) In tale luce, non e un caso che il passo finisse per sedimentare nella mente estrosa di un altro satirico, Francesco Berni, il quale lo riproponeva negli stessi anni all'interno del suo Dialogo contra i poeti:

SANGA.... hanno fatto [i poeti] che Giove cacci del regno Saturno, et esso castri il Cielo suo padre; che Tieste si magni li figlioli, Oreste ammazzi Clitennestra; poi di mano in mano li fratelli amino le sorelle, et e converso; poi che si ammazzino, come dire Eteocle e Polinice.... Poi dicono che fingono: e quai di loro va fantasticando piu orrende et essorbitanti cose, quel dicono aver piu bella invenzione. Or vedete che figuli son questi, e che maestri di porcellana.

BERNI. Voi mi avete con quel nome de figuli fatto venir voglia di ridere, ricordandomi d'un pensiero ch'i' ho avuto e ho del continuo sopra questa generazione.... Volete che vi dica quel che farei de' poeti? Gia che si usurpano questa denominazione di figuli e vogliono che si dica che fingono, io gli metterei a fare de' mattoni, tutti quanti ne potessi trovare, e darei loro da fingere tanto che se ne caveriano la voglia....

SANGA. O bel pensiero, se Dio m'aiuti! Ad ogni modo io credo che '1 primo essercizio de' poeti fosse il murare; ma poi, corne soglion far questi garzoni che hanno poco il capo a far bene ... cosi queste bestie si sviassino, e, lasciata stare quell'arte che aria loro messo qualche conto piu che la poesia, si dessero a far versi e baie....

BERNI. E vero, per Dio! Vedete Apollo, che fu lor capo e maestro, e servi Laomedonte a credenza piu di duo anni a rifar le mura di Troia, poi, per sdegno che non fu pagato, ando a disfarle.

SANGA. Si; e Anfione che fece le mura di Tebe; et a questi di un altro che mi presento certe mele appie con un epigrammetto di sopra, che ho trovato poi che E muratore ... non vi par che sia argumento manifestissimo che questa fu da principio l'arte loro? Voi troverete, Bemi, che tutti i poeti alla fin sono o muratori o manovali. (10)

Si tratta, del resto, di una attitudine comune alla cultura rinascimentale, per la quale e da pensare che Ariosto e Berni lavorassero in sintonia con atteggiamenti e indirizzi diffusi nella tradizione umanistica, intesi a esperire trattamenti ironici o distanziati dei miti arcaici nell'ambito di generi idonei, fondati essenzialmente sulle categorie retoriche della ambiguita e del paradosso.

2. La nozione di paradosso ha d'altronde un peso specifico a proposito del mito della prisca aetas, che in tale direzione rivela un uso per lo piu bifronte della cultura antica. Da una parte la leggenda--come ha notato Harry Levin--</p> <pre> is a nostalgic statement of man's orientation in time, an attempt of transcending the limits of history. Since it concentrates mainly upon a prehistoric epoch, a foreworld once perfected and now lost, its usual corollary is a recoil from the belated decadence of the present epoch, whenever that may be. (11) </pre> <p>Dall'altra, una volta esplicitati i complessi nodi teorici intorno al rapporto tra natura, cultura e civilizzazione, lo stesso mito pub essere adot tato come mezzo di dissacrazione dei valori comuni, in altre parole come una nozione problematica di diversita. In questa luce nessun altro luogo e piu esplicito della pagina che Erasmo da Rotterdam affidava alla fortuna dell' Encomium Moriae:</p>

<pre> Siquidem simplex illa aurei seculi gens, nullis armata disciplinis,

solo naturae ductu instinctuque vivebat. Quorsum enim opus erat

gramatica, cum eadem esset omnibus lingua nec aliud sermone petebatur, nisi ut alius alium intelligeret? Quis usus dialectices, ubi nulla erat pugnantium inter se sententiarum dimicatio? Quis rhetoricae locus, cum nullus alteri negocium facesseret? Quorsum requireretur legum prudentia, cum abessent mali mores, ex quibus haud dubie bonae leges prognatae sunt? Porro religiosiores erant quam ut impia curiositate arcana naturae, syderum mensuras, motus, effectus, abditas rerum causas scrutarentur, nefas esse rati si homo mortalis ultra sortem suam saepe conaretur. Iam quid extra coelum esset, inquirendi dementia ne in mentem quidem veniebat. At labente paulatim aetatis aureae puritate, primum a malis, ut dixi, geniis inventae sunt artes, sed paucae atque haequidem a paucis receptae. Postea sexcentas addidit Chaldaeorum superstitio et Graecorum ociosa levitas, meras ingeniorum cruces, adeo ut vel una grammatica abunde satis sit ad perpetuam vitae carnificinam. (12) </pre> <p>Attraverso la celebrazione di un'epoca pura e non corrotta dalla civilizzazione, Erasmo di fatto elogiava l'ignoranza, ovvero l'assenza della ragione logica e speculativa dagli orizzonti umani, e cio per condannare surrettiziamente l'eredita di una cultura pagana rea di avere allontanato l'umanita dalla semplice, naturale verita della rivelazione cristiana. In definitiva, se si pensa che l'Encomion era--giusta le sue stesse parole--soltanto un libro per ridere, Erasmo impiegava una tecnica concettuale assai sofisticata.

Volendo riassumere provvisoriamente, credo che la chiave di accesso a un passo del genere, cosi come agli altri che intendo esporre, sia leggibile entro precise scelte di codice, nel senso cioe, di una argomentazione paradossale che dichiara esplicitamente la sua ambiguita in quanto argomentazione non seria. Per meglio spiegare questo aspetto, varra la pena di ricorrere a un altro testo degli stessi anni, il Capitolo primo della peste di Francesco Berni (1532), piccolo capolavoro di comicita fondato sull'elogio del morbo come "tempo felice" che restituisce gli uomini e le cose ad una condizione primigenia:</p> <pre>

Di far pazzie la natura si sazia, perche in quel tempo si serran le scuole, che a' putti esser non pub maggior disgrazia. Fa ogniun finalmente cio ch'e' vuole: dell'alma liberta quell'e stagione,

ch'esser si cara a tutto '1 mondo suole. E salvo allor l'avere e le persone: non dubitar, se ti cascassin gli occhi, trova ognun le sue cose ove le pone. La peste par ch'altrui la mente tocchi

e la rivolti a Dio: vedi le mura di san Basfian dipinte e di san Rocchi. Essendo dunque ogni cosa sicura, questo e quel secol d'oro e quel celeste stato innocente primo di natura. (13) </pre> <p>Vale la pena di analizzare questo passo. Stando alla lettera del testo, durante il tempo della peste ciascuno fa cio che vuole. Nessuno ruba e nessuno e derubato cosi che la proprieta puo essere lasciata incustodita. La peste e dunque un tempo di liberta in quanto emancipa l'umanita dalle catene del vivere sociale e dalle leggi, e in tal senso e l'unica condizione in cui sia possibile ri-creare l'originale innocente stato di natura. Ma tutto questo puo essere detto anche nel piu ambiguo modo che segue: se tu vuoi vedere realmente una nuova eta dell' oro, non bai che da aspettare una epidemia di peste. In tal senso l'argomentazione si pone per il lettore come equivoca, grottesca e inquietante, in quanto celebra il dolore e la malattia nel segno di un'eta tradizionalmente celebrata come priva di malattie e di dolore. In termini di contenuto, si tratta di una evidente dissacrazione del mito, che ne travisa i significati originali riconducendo la categoria atemporale della prisca aetas a una nozione "storica", fondata cioe sul tempo storico del morbo. In termini di stile, la stessa leggenda e adibita alla raffigurazione di un universo potenziale (non reale), un territorio cioe puramente intellettuale in cui i comportamenti umani appaiono regolafi da un felice e benefico disordine.

3. Sara il caso di precisare, a questo punto, che il trattamento del mito aureo nel Rinascimento non deve essere ridotto ai soli parametri esposti fino a ora. La letteratura medioevale aveva propagato una sua interpretazione seria, elevando il tempo di Saturno a topos di riflessione intellettuale di tipo politico o giuridico (si pensi al caposfipite volgare di Dante), e la tradizione umanisfica aveva per parte sua enfafizzato, per lo piu entro codici lirici o encomiastici, la nostalgia per un'eta leggendaria senza guerre ne mali. (14) Ma E proprio nell'interferenza continua fra la fattispecie seria e quella ambigua e irriverente che la cultura cinquecentesca gioca le sue carte piu interessanti. Un caso di qualche rilievo riguarda il trattamento del motivo erofico e sessuale applicato alla leggenda dei secoli aurei. Corne era l'amore nell'eta dell'oro? O meglio, cosa raccontava al proposito la tradizione? Era il racconto di un'epoca pura e innocente, o forse di un tempo dedito a prafiche erofiche occasionali e spontanee? E soprattutto: quali implicazioni concettuali, morali o religiose potevano trarsi da tutto cio? Volendo azzardare risposte, piu che evidenziare il disagio sofferto al proposito dalla cultura rinascimentale, credo valga la pena riflettere sull'assenza di contributi al riguardo nella letteratura classica. Su come fosse l'amore nell'eta dell'oro Esiodo non aveva scritto niente, e cib per il semplice fatto che era stata Pandora a portare i primi guai all'umanita, e dato che--come Eva--ella era stata la prima del suo sesso, ne consegue che nell'eta dell'oro di Esiodo non c'erano donne. (15) Neppure nei testi di Ovidio, in genere permeati di motivi erotici, si trovano cenni in tal senso a proposito dell'eta dell'oro, ma cio non sorprende in quanto il lungo passo di Metamorfosi I: 89-162 seguiva principalmente la tradizione esiodea che eslcudeva il sesso femminile dalla leggenda. In Giovenale, diversamente, le donne primitive appaiono repellenti e insieme caste. (16) Di seguito, nella versione politica di Virgilio e Arato era spuntata Astrea, la divinita della giustizia: una vergine, che i letterati medioevali (Dartre in testa) avevano agevolmente sovrapposto al culto della Madonna. Tutto cib non sfuggiva ai poeti burleschi, che da quella assenza potevano muovere ad altre operazioni trasgressive, per le quali credo non sia peregrino il ricorso a idee proto-libertine.

Il capitolo Del Martello di Giovanni Della Casa E un temario di biasimo fondato su una figura linguistica consueta nella lingua cinquecentesca, il martello d'amore e cioe l'innamoramento. Per il poeta questa particolare condizione, che nell'uomo produce sofferenze di ogni tipo, e da attribuire al processo di civilizzazione. A1 tempo dell'eta dell'oro l'umanita, che viveva in condizioni di suprema liberta del corpo e della mente, era affrancata dai mali fisici e anche da quelli sentimentali. Si legga l'intera parte finale del ternario:</p> <pre> So che sapete del ladro sottile, Che a Giove fe la barba gia di stoppa Quando gli beccb su l'esca e 'I focile. Come caval da spron tocco galoppa,

Cosi si cruccio lui quel mariuolo, Che non era uso di portar in groppa. Non era ancor la pentola e '1 paiuolo, Ma crude si mangiavan le vivande: Tant'avea il padre allor, quanto il figliuolo.

Dicono alcun, che si vivea di ghiande; Facciam pur conto ch'elle fosser pere, Per non voler or far la cosa grande. Basta, ch'essi attendevano a godere, E vivean sempre lieti a la carlona; Quando gli avean mangiato, volean bere. Non si stava in quel tempo con persona, Non era ne creanza ne respetto, Che la vita non lascian saper buona. Speranza, sanita, gioia e diletto Si levavano teco la mattina, E tornavan la sera teco al letto. Non era ne sorella ne cugina; Si facea d'ogni cosa un guazzabuglio; Ogni stanza era camera e cucina. Poi che quel trafurel fece garbuglio,

Quel Dio lassfi ci mando freddo e caldo, E concio tutti i mali in un mescuglio. E per fargli piu forti, quel ribaldo In un vasetto tutti gli ripose, Che d'ogni 'ntorno era serrato e saldo.

Gotte, gomme, dolor, doglie franciose, Mal di fianco e di stomaco, e la peste, E la quartana fur le prime cose. Lo star con altri poi poser con queste, Non dico gia del nostro cardinale,

Ma con altre persone disoneste. Affaticarti ben, ed aver male

E non aver un ladro d'un quattrino, E guardar in cagnesco l'ospitale,

Litigar col parente o col vicino, Partir il patrimonio co' i fratelli, E mancarti or il pane ed or il vino. Mastri di casa e mastri di tinelli, E scrivere e far guardie e cavalcare,

E tagliar delle barbe e dei capelli. Di queste e di mill' altre cose rare Fu pieno il vaso, come tu dicessi, Non far piatto la sera, o digiunare, Non servar cosa che tu promettessi, E mill'altre cosette e zaccherelle, Che faria noia altrui, s'io le scrivessi. Poter aver pifi tosto delle stelle, Che un beneficiol ben sciagurato, E gire a stare a suon di campanelle. Fu il vaso molto ben chiuso e serrato, E per una saccente messaggiera

Mandato al tnfffator da Giove irato. Disse, che un lattovaro dentro v'era: Com'ei l'aperse, uscir dell'albarello Infermita dispetto e doglie a schiera; Mail peggior mal di tutti fu il martello. (17) </pre> <p>Per un umanista erudito e sofisticato come Della Casa il mito aureo conduceva naturalmente a Esiodo, e segnatamente al racconto del furto del fuoco da parte di Prometeo e della vendetta di Zeus attraverso il vaso di Pandora. (18) Ma il codice basso induceva il poeta a espropriare la fonte delle sue coordinate originali, escludendo dal dettato ogni implicazione seria e situando la leggenda entro una atmosfera stravagante, familiare e dimessa. Era chiaro il rifiuto di ogni implicazione filosofica, che pure il Rinascimento aveva elaborato in piu luoghi, cosi come era chiara la distanza dalla modalita "sentimentale" della lirica coeva. (19) Cib che emergeva, in sostanza, era la spregiudicata lettura erotica del mito, adesso adattato a un edonismo dimesso ma diffuso, proteso a elogiare il riscatto libero e incontrollato della vita degli istinti. Il che significa appunto la nostalgia di uno stato di pre-socialita, di una dimensione primordiale della vita fondata sulla spontaneita del desiderio. (20)

Ai versi del Martello e agevole affiancare altri passi del corpus burlesco, che in questa occasione non posso analizzare ma che nel complesso sembrano fissare gli elementi piu anti-sociali del mito dello stato naturale. Quelli di Giovanni Mauro innanzitutto, vicino a Della Casa, sodale della accademia romana dei Vignaiuoli e protagonista della maniera giocosa:</p> <pre> Poi che sdegnaro le vivande antiche, Che la terra benigna al mondo dava, Furon le genti a lor stesse nemiche. In quel tempo felice ogn'un sguazzava, Ogni frutto commune era a i mortali, Onde a rubar altrui non si pensava.

Poscia peggior di tutti gli animali Divenne l'huomo, & l'avaritia nacque Accompagnata da cotanti mali.21 Tal era anticamente nostra sorte, La femina col maschio se ne giva Dal giorno che nascea fin a la morte. Et s'egli era un bel volto pellegrino

Ch'altrui piacesse, subito l'haveva, Per propria elettion, non per destino. Allhor donna amorosa non piangeva; Ma del suo amante in compagnia si stava Et dolcemente del suo amor godeva.

O felice in quel tempo chi s'amava. Perche non nacqui anch'io quand'ogni bella, Come la fe natura, ignuda andava? (22) Hor qual'al mondo e piu nobil tesoro, Se questo don celeste, & santo, & raro Rinova il tempo de l'eta del oro, Cioe quel tempo si tranquillo, & caro, Quel secol di Sammo dolce, & puro, Che la malitia ha guasto, e '1 mondo avaro. Quando ciascun vivea lieto, & sicuro Con non comprate, & semplici vivande, Senza paura del tempo futuro. Non vedete voi hor, che l'alme ghiande,

E tutti i frutti delle sacre selve Son tanto in pregio, ch'e una cosa grande. (23) </pre> <p>Oppure quelli del meno noto capitolo A Lorenzo Scala di Quinto Gherardi, che ricordano ancor piu da vicino i temari del Casa:</p> <pre> Ne la prima dell'oro antica eta,

All'hor ch'il ciel serviva per mantello, L'acqua pel vino, se cosi la sta, Le ghiande in vece di pan fresco, & bello, Et li prafi per letto spiumacciato, Et le grotte servivon per hostello. Fu quel viver da tutti celebrato Sendo ad uso comun qualunche cosa, Ma quasi niun di poi l'ha seguitato. Non bisognava stillarsi i cervegli, Per buscare oro, o d'argento moneta,

Ne com'hora eran tanti traforelli. (24) </pre> <p>I motivi, del resto, sono gli stessi: la semplicita e l'innocenza dell'uomo nei confronti del futuro, la comunione dei beni materiali corne rimedio alla avidita, la liberta sessuale e amorosa. Varra pero la pena di ribadire la dimensione surreale e straniata che fa da sfondo a quel recupero del mito, in sintonia con un codice letterario che, diversamente dai contenitori seri, si qualifica al di fuori di ogni inclinazione realisfica o mimefica, e rivendica, nella sua dichiarata ispirazione paradossale, una inusitata liberta linguistica e interpretativa. Scriveva Giovanni Mauro nel "Capitolo delle bugie': "Chi brama esser poeta da dovero; / Cosi vada dal ver sempre lontano; / Corne da scogli un provido nocchiero." (25) Se dunque il veto, nell'universo burlesco, era esorcizzato enfro un universo di infiniti possibili dove la parola si scioglieva da ogni vincolo etico, la nostalgia irriverente di uno spazio affrancato dalle convenzioni sociali finiva per creare letteralmente un mondo allucinato in cul le potenzialita metaforiche, allusive, evocative della poesia alimentano un rapporto continuamente oscillante tra verita e menzogna. E cosi l'eta dell'oro e lo stato di natura diventavano il dominio di un benefico disordine e il referente di una concezione dell'eros indirizzata alle conclusioni pifi ardite. Mi pare opportuno ricordare i versi dello stesso Mauro che dichiarava: "Amor si ficca dentro in ogni pelo: / Et convien, ch'obedisca alla natura / Ogni persona nata sotto al cielo." (26) Se nel Berni della Peste lo Stato di natura era il paradigma della purificazione e rigenerazione attraverso il dolore, nei suoi sodali diveniva l'incunabolo di un messaggio "libertino" giocato nell'ambito apparentemente innocuo del sovvertimento comico.

(4.) Se letti in tale direzione, e lecito pensare che i contenuti dei versi burleschi, una volta decodificati e trasferiti in spazi intellettuali pifi consapevoli, fossero messaggi non del tutto innocui, rinviando a modelli avversi a quelli rigorosi e gerarchici dell'etica tradizionale. Un primo assaggio di ricerca mi porta a segnalare alcune prose contigue ai testi poetici gih trattati quanto alla geografia letteraria e alla cronologia. Innanzitutto la poco nota cicalata Delle lodi dellafurfanteria, composta verso la fine degli anni '30 dal gardesano Iacopo Bonfadio, figura defilata di umanista e letterato vicino a Bembo e a Paolo Manuzio, sciaguratamente colpito da condanna capitale nel 1550 e oggi valutato anche per la sua compromissione con la vita ereticale del primo Cinquecento. In particolare la cicalata in oggetto e da collocare entro l'ambiente della romana Accademia della Virtu, attiva verso la fine degli anni '30, alla quale Bonfadio era affiliato assieme a personaggi come il Caro, il Della Casa, il Firenzuola, il Molza.</p> <pre> Essendo antica, e di necessith che [la furfanteria] sia eccellente e perfetta, e in conseguenza ogni furfante eccellente e perfetto.... E che sia il vero cominciamo a discorrere da prmcipio di questo mondaccio grande, quando messer Saturno era re degli uomini.... Che vita furfantesca era quella di quelle generazioni che sotto lui vivevano, i quali, ancora che il re e superiore avessero, quello come buon padre riputando, e egli trattando loro da buoni figliuoli, vivevano in tanta liberth e sicurezza, in tanti contenti e piaceri che, benche secondo l'opinione d'alcuni magiassero, bevessero e vestissero da furfanti, non essendo in loro cognizione alcuna de particulari ricchezze, fu dall'autorith della furfantaria chiamato quel tempo il secol d'oro; nel qual erano quelli uomaccioni buononi, puroni, senza malizia alcuna.... Ogni cosa era commune, non ci era divisione di terreni, spartimento di robba, separazione di case, termini di vigne; ad ognuno era lecito lavorare quel terreno che gli piaceva, in quello gittare il suo seme, ognuno poteva por piante in qual orto gli pareva, ciascuno poteva impalar le vigne a suo modo.... Ogni donna era moglie d'ognuno, ogni uomo era marito di ciascuna, e d'ogni cosa i valenti furfanti facevano fascio.... Non si stava a quel tempo con persona, non si litigava, non si rubavan le lepri.... Il qual tempo duro fino a tanto che gli uomini vissero da furfanti, e in loro regno la beata furfanteria. (27) </pre> <p>E chiara in questo passo l'aderenza alle versioni poetiche dei burleschi, come dimostra l'inserzione di un intero endecasillabo dal capitolo del Martello di Della Casa. E cio si spiega tenendo conto del travaso di atteggiamenti e di risorse stilistiche, oltre che di uomini, dall'originario ambiente dei Vignaiuoli a quello di poco posteriore della Virtu. Di qualche novita e perb l'immissione del mito aureo in una scrittura oltremodo aperta a motivi di critica sociale. L'elogio paradossale dellafurfanteria e da intendere secondo l'accezione, diffusa all'epoca, di "condizione ignobile, origine vile e plebea, mendicita', e si presta cosi a indugi dissimulati e maliziosi di forte valenza eversiva. In quel contesto l'eta dell'oro diventa allora, oltre che consueto referente antifrasfico della felicita primitiva, una sorta di patrimonio originario della poverta, e cio ha il suo peso se si pensa alle inquietudini e alle tensioni nelle quali gli studiosi odierni riconoscono i caratteri piu salienti della temperie letteraria romana di fine anni '30.

Ancora meno noto e il ricorso al mito aureo in un'altra prosa paradossale intitolata La Pazzia, apparsa anonima nel 1541 e poi ripubblicata a piu riprese nel medesimo decennio. Variamente attribuito, il testo e una libera elaborazione dell'Encomion erasmiano, quasi certamente ascrivibile ad un'area senese, e non conosce a tutt'oggi uno studio sistematico. Si legga il passo che qui interessa:</p> <pre> Ma quanto fussero felici i popoli senza questi Savii, si pub facilmente giudicar la vita e i costumi dei popoli novamente ritrovati nelle Indie occidentali, i quali, beati senza legge, senza lettere e senza savii, non apprezavano ne oro ne gioie, non conoscevano ne avaritia ne ambitione, ne arte veruna, si nutrivano dei frutti che la terra senza arte produceva, havevano si come nella Republica di Platone ogni cosa comune, insino alle donne e i fanciulli che nascevano come proprii comunemente nutrivan et allevavano, e quelli, riconoscendo tutti come padri, senza odio ne passion alcuna vivevano in perpetuo amor e carita, si corne nel secolo fortunato e veramente d'oro del vecchio Saturno. Il qual giocondo e riposato vivere del tutto gli hanno sturbato et interrotto gli ambitiosi e avari Spagnoli, li quali capitando in quelle ragioni, col lor troppo sapere e con leggi durissime, non altramente che se '1 bossolo di Pandora portato v'havessero, di mille squadre di noie e di mali gli hanno riempiti. (28) </pre> <p>Cio che colpisce qui e la liberta che l'ignoto volgarizzatore si prendeva rispetto alla traccia erasmiana all'atto di istituire un parallelo esplicito fra il mito letterario e la nuova realta degli indigeni d'America. Come si e detto, si tratta di un testo poco noto e di scarso rilievo nella storia della cultura cinquecentesca. Il suo autore non poteva avere letto Vespucci o Bartolomeo de Las Casas (pubblicato solo nel 1552), (29) ne gli altri resoconti di viaggio che di li a poco avrebbero invaso la letteratura di fine secolo. Anticipava tuttavia un motivo che quei resoconti, come gli studi recenti hanno chiarito, avrebbero costantemente enfatizzato, ovvero l'analogia fra le condizioni dei selvaggi d'America e le immagini tradizionali del mito aureo. Si trattava, ben inteso, di una analogia indotta e quasi spontanea, che si serviva della letteratura per rappresentare una realta antropologica sorprendente e inusitata, dove l'assenza di leggi, il clima di pace e tolleranza, l'amore libero e in definifiva lo stato di natura si rendevano visibili nel tempo storico delle nuove scoperte geografiche. Ma si trattava anche della rilevante possibilita di prospettare, su quello sfondo, nuovi argomenti di critica sociale e culturale, di ridiscutere in definitiva gli assetti essenziali del mondo civilizzato. Di tutto cio avrebbe colto mirabilmente la portata Michel de Montaigne, che invece aveva letto Las Casas e pertanto poteva ricostruire, nel suo essay Les cannibales, un'idea non piu mitica ma filosofica della legge naturale:</p> <pre>

Ces nations me semblent donq ainsi barbares, pour avoir receu fort

peu de facon de l'esprit humain, et estre encore fort voisines de

leur naifvete originelle. Les loix naturelles leur commandent encores, fort peu abastardies par les nostres; mais c'est en telle

puretde, qu'il me prend quelque fois desplaisir dequoy la cognoissance n'en soit venue plustost, du temps qu'il y avoit des hommes qui en eussent sceu mieux juger que nous. Il me desplait que Licurgus et Platon ne l'ayent eue; car il me semble que ce que nous voyons par experience en ces nations la, surpasse non seulement toutes les peintures dequoy la poesie a embelly l'age dore et toutes ses inventions a feindre une hereuse condition d'hommes, mais encore la conception et le desire mesme de la philosophie. (30) </pre> <p>I temi ricorrono, dunque, incanalati come in un nuovo flusso cogente e importante. Purezza originaria, semplicita naturale, lontananza dai complessi e ambigui meccanismi della civilizzazione. Opportunamente notava Levin: "No discovery can have made more impact on the European consciousness than the explorations of the Americas. At this crucial point ... the old myth was transposed from a chronological to a geographical sphere." (31) Di li in poi i motivi dell'ignoranza primitiva del futuro, della divisione dei beni, della assenza di vincoli sociali, dell'innocenza insomma, si sarebbero lentamente evoluti fino al nuovo mito illuministico di Rousseau.

Ma questa e un'altra materia di studio. Una ricerca piu capillare ed estesa, tale da comprendere tutfi i testi cinquecenteschi contenenti riferimenti al mito aureo, porterebbe agevolmente a ulteriori risultati, e al riguardo ribadisco che i testi da me ricordati risalgono a un ambito cronologico assai ristretto, coprendo all'incirca il terzo e il quarto decennio del secolo. Il problema sara allora quello di collegare quella temperie primo-cinquecentesca alle grandi arficolazioni della cultura posteriore.

Fra le quali spicca, come si e visto, la riflessione di Montaigne, ma certo non in modo isolato e abnorme. Per tornare al territorio della poesia, nessuno dimentica chela piu illustre riproposizione erotica del mito aureo coincide con il capolavoro assoluto del primo coro dell'Aminta tassiana: un genere a se dunque, come la favola pastorale, ma anche una conferma della straordinaria potenzialita ideologica della materia, dove il motivo della liberta amorosa completa la grande riflessione intorno ai binomi problematici natura-civilta / natura-cultura / innocenza-malizia. (32) Una concezione, come dicevo, che getta una luce di qualche intensita sui risvolti di una cultura libertina che per tutto il Cinquecento dovette avere un ruolo certo maggiore di quello che i resoconti storid abitualmente ci segnalano.

ANTONIO CORSARO

Universith di Urbino

NOTE

(1) Cito da Ludovico Ariosto, Satire, edizione critica e commentata a cura di Cesare Segre (Torino: Einaudi, 1987).

(2) Orazio, De arte poetica 391 sgg.: "silvestris homines sacer interpresque deorum / caedibus et victu foedo deterruit Orpheus, / dictus ob hoc lenire tigris rabidosque leones; / dictus et Amphion, Thebanae conditor urbis, / saxa movere sono testudinis et prece blanda / ducere, quo vellet, fuit haec sapientia quondam / publica privatis secrnere, sacra profanis, / concubitu prohibere vago, dare iura maritis, / oppida moliri, leges incidere ligno."

(3) Esiodo, Le opere e i giorni 110-20. Si veda la versione inglese in Hesiod, "Works and Days", The Homeric Hymns and Homerica, with and English translation by Hugh G. Evelyn-White (Cambridge, MA: Harvard UP, 1936) 11: "First of all the deathless gods who dwell on Olympus made a golden race of mortal men who lived in the time of Cronos when he was reigning in heaven. And they lived like gods without sorrow of heart, remote and free from toil and grief: miserable age rested not on them; but with legs and arms never failing they made merry with feasting beyond the reach of all evils. When they died, it was as thoungh they were overcome with sleep, and they had all good things; for the fruitful earth unforced bare them fruit abundantly and without stint. They dwelt in ease and peace upon their lands with many good things, rich in flocks and loved by the blessed goods." Quanto a Platone, Politico 271 e-272 a, si veda la versione italiana in Platone, Opere complete 2 (Bail: Laterza, 1982) 277-78: "non ve n'era alcuno [animale] selvaggio ne gli uni servivano agli altri di cibo e non v'era posto per la guerra ne per la rivolta in modo assoluto.... Quanto poi a cio che vien detto degli uomini, riguardo a quel loro modo di vita per cui si offriva loro spontanea la soddisfazione dei loro bisogni, eccone la ragione. La divinita stessa li guidava al pascolo e presiedeva loro, come fanno ora gli uomini, i quali, animali piu vicini degli altri alla natura divina, guidano al pascolo gli altri generi di viventi di loro meno nobili. Sotto quella guida del dio non v'era bisogno ne di costituzioni di stati ne dell'acquisto di donne o di figli; tutti infatti risorgevano alla vita dalla terra, e senza conservare alcun ricordo di cio che era stato prima; ma se tutto cio mancava, frutta senza limite avevano dagli alberi e dalle altre numerosissime piante, non certo prodotto delle opere agricole, ma spontaneamente producendoli il suolo. Senza vesti, senza letto, vivevano all'aria aperta la maggior parte del tempo loro, infatti le stagioni erano tutte ben temperate in modo che essi non ne subivano noia alcuna, ed avevano teneri giacigli fatti con l'erba che cresceva dalla terra senza limitazione."

(4) Arthur O. Lovejoy e Franz Boas, A Documentary History of Primitivism and Related Ideas in Antiquity (Baltimore: 1935).

(5) Erwin Panofsky, "Preistoria umana in due cicli pittorici di Piero di Cosimo", in Id., Studi di iconologia. I temi umanistici nell'arte del Rinascimento, trad. it. (Torino: Einaudi, 1975) 39-88: 48.

(6) Fasti 289-96: "Ante Jovem genitum terras habuisse feruntur/Arcades, et Luna gens prior illa fuit. / Vita ferae similis, nullos agitata per usus; / Artis adhuc expers et rude volgus erat. / Pro domibus frondes norant, pro frugibus herbas, / Nectar erat palmis hausta duabus acqua. / Nullus anhelabat sub adunco vomere taurus, / Nulla sub imperio terra colentis erat."

(7) Sat. 6: 1-7: "Credo Pudicitiam Saturno rege moratam / in terris uisamque diu, cum frigida paruas / praeberat spelunca domos ignemque Laremque / et pecus et dominos communi clauderet umbra, / siluestrem montana torum cum sterneret uxor / frondibus et culmo uicinarumque ferarum / pellibus."

(8) De rerum natura 5: 925--42: "at genus humanum multo fuit illud in arvis / durius, ut decuit, tellus quod dura creasset, / et maioribus et solidis magis ossibus intus / fundatum, validis aptum per viscera nervis, / nec facile ex aestu nec frigore quod caperetur / nec novitate cibi nec labi corporis ulla. / multaque per caelum solis volventia lustra / vulgivago vitam tractabant more ferarum. / nec robustus erat curvi moderator aratri / quisquam, nec scibat ferro molirier arva / nec nova defodere in terram virgulta neque altis / arboribus veteres decidere falcibus ramos. / quod sol atque imbres dederant, quod terra crearat / sponte sua, satis id placabat pectora donum. / glandiferas inter curabant corpora quercus / plerumque; et quae nunc hiberno tempore ceruis / arbita puniceo fieri matura colore, / plurima tum tellus etiam maiora ferebat." Ivi 958-65: "nec commune bonum poterant spectare neque ullis / moribus inter se scibant nec legibus uti. / quod cuique obtulerat praedae fortuna, ferebat / sponte sua sibi quisque valere et vivere doctus. / et Venus in silvis iungebat corpora amantum, / conciliabat enim vel mutua quamque cupido / vel violenta viri vis atque impensa libido / vel pretium, glandes atque arbita vel pira lecta."

(9) Aspetto evidente in altri passi delle Satire, anche nell'ambito dello stesso mito, allorche il poeta commentava la sua incuria rispetto al cibo: "fui degno essere al mondo / quando viveano gli uomini di giande" (Ariosto, Satire 1: 149-50). Una figura piu complessa e straniante e invece nella terza satira, laddove Ariosto immaginava se stesso nell'atto di evirare il padre come accadde a Saturno secondo la versione piu sanguinosa del mito: "Che s'al mio genitor, tosto che a Reggio / Daria mi partori, facevo il giuoco / che fe' Saturno al suo ne l'alto seggio, / si che di me sol fosse questo poco / ne lo qual dieci tra frati e serocchie / b bisognato che tutti abbian luoco, / la pazzia non avrei de le ranocchie / fatta gia mai, d'ir procacciando a cui / scoprirmi il capo e piegar le ginocchie" (Ariosto, Satire 3: 13-21). Si veda al proposito il commento di Remo Ceserani, "Studi ariosteschi. I. Dietro i ritratti di Ludovico Ariosto", Giornale Storico della Letteratura Italiana 153 (1976): 243-95, part. 292-95, che chiama in causa una riflessione di Wind sull'attitudine della cultura rinascimentale alia riduzione faceta dei miti arc aici: "Renaissance humanists.., knew that the ancients themselves had treated their sacred subjects with irony. The Homeric poems offered models of the facetious as well as of the heroic style; and so did Ovid and Apuleius. In the contest between Democritus and Heraclitus, the tragedian Seneca gave the crown to laughter. The wide acceptance of this lesson during the Renaissance is proved by the enthusiastic revival of Lucian. To laugh at the pagan Gods with understanding became a sign of humanistic grace, which was transmitted from poets to painters (Edgar Wind, Bellini 's Feast of the Gods. A Study in Venetian Humanism [Cambridge, MA: 1948] 6).

(10) Francesco Berni, Poesie e prose, criticamente curate da Ezio Chibrboli (Geneve: Olschki, 1934) 272-73. Per un inquadramento generale del testo rinvio al mio Antonio Corsaro, Il poeta e l'eretico. Francesco Bernie il, Dialogo contra i poeti (Firenze: Le Lettere, 1989).

(11) Harry Levin, The Myth of the Golden Age in the Renaissance (London: Faber & Faber, 1970) xv.

(12) Erasmo da Rotterdam, Encomion 32. Riporto la versione italiana secondo l'ed. Elogio dellafollia, a cura di Carlo Carena (Torino: Einaudi, 1997) 97-99: "La razza semprice del secolo d'oro, sfomita di qualsiasi scienza, viveva con la sola guida dell'istinto naturale. Che bisogno vi era mai della grammatica mentre la lingua era la medesima per tutti e al discorso non si chiedeva altro se non di capirsi a vicenda? Quale impiego della dialettica la dove non esistevano scontri di opinioni contrapposte? Quale spazio per la retorica, se nessuno intentava processi agli altri? Quale ricerca poteva esservi della conoscenza delle leggi, se non esistevano comportamenti cattivi, origine indubitabile delle buone leggi? Inoltre, quelfi erano troppo pii per scmtare con empia curiosita i misteri della natura, le dimensioni degli astri, i loro moti, i loro influssi, le cause occulte dei fenomeni: si giudicava sacrilego il tentativo dell'uomo mortale di conoscere pih in la della propria condizione. Indagare cosa ci fosse al di sopra del cielo era una demenza che non veniva nemmeno in mente. Ma col lento svanire della purezza dell'eta dell'oro furono dapprima scoperte da geni malefici, come ho detto, le arti, poche tuttavia e accettate da pochi. Poi ne aggiunsero una miriade la superstizione dei Caldei e la futile leggerezza dei Greci; ne furono che torture per i cervelli, tanto chela grammatica basta da sola e avanza per straziare una vita intera."

(13) Francesco Bemi, Rime, a cura di D. Romei (Milano: Mursia, 1986), "Capitolo primo della peste" 130--44: 143.

(14) Il pregevole lavoro di Gustavo Costa, La leggenda dei secoli d'oro nella letteratura italiana (Bail: Laterza, 1972), ha ripercorso questa vicenda nei suoi tratti essenziali, ma di essa ha trascurato appunto i testi budeschi e le implicazioni paradossali che da essi muovono nella cultura del primo '500.

(15) Cfr. Levin, The Myth of the Golden Age 14.

(16) Giovenale, Sat. 6: 1-7.

(17) Cito da Tutte le opere del Bernia in terza rima, in Vinegia per Curtio Navo et Fratelli, 1538, c. 9, vv. 58-75. Emendo la lezione paciolo con paiolo. Il testo e dispohibile anche nella ed. modema: Baldassar Castiglione e Giovanni Della Casa, Opere, a cura di Giuseppe Prezzolini (Milano-Roma: Rizzoli, 1937). Per un commento generale si vedano ora Antonio Corsaro, "Giovanni Della Casa e la poesia burlesca", La regola e la licenza. Studi sulla satira e la poesia burlesca fra Cinque e Seicento (Manziana: Vecchiarelli, 1999) 73-113; Andrea Masini, "La lingua dei 'Capitoli,'" Per Giovanni Della Casa. Ricerche e contributi, a cura di Gennaro Barbarisi e Claudia Berra (Bologna: Cisalpino, 1997) 179-206.

(18) Esiodo, Le opere e i giorni 50-95. Si veda la versione inglese in Hesiod, "Works and Days" cit.: "Prometeus the crafty deceived him [Zeus]; therefore he planned sorrow and mischief against men. He hid tire; but that the noble son of Iapetus stole again for men from Zeus the counsellor in a hollow fennel-stalk, so that Zeus who delights in thunder did not see it. But afterwords Zeus who gathers the clouds said to him in anger: 'Son of Iapetus, surpassing all in cunning, you are glad that you have outwitted me and stolen tire--a great plague to you yourself and to men that shall be. But I will give men as the price for tire an evil thing in which they may all be glad of heart while they embrace their own destruction.' So said the father of men and gods, and laughed aloud. And he bade famous Hephaestus make baste and mix earth with water and to put in it the voice and strenght of human kind, and fashion a sweet, lovely maiden-shape, like the immortal goddesses in face.... And he called this woman Pandora, because all they who dwelt on Olympus gave each a girl, a plague to men who eat bread.... For ere this the tribes of men lived on earth remote and free from ills and hard toil and heavy sicknesses which bring the Fates upon men; for in misery men grow old quickly. But the woman took off the great lid of the jar with their hands and scattered all these and her thought caused sorrow and mischief to men. Only Hope remained there.... But the rest, countless plagues, wander amongst men; for earth is full of evils and the sea is full. Of themselves diseases come upon men continually by day and by night, bringing mischief to mortals silently."

(19) Il paragone piu interessante e forse costituito in questo caso dalle considerazioni del Boccaccio nella Genealogia deorum gentilium 4: 44, sulle quali si veda in particolare Emst Cassirer, lndividuo e cosmo nella filosofia del Rinascimento, trad. it. (Firenze: La Nuova Italia, 1974) 152-54. Quanto all'ambito lirico, valgano i versi dello stesso Della Casa, Rime 61: 25-30: "O rivi, o fonti, o fiumi, o faggi, o querce, / onde il mondo novello ebbe suo cibo, / in quei tranquilli secoli de l'oro! / Deh come ha il folle poi cangiando l'esca / cangiato il gusto, e corne son questi anni / da quei diversi in povertate e 'n guerra!" Su quel passo cfr. Costa, La leggenda dei secoli d'oro 95.

(20) Elementi edonistici erano gia riscontrabili in scritture di conio umanistico, latino e volgare, che univano il mito di Saturno col regno di Venere e in tal modo assolvevano a un processo di mondanizzazione rispetto al trattamento ascetico della letteratura medioevale. Su questa produzione, che va da Giovanni Antonio Campano al Tito Vespasiano Strozzi degli Erotica, al Pontano e al Poliziano delle Stanze 1:18-20, cfr. G. Costa, La leggenda dei secoli d'oro part. 64-5, 59, 66, 52-53. Unico testo comico-basso menzionato dal Costa (25 2n100) e quello, di ispirazione chiaramente pornografica, della Cazzaria di Antonio Vignali (Napoli, 1530). Quanto a Della Casa, non va dimenticato il suo coevo trattatello An uxor sit ducenda, in oui una dialettica sottilissima fra eros e misoginia produce un discorso sul matrimonio corne stato sociale contrario alla riproduzione naturale. "Quaestio lepidissima an uxor sit ducenda", Prose di Giovanni Della Casa e altri trattatisti cinquecenteschi del comportamento, a cura di Arnaldo Di Benedetto (Torino: UTET, 1970) 53: "Quis est enim, quem non varietas novitasque invitet, uxoris autem satietas taediumque teneat? Sic est profecto natura, huiuscemodi praesertim in rebus, ut etiam eorum, quae optima sunt, diuturnus usus atque affiuentia satietatem fastidiumque afferat. ... At Plato quidem--quo quis locupletionem, quis sanctiorem testem requirat?--civitatem existimat cum initio institui nullis certis uxofibus posse commodius, tum conservari durareque diutius."

(21) "Capitolo della caccia", Tutte le opere del Bernia in terza rima, sezione seconda: Tutte le terze rime del Mauro, c. 48r. Un pregevole excursus sulla temperie burlesca a quello di Danilo Romei, "Roma 1532-1537: accademia per burla e poesia 'tolta in gioco,'" Berni e berneschi del Cinquecento (Firenze: Centro 2P, 1984) 49-135.

(22) "Capitolo in dishonor dell'honor al Prior di Iesi", Tutte le opere del Bernia in terza rima, sezione seconda: Tutte le terze rime del Mauro cc. 21v-22r.

(23) "Capitolo della carestia a Messer Gandolfo", Tutte le opere del Bernia in terza rima, sezione seconda: Tutte le terze rime del Mauro cc. 42v-43r.

(24) Il secondo libro dell'opere burlesche, di M. Francesco Berni. Del Molza, di M. Bino, di M. Lodouico Martelli. Di Mattio Francesi, dell'Aretino, Et di diuersi Auttori. Ammendato, e ricorretto, e con somma / diligenza Ristampato, In Venetia per Dominico Giglio [lettera di dedica datata: In Venetia a li XI. di Aprile. / M.D.LXVI.], cc. 109 r-v.

(25) "Capitolo delle bugie", Tutte le opere del Bernia in terza rima, sezione seconda: Tutte le terze rime del Mauro c. 65v.

(26) "Capitolo delle bugie" c. 66v.

(27) Iacopo Bonfadio, Le lettere e una scrittura burlesca, testo con introduzione e commento di Aulo Greco (Roma: Bonacci, 1978) 159-60. Su Bonfadio si veda anche la voce biografica curata da R. Urbani, Dizionario Biografico degli Italiani 12 (Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970) 6-7. Sull'elogio paradossale in oggetto si veda ora il commento di Maria Cristina Figorilli, "Elogi paradossali nei due libri di Letterefacete e piacevoli (1561-1575)", Italianistica 31.2 (2003): 247-73 (250-52).

(28) La Pazzia, s.1. [ma Venezia] MDXLI, C3r-C4v.

(29) Cfr. L. Sozzi, Immagini del selvaggio. Mito e realta nel primitivismo europeo (Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 2002) 26. Su Il mondo nuovo di A. Vespucci, ed. M. Pozzi (Serra & Riva 1984), cfr. Sozzi 79.

(30) Montaigne, Essays 1: 31. Cito dall'ed, delle Oeuvres completes, a cura di Albert Thibaudet e Maurice Rat (Paris: Gallimard, 1962) 204. Qui di seguito la traduzione italiana di Fausta Garavini, in M. de Montaigne, Saggi (Milano: Mondadori, 1970) 1: 273: "Quei popoli dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicita originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre; ma con tale purezza, che talvolta mi dispiace che non se ne sia avuta nozione prima, quando c'erano uomini che avrebbero saputo giudicarne meglio di noi. Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza; perche mi sembra che quello che noi vediamo per esperienza in quei popoli oltrepassi non solo tutte le descrizioni con cui la poesia ha abbellito l'eta dell'oro, e tutte le sue immagini atte a raffigurare una felice condizione umana, ma anche la concezione e il desidefio medesimo della filosofia." Intorno a Essays 1:31 si veda ora Olivier Pot, L'inquietante etrangete. Montaigne: la pierre, le cannibale, la melancolie (Paris: Champion, 1993); nonche la bibliografia fiferita in L. Sozzi, Immagini del selvaggio 7 n5, 28-30.

(31) Levin, The Myth of the Golden Age xvii. Sulla riscrittura del mito umanistico in seguito alla scoperte geografiche e ora a disposizione anche il contributo di Stelio Cro, "Italian Humanism and the Myth of the Noble Savage", Annali d'Italianistica 10 (1992): 48-68.

(32) In altri studi ho analizzato la concezione dell'amore nell'Aminta alla luce di una filosofia panteistica, che privilegia un'idea di Amore causa e principio dell'Universo, non soggiacente a un ordine divino esterno in quanto esso stesso divinita. Si vedano: Antonio Corsaro, "Inquietudini filosofiche del Tasso. In margine ad una rilettura dell'Aminta", Torquato Tasso e l'Universita, a cura di Walter Moretti e Luigi Pepe (Firenze: Olschki, 1997) 249-77; A. Corsaro, Pereorsi dell'incredulita. Religione, amore, natura nel primo Tasso (Roma: Salerno, 2003). Altro capitolo della questione, che qui sono costretto a trascurare, e nel precedente della canzone pastorale di Luigi Tansillo (1547 o 1551), nostalgica rievocazione del mito aureo in chiave erotica: "O beati coloro, / che la felice eta vider de l'oro: / che, nulla procacciando, / vivean contenti; e, quando / il corso de' lot di giungea a la meta, / la morte avean, come la vita, lieta! / Un medesmo paese / dava a le genti e cuna e sepultura, / un'arbor sola era a due amanti tetto, / ove senza timor, senza sospetto / vivevan vita libera e secura. / Le rozze menti accese / d'altro foco non eran che d'amore; / non si sentiva ne desio d'onore / ne timor di vergogna / per cui spesso bisogna / che il proprio mal si cerchi e 'l ben si spregi, / ne giudici temevansi ne regi" (Luigi Tansillo, Il canzoniere edito ed inedito, con introduzione e note di Erasmo Percopo (Napoli: 1926) 1: "Poesie pescatorie e pastorali" XVI, 55-72, pp. 227-28).
COPYRIGHT 2005 American Association of Teachers of Italian
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2005 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Author:Corsaro, Antonio
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Dec 22, 2005
Words:8036
Previous Article:Amore e donne innamorate nel Morgante.
Next Article:La prassi bibliografica degli inquisitori romani di ancien regime: l'Index librorum prohibitorum nel XVI secolo.
Topics:


Related Articles
Guido Bonsaver. Elio Vittorini. The Writer and the Written.
Notes and discussions.
The Journal of Aurelio Scetti. A Florentine Galley Slave at Lepanto (1565-1577).
La prassi bibliografica degli inquisitori romani di ancien regime: l'Index librorum prohibitorum nel XVI secolo.
Per una storia della poesia di Giovanni Della Casa *.
Secondo Lancellotti: le concordanze delle storie e gli errori degli antichi.
Un'introduzione al petrarchismo cinquecentesco *.
Dobbiamo continuare a scrivere recensioni?
Andrea Battistini, a cura di. Storia della letteratura italiana.
A proposito di una recente edizione dei Cortigiano *.

Terms of use | Copyright © 2018 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters