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Osservazioni sull'edizione foscoliana dell'Inferno di Dante.

Lo studio e l'interesse per Dante caratterizzano Tintero periodo londinese di Foseolo, sin dai saggi pubblicati nel 1818 sulla Edinburgh Review. Tali articoli programmatici rivelano gia quelle che saranno le linee guida dell'interpretazione foscoliana della Commedia: esse si baseranno sull'esigenza di leggere un'opera cosi densa dal punto di vista concettuale inserendola in un contesto storico-culturale adeguatamente delineato e illustrato, corredato da un'opportuna documentazione. Gli ultimi anni di Foseolo sono totalmente assorbiti dall'idea di una nuova edizione annotata del poema dantesco (1). Il fine che animava l'illustre esule era quello di tracciare una nuova esegesi della Commedia, che trovava la sua ragion d'essere in una rinnovata attenzione alla questione filologica tesa a ricostruire nella sua purezza originale il testo dantesco, un lavoro immane e non sempre gratificante. (2)

Infatti, nell'ottica foscoliana, nonostante i numerosi contributi offerti dai diversi editori, i risultati raggiunti erano stati largamente insufficienti e inadeguati, dovendo, quindi, essere sottoposti ad una nuova e totale revisione.

La concreta realizzazione di questa impresa culturale e stata molto tormentata, anche perche, come ci suggerisce l'epistolario, l'edizione foscoliana dell'opera immortale di Dante appare come il risultato di una disciplina costante sopra un'indole incline piu alla creativita poetica che all'esercizio critico. In tal senso anche i rapporti con l'editore Pickering (3) non giovarono all'impresa.

In questo scenario allestire una nuova edizione della Commedia per Foscolo rappresenta curare un "libro da Italiani", illustrando in tal modo le potenzialita, spesso trascurate, della lingua di Dante, figura-simbolo della funzione etico-civile della poesia, tanto cara e stimata da Foscolo.

Il poeta di Zante progetta di scrivere nell'immediato un library book (Colombo, 2015: 14), un testo riservato a bibliotecari e a specialisti, destinato poi, almeno nelle sue speranze, a diventare patrimonio letterario collettivo per le future generazioni, configurandosi come ultimo, ma piu grande, testamento intellettuale rivolto alla patria lontana, mai dimenticata.

Del resto Foseolo assimila la struttura comunicativa della sua edizione a quella della Commedia; entrambe le opere sono pensate per i posteri, composte in vista di un destinatario assai piu vicino, e soprattutto intrise di un autobiografismo, di una nota acuta e intensa di coinvolgimento esistenziale ed emozionale.

Nel novembre 1825 Foseolo pubblica presso l'editore Pickering il Discorso sul testo della Commedia, ideale primo tomo di cinque dedicati al poema dantesco. Il volume si apre con un Prospetto della edizione che, in aggiunta al Discorso (primo tomo), prevedeva La cantica dell'Inferno con le varie lezioni considerate a piedi del testo (secondo tomo), il Purgatorio (terzo tomo), il Paradiso e infine un quinto tomo, comprendente una Tavola cronologica delie notizie intorno alla vita, alla fama e alle opere di Dante, una Serie de' biografi, e commentatori del poeta, e de' codici e delie edizioni della Commedia e un Indice alfabetico di allusioni oscure e vocaboli. Ciascuna cantica era preceduta da un saggio (rispettivamente sullo Stato civile dell'ltalia, ai tempi di Dante, sulla Letteratura italiana nel secolo XIII e sulle Condizioni della religione nell'eta del poema) e seguita da Osservazioni intorno ad alcuni passi della cantica ne quali la storia e la poesia s'illustrano scambievolmente.

Dai materiali rimasti e possibile ricavare un'idea generale degli intenti di Foseolo: il Discorso sul testo della Commedia ha il compito di chiarire il significato dell'opera e affrontare problematiche di carattere generale con maggior agio di quanto non potesse consentire la ridotta misura delie chiose; i saggi premessi alle singole cantiche avrebbero trattato di nozioni di storia politica, storia letteraria e storia religiosa ritenute coordinate necessarie per una corretta comprensione della Commedia; le chiose avrebbero dovuto giustificare le scelte dell'editore, sviluppando prevalentemente questioni di carattere filologico e linguistico legate alle scelte delle diverse varianti, mentre le note di carattere storico-poetico avrebbero trovato posto nelle Osservazioni aggiunte al termine di ciascun volume; infine, l'ultimo tomo, insieme a un indice, avrebbe contenuto informazioni di carattere bio-bibliografico su Dante, sulle sue opere e sulla fortuna della Commedia (Invernizzi, 2014: 189).

Foscolo intende aggiungere come prefazione all'edizione dantesca la Lettera apologetica, (4) una difesa della propria condotta morale, a cui avrebbe affidato il compito di riscattarlo agli occhi del mondo. Questo progetto, molto vasto e articolato, non fu portato a termine. Le carte foscoliane, acquistate in seguito dal libraio valsesiano, trapiantato a Londra, Pietro Rolandi (5) ed edite nel 1842-1843 a cura di Giuseppe Mazzini, mostrano che di quel progetto Foscolo era riuscito a portare a termine solamente la Prima Cantica. L'esame di essa e dei materiali preparatori conservati permette di comprendere i limiti e i pregi della piu importante opera critica di Foseolo.

Come si puo dedurre dalla Serie delie edizioni che avrebbe dovuto comparire nel quinto tomo dell'opera, la revisione testuale della Commedia fu preceduta da un'attenta valutazione della tradizione a stampa del poema. Alla luce di questa considerazione di base, Foseolo individua nella secolare tradizione del capolavoro dantesco quattro eta, ognuna dominata da un'edizione di riferimento, che si impone come modello dominante: l'eta prima "Landiniana", dal 1472 al 1502; l'eta seconda "Aldina" dal 1502 al 1595; l'eta terza "Volgata dell'Accademia della Crusca" dal 1595 al 1791; l'eta quarta "Nidobeatina del Lombardi" dall'anno 1791. La scansione, segno di un acume critico non comune, e certamente una delle conquiste piu rilevanti e durature del dantismo foscoliano.

Foseolo elegge a testo base del suo lavoro filologico-critico un'edizione dell'Inferno con la lezione proposta dagli Accademici della Crusca nella ristampa eseguita da Gaetano Poggiali; le lezioni della Crusca sono poi state sottoposte a correzione scrupolosa.

Foseolo applica la sua filologia sul testo dell'Inferno (non ha tempo di continuare con Purgatorio e Paradiso, di cui ci rimangono solo appunti) allestendone una nuova edizione; le chiose hanno il compito di discutere e motivare le scelte testuali e solo occasionalmente contengono note di commento. I materiali a sua disposizione sono alcune edizioni a stampa, tra cui, oltre alla Crusca e Lombardi anche la Nidobeatina (1477-1478) e quella curata da Quirico Viviani (1823-1828), le lezioni di codici da esse citate e due manoscritti, il Mazzuchelliano (non identificato) e il Roscoe, un codice manoscritto del 1379 (Ergeton 2567, ora alla British Library a Londra) (Petrocchi, 1981: XXXIX-XLII).

La filologia foscoliana procede secondo criteri comuni al suo tempo, valutando "caso per caso, variante per variante" in base a principi al tempo stesso filologici, grammaticali, linguistici e poetici (Petrocchi, 1981: XLII), tant'e che non sono contemplati tentativi di ricostruzione stemmatica. L'accordo, poi, di piu codici ed edizioni costituisce un motivo valido per rinunciare ad una lezione considerata migliore per ragioni poetiche. La scrittura risulta anche animata e non mancano sfoghi polemici contro i suoi interlocutori. Le chiose dell'Inferno sono in dialogo continuo con il Discorso, al quale spesso rimandano per la trattazione di argomenti di carattere piu generale, che non avrebbero trovato lo spazio adeguato nell'apparato di note.

Foscolo, nelle vesti di critico, ma soprattutto di filologo, nega l'intangibilita della vulgata dantesca, ma, nel contempo, ritiene che, in ossequio piu alla presunta stabilita testuale che al suo prestigio storico, essa, pur emendata, vada posta alla base di qualsiasi tentativo di edizione ecdoticamente motivata. Il problema e che il commento identifica la vulgata non con un testo, bensi con una tradizione di testi, momenti successivi di una linea di sviluppo. Per Foscolo la vulgata fondante, costitutiva di un'identita testuale a prescindere dalla fedelta esegetica alle effettive scelte dell'autore, e l'edizione allestita dall'Accademia della Crusca.

In tal senso la vulgata di riferimento, traguardo e sintesi del percorso testuale, e rappresentata dall'edizione livornese, curata in quattro tomi dal bibliofilo Gaetano Poggiali. (6)

Foscolo, una volta uscita la Livornese, e piuttosto tiepido nei riguardi di tale edizione, giudicando che vi erano contenute poche varianti davvero interessanti (Carli, 1952: 259).

I tempi per un giudizio piu attento e meditato saranno maturi qualche anno piu tardi, nel 1813, quando, a Firenze, Foscolo entra in possesso di un esemplare completo dell'edizione Poggiali, riaccendendosi in lui la passione, ricca di idealita e di coinvolgimenti personali, per il ghibellin fuggiasco.

Ritornando al focus di questo intervento, il poeta puo dare alle stampe solo, dunque, il gia citato Discorso, mentre il resto dei materiali che aveva via via preparato, appunti e note, rimane inedito.

Anualmente cio che resta di questi materiali e ripartito fra tre nuclei documentari, non omogenei, di valore diseguale. Alla Biblioteca Labronica e conservato il testo dell'edizione Masi (Livorno, 1806-1807) della Commedia postulate da Foscolo, una copia di servizio in tre tomi, non in due come nell'originale, perche sono state aggiunte carte bianche prima di ogni cantica e tra un canto e l'altro, appunto per permettere l'inserimento delle postille. Alla Marucelliana di Firenze e conservato il quarto tomo della Livornese, inviato dal libraio Molini. Vi e da domandarsi se Foscolo abbia avuto effettivamente tra le mani quel quarto tomo, anche se in un passo del Discorso vi allude. Verosimilmente Foscolo aveva preso visione di una copia completa della Livornese, senza pero mai possedere i volumi che racchiudevano le chiose.

Queste infatti risultano assenti dalla cosiddetta "Cassetta foscoliana" di proprieta della Societa di Incoraggiamento allo Studio del Disegno e di Conservazione delie Opere d'Arte in Valsesia, con sede a Varallo. (7) La copia della Livornese ivi contenuta, insieme ad altri materiali, assume un'importanza fondamentale e decisiva, non ancora considerata appieno in sede di critica letteraria, perche e l'esemplare di collazione del Dante foscoliano.

Nel 1920, Giulio Romerio, allora direttore del Museo Calderini di Varallo, l'ente proprietario delie carte foscoliane, riordina le medesime in dodici unita archivistiche. (8) Taie sistemazione non ha del tutto cancellato le tracce di quella originaria, che doveva essere ben piu articolata, visto che i canti finali del Paradiso sono tuttora raggruppati in un fascicolo che reca il numero 49. L'unita archivistica piu significativa, che da sola rappresenta tutta l'importanza del Fondo archivistico del Dante varallese, e appunto la prima, che corrisponde alle pagine 1-249 del primo tomo della Livornese, corrispondenti alla prima Cantica. Sulle pagine del suo esemplare assunto come modello, Foscolo e solito intervenire in questo modo: sul margine destro numera i versi di tre in tre; a pie di pagina depenna le pochissime varianti della Livornese; all'interno del testo ritocca la punteggiatura, compiendo anche emendazioni di maggior impegno. Soprattutto queste ultime sono motivate da un massiccio apparato di chiose manoscritte. Per le rimanenti due cantiche, Foscolo si sarebbe limitato ad appiccicare al testo della Livornese liste di carte bianche, senza compilarle con le semplici varianti, che pure aveva promesso. Per l'Inferno, al contrario, le chiose, intitolate appunto varianti, di solito presentano in alto a destra la stessa numerazione delle pagine della Livornese, cui si riferiscono. Per gestire tale accumulo di chiose, Foscolo e solito allineare piu fogli, uno sotto l'altro, sino a costituire un lungo cartiglio rettangolare, poi piu volte ripiegato su se stesso e applicato al margine basso della pagina oggetto della chiosa. Ad esempio la prima facciata del Dante di Varallo e un rettangolo di circa 12x86 cm, costituito da sei pezzi incollati e ripiegati, rispetto al quale il testo dell'edizione Masi (Inferno I, 1-9) occupa la porzione superiore, assai limitata e corretta in modo tormentoso e nervoso, che emerge al di sopra della siepe delle chiose manoscritte.

Ancor piu in alto due fogli incollati riportano il titolo dell'opera (in perpendicolare l'avviso rivolto allo stampatore "this to be printed in black letters") e l'indicazione "cantica Prima / Inferno". A destra del settimo verso si distende una paper ole ripiegabile di circa 10 x 3 cm, che riporta un al tro promemoria autografo per lo stampatore: "to avoid misprints, the line 7th reading tanta e amara che poco piu e morte".

Nell'esemplare di Varallo, Foscolo oblitera con un tratto di penna gli argomenti prima di ogni canto, a partire dal IV dell'Inferno, senza pero sostituirli con quelli da lui scritti. Il manoscritto varallese testimonia, del resto, l'indecisione di Foscolo riguardo agli argomenti. L'autore de I Sepolcri depenna gli argomenti dell'Edizione Masi dal quarto canto, ma li rimaneggia gia dal primo. Nel secondo canto l'argomento originario e cancellato e corretto; per il terzo la correzione viene eliminata.

Gli argomenti che Foscolo aveva pensato di inserire testimoniano il suo interesse per la topografia infernale. A corollario di quest'ultima affermazione, basti ricordare che nella cassetta di Varallo, prima del testo dell'Inferno, e presente lo schema topografico del regno infernale "secondo la descrizione di Antonio Manetti florentino".

Un aspetto molto importante, evidenziato gia dallo stesso Mazzini, come vedremo in questo saggio, curatore della princeps dell'edizione foscoliana della Commedia, consiste che talune correzioni fissate da Foscolo nell'apparato delle note non sono state messe a testo. (9)

Secondo il giudizio di Giorgio Petrocchi, Mazzini curatore della princeps del Dante foscoliano avrebbe "in gran parte eseguito [...] con molto scrupolo l'adeguamento del testo alle note" (Petrocchi, 1981: XLIX). In realta, diverse emendazioni fissate nelle note foscoliane non sono state inserite a testo ne da Mazzini nel 1842-1843, ne da Petrocchi nella sua riproduzione fotografica della princeps mazziniana.

Ad esempio, la chiosa a Inferno XXVIII 10 premia Trojani anziche Romani, mentre nel testo si legge Troiani. Allo stesso modo Mazzini e Petrocchi mettono a testo chi t'approda {Inferno, XXI 78), quando la nota ha preferito chi ti approda, piu coerente con la prosodia vocalica. Da notare poi che l'ultima chiosa manoscritta di Inferno XIII riporta la prima terzina del canto successivo, tuttavia all'inizio di Inferno XIV essa compare nel testo con una punteggiatura diversa.

L'importanza attribuita da Petrocchi alle scelte operate da Mazzini merita un'ulteriore considerazione. L'ultimo volume dell'edizione foscoliana del capolavoro dantesco avrebbe dovuto contenere una sorta di enciclopedia con l'indice esplicativo dei nomi, fatti, personaggi del poema, collocati in ordine alfabetico. Era un'idea di Pickering, attento al gusto del mercato inglese. Nella cassetta varallese, gia al momento della donazione, l'indice e assente, fuorche una breve prefazione di tre carte, apografe con correzioni autografe, che rappresentano la nona unita archivistica nella classificazione proposta da Romerio.

Per questo motivo Petrocchi nell'Edizione Nazionale delle Opere di Foscolo ha stampato le giunte asteriscate che leggeva nell'edizione curata da Mazzini. La scelta di per se e opinabile: talvolta le integrazioni risultano incomprensibili in mancanza delle chiose.

Il punto decisivo e un altro, e sinora, non e stato osservato adeguatamente dagli italianisti. Una rapida collazione, infatti, con gli Indici della Commedia edita da Giovanni Antonio Volpi negli anni 1726-1727, la cosiddetta Cominiana, dimostra che quelli riunificati dalla princeps allestita da Mazzini presentano moite note aggiunte non asteriscate. In altri termini il vocabolario dantesco dell'edizione del 1842-1843 e piu articolato e complesso di quello conosciuto grazie a Petrocchi.

Alcune chiose aggiunte sono un semplice prolungamento delle "voci" della Cominiana. Volpi spiega che l'anima prima e Adamo, la princeps scioglie la perifrasi della Commedia in cui compare la parola anima. Notevoli, invece, sono le rettifiche alle "voci" seguite da rimandi alle note foscoliane. Da osservare che quando la rettifica alla Cominiana riguarda un verso di Dante presente nelle cantiche non commentate da Foscolo, la spiegazione risulta piu argomentata e piu densa dal punto di vista concettuale. Chi e "quel di Spagna" di cui si vedra "la lussuria e '1 viver molle (Paradiso, XIX 124-125)"? Cosi recita in tal senso una nota non asteriscata presente nella princeps mazziniana:
Comeche tutti gli espositori moderni qui citano il Volpi, e gli Edd.
Fiorentini pare che raffermano la sua opinione allegando gli
antichissimi fra' commenti, la chiosa a ogni modo si mostra confusa.
Alfonso III regno agli Spagnoli che il nominarono Il Benefico
innanzi la visione di Dante e mori nel 1290; ed e per avventura "Lo
giovinetto" veduto nel Purgatorio VII, 116 "che non rimase (intendo
"lungamente") Re; perche in fatti dopo sei o sette anni di regno fini
di vivere. Di cio il Poeta si duole; non pero dice "che non eredito
di Pietro d'Aragona suo padre altro che il valore". Successogli Giacomo
secondo, malveduto da Dante e dopo quattro anni l'Aragona e la
Castiglia furono rette da esso e da Ferdinando IV, sino al 1312; e
quindi Alfonso undecimo al quale di certo il Poeta nel XIX del Paradiso
e i suoi primi espositori intendevano di alludere. Quel Canto e
profetico, e parla de' principi regnati dopo la visione, e mentre
Dante scrivevalo o ritoccavalo verso gli ultimi anni della sua vita;
perche ei ricorda come Filippo il Bello era morto di un colpo di
cotenna nel 1314 cacciando un cinghiale. (Mazzini, 1843: IV tomo, 152)


Il tema della chiosa e l'identificazione dei re di Aragona succedutisi ai tempi di Dante e menzionati nella Commedia. Malgrado oggi la critica dantesca sia pervenuta a conclusioni diverse, la strumentazione ermeneutica della chiosa sembra foscoliana, perche attribuisce un primato all'esegesi antica e da per scontato che Dante sia intervenuto su canti gia composti. Risulta improbabile che la chiosa provenga dalla penna di Mazzini; quest'ultimo, infatti, nelle piu tarde Note autobiografiche, rivela di essersi limitato a correggere il testo e a compilare l'apparato delle varianti delle ultime due cantiche.

Andrebbe inoltre considerato un indizio quasi certamente decisivo per l'attribuzione della nota non asteriscata. Nella Cronologia di avvenimenti, che a Varallo si legge manoscritta e ricorretta, per tre volte Foscolo rinvia alla nota: l'aveva scritta di suo pugno, allora, o almeno la riteneva cosa sua, meritevole di una menzione ripetuta al fine di illustrare i tempi del potere e la cronologia del poema. Interessante rilevare poi come, sulla scorta di queste osservazioni, Davide Colombo sottolinei la necessita di un ripensamento dell'edizione Petrocchi dell'Inferno foscoliano, anche perche non tutti i refusi introdotti da Mazzini sono stati corretti da Petrocchi. Lo studioso, in tal senso, cita l'esempio della chiosa a Inferno V 134, dove si legge l'incomprensibile Ba 615, da correggere nel greco B[alpha][sigma][tau][sigma] (Colombo, 2015: 128 n).

Importante e riflettere ora sui testimoni a stampa della Commedia. Infatti, il panorama statico della linea vincente proposta dagli Accademici della Crusca, che aveva saputo superare anche la lezione di Bembo, e sconvolto solo dalla comparsa di Lombardi che, attingendo dalla riscoperta della Nidobeatina lezioni nuove e alternative, ha saputo imprimere un nuovo corso agli studi danteschi. La Nidobeatina proponeva la Commedia in una veste inedita e la profonda differenza tra le sue lezioni e quelle degli Accademici della Crusca rafforza in Foscolo la convinzione dell'esistenza di varianti d'autore al testo originale.

Foscolo, e da notare, non si limita ad esprimere apprezzamenti sulla Nidobeatina e a guardare con favore, nonostante alcuni punti oscuri, la ripresa fattane da Lombardi, ma si spinge oltre. Infatti, assegna alla Nidobeatina un ruolo fondamentale per la costruzione del suo Inferno, utilizzandola per equilibrare le lezioni proposte dagli Accademici della Crusca. Foscolo individua nella linea Nidobeatina-Lombardi un elemento polarizzatore della tradizione a stampa alternativo a quello costituito dagli Accademici della Crusca: attorno alle voci autorevoli della Nidobeatina e degli Accademici della Crusca (edizioni maestre sono definite da Foscolo nella glossa a Inferno I 118) ordina le scelte degli editori successivi.

Nelle note a pie di pagina, Foscolo riporta le varianti al testo secondo i vari codici ed edizioni e sovente, in particular modo nell'Inferno, sono chiarite le ragioni della scelta. In questa sede si cerchera di dame esempi. Anzitutto quelli in cui affiorano riferimenti autobiografici (gli stessi che sono frequenti nei versi foscoliani) e che sono utili a precisare la cronologia dell'opera.

Si consideri ad esempio, in Inferno XIII, la nota apposta al verso 151:
Io fei giubbetto a me della mia case

Gl'inglesi che preservano parole assai e leggi antichissime sino
all'eta de' Normanni loro conquistatori dicono to be hanged l'essere
appiccato; e to be gibbeted il lasciare i colpevoli di enormi reita,
esposti sopra le forche senza sepolcro. A questo e probabile che Dante
mirasse, da che costumi si fatti erano comuni attuta quanta l'Europa
ai suoi giorni, e anche a' nostri, pur troppo. Qui dove io scrivo, i
suicidi, non sono tre anni, non ottenevano sepultura, se non tarda, ed
infame fuori dei cimiteri...


Tutta la chiosa, sottolineando la pieta, non l'esecrazione di Dante per il florentino suicida-insepolto, ricorda il commosso sentimento del poeta dei Sepolcri.

In un'altra nota allo stesso canto, Foscolo preferisce la variante Lo sonno e i polsi, accettata poi anche da Vandelli nell'edizione curata per la Societa Dantesca nel 1921, a quella della Vulgata le vene e i polsi:
Fede portai al glorioso uffizio

tanto, ch'io ne perdei lo sonno e i polsi

Qui parla di polsi non agitad ma smarriti per languore e fatica... Del
come e perche Pietro morisse l'ombra sua sta per dire ogni cosa; qui
professando la sua fede al suo signore, attesta come serviva a lui
giorno e notte tanto che non godeva quasi piu ne di sonno ne di vigore
vitale. Oggi mentre io riguardo questi fogli odo che i polsi di Lord
Liverpool primo ministro da tre o quattro mesi in qua non mandavano
piu di quarantacinque battute, ne egli poteva trovar sonno come che
non cessasse di attendere al suo ufficio; e jeri e cascato nella sua
libreria paralitico.


Il riferimento al fatto di cronaca mette in rilievo la verita umana del dramma di Pier della Vigna e del suo conseguente sviluppo psicologico.

A Foscolo interessa pure moltissimo la verita storica dei fatti e dei personaggi danteschi. Sulla base di questo criterio, egli propone di modificare il vidi e conobbi di Inferno III 59 in guardai e vidi:
Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto
guardai, e vidi l'ombra di colui,
che fece per viltade il gran rifiuto


Perche guardai e vidi ha piu verita storica, perche Dante non aveva conosciuto vivente Celestino V; e piu energia, perche esprime la curiosita di vedere in viso il Papa che lasco regnare Bonifacio VIII a cui il poeta si professa nemico inesorabile.

Altrove Foscolo si mostra molto attento al recupero del senso logico turbato dall'intercambiabilita delia punteggiatura, che, com'e noto, e quasi del tutto inesistente nei codici manoscritti.

In Inferno I, un luogo assai tormentate e certamente costituito dai vv. 4-7:
Ah quanto a dir qual era e cosa dura
Questa selva selvaggia e aspra e forte
Che nel pensier rinnova la paura!
Tant'e amara che poco e piu morte


Si dibatte se amara fosse da attribuire alla cosa dura o alla selva o addirittura alla via smarrita del verso precedente. Il critico Pagliaro (1965: 29), che dimostra di non conoscere la nota foscoliana, ritiene che amara vada attribuito alla selva oscura. Foscolo osserva che tutte le edizioni inseriscono il punto fermo dopo paura, proprio per impedire che questo verso si riferisca al seguente. Ma ne la punteggiatura risultava dai codici in suo possesso (Roscoe e Mazzuchelli), ne la e che precede amara risultava accentata in funzione copulativa. Egli dunque propone allora di attribuire il tanta e amara a paura, leggendo:
Che nel pensier rinnova la paura
Tanta e amara, che poco e piu morte


Per questa lezione, spiegava, il principio del poema si libera dalla sintassi sconnessa e sospesa e perplessa.

Dalla stessa preoccupazione, il critico e spinto a leggere in Inferno II 16-18:
Pero se l'avversario d'ogni male
Cortese fu, pensando l'alto effetto
Ch'uscir dovea di lui, e il chi e il quale


E non cortese la fu sopprimendo quell'i, forma arcaica di ei (gli) in quanto non ahita la chiarezza del senso e guasta l'eleganza delia frase.

All'inizio del XV dell'Inferno, le edizioni precedenti a Foscolo (ma anche le successive e moderne) recano:
Ora cen porta l'un dei duri margini
E 'l fummo del ruscel di sopra aduggia
Si che dal foco salva l'acqua e li argini


Foscolo si richiama invece al codice Bartoliniano (che risale alla fine del secolo XIV) per leggere:
Si che dal fuoco salva l'acqua gli argini


Sopprimendo la congiunzione e modificando la costruzione in base alla ragionevole osservazione che all'acqua non necessitava essere difesa dal fuoco.

Meno sostenibili appaiono invece le ragioni di una variante proposta alla lezione della Vulgata in Inferno V 79-80:
Si tosto come il vento a noi li piega
Mossi la voce: O anime affannate


Sulla base di alcuni codici, Foscolo preferisce leggere
Movi la voce: O anime affannate


Credendo anche di assecondare le intenzioni di Dante, che non indicando precisamente se l'affettuoso grido venisse da Virgilio, o da lui, o dall'uno dopo l'altro, pare voglia lasciarne piu occupata la fantasia dei lettori. Questa tesi e poco sostenibile, perche sacrificherebbe ad una incerta suggestione fantastica, il senso logico dell'invito dantesco alle anime affannate, che e inserito tra la sollecitazione di Virgilio tu allor li prega e la risposta di Francesca O animal grazioso e benigno/che visitando vai...

All'episodio di Francesca, al quale Foscolo aveva gia dedicato un saggio nel 1818, risale una piu importante osservazione sul passo di Inferno V 82-85:
Quali colombe, dal disio chiamate,
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vengono per l'aere dal voler portate


La prima questione verte sul fatto che le colombe, essendo animali, non possono seguire una volonta deliberata. Foscolo si distacca dalla lezione, che ho riportato, e che oggi e comunemente accettata, e legge:
Quali colombe, dal disio chiamate,
con l'aie aperte e ferme al dolce nido
volan per l'aere dal voler portate


A parte gli aspetti secondari della variante (invece di ali, ale che Foscolo considera piu armonico) interessa notare che Foscolo acutamente ha notato le differenze con la nota immagine virgiliana che certo era nella memoria di Dante. Poi osserva:
Dante, affrettando le colombe al dolce nido per impazienza d'amore,
fa che parlino al cuore umano a preparare l'immaginazione all'ardore
e alla fede della colomba al suo compagno, e che spirano dagli atti,
dalle parole e dal volto di Francesca... Chi avverte che le colombe
correvano al nido portate dal volere ai loro pulcini, e anch'esso
importuno toccando note d'un'altra corda. Volere, per Dante, anche
altrove, risponde ad ardore di desiderio: e qui il desio che le chiama
al nido risponde a' dubbiosi desiri d'amore ne' versi vicini.


Antonino Pagliaro ritiene che la spiegazione non sia soddisfacente, perche nell'ottica dantesca il volere e esclusiva prerogativa delle creature intelligenti e non e attribuibile agli animali Viene contrapposta cosi dal critico una fredda e nient'affatto categorica enunciazione d'ordine concettuale, alla sensibilissima interpretazione di Foscolo, che non solo coincide con l'impostazione tutta particolare che Dante ha voluto conferire all'episodio, ma rientra nei rapporti tra realta e idealita nell'opera d'arte. Una convergenza, invece, tra l'interpretazione di Pagliaro e quella di Foscolo si riscontra nella seconda questione di Inferno V 100-102.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui della bella persona
che fu mi tolta; e il modo ancor m'offende


In questo locus il modo si deve riferire alla morte o all'amore? Il modo della morte, secondo Foscolo, non e ricordato che dopo, "per imputarla al marito e destinargli nell'Inferno la pena dei fratricidi". Dunque l'espressione e da riferire al modo dell'amore.

I problemi del testo della Commedia riguardano anche gli aspetti lessicali e morfologici. In assenza di un manoscritto autografo, i codici a penna come li definisce Foscolo e quindi le edizioni a stampa non possono non risentire dell'influenza dei copisti, fatalmente anche se insensibilmente, portati ad un'alterazione in senso dialettale-regionalistico del testo dantesco. Foscolo quindi deve apportare correzioni alla vulgata anche in questa direzione. Quindi il poeta esule a Londra corregge la vulgata in alcuni loci come in Inferno VIII 92:
provi, se sa; che tu qui rimarrai


Con osservazioni di questo genere:
la u mpruova, puose, muove, cuore e si fatti venne sotto la penna de'
copisti da' Siciliani de' quali il dialetto abbondantissimo di vocali
e segnatamente di u comincio a diffondere una lingua letteraria in
Italia. Ma la varieta perpetua dei Codd. nell'ortografia di quei
vocaboli, e il Manneli che nella stessa pagina, e sentenza del
Decamerone lascio e rispose e rispuose mostrano che i Toscani d'
allora scrivevano piu che non proferivano questa inutile u, e nojosa
da che non si adotta a dittongo: io non la intesi mai se non dai
Napoletani.


Se la vulgata riporta a Inferno XXVI 97
Vincer poter dentro da me l'ardore


Foscolo corregge
Vincer potero dentro a me l'ardore


E spiega
Le sono minuzie. Ma v'e egli la poesia senza parole? O parole senza
sillabe? O metro mai senza brevi sillabe e lunghe? O verseggiatura
scevra di noja a chi non prowede a varieta di distribuzione d'accenti?
O melodia e armonia di verseggiatura senza esattissima proporzione di
modulazioni nelle vocali, e articolazioni nelle consonanti?... Qui
la Vulgata ha due verbi Vincer poter l'uno dei quali importa il modo
infinitivo, e nondimeno stanno scritti si che alla prima ti pajono
infinitivi si l'uno che l'altro. La vocale o scemata a potero e la d
aggiunta alla particella a fanno il verso irto di red'accenti, e tardo
di piedi spondaici.


Significativa e a suo modo veramente esemplare di un metodo filologico-estetico di lettura la variante proposta per Inferno II 106:
Non odi tu la pieta del suo pianto?


Con la nota:
Gli Accademici delia Crusca, e il Volpi e il Lombardi, e tutti leggono
pieta, anzi taluni stampano pieta, quando dai Codici che tutti
mancavano al tutto d'accenti, e dalle antiche Edd. che ne sono
scarsissime avrebbero potuto desumere anche pieta, che senza pericolo
del metro aggiunge affetto all'interrogazione, e redime la locuzione
d'un arcaismo.


Foscolo dimostra nel suo commento particolare sensibilita stilistica e capacita di restaurare la parola di Dante senza sopraffarla, lasciando ad essa quel margine di liberta e di invenzione, che sono tratti peculiari dell'opera d'arte.

Contrastando coloro che trovavano non chiaro il senso di Inferno X 129:
E ora attendi qui: e drizzo il dito


Annotava infatti che:
Forse la circostanza che dall'Inferno non vedevasi il cielo trasse a
sofisticare gli espositori da' quali non v'e da sperare che assentano
servizio veruno all'intelletto ne all'immaginazione de' lettori di
poesia. La lezione comune e bellissima per l'appunto pero che v'e in
essa mistero religioso e solennita d'espressione.


Il motivo religioso, cui Foscolo aveva dedicato molte pagine del Discorso sul testo, non poteva mancare nel commento.

L'interpretazione comunemente adottata cosi legge nell'episodio di Ciacco (Inferno VI 94-97):
E '1 duca disse a me: "Piu non si desta
di qua dal suon dell'angelica tromba,
quando verra la nimica podesta:
ciascun rivedera la trista tomba.


Foscolo raccoglie dal Roscoe la variante vedra al posto di verra, respingendo la lezione rivedera o rivedra che trovava in tutti i testi:
A me e manifesto che il poeta pur allude al caduto con gli altri
ciechi e il verbo vedra si connette con la cecita e il sonno ferreo
del peccatore: senzache, che i peccatori veggano la presenza del
Giudice Onnipotente pare egualmente e forse anche piu conforme al
Cristianesimo che la venuta di lui il quale, a quanto noi sappiamo
puo starsi a giudicare dall'altissimo de' cieli. Bensi che tutto il
genere umano risuscitato vedra in volto il giudice eterno e narrazione
scritturale. Inoltre fa piu quadro a lasciarci partecipare del
terrore sentito da' rei costretti a guardare in volto un Dio offeso.


Respinge invece il rivedra perche:
Se non fosse assurdo sarebbe poetico, ma i morti non veggono le loro
fosse, ond'e difficile ch'ei possano rivederle, bensi per lo stesso
miracolo che li fa risorgere le ritrovano comeche delie loro reliquie
siano state smosse da' sepolcri e smarritesi tra il vortice dei secoli
e degli elementi; e questa e poesia non assurda.


Immagini delia poesia foscoliana si ritrovano qui e si proiettano nell'interpretazione. Corne in fondo anche nella nota di commento al verso 96 dello stesso passo, in cui sceglie tra il lor delia Vulgata e il la delia Nidobeatina, oggi comunemente accettato: la nemica podesta:
Chi crede che Virgilio intendesse d'essere morto anch'esso nell'ira di
Dio, legge la nemica. Il Biagioli risponde che Virgilio avendo
perduto il cielo per sola mancanza di fede non e dalla giustizia divina
martellato. Pare a me che Virgilio o ch'ei chiami nemica sua la
giustizia divina, o nemica solamente dei peccatori, parierebbe ad
ogni modo con irriverenza. Pero l'idea delia giustizia divina equa
insieme ed inflessibile viene piu solennemente indicata da
quell'articolo che non determina individui, inoltre libera il verso
dalla stridente sillaba lor.


Per altri motivi interessante e notevole e la nota foscoliana posta ai versi 4-6 di Inferno XVIII:
Nel dritto mezzo del campo maligno,
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui sua forma conterra l'ordigno


Qui Foscolo legge forma invece di luogo per evitare ambiguita con il primo verso dello stesso canto, Luogo e in Inferno detto Malebolge, e contera invece di dicera perche significa:
Ragguagliare partitamente e descrivere uno per uno i compartimenti
dei cerchi inferiori dell'Inferno e l'intento e l'arte con cui furono
congegnati... Adunque a' due versi vorrebbesi questa interpretazione:
Allorche il pozzo larghissimo che ora mostrasi vuoto in tutta la sua
immensa profondita apparira di mano in mano piu prossimo dinanzi a'
nostri occhi, la sua forma ci ragguagliera con che ordigno d'arte e
provvidenza divina sia stato ideato e consegnato in guisa che in
quella parte piu profonda della sua struttura i peccati enormi fossero
puniti secondo i meriti e gradi presso al centro della terra.


Di fatto, il commento foscoliano sembra aver avuto una diffusione inferiore alle aspettative, fatto dovuto, senz'altro, anche alle condizioni assai precarie della circolazione libraria nella penisola. Ma probabilmente quest'osservazione si ferma solo alla superficie del problema: infatti, per comprendere le ragioni di questo sostanziale insuccesso, occorre riflettere sulla concezione stessa dell'opera, sulla sua struttura portante di pensiero. Appare difficile da spiegare, in tal senso, la circostanza che e rimasto inedito per molto tempo il commento a Dante del maggior poeta italiano, tanto piu che a Londra, nella terza decade del secolo, vi e un milieu straordinariamente sensibile alla poesia italiana dei primi secoli e a Dante in particolare.

Inoltre, il manifesto della nuova pubblicazione foscoliana aveva suscitato all'inizio una viva ed intensa aspettativa di leggere quello che il grande poeta aveva allestito nell'ultimo scorcio della sua avventurosa esistenza. Ma, di fatto, il primo tomo apparso e accolto con molto distacco, quasi come uno scritto gia noto, considerate le precedenti edizioni del Discorso sul testo. Gli altri volumi hanno dato occasione di critiche, lamentele, commenti, a volte anche aspri, il tutto inserito in un clima di grande delusione.

Le critiche piu gravi e piu diffuse sono sorte dalla disamina della nuova interpretazione che informava la Commedia rivista nell'ottica foscoliana. Se Foscolo, dal punto di vista filologico, ha dato prova di conoscere attentamente la critica dantesca, meticuloso nella stesura delie note e delle varianti, invece nell'illustrare il pensiero sotteso a questa cattedrale di versi, si lascia andare ad un'interpretazione tutta sua, che ha finito per snaturarne il significato, troppo influenzato non solo dalla proprie concezioni, ma anche da certi ambienti londinesi, decisamente anti-cattolici, che, chiusi nelle loro concezioni, per certi versi davvero da considerare come ottuse, si sono dimostrati incapaci di attingere alle ragioni profonde della poesia di Dante.

Cosi Foscolo presenta una visione di Dante molto personale, nelle vesti di profeta e riformatore. A sostegno di quest'ipotesi, il grande letterato si diffuse a trattare di dogmi, di presunte contraddizioni fra il Fiorentino e la dottrina cattolica, di impossibilita di rinnovare dall'intemo una Chiesa malata e corrotta e della conseguente necessita di sustituirla con un nuovo, e non meglio precisato, organismo.

Lo scrittore, forse andando oltre le proprie intenzioni, e entrato in un campo a lui sconosciuto, quello della Teologia, giungendo a compiere non pochi errori nelle note a commento dell'Inferno e nella cronologia.

Nei confronti del nuovo sistema d'interpretazione avanzato da Foscolo, enfatizzato ancor di piu dalla presentazione curata da Mazzini, le critiche si moltiplicano tanto che a Napoli e a Genova l'opera e censurata. Infine, la pubblicazione e messa all'Indice 1'8 agosto 1845.

Tale rifiuto verso un'edizione sicuramente importante appare dovuto ad una visione di parte, anche se, ed e opportuno precisarlo, il giudizio formulato dai contemporanei sul pensiero foscoliano e dovuto alla necessita di rapportare Dante al suo contesto storico, in modo sereno e distaccato.

Tuttavia il lavoro svolto da Foscolo e Mazzini e sicuramente importante, e non ando perduto. Infatti i manoscritti foscoliani rimasero di proprieta di Pietro Rolandi. Un anno dopo la sua morte, il 6 maggio 1864, su Il Monte Rosa (10), nella cronaca si da notizia "della possibilita di acquistare libri di Pietro Rolandi nel negozio di mobili del Sig. De Albertis in Torino segnalando che il famoso manoscritto di Ugo Foscolo I commenti alla Divina Commedia acquistato dal Rolandi per 400 sterline non ha ancora trovato l'acquisitore".

Don Pietro Calderini, si augura che non venga venduto all'estero "ove sara comprato per vanita, non certo per stima e venerazione dell'immortale ingegno del magnanimo e sventurato italiano".

Dalle pagine de Il Monte Rosa del 25 giugno 1880 si apprende che manoscritti foscoliani furono acquistati dagli eredi di Pietro Rolandi, da Gaudenzio Frascotti, di Bastia, frazione di Borgosesia, insegnante di Letteratura greca e latina nel R. Liceo di Pistoia che per "secondare il desiderio del suo amico Prof. Calderini... mandava tali carte in generoso dono a Varallo, dov'egli ha compiuto gli studi classici ginnasiali; e concedeva che esse venissero depositate nella piccola ma pur preziosa biblioteca della nostra Societa d' Incoraggiamento".

Gaudenzio Frascotti, in una lettera del 15 luglio 1901, inviata al Prof. Don Pietro Calderini a rettifica del catalogo Campani, in cui alla nota no 43 si legge che i manoscritti foscoliani "per generosa disposizione degli eredi Rolandi, sono di proprieta della Societa d' Incoraggiamento allo Studio del Disegno", auspicando che fossero riunite al resto della collezione Rolandi (il Carteggio Rolandi si compone di 94 filze con 420 autograft di uomini celebri nella politica e nelle lettere vissuti nell'Ottocento, collezione raccolta da Pietro Rolandi e ceduta al Museo di Storia Naturale di Varallo "per generosa disposizione" di Luigi Rolandi, pronipote ed erede di Pietro), ricorda che i manoscritti in realta furono venduti a lui da Luigi Rolandi, pronipote ed erede di Pietro Rolandi, ed egli ne fece poi dono al Museo di Varallo.

La Commedia di Dante Alighieri illustrata da Ugo Foscolo costituisce dunque un significativo episodio della critica dantesca nell'Ottocento (nel duplice aspetto saggistico e testuale) e della fortuna di Dante in quel secolo, anche qui in duplice aspetto: esterno, owero bibliografico-editoriale, ed interno, da considerare nell'ambito di una lettura di Dante che aiuti a capire anche cio che Dante ha dato ai suoi lettori nei vari tempi; non solo l'acquisto di Dante, ma anche l'acquisto da Dante.

Discutibile puo apparire il parere espresso da Luigi Russo per il quale non si poteva parlare di un commento di Foscolo, salvo che per il solo Inferno (e anche per questo molto in punta di penna), considerando anche il fatto che il grande poeta esule non aveva mai pensato ad un apparato didascalico sistematico, come oggi si usa a livello scolastico. L'illustrazione doveva essere come in effetti e, corredata da altri testi danteschi, da cronologie ed indici, in modo tale che l'apparato didascalico sarebbe potuto risultare, in fondo, dal complesso dell'opera. Si puo aggiungere che con l'apparato di varianti fornito e con i pareri ragionatamente espressi intorno a duecento codici ed edizioni, Foscolo ha anticipato un lavoro di documentazione, oggi estremamente impossibile dato l'elevato numero di codici in cui rifranta la tradizione della Commedia dantesca.

Tuttavia, nonostante questa constatazione positiva, Foscolo di fatto s'illude di fornire al lettore Notizie e paren diversi intorno a forse duecento codici e alla serie dette edizioni della "Commedia" di Dante, come recita il titolo della sua bibliografia, preservata manoscritta nella cassetta foscoliana di Varallo. In realta la costruzione per accumulo sottrae al censimento foscoliano coerenza interna (i codici sono censiti per collocazione geografica, le edizioni per successione cronologica) e affidabilita. Infatti l'erudizione rimane disgiunta dal controllo della loro attendibilita e dalla sistemazione in un organismo superiore.

Foscolo ha compreso la necessita urgente di un restauro filologico della Commedia, ma non eran da cio le proprie penne: l'alta e nobile impresa non fu porta ta a termine, perche l'autore si trovo a misurarsi con un limite che non riusci a superare. Contro di lui giocarono molti fattori avversi: le precarie condizioni di salute di quegli ultimi anni londinesi, la mancanza di mezzi--l'ossessione del denaro, mai sufficiente a sfamare i creditori, l'impossibilita a ottenere tutti i libri che gli servivano--le torme inquiete dette cure che oscuravano il suo animo.

Inoltre il vivo senso della complessita della Commedia e la volonta di abbracciare e risolverne ogni aspetto, allargando continuamente il raggio della ricerca, non sono state in lui equilibrate dalla capacita di risolvere e affrontare i problemi uno alla volta e dalla disponibilita a tollerare per un tempo prolungato un'attivita tecnica come quella filologica, che richiede precisione e costanza, dando in cambio poche soddisfazioni immediate.

Molto resta ancora da scoprire sulle metodologie e sulle condizioni effettuali in cui Foscolo ha svolto il proprio lavoro sull'Inferno dantesco.

Il tavolo di lavoro di Foscolo, che all'inizio appariva ingombro di volumi, si e progressivamente svuotato. Su di esso e rimasta solamente la ristampa padovana della Commedia di Lombardi, dalla quale, con fiducia generosa, Foscolo traeva voci di testimoni assenti, per farle dialogare fra loro nelle chiose del suo apparato, quasi a nascondere la reale poverta dei mezzi a sua disposizione.

In questo modo la qualita del lavoro e stata compromessa: il lettore e chiamato a sceverare osservazioni valide, dovute alla bonta dei testimoni usati e alla eccezionale sensibilita linguistico-poetica del celebre editore, da imprecisioni e veri e propri errori a cui sono frammiste.

Tuttavia, esaminando le altre edizioni delia Commedia apparse ad inizio Ottocento, ci accorgeremmo, infatti, che nessuno corne Foscolo ha sapunto valutare con tanta lucidita e consapevolezza storico-filologica gli apporti positivi degli editori precedenti, che nessuno prima di lui ha saputo concepire disegno piu audace e allo stesso tempo piu necessario. In anni di navigazione di piccolo cabotaggio, Foscolo, con grande coraggio, ha puntato dritto al cuore delia questione.

L'attivita filologica di Foscolo nelle vesti di dantista non ha soltanto una finalita strumentale di tirocinio letterario, ma pure in ambito strettamente ecdotico ha prodotto risultati di un certo rilievo, persino se raffrontati con il metro della raffinata tecnica moderna.

Petrocchi, curatore dell'Inferno di Foscolo per l'Edizione Nazionale, ha infatti segnalato la "centralita delia sua posizione nella lunga storia della tradizione del poema" (Petrocchi, 1981 : XLI), aggiungendo che "la migliore prova dell'importanza del commento filologico del Foscolo risiede nell'utilizzazione che l'editore moderno deve fare di esso" (Petrocchi, 1981 : XLIV); (11) sicche nell'apparato dell'antica vulgata sono numerose le volte in cui Petrocchi rimanda a interventi foscoliani di filologia formale, ossia al suo lavoro d'interpretazione minuta e di decodifica letterale del testo, di difesa o di emendazione della lezione tradita, anche sulla base di folgorazioni estetico-stilistiche. Infatti non e del tutto da escludere che ogniqualvolta l'interpretazione prevalga sulla razionalizzazione stemmatica e si affermi come criterio della costituzione del testo--che e la proposta critica e filologica fomulata da Enrico Malato--edizioni a stampa come quelle di Foscolo, rieche di congetture, referti di codici e giudizi su lezioni peregrine, possano assumere un valore ecdotico, non soltanto culturale, meritandosi non solo un posto nella critica del testo, ma anche nella storia della tradizione.

Note

(1.) Per il periodo inglese si rimanda a Lindon (1987; 2000) e alla bibliografia citata da Borsa (2012).

(2.) "Era pieta vedere l'ingegno di Foscolo perduto in si noioso lavoro. Sembra di vedere un uomo di genio condannato alle miniere". Si confronti Pecchio (1830).

(3.) William Pickering. Editore e libraio. La sua opera ha un posto importante nella storia dell'arte tipografica per la bellezza delie sue edizioni (i Diamond classics, di piccolo formato; le ed. di Petrarca e di Shakespeare, della Bibbia e di Omero), curatissime nella scelta dei caratteri (introdusse anche un nuovo carattere greco) e della composizione. A lui si deve anche l'introduzione dell'uso della tela per le legature, che prima si facevano solo in carta. Nel 1830 adotto il marchio aldino, con la legenda "Aldi Discip. Anglus". Il figlio Basil Montagu (1836-1878) continuo l'attivita editoriale.

(4.) Secondo una definizione dello stesso autore (lettera di Foscolo a Gino Capponi, inviata da Londra il 26 settembre 1826,) Topera, edita postuma nel 1844, era una "lunga letterona politica agli uomini letterati italiani, amara, forse, ma utile un giorno fors'anche, e vera ad ogni modo", si confronti Mazzone (2006). Lo scritto era destinato a essere pubblicato come premessa all'edizione della Commedia di Dante che Foscolo intendeva approntare nel 1824 per l'editore Pickering e che, come si sta vedendo in questo saggio, fu edita solo in seguito; la dedica "Agli editori padovani della Divina Commedia doveva servire a giustificare la collocazione arbitraria in quella sede dello scritto che presentava contenuti politici e autobiografici poco coerenti con l'edizione dantesca. Il testo della Lettera apologetica, gia in bozze, ma incompiuto, fu poi ritrovato da Giuseppe Mazzini nel 1840, quando, esule a Londra, si rivolse all'editore Pickering per completare la sua ricerca di inediti foscoliani; il testo fu stampato nell'edizione foscoliana di Scritti politici inediti raccolti a documentame la vita e i tempi, curata da Mazzini stesso e pubblicata a Lugano nel 1844. Composta meno di due anni prima della morte dell'autore, essa e un testamento politico e intellettuale con il quale Foscolo intendeva difendersi dalle accuse che gli erano state mosse dai letterati milanesi, offrendo allo stesso tempo una sua interpretazione del quadro politico e dei profondi cambiamenti degli ultimi anni. In una prosa enfatica e discontinua, con una continua alternanza tra modalita narrative, meditative e polemiche. Foscolo rievoca l'ultimo periodo di permanenza in Italia e soprattutto i fatti controversi intercorsi tra il tragico 1814 e il momento della partenza da Milano dell'autore nel 1815.

Egli mira a costruire un autoritratto apologetico, ponendosi come un eroe plutarchesco mosso da sentimenti puri e assoluti, ingiustamente perseguitato dai letterati italiani corrotti e asserviti al potere. Partendo da una concezione della politica che nel distacco dell'esilio aveva assunto connotad di forte individualismo, Foscolo ribadiva la sua liberta intellettuale e la fedelta agli ideali patriottici.

(5.) Pietro Rolandi nacque a Quarona il 3 marzo 1801 da Giovanni Antonio e da Teresa Perincioli da una famiglia relativamente agiata. Nel 1817 si trasferi a Torino dove svolse l'apprendistato da ebanista. Soggiorno nella capitale sabauda per quattro anni, fino a quando gli fece visita il fratello maggiore Giovanni Battista, che aveva impiantato una libreria a Londra. Questi intui le capacita del giovane e lo volle con se come collaboratore. Quindi, a spese del fratello, Pietro pote recarsi a Firenze per perfezionarsi nell'uso della lingua toscana, oltre a studiare disegno e incisione, discipline che attese anche in un suo successivo periodo romano. Pietro, poi, raggiunse il fratello nella capitale londinese, dove lo introdusse nella cerchia delle sue conoscenze. Il giovane si dimostro, fin da subito, un capace collaboratore, interessandosi in particolar modo dei lavori legati alla stampa e alle produzioni artistiche. Scomparso il fratello nel 1826, a venticinque anni decise, con gran coraggio, di potenziare l'attivita ereditata. Capace di conoscere i gusti del pubblico, entro in contatto con parecchi editori italiani e stranieri, e con personalita di spicco. Sempre, pero, attento anche ai fatti interni della natia Valsesia, divenne nel 1837 socio perpetuo della Societa d'Incoraggiamento allo Studio del Disegno. Proprio in quell'anno conobbe Mazzini, partecipando con lui all'impresa del Dante foscoliano, oggetto del presente lavoro. Dal settembre del 1846, lasciata la libreria al nipote, si trasferi a Livorno, Negli anni londinesi ebbe relazioni epistolari con moite personalita nel campo politico, letterario, artistico; di conseguenza si trovo a possedere un gran numero di autografi, conservad da lui gelosamente. Partendo da questo primo nucleo documentario, scaturi in lui la passione del collezionista accanito. Nel 1852 parti per un viaggio di studio nel Medio Oriente. Abbandonati definitivamente gli affari e venduta l'attivita al nipote, nel 1855 si reco in Egitto con l'intenzione, un po' velleitaria, di raggiungere l'Etiopia, idea quest'ultima poi accantonata. Compi viaggi anche in Europa, come per esempio in Spagna. Mori a Napoli il 7 febbraio 1863.

Su questo personaggio conosciuto ora, di fatto, solo in ambito locale, si possono leggere un certo numero di studi. Il primo in ordine cronologico e la biografia curata da Gasparo Barbera (Firenze, 1863) ma il piu importante e quello quelli di Nagari (1959).

(6.) Gaetano Poggiali. Bibliofilo ed editore di testi (Livorno 1753-ivi 1814), direttore della tipografia Masi di Livorno, pubblico edizioni del Pecorone, del Boccaccio, del Sacchetti, del Bandello, di S. Erizzo, del teatro italiano antico. Pubblico anche la Commedia di Dante (Livorno 1807-1813) in bella stampa coi tipi bodoniani (in 4 volumi: i primi due contengono il testo, gli altri il commento). Per il testo il Poggiali segue quello della Crusca (1595), ma registra le varianti di un manoscritto da lui acquistato nel 1800 dagli eredi di A. Guadagni e al quale ha lasciato il nome che erroneamente gli parve anteriore al 1330. Per il commento, cui premette la Vita di Dante di L. Bruni, segue il Lombardi, "a nostro credere la piu utile di quante illustrazioni fossero fatte anteriormente da tanti letterati, delle quali egli seppe fare un giudizioso e critico estratto". In verita nelle note al Purgatorio e al Paradiso, dov'e piu stringato per la necessita tipografica di ridurre le due cantiche in un solo volume, Poggiali si allontana alquanto dal Lombardi, costretto a ridurre l'illustrazione di alcuni tratti, specie teologici, quasi a un'esposizione in prosa. Per il resto il commento e ampio, se non sempre esatto, sia nella cura delle varianti e nella parte linguistica che nella registrazione delle varie interpretazioni e nel raffronto di contrastanti giudizi. Al commento furono mosse severe accuse da Grosso, che ne riprendeva "la verbosita e prolissita, che in lui e pari all'insulsaggine".

(7.) Nel 1778 il pittore Rocco Orgiazzi fondo a Varallo una scuola di disegno. Nel 1831 un suo successore Giacomo Geniani ebbe l'idea d'istituire un ente per promuovere le attivita di questo centro artistico; nacque cosi la Societa d'Incoraggiamento allo Studio del Disegno, uno dei piu interessanti casi di associazionismo borghese nel Regno di Sardegna, destinato a divenire un faro di cultura in un'area marginale e periferica come la Valsesia dell'epoca. La composizione originaria della Societa, nei primi due anni di vita, e su base locale e borghese, tant'e che l'unico nobile ad esservi ammesso e il conte Benedetto Carelli, con una certa presenza di ecclesiastici. Quasi subito, tuttavia, il nuovo organismo si apre verso l'esterno, instaurando profondi legami on le Accademie torinesi e milanesi, tanto da ricoprire un ruolo di primo piano nell'assetto culturale del Piemonte. Questa sorta di "ufficializzazione" che origina e a sua volta alimentata dalle cospicue elargizioni del marchese Tancredi Falletti di Barolo e da quella, con patronato, della Regina madre Maria Cristina di Savoia, risalente al 1836, anno in cui sono ammesse, in qualita di soci onorari, personalita di grande spicco, legate alla Corte. Sempre di piu, grazie anche all'ingresso di nuovi soci di prestigio, quali il noto collezionista torinese Bartolazzone di Arache, Pietro Rolandi da Londra, e l'ambasciatore sardo Conte d'Aglie, l'ente culturale, proposto agli inizi in modo molto dimesso, assurge a dimensioni e d'importanza veramente notevoli, ricoprendo, almeno indirettamente, un ruolo di non poco conto anche nelle vicende risorgimentali

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che personalita come Rolandi e Alessandro Antongini di Borgosesia, associatosi nel 1854, furono amici e sostenitori, rispettivamente, di Mazzini e Garibaldi. In modo particolare il secondo finanzio la spedizione dei Mille, dato oggi non cosi noto. La Societa edifico la propria sede di rappresentanza verso la meta dell'Ottocento, inglobando edifici gia preesistenti. Se dall'esterno il palazzo appariva austero e dalle linee semplici, grande attenzione era stata riservata, invece, agli spazi interni, dove emergeva per importanza il salone della Societa adibito a grand'aula delle adunanze, definito, in virtu dei busti dei piu insigni soci che hanno dato lustro all'Ente, il "Pantheon della Valsesia", ambiente che meriterebbe di essere ricoperto e valorizzato, in quanto testimonianza eletta di un milieu ottocentesco illuminato da grandi ideali e slanci, che e lo stesso sostrato culturale che ha portato all'Unificazione. Nel 1998 l'antico sodalizio si e unito con la Societa di Conservazione delle Opere d'Arte e dei Monumenti in Valsesia, dando vita ad un nuovo e prestigioso ente morale denominato Societa d'Incoraggiamento allo Studio del Disegno e di Conservazione delle Opere d'Arte in Valsesia, proprietario di Palazzo dei Musei di Varallo. Per questi dati si rimanda a Rosci (1985).

(8.) Si riprendera poi questa classificazione in Petrocchi (1981: XIX-XXI).

(9.) Lo rileva in una Nota, collocata nell'antiporta del terzo volume della princeps, l'unico caso in cui Mazzini dia brevemente conto dei criteri editoriali adottati.

(10.) Il Monte Rosa, foglio liberale, moderato, costituzionale, vide la luce appunto nel 1861 per iniziativa di Carlo Regaldi, Carlo Montanaro e Pietro Calderini. L'idea di un settimanale valsesiano era cosi ardita e insolita per quei tempi, che nessuno dei fondatori penso al risvolto giuridico e patrimoniale della testata. Il problema si presento una quindicina d'anni dopo. Il tipografo Colleoni sosteneva che la testata fosse di sua proprieta ed altrettanto pretendevano i redattori, cioe coloro che il giornale avevano ideato e scritto. Ebbe la meglio il tipografo ed i redattori, nel 1884, uscirono con un altro giornale: il Gaudenzio Ferrari che nel 1895 assunse il nome di "Corriere Valsesiano". Ne consegui che il continuatore del primissimo Monte Rosa non fu Il Monte Rosa successivo, ma il Corriere Valsesiano, dal momento che i redattori, coloro che avevano scritto sul primo foglio valsesiano nel 1861, dal 1884 passavano al Gaudenzio Ferrari e poi al Corriere Valsesiano. Il Monte Rosa, rimasto in mano al tipografo Colleoni, continuo la sua vita per proprio conto e, verso la fine del secolo "viveva ormai una vita senile". Nel 1903 Vincenzo Brunelli ne faceva un giornale cattolico, mantenendone la testata. Per questi dati si rinvia a Enzo Barbano (1990: 252-253, nota 561).

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Rosci M (1985) Materiali per una storia della Pinacoteca e del suo patrimonio. Varallo: Soiceta per la Conseervazione delle Opere d'Arte e dei Monumenti in Valsesia.

Gabriele Federici

Universita degli Studi di Torino, Italia

In ricordo di mia madre, Carla Gamarino (Crosa di Varallo 25/11/1945 - 21/3/2018)

Autore corrispondente:

Gabriele Federici, Dipartimento di Studi Umanistici, Universita degli Studi di Torino, Via Verdi, 8 - 10124 Torino, Italia.

Email: gabriele.federici@unito.it

DOI: 10.1177/0014585819854056
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No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
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Author:Federici, Gabriele
Publication:Forum Italicum
Date:Nov 1, 2019
Words:9200
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