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Per una rilettura kantiana del principio di causalita.

Resumen: No hay contradiccion entre la afirmacion kantiana de que la proposicion "toda alteracion tiene su causa" no tiene ningun interes para la Critica de la Razon Pura debido a sus compromisos con los contenidos empiricos (KrV, b 3) y el hecho de que la misma proposicion se cita explicitamente como ejemplo de conocimiento puro a priori (KrV, b 5). Solamente hay la dificultad y a veces tambien la ambiguedad de un paso que Kant, entre otras dificultades, trata de dar en un intento de establecer la validez del principio de causalidad sobre nuevas bases.

Palabras clave: Kant, principios, causalidad, tiempo, alteracion.

Abstract: There is no contradiction between Kant's statement that the proposition, "every alteration has its cause," is of no interest to the Critique of Pure Reason because of its dependence on empirical contents (KrV, b 3) and his use of the same proposition as an example of pure a priori knowledge (KrV, b 5). There is only the arduousness and sometimes also the ambiguity of a passage in which Kant attempts to establish a new basis for the validity of the principle of causality.

Keywords: Kant, principles, causality, time, alteration.

For a Kantian rereading of the principle of causality

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Un equivoco. Cosi Kant si difende dai rilievi mossigli in una recensione anonima pubblicata nella "Leipziger gelehrte Zeitung" (1787, n. 94) in merito alia palese contraddizione in cui sarebbe incappato nell'Introduzione alia Critica della ragion pura. I termini della questione sono noti e riguardano la distinzione, all'interno delle conoscenze a priori, tra le conoscenze pure, nel senso di non mescolate ad elementi empirici, e quelle il cui contenuto reca, invece, in se anche qualcosa che e ricavato daH'esperienza. Come esempio di queste ultime, dunque delle presunte conoscenze a priori non pure, Kant cita la proposizione "ogni mutamento ha una causa", con la motivazione che "il mutamento e un concetto che puo essere tratto soltanto dall'esperienza" (1). Il lettore, tuttavia, non deve fare moita strada, due pagine soltanto, per ritrovare la stessa proposizione citata, pero, questa volta come esempio di giudizi puri a priori. Anche qui Kant fornisce una motivazione precisa:
   In quest'ultimo principio e cosi evidente che il concetto stesso di
   causa contiene in se il concetto della necessita di una connessione
   con l'effetto e quello della rigorosa universalita della regola,
   che esso andrebbe completamente perso se lo si volesse derivare
   --come ha fatto Hume--dalla frequente associazione di cio che accade
   con cio che lo precede, e dalla conseguente abitudine (dunque, da
   una necessita semplicemente soggettiva) a collegare delle
   rappresentazioni (2).


Sul fatto che l'esempio venga usato in modo equivoco non puo esservi alcun dubbio, tanto piu che lo stesso Kant, in risposta ai rilievi del solerte recensore, ammette che avrebbe potato prevenire il malinteso, ricorrendo, ad esempio, per le conoscenze pure a priori alia proposizione "ogni contingente ha una causa", cosi da evitare il riferimento empirico al fenomeno del mutamento (3). Che tale riferimento possa dar luogo a una commistione indebita dell'ordine delle conoscenze di stretta pertinenza della Critica della ragion pura con il piano delle conoscenze empiriche e, peraltro, attestato in piu occasioni nel testo kantiano. Cosi, si legge ad esempio che
   L'Estetica trascendentale non puo annoverare tra i suoi dati a
   priori il concetto di mutamento, poiche non e il tempo stesso che
   muta, bensi qualcosa che e nel tempo. Per questo si richiede allora
   la percezione di un qualcosa di esistente e della successione delle
   sue determinazioni, e dunque si richiede l'esperienza" (4).


E ancora, nell' Analitica trascendentale, Kant fa riferimento esplicito al fatto che la causalita di un mutamento in generale presuppone principi empirici e pertanto rimane fuori dai confini di una filosofia trascendentale (5).

Il fatto e pero che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" non rimane relegata, nel contesto della Critica della ragion pura, nello spazio minimo di un esempio citato in modo poco avveduto. Essa costituira, anzi, nientemeno che il testo della seconda analogia dell'esperienza (6) e, a diria tutta, uno dei principi trascendentali a cui Kant fa appello come a una condizione a priori della possibilita dell'esperienza in generale (7). Non si puo certo dire che una proposizione di tale natura "presupponga principi empirici", men che meno che debba rimanere fuori dai confini di una filosofia trascendentale in ragione del fatto che conterrebbe il riferimento 'impuro' al fenomeno del mutamento.

Non e, insomma, cosi owio che la proposizione in questione rappresenti un esempio inappropriato di conoscenze pure a priori, a meno che non si voglia escludere dal novero di queste le stesse proposizioni trascendentali sulle quali si fonda ogni esperienza possibile. Del resto, il fatto che Kant, nel rispondere al rilievo sulla contraddittorieta dell'uso dell'esempio, dica che avrebbe potato evitare l'equivoco eliminando dalla proposizione il riferimento al mutamento, non implica che il ricorso a questo esempio sia errato. Se fosse errato tatto cio che e foriero di equivoci, l'unico modo per non errare rimarrebbe il non parlare affatto.

2

Non potra trattarsi, allora, di escludere dal novero delle conoscenze pure a priori la proposizione fondamentale che ogni mutamento ha una causa. Piuttosto, si dovra chiarire da dove tragga origine l'equivoco che vede l'utilizzo di tale proposizione tanto come esempio di conoscenze empiriche quanto come esempio di conoscenze pure. E lo stesso Kant a suggerire il modo di sciogliere il malinteso, quando afferma che il termine puro viene utilizzato nei due casi secondo "due accezioni diverse" (8). La prima fa riferimento ad una conoscenza cui "non e mescolato (beigemischt) assolutamente nulla di empirico" (9). Sicche, in questo caso, la proposizione "ogni mutamento ha una causa" non e pura perche in essa si fa riferimento ad un contenuto che e ricavabile solo a posteriori dall'esperienza. La seconda accezione del termine "puro" qualifica, invece, un genere di conoscenza che "non dipende da nulla di empirico (von nichts Empirischem abhangig ist)". "Puro" qui non indica l'assenza di mescolanza con contenuti empirici, ma qualifica, piuttosto, una pretesa conoscitiva che l'esperienza, da sola, non e in grado di legittimare. Potremmo dire che "puro", in questa accezione, non ha un significato materiale, ma formale. Infatti, il "niente di empirico" non attiene al fatto che dalla proposizione debba sparire ogni commistione con contenuti informativi desunti dall'esperienza, ma chiama in causa un modo del tutto peculiare in cui l'esperienza si rende accessibile. Del resto, gia le motivazioni che vengono rispettivamente avanzate nella prima Critica a supporto del carattere puro o non puro della proposizione in questione esprimono con chiarezza la differenza del punto di vista a partire dal quale essa viene presa in considerazione. Quando Kant riferisce la proposizione "ogni mutamento ha una causa" ad una conoscenza empirica, l'accento cade sul mutamento quale concetto che e ricavabile solo dall'esperienza. Invece, quando cita la stessa proposizione come esempio di conoscenza sintetica a priori, l'accento cade sull'uso di un concetto, il concetto di causa, il cui carattere di necessita e universalita non e in alcun modo desumibile dall'esperienza. Nel primo caso l'attenzione e rivolta ad un concetto, quello di mutamento, il cui contenuto e ricavabile per astrazione dalla percezione di qualcosa che muta, alio stesso modo in cui mediante astrazione da molteplici casi in cui un fenomeno segue ad un altro, si formula una regola generale concernente la loro possibile relazione causale, e da qui una regola, piu estesa, concernente tutti gli accadimenti in generale. In questa prospettiva, la proposizione "ogni mutamento ha una causa" puo esibire solo una universalita che, per diria con Kant, si puo definire "comparativa" (10), dovuta al fatto che la mente estende a tutti i casi simili la regola che si e riscontrata in un numero non trascurabile di esperienze. Il che non eselude che Pesperienza possa smentire quanto accaduto in precedenza, magari in presenza di variazioni che non erano state previste nel processo di formulazione della regola. Di piu, la regola stessa, in quanto regola desunta dalla semplice esperienza, non puo trovare nell'esperienza stessa una giustificazione adeguata rispetto alia pretesa, contenuta nella proposizione "ogni mutamento ha una causa", di valere in modo necessario in riferimento ai fenomeni in generale.

Il che vuol dire, in ultima analisi, che affermare che ogni mutamento ha una causa corrisponderebbe al lanciare all'esperienza una sfida che l'esperienza stessa non puo raccogliere fino in fondo. Detto altrimenti, la suddetta proposizione esprime un principio il cui contenuto di necessita e universalita non e desumibile per astrazione dall'esperienza. Potremmo dire che la pretesa metafisica espressa dalla proposizione "ogni mutamento ha una causa" non e desumibile analiticamente dal concetto di cio che muta, proprio perche non e contenuta nella mera casistica empirica del mutare delle cose, o, se si preferisce non e gia contenuta nelle nostre rappresentazioni di cio che muta considerate come cose in se stessen (11). Al contrario, tale pretesa aggiunge alia mera rappresentazione di cio che muta, e dunque al concetto empirico di mutamento, qualcosa di nuovo; sicche il principio secondo cui ogni mutamento ha una causa costituisce a rigore una proposizione sintetica e non analitica, nel senso che la sua pretesa di necessita e universalita non e ricavabile per astrazione, dall'esperienza. Cio significa che il principio in questione ha una natura sintetica e un'origine a priori (12).

Cosi, quando cita la proposizione "ogni mutamento ha una causa" come esempio di conoscenze pure a priori, Kant intende evidenziare la possibilita di un uso della concettualita discorsiva che, proprio in ragione della sua pretesa di universalita e necessita, non puo essere legittimato dalla semplice esperienza, in quanto anzi dell'esperienza deve costituire il piano di fondazione (13).

II testo della prima Critica e in proposito chiaro ed esplicito:
   Ma, anche senza ricorrere a simili esempi per dimostrare la realta
   effettiva, nella nostra conoscenza, di puri principi fondamentali a
   priori, si potrebbe provare che essi sono indispensabili per la
   possibilita stessa dell'esperienza, e cosi dimostrarli a priori. Da
   dove mai, infatti, la stessa esperienza potrebbe at tingere la sua
   certezza, se tutte le regole in base alie quali essa procede
   fossero pur sempre delle regole empiriche, e percio contingent, di
   modo che difficilmente le si potrebbe far valere come dei principi
   primi? (14)


3

Qui, il punto di vista dell'indagine kantiana si volge ad una prospettiva piu ampia di quella che concerne la conoscenza di oggetti specifici, siano essi i fenomeni empirici o anche gli oggetti matematici.

Il caso della proposizione "ogni mutamento ha una causa" assolve in questa nuova prospettiva ad una funzione emblematica. Essa puo, da un lato, essere utilizzata come principio che mette in relazione eventi diversi, come quando si afferma che il vento ha fatto cadere una tegola dal tetto di una casa. Il suo significate muta, pero, radicalmente quando ci si muove nell'ambito di un'indagine sulle condizioni di possibilita dell'esperienza. In quest'ambito il concetto di causa, e con esso il principio di causalita, assumono rilievo non in relazione al piano fisico della conoscenza diretta dei fenomeni empirici, ma in relazione al piano ontologico di quella conoscenza che riferisce la percezione di un accadimento a qualcosa di realmente esistente.

L'uso del concetto di causa non puo esaurirsi qui, come e evidente, nel porre direitamente in relazione fenomeni diversi, come quando, ad esempio, il fisico scopre ed enuncia una legge sulla base di un'ipotesi confortata dalla osservazione empirica di diversi casi simili (15). II riferimento alia causalita svolge, piuttosto, un ruolo ad un livello gia piu profondo del nostra fare esperienza. Esso risulta, infatti, implicato quale condizione della possibilita stessa che la percezione di un accadimento si renda riconoscibile come reale e non semplicemente riconducibile ad un mutamento del nostro stato soggettivo. Come meglio si vedra, la funzione del principio di causalita non concerne, in questo caso, una spiegazione che riconduce determinad eventi ad una causa. Piuttosto, la causalita diventa rilevante in riferimento alia possibilita stessa che si faccia esperienza di qualcosa di mutevole come di qualcosa che accade realmente nel tempo:
   Mediante la semplice percezione resta indeterminata la relazione
   oggettiva dei fenomeni che si succedono l'uno all'altro. Ora,
   perche questa relazione venga conosciuta in maniera determinata, si
   deve pensare la relazione tra i due stati in maniera tale che, per
   suo tramite, venga determinato necessariamente quale dei due stati
   debba essere posto prima e quale dopo, senza possibilita di
   invertirli. Ma un concetto che comporti la necessita dell'unita
   sintetica puo essere solo un concetto puro dell'intelletto, tale
   che non si trova nella percezione: in questo caso sara il concetto
   della relazione di causa ed effetto, li dove la prima determina il
   secondo, nel tempo, come conseguenza e non come qualcosa che, nella
   semplice immaginazione, potrebbe anche essere precedente (16).


Dunque, e sulla base della riconducibilita della successione delle nostre percezioni ad una regola secondo la quale qualcosa segue necessariamente da cio che precede, che si rende in generale possibile riferire l'esperienza di un accadimento a qualcosa che accade, a qualcosa che si verifica, indipendentemente dal fatto che ne facciamo esperienza. Owero, l'esperienza di qualcosa che muta trova la sua giustificazione oggettiva non nella semplice successione di percezioni, ma nel fatto che tale successione obbedisce ad una regola che non posso variare a piacimento:
   Quando, dunque, sperimentiamo (erfahren) che qualcosa accade,
   presupponiamo sempre che qualcosa preceda, a cui cio che accade
   segua secondo una regola. Senza di cio, infatti, io non potrei dire
   di un oggetto che esso segue, poiche la semplice successione nella
   mia apprensione, se non e determinata da una regola rispetto a
   qualcosa che la precede, non giustifica alcuna successione
   nell'oggetto. Dunque, accade sempre in riferimento a una regola
   --secondo la quale i fenomeni nella loro successione, ossia cosi
   come accadono, sono determinati tramite lo stato precedente--che io
   rendo oggettiva la mia sintesi soggettiva (dell'apprensione); e
   anzi, e unicamente in base a questa presupposizione che e possibile
   Pesperienza di qualcosa che accade (17).


La proposizione "ogni mutamento ha una causa" non vale, dunque, solo come criterio di ricerca o come legge di spiegazione di una determinata relazione tra due o piu eventi, ma costituisce, piu radicalmente, un principio a partire dal quale la percezione di un accadimento si rende legittimamente riferibile ad un cambiamento temporale di stato che awiene nell'oggetto e non semplicemente nel soggetto percipiente. Il concetto di causalita si traduce, cosi, nello schema della successione temporale secondo una regola. II che significa che esso non esprime letteralmente una relazione causale tra eventi diversi, come quando si pone in relazione il sorgere del sole con il riscaldamento di una pietra, ma concerne, piu radicalmente, la modalita fondamentale del nostro poter renderei coscienti di essere al cospetto di qualcosa che muta fuori di noi in ragione del fatto che la successione delle percezioni mediante la quale facciamo esperienza di questo mutamento segue un ordine temporale irreversibile. Sicche siamo autorizzati a pensare e ad affermare che Paccadimento che percepiamo secondo momenti successivi e reale e non dovuto alia semplice successione dei nostri stati percettivi. Detto diversamente: si da un uso del concetto di causa come principio costitutivo, come quando poniamo in relazione eventi successivi riferendo ad uno l'esser causa e all'altro l'essere effetto che da quella causa segue. Tale uso costitutivo pero, applicato al concetto generale di mutamento, segna solo un'estensione arbitraria della conoscenza da cio che vale per la maggioranza dei casi a cio che vale in tutti i casi. Cosi che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" puo vantare al piu una universalita comparativa, mentre non puo soddisfare un'istanza a priori di necessita e universalita rigorosa. Da questo punto di vista Kant non e incoerente quando afferma che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" va annoverata tra le conoscenze a priori ma empiriche. A priori e la pretesa di necessita e universalita rigorosa espressa in una proposizione che attribuisce ad ogni mutamento una causa, empirica e 1'universalita di una regola che viene analiticamente ricavata dalla mera comparazione di diversi casi simili.

Il che significa, in definitiva, che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" esprime una pretesa a priori di necessita e universalita che, pero, l'esperienza non puo garantire in modo adeguato, almeno fino a quando si rimane fermi all'uso costitutivo della causalita come principio che applichiamo, nell'ambito della conoscenza empirica, direitamente ad una serie successiva di eventi.

Si da pero, per Kant, anche un uso regolativo del principio di causa (18), compatibile stavolta con le pretese metafisiche di una conoscenza pura a priori. La possibilita di tale uso fa si che la stessa proposizione "ogni mutamento ha una causa" possa essere annoverata, in contraddizione solo apparente con quanto Kant affermava poco prima, tra i giudizi puri a priori.

Nel suo uso regolativo il riferimento alia causalita opera come un esemplare di relazione che qualifica in modo determinato, owero secondo una regola, cio che nel tempo segue rispetto a cio che pre cede, cosi che cio che segue non puo essere invertito con cio che precede senza che la relazione stessa non perda di significato. Ora, proprio la regola che impedisce di invertire cio che segue con cio che precede consente di discernere in seno alie nostre percezioni il riferimento a qualcosa che muta realmente. In altri termini, noi siamo autorizzati a riferire percezioni che si succedono nel tempo al mutare reale delle cose solo nella misura in cui le diverse percezioni che compongono l'esperienza di un accadimento sono riferibili ad una regola secondo cui cio che segue nel tempo risulta necessariamente determinato da cio che precede. Il che, si badi, non significa affermare che l'uno sia causa dell'altro; piuttosto significa sostenere che l'irreversibilita di una successione temporale tra fenomeni puo essere pensata in analogia con la regola che sta alia base di una relazione causale, dal momento che, come nella relazione causale, non e possibile invertire nel tempo cio che segue con cio che precede. E difatti, che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" figuri tra le analogie dell'esperienza significa che la sua applicazione come principio puro a priori non concerne la conoscenza diretta dei fenomeni empirici: "i fenomeni, afferma Kant, non devono essere sussunti immediatamente sotto le categorie, ma sotto i loro schemi soltanto" (19). E lo schema della causalita "consiste [...] nella successione del molteplice, in quanto essa e soggetta ad una regola" (20).

La legge della causalita puo, infatti, valere come principio puro della determinazione dei fenomeni, non in quanto regola ricavata dall'osservazione empirica di diversi casi simili, ma solo in quanto proposizione contenente la modalita in cui si rende traducibile in un linguaggio logico, e dunque in linea di principio condivisibile con ogni soggetto dotato di ragione, quel che sul piano sensibile si mostra come una successione non arbitraria di percezioni, owero il fenomeno del mutamento (21), "il che significa--come dice Kant--che non posso disporre l'apprensione se non precisamente in questa successione" (22), cosi che la stessa possibilita della percezione di un mutamento si lega necessariamente ad un determinato ordine nell'apprensione (23).

Analogia dell'esperienza significa, allora, che il principio di causalita costituisce nel pensiero l'analogo di quel che nel sensibile viene rappresentato come una successione temporale irreversibile, e per questo non arbitraria (24). E pensare l'irreversibilita di una successione temporale secondo la regola contenuta nel concetto di causa e il modo in cui ci rendiamo comprensibile il succedersi dei fenomeni in quanto riferibile ad uno stato oggettivo di cose e non dipendente dal fatto che ne facciamo esperienza. Il pensiero contenuto nel concetto di causalita deve poter accompagnare la rappresentazione di qualcosa che muta quando la rappresentazione denota effettivamente qualcosa che muta realmente fuori di noi. In riferimento alia possibilita di un uso puro del concetto di causa la questione decisiva non e allora, per Kant, se ad una determinata successione di eventi sia o no applicabile il concetto di causa e neppure se a tutti i fenomeni in generale vada attribuita una causa. Piuttosto, si tratta di comprendere che ogni volta che ci troviamo in presenza di un mutamento di stato la cui realta non mettiamo in dubbio, possiamo far cio in ragione del fatto che la successione temporale delle nostre percezioni risulta comprensibile secondo una regola che alie nostre percezioni assegna una precisa posizione nel tempo. Questa regola e appunto quella espressa dalla causalita, o meglio, non direitamente dalla causalita, ma da cio che della causalita rappresenta la nuda ratio schematica, owero, l'ordine determinate di una successione in cui cio che segue nel tempo non puo essere invertito con cio che precede (25).

Il principio di causalita esprime in questo senso, nei termini della cogenza logica del pensiero, l'accadere di qualcosa fuori di noi su cui il nostro arbitrio non ha alcun potere.

L'interesse di Kant e, in tal modo, quello di cogliere nel concetto di causa, e cosi nel principio di causalita, il modello, meglio lo schema di lettura e di codifica di una successione di eventi che giudichiamo come oggettiva e dunque distinguiamo dal semplice succedersi delle nostre percezioni, per il fatto che tale successione segue una regola della connessione dei fenomeni.

Come nel celebre esempio che occorre nella seconda analogia, quando vedo una nave che scende lungo la corrente, non posso invertire a piacimento l'ordine di successione delle mie rappresentazioni, l'apprensione di cio che precede con l'apprensione di cio che segue, non posso cioe decidere che la percezione della nave nella parte piu bassa del fiume preceda la percezione della stessa nave nella parte piu alta. In questo caso l'apprensione successiva dell'oggetto rimanda ad una regola oggettiva della connessione dei fenomeni, tale che la percezione del mutamento non risulta dal semplice fatto che i fenomeni vengono appresi l'uno dopo l'altro (fatto comune anche alia percezione di una casa ben piantata sul terreno) (26), ma acquista il significato di qualcosa che reca realmente in se il susseguirsi di stati differenti nell'oggetto percepito. In questo caso, cioe, la successione soggettiva dell'apprensione, owero, la regola secondo la quale si susseguono le nostre percezioni, non potra che essere dedotta dalla successione oggettiva dei fenomeni (27).

L'uso schematico del concetto di causa, inteso come rappresentazione di una regola della successione non arbitraria delle nostre percezioni, consente, cosi, di distinguere nella percezione il tempo oggettivo dal semplice succedersi di diverse impressioni sensibili nel nostro animo, e di riferire la percezione di un mutamento al mutare effettivo, all'accadere reale, di qualcosa nel tempo:
   Si tratta quindi di mostrare, mediante degli esempi, che noi non
   attribuiamo mai, neppure nell'esperienza, la successione [...]
   all'oggetto, distinguendo tale successione da quella soggettiva
   della nostra apprensione, se non quando vi sia come fondamento una
   regola, che ci costringa a osservare quest'ordine delle percezioni
   piuttosto che un altro, e che anzi e proprio questa costrizione cio
   che rende anzitutto possibile la rappresentazione di una
   successione nell'oggetto (28).


Il riferimento al tempo e alia sua determinabilita secondo il principio della causalita e decisivo per una considerazione che conferisce al fenomeno empirico del mutamento un posto di rilievo nell'ambito di indagine proprio della Critica della ragion pura. La proposizione "ogni mutamento ha una causa" rientra, cioe, a pieno titolo tra le conoscenze pure a priori nella misura in cui ha come oggetto il tempo in quanto forma pura del mutamento e insieme il concetto di causa in quanto principio di determinazione del tempo:
   Ma la forma di ogni mutamento, la sola condizione alia quale esso
   puo procedere come il sorgere di un altro stato (quale che sia il
   suo contenuto, cioe lo stato che viene modificate), e quindi la
   successione degli stati stessi (l'accaduto), e qualcosa che puo
   [...] essere considerate a priori secondo la legge della causalita
   e le condizioni del tempo (29).


4

Il tema della determinabilita del tempo in quanto forma pura dell 'intuizione mediante la regola contenuta nel concetto di causalita e owiamente centrale nel contesto di un argomento che mira a stabilire i principi a priori della possibilita dell'esperienza, e che identifica nella legge di causa ed effetto non semplicemente una regola da applicare direttamente a determinate successioni di eventi, ma, in radice, il principio che consente di discernere in seno alia successione delle nostre percezioni il riferimento oggettivo ad un mondo che muta fuori di noi. Il che significa che quando Kant parla di causalita, egli non e interessato unicamente alia successione temporale di eventi differenti, quale puo essere ad esempio la relazione causale che posso individuare tra il vento che soffia e una tegola che mi cade sulla testa. Anche l'immagine della nave che scende lungo la corrente, che nella seconda analogia Kant portava ad esempio di una successione non arbitraria, non riguarda la connessione causale-temporale di eventi differenti, ma insiste su un cambiamento da riferire in generale ad uno stato di cose (la nave, il fiume, la corrente etc.). Lo stesso concetto di evento, inteso come qualcosa che accade, non puo che essere percepito, secondo Kant, nei termini del mutare di qualcosa, o meglio, del mutare di uno stato di cose:
   Che qualcosa accada, cioe divenga qualcosa oppure uno stato che
   precedentemente non era, non puo essere percepito empiricamente, li
   dove non preceda un fenomeno che non contenga in se questo stato
   (30).


La tesi kantiana che riconduce ogni forma dell'accadere ad un mutamento di stato richiederebbe un discorso ben piu articolato di quello che puo essere svolto nello spazio della presente trattazione. Se non altro perche chiama in causa lo stretto legame che sussiste tra la prima e la seconda analogia dell'esperienza. Se, infatti, la seconda analogia afferma che "tutti i mutamenti accadono secondo la legge della connessione di causa ed effetto", nella prima si stabilisce che "tutti quanti i fenomeni della successione temporale sono soltanto mutamenti" (31), owero, qualsiasi successione temporale va sempre ricondotta ad un cambiamento di stato (32).

Non posso soffermarmi su questo aspetto dell'Analitica dei principi. Cio che invece merita di essere evidenziato, nel contesto di questo lavoro, e il fatto che l'argomento della seconda analogia, lo stretto legame con la prima, e la conseguente riconduzione di ogni successione temporale a quella concernente un cambiamento di stato, insiste su un uso del principio di causalita come regola che, prima di riguardare la connessione empirica di eventi diversi nel tempo, costituisce la condizione che consente di riconoscere il mutare di qualcosa in generale (33). Questo aspetto colloca la causalita, intesa come principio che fornisce la regola di una successione non arbitraria delle percezioni, ad un livello piu profondo della nostra esperienza; piu profondo di quello empirico in cui il concetto di causalita viene applicato alia successione di eventi differenti. Ed e a questo livello piu profondo che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" rientra con pieno diritto tra le proposizioni pure a priori. Si tratta, infatti, di quel principio trascendentale in forza del quale prende forma oggettiva il tempo in quanto condizione di ogni successione possibile. Come dire, il concetto di causalita conosce un'applicazione che precede ogni applicazione determinata, empirica. Questa "prima applicazione" (34) connota l'uso puro, categoriale, del concetto di causa quale principio che rende possibile riconoscere accadimenti e mutamenti reali nel tempo, e con cio rende possibile l'esperienza in generale.

5

Allora, se da un lato la proposizione "ogni mutamento ha una causa" puo valere come massima che orienta la conoscenza empirica di questa o quella determina ta successione temporale tra fenomeni; dall'altro, pero, la stessa proposizione costituisce il principio di intelligibilita della successione temporale come relazione di percezioni il cui succedersi obbedisce ad una regola che non dipende dall'arbitrio del soggetto percipiente, cosi che tutti i fenomeni che si verificano in conformita con questa regola possono legittimamente essere riferiti a mutamenti reali.

Da questo punto di vista, la proposizione "ogni mutamento ha una causa" va intesa come un principio di leggibilita dell'esperienza, a partire dal quale, soltanto, l'esperienza e resa capace di testimoniare il verificarsi di qualcosa la cui esistenza non dipende da noi, come non dipende dalla nostra percezione che una nave risalga lungo il fiume anziche andare nella direzione opposta. In ragione di cio la proposizione "ogni mutamento ha una causa" assume un significato puro a priori. Il che non vuol dire in alcun modo, giova ripeterlo, che la pretesa a priori della causalita faccia riferimento al contenuto "dogmatico" di una proposizione che, muovendo dal semplice concetto di mutamento, deduce che ogni mutamento ha una causa (35). Che ogni mutamento ha una causa non e per Kant ricavabile in modo analitico dalla nozione di cio che muta. Se cosi fosse, tornerebbe l'obiezione kantiana secondo cui quello di mutamento e un concetto che implica sempre il riferimento ad un contenuto empirico, e sotto questo rispetto non e possibile che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" rientri tra le conoscenze pure a priori.

Tuttavia, la stessa proposizione, quando venga riguardata come principio a partire dal quale e possibile riconoscere in un mutamento l'accadere di qualcosa che non dipende unicamente dal modo in cui ne facciamo esperienza, dunque l'accadere di qualcosa di reale, quando cioe la proposizione "ogni mutamento ha una causa" venga riconosciuta non come semplice replica scolastica del principio nihil est sine rationed. (36), ma come principio trascendentale, allora essa puo vantare validita pura a priori. Cio nella misura in cui senza il riferimento alia regola della causalita sarebbe impossibile distinguere l'esperienza del mutare reale delle cose dal succedersi dei nostri stanti interni (37). In questa cornice, anzi, il concetto di "mutamento" puo rivelare una natura diversa da quella semplicemente riferibile al mero risultato di un'astrazione dalPempirico. E cioe, la sua riconoscibilita in quanto fenomeno oggettivo riconduce alia determinazione delle forme pure della sensibilita secondo le regole della concettualita discorsiva. Cosi ricompreso, ossia considerato a quel livello profondo della nostra esperienza che concerne le condizioni trascendentali della determinazione di una successione temporale oggettiva, il concetto di mutamento finisce con l'essere annoverato tra i cosiddetti "predicabili deH'intelletto", ossia tra quei concetti che, come quello di "forza", "azione" "passione" sono derivati dalla congiunzione tra le categorie e i modi della sensibilita pura, e che per questo sono, come dice Kant, "altrettanto puri" sebbene non primitivi, non originari come le categorie (38).

In tal modo, che Kant usi la stessa proposizione "ogni mutamento ha una causa" ad un tempo come esempio di conoscenze il cui contenuto empirico non e di interesse per la ricerca trascendentale, e come esempio di principi puri a priori che stanno a fondamento della stessa possibilita dell'esperienza, non puo semplicisticamente venir ricondotto ad una contraddizione, come sosteneva il recensore anonimo della Critica della ragion pura, ne liquidato quale mero artificio, come oggi sostiene A. Ferrarin (39).

Quel che awiene e, piuttosto, un cambimento di piano che introduce ad una modalita radicalmente nuova di considerare il principio di causalita e con esso il concetto di mutamento. All'interno di questa prospettiva, come si e visto, la validita a priori della proposizione "ogni mutamento ha una causa" non si lega alia pretesa dogmatica di affermare che tutto cio che accade ha una causa, ma da voce all'istanza critica che nel ricorso alia regola di una successione temporale necessaria, quella stessa che e contenuta nel concetto di causa, individua la possibilita di discernere in seno alie nostre rappresentazioni il riferimento ad un mondo di mutamenti che si da indipendentemente da noi. F in questa misura che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" guadagna lo statute di un "principio trascendentale", owero, in termini kantiani, di un principio "col quale e rappresentata la condizione universale a priori, sotto la quale soltanto le cose possono diventare oggetti della nostra conoscenza in generale" (40). Un "principio trascendentale" riguarda l'esperienza dal punto di vista della sua possibilita in generale, il che significa che la causalita vale come principio puro a priori in quanto condizione fondamentale del nostro fare esperienza di successioni temporali oggettive in base alie quali si rende comprensibile il mutamento:
   Cosi il principio della conoscenza dei corpi, come sostanze e come
   sostanze mutevoli, e trascendentale, quando s'intenda che il loro
   mutare debba avere una causa (41).


Un principio trascendentale, scrive dunque Kant, "[...] non contiene nulla di empirico" (42), nella misura in cui "[...] il concetto degli oggetti, in quanto sono pensati come sottoposti ad esso, non e che il concetto puro di oggetti della possibile conoscenza d'esperienza in genere" (43). Ora, e esattamente questo il senso in cui il principio di causalita puo vantare lo statuto di una proposizione sintetica a priori pura. Ossia, non nel senso ingenuamente dogmatico che venga meno qualunque riferimento a contenuti che derivano dall'esperienza, ma nel senso eminentemente critico di un principio che non si rivolge al piano epistemologico della conoscenza diretta di relazioni tra oggetti specifki, ma concerne il piano ontologico delle condizioni a priori che rendono in generale possibile l'esperienza in quanto esperienza di oggetti. In questo caso, come dice Kant, e sufficiente "che il corpo sia pensato solo mediante predicad ontologici (concetti puri dell'intelletto [...] per conoscere a priori la proposizione" (44). Ed e, in definitiva, in ragione di questa investitura trascendentale, che la proposizione "ogni mutamento ha una causa", rientra nello spazio di interesse della Critica della ragion pura. Laddove l'uso della stessa proposizione per la determinazione della relazione tra i fenomeni che si danno in concreto nell'esperienza implica il riferimento all'elemento contingente, empirico-fattuale, e perianto non puo essere considerate puro (45).

Rimane, owiamente, in piedi la questione se ed entro quali limiti questo radicale cambiamento di prospettiva impresso alia nozione di causalita sia in grado di fornire, come e nelle intenzioni dell'autore della Critica della ragion pura, una fondazione dell'esperienza in generale. Il che significa, in ultima analisi, chiedersi fino a che punto Kant offra una risposta che metta dawero fuori gioco lo scetticismo di Hume in merito alia possibilita di una fondazione filosofica rigorosa della validita conoscitiva del concetto di causalita.

A rendere ancora meno agevole questa risposta e, peraltro, il fatto che Hume presenta un'impostazione del rapporto tra successione temporale e causalita ben piu complessa di quella che sembra volergli concedere Kant (46).

Oltretutto, un esame rawicinato della dottrina kantiana dell'idealismo trascendentale, e dunque delle tesi dell 'Estetica, rivela una concezione del tempo che entra per certi versi in frizione con quella che emerge dall'esame della seconda analogia dell'esperienza (47). Basti pensare, solo per far menzione di uno dei luoghi classici della Kantforschung, ai cortocircuiti che la prima Critica sembra generare tra una teoria causale-relazionale del tempo che ne riferisce la determinabilita oggettiva alia possibilita di esibire una regola a priori delle relazioni tra i fenomeni e la tesi secondo cui le successioni temporali, in quanto intuizioni pure, non derivano dalle relazioni tra gli oggetti (48).

Non e qui la sede per discutere queste questioni. Cio che, invece, preme evidenziare e il fatto che la torsione in senso "trascendentale" che Kant imprime al concetto di causalita, valga o no come ipotesi fondativa dell'esperienza in generale, fornisce la chiave per ricondurre ad una formulazione coerente quel che ad un lettore che si fermi alia lettera delle affermazioni kantiane prese isolatamente puo apparire contraddittorio.

Tra Paffermazione che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" non e di interesse della Critica della ragion pura per via delle sue compromissioni con contenuti empirici, e il fatto che la stessa proposizione venga esplicitamente citata come esempio di conoscenze pure a priori, non vi e contraddizione. C'e solo la fatica e talora anche 1'ambiguita di un passaggio che Kant, tra mille difficolta, cerca di compiere nel tentativo critico di fondare su nuove basi la validita del principio di causalita quale principio che si rende applicabile a priori ad eventi successivi nella misura in cui esprime, nella sua nuda ratio schematica, la regola in base alia quale la successione delle nostre percezioni si rende atta ad esprimere qualcosa che muta oggettivamente nel tempo.

ANGELO CICATELLO

Dipartimento di Scienze Umanistiche

Universita degli Studi di Palermo

90128 Palermo (Italia)

angelo.cicatello@unipa.it

RECIBIDO: JUNIO DE 2016 / ACEPTADO: NOVIEMBRE DE 2016

doi: 10.15581/009.51.3.485-513

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(1.) KrV, B 3. Per le opere di Kant si fa riferimento al testo della Akademie-Ausgabe (Kants Gesammelte Schriften, hrsg. von der Preufiischen Akademie der Wissenschaften, Berlin 1902 sgg.), indicato con la sigla AA, cui segue immediatamente l'indicazione del numero del volume e del numero di pagina. Fa eccezione la Kritik der reinen Vernunft (=KrV), che viene invece citata nelle pagine della prima e seconda edizione originale (A e B), riportate peraltro nella traduzione italiana qui utilizzata. I. Kant, Critica della ragion pura, tr. it. di C. ESPOSITO (Bompiani, Milano, 2004).

(2.) KrV, B 5. L'obiezione mossa a Kant dal recensore anonimo viene anche riportata da H. WAIHINGER, Commentar zur Kants Kritik der reinenn Vernunft, (Spemann, Stuttgart, 1881) 211. Su questa presunta contraddizione e tornato piu di recente A. Ferrarin per evidenziare il carattere fuorviante e ingannevole di certe procedu re dicotomiche kantiane. A. FERRARIN, Come e possibile comprendere i giudizi sintetici a priori, in L. AMOROSO, C. LA ROCCA. A. FERRARIN (a cura di), Critica della ragione e fenomenologia dell'esperienza (ETS, Pisa, 2011) 395-414, 395. In realta, come cerchero di mostrare, la distinzione tra conoscenze a priori pure e conoscenze a priori empiriche, certamente problematica in Kant, va pero riguardata in relazione al fatto che la proposizione "ogni mutamento ha una causa" puo assumere due diversi significad in relazione ad un uso diverso della concettualita discorsiva e cosi del concetto stesso di causalita. Proprio in riferimento a questo uso diverso, il fatto che tale principio venga utilizzato sia come esempio di proposizioni a priori pure, sia come esempio di proposizioni a priori empiriche non costituisce una contraddizione. Piuttosto, nello scandire il passaggio tra il modo diverso in cui Kant fa ricorso alia proposizione che riferisce ogni mutamento ad una causa e possibile trovare una chiave per meglio delineare il senso della rilettura kantiana del principio di causalita.

(3.) I. KANT, Uber den Gebraucb teleologischer Prinzipien (=UGTP), AA 08:184.

(4.) KrV, A 41 B 58; cfr. anche KrV A 183 B 226, dove pero il termine per mutamento non e "Veranderung" ma " WechseF'.

(5.) Cfr. KrV, A 171 B 213. Nei Primiprincipi metafisici della scienza della natura Kant torna sull'argomento in riferimento al movimento spaziale: "Per finire, faccio ancora notare che, non potendo la mobilita (Beweglichkeit) di un oggetto nello spazio essere conosciuta a priori e senza l'insegnamento dell'esperienza, essa non pote, appunto per questo, venire da me annoverata, nella Critica della ragion pura, tra i concetti puri dell'intelletto e che percio, come concetto empirico, puo trovar posto solo in una scienza della natura, quale metafisica applicata, scienza che si occupa di un concetto dato per mezzo dell'esperienza, per quanto in base a principi a priori". I. KANT, Metaphysische Anfangsgriinde der Naturwissenschaft [=MAN], AA 04: 482; tr. it. Primi principi metafisici della scienza della natura, di L. Galvani (Cappelli, Urbino, 1959) 27-28. Va ricordato, a questo proposito, che il movimento spaziale viene, qui, ricondotto ad una forma specifica di mutamento. Nella definizione II dei Primi principi metafisica della foronomia si legge infatti: "il movimento (Bewegung) di una cosa e il cambiamento (Veranderung) dei rapporti esterni di questa cosa rispetto a uno spazio dato" (MAN, AA 04: 482; tr. it. 28). Anche nei Prolegomeni il movimento viene annoverato tra i concetti della fisica generale "che non sono assolutamente puri ed indipendenti dalle sorgenti empiriche". Tali concetti "impediscono che essa possa dirsi una fisica assolutamente pura". I. KANT, Prolegomena zu einerjeden kiinftigen Metaphysik, die als Wissenschaft wird auftreten konnen (=Prol), AA 04: 295; tr. it. Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorra presentarsi come scienza, di P. MARTINETTI (Rusconi, Milano, 1995) 109.

(6.) "Tutti i mutamenti (Veranderungen) accadono (geschehen) secondo la legge della connessione di causa ed effetto" (KrV, B 232). Nella prima edizione si legge: "Tutto cio che accade (comincia ad essere), presuppone qualcosa, a cui fa seguito secondo una regola" (KrV, A 189). Si ritornera in seguito su questa differenza di formulazione, che non e a mio awiso riducibile, come invece sostiene C. D. Broad, ad una semplice differenza verbale. Cfr. C. D. BROAD, Kants First and Second Analogies of Experience, "Proceedings of the Aristotelian Society" 26 (1925-1926) 189-210, 196.

(7.) "Dunque, e solo per il fatto che noi sottomettiamo le conseguenze dei fenomeni, e quindi tutti i mutamenti, alia legge della causalita, che l'esperienza stessa, e cioe la conoscenza empirica dei fenomeni, diviene possibile; ed e solo per la medesima legge, quindi, che diventano possibili gli stessi fenomeni quali oggetti dell'esperienza" (KrV, B 234). Ancora, nella Dialettica trascendentale si legge: "e una legge universale della stessa possibilita di ogni esperienza quella secondo cui tutto cio che accade deve avere una causa" (KrV, A 533 B 561). Cfr. anche Prol, AA 04: 295; tr. it. 109. J. Kopper si riferisce alia seconda analogia dell'esperienza come al piu importante tra i principi trascendentali. Cfr. J. Kopper, Kants Zweite Analogie der Erfahrung, "Kant-Studien" 61 (1970) 1-4, 289-306, 289. Su questo argomento cfr. anche K. KRAMER, A Note on Transcendental Propositions in Kant's Critique of Pure Reason. Comment on Baum, in P. BLERI, R-P. HORSTMANN, L. KRUGER (eds.), On Transcendental Arguments and Science. Essays in Epistemology (Reidel Publishing Company, London, 1979) 37-43, in part. 40. Sull'importanza della seconda analogia nel sistema della filosofia critica cfr. anche h. j. paton, Kant's Metaphysics of Experience (George Allen & Unwin LTD, London, 1936) vol. II, 222.

(8.) UGTP, AA08: 184.

(9.) UGTP.AA08: 184.

(10.) "L'esperienza non conferisce mai ai suoi giudizi una vera e rigorosa universalita, bensi solo un'universalita presunta e comparativa (mediante induzione), di modo che in senso proprio si dovra dire: per quel che abbiamo percepito finora, non risulta alcuna eccezione a questa o a quell'altra regola. Se dunque un giudizio viene pensato secondo una rigorosa universalita, e cioe in modo da non concedere alcuna possibilita di eccezione, allora esso non sara derivato dall'esperienza, ma sara valido assolutamente a priori. L'universalita empirica e dunque soltanto un'arbitraria estensione della validita, da cio che vale nella maggioranza dei casi a cio che vale in tutti i casi, come awiene per esempio nella proposizione: tutti i corpi sono pesanti. Laddove invece a un giudizio appartenga essenzialmente un'universalita rigorosa, essa rivelera una fonte particolare di conoscenza a priori" (KrV, B 3-4).

(11.) "Che tutto cio che accade abbia una causa, non puo per nulla essere inferito in base al concetto di cio che accade in generale" (KrV, A 301 B 357). L'ammonimento kantiano di non scambiare i fenomeni per le cose in se stesse non va letto in questo senso come se i fenomeni costituissero un'immagine semplicemente soggettiva di cose che starebbero fuori dal nostro orizzonte conoscitivo. Ben altrimenti, la critica kantiana della pretesa di accedere alie cose in se stesse fa perno sulla necessita di identificare una regola che consenta di discernere in seno alia successione delle nostre percezioni cio che dipende da un mutamento reale. In altre parole scambiare i fenomeni per cose in se significa per Kant pensare che le percezioni in se stesse, owero senza il riferimento ad una regola oggettiva della connessione dei fenomeni, possano dirci qualcosa su mutamenti ed eventi che accadono indipendentemente da noi.

(12.) E esattamente questo il senso in cui Kant nel [seccion] 10 dell'Analitica dei concetti parla di un "contenuto trascendentale" che l'intelletto porta (bringt) nelle rappresentazioni mediante l'unita sintetica del molteplice deil'intuizione in generale (Cfr. KrV A 79 B 105). La questione della sintesi pura a priori non puo, cioe, essere adeguatamente compresa, se la si legge nei termini di un incremento conoscitivo che verrebbe dall'aggiungersi del materiale empirico al concetto, inteso come mera forma vuota. Questa idea di sintesi risulta fuorviante ai fini di una corretta comprensione di cio che Kant intende per conoscenza trascendentale, e risulta per di piu inadeguata ai fini di una corretta comprensione di quel che Kant intende per concetto, e in particolare per concetto puro. L'aggiunta sintetica che qualifica il valore conoscitivo di una rappresentazione riguarda infatti, nel caso della sintesi pura a priori, il contenuto di universalita e di necessita che rende tale rappresentazione condivisibile con ogni soggetto dotato di ragione; contenuto la cui accessibilita, nel caso specifico della seconda analogia, concerne, come si vedra, la possibilita che la successione delle nostre rappresentazioni sia comprensibile secondo una regola oggettiva della connessione dei fenomeni.

(13.) Si tratta esattamente di quell'uso la cui legittimita puo essere accertata per Kant solo in sede di deduzione trascendentale dei concetti puri dell'intelletto: "Sennonche, tra i diversi concetti che costituiscono il tessuto cosi vario della conoscenza umana, se ne danno alcuni che sono determinati anche per un uso puro a priori (in modo del tutto indipendente dall'esperienza), e la legittimita di questo loro potere ha sempre bisogno di una deduzione. Per poter giustificare un tale uso, infatti, non sono sufficienti le prove attinte dall'esperienza: piuttosto, si dovra sapere in che modo questi concetti possano riferirsi agli oggetti, pur senza ricavare questi oggetti da alcuna esperienza" (KrV, A 85 B 117).

(14.) KrV, B 5.

(15.) "la fisica puo ammettere come universali alcuni principi in base alia testimonianza dell'esperienza, sebbene questi principi, se devono valere universalmente in senso stretto, dovrebbero essere derivati da fondamenti a priori". I. KANT, Die Metaphysik der Sitten, aa 06: 215; tr. it. Metafisica dei costumi, di G. LANDOLFI PETRONE (Bompiani, Milano, 2006) 29. Del rapporto tra il principio trascendentale della causalita e le leggi particolari di causalita conosciute mediante l'esperienza si e occupato in modo specifico H. e. ALLISON, Carnality and Causal Laws in Kant: A Critique of Michael Friedman, in P. PARRINI (a cura di), Kant and Contemporary Epistemology (Springer, Dordrecht, 1994) 291-307. Sull'argomento cfr. anche A. Breitenbach, Kant on Causal Knowledge. Causality, Mechanism and Reflective Judgment, in K. ALLEN, T. Stoneham (eds.), Causation and Modern Philosophy (Routledge, London, 2011) 201-219.

(16.) KrV B 234.

(17.) KrV, A 195 B 240.

(18.) Sulla distinzione tra regolativo e costitutivo in relazione alie analogie dell'esperienza cfr. S. TAKEDA, Kant und das Problem der Analogie. Eine Forscbung nach dem Logos der Kantischen Philosophie (Nijhoff, Den Haag, 1969) 72.

(19.) KrV, A 181 B 223. Alia determinazione della causalita come "principio" corrisponde il fatto che l'intelletto, come dice Kant, "[...] non e soltanto la facolta delle regole riguardo a cio che accade, ma e anche la fonte dei principi, quella fonte secondo la quale tutto (nel senso di tutto quello che ci si puo presentare come oggetto) sottosta necessariamente a delle regole, poiche senza queste regole ai fenomeni non potrebbe mai spettare la conoscenza di un oggetto ad essi corrispondente" (KrV, A 158-159 B 197-198).

(20.) KrV, A 144 B 183.

(21.) Cosi Kant a proposito delle analogie dell'esperienza in generale: "Grazie a questi principi, dunque, saremo autorizzati a congiungere i fenomeni con l'unita logica e universale dei concetti, ma solo secondo un'analogia; e percio, se e vero che nello stesso principio ci serviremo della categoria, tuttavia nella realizzazione di quest'ultima (e cioe nella sua applicazione ai fenomeni), al posto dei principio metteremo lo schema della categoria, quello che costituisce la chiave dei suo uso, o meglio: metteremo questo schema a lato della categoria, come sua condizione restrittiva, e lo chiameremo formula dei principio" (KrV A 181 B 224).

(22.) KrV, A 194 B 238.

(23.) A partire da questa prospettiva mi pare perda di forza la nota obiezione di Stawson secondo cui Kant, nella seconda analogia, commetterebbe addirittura un "non sequitur di grossolanita paralizzanti", passando dalla necessita che caratterizza il senso di una successione non arbitraria della nostra apprensione nel caso della percezione di un mutamento, alia proposizione secondo cui questo stesso mutamento deve essere concepito come necessario; owero a quella necessita che implica il riferimento ad una legge della determinazione causale. P. F. STRAWSON, Saggio sulla "Critica della ragion pura", tr. it. di M. PALUMBO (Laterza, Roma-Bari, 1985) 124-125. Questa obiezione descrive un iter argomentativo che, se per certi versi puo essere suggerito da qualche passo della seconda analogia, di questa non identifica affatto la ratio probandi. L'argomento di Kant non segna, infatti, il passaggio dalla necessita implicata nel carattere non arbitrario della successione apprensiva che forma la percezione di un mutamento alia necessita espressa dalla legge fisica sul carattere causale delle relazioni tra i fenomeni. Piuttosto, la causalita assume, come si e visto, un ruolo all'interno dell'Analitica dei principi, e dunque una validita in quanto principio trascendentale, in relazione al fatto che essa fornisce lo strumento concettuale per codificare in un linguaggio logico-discorsivo il dato fenomenico di una successione temporale non reversibile, cosi che questo carattere non reversibile possa essere tradotto in termini di necessita logica. II principio di causalita, e la sua validita dal punto di vista trascendentale, non indicano altro che la modalita sintetico-discorsiva in cui si articola la possibilita di divenire coscienti di un mutamento esterno.

(24.) Da questo punto vista sembra ancora alquanto vaga la spiegazione fornita da Pederson, secondo cui le analogie dell'esperienza "sono analogie [...] nel senso che si applicano analogamente a varie situazioni concrete". D. PEDERSON, Causality and Objectivity: The Arguments in Kant's Second Analogy, "Aporia" 21/1 (2011) 14.

(25.) Limitatamente a questo aspetto mi pare che la ratio probandi della seconda analogia dell'esperienza trovi espressione piu adeguata nella formulazione della prima edizione: "Tutto cio che accade (comincia ad essere), presuppone qualcosa, a cui fa seguito secondo una regola" (KrV, A 189). Qui Kant non fa, infatti, riferimento diretto alia causalita, come invece fara nella seconda edizione, mentre richiama in modo esplicito la regola, contenuta nel concetto di causalita, in base alia quale e possibile determinare un ordine nella successione dei fenomeni. Ed e esattamente in quanto fornisce la regola per la determinazione dei fenomeni nel tempo che la causalita svolge un ruolo decisivo nell'ambito dell'Analitica dei principi. La formulazione della seconda edizione risulta, invece, preferibile a quella della prima in relazione al fatto che in essa si parla in modo esplicito di mutamenti ("Tutti i mutamenti accadono secondo la legge della connessione di causa ed effetto" [KrV, B 232]). Cio richiama, infatti, la tesi della prima analogia dell'esperienza secondo cui ogni accadimento e riconducibile ad un mutamento sostanziale, dunque ad una alterazione. Su questo aspetto concordo con le osservazioni di P. Guyer, Kant and the Claims of Knowledge (Cambridge University Press, New York-New Rochelle-Melbourne-Sidney, 1987) 239. Si avra modo di tornare sulla centralita del concetto di mutamento nell'ambito della seconda analogia dell'esperienza (cfr. infra, 502-504).

(26.) "L'apprensione del molteplice del fenomeno e sempre successiva" (KrV, B 234). "Nella sintesi dei fenomeni il molteplice delle rappresentazioni procede sempre in successione. Con cio non viene rappresentato alcun oggetto, poiche attraverso questa successione, che e comune a tutte le apprensioni, nessuna cosa si distingue da un'altra. Ma non appena percepisco, o presumo, che in questa successione vi sia una relazione con lo stato precedente, dal quale la rappresentazione segue secondo una regola, qualcosa verra rappresentato come un accadimento, ossia come qualcosa che sta accadendo, e cioe consocero un oggetto, che devo porre nel tempo in un qualche punto determinato, il quale non puo essergli assegnato altrimenti, tenendo conto dello stato precedente" (KrV, A 198 B 243).

(27.) Cfr. KrV, A 193 B 238. La distinzione tra tempo soggettivo e tempo oggettivo, certamente funzionale agli argomenti addotti nella seconda analogia, non toglie pero il fatto che anche la mera successione soggettiva delle nostre rappresenta zioni conserva sempre come sfondo la successione del tempo oggettivo. Owero, anche quella che Kant indica come semplice successione arbitraria delle nostre rappresentazioni, quale si darebbe nel caso in cui posso indifferentemente partire da destra o da sinistra nell'apprensione di una casa, richiede pur sempre, come condizione della sua stessa conoscibilita in quanto serie temporale, il riferimento ad un contesto di relazioni determinate e dunque, in ultima analisi, a quell'ordine regolato di connessioni tra i fenomeni che segna l'accesso conoscitivo a mutamenti esterni. La direzione argomentativa che afilora dalla seconda analogia, per non dire dall'intero impianto della fondazione critico-trascendentale dell'esperienza, sembra proprio voler confutare ogni punto di vista psicologico che muova da un presunto ordine temporale primitivo interno per poi guadagnare l'ordine successivo dei mutamenti esterni, e cio perche 1' "interno" e, nella prospettiva kantiana, gia sempre parte di un contesto mondano di relazioni fenomeniche regolate secondo leggi.

(28.) KrV, A 196-197 B 241-242.

(29.) KrV, A 207 B 252.

(30.) KrV, A 191 B 236-237.

(31.) KrV, B 232.

(32.) Sul concetto di cambiamento nel contesto della prima analogia dell'esperienza cfr. i rilievi di K. CRAMER, Kant's Definition of the Concept of Change, in P. LABERGE, F. DUCHESNEAU, B. E. MORRISEY (eds.), Actes du Congres d'Ottawa sur Kant dans les traditions anglo-americaine et continentale tenu du 10 an 14 octobre 1974 (Editions de l'Universite d'Ottawa, Ottawa, 1976) 364-381.

(33.) Su questo punto insiste B. RANG, Naturnotwendigkeit und Freiheit. Zu Kants Theorie der Kausalitat ais Antwort auf Hume, "Kant-Studien" 81/1 (1990) 24-56, in part. 34, 39. Gia nella prima meta del Novecento la critica aveva posto l'accento sulla centralita del motivo del cambiamento sostanziale nel contesto della seconda analogia. Cfr. al riguardo i rilievi di swabey, Kant's Analogies of Experience, "The Philosophical Review" 31/1 (1922) 41-57, 52-53. Se l'esame della prima analogia risulta essenziale per chiarire il modello kantiano di causalita in quanto riconducibile alia condizione del mutamento sostanziale, altrettanto decisivo risulta pero l'apporto che la terza analogia puo dare ai fini di una descrizione piu dettagliata di tale modello. E. Watkins ha posto 1'accento su questo punto, facendone uno dei cardini di una lettura tesa a sottolineare in Kant il ricorso ad un paradigma di causalita non compatibile con quello che concerne la descrizione di una relazione di due o piu eventi di cui Puno venga identificato come causa dell'altro. Secondo Watkins il significato dell'attivita causale non e riconducibile, infatti, ad un evento temporalmente determinato che darebbe origine all'evento successivo, ma alia capacita fondamentale che una sostanza ha di agire sull'altra in base alia propria natura, producendo in essa un mutamento e dunque una successione di stati. Sicche, l'accento non cade sulla successione tra causa ed effetto, ma sulla successione che si produce nell'effetto, negli stati di una determinata sostanza, a partire dalla attivita di causazione esercitata da un'altra sostanza. In tal modo il significato ultimo dell'attivita causale, o di quella che Kant chiama "causalita della causa", andrebbe cercata a un livello di realta piu profondo di quello descritto dagli eventi spazio-temporalmente determinad, i quali semmai deli'azione causale sono il risultato. Cfr. E. WATKINS, Kant and the Metaphysics of Causality (Cambridge University Press, Cambridge, 2005) in part. 185-297. La lettura di Watkins ha senza dubbio il merito di porre in rilievo, seguendo un percorso interpretativo originale, il significato metafisico-ontologico e non semplicemente epistemologico delle Analogie dell'esperienza. Tuttavia mi pare che essa rischia di non dare il giusto rilievo al significato che la causalita assume in Kant in relazione a quell'uso schematico che, come abbiamo visto, rappresenta il vero elemento di novita rispetto alia tradizione metafisica.

(34.) Kant parla in particolare di "prima applicazione delPintelletto agli oggetti dell'intuizione possibile per noi" identificandola come "il fondamento di tutte le altre applicazioni", e collegandola, com'e noto, alia funzione svolta dalla sintesi trascendentale dell'immaginazione, che e la sintesi mediante la quale il tempo, in quanto forma pura dell'intuizione sensibile, viene determinato in conformita alie categorie (Cfr. KrV, B 152).

(35.) "Se avessimo voluto dimostrare queste analogie in modo dogmatico, ossia in base a concetti--affermando cioe che tutto quel che esiste lo si trova solo in cio che e permanente; che ogni accadimento presuppone qualcosa nello stato precedente a cui esso segue secondo una regola [...]--, tutta la fatica sarebbe stata completamente inutile. Infatti, mediante meri concetti di queste cose non si puo pervenire da un oggetto e dalla sua esistenza all'esistenza o al modo di esistere di un altro oggetto, in qualsiasi modo li si voglia analizzare" (KrV, A 216-217 B 263-264).

(36.) Cfr. KrV, A 217 B 218, dove Kant denuncia chiaramente il carattere illusorio della pretesa di dimostrare il principio di ragion suficiente dogmaticamente, ossia in base a semplici concetti.

(37.) "La dimostrazione, infatti, non mostra che il concetto dato (per esempio il concetto di cio che accade) conduca direitamente a un altro concetto (quello di una causa), poiche un tale passaggio sarebbe un salto che non puo essere affatto legittimato; essa mostra piuttosto che senza una tale connessione non sarebbe possibile la stessa esperienza, e quindi l'oggetto dell'esperienza" (KrV, A 783 B 811). Su questo punto della Disciplina della ragion pura e tomato di recente G. GORIA, Kant e la disciplina della ragion pura. Le proposizioni trascendentali sintetiche e la loro dimostrazione, "Estudos Kantianos" 3/2 (2015) 119-130, 126.

(38.) Cfr. KrV, A 81-82 B 107-108. Sul ruolo che la dottrina kantiana dei predicabili gioca nel rapporto tra conoscenze sintetiche a priori pure e conoscenze sintetiche a priori non pure, cfr. K. CRAMER, Non-Pure Synthetic A Priori Judgments in the 'Critique of Pure Reason', in L. WHITE BECK (ed.), Proceedings of Third International Kant Congress. Held at the University of Rochester, March 30-April 4, 1910 (D. Reidel, Dordrecht, 1972) 246-254, in part. 250-251.

(39.) Cfr. supra, nota 2.

(40.) I. KANT, Kritik der Urteilskraft (=KU), AA 05:181; tr. it. Critica del Giudizio, di A. GARGIULO (Laterza, Roma-Bari, 2005) 31.

(41.) KU,AA 05:181; tr.it. 31-33.

(42.) Cfr. KU, AA05: 181; tr. it. 33.

(43.) KU, AA 05: 181-182; tr. it. 33.

(44.) KU, AA05: 181; tr.it. 33.

(45.) In quanto riguardano l'esperienza dal punto di vista della sua possibilita in generale i principi trascendentali vanno distinti, secondo Kant dai principi metafisici: "un principio si chiama metafisico quando esso rappresenta la condizione a priori sotto la quale soltanto oggetti, il cui concetto deve essere dato empiricamente, possono essere ulteriormente determinad a priori" (KU, AA 05: 181). Rispetto al piano della conoscenza trascendentale, i principi metafisici richiedono, cioe, una determinazione ulteriore del dominio della legislazione naturale (e cosi dell'uso dei concetti a priori che di tale legislazione costituiscono gli elementi fondamen tali) in vista della conoscenza degli oggetti fisici. Senza entrare nel dettaglio della trama articolata che innerva questa distinzione kantiana, si puo dire che la proposizione "ogni mutamento ha una causa", in quanto principio trascendentale, rientra tra le conoscenze pure a priori, mentre, in quanto principio metafisico, richiede il riferimento al piano contingente della conoscenza empirica, e per questo rientra tra le proposizioni sintetiche a priori ma empiriche. Sull'argomento cfr. L. AMOROSO, Senso e consenso. Uno studio kantiano (Guida, Napoli, 1984) 62-63.

(46.) A. t. NUYEN--Sense, Reason and Causality in Hume and Kant, "Kant-Studien" 81/1 (1990) 57-68, 58-59--, evidenzia, ad es., come anche in Hume la percezione del cambiamento sia una impressione complessa, non immediatamente derivata da semplici impressioni sensoriali ma mediata da altre impressioni e idee, inclusa l'idea stessa di causalita. Da questo punto di vista, anzi, la posizione di Hume non sarebbe per l'Autore troppo distante da quella di Kant. Su tali basi Nuyen contesta la posizione interpretativa di G. NAGEL--Substance and Causality, in WILLIAM A. HARPER, R. MEERBOTE (eds.), Kant on Causality, Freedom, and Objectivity (University of Minnesota Press, Minneapols, 1984 97-107,--101)--, il quale riferisce invece a Hume la concezione secondo cui la nostra coscienza muove da elementi sensoriali immediati che si danno ad essa in modo aproblematico.

(47.) F. Venturi, nell'intento di valorizzare il ruolo del tempo in quanto intuizione, insiste sull'idea di una "[...] separazione dei ruoli tra tempo e causa che conduce ad una ripartizione tra le successioni: quelle temporali, che possiamo definire 'successioni in generale', e quelle causali, che possiamo indicare come 'successioni necessarie'". F. VENTURI, Gli odierni commentatori di Kant alia prova di Leibniz, "Annali del Dipartimento di filosofia" XVI (Firenze, 2010) 39-54, 46. M. Valaris evidenzia, dal canto suo, la difficolta di far coesistere l'ipotesi di una temporalita immediata con l'idea che spazio e tempo siano prodotti della sintesi figurata dell'immaginazione. M. valaris, Inner Sense, Self-Affection ir Temporal Consciousness in Kant's Critique of Pure Reason, "Philosophers' Imprint" 8/4 (2008) 16. In ogni caso, il fatto che il tempo, in quanto intuizione pura, si distingua costitutivamente dalla funzione intellettuale che del tempo fornisce la determinazione, non puo tradursi, in Kant, nell'idea di un tempo inteso come fenomeno originario della soggettivita sul quale poi si applichino estrinsecamente le operazioni dell'intelletto. Questa tesi viene, infatti, messa fuori gioco dalla peculiare impostazione della dottrina del senso interno e dell'autoaffezione. Cfr. a questo riguardo C. La ROCCA, Soggetto e mondo. StudisuKant (Marsilio, Venezia, 2003) 53-76.

(48.) Sulla ipotesi di un conflitto tra due diverse concezioni del tempo che si evidenzierebbe nel passaggio dell'Estetica all'Analitica trascendentale insistono T. K. SWING, Kant's Transcendental Logic (Yale University Press, New Haven-London, 1969) 151-152; W. A. SUCHTING, Kant's Second Analogy of Experience, "Kant-Studien" 58/1-4 (1967) 355-369, 367-368. M. Pera, pur ammettendo la presenza di una "tensione bipolare in Kant" in riferimento alia concezione del tempo, mostra in modo circostanziato come non si dia nella prima Critica una teoria causale-relazionale del tempo in senso stretto, e soprattutto come non vi sia contraddizione "[...] tra il dire che il tempo e qualcosa e la nozione originaria di esso un'intuizione e il dire che la durata e l'ordine temporale di stati, eventi, processi, si determinano sulla base di relazioni fisiche tra di essi". Cfr. M. PERA, Hume, Kant e l'induzione (II Mulino, Bologna, 1982) 171-197.
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Author:Cicatello, Angelo
Publication:Anuario Filosofico
Article Type:Ensayo critico
Date:Dec 1, 2018
Words:10652
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