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Perche Vico pubblico un capolavoro incompiuto? Considerazioni in margine a La scienza nuova, 1730.

Sia pace ai frati, purche sfratati.

--Alfieri

La ecdotica vichiana ha fatto un passo da gigante con la pubblicazione della edizione critica della Scienza nuova, 1730, curata da Paolo Cristofolini, con la collaborazione di Manuela Sanna, per la serie delle "Opere di Giambattista Vico", promossa dal benemerito "Centro di Studi Vichiani" di Napoli. (1) Diciamo subito che l'eccellente fatica di Cristofolini impone un ripensamento del capolavoro del filosofo napoletano, che non va piu giudicato, come e stato sempre fatto, sulla base della riduttiva terza edizione (1744), sempre ristampata come definitiva e tradotta in varie lingue straniere. La scienza nuova e un libro in progress, che non si e mai concretato in un testo definitivo, e si deve pertanto giudicare sulla base delle sue tre edizioni (1725, 1730 e 1744). Il massimo sforzo speculativo di Vico si colloca intorno alla seconda edizione che ha una importanza centrale, sebbene non esaurisca tutte le ramificazioni del pensiero vichiano. Di qui la necessita di tener conto, come ha fatto giustamente Cristofolini, non solo della fitta selva di correzioni, miglioramenti e aggiunte, ma anche degli emendamenti autografi, documentati da esemplari sparsi in biblioteche del mondo intero. La scienza nuova e un capolavoro molto piu complesso di quanto sia apparso ai nostri padri. E la punta di un iceberg, le cui dimensioni e implicazioni sfuggono al lettore ignaro. E, diciamolo pure, la documentazione imponente, ma incompleta di un progetto incompiuto. Incompiuto per il suo carattere troppo ambizioso o per colpa della intolleranza che regnava in Italia ai tempi di Vico? La prima ipotesi non e incompatibile con la seconda. In ogni modo vorrei qui soffermarmi sui formidabili ostacoli della censura, che Vico lu costretto ad affrontare.

Come tutti sanno, e sbagliato credere che la storia della letteratura italiana si possa fare senza tener conto di quel che accade oltre lo steccato della italianistica. (2) Per questo sono impegnato da vari anni in ricerche interdisciplinari, che hanno contribuito a cambiare radicalmente la mia concezione della nostra civilta letteraria. Decisive sono state le ore passate nell'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (ACDF) presso la Citta del Vaticano, erede dell'Archivio delle Congregazioni della Inquisizione e dell'Indice, dove ho letto documenti, che mi hanno fatto toccare con mano una verita sconcertante: la storia della cultura italiana non si puo fare senza tener conto delle direttive emanate da Roma. Esiste in proposito una imponente quantita di studi, dai quali non sempre vengono tratte le dovute conseguenze. (3) Era praticamente la Santa Sede che decideva quel che gli intellettuali italiani potevano o non potevano leggere, e, nella eta di Vico, le sue proibizioni furono purtroppo efficaci, data la debolezza degli Stati della penisola. La filosofia moderna lu particolarmente presa di mira, ma anche la letteratura subi numerose condanne, perche un orientamento filosofico e sempre implicito nelle espressioni letterarie, che riflettono il progresso delle idee. Si pub quindi tracciare una sorta di controstoria intellettuale dell'Italia settecentesca, notevolmente diversa dallo schema corrente. L'ho parzialmente delineata in scritti da me pubblicati in varie sedi, che sono stati anche oggetto di seminari, (4) e costituiscono la base di partenza per ulteriori ricerche ancora in corso. Mi si consenta di tirare le somme dei risultati raggiunfi finora.

Le drastiche condanne di Roma spiegano le carenze della cultura italiana, costretta a cancellare per secoli le manifestazioni piu vitali del Medioevo e del Rinascimento, che furono riprese e sviluppate in modo originale fuori d'Italia. (5) Purtroppo il cordone sanitario steso dalla Chiesa intomo alla penisola italiana non permise ai nostri intellettuali di approfittare liberamente dei traguardi raggiunfi dagli intellettuali d'oltralpe. Per esempio, i documenti relativi alla proibizione di A Tale of a Tub di Jonathan Swift, che nel Settecento nessuno osb tradurre in italiano, nonostante il notevole successo che riscosse oltralpe grazie alla traduzione francese di Justus Van Effen, possono servire a comprendere le ragioni della decadenza della satira italiana, lamentata da Giuseppe Baretti. (6) Solo nell'Ottocento quel genere letterario doveva rinascere in tutto il suo vigore con il riso spietato di Giuseppe Gioacchino Belli nei confronfi del decrepito Stato Pontificio.

Ho dovuto constatare che perfino un crifico corne De Sancfis, tutt'altro che filocattolico, non si era reso conto dei guasti che Roma continuava a provocare in pieno Settecento. (7) Diversa era la situazione di un paese cattolico come la Francia, in cui le direttive di Roma furono ignorate o intralciate, essendo in contrasto con gli interessi giurisdizionali della monarchia francese. Naturalmente non mancarono proteste per l'eccessivo zelo dei censori romani da parte di membri illuminati del clero, ma non furono pubbliche, e pertanto bisogna andare a spigolarle nelle corrispondenze private. Quel che Celestino Galiani, figura chiave della cultura napoletana ai tempi di Vico, scriveva ad Antonio Leprotti il 25 agosto 1714, non e una semplice battuta di spirito, ma lo sfogo di un onesto intellettuale che aveva sperimentato sulla sua pelle i rigori della formidabile macchina censoria della Santa Sede:</p> <pre> non vogliono che si sappia altra filosofia oltre a quella del P. Mauro e del dottissimo P.re Lodino. Anzi da qui a poco non potran leggersi altri libri che D. Chisciotto della Mangia, e Bertoldino:

ne proibiscono in ogni Congregazione cinque, e sel, ne poi vogliono

dare la licenza di leggergli. (8) </pre> <p>Paolo Rossi ritiene ingenuamente di poter giudicare un autore come Vico alla stregua della riduttiva terza edizione della Scienza nuova, prendendo alla lettera le sue dichiarazioni, senza tener conto della censura ecclesiastica, come si fa con i filosofi francesi e inglesi del Sei-Settecento, i quali godevano di una notevole liberta di opinione. (9) Io invece sono convinto che per capire il filosofo napoletano e necessario anzitutto rendersi conto del clima repressivo in cui nasce il grande progetto della Scienza nuova. (10) Vico e impegnato in una impresa che si scontra con l'orientamento prevalente della Chiesa Cattolica per il semplice fatto che vuole pensare con la propria testa, anziche con quella dei teologi cattolici. Questa e la ragione fondamentale delle reticenze, delle oscurita e delle contraddizioni del capolavoro vichiano, come risulta fra l'altro dalle postille inedite, pubblicate da Fausto Nicolini fin dal 1942. (11) Quelle postille, poco sfruttate finora, erano state attribuite da Nicolini a un discepolo di Vico, ma rivestono una importanza fondamentale per il nostro assunto, visto che Cristofolini le considera autografe. (12) Non si tratta di andare a cercare se il filosofo napoletano fosse cristiano o anticristiano, visto che si puo essere cristiani in tanti modi, e non solo nel modo prescritto da Roma ai tempi di Vico, che fra l'altro e notevolmente diverso dal modo prescritto oggi dal Vaticano. (13) Ignorare questa verita lapalissiana puo essere fuorviante, come prova la strana amnesia nei confronti del calvinismo di Jean Leclerc, autore condannato varie volte da Roma, che ho rilevata nell'apparato critico di una traduzione inglese del Diritto universale. (14) Sta di fatto che Vico doveva fare i conti con un potere coercitivo, che era ancora in grado di mandare a monte qualsiasi impresa intellettuale, che non tenesse conto delle sue direttive, e di avvelenare la vita di chiunque osasse sfidare la sua egemonia in Italia. Il caso clamoroso del contemporaneo Pietro Giannone parla chiaro in proposito. (15)

Il secolo XX, uno dei piu tragici della storia europea, e finito da poco, e pertanto molti di noi hanno una esperienza diretta delle dittature di vario genere che hanno afffitto l'Occidente. Le deformazioni imposte alla vita intellettuale dal Fascismo, dal Nazismo e dal Comunismo (sintomi diversi di quel morbo ereditario della umanita che e la nostalgia della eta dell'oro, con relativa attesa del suo ritorno, demitizzate in modo originale da Vico) (16) non sono un mistero per nessuno. (17) Chi si meraviglia dei compromessi umilianti, che hanno permesso a tanti scrittori italiani, tedeschi e russi di sopravvivere? Ebbene il regime che regnava in Italia ai tempi di Vico, considerato dal punto di vista della liberta di espressione, era simile ai regimi fascista, nazista e sovietico, sebbene si debba specificare che era meno efficiente, perche doveva fare i conti con tutti i privilegi ed esenzioni dell'ancien regime, che furono spazzati via dall'avvento dello Stato moderno di stampo francese, su cui furono costruite le dittature novecentesche. Questo vuol dire che lo studio della cultura italiana del SeiSettecento non si puo fare, prendendo alla lettera le dichiarazioni pubbliche dei nostri intellettuali, che non erano tanto sciocchi o autolesionisti da prendere di petto il Papa e il Sacro Collegio, ma dovevano necessariamente agire sottobanco, ricorrendo a prese di posizione indirette. Nel caso di Vico ho sostenuto che la sua filosofia e fortemente indebitata nei confronti di Bayle, (18) che gli fece conoscere Spinoza, di Malebranche e di Locke, sebbene il filosofo napoletano dica male di quei pensatori. Ma non poteva fare altro che attaccarli, perche, se avesse riconosciuto onestamente che il suo pensiero prendeva le mosse da quelle fonti, considerate avvelenate da Roma, sarebbe immediatamente stato annoverato frai reprobi e gli sarebbe stato impossibile portare avanti la sua impresa. E si badi che non era una impresa da poco, in quanto si trattava di distinguere la storia profana da quella sacra, rivendicandone l'autonomia e la validita, sulla base dei risultati piu avanzati della filologia biblica e classica del Sei-Settecento.

Le fonti della filosofia e della filologia di Vico, che sono indissolubilmente legate fra loro, come risulta dalla degnita X della terza edizione della Scienza nuova (SN 3, [subsection] 138-40), (19) si debbono cercare nel terreno infido della cultura europea sei-settecentesca, che e ancora una sorta di terra incognita. Basti pensare che solo nel 1998 gli studiosi sono stati invitati a varcare il portone del magnifico Palazzo del S. Uffizio, sede dell'Archivio della Congregazione per la Difesa della Fede, che finalmente era stato aperto, suscitando grandi aspettative a livello internazionale. (20) In quell'archivio era gelosamente custodito da secoli il materiale relativo alla proibizione dei filosofi che Vico nomina nei suoi scritti, come Bayle, Malebranche e Locke. Si tratta di documenti che gettano nuova luce sulla ricezione del pensiero europeo modemo in Italia (21) e su altri aspetfi importanti del mondo di Vico.

Penso in primo luogo all'Arcadia, che annoverava frai suoi membri i censori piu accaniti di opere filosofiche e letterarie. Ho dovuto constatare che, contrariamente alla interpretazione crociana dell'Arcadia come inizio del Risorgimento nazionale o a quella fubiniana come prima fase dell'Illuminismo, non aveva tutti i torti il vecchio Settembrini, quando scrisse che quell'accademia era "un gran mazzo di frati e di preti', sebbene non sia esatto dire che fosse una espressione del "gesuitesimo', inteso come "la piu brutta esagerazione del cattolicesimo". (22) L'Arcadia, infatti, ebbe il compito irrealizzabile di salvare il prestigio della cultura italiana, seriamente compromesso dal cattolicesimo di stampo tridentino. Fu un tentativo alimentato dalle velleita di rivalsa dei letterati italiani nei confronfi degli stranieri, che assunse il tipico aspetto di un compromesso all'italiana fra due esigenze inconciliabili: quelle di una Chiesa fossilizzata dal tridentinismo imperante e quelle degli intellettuali che speravano di risollevare le sorti della cultura italiana facendo leva proprio su quella Chiesa che li aveva condannati a una condizione di inferiorita con le sue dissennate proibizioni. Il primitivismo vichiano, oltre a rispondere a una esigenza profonda della cultura europea, che tendeva a rivalutare le antichita germaniche in funzione di interessi politico-religiosi, (23) e anche una manifestazione della insofferenza dell'autore della Scienza nuova per le pastoie della censura, che permetteva la letteratura arcadica e vietava attivita intellettuali piu impegnative. (24) Si tratta di una manifestazione indiretta, perche Vico non poteva permettersi di attaccare la Santa Sede, come faceva impunemente il suo emulo scozzese, Thomas Blackwell, che nel 1735 offri un fortunato ritratto di Omero, fondato piu sul libro I della Ragion poetica di Gianvincenzo Gravina che sul libro III della Scienza nuova ("Della discoverta del vero Omero"): (25) "One cannot, without Compassion, think of a poor Poet writing under the Terror of the Inquisition'. (26) Ne si deve credere che Blackwell pensasse ai poeti e non agli intellettuali in generale, visto che poco prima aveva scritto: "What a lamentable Sight are those Countries at this daN which were formerly the Parents of Learning and Ingenuity?" (27)

In secondo luogo debbo notare che esisteva un contrasto in Italia fra gli intellettuali piu avanzati che erano sotto l'influenza di quel fenomeno definito da D. P. Walker come il declino dell'inferno (fenomeno strettamente connesso con lo scetticismo moderno studiato soprattutto da Richard H. Popkin), (28) e la gerarchia ecclesiastica che continuava tranquillamente a credere nel diavolo con le coma e con la coda. Ne fa fede un editto contro la magia diabolica, emanato dal S. Uffizio il lo febbraio 1695, e sottoscritto da un gruppo di porporati assai attivi nella vita culturale romana, come Paluzzi degli Albertoni, committente di Gianlorenzo Bemini, Girolamo Casanate, fondatore della Biblioteca Casanatense, Pietro Ottoboni, Vicecancelliere di Santa Romana Chiesa e Arcade acclamato con il nome di Crateo Ericinio, e Giovan Francesco Albani, in Arcadia Alnano Melleo, destinato a diventare papa Clemente XI. Questo editto ebbe una notevole risonanza per le polemiche che suscito a Napoli, grazie soprattutto a Nicolo Caravita, autore di uno scritto pubblicato nel 1709 da Giovanni Acampora. L'opera di Caravita, giurista ammirato da Vico, ebbe una notevole influenza sul pensiero dell'autore della Scienza nuova, in cui si riscontra lo stesso atteggiamento scettico di Caravita nei confronti della magia diabolica, intesa come superstizione popolare, anziche come verita di fede. Non si tratta di un aspetto secondario del capolavoro di Vico, perche e inestricabilmente legato alla concezione della fantasia e della poesia primitiva. (29)

Un altro punto che vorrei sottolineare e costituito dal carattere eterodosso (per i suoi tempi) del pensiero di Malebranche, che vari studiosi poco avveduti hanno scambiato per un campione illibato del Cattolicesimo, e, in polemica con gli studiosi laici, hanno cercato di faine un pilastro di una chimerica tradizione filosofica cattolica, cui apparterrebbe anche Vico. Le difficolta incontrate a Roma dal povero Malebranche venivano spiegate come il risultato di una cabala di religiosi giansenisti favorevoli al grande Arnaud, e pertanto ostili all'oratoriano. Varie opere di Malebranche furono condannate da Roma: nel 1690, la prima e la quarta edizione del Traite de la nature et de la grace, insieme ad altre opere minori; nel 1709, la Recherche de la verite; nel 1714, gli Entretiens sur la metaphysique et sur la religion e il Traite de morale. I documenti relativi a quesfi e ad altri scritti malebranchiani, da me pubblicati nella loro interezza, (30) dimostrano che l'animosita dei giansenisti non basta a spiegare l'abbaglio preso dalla Santa Sede nel condannare uno dei piu grandi filosofi cattolici di tutti i tempi. La causa principale di quelle condanne fu l'incapacita del Cattolicesimo di stampo tridentino di rinnovarsi e di accettare il mondo moderno. Se non ci fu una filosofia cattolica moderna, e perche Roma non ne ha voluto sapere. (31) Vico, grande ammiratore di Malebranche, e un pensatore del primo Settecento (in inglese si direbbe "premodern" o "early modern'), (32) non gia antimoderno, perche la sua posizione e ben diversa da quella della Chiesa dei suoi tempi. Ma (si dira) Vico e molto critico nei confronti di Malebranche. A questa obbiezione e facile rispondere che Vico, se invece di criticare Malebranche, avesse onestamente confessato di aver tratto la sua visione della provvidenza divina dal concetto dell'ordine malebranchiano, si sarebbe messo contro Roma, e non avrebbe potuto portare avanti il suo progetto filosofico.

Ovviamente lo stesso ragionamento vale per Locke, altra fonte della Scienza nuova, sulla cui eterodossia dal punto di vista cattolico non si dovrebbero nutrire dubbi. Eppure non e mancato chi ha voluto spacciare Locke per un filosofo non troppo sgradito a Roma, sebbene le ben note condanne della Inquisizione indicassero il contrario. I documenti dell'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, relativi a tali condanne, (33) sfatano varie leggende sulla ricezione di Locke nel mondo cattolico e in Italia. In primo luogo, non e vero affatto che la Chiesa abbia atteso fino al 1804 per condannare il filosofo inglese, come ha sostenuto un ispanista francese, pedissequamente seguito da uno studioso autorevole della fortuna di Locke in Europa. In realta l'Essay era stato denunciato alla Congregazione dell'Indice fin dal 1709, ma, trattandosi della quinta edizione (1706), non si ritenne opportuno condannarlo, perche la lingua inglese era poco conosciuta sul continente europeo. La Congregazione dell'Indice procedeva abitualmente con i piedi di piombo, per timore di sbagliare, screditandosi di fronte ai protestanti, e per evitare di attirare l'attenzione su libri che non circolavano in Italia. Nel 1734, la Congregazione della Inquisizione condannb l'Essay di Locke, e questo provvedimento fu interpretato come una risposta al successo che l'opera aveva incontrato a Napoli, soprattutto nell'ambiente di Giuseppe Valletta e di Celestino Galiani, al quale Vico dedicb un esemplare postillato della seconda edizione della Scienza nuova. (34) Pochi anni piu tardi, nel 1737, la stessa Congregazione colpiva la Reasonableness of Christianity, libro popolare frai primi massoni di Firenze, dove Tommaso Crudeli conobbe i rigori della Inquisizione. (35)

In questo clima repressivo nei confronti del pensiero moderno, fra le condanne di Malebranche e quelle di Locke, si colloca la laboriosa stesura della prima e della seconda edizione della Scienza nuova (rispettivamente, 1725 e 1730), alla quale e stata da tempo restituita la fisionomia originaria, obliterata dal testo vulgato della terza edizione (1744). (36) Vico pago a caro prezzo la pretesa di offrire un'opera filosofica originale contro la volonta della Santa Sede di sopprimere ogni forma di pensiero nuovo. La scienza nuova e un capolavoro incompiuto, perche il suo autore non poteva scrivere a tutte lettere quel che aveva in mente. Ma a un certo punto Vico si illuse di poter aggirare lo scoglio della censura ecclesiastica, aderendo al tentativo di fare uscire a Venezia una nuova edizione della Scienza nuova, visto che l'edizione del 1725 era ormai irreperibile. Anima di questo tentativo era Antonio Conti, il quale contava sull'appoggio di Francesco Carlo Lodoli e di Gianartico di Porcia, fratello del cardinale Leandro Porcia. (37) UInquisizione si mosse subito per mandare a monte questa impresa, e ci riusci. La prima edizione della Scienza nuova lu esaminata da due censori, di cui restano le relazioni, come risulta da un fascicolo dell'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede. (38) Si tratta, a mio parere, di documenti preziosi, che consentono di porre nella giusta prospettiva storica l'annoso problema della religiosita di Vico, mostrando da un lato gli ostacoli che si oppongono a qualsiasi interpretazione della Scienza nuova in chiave di stretta ortodossia, (39) e dall'altro lato quanto sia problematica la cosiddetta Aufklarung cattolica. (40)

E noto che la prima edizione della Scienza nuova (1725) fu molto apprezzata da Antonio Conti, il quale ne comprese le idee fondamentali, come risulta da un suo resoconto, tratto da un manoscritto autografo (Della poesia in generale), conservato nella Biblioteca Comunale di Udine. (41) E anche noto che nessuna edizione veneta del capolavoro vichiano vide mai la luce. (42) Gli studiosi hanno fatto molte congetture su questo episodio della fortuna di Vico nella Repubblica di Venezia, che manteneva ancora, all'inizio del Settecento, il primato conquistato nel Rinascimento in fatto di imprese editoriali. (43) In realta la edizione veneta della Scienza nuova fu oggetto di un esplicito veto del S. Uffizio, di cui gl'interpreti di Vico debbono prendere atto.

Tutto lascia credere che la Scienza nuova fosse entrata nel mirino della Inquisizione Romana, proprio perche se ne stava approntando una ristampa in terra veneta. Poco importava che fosse stata pubblicata con il parere favorevole del censore sinodale Giulio Nicola Torno, (44) destinato a diventare vescovo di Arcadiopolis nel 1744. (45) A Roma non ci si fidava affatto di quanto accadeva a Napoli, soprattutto dopo lo "scandalo" provocato dalla pubblicazione della Storia civile di Giannone. D'altro canto, il fatto stesso che Conti si interessasse della Scienza nuova, non faceva che aumentare i sospetti di Roma, perche l'abate padovano godeva fama di libero pensatore. Quindi si puo comprendere la preoccupazione del S. Uffizio di appurare quali fossero le implicazioni teologiche del pensiero vichiano, sottoponendo il libro all'esame dei propri "qualificatori".

Il primo teologo, incaricato di stendere una valutazione della prima edizione della Scienza nuova, fu Giovanni Rossi (1688--1750). Era un chierico regolare dei Teatini che godeva la stima del pontefice regnante, Benedetto XIII Orsini. Questi, infatti, aveva fatto nominare qualificatore Rossi, "qui per multos annos tum Neapoli tum Romae Theologiam publice docuit", come risulta dal resoconto di una riunione della Congregazione dell'Indice, tenuta nel Palazzo Apostolico Vaticano il 15 gennaio 1725. (46) Rossi era destinato a fare una carriera brillante, diventando successivamente vescovo di Ugento (1736), di Acerenza e Matera (1737), e finalmente di Taranto (1738), dove termino la sua esistenza. (47) Oltre alla teologia, coltivava l'antiquaria, e possedeva una discreta collezione di cammei e medaglie, di cui si parla nella corrispondenza del marchese Alessandro Gregorio Capponi (1683-1746), noto bibliofilo e collezionista romano. (48) Si noti che nel dicembre 1725 Capponi aveva ricevuto in dono la prima edizione della Scienza nuova dal cardinale Lorenzo Corsini, dedicatario del libro di Vico. (49) Naturalmente Rossi fu ascritto all'Arcadia con il nome di Galesio Prosindio. Comunque non risulta che i suoi studi teologici e anfiquari si siano concretati in qualche pubblicazione.

Rossi lesse la sua censura della prima edizione della Scienza nuova il 19 ottobre 1729, nel convento di S. Maria della Minerva, sede tristemente famosa di processi inquisitoriali. Il teologo, che era un conterraneo di Vico, essendo nato a Capodimonte, formulava un giudizio assolutamente negativo del libro, (50) assumendo una posizione nettamente diversa da quella di Conti. Facendo eco a voci che circolavano a Napoli fra i denigratori del filosofo, Rossi dichiarava fin dall'inizio che Vico, accecato dalla vanita di fare scoperte sensazionali, dava prova nella Scienza nuova di aver perduto il senno. Mentre Conti accenna ai "semplicioni di Grozio", senza porsi problemi di ortodossia, (51) Rossi ammonisce che la nuova scienza, proposta dal filosofo napoletano, e basata su quei trattatisti del diritto naturale, come Grozio, Selden, Pufendorf, Johann Heinrich Boecler e Willem van der Meulen, che la Chiesa aveva proibito, (52) e Vico, ad ogni buon conto, non aveva mancato di attaccare (SN 1 [section]15). Purtroppo questo accorgimento fu controproducente, perche attiro sulla Scienza nuova l'accusa di essere un sistema di diritto naturale "ad ingenium pontificiae Ecclesiae accommodatum", come scrisse il recensore degli Acta eruditorum di Lipsia. (53) Date le circostanze, e lecito chiedersi se le Vindiciae (1729) siano, come e stato sostenuto, una reazione eccessiva da parte di Vico, (54) o una manovra calcolata per neutralizzare le accuse della censura ecclesiastica.

Oltre alla precarieta delle fondamenta eterodosse, Rossi trova nella Scienza nuova un'assoluta mancanza di logica. Il capolavoro vichiano e oscuro e labirintico, e confonde l'intelligenza del lettore con i suoi innumerevoli e vani dettagli eruditi, fino a fargli perdere ogni nozione del significato dell'insieme. E comunque evidente che Rossi considera Vico un vanitoso perduto dietro futili congetture e chimere erudite, perche la sua formazione intellettuale gli impedisce di vedere gli aspetti positivi del capolavoro vichiano, che non erano sfuggiti a un lettore senza paraocchi teologici come Conti. Tanto e vero che Rossi, dopo aver biasimato il libro di Vico per il difetto della esecuzione, passa a fare il suo dovere di censore, affrontando il carattere intrinsecamente eterodosso del progetto vichiano, inconciliabile con la Bibbia.

Ne risulta una condanna senza appello delle proteste di ortodossia di Vico, che pretendeva addirittura di dimostrare la verita della religione cristiana, mettendo sullo stesso piano il testo ispirato della Bibbia e le favole pagane. Sotto questo aspetto, Rossi non esitava ad accostare Vico a Philipp Cluver (1580-1622), il quale aveva osato sostenere che gli antichi germani erano monoteisti e conoscevano il mistero della Trinita, in quanto adoravano il Sole, Vulcano e la Luna, come attesta Cesare (De bello gall. VI, 21). Secondo Rossi, e soprattutto la contaminazione sistematica della Sacra Scrittura con i miti pagani, che fa della Scienza nuova un'opera estremamente pericolosa. Dove aveva trovato Vico quel "Supplimento della Storia Antidiluviana" (SN 1 [subsection]406-07), in cui pretende di farci sapere quel che la Bibbia non contiene affatto? Vico non si perita di calcare le orme degli gnostici che osarono, nella loro immonda follia, mettere in circolazione quelle false narrazioni evangeliche, che Gelasio I volle proscrivere nel 494.

Grandi eruditi come Samuel Bochart e Gerardo Giovanni Vossio avevano dimostrato che Giove Ammone non era altro che Cam, figlio di Noe e padre di Mesraim. Nella Geographia sacra (libro I, cap. I), Bochart aveva sostenuto, sulla scorta di Gen. 9: 24-27, che Cam, o per essere l'ultimo figlio di Noe o per essere stato maledetto dal padre, era finito nel deserto dell'Egitto, dove fu adorato, secondo la testimonianza di Erodoto (Euterpe II, 42), Plutarco (Moralia 354c) ed Esichio (Lexicon [K. Latte], 3709), sotto il nome di Giove Ammone, perche gli egiziani, non avendo il suono aspirato, trasformarono il nome Cam in Ammone. La identificazione di Giove Ammone con Cam era stata sostenuta anche da Vossio nel De origine ac progressu idololatriae (libro I, cap. XXVII), sulla base del salmo CIV (ebr. 105) e di Plutarco (Moralia 364c), secondo cui l'Egitto si chiamava Chemia, nome da ricondurre a Cam. Stando cosi le cose, come era possibile che gli egiziani, quando scoppib la prima tempesta, avessero dimenticato completamente Cam, padre di Mesraim? Eppure e proprio questo che Vico vuole farci credere.

Esecrabile sembrava a Rossi la teoria vichiana, secondo cui l'umanita sarebbe esistita senza conoscere Dio prima del fulmine rivelatore del cielo. Certo molti uomini, accecati dal peccato, furono ridotti al livello delle bestie. Ma e un'empia menzogna affermare che questa sia stata la sorte di tutto il genere umano. Di qui una condanna senza appello della teoria vichiana dell'erramento ferino, che doveva suscitare una simile reazione negativa in Bonifacio Finetti. (55) Vico era consapevole delle obbiezioni che quella teoria suscitava, come risulta da una postilla attribuita da Nicolini a un allievo del filosofo, ma considerata autografa da Cristofolini: "Alcuni vogliono aver per favola cotal dispersione in uomini solitari e ferini". (56) Vico non esitava a difendere la sua posizione sulla base della filologia, in quanto gli risultava "per tradizione antica che li primi uomini fossero nati dalla terra, avessero menato vita ferina, aspra, bisognosa, ecc., che vagavano sbaragliati e dispersi". (57)

Un lettore intelligente come Conti, che non partiva da presupposti teologici, aveva compreso bene come i primitivi, naturalmente portati ad attribuire a tutti gli oggetti la loro natura, dessero "alle cose insensate e brute ... senso, moto e sino ragione", e pertanto avessero potuto concepire la prima favola poetica: sotto l'impressione del fulmine, avevano visto nel cielo "un vasto corpo animato, che urlando, brontolando, fremendo, parlasse e volesse dir qualche cosa", (58) e avevano cosi fondato il culto di Giove. Questa era la "prima Favola ... ottima Favola tutta ideale, che dall'idea del Poeta da tutto l'essere alle cose che non l'hanno ... Favola impossibile, credibile, impossibile perche da mente al corpo; credibile onde coloro che l'intenderono la crederono". (59) Rossi, invece, non solo derideva la concezione vichiana del mito, ma cercava anche di servirsene per dimostrare il carattere puramente fantastico del pensiero vichiano, da relegare nel novero delle creazioni poetiche piu inverosimili, come le Metamorfosi, di cui Ovidio scriveva: "In non credendos corpora versa modos" (Tristia II, 64).

Conti trovava naturale che la favola di Giove fosse tanto "mirabile e perturbante" da indurre i primitivi a vergognarsi di compiere l'atto sessuale all'aperto, come avevano sempre fatto: "indi si vergognavano gli uomini d'usare la venere allo scoperto del Cielo, e per usarla, nascondersi nelle spelonche". (60) Ma Rossi non ammetteva che il senso della vergogna potesse avere una origine diversa da quella sancita dalla Sacra Scrittura, secondo cui Adamo e Eva, appena commesso il peccato originale, conobbero di essere nudi, cercarono di coprirsi con foglie di fico, e si nascosero al cospetto di Dio (Gen. 3: 7-8). Per questo il censore trovava inaccettabile l'affermazione di Vico, secondo cui i bestioni, timorosi di Giove, rapirono le donne per possederle dentro le grotte, e cosi fondarono le famiglie, emendando "la natural leggerezza delle femmine", e dando prova della "natural nobilta del sesso virile", causa della prima forma di potere politico, ossia della "prima potesta ... sopra il sesso donnesco" (SN 1 [section]106). Secondo Rossi, non si capisce perche gli uomini si nascosero spontaneamente nelle grotte, mentre le donne vi si fecero trascinare per forza. Questo gli sembrava provare che le donne imbelli erano piu coraggiose degli uomini, i quali, comportandosi in quel modo, dimostravano semmai di essere inferiori alle donne.

Il testo biblico, di cui Conti faceva volentieri a meno, imponeva a Rossi un criterio di giudizio estremamente severo. Non turbava Conti l'idea che il linguaggio potesse nascere spontaneamente dall'incontro di due circostanze apparentemente fortuite, come la "necessita dello spiegarsi" e la "inopia di parlari", che aguzzarono l'ingegno dei muti, obbligandoli a farsi capire mediante "cose ed atti che abbiano naturali rapporti all'idee". (61) Al contrario, Rossi non ammetteva che si potesse parlare di primitivi muti o di lingue mute, visto che la Sacra Scrittura non contiene nulla di simile. Rossi riteneva di poter facilmente confutare la posizione di Vico con un'argomentazione basata sulla Bibbia. Se si ammette l'ipotesi vichiana, bisogna anche ammettere una delle due deduzioni che e logico trame: o anche Adamo e Eva erano muti, o quei bestioni che conquistarono a poco a poco il linguaggio articolato, non discendevano da Adamo. La prima deduzione e inammissibile, perche e in contraddizione con la Sacra Scrittura, secondo cui Adamo e Eva parlavano fra loro, con il serpente e con Dio, per non dire del fatto che Adamo, appena creato, dette a ciascun animale il suo nome (Gen. 2: 20; 3: 1-17). La seconda deduzione non e meno contraria della prima all'insegnamento della Bibbia, in quanto induce a credere nella esistenza di uomini che non discendevano da Adamo e Eva. Da dove venivano? Forse erano stati procreati dalla terra, come i topi, che nascevano dalla materia inerte, secondo una leggenda assai diffusa nel mondo antico e ancora viva ai tempi di Francesco Redi, che combatte contro la teoria pseudoscientifica della generazione spontanea. (62) Rossi citava a tale proposito Diodoro Siculo (I, 10, 2), ammonendo che un errore del genere finiva con il dare appiglio all'empia tesi preadamitica, sostenuta da Isaac La Peyrere. Fu forse per difesa preventiva che Vico insed nella seconda edizione della Scienza nuova un attacco contro "Isacco Pereyro, autore della Storia Preadamitica". (63)

Il contrasto fra il resoconto di Conti e quello di Rossi risulta evidente anche da un altro punto fondamentale. Conti accenna alla tesi vichiana, secondo cui il Fato sarebbe "il parlar eterno di Dio", (64) in cui vedeva una delle tante geniali ipotesi filosofico-filologiche vichiane, che derivavano dalla teoria ell' ongmano linguaggno muto, senza porsl nessun problema di natura teologica. Invece Rossi insiste sulla eterodossia di questa dottrina, la quale, una volta accettata, obbliga a credere che Dio e il Fato siano una cosa sola, come credevano i pagani, in quanto il linguaggio eterno di Dio non pub essere altro che il verbo etemo di Dio.

Rossi terminava la sua relazione, chiedendo la proibizione della Scienza nuova, opera intessuta di sofismi "in dedecus scientiae et veritatis, et praesertim fllius quarn Scriptura enarrat". (65) Secondo la prassi, i libri venivano proibiti dopo aver sentito il parere di due o tre revisori. Gli inquisitori, infatti, decisero di assegnare la Scienza nuova a un secondo qualificatore, ma, impressionati dalle accuse radicali di Rossi, disposero che nel frattempo si scrivesse all'inquisitore di Padova per vietare l'edizione veneta:</p> <pre> Eminentissimi, audita relatione et censura Patris Joannis Rossi Ordinis Clericorum Regularium, qualificatoris huius S. Officij, super libro Neapoli impresso, cui titulus Principij d'una scienza nuova etc., dixerunt quod dictus liber detur alteri pro revisione; et interim Patri Inquisitori Patavij scribatur quod pro nunc reimpressionem eiusdem libri non permittat. (66) </pre> <p>Le difficolta della edizione veneta non erano dovute unicamente al carattere ombroso di Vico (67) o a difficolta di carattere finanziario, (68) ma anche e soprattutto alla Inquisizione, come era stato intuito da Badaloni. (69)

Tutto questo accadeva il 19 ottobre 1729. Poco dopo, il 21 febbraio 1730, si spegneva Benedetto XIII Orsini, con la conseguente caduta dell'impopolare cardinale Niccolb Coscia. (70) Dopo un lungo conclave, lu eletto al soglio pontificio, con il nome di Clemente XII, il cardinale Lorenzo Corsini, dedicatario della prima edizione della Scienza nuova. Il nuovo pontificato suscitb grandi speranze, destinate ad andare deluse. (71) Comunque parve che a Roma si respirasse un'aria nuova grazie a Clemente XII, che alla fine del 1730 si assicurava la collaborazione dell'erudito giansenista Giovanni Bottari, in Arcadia Agesia Beleminio. Purtroppo Bottari legb il suo nome alla proibizione di due capolavori della letteratura europea: il Paradise Lost di Milton e l'Esprit des loix di Montesquieu. Nel caso di Bottari la fama di giansenismo non si accompagna a una sincera volonta di rinnovamento culturale.

Filogiansenista era considerato anche il secondo qualificatore della Scienza nuova, il benedettino modenese Fortunato Tamburini (1683-1761), in Arcadia Arefilo Trochio, allievo di Benedetto Bacchini e grande amico di Muratori e di Celestino Galiani. Si trattava di un ecclesiastico notevolmente superiore a Rossi sul piano intellettuale, il quale per giunta diceva male del S. Uffizio. Ma la sua valutazione della Scienza nuova, letta il 13 settembre 1730, non rende giustizia al genio di Vico, e pertanto e molto inferiore alla relazione di Conti. Anche Tamburini era talmente preoccupato dalla esigenza di attenersi al testo biblico da non intendere l'originalita del pensiero vichiano. Basti pensare che, dopo aver riconosciuto gli errori dottrinali di Vico, concludeva dicendo che la Scienza nuova era un'opera che non valeva la pena di proibire: il Tribunale della Santa Inquisizione avrebbe compromesso il suo decoro, condannando un libro del genere, privo di qualsiasi rigore scientifico ("e dignitate supremi huius Tribunalis esse non judico, ut de hoc libro sententiam proferat"). (72) Il povero Vico ebbe dalla censura ecclesiastica non solo il danno, ma anche la beffa. Comunque la cosa non era destinata a finire qui, visto che la Congregazione decise di affidare la Scienza nuova a un altro revisore. Ma non si sa se questa decisione ebbe seguito. Certamente il famoso "Nihil decisum fuit", che un archivista scrisse sul fascicolo vichiano dell'Archivio della Congregazione della Dottrina della Fede, non e un'assoluzione. Come aveva capito bene il duca di Larochefoucauld Liancourt in base al resoconto contiano della prima edizione della Scienza nuova, la pubblicazione di un'opera simile non sarebbe mai stata permessa da Roma. (73)

Intanto Vico aveva preparato la seconda edizione del suo capolavoro, che vide la luce a Napoli, per i tipi di Felice Mosca, con una dedica a Clemente XII e la benedizione di Tomo. (74) Il libro era stato apprestato in fretta, come asserisce il filosofo, che lamenta "il brevissimo tempo, nel quale noi tutti soli, e gravemente infermi siamo stati costretti di meditar e stampare quest'opera". (75) Gli inquisitori avrebbero dovuto far esaminare la seconda edizione, cominciando di nuovo il farraginoso processo fatto alla prima. I rapporti tempestosi con Vienna, che dava ricetto all'inviso Giannone, e una massa di libri sospetti, che si dovevano esaminare e proibire, salvarono Vico (pensatore irrilevante, secondo il parere autorevole di Tamburini) dal dispiacere di finire all'Indice e la Santa Sede dalla vergogna di condannare pubblicamente il piu grande filosofo italiano del Settecento. In ogni modo non e da escludere che le traversie della prima edizione della Scienza nuova vadano tenute presenti per spiegare la differenza riscontrata da uno studioso inglese fra "the comparative optimism of the conclusion of The First New Science and the pessimism of that of the later editions". (76) Il "ricorso delle cose umane", che costituisce l'argomento del troppo schematico libro quinto della Scienza nuova (SN 3 [subsection] 1046-96), (77) e assai significativo, anche perche riguarda da vicino la concezione vichiana di Dante, sebbene si debba ricordare che il contributo vichiano alla scoperta della Commedia sia stato esagerato in omaggio alla visione antistorica di un Vico anticipatore dell'estetica romantica. (78) Ma un discorso del genere mi obbligherebbe ad affrontare l'altra ipotesi abbozzata all'inizio di queste considerazioni in margine alla bella edizione curata da Cristofolini, che hanno l'intento di spiegare la incompiutezza della Scienza nuova: quella relativa al suo carattere eccessivamente ambizioso. Mi riservo di farlo in un'altra occasione.

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GUSTAVO COSTA

University of California at Berkeley

NOTE

(1) Vd Vico, La scienza nuova, 1730.

(2) Vd Ceserani, che ha trattato recentemente questo problema, con riferimento ai cosiddetti cultural studies.

(3) Non essendo possibile citare tutti gli studi in materia, mi limito a rinviare il lettore alla brillante, ma lacunosa sintesi di Infelise (1999), a Fragnito (1997, 2001 e 2002), e a Stango (2001). I meriti della Fragnito sono stati taciuti da Peter Godman nella infelice recensione uscita in Renaissance Quarterly 56 (2003): 764-65. Oggettiva e invece la recensione di Massimo Firpo a Stango, a cura di, e a Fragnito, a cura di, apparsa in Rivista storica italiana 115 Fasc. I (Aprile 2003): 376-84. Del resto chi non ha i paraocchi, pub facilmente intendere l'entita del danno fatto dalla censura ecclesiastica alla nostra cultura, scorrendo le pagine di De Bujanda.

(4) Si tratta dei seminari su "La teologia eterodossa di Malebranche" (1-5 marzo 2004) e su "La Santa Sede di fronte alla filosofia europea nella eta di Vico" (6-8 maggio 2004), tenuti rispettivamente presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli e l'Universita di Roma "La Sapienza", Villa Mirafiori. Ringrazio della cortese ospitalita i colleghi Antonio Gargano e Marta Fattori.

(5) Vd il mio "Il risveglio dell'attenzione" 533-34, 536-37, 545, 550-51, 554-55. Avverto il lettore, una volta per tutte, che per motivi di spazio sono costretto a dare per scontati i riferimenti bibliografici gia fatti nei miei lavori precedenti.

(6) Vd il mio "La Congregazione dell'Indice".

(7) Vd il mio "Il Vico desanctisiano".

(8) Vd Caffiero 335.

(9) Rossi 286. Vorrei chiedere al mio illustre collega se e pensabile che Vico abbia potuto scrivere la "Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di Giovanni Locke" (Vico, La scienza nuova, 1730 436-37), senza conoscere affatto quei filosofi.

(10) Il carattere progettuale della Scienza nuova, opera sempre in fieri, seriamente manomessa dalla censura e dall'autocensura, risulta evidente dalle varianti delle edizioni 1725, 1730 e 1744, documentate dalle riproduzioni anastatiche promosse dal Lessico Intellettuale Europeo della Universita di Roma "La Sapienza" e dalla Fondazione Pietro Piovani per gli studi vichiani di Napoli. Vd Vico, Principj (Gregory); id., Principj (Sanna-Tessitore); id., Principj (Lomonaco-Tessitore); id., Principj (Veneziani). Con Vico, La scienza nuova, 1730, Cristofolini sancisce definitivamente il carattere provvisorio dell'opera.

(11) Vd Vico, La scienza nuova seconda 2:331-38; Nicolini, "Il Vico e il suo censore" 284-93.

(12) Vd Vico, La scienza nuova, 1730 5-6.

(13) Vd il mio "Vico e i cattolici".

(14) Vd la mia recensione a Vico, Universal Right, New Vico Studies 20 (2002): 103(10.) Per le opere proibite di Leclerc vd De Bujanda, 522-23.

(15) Vd il mio "Preilluminismo meridionale" 322-34, e Ricuperati.

(16) Vd il mio La leggenda vii-xxv, 177-88.

(17) I grandi intellettuali del Novecento sono ormai valutati in base alla loto capacita di denunciare i pericoli che minacciavano la civilta europea. Debbo constatare con soddisfazione che Benedetto Croce ha segnato un punto a suo favore rispetto a Isaiah Berlin, grazie alla Storia d'Europa nel secolo decimonono (vd James 8), proibita con un decreto del S. Uffizio nel 1932 (vd De Bujanda 255).

(18) Vd il mio "Bayle, l'anima mundi e Vico".

(19) Uso le sigle SN 1 per la prima edizione (1725) e SN 3 per la terza edizione (1744), facendole seguire dal numero del paragrafo, secondo Vico, Opere (edizione piu facilmente disponibile di qualsiasi altra). Ma si tenga presente che si tratta della degnita IX in Vico, La scienza nuova, 1730 94.

(20) Vd Giornata di studio.

(21) Importanti per il nostro assunto sono Armogathe, Armogathe/Carraud, "La premiere condamnation", Armogathe/Carraud, "The First Condenmation", Baldini, Donato e Fattori.

(22) Vd Settembrini 2: 872-73. Vd anche il mio "Arcadia", tenendo presente che oggi lo scriverei in modo diverso.

(23) Vd il mio Le antichita germaniche 346-77.

(24) Vd il mio "Eroismo primitivo".

(25) Vd Vico, La scienza nuova, 1730 291-318.

(26) Blackwell 61. Vd il mio "Thomas Blackwell".

(27) Blackwell 61.

(28) Sul declino dell'infemo vd Walker. Per quanto riguarda lo scetticismo, vanno tenuti presenti soprattutto Popkin e Scepticism and lrreligion.

(29) Vd i miei "Immaginazione, primitivismo e magia" e "Fantas/a y magia diab61ica".

(30) Vd il mio Malebranche e Roma 177-249.

(31) Vd il mio "Vico e i cattolici".

(32) Vd il mio "Giambattista Vico Between Pre- and Postmodernity".

(33) Vd il mio "La Santa Sede di fronte a Locke" 100-22.

(34) Vd Vico, La scienza nuova, 1730 5.

(35) Vd ora Morelli Timpanaro.

(36) Vd Giambattista Vico xxviii.

(37) Vd "Occasione di meditarsi quest'opera", in Vico, La scienza nuova, 1730 21-26. Si badi comunque che sia qui, sia nella V/ta (vd Vico, Opere 1: 68-83), il resoconto vichiano delle circostanze relative alla mancata edizione veneta e molto reticente.

(38) Vd i miel "Vico e l'Inquisizione", "Ancora su Vico e l'Inquisizione" e "Vico e la Sacra Scrittura".

(39) Potrei fare molti esempi vecchi e nuovi, ma mi limito a citarne solo due: Milbank e Pozzo. Vd comunque il mio "Vico e i cattolici".

(40) Sulla cosiddetta Aufkliirung cattolica vd Rosa, "Introduzione all'AufldCirung" e Rosa, "L'Aufkliirung cattolica".

(41) Vd Badaloni 261-54 (Appendice I).

(42) Vd Placella.

(43) Vd Berengo, Infelise, L'industria editoriale e Infelise, L'editoria veneziana 48-61 e passim.

(44) Vd Vico, Principj (Gregory), dopo l'indice, s. p. Su Torno vd Nicolini, "Il Vico e il suo censore".

(45) Hierarchia catholica 96.

(46) ACDF, Indice, Diarii, XV, f. 3 lr.

(47) Hierarchia catholica 64, 393 e 424.

(48) Dizionario biografico degli italiani 19 (1976): 10-13.

(49) Si conserva nella Biblioteca Vaticana un esemplare della prima edizione della Scienza nuova, sul cui foglio di guardia si legge la seguente annotazione a Penna: "Dato a me A[lessandro] G[regorio] C[apponi] dall'Eminentissimo Corsini prima per considerarlo e poi in dono. Dicembre 1725". Vd Vico, Principj (1725) e Croce 1: 38-39.

(50) Vd il mio "Vico e l'Inquisizione" 112-16.

(51) Badaloni 263.

(52) Vd De Bujanda 408-10 (Grozio), 613-14 (Meulen), 731-32 (Pufendorf), 827 (Selden).

(53) Vd Croce 1: 200.

(54) Ivi 1: 41-44.

(55) Vd Finetti. Sulla inconciliabilita della teoria dell'erramento ferino con la Bibbia vd lo studio recente di Sasso, il quale tiene conto di Finetti, ma ignora la censura di Giovanni Rossi.

(56) Vico, La scienza nuova seconda 2: 332. Vd ora Vico, La scienza nuova, 1730 139n.

(57) Ivi.

(58) Badaloni 263.

(59) Ivi.

(60) Ivi.

(61) Badaloni 262.

(62) Rostand 10-11.

(63) Vico, La scienza nuova, 1730 65.

(64) Badaloni 262.

(65) Vd il mio "Vico e l'Inquisizione" 116.

(66) Ivi.

(67) Croce 1: 46-47; Nicolini, "Giambattista Vico nella vita" 48-49.

(68) Placella 153.

(69) Badaloni 258. Questa vicenda conferma in pieno la impostazione del mio Vico e l'Europa.

(70) Pastor 634 e 641-42.

(71) Venturi 7-11.

(72) Vd il mio "Vico e l'Inquisizione" 120.

(73) Badaloni 265 (Appendice II).

(74) Vico, La scienza nuova, 1730 19-20 e 393.

(75) Ivi 26. Vd Vico, Opere 80.

(76) Vico, The First New Science xxxvii.

(77) Vd Vico, La scienza nuova, 1730 352-78.

(78) Vd il mio "Preilluminismo meridionale" 360-62.
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Author:Costa, Gustavo
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Dec 22, 2005
Words:8899
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