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Note lessicali Orienziane.

RIASSUNTO: Il commonitorium in distici elegiaci di Orienzio (probabilmente il vescovo di Auch, che lo avrebbe composto negli anni 407-410) rappresenta un tipico prodotto della scuola di retorica della Gallia del v secolo. In particolare, l'analisi del livello formale (aspetti compositivi, stilistici e lessicali) fornisce un'adeguata testimonianza dell'orientamento letterario del poeta, che costantemente sostiene un'argomentazione tipicamente cristiana rivolgendosi al lettore colto tramite un consapevole uso degli strumenti retorici classici. A titolo esemplificativo sono qui esaminati tre luoghi (1, 27-38; 2, 7-12; 2, 195-196).

Parole chiave: Orienzio, retorica antica, protrettico cristiano.

ABSTRACT: The commonitorium, written in elegiac meters by Orientius (probably the bisoph of Auch, that could have composed it in the years 407-410), represents a typical product of the school of rhetoric of the 5th century Gallia. In particular the analysis of the formal level (compositional, stylistic and lexical aspects) gives an adequate idea of the poet's literary orientation that always professes typically Christian argumentation, addressing the cultivated reader by means of a conscious use of classic rhetoric instruments. Three passages are here analyzed as an example (1, 27-38; 2, 7-12; 2, 195-196).

Key words: Orientius, ancient rhetoric, Christian protreptic poem.

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Lexical notes on Orientius

1. Di recente ho avuto modo di soffermarmi sulle <<voci>> che l'Orienzio autore di un commonitorium (con ogni probabilita titolo generico dell'opera) alla vita morale cristiana fa risuonare nella tessitura del suo dettato in distici elegiaci (1). Credendo cioe di interpretare correttamente quella che mi pare l'evidente insistenza dell'autore su un'immagine senz'altro dotata di un evidente molo metaforico all'inizio del poemetto, ho cercato di documentare il dialogo fra il nostro poeta e gli auctores della tradizione scolastica e letteraria pagana, nell'intenzione di chiarire la rilevanza di un ulteriore dialogo, a un livello diverso, fra l'autore stesso e i suoi colti lettori proprio sul terreno della citazione allusiva.

La circostanza, in realta frequente nel documentato orizzonte della contemporanea produzione cristiana, soprattutto episcopale (si identifica ormai l'autore con il vescovo di Augusta Ausciorum cioe Auch), ma anche anonima di contenuto moralistico e specificamente protrettico, ha percio un suo rilievo nell'ambito della storia letteraria e puo addirittura rivestire interesse, in particolare, se vogliamo, addirittura in merito alla teoria della letteratura. Ma, dal nostro punto di vista, la lingua la linea costante di svolgimento di quel dialogo, perche ne documenta la vivacita e soprattutto ne approfondisce la complessa e certo consapevole stratigrafia, orienta la lettura del moderno interprete nel valorizzare l'ampia referenzialita di una poesia colta e <<preziosa>>, secondo l'invalsa metafora coniata a suo tempo da A. Loyen a proposito dell'esprit di Sidonio Apollinare.

2. Da un punto di vista generale, infatti, tale diffusa modalita di comunicazione, che definisce e qualifica appunto il rapporto dell'autore ton il suo pubblico, prevede necessariamente studiati allontanamenti dal codice comunicativo contemporaneo in direzione della lingua letteraria, in particolare di quella poetica. Ma, a sua volta, la lingua poetica che ne risulta risente, in modo significativo e altrettanto studiato, della tradizione dei poeti, da un lato, e della lingua letteraria anche della prosa, d'altro lato, che in particolare si codifica in quanto stilizzata al confronto con quella di comunicazione <<normale>>, come nello specifico testimoniano la trattatistica e l'epistolografia cristiana anzitutto. Esistono, in altri termini, due compresenti motivi di <<specialita>> della lingua poetica della cristianita matura, e in particolare nella Gallia del v secolo, dove la fiorente tradizione delle scuole di retorica costituisce gia di per se una peculiarita: un primo livello e costituito dall'adozione da parte degli scrittori di un modo di poetare di tipo argomentativo o protrettico ampiamente debitore della lingua della trattatistica morale e teologica della tradizione patristica; il secondo livello e poi basato sul recupero di stilemi degli auctores classici, appunto per via allusiva, che non prefigura in genere una deriva puramente letteraria e ornamentale, perche non e assente una valenza di tipo ideologico, che anzi non solo e presupposta ma si rivela intimamente coerente allo scopo dell'opera stessa.

In tale contesto, insomma, la lingua puo documentare i tratti salienti di un atteggiamento culturale o, meglio ancora, dello stadio evolutivo di esso nell'orizzonte di un annoso dibattito che attraversa il dialogo fra intellettuali cristiani e in vario modo pesa sulla coscienza dei singoli, come il caso di Gerolamo --Ciceronianus anche se Christianus-- e quello di Agostino --non dimentico della Tulliana dignitas-- esemplarmente dimostrano. Gli aspetti formali di un'opera allora possono espletare una funzione argomentativa, al pari dei contenuti, anche se in modo diverso e piu sottile: l'esito e che in genere la dialettica fra modelli stilistici compresenti viene risolta sempre a favore della superiorita morale della nuova cultura cristiana che si alimenta di quella precedente, in termini di metodo e di poesia, ma non soggiace moralmente e ideologicamente a essa.

Non si tratta qui dunque di selezionare le idee di volta in volta presenti in un'opera, in positivo o in negativo, rispetto a un'altra e tracciarne le linee di sviluppo nel panorama della variegata riflessione patristica, pio o meno osservante della tradizione che si costituisce e si consolida in modo sensazionale attraverso la letteratura non meno che nei concili. Il lettore o lo studioso delle opere di questo periodo si rivolge con maggiore soddisfazione --quanto a originalita e personalita degli autori esaminati-- all'aspetto formale: in tale ottica potra approfondire, per un verso, l'esame dell'usus stesso dell'autore, nel quale non si fatica a ravvisare praticamente sempre una cifra personale anche nel generale livellamento teorico dovuto alla comune institutio retorica; per altro verso, poi, sara possibile verificare la permanenza della lezione degli auctores pur nella diversita (e superiorita) dei contenuti <<moderni>> e apprezzare l'autonoma ricerca, da parte dell'autore, di un personale adeguamento a quella lezione, che si attivi, nel contesto formale dell'opera, a seconda della sensibilita nei confronti dei generi e degli autori e sulla base dell'intenzione nell'utilizzo di essi.

Lo stile degli autori cristiani, poeti e prosatori, cosi, appare intimamente legato a tradizioni diverse, ma con numerosi punti di contatto e interferenza. L'allusione colta ai testi dei modelli, in continua tensione stilistica con la forma comunicativa contemporanea, si rivela dunque un elemento direttivo nell'interpretazione perche costituisce gia la peculiarita del rapporto comunicativo fra autore e pubblico, in maniera pio stilizzata in poesia, ma non assente in quella prosa dai tipici contomi molto retorizzati che caratterizza la produzione gallica del tempo.

3. Per questo complesso di motivi, intendo tornare ora sul commonitorium di Orienzio con l'attenzione rivolta soprattutto agli aspetti lessicali e compositivi, alla ricerca di ulteriori documenti, di nuovo reperimento o di nuova interpretazione (2), a proposito di quello che senz'altro possiamo definire un atteggiamento largamente condiviso dai poeti contemporanei e conterranei del nostro (3) e che, proprio a partire dal versante linguistico, acquisisce risalto. Tale ambiente risulta particolarmente disposto alla valorizzazione del patrimonio culturale --e quindi anche linguistico-- della <<romanita>>, sia per obbedienza quasi inerziale alla fiorente tradizione retorica e scolastica sia anche per consapevole reazione alla dominazione barbara nell'intenzione di difendere un'identita che volutamente livella, proprio sul versante formale, la tradizione antica e la nuova cultura cristiana. Per questo il nostro poemetto, per molti versi incomparabile a prodotti letterari contemporanei di ben diversa levatura ideologica e poetica, riesce tuttavia a rappresentare in modo degno e attendibile un ambiente e certamente non sfigura pertanto in un'ideale selezione altamente rappresentativa di un atteggiamento produttivo a livello letterario.

Le osservazioni che seguono, nella loro sporadicita, sono conseguenti a sondaggi linguistici effettuati in luoghi diversi e distanti del poemetto che tuttavia non intendono mai perdere di vista l'unita del testo nella sua funzione argomentativa oltreche poetica. E semmai interessante constatare che, anche a prescindere dal contesto specifico e dalla continuita argomentativa, rimangono osservate certe costanti dal punto di vista compositivo in riferimento ai modelli soggiacenti e alla tradizione linguistica latina in senso lato; da tutto poi e percepibile come definitivamente formata una tradizione cristiana non soltanto di pensiero --che e un dato evidente da subito-- ma soprattutto, dal nostro punto di vista, di approccio letterario alla materia di pensiero. In questo senso l'indizio intertestuale, che la ricerca delle fonti e l'esame dei modelli assicurano al modemo interprete, da semplice dato documentario puo assumere i connotati di elemento pio complesso di storia della cultura.
   1, 27-38:

   Nec mirum ut nostram uegetent tua munera linguam
   ac per te de te sit tibi sermo placens,
   mandato cum iussa tuo superaverit omnem
   naturam nostra uoce loquens asina                    30
   et stimulis propria subigentem terga Balaam
   terruerit miro quadrupes alloquio;
   qui, magno trepidi regis crebroque rogatu
   dira super sanctum verba parans populum,
   non potuit proprie motam sibi subdere linguam,       35
   ore aliud dicens, corde aliud cupiens.
   Nato maledicturus nimie benedicere coepit,
   impendens aliis ora parata aliis.

   Non dobbiamo stupirci che sia la tua grazia a dare sostanza alla
   nostra lingua e che grazie a te nasca ogni discorso che ti riguarda
   a te gradito: un'asina infatti, spinta da un tuo ordine, ha
   superato ogni limite di natura parlando con la nostra voce e, in
   quanto animale, incredibilmente parlando ha terrorizzato Balaam che
   la bastonava sulla schiena. Egli, accingendosi a pronunciare parole
   terribili contro il popolo santo per la pressante e ripetuta
   insistenza del re impaurito, non ha potuto govemare la lingua, che
   si muoveva per proprio conto, dicendo una cosa con la bocca e
   desiderando nel cuore dirne un'altra: e cosi, mentre stava per
   maledire, comincio ampiamente a benedire, utilizzando per uno scopo
   la bocca preparata per un altro.


Inserito nella protasi, in cui il poeta topicamente chiede aiuto a Cristo per linguam soluere (v. 20), l'episodio veterotestamentario del profeta Balaam e della sua asina parlante per volere di Dio (Nm. 22) viene utilizzato per sostenere che corda e ora fanno esclusivo riferimento a Dio (v. 25).

Mentre l'intera sequenza e interessante dal punto di vista formale, non meno che da quello contenutistico, per la cura compositiva e fonica complessiva, intendo soffermare la mia intenzione specialmente sul distico finale (vv. 37-38). La struttura dell'esametro e dominata dall'evidente figura etimologiea dei verbi oppositivi in forma nominale, intercalati dagli avverbi nam e nimie in eorrispondenza di suono allitterante. L'impostazione intimamente retorizzata del verso e finalizzata a elevare poeticamente un dettato in realta piuttosto prosaico: lo dimostra anche l'adozione della clausola benedicere coepit, una iunctura verbale che, nonostante la configurazione ritmica, ritroviamo, nella stessa sequenza, non gia nel testo biblico, ma nella eitazione dell'episodio di Balaam nel commento anonimo del cosiddetto Ambrosiaster a diversi luoghi dell'Antico Testamento attribuito anche ad Agostino (4).

Va in secondo luogo osservata la presenza dell'avverbio nimie, che rappresenta senz'altro una variante tarda e decisamente meno attestata rispetto nimis.

Dal punto di vista semantico e chiaro che nel contesto l'avverbio, al pari di nimis, ha un valore equiparabile a ualde, magnopere, multum, contribuendo cioe a sostenere ed ampliare gli effetti del verbo prineipale benedicere. La circostanza non e isolata: in altri termini, lungi dal rappresentare un tratto di usus orienziano, si allinea a una pratica evidentemente diffusa p. es. nella Vulgata geronimiana, che --come e noto-- riproduce caratteri diffusi di lingua di comunieazione non necessariamente letteraria (5).

Quanto alla forma, dobbiamo prioritariamente dare fiducia in ogni caso alla corretta trascrizione paleografica adottata di volta in volta dai singoli editori, dal momento che la lettera finale di nimis e di nimie potrebbe con estrema facilita essere trascritta in modo approssimativo e quindi essere confusa, con un plausibile passaggio dal meno frequente al vulgato. La lessicologia al proposito insegna che statisticamente la forma nimis continua a essere di gran lunga preferita anche in eta tardolatina (6), nonostante Carisio preferisca la variante minoritaria (p. 268, 14 B.: <<nimie melius dicitur quam nimis>>): e comunque e un fatto che la forma orienziana si trova in scrittori di generi diversi e perfino, come nel nostro caso, nella poesia esametrica.

In poesia le forme non sono evidentemente interscambiabili dal punto di vista prosodico e dovrebbe quindi essere soprattutto questo il terreno sul quale valorizzare la scelta dell'autore, dal momento che le occorrenze in prosa sono sempre suscettibili delle variazioni paleografiche accennate. Semmai, e opportuno valutare i casi in cui nimie non rappresenti grafia di nimiae, prosodicamente uguale: sara allora il contesto a suggerire il criterio di distinizione fra le forme, nei casi in cui cio sia possibile. Quest'ultima circostanza va ravvisata nell'occorrenza in Avian. fab. 1, 5: <<nam lassata puer nimi(a)e dat membra quieti>>: l'unico editore che stampa nimie Baehrens nell'edizione teubneriana dei Poetae Latini minores (vol. 5, 1887), mentre per la forma di dativo singolare femminile propendono tutti gli altri editori di riferimento (7). Segnatamente pero, a quanto mi risulta, nimie e indubbio in uno dei Carmina Latina epigraphica di eta antonina (1186, 8: <<nec nimie, conuiuia rapuit dum gloria uitae, / sperabam>>).

Il nostro passo va quindi allegato a una casistica poetica estremamente esigua e problematica, e per questo motivo riveste caratteri di estremo interesse dal punto di vista statistico; tanto pio che in altri tre luoghi del commonitorium orienziano (e, per di pio, due volte in uno di questi) compare sicuramente nimis (8). In assenza di ipotesti o modelli che possano aver indotto l'adozione di una forma o dell'altra per via --diciamo-- imitativa o per azione dell'allusivita intertestuale, possiamo allora soltanto valorizzare, quale elemento distintivo del primo caso a fronte degli altri tre, il contesto. In altri termini, una volta assodato lo statuto di infrequenza --anche poetica-- della forma nimie, dobbiamo constatare che il nostro poeta propende per essa nella protasi del poemetto, luogo retoricamente pio impostato stilisticamente anche dal punto di vista della scelta delle immagini, e allorche si riferisce a un episodio biblico; utilizza invece la forma pio consueta nimis nei contesti argomentativi successivi, quando l'andamento generale del testo puo essere considerato pio <<prosastico>>, omiletico, protrettico: laddove insomma lo stile non deve essere caricato di marche lessicali e linguistiche di particolare risonanza anche per la eccentricita o rarita di esse.

L'isolata forma nimie pertanto dovrebbe configurare, nel poemetto di Orienzio, una sorta di espediente di stilizzazione, di decorazione lessicale, che l'autore volutamente connota come tratto in fondo estraneo al proprio usus perche coerente a un contesto, linguistico e icastico, perfettamente omogeneo al momento proemiale dell'opera.

Il pentametro, a sua volta, mostra una chiara struttura parallela articolata nella ripetizione in sequenza della forma verbale (participiale) e della forma complementare: la prima e variata (rispettivamente participio presente e participio passato) pur riproponendo dal punto di vista fonico l'allitterazione in labiale e dentale (/p/ /d/ : /p/ /t/); la seconda e identica e termina anaforicamente i due emistichi; il cardine del parallelismo risulta ora, termine chiave nell'episodio veterotestamentario citato ma che, in generale, va considerato connotativo anche dell'intera protasi (9).

Quest'ultimo sostantivo, di pregnante valenza proemiale e ideologica, risulta anzitutto valorizzato in tal senso dall'evidente e particolare carica metaforica (o metonimica) almeno a due livelli successivi: dapprima si riferisce alle parole ispirate di Balaam nell'episodio dei Numeri, precedute da quelle miracolose dell'asina e gia provviste di un loro sovrasenso allegorico; quindi allude alle parole poetiche dell'autore del componimento, che, nella dialettica stabilita con i corda nel verso immediatamente precedente (36), sembrano connotare la cura della forma, in fondo dawero coerente con i contenuti ideologici che comunque contribuisce a esprimere efficacemente. In secondo luogo, pero, lo statuto pregnante di ora viene fatto risaltare anche con strumenti lessicali, in quanto cioe si trova a essere oggetto comune dei due verbi impendere e parare.

Impendo (come il corrispondente sostantivo deverbale impendium) nel suo significato di <<spendere>>, <<impiegare>>, vede scomparire abbastanza presto l'idea originaria dell'impegnare denaro per corrispondere a un valore del tutto generico. In particolare, la locuzione enfatica impendere uerba per <<parlare>> si trova isolatamente attestata, per quanto ho potuto constatare, in Seneca e Gregorio Magno (10); la iunctura con ora tuttavia parrebbe un hapax orienziano. Il sintagma presente nel nostro contesto ha tuttavia il pregio di mostrarsi arricchito di un valore appunto metonimico quale ulteriore marca di <<preziosita>> stilistica, da un lato, e di originalita poetica dall'altro, come a dire il vero non mancano di registrare gli interpreti, traducendo rispettivamente il sintagma in modo univoco <<employant ses levres>> (Bellanger), <<employing ... lips>> (Tobin), <<adoperando ... le labbra>> (Rapisarda). Il fatto stesso, poi, che il poeta ripeta lo stesso termine a due versi di distanza (36 ore; 38 ora) non deve stupire o allarmare (11), perche risponde a una precisa volonta autoriale di connotare il campo semantico dell'oralita con frequenti e insistite marche lessicali.

Un'analoga operazione di intervento mirato sul livello linguistico da parte del nostro poeta si puo osservare a proposito di ora parata. La iunctura in questione, che descrive la predisposizione a parlare o l'intenzione di farlo, a quanto risulta si trova utilizzata, prima che nel nostro luogo, soltanto in Valerio Flacco, quando il poeta flavio descrive la Fama mentre <<iamque aduolat ultro / impatiens iamque ora parat, iam suscitat aures>> (2, 123-124). La scena e rappresentata con estrema plasticita d'immagine: il mostro, desideroso di incontrare Venere, le vola incontro e, con studiato hysteron proteron, prepara la bocca a divulgare le notizie e intende gli orecchi a captarle, secondo un ordine che di fatto --e stato notato-- riproduce la topica caratterizzazione virgiliana (12). Se e vero che la iunctura di cui stamo trattando risulta soltanto qui, siamo di fronte a un uso allusivo ma decontestualizzato del modello poetico classico: mentre infatti in Valerio, come in Virgilio, il plurale ora designa concretamente le innumerevoli bocche della Fama nella sua caratterizzazione iconografica classica (plurale vero, numerico), in Orienzio perde tale referenzialita perfetta per rappresentare uno stilema astratto, un elemento di fraseologia, il cosiddetto <<plurale poetico>> (13).
   2, 7-12:

   An si uentosae moueat te gloria linguae,
   quam suadet uano Tullius eloquio,
   sin fugienda iocus conuiuia sermo uoluptas,
   sique etiam aequaeuis dissociande tuis,
   quo studio nostri seruabis uerba libelli,
   ut uitae meritis consociere deo!

   E se ti condiziona la gloria dell'oratoria gonfia che insegna
   Tullio con il suo parlare inefficace, se poi devi evitare
   divertimento, banchetti, chiacchiere, piaceri, e se devi anche
   allontanarti dai tuoi amici, con quale impegno osserverai le
   raccomandazioni del mio poemetto per poter aver parte con Dio
   grazie ai meriti della tua vita!


La scansione in due libri del commonitorium orienziano non corrisponde a una studiata articolazione del contenuto; anche se la tradizione manoscritta del poemetto potrebbe perfino far ipotizzare qualche accidente editoriale alla base della suddivisione formale, di fatto la volonta dell'autore di operare una divisione, forse anche per elementari ragioni di estensione e di equilibrio, 6 in qualche modo garantita dalla presenza di una sezione proemiale (vv. 1-12), certamente piu breve e meno elaborata di quella del libro I, che abbiamo considerato alla stregua di un'introduzione generale sia dal punto di vista contenutistico che da quello retorico-formale. I1 proemio al libro II, anch'esso strutturato -convenientemente ai requisiti del genere protrettico-- come un'apostrofe al lettore (2, 1: fidissime leetor), rappresenta comunque un'interruzione del discorso argomentativo iniziato intorno alla meta del libro precedente, quando cioe l'autore comincia a trattare dei uitia del mondo che bisogna evitare in questa vita: lasciuia (1, 321-454: ampia trattazione a tinte anche vivaci che rappresenta una specie di pamphelet autonomo all'interno del testo), inuidia (1,455-482), auaritia (1,483-592), tumor (1,593-618); quindi uana laus (2, 13-40), mendacium (2, 41-44), gula (2, 45-50), ebrietas (2, 51-84).

L'inizio del nuovo libro, di cui non si sente la necessita dal punto di vista argomentativo e che, anzi, rallenta il discorso, risponde quindi a esigenze strutturali di tipo essenzialmente retorico: il poeta cioe prepara il discorso sulla vanita della gloria terrena, coglie l'occasione per esaltare la vita cristiana mantenendosi, pertanto, perfettamente all'interno della propria funzione docente ma contemporaneamente sottolineando la dignita e l'opportunita anche di quella poetica. I monita (2, 1) sono infatti presto qualificati da un termine di alta e tradizionale connotazione poetica come libellus (2, 11); proprio per tale valenza-chiave in determinate epoche della latinita classica, non possiamo non rawisare anche qui la precisa allusione alla forma poetica nonostante il diminutivo abbia nel tempo ammesso anche un valore neutro e come tale si veda adottato, ma non tassativamente, anche per la prosa. Nello specifico, pate significativa un'altra occorrenza del termine nel componimento, nel contesto altrettanto proemiale, e piu stilizzato, del libro I, quando il poeta in particolare nella misura del distico lo avvicina, quasi associandolo in una sorta di endiadi, al termine carmen (1, 17-18: <<sed quo sit melior nostri doctrina libelli / et teneat rectas carminis ordo uias ...>>): i due ambiti della doctrina e della forma espressiva del testo sono infatti presentati come aspetti complementari della forma di comunicazione al fine della massima efficacia del messaggio (14).

Se pol al verso in questione vogliamo affiancare Hor. epist. 1, 13, 4 (<<ne studio nostri pecces odiumque libellis / sedulus importes ...>>), oltre a notare la ricorrenza di tre termini --poco importa qui se con funzione grammaticale diversa-- nella stessa posizione metrica, che rappresenta un'ulteriore testimonianza della presenza, nella memoria letteraria del nostro poeta, di un auctor dalla sicura permanenza istituzionale nella scuola, rileviamo che nel contesto oraziano senz'altro libelli (libri al v. 13) connota l'opera poetica. L'epistola e infatti rivolta a Vinnio Asina, in procinto di raggiungere Augusto per consegnargli signata uolumina (v. 2) contenenti i tre libri delle Odi ed e tutta giocata sulle raccomandazioni a non apparire insistente e privo di garbo: la forma del testo, basata continuamente sull'apostrofe e sui monita, ricorda peraltro da vicino le movenze protrettiche del componimento orienziano, come emergono in particolare nel passo che stiamo esaminando, e conferiscono valore anche circostanziale alla probabile volonta allusiva.

Il segmento poetico in esame e costituito da un unico periodo sintattico evidentemente sbilanciato in una premessa ipotetica che comprende i primi due distici e in una conseguente esclamativa (15) espansa in una finale; ogni elemento frasale e rappresentato dalla misura precisa del verso (solo la prima ipotetica si espande in una relativa --come vedremo-- di essenziale importanza argomentativa).

L'elemento contenutistico principale e rappresentato dalla condanna della fama derivante dall'abilita oratoria, dall'eloquenza intesa come vuoto sfoggio di capacita: la menzione di Cicerone come paradigma di uanum eloquium chiarisce che tale vanita e da ricollegarsi al campo di esercizio di tale ars, e cioe alle cose del mondo e non invece alle verita della fede. La presenza con lo statuto topico di exemplum, all'intemo dell'argomentazione, di un personaggio di indiscussa gloria nell'eta antica ha la funzione non soltanto di conferire forza e <<plasticita>> al discorso, ma anche quella di rappresentare l'esatta antifrasi di quanto l'autore vuole sostenere, l'eroe di un'attitudine da sconsigliare vivamente: insomma, un modello ex contrario che, designando come un emblema tutta la cultura che l'ha espresso, rappresenta le sicure riserve dell'autore nei confronti di quest'ultima o almeno di un particolare atteggiamento di essa, il pio lontano dagli orientamenti della morale cristiana.

La vanagloria derivante dall'eloquenza e efficacemente sintetizzata nel primo distico, che affida all'esametro la definizione dell'ambito e al pentametro l'exemplum. L'eloquenza e definita mediante la consueta metonimia della lingua nella particolare e preziosa iunctura con l'aggettivo uentosus, che riporta decisamente per via metaforica alle vuotezze, all'inconsistenza di certa oratoria rappresentata da Cicerone. Per l'esametro a suo tempo gia Rapisarda ha proposto raffronti intertestuali: nella fascia dei loci paralleli della sua edizione del 1958 troviamo citati infatti ad locum due passi virgiliani dal libro XI dell'Eneide (389-391: <<an tibi Mauors / uentosa in lingua pedibusque fugacibus istis / semper erit?>> (16) e 708: <<iam nosces uentosa ferat cui gloria fraudem>>). Entrambi i luoghi sono effettivamente pertinenti sia per il contenuto che per la forma: il primo 6 tratto dal violento discorso di Turno che respinge la proposta <<collaborazionista>> di Drance, capace di larga copiafandi mentre la guerra ha bisogno di manus (378-379) (17); il secondo dalle parole provocatorie che il figlio di Auno rivolge a Camilla irridendo il valore dell'avversaria e chiamandola a singolar tenzone, per lui poi fatale. Dai due ipotesti ricaviamo cosi nel complesso i tre termini chiave del nostro esametro (uentosus, gloria, lingua), ma, alla stessa stregua, possiamo osservare anche la presenza del verbo mouere, nello stesso significato e sempre connesso a gloria, nella suasoria di Mercurio a Enea (4, 272: <<si te nulla mouet tantarum gloria rerum>>), e possiamo altresi ascrivere alla tradizione virgiliana anche la clausola gloria linguae, presente in Sil. 4, 525 e in Auson. ord. urb. 89 (riferito ad Atene), ma in entrambi i casi connotata positivamente (18).

Dal punto di vista lessicale l'elemento pio interessante nell'esametro in questione e senz'altro l'aggettivo denominale uentosus. Esso e presente --con frequenza a dire il vero moderata-- gia a partire da Catone con significato esclusivamente letterale (19), cui si aggiunge, dall'eta augustea, anche un valore metaforico che finisce per diventare prevalente soprattutto negli autori cristiani. In particolare, aecanto a un significato generico, legato sempre al vento (Lucr. 3, 299 <<uentosa ... mens>>; Ov. fast. 4, 392 <<uentosis... equis>>), si formalizza abbastanza presto quello specifico di <<volubile>> (in Hor. epist. 1, 8, 12 6 il poeta stesso, in 1, 19, 37 laplebs, in 2, 1, 177 il currus della gloria; in Liv. 42, 30, 4 l'ingenium della folla) che dura per tutta la latinita (20). Il contesto di Orienzio che stiamo esaminando documenta poi un ulteriore valore, sempre metaforico, corrispondente a <<vano>>, <<vaeuo>>, e collegato alla particolare idea delle vuotezze retoriche e quindi della superbia legata al desiderio di gloria derivante appunto dalla lingua, e non da quanto conta davvero, con un'evidente accezione negativa, come abbiamo rilevato nei passi virgiliani confrontati sopra e come peraltro viene icasticamente sintetizzato p. es. da Prudenzio, che parla di uentosa ars (apoth. 962), da Agostino, per cui la rinuncia alla carriera retorica e <<uentosam professionem abicere>> (c. acad. 1, 1, 3), e da Cassiodoro in un'endiadi in cui compaiono sia l'aggettivo in questione sia la metonimia della lingua: <<ubi est illa lingua grandiloqua et uentosa superbia?>> (in psalm. 17, 43 11. 616-617).

Insomma, la posizione monitoria di Orienzio riproduce un atteggiamento molto diffuso che diventa addirittura topico all'interno della polemica sull'opportunita --e necessita-- di dire cose (e non parole) e tose vere ed edifieanti (21). Tale posizione --il cui emblema lessicale e ormai rappresentato per noi dall'aggettivo uentosus e dal termine lingua-- e il riferimento esemplare a Cicerone sono condensati in una celebre pagina delle Confessioni agostiniane, dallo spiccato valore narrativo, per un verso, e protrettico, per un altro, laddove cioe lo scrittore racconta l'incontro con l'Hortensius (3, 4, 7):
   inter hos ego imbecilla tunc aetate discebam libros eloquentiae, in
   qua eminere cupiebam fine damnabili et uentoso per gaudia uanitatis
   humanae; et usitato iam diseendi ordine perueneram in librum
   euiusdam Ciceronis, cuius linguam fere omnes mirantur, peetus non
   ita.


Il raffronto, dal punto di vista linguistico, fa emergere un campo semantico senz'altro omogeneo: eloquentiae di Agostino corrisponde a eloquio di Orienzio, uanitatis a uano, e poi tomano uentosus e lingua; dal punto di vista contenutistico, poi, la menzione di Cicerone non pare casuale: anche l'autore delle Confessioni a proposito dell'oratore stabilisce una netta opposizione fra lingua e pectus per sostenere l'ovvia (in particolare nell'ottica cristiana) superiorita di quanto e metaforizzato nel secondo elemento dell'antitesi, ma in fondo riconoscendo cosi allo scrittore pagano lo statuto di auctoritas unicamente dal punto di vista letterario. La polemica e quindi ridotta agli aspetti appunto <<ventosi>> della personalita storico-culturale di Cicerone e non la investe completamente, secondo l'orientamento dei letterati cristiani a utilizzare della sapientia degli antichi soltanto quanto serve a scopi <<giusti>> (<<ad usum iustum praedicandi euangelii>>), e comunque in usum conuertenda Christianum, secondo la formulazione dello stesso Agostino in un'altrettanto celebre e ideologicamente impegnativa pagina del De doctrina Christiana (22).

Accanto ai modelli poetici virgiliani, senz'altro evidenti e plausibili sulla base della pratica scolastica, mi pare quindi che abbia un indubbio rilievo anche il passo delle Confessioni agostiniane al fine di valutare correttamente contenuto e forma del distico del commonitorium. Se anche vogliamo parlare soltanto di uso linguistico diffuso e di vulgata contenutistica in tema edificante, piuttosto che di voluta allusione in direzione di Agostino, bisogna comunque riconoscere alle Confessioni un molo significativo nella tradizione cristiana soprattutto su argomenti etici e quindi considerare la circostanza intertestuale sia come l'indizio di un dibattito estremamente vivace sia del costituirsi progressivo di un repertorio argomentativo trasversale ai generi.

Un'ultima osservazione conviene fare a proposito proprio di Cicerone. Nell'esametro seguente il distico di cui ci siamo finora occupati trova posto una cumulatio di circostanze da cui il buon cristiano deve guardarsi (<<fugienda iocus conuiuia sermo uoluptas>>): ebbene gia nell'edizione della Tobin troviamo annotata, fra i <<non-biblical sources>> (23), la probabile suggestione derivante al poeta proprio da un passo (il paragrafo 46) di un'opera ciceroniana, la Pro Caelio. L'elemento intertestuale tuttavia rivela un valore che va al di la della pur puntuale e circoscritta ripresa formale perche, se interpretiamo correttamente, il contesto puo suggerire elementi di valutazione di ben pio ampio raggio, a partire dal dato che Orienzio utilizzerebbe un luogo ciceroniano, e per di pio da un'orazione, appena dopo aver menzionato, in termini non proprio positivi, l'autore stesso e la sua pretesa eccellenza appunto oratoria.

La Pro Caelio, come e noto, e un testo di raffinata abilita retorica e di esperta tattica forense che vale all'oratore letteralmente un trionfo (24); inoltre, il contenuto fortemente moralistico, la decisa condanna degli spregiudicati costumi sessuali di Clodia, per cui l'orazione e conosciuta ora come anche gia in antico, e il nucleo di riflessione <<positiva>> sull'educazione dei giovani, comprensibilmente possono interessare anche i cristiani, anche per le movenze appunto specificamente parenetiche della forma oratoria. Ora, nel descrivere Celio come dotato di tutte le qualita del perfetto oratore (natura, ars, exercitatio) allo scopo di definirne la moralita, Cicerone anticipa uno degli elementi argomentativi presenti nella prima parte del quasi contemporaneo De oratore (1, 6-16), riconosce alla professione forense l'indispensabile virto della temperantia e --aprendo una sorta di autonoma sezione epidittica-- sostiene che e proprio l'indole etica, e non gli aspetti universalmente considerati allettanti (praemia eloquentiae, laus, gratia, honos), a costituire il requisito fondamentale dell'avvocato (25). E continua: <<obterendae sunt omnes uoluptates, relinquenda studia delectationis, ludus, iocus, conuiuium, sermo paene est familiarium deserendus>> (46).

La cumulatio ciceroniana contiene evidentemente elementi che tornano nel catalogo <<ridotto>> di Orienzio (tre di essi peraltro nella stessa successione); e il riferimento ai familiares peraltro e surrogato in quello agli aequaeui presente nel pentametro successivo, una concessione a un livello superiore di stilizzazione determinato sia dall'uso del composto nominale, sia dall'infrequenza del termine stesso (26). La scelta di tale termine <<prezioso>> rappresenta un chiaro allontanamento dall'ipotesto ciceroniano, ma, nello stesso tempo, e anche segnale dell'adozione di un linguaggio letterario che non esita a servirsi di tratti profondamente retorizzati, e quindi di un eloquium coerente in realta a quello rappresentato da Cicerone e condannato dal nostro poeta. Non si tratta di altro che un ulteriore documento della consueta dialettica fra contenuto ideologizzato e forma letteraria sensibile all'apporto dei modelli linguistici.
   2, 195-196:

   Omnis paulatim leto nos applicat hora:
   hoc quoque quo loquimur tempore, praemorimur.

   Ogni ora ci fa scivolare gradualmente alla morte: nel momento
   stesso in cui stiamo parlando cominciamo a morire.


Il distico apre una sezione in cui il poeta tratta della brevita del soggiomo terreno dell'uomo (2, 195-254), un tema di carattere squisitamente morale aperto in una maniera sentenziosa che ne annuncia la prevedibile topicita di svolgimento. Va inoltre osservato che l'argomentazione sta sviluppando un piu ampio discorso, altrettanto topico, sulla continua decadenza del mondo interpretato in un senso biologico e quindi considerato intimamente naturale, in particolare alla luce dei recenti eventi tragicamente luttuosi provocati dalle inviasioni barbariche in Gallia (27).

La struttura generale metrico-prosodica del distico ha una prioritaria funzione mimetica in riferimento al contenuto che esprime. L'esametro e costruito su un andamento ritmico estremamente lento, scandito da tutti spondei a eccezione del dattilo di quinta sede in precisa coincidenza con la forma verbale: la solennita del ritmo spondaico e --come e noto-- adatta alla sentenziosita del contenuto ma, nello stesso tempo, altrettanto conviene al tema trattato (cioe l'inesorabilita della morte e l'opportunita della uigilantia come virtu cristiana) come elemento dunque colto di grauitas fonosimbolica. Secondo un'analoga impostazione, il pentametro successivo presenta un ritmo dattilico e decisamente martellante, sottolineato dall'insistita allitterazione in labiovelare, con il quale il poeta riesce a rappresentare la velocita con cui l'uomo, anche inconsapevolmente, si avvicina alla morte in ogni istante della sua vita, cosi da <<morire prima (prae-)>> rispetto al momento della morte per via --potremmo dire-- naturale e cioe essere morto anche in vita.

L'idea della morte costituisce pertanto l'idea centrale del distico, come viene suggerito anche dall'ordo uerborum dell'esametro, nel quale gli estremi sono costituiti dalla coppia aggettivo-sostantivo omnis ... hora, che racchiude al proprio interno nel primo colon l'avverbio paulatim, esprimente l'inesorabilita appunto, e nel secondo la voce verbale; il fulcro e rappresentato dal termine-chiave leto e dal pronome nos, che individuano insieme il rapporto fondamentale della mortalita umana. Non e inoltre un caso che la frase sia sintatticamente costruita in modo che la parte di referenza umana costituisca l'oggetto e non il soggetto, cosi da sottolineare anche per via retorica la sostanziale marginalita dell'uomo in un processo insieme naturale e provvidenziale che da lui appunto non dipende.

Se dal punto di vista contenutistico l'idea espressa dal distico partecipa di una vasta tradizione sentenziosa antica in tema --diciamo cosi-- di <<mors omnibus instat>> e di <<cotidie morimur>> (28), ben documentata, proprio per la sua genericita, in ambito patristico e soprattutto protrettico, dal punto di vista letterario la formulazione in cui la troviamo espressa nel nostro commonitorium pare non essere del tutto originale.

L'antecedente pio prossimo, per questioni ideologiche ma anche per formazione e per rilevanza dei suoi scritti in certi ambienti episcopali e monastici, ma non di meno intellettuali, e Paolino, il retore e funzionario di Bordeaux, cresciuto alla scuola di Ausonio e poi divenuto, attraverso una rase <<propedeutica>> di vita ascetica, vescovo di Nola. Nel 399 scrive una lettera ad Apro (epist. 38) (29), un funzionario convertito --come lo stesso Paolino-- all'ascesi e al sacerdozio che gli chiede consigli per rispondere alle severe critiche da parte degli amici, tutta costruita sulla topica opposizione fra sapientia huius saeculi e sapientia Dei (par. 1) e sul costante invito a diventare in tutto imitator Christi (par. 2). Un elemento nodale dell'argomentazione e rappresentato dalla prospettiva del giomo del Giudizio finale e dall'opportunita della preparazione a esso, cui la provvidenza divina ci fa continuamente esercitare: <<et quia iam cotidie magis adpropinquat recognitionis dies omnisque nos hora iudicio adplicat, satagit et properat bonus Dominus praeripere nos ab ira uentura>> (par. 7).

Il concetto espresso e quello orienziano da cui siamo partiti, sebbene si tratti qui del giudizio e non della morte, evocata comunque dalla menzione finale dell'ira uentura. Anche la forma presenta tratti comuni, in particolare il sintagma omnis ... hora che comprende al proprio intemo il pronome complemento nose che funge da soggetto del verbo adplicat, a sua volta costruito col dativo (iudicio) (30); inoltre, l'idea dell'atteggiamento preparatorio al momento cruciale e resa dal prefisso prae- (anticipato, in una sorta di figura etimologica, dal precedente pro-) che compare nell'infinito praeripere e che in Orienzio invece e reso da praemorimur.

Non e certamente casuale che due scrittori utilizzino lessico e strutture linguistiche simili per esprimere concetti fondamentalmente analoghi, soprattutto se l'estrazione di questi intellettuali e la stessa seppur a distanza di tempo. Ma proprio quest'ultima osservazione, relativa alla comune collocazione gallica di Paolino e Orienzio e alla comune formazione retorica di essi fa avanzare la nostra indagine in direzione proprio della tradizione squisitamente retorica. E infatti indubitabile la coincidenza formale del nostro distico, da un lato, e anche del passo di Paolino, dall'altro, con un passo di una declamazione pseudoquintilianea che possiamo considerare ipotesto comune e che fra l'altro conferma l'attualita della letteratura declamatoria di scuola nell'ambiente gallico (l'esercizio di decLamazione costituiva la parte finale e pio specialistica del curriculum scolastico del retore) e presso gli intellettuali cristiani formatisi in esso.

La quarta delle declamazioni cosiddette maggiori attribuite dai codici a Quintiliano, intitolata Mathematicus e relativa a una causa di morte volontaria a proposito di un adulescens cui era stato predetto appunto da un astrologo un destino di uir fortis e di parricida, reca a un certo punto dell'ampia argomentazione il seguente testo: <<omnis nos hora per taeitos fallentesque cursus adplicat fato, et in hac turpissima perpetuitatis cogitatione districti per exigua festinantis aeui momenta praemorimur>> (4, 10 pp. 71-72 Hakanson). Se anche non consideriamo l'impostazione evidentemente sentenziosa del pensiero, risaltano quelle che non possono essere coincidenze verbali: anzitutto il sintagma iniziale, in cui peraltro la coppia soggetto omnis ... hora racchiude al suo interno il pronome nos (31), quindi il verbo adplicat costruito sempre col dativo (fatum va considerato metonimia eufemistica rispetto all'idea della morte, esplicitato dall'uso di letum in Orienzio), infine il verbo finale praemorimur, distanziato da una struttura complementare che inizia col dimostrativo hac.

Soprattutto la presenza di quest'ultimo verbo sembra connotante in modo decisivo per definire la dipendenza diretta di Orienzio dal testo declamatorio. Per altro verso, la circostanza costituisce un'interessante documento sulla diffusione e sulla permanenza nel tempo del repertorio preudoquintilianeo come una sorta di libro di testo adottato da generazioni diverse di allievi, da Paolino a Orienzio, che imparavano la tecnica e applicavano i contenuti, spesso mutuando la forma stessa in cui venivano espressi, nel contesto delle proprie opere.

Dal punto di vista strettamente lessicale, poi, l'uso del composto praemorior, chiaramente indotto dalla fonte prosaica, in contesto cristiano assume naturalmente una particolare valenza, connesso --come abbiamo gia rilevato-- al tema cristiano della uigilantia, ma si riferisce in generale a un orientamento etico estremamente diffuso anche nella riflessione pagana. Il verbo in questione presuppone comunque una scelta originale, in primo luogo perche si tratta di una formazione attestata ancora sporadicamente in eta augustea (32) e nella prima eta imperiale, sia in prosa che in poesia, per essere pio frequente in seguito, ma sempre con diffusione piuttosto contenuta. Bisogna pol dire che nell'accezione testimoniata dal passo dello pseudo Quintiliano, e quindi anche in quella orienziana, non mi pare corretto vedere il semplice significato letterale (<<morire prima>> del normale o di qualcuno) (33): conviene piuttosto ravvisarvi un uso traslato per esprimere sottilmente l'idea che il pensiero della morte produce anticipatamente una sorta di morte in vita (34). Ma non e tutto: dal nostro punto di vista, va ulteriormente segnalato che proprio qui e forse possibile apprezzare un ulteriore elemento di originalita dell'autore del nostro commonitorium rispetto anche all'ipotesto in direzione della risemantizzazione in senso tipicamente cristiano di un composto che gli ambienti pagani o <<laici>>, ma anche cristiani, usano per esprimere un concetto privo di connotazione ideologica. Il caso particolare dell'uso di praemorior nel contesto del passo da cui siamo partiti e cioe indicativo di come il genere letterario e la destinazione protrettica del componimento inducono l'autore a un attento lavoro di metaforizzazione della lingua in uso, anche a partire da fonti identificabili che ne indirizzano la scrittura.

Quanto invece a applicat, la forma verbale va qui considerata una riconoscibile marca poetica: non perche si tratti di un elemento in se di lingua appunto poetica, necessario nel momento in cui di un testo in prosa si stilizza la <<parafrasi>>, ma perch6 tale elemento viene utilizzato dal poeta colto in modo tale che risulta chiara la volonta autoriale di allinearsi a una tradizione poetica e in particolare esametrica. Per quanto ho potuto constatare, nella poesia esametrica la forma applicat (o adplicat: i vati editori oscillano di fatto nell'osservare o meno la grafia assimilata) mantiene la stessa sede metrica, e cioe il quinto piede dattilico, ed e costruita con il dativo (35); i modelli, in tal senso, sono tutti di ete classica e tutti autori <<di scuola>> presenti nel curriculum di ogni intellettuale. Inoltre, potrebbe anche non essere sprovvisto di significato l'effetto di suono che viene talora creato nella chiusa esametrica in assonanza con la terminazione orienziana applicat hora, quale probabile ulteriore elemento di evocativita poetica (36).

Fabio GASTI

Universita degli studi di Pavia

(1) GASTI, Fabio, <<Le voci di Orienzio>>, in CRISTANTE, Lucio-FILIP, Ireneo (edd.), Incontri triestini di filologia classica 7, Trieste, 2008, 131-144: vi affronto, seppur cursoriamente, anche questioni di identificazione dell'autore di genere e di generale valutazione poetica. Il testo di riferimento e quello di RAPISARDA, Carmelo A. (ed.), Orientii Commonitorium. Carmina Orientio tributa, Catania, 1958, e quindi Orienzio, Carme esortativo (Commonitorium), nuova ed. riveduta, Catania, 1970.

(2) Gli studi in tal senso fondamentali, pur a quarant'anni di distanza, sono quelli di BELLANGER, Louis, Le poeme d'Orientius. Edition critique avec un fac-simile. Etude philologique et litteraire, Paris-Toulouse, 1903, che ha posto le basi delle ricerche successive dal punto di vista della ricostruzione eritico-trestuale e da quello generalmente letterario, e quello di TOBIN, Mildred Dolores, Orientii Commonitorium. A Commentary with an Introduction and Translation, Washington, 1945; pio recentemente BIANCO, Maria Grazia, <<Il Commonitorium di Orienzio: un protrettico alla conversione nella Gallia del v secolo>>, AFLM 20, 1987, 33-68.

(3) Attuale e approfondita la lettura dell'opera, nell'orizzonte del genere e delle istanze culturali comuni, proposta da CUTINO, Michele, <<Continuita e innovazione nella poesia latina cristiana del v sec. in Gallia: il protrettico alla conversione>>, Auetores Nostri 4, 2006, 311-350 (in particolare 311-331).

(4) AMBROSIAST. quaest, test. 63 p. 111, 20: <<qui (scil. Balaam) eure arcessitus esset a Balaak ad maledicendum populum Dei, diuino nutu benedicere coepit>>. La iunctura, per quanto in sequenza opposta e riferita a diverso episodio biblieo, ma all'interno di analoga figura con maledicere, anche in AMBR. in psalm. 36, 30, 2: <<misit Dominus manus suam et confirmatus est lob, eoepit benedicere quod maledicere credebatur>>.

(5) P. es., limitandoci ai Salmi, dove e pio frequente che l'avverbio accompagni verbi o espressioni di lode, vd. 47, 2: <<magnus Dominus et laudabilis nimis>>; 91, 6: <<magnificata sunt opera ma Domine nimis>>; 96, 9: <<nimis exaltatus es super deos>>; 103, 1: <<Domine Deus meus magnificatus es nimis>>; 108, 30: <<confitebor Domino nimis>>; 138, 17: <<mihi autem nimis honorificati sunt amici tui Deus nimis confirmati sunt principatus eorum>>; 144, 3: <<magnus Dominum et laudabilis nimis>>.

(6) Tanto per fare qualche esempio di periodi diversi, in Agostino la percentuale e di 472 a 5, in Ambrogio di 51 a 1, in Cassiodoro di 251 a 2, in Gregorio Magno di 133 a 7: selezione di dati rintracciabili nella Library of Latin Texts (LLT-A) di Brepols (ed. 2008). Non e comunque trascurabile il dato che, laddove la Itala ha nimie (Sir 21, 5) la Vulgata geronimiana <<corregge>> nimis.

(7) Ellis (Oxford, 1887), Guaglianone (<<Corpus Paravianum>>, Torino, 1958), Gaide (<<CUF>>, Paris, 1980). Soltanto nell'apparato dell'edizione italiana leggiamo che la forma priva di dittongo e registrata in tre testimoni, ma sappiamo bene che la grafia dei manoscritti dev'essere soggetta all'interpretazione dell'editore sulla base di un esame paleografico e codicologico che non puo basarsi soltanto sul confronto fra testimoni stessi. Va da se che, nel presente caso, la forma avverbiale potrebbe addirittura configurare la situazione di una lectio difficilior.

(8) 1, 439-440: <<semper prouidus opta / ut sit nulla tibi femina iuncta nimis>> (l'avverbio finale e tramandato in verita dal codice B, in generale meno attendibile anche perche disponibile soltanto in trascrizione, a fronte del tibi che chiude il pentametro in A ma che tutti gli editori respingono per evitare l'inutile ripetizione del pronome in ognuno dei due emistichi); 1, 565-566: <<nam seruata nimis quae mox bona non tua fient, / si tibi non serues, sic erit ut tua sint>> (inutile, come ben vede gia la Tobin, emendare con Baehrens quae della tradizione con quam esclamativo); 2, 71-72: <<teque per innumeros, cum uult mens saucia, motus / uel gaudere nimis uel modo tiere nimis>> (si tratta di un caso nella fenomenologia dell'ubriachezza, che icasticamente alterna gioia e pianto in una polarizzazione ben presente in ambito cristiano forse al seguito di san PAOLO, Rm. 12, 15: <<gaudere cum gaudentibus, flere cum flentibus>>; vd. anche, in contesto consolatorio, PAVL. NOL. carm. 31, 10: <<sed gaudere fides, tiere iubet pietas>>).

(9) GASTI, <<Le voci di Orienzio>>, cit., in particolare 139-142. Il parallelismo, o comunque la corrispondenza studiata fra gli emistichi e i cola, o ancora di elementi all'interno di essi, configura un tratto stilistico frequente nella sezione proemiale del commonitorium: vd. p. es. il pentametro immediatamente precedente il distico in esame: <<ore aliud dicens, corde aliud cupiens>> (36: il soggetto e sempre Balaam).

(10) SEN. ben. 6, 7, 2: <<ulla in hoc uerba impendenda sint>>; epist. 117, 18: <<uerba apertae rei impendo>>; GREG. M. hom euang. 1, 6, 6: <<uerba sanctae annuntiationis impendit>>. Poco piu attestata invece la costruzione al singolare (impendere uerbum): AVG. mor. eccl. 1, 1329, 46; in psalm. 115, 2, 14; GREG. M. moral 12, 54; 19, 14; in Ezech. 1, 11, 504. In AVG. in euang. Ioh. 124, 1 (<<sermonem nouissimum huius operis impendimus>>), che potrebbe costituire una variazione sinonimica mutando il sostantivo in iunctura, va forse ravvisato un significato specifico che si allontanerebbe quindi dal nostro discorso.

(11) E segnatamente il caso di L. C. PURSER, che nella sua circostanziata recensione al volume di Bellanger (Hemarthena 13, 1905, 36-69), ha proposto --senza peraltro avere fortuna peresso gli editori successivi-- di correggere il testo concordemente tramandato dai due testimoni livellandolo sul consueto e decontestuato impendens uerba.

(12) Cf. VERG. Aen. 4, 183: <<tot linguae, totidem ora sonant, tot subrigit aures>>. Vd. p. es. SPALTENSTEIN, Francois, Commentaire des Argonautica de Valerius Flaccus (livres 1 et 2), Bruxelles, 2002, ad loc.

(13) Cf. p. es. sempre VAL FL. 7, 32: <<uultus uocesqueparantem>> (riferito a Giasone). Il plurale comunque si trova anehe in PAVL. NOL. carm. 15, 35 (<<nec tibi difBcile omnipotens mea soluere doctis / ora modis>>) in un contesto molto vicino al nostro, in cui in effetti la potenza divina nell'ispirazione poetica trova il suo exemplum proprio nell'episodio dell'asina di Balaam (37-38).

(14) Il termine libellus viene connotato specificamente come opera di poesia, con uguale strategia compositiva risultante dall'accostamento esplicito di esso a un termine che indubbiamente lo disambigua, anche in 2, 406-410: <<at tu cumque legis nostrum quicumque libellum, / nostri, seu malus est seu bonus, esto memor. / Et quotiens dominum perlecto carmine Christum / orabis, simus semper in ore tuo)). Raccogliendo le costanti, oltre a notare come il termine-chiave sia sempre in clausola (elemento peraltro altamente frequente nella poesia esametrica latina), noteremo che, anche in questo passo, esso venga ripreso e qualificato dal successivo carmen; la posizione della ricorrenza e ancora notevole, visto che si tratta della fine del libro Il e dell'intero componimento, una sorta di peroratio conclusiva, partecipata anche dal punto di vista retorico, e non a caso inserita ancora in una metaforica dell'oralita in esatta corrispondenza circolare con il proemio del libro I.

(15) Cosi mi pare di interpretare al meglio il senso del periodo, come a suo tempo Bellanger, rispetto invece a Tobin e Rapisarda che interpungono alla fine del v. 12 con un punto interrogativo.

(16) Gia segnalato anche dalla TOBIN, Orientii Commonitorium, cit., 22.

(17) Drance incama il modello tradizionale di chi, stando al sicuro (381: tuto tibi), e abile nel parlare ma di fatto inutile per risolvere la guerra, che al contrario richiede uiuida uirtus (386). Tale caratterizzazione e bene espressa sia dalla presentazione che ne fa il poeta per introdurre l'episodio (334-341), dove peraltro compare anche gloria in quinta sede (334: gloria Turni), come nel nostro testo, sia dal discorso di risposta di Tumo (378-444), che presenta una funzionale variazione lessicale e metaforica di terminologia relativa all'eloquenza comprendendo al v. 383 anche eloquium (tona eloquio -- solimm tibi), espressamente connotante come in Orienzio a proposito di Cicerone.

(18) La gloria derivante dall'eloquenza fine a se stessa caratterizza il mondo pagano, ma la necessita di utilizzarne le risorse per la diffusione del messaggio cristiano viene sintetizzata da Giovenco al termine della sua opera parafrastica in una formulazione in cui ritorna il riferimento alla gloria e alla lingua, sempre rispettivamente in quinta e sesta sede esametrica ma di due esametri successivi in una sorta di iperbato concettuale certamente non casuale: <<lucet mihi gratia Christi / uersibus ut nostris diuinae gloria legis / ornamenta libens caperet terrestria linguae>> (801-803).

(19) Agr. 38, 3: <<altissima et quam minime uentosa (seil. fornax)>>>; le altre attestazioni d'eta repubblicana sono nel carme 64 di Catullo (12 aequor e 59 procella) e in Lucrezio (6, 468 loca e 537 speluncae e poi 3, 299: <<an uentosa magis ceruorum et firigida mens est>>, dove forse assistiamo al passaggio a un uso metaforico dell'aggettivo).

(20) P. es. PRVD. ham. 437: <<uentosae ... famae>>; Avg. conf 4, 15, 26: <<insistebas uentosae ceruici meae>>; ord. 1, 10, 30: <<uentosae famae>>; ciu. 5, 20: <<uentosae gloriae>>; in psalm. 124, 1: <<in hoc saeculo felicitate falsa atque uentosa>>. Le occorrenze, soprattutto in senso metaforico, sono molto numerose in Agostino (ma totalmente assenti in Gerolamo, anche se il sintagma uerba uentosa 6 nella Vulgata, lob. 16, 3), che usa anche il grado superlativo (trin. 8, 7, 11) e perfino l'astratto uentositas (doctr. christ. 4, 6; in psalm. 122, 9; ciu. 4, 3; 5, 13; 9, 20; c. Cresc. 2, 36, 45; gest. Pelag. 30, 55): se uentosissimus e molto raro (prima attestato solo in CIC. fam. 11, 9, 1; LIV. 36, 43, 1; APVL. apol. 55), eon l'astratto assistiamo a un uso esclusivo, con la significativa eccezione di ISID. etym. 4, 7, 4: <<arteriae et uenae uentositatem ex resoluta humeetatione gignunt>>.

(21) Cf p. es. AVG. anim. 3, 4, 5: <<auditores tuos, quos ueris rebus aedificare debes, inani strepitu uentosi sermonis inflare>>.

(22) Doctr. Christ. 2, 60-61: cosi per via allegorica Agostino interpreta il problematico episodio della sottrazione di vasellame prezioso e tessuti agli egizi da parte degli ebrei in fuga raccontato in modo piuttosto laconico in due luoghi dell'Esodo (3, 21-22 e 12, 35-36). A suo tempo ho seguito il costituirsi di una tradizione ideologica ed esegetica a riguardo in <<L'oro degli Egizi: cultura classica e paideia cristiana>>, Athenaeum 80, 1992, 311-329.

(23) TOBIN, Orientii Commonitorium, cit., 14; l'indicazione compare poi anche nell'edizione di RAPISARDA del 1958, ad loc.

(24) Utile ed esauriente nella sua sintesi l'introduzione di CAVARZERE, Alberto (ed.), Cicerone, In difesa di Marco Celio, Venezia, 1987, pp. 9-53: in particolare 24-30.

(25) CIC. Cael. 45-46: <<fieri enim non potest ut animus libidini deditus, amore, desiderio, cupiditate, saepe nimia copia, inopia etiam nonnumquam impeditus hoc quicquid est quod nos facimus in dicendo, quoquo modo facimus, non modo agendo uerum etiam cogitando possit sustinere. An uos aliam causam esse ullam putatis cur in tantis praemiis eloquentiae, tanta uohtptate dicendi, tanta laude, tanta gratia, tanto honore, tam sint pauei semperque fuerint qui in hoc labore uersentur?>>.

(26) Sul valore ISID. etym. 10, 7: <<aequaeuus, ab eo quod sit alteri aequalis aeuo, id est coaetaneus>>. Il composto si trova a partire da Virgilio (Aen. 2, 561; 5, 452: passi puntualmente registrati da ONIGA, Renato, I composti nominali latini. Una morfologia generativa, Bologna, 1988) in contesti sempre carattefizzati da un livello retorieo volutamente medio-alto; negli autori pagani e elernento di lingua poetica (in Claudiano le oecorrenze sono sei), mentre e prevalentemente prosaieo nei cristiani (ma cfr. PLIN. nat. 16, 236; APVL. apol. 14;flor. 18 p. 36, 5; SYMM. orat. 3, 3).

(27) La situazione attuale e l'angolo visuale del cristianesimo consentono di rivisitare un orientamento ideologico riguardo all'evoluzione storiea e antropologica che --come e noto-- Lattanzio attribuisce per primo a Seneca il Vecchio, autore di una distribuzione in aetates delle ere di Roma (inst. 7, 15, 14) secondo un modello fatto proprio dalla storiografia d'eta imperiale e tardolatina (a partire da FLOR. epit. praef 4) e presente anche nei padri quando descrivono le eta della storia della salvezza (p. es. AVG. diu. quaest. 58, 2; ciu. 22, 30). E interessante notare che due tradizioni storiografiche o comunque di valutazione della storia umana, pagana e cristiana, risalgono nel modello biologieo a una matrice retorica rappresentata appunto da Seneca padre, e che tale tradizione trova naturale alimento soprattutto nella Gallia di Orienzio segnata pesantamente dall'attualita barbarica.

(28) Enunciati di decisa rilevanza paremiologica, che mostrano la diffusione dell'idea a prescindere dall'ideologia, rispettivamente dai Carmina Latina epigraphica (485, 5; 486, 3; 803, 2; 1004, 3) e da SEN. epist. 24, 20.

(29) Mi affido agli studi e alla datazione proposta da SANTANIELLO, Giuseppe (ed.), Paolino di Nola, Le lettere, 2 voll., Napoli-Roma 1992. La lettera in questione e la prima delle tre scritte ad Apro: per il contesto e la valutazione di esse vd. il classico FABRE, Paul, Paulin de Nole et l'amitie chretienne, Paris, 1949, pp. 190-195.

(30) I testi letterari documentano per adplico la duplice reggenza semplice (dativo), come nei casi che stiamo esaminando, e preposizionale (ad e accusativo) senza apparenti differenziazioni e per tutta la latinita. La permanenza della seconda nelle lingue cosiddette romanze potrebbe comunque suggerire una maggiore letterarieta di quella col dativo, o perlomeno un progressivo disuso di essa nel sermo cotidianus o nella lingua di comunieazione.

(31) Basterebbe, credo, osservare la ripresa da parte di Paolino e di Orienzio di questo sintagma per autorizzare ton un decisivo argomento di Fortleben la preferenza espressa per via stemmatiea dagli editori per la variante manoscritta omnis rispetto a omnes tramandato dal codice Montepessulanus (secc. XII-XIII) e dai testimoni dalla famiglia [beta] (secc. XIV-XV) dell'epistolario di Paolino.

(32) Le prime attestazioni sono rappresentate da Ov. am. 3, 7, 62 (praemortua membra) e epist. 8, 117 (praemoriar) e da LIV. 3, 72, 5 (praemortui ... pudoris). In assoluto, la forma nominale del participio passato e senz'altro di gran lunga pio attestata rispetto alle forme finite.

(33) p. es. FIRM. math. 1, 8, 6: <<in maternis uisceribus immaturafestinatione praemoritur>>; MACR. comm. 1, 6, 67; ENNOD. carm. 2, 117, 8 = 325 V. e epist. 7, 29 = 342 V.: <<coniugepraemorior>> (in entrambi i casi si tratta di secondo colon di pentametro).

(34) Inaltri autori tale valore traslato si spiega pio concretamente per effetto della senectus: p. es. PLIN. nat. 7, 168: <<hebescunt sensus, membra torpent, praemoritur uisus, auditus, incessus, dentes etiam>>; HIER. epist. 10, 2, 3 ; 23, 4 (il riferimento parallelo ai due luoghi di Gerolamo si trova in verita gia in BIANCO, <<Il Commonitorium di Orienzio>>, cit., 38 n. 10). Nello specifico, interessa segnalare lo stesso valore anche in PS.QVINT. decl. 12, 7. In altri casi e la malattia a provocare la <<morte anticipata>>: SVET. gramm. 3, 3; SVLP. SEV. Mart. 16, 2 e 4 (e cf PAVL. PETRIC. Matt. 6, 168); HIER. in Am. lib. 2, praef 1. 23.

(35) Vd. p. es. VERG. Aen. 10, 536: <<oranti ... applicat ensem>>; 12, 303: <<terrae applicat ipsum>>; Ov. met. 7, 223: <<regionibus adplicat angues>>; GERM. 478-479: <<polo ... non applicat unquam / candentis currus>>; MANIL. 3, 615: <<decimam tribuit applicat auctis>> ; SIL. 14, 318: <<muris pacatas applicat undas>>.

(36) P. es. VERG. Aen. 1,616: <<quae uis immanibus applicat oris>>; Ov. fast. 1,543: <<boues illuc Erytreiads applicat heros>>; Hor. carm. 3, 11, 7-8: <<quibus obstinatas /adplicet auris>>, e saec. 71-72: <<uotis ... amieas / adplicat auris>> (si tratta in entrambi i casi dell'adonio finale di strofe saffiea, e quindi comunque ritmo esametrico).
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Title Annotation:texto en italiano
Author:Gasti, Fabio
Publication:Voces
Article Type:Ensayo critico
Date:Jan 1, 2007
Words:9000
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