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Non la solita zuppa. Le parole del cibo nella classe di italiano.

Abstract: Il successo internazionale della gastronomia italiana e la conseguente diffusione dei suo vocabolario alimentare consentono agli insegnanti di italiano di poter usufruire di un materiale non solo culturalmente ricco, ma anche estremamente motivante per gli studenti che verso il cibo dimostrano sempre molto interesse e curiosita. Tutto cio si presenta come una grandissima occasione formativa che e ancora troppo poco valorizzata nelle classi di lingua in cui ci si limita spesso all'introduzione di un vocabolario omologato, si confida nella seduzione di immagini di piatti tradizionali, e ci si affida alla semplicistica e semplificata confezione di ricette per presentare magari qualche contenuto grammaticale. Il presente intervento si propone, invece, di sottolineare l'importanza delle parole dei cibo, di mettere al centro il loro aspetto semantico, morfologico e pragmatico come valido strumento per raccontare quelli che sono i tratti specifici e le caratteristiche proprie della tradizione e della cultura italiana.

Keywords: Cibo, cultura, lingua.

Introduzione

Che l'alimentazione non sia semplicemente fonte di energia e sostentamento per l'organismo, ma anche linguaggio, vale a dire un insieme di segni capace di raccontare usi e comportamenti umani, un sistema di pensiero attraverso il quale gli uomini immaginano e interpretano il mondo che li circonda, e una verita oramai acquisita grazie ai numerosi studi di semiotica e antropologia che hanno seguito principalmente le intuizioni di Roland Barthes e Claude Levi Strauss (Marrone 15-23). Il cibo e pero anche lingua oltre che linguaggio (1), un complesso di nomi, modi di dire, varianti verbali (Beccaria 25) che esprimono idee, tradizioni, consuetudini e contengono in se il sapore unico della civilta che li ha prodotti. Le parole dei cibo e della cucina, che del cibo e elaborazione, rimandano alla storia, ai saperi, al carattere di un Paese ed offrono cosi, a chi sia impegnato nella promozione di una lingua e cultura straniera, la possibilita di disporre 'naturalmente' di uno strumento efficace ed immediato, tanto per indicare l'origine e l'originalita di un piatto, quanto per descrivere i gusti e le abitudini gastronomiche ed esprimere le idee e i valori di una comunita.

Se e vero che ogni lingua dispone di un piU o meno ricco serbatoio di materiale linguistico legato aU'alimentazione, e indubbio che quella italiana occupi, da questo punto di vista, una posizione di assoluto prestigio. La straordinaria ricchezza della nostra tradizione culinaria ha, infatti, prodotto (e continua a produrre) termini, espressioni, locuzioni verbali che in molti casi, esulando dall'ambito propriamente alimentare, sanno di per se rendere conto in maniera diretta ed efficace di problematiche di ordine antropologico, sociale, economico, politico, religioso (Partesotti, Tosi 18).

L'immagine dell'Italia all'estero e intimamente (ed oggi anche principalmente) legata all'idea che gli stranieri hanno del nostro cibo, modello assoluto di unanime apprezzamento. II successo internazionale della nostra gastronomia (2) e la grande diffusione di conseguenza del nostro vocabolario alimentare consentono agli insegnanti di italiano di poter usufruire di un materiale non solo culturalmente ricco, ma anche estremamente motivante per gli studenti che, verso il cibo, dimostrano sempre molto interesse e curiosita. Tutto cio si presenta come una grandissima ed impareggiabile occasione formativa che e ancora troppo poco valorizzata nelle classi di italiano all'estero in cui ci si limita spesso all'introduzione di un vocabolario omologato, si confida nella seduzione di immagini di piatti tradizionali, e ci si affida alla semplicistica e semplificata confezione di ricette per presentare, magari, qualche contenuto grammaticale. Il presente intervento si propone invece di sottolineare l'importanza delle parole del cibo, di mettere soprattutto al centro il loro aspetto semantico, morfologico e pragmatico come valido strumento per raccontare quelli che sono i tratti specifici e le caratteristiche proprie della cultura del nostro Paese. Nelle pagine che seguono non verranno proposte attivita didattiche o esercizi specifici per l'acquisizione del vocabolario alimentare (3), ma si cerchera di dar risalto alla straordinaria ricchezza e varieta della lingua del cibo, mezzo validissimo a disposizione degli insegnanti per una adeguata, produttiva e stimolante educazione linguistica e culturale.

Gli italianismi e pseudo-italianismi

Se i cultori della lingua italiana lamentano spesso l'eccesso di anglicismi nel nostro lessico, per quanto riguarda il settore culinario e invece l'italiano a insidiare l'inglese. Negli ultimi anni il rinnovato successo della nostra tradizione alimentare ha trascinato infatti con se un gran numero di nuovi termini che, a differenza di quanto poteva awenire fino a qualche tempo fa, sono stati accolti nella loro forma originaria, piuttosto che subire alterazioni morfologiche (Pinnavaia 17). Segno evidente questo che, come scrive Beccaria, il prestigio della nostra cucina da prestigio anche ai nomi che la definiscono (25). Risulta di conseguenza incomprensibile come i manuali che si propongono, appunto, la diffusione della lingua e cultura italiana non dedichino a questo aspetto lo spazio che merita, dimostrando in questo modo di non cogliere in fondo il potenziale formativo che le parole dei cibo contengono di per se.

Prima ancora di iniziare a studiare italiano i nostri studenti posseggono un nutrito vocabolario alimentare di cui non sono pero pienamente consapevoli. Se certo sanno indicare l'origine di sostantivi quali pizza, spaghetti e cappuccino, forti dubbi nutrono invece se messi di fronte a parole quali barista, latte, frittata e decine di altre "new entries" che pure fanno piU o meno parte, oramai, di certo lessico quotidiano. Informarli di questa ricchezza lessicale significa non solo renderli consci, con loro sorpresa e soddisfazione, delle tante parole italiane che gia formano il loro vocabolario, ma soprattutto metterli al corrente in maniera concreta dell'autorita e autorevolezza della nostra lingua alimentare che va di pari passo con il successo e prestigio della nostra cultura gastronomica.

Da questo punto di vista tanto e il credito riconosciuto all'Italia e all'italiano che oggi non solo non si traducono o adattano piU i termini che accompagnano le pietanze della nostra tradizione (si pensi a farro, carpaccio, panettone, ad esempio), ma addirittura si assiste al fenomeno contrario che vuole l'abbandono di caichi, di riproduzioni piU o meno fedeli per recuperare direitamente l'originario italiano. Parinigiano si e completamente dissociato dal termine "parmesan", cosi come tutti i nostri formaggi, svincolatisi dal generico "cheese" a cui si legavano come aggettivi in funzione attributiva, hanno anche grammaticalmente riconquistato credito tornando ad essere sostantivi sufficienti a se stessi (da mozzarella cheese a semplice mozzarella, da pecorino cheese a semplice pecorino, ecc.). Se poi nuovi pseudo-italianismi continuano ad essere oggi coniati, si tratta di soluzioni lessicali "create ad arte per la clientela attratta dall'italianita culinaria" (Marcato 157) e non piU certamente di formazioni "obbligate" per sopperire alio scarso rilievo del prodotto alimentare e dell'originale nome italiano. Insomma, il sapore della nostra lingua sembla oggi di per se capace di evocare chi sa quali fantasie del gusto negli amanti della nostra cucina. E esattamente questa, ad esempio, la strategia della catena Starbucks che, oltre ad aver ripreso in toto il vocabolario italiano del caffe e derivati, si e inventata un termine corne frcippuccino, combinando frappe e cappuccino (4), proprio perche venisse percepito come italiano e di conseguenza come italiano identificato il prodotto a questo associato (Lanzillotta 79). Ritenuti italiani dai parlanti anglofoni, i falsi italianismi sono indubbiamente indice del prestigio attribuito alla nostra sapienza gastronomica (Perissinotto 265). Tutto cio e prova eloquente, come scrive la giornalista Elisa Chiari, "che l'italiano in fatto di cibo fa cultura e pure marchio" (2015).

Conviene allora ricordare ai nostri studenti come la passione per il nostro cibo trascini con se anche degli effetti collaterali negativ! che costano molto all'Italia. Il riferimento e innanzitutto al diffusissimo fenomeno conosciuto come "Italian sounding", cioe a tutta quella serie di prodotti alimentad spacciati come italiani grazie, appunto, a dei nomi fasulli dal suono apparentemente italiano. Puroliva, Belgioioso, Pomidoro, Capocolla, per citarne solo alcuni, vere e proprie parole dei cibo contraffatte come la merce che identificano. Un problema certamente economico e di immagine per l'Italia (5), ma anche di carattere linguistico che puo trovare vera risoluzione solo se ad un'operazione giuridica se ne affianca una di natura culturale, promuovendo correttamente la nostra cultura gastronomica all'estero.

Gli insegnanti di lingua, sono chiamati a cogliere tutte le occasioni che le parole del cibo offrono. Una particolare attenzione e una seria riflessione sugli italianismi e gli pseudo-italianismi, piuttosto che una semplice memorizzazione di termini standard, rendera gli studenti consapevoli di cio che si puo o no definire italiano, li aiutera a comprendere come il cibo si leghi al territorio, a tradizioni locali non immediatamente esportabili, come in fondo i generi alimentari non siano semplicemente prodotti culinari da assaporare con il palato, ma anche "una realta squisitamente culturale" (Montanari 2007: 129).

Gli italianismi legati al cibo, oramai diffusi in moltissime lingue straniere, non sono solo prestiti di necessita venuti a colmare vuoti semantici e lessicali, ma anche dei veri e chiari segnali di quella autorevolezza che ovunque si riconosce all'Italia in campo alimentare e gastronomico. Questo fenomeno e tanto piU evidente quando i termini italiani superano una concorrenza onomasiologica (Cherchi, Seno Reed 71). Se oggi ham (e neppure cured ham) non e piU sentito in grado di indicare il nostro prosciutto, se gelato ha conquistato piena autonomia rispetto ad ice cream ed entrambe le voci sono, di diritto, entrate nei vocabolari inglesi, significa che diffusa e oramai la consanevolezza

che si tratti di due cose completamente diverse e che il termine inglese non possa rendere giustizia al prodotto italiano. Perche allora ignorare questa chiara percezione che fa certamente parte dell'esperienza dei nostri studenti? Perche non partire magari proprio da qui per awiare una lezione sulla nostra tradizione ed esperienza alimentare? Purtroppo non vengono di certo in aiuto agli insegnanti le indicazioni dei manuali in commercio che continuano a traduire prosciutto e gelato ((6)), senza offrire occasione di riflessioni linguistiche e gastronomiche. Siamo di fronte a un grave errore intellettuale piU che ad una disattenzione lessicale che rischia persino di ridimensionare, agli occhi dei nostri studenti, quel valore e prestigio che l'opinione pubblica attribuisce oramai unanimemente al sapere alimentare italiano.

Il limite delle traduzioni

Nei corsi di italiano, se non si tratta di classi di livello avanzato, l'apprendimento del vocabolario si arresta, secondo quelle che sono le quattro fasi della conoscenza delle parole indicate da Nation, alla forma e alla posizione (1990; 2001). Della parola quindi si insegnano la grafia e la pronuncia (la forma) e la funzione grammaticale/sintattica che riveste all'interno della frase (la posizione), trascurandone invece gli usi in riferimento al contesto comunicativo (la funzione) e tutta quella serie complessa di relazioni con altri termini appartenenti alio stesso campo semantico attraverso i quali e possibile definirne il significato (il significato appunto). Anche i materiali didattici di supporto non sono di grande aiuto in questo senso. Molto spesso, questi si limitano a fornire dei vocaboli italiani i corrispettivi nella lingua madre dello studente e a produrre una serie di esercizi mnemonici e a carattere morfosintattico generalmente di tipo decontestualizzato che non attivano, sempre usando lo schema di Nation, le ultime due fasi del processo di apprendimento, vale a dire la funzione e il significato.

Possedere veramente una parola non significa semplicemente memorizzarla e conoscerne la traduzione, ma essere in grado di usarla correttamente in rapporto al contesto comunicativo, essere consapevoli del senso, delle sfumature connotative, dei rapporti che la parola ha con altri termini dello stesso sistema linguistico. Una vera competenza lessicale puo svilupparsi gradualmente solo attraverso attivita didattiche centrate sulla contestualizzazione e grazie al supporto di una riflessione sulla lingua che superi i confini fonetici e morfologici, per entrare nel campo della semantica dove la parola acquisisce peso specifico, facendosi portavoce di storia, tradizioni, aspettative, modi di sentire che differiscono da una lingua all'altra.

Se molte delle voei dei cibo (ingredienti, prodotti alimentad, pietanze) in quanto unita monosemantiche (rinviano cioe a dei concetti corrispondenti sia nella lingua LI che L2) possono essere anche assimilate attraverso la traduzione (pensiamo a cipolla/onion, zucchero/sugar, macedonia di fnitta/friiit salad), molti vocaboli invece che fanno riferimento all'esperienza del cibo sono fortemente connotad e semanticamente ricchi ed hanno bisogno, quindi, di essere contestualizzati per meglio definirne il significato. La semplice traduzione in questi casi non e solamente insufficiente, ma rischia di essere addirittura deviante perche l'unita lessicale che attiva nella mente del discente il concetto corrispondente non e quella della L2, ma quella della lingua madre (Cardona 5) (7). Uno studente americano, ad esempio, e in grado facilmente di memorizzare il termine merenda, ma il concetto, cioe l'aspetto semantico che a questo attribuisce e quello di snack e non quello proprio del vocabolo italiano. Accade, quindi, che la memoria semantica costruita sull'esperienza dei discente carichi la parola straniera di significati che probabilmente non le appartengono (o non le appartengono interamente), vanificando alio stesso tempo quelle sfumature di senso, quegli aspetti connotativi che le sono propri. Se merenda, in fondo, come indicano tutti i manuali e vocabolari, puo anche tradursi con snack, non 'significa' pero snack, perche i contenuti semantici che a questa si associano non sono trasferibili.

Non e certamente facile presentare situazioni comunicative adeguate al livello di conoscenza della lingua in grado di sviluppare naturalmente, accanto ad una competenza morfosintattica, una nuova consapevolezza semantica. PiU poi il vocabolo e semanticamente complesso, piU e lungo e non sempre possibile il processo di apprendimento attraverso un approccio puramente comunicativo. Se non e quindi corretto, per riprendere l'esempio precedente, rendere conto di tutti i significati che si legano alla merenda con la semplice traduzione snack, non sono forse neppure sufficienti a questo fine tutta una serie di esercizi ed attivita contestualizzate tante sono le dimensioni--storica, agogica, aspettuale, narrativa, ecc.--e complesse le relazioni con parole dello stesso campo semantico (merendina, merendino, spuntino, boccone, stnzzichino e persino l'inglese snack, oramai entrato a pieno diritto nell'italiano) (8). Occorre quindi coadiuvare il vocabolario con note culturali ed esplicative anche nella lingua del discente per condurre lo studente attraverso una riflessione meta linguistica ad acquisire una nuova consapevolezza semantica.

Sono tante le parole del cibo che comunicano tradizioni, retaggi storici, contenuti socio-culturali, modi di pensare propriamente italiani che nessuna traduzione e capace di restituire. Pensiamo ad un termine come avanzi che, come conferma l'etimo, non e semplicemente cio che resta del pranzo o della cena, ma anche quanto si puo metiere da parte per poter poi essere riutilizzato in cucina, letteralmente "rifatto" e riportato in tavola come cosa nuova, appetitosa. Ecco come in una parola si condensa tutta la cultura della prevenzione e del recupero che e propria della tradizione gastronomica italiana e non trova confronto in altra lingua. O ancora, per fare un altro esempio, consideriamo colazione (prima e seconda) e riflettiamo sul suo significato originario di mettere assieme e condividere. Anche in questo caso il vocabolo e di per se in grado di rivelare quell'intimo legame che esiste fra l'assunzione del cibo e la compartecipazione, dove il bisogno nutrizionale e persino il godimento delle pietanze e secondario rispetto al piacere di ritrovarsi e di conversare. In una prospettiva contrastiva tutto cio offre agli insegnanti di italiano la possibilite straordinaria di trasmettere cultura in modo efficace e motivante, un'occasione spesso disattesa perche cio che si chiede alio studente, particolarmente nei livelli base ed intermedi, e in fondo semplicemente la memorizzazione dei vocaboli e l'associazione con il termine corrispondente nella lingua madre.

Sono soprattutto le espressioni idiomatiche a presentarsi come entita estremamente significative da un punto di vista culturale, eppure per propria natura difficilmente traducibili perche ad un significante fisso si abbina un significato non composizionale (Casadei 1994, 61; 1995, 335), cioe che non corrisponde alla somma dei significati del suoi componenti. Anche relativamente alle locuzioni idiomatiche la lingua italiana presenta una ricchezza straordinaria quando si entra in campo alimentare a dimostrazione di come il cibo sia stato e sia tuttora per gli italiani il terreno semantico privilegiato per evocare sensazioni, desideri, pensieri, valori.

L'apprendimento di queste espressioni e aspetto centrale nello sviluppo della competenza lessicale, sia per l'uso frequente che ne viene fatto nel parlato di tutti i giorni, sia perche condensate di idee incomunicabili con la stessa forza ed efficacia in altro modo. Si tratta owiamente di materiale didattico di non facile gestione, ma estremamente formativo e stimolante perche rimanda ad esperienze di vita quotidiana, a credenze popolari, ad usi e costumi di una comunita. Si pensi solo a titolo di esempio a tutti quei modi di dire legati al pane in grado di comunicare il senso di una cultura storicamente fondata su questo alimento primario, ancor oggi considerato cibo essenziale, bene quotidiano dalla stragrande maggioranza degli italiani (9); o ancora alle tante formule che ricorrono a cereali, ortaggi, legumi, a testimonianza di un regime alimentare povero, piU che di un'alimentazione mediterranea, a cui molti sono stati costretti fino a non troppo tempo fa.

Per trasmettere cultura non occorre necessariamente presentare in classe idiomi opachi, espressioni eccessivamente ambigue che disorienterebbero certamente gli studenti. Assolvono bene a questo compito quelle locuzioni che Burger chiama "Teil-Idiome" (30), owero forme solo parzialmente idiomatiche che consentono facile accesso al loro significato proprio perche conservano sempre tracce del loro valore letterale. E fra queste sono da preferire, almeno ai livelli piU elementan, le composizioni comparative (buono come il pane, coperto come una cipolla) decisamente piU comprensibili rispetto alie costruzioni metaforiche da presentare invece a livelli piu avanzad.

In ogni modo, quando si introducono in classe forme idiomatiche, la contestualizzazione deve rimanere centrale perche e proprio grazie al contesto che se ne puo dawero cogliere la forza espressiva, gustare i significati figurad, comprendere il registro e l'ambito d'uso: tutti elementi, questi, altrimenti intraducibili soprattutto quando, come nel caso dell'inglese e angloamericano, mancano degli esatti corrispondenti agli idiomi italiani.

Siamo di fronte, ancora, ad un materiale copioso e pedagogicamente rivelante a cui pero non sempre viene dato il giusto credito e di cui spesso si sottovaluta l'efficacia formativa. Le espressioni idiomatiche del cibo (ma il discorso vale anche per tutti gli altri campi lessicali), a meno che non si tratti di serie verbali obbligate contrastanti (avere fame / to be hungry; fare colazione / to have breakfast ecc.) hanno infatti pochissimo spazio nei materiali didattici in commercio e, quando compaiono, vengono per lo piU riportate e tradotte come note di colore, postille divertenti (essere un salame; avere una fame da lupo) al di fuori del loro contesto, senza approfondimenti, elementi essenziali per coglierne gli aspetti sociolinguistici, le sfumature di senso e la funzione pragmatica.

Al cibo si legano owiamente anche esperienze universali, sensazioni che non sono esclusive di un popolo o di una nazione, ma appartengono ad un comune sentire. Chi non ha, infatti, mai provato quella sonnolenza che segue un lauto pasto? Chi non conosce quel leggero senso di colpa che ci accompagna quando si eccede nel mangiare e nel bere? Eppure anche in questo caso sembra che sia proprio l'italiano a disporre di un vocabolario specifico adatto ad esprimere in maniera diretta ed efficace queste condizioni del corpo e della mente. Ci vengono incontro lessemi come abbiocco, stravizio, gozzoviglia, tutte espressioni che non hanno un corrispondente lessicale in altra lingua e che, generalmente, vengono volutamente tralasciate perfino dai dizionari bilingue proprio perche ritenute intraducibili (Farina 55). Ogni lingua organizza concettualmente la realta in modo unico, ha quindi le sue espressioni intraducibili attraverso le quali trasmette sensibilite, attitudini, tradizioni proprie. In materia di cibo l'italiano dimostra ancora una volta una ricchezza impareggiabile che dovrebbe essere messa a profitto in classe per innescare riflessioni metalinguistiche necessarie ad un'esperienza formativa che voglia essere motivante e alio stesso tempo illuminante.

Varieta

Il lessico della cucina italiana e caratterizzato da una straordinaria varieta legata in primo luogo all'impareggiabile contributo che i dialetti hanno dato alia lingua nazionale. Se di questo fenomeno non si ha forse piU piena consapevolezza perche quelli che erano una volta prodotti propri di una realta locale sono oramai diffusi su tutto il territorio nazionale, forte tuttavia rimane il legame con i luoghi di origine e il vanto delle diverse comunita di provenienza. Si possono infatti assaggiare tortellini ovunque, ma non avranno mai il gusto di quelli bolognesi, come il risotto fatto a Roma, a Firenze o a Napoli non potra mai competere con l'originale milanese. Ogni "campanile" rivendica con orgoglio i propri prodotti, le proprie specialita culinarie; li celebra con manifestazioni culturali, fiere promozionali e gli dedica giorni di festa che ogni anno richiamano migliaia e migliaia di buongustai e turisti. La valorizzazione della dimensione territoriale del cibo, come scrive Massimo Montanari, e "il segno di un attaccamento antropologico alla tradizione, che il cibo dell'industria puo occultare ma non cancellare" (2010, 73-74). Infatti, se la produzione industriale e la grande distribuzione hanno contribuito a rendere italiani nel nome i grissini, l'ossobuco, la piadina, lo stracchino, la loro sostanza rimane ancora fortemente regionale, cosi come il loro sapore al palato e nella mente degli italiani.

Accanto agli originari dialettalismi esiste poi la straordinaria ricchezza dei geosinonimi che si lega al cibo, alla sua preparazione e consumo, una caratteristica propria della lingua italiana. Le opzioni lessicali a disposizione per indicare la stessa cosa sono quasi sempre piU di due e variano in relazione aile aree geografiche. Non solo il singolare amore per il caffe si traduce in varianti linguistiche che esprimono gusti e preferenze (il caffe piace ristretto, macchiato, corretto; si consuma al banco o seduti; si sorseggia in tazzina o tazza grande, e perfino nel vetro), ma addirittura le stesse varianti a loro volta presentano delle opzioni legate al territorio. Il caffe lungo che si beve in gran parte dell'Italia, diventa infatti alto se ci spostiamo nel florentino, lento a Catania, allungato a Cagliari e mollo a Genova (D'Achille, Viviani 424). Persino la pasta, bene comune a tutta la nazione, come ricorda l'Accademia della Crusca (10), si butta, si cala, si getta, si versa, si mette o si immerge a seconda di dove ci si trovi; e l'uso di una forma non sempre esclude un'altra perche possono esserci oscillazioni perfino all'interno di uno stesso territorio o citta.

Il lessico gastronomico italiano, nonostante la globalizzazione, rimane dawero un mosaico di forme e colori incomparabile (Beccaria 12), capace di rappresentare meglio di ogni altro campo semantico ancora la pluralita degli ambienti geografici, storici, culturali del nostro Paese. Con la sua eterogenea ricchezza costituisce di per se una naturale resistenza alla diffusa omologazione del gusto, e segno palese del desiderio che gli italiani hanno di mantenere e rivitalizzare tradizioni locali, di specificare le particolarita identitarie delle diverse comunita (Batinti, Lamanna, Manili 135-140). Cio costituisce certamente un'opportunita da sfruttare in una prospettiva di didattica linguistica. Lo studente puo familiarizzare, infatti, con il lessico del cibo, ma anche imparare a legarlo ad un'area geografica, alle sue peculiarita ambientali, alle sue specifiche caratteristiche socioculturali e cogliere cosi il sapore dei miti, dei riti, dei folclore che sempre al cibo si associa (11).

Invenzione e fantasia

Se il nome di un prodotto o di una pietanza e facile da intuire e spiegare quando riproduce fedelmente il luogo di origine (pensiamo a tanti nomi di formaggi e vini: gorgonzola, asiago, chianti), ha uno stretto legame con il procedimento di preparazione (mozzarella da mozzare, tagliatelle da tagliare, ecc.) o con la forma dell'alimento (pensiamo ai nomi di pasta, farfalle, orecchiette, anellini, ecc.), diventa invece ambiguo quando manca un'attinenza diretta con il cibo che identifica. Entriamo in questo caso nel campo dell'invenzione verbale dove la fantasia si sbizzarrisce creando termini gustosi e godibili, almeno quanto i piatti che rappresentano. Nomi strani, eccentrici, talvolta scurrili arricchiscono, infatti, la tavola degli italiani e con liberta e pungente irriverenza ci dicono come attraverso il cibo si possano anche esprimere sogni e raccontare frustrazioni. Tutto sempre pero all'insegna del gioco e dello spasso, come se anche il cibo parlato fosse di per se appetitoso e le parole dei cibo--in mancanza probabilmente di altro da mettere nel piatto --capaci di soddisfare gli appetiti, anche i piU inaccessibili. Entrano allora in gioco preti (boccon dei prete, strozzapreti), monache (cosce di monaco), animali (felino, lingue di gatto) e soprattutto parti erogene dei corpo umano (cazzetti, palle del nonno, tette di vergine) ad indicare prodotti e pietanze che traducono un'origine popolare e trascinano con se il vissuto e l'esperienza, oltre a dimostrare la non comune inventiva italiana che nasce nell'incontro fra il dire e il mangiare. Di questo accattivante materiale non si trova pero ancora alcuna traccia nei manuali, non se ne fa uso in classe. E vero, non tutti sono piatti e alimenti diffusi sull'intero territorio nazionale, non tutti hanno fama internazionale (che dire pero degli spaghetti alla puttanescal), ma la loro forza espressiva, il riferimento semantico a campi spesso off limit incontrerebbero naturalmente il gusto degli studenti, come la forza connotativa di tale vocabolario permetterebbe loro di entrare dentro la storia, la sensibilite, l'immaginazione dello spirito italiano.

Conclusione

E un quadro dawero variegato e stimolante quello del lessico alimentare, eppure troppo spesso sottovalutato o mal utilizzato nell'insegnamento della lingua italiana. Le parole del cibo, con tutte le loro sfumature e connessioni, possono facilmente offrire ai nostri studenti non semplicemente un sapere terminologico, ma consapevolezza culturale di usi, costumi, valori, spesso molto lontani dalla propria esperienza di vita. Un corredo ricco e complesso dal punto di vista storico e funzionale che i docenti dovrebbero utilizzare in classe per fare del cibo uno strumento di vera acculturazione e non banalizzarlo nelle semplificazioni stereotipate che proprio incontrando le attese degli apprendenti non aggiungono niente da un punto di vista della conoscenza linguistico-culturale.

SAMUEL GHELLI

York College--CUNY

NOTE

(1) Si fa spesso confusione quando si parla di linguaggio e di lingua considerando i due termini intercambiabili. In linguistica, invece, la distinzione e piuttosto netta. Per semplificare si intende con "linguaggio" la facolta generale di esprimere, rappresentare e comunicare mediante sistemi di segni, mentre con "lingua" si intende un insieme di convenzioni fonetiche, morfologiche, sintattiche e lessicali che regolano gli atti linguistici all'interno di una comunita etnica, politica o culturale.

(2) Se negli anni la presenza di cibi tradizionali italiani (pasta, pomodoro, olio, ecc.) si e consolidata radicalmente sul mercato internationale, a conquistare oggi l'attenzione dei consumatori stranieri sono sempre piU i prodotti di alta qualita, tanto che circa uno su cinque degli alimentan venduti all'estero e DOC, DOCG, DOP, o IGP, come certificano i dati dell'Osservatorio Immagino Nielsen relativi al 2017. Sorprendentemente si assiste anche alla crescita dell'esportazione di quei prodotti che un tempo erano appannaggio esclusivo di altre nazioni. Si commercializzano, infatti, oramai al di la dei confini nazionali, anche birra e caviale Made in Italy facendo grandi fatturati persino in quei Paesi che ne sono tradizionalmente produttori.

(3) Per una corretta formulazione di attivita didattiche si rinvia in particolar modo aile indicazioni di Paolo Balboni (2008).

(4) A questo proposito si veda l'interessante intervento di Massimo Vedovelli (2005).

(5) Il fenomeno, che fattura oltre 60 miliardi di euro, e diffuso ovunque ed e particolarmente presente nel Nord America, dove sono falsi due prodotti alimentari su tre. Tutto cio rappresenta una seria minaccia per il sistema economico italiano e rischia di mettere a repentaglio l'immagine del Made in Italy diffondendo come italiani alimenti di dubbia qualita.

(6) E questo il caso, ad esempio, del diffusissimo Prego! An Invitation to Italian che, anche nell'ultima edizione, oltre ad insistere inutilmente su cured hum e ice cream, traduce persino gnocchi con dumplings. Soprende poi davvero come gli autori sentano ancora il bisogno di indicare che cosa sia il tiramisu ("ladyfingers soaked in espresso and layered with cream cheese") e la bruschetta ("toasted bread seasoned with garlic, olive oil, and salt, or with diced tomato"), specialita italiane che tutti gli studenti forse non pronunciano bene, ma conoscono benissimo.

(7) Le riflessioni di Cardona si basano essenzialmente sul modello della memoria bilingue proposto da Kroll e Sholl (1992).

(8) Si vedano in proposito alla semantica della merenda le osservazioni di Montanari (2009,166-168) e Marrone (237-244).

(9) La quasi totalita degli italiani, nonostante la crisi dei consumi, l'attenzione al regime dietetico e le abitudini alimentari sempre caratterizzate da tempi molto ristretti, non rinuncia al pane fresco e artigianale, quello acquistato nel forno sotto casa, nei negozi di alimentari o al banco del supermercato.

(10) A tal proposito si rimanda all'articolo di Maria Cristina Torchia pubblicato dall'Accademia della Crusca il 2 dicembre 2011: www. accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/ domande-risposte/pasta-si-cala-si-butta

(11) Accanto a questa straordinaria ricchezza che e frutto, paradossalmente, di una tendenza conservativa, il vocabolario alimentare italiano si avvale anche dell'apporto di numerosi forestierismi. E non si tratta solo dei francesismi legati al prestigio e all'influenza che la cultura d'oltralpe ha avuto nella cucina pre-artusiana, ma di tutta una serie di nuove entrate, prestiti integrali, specialmente di provenienza anglo-americana (Adamo 34) direttamente legati al mito d'oltreoceano che ha in parte modificato le abitudini alimentan ed il linguaggio dei piU giovani, tanto che per mettere un freno a queste cattiva condotta si e persino pensato di coniare l'italianissimo sloio-food (Frosini 29). Si tratta per lo piU di slogan accattivanti, quasi sempre non necessari (nella maggior parte dei casi infatti non vengono a colmare vuoti lessicali, ma si sovrappongono a espressioni italiane equivalenti), ma amati dai giovani che a differenza dei piU adulti sentono il desiderio anche attraverso la lingua del cibo di staccarsi dalle tradizioni, uniformandosi ai modelli che provengono dall'estero dove in molti casi sperano persino di potersi trasferire per poi rimpiangere, come le inchieste dimostrano, la cucina italiana. Dei moderni Nando Mericoni in fondo, che nonostante il grande fascino della cultura d'oltreoceano, non sanno resistere alia leggendaria "provocazione" del piatto di spaghetti a cui cede l'italianissimo personaggio interpretato da Sordi in Un americano a Roma.

OPERE CITATE

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Title Annotation:using food as a cultural method to teach Italian language; text in Italian
Author:Ghelli, Samuel
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Mar 22, 2018
Words:5527
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