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Nievo al cospetto di Napoleone: condanna etica e razionalizzazione storica della violenza napoleonica nelle Confessioni d'un italiano.

1. La posizione duplice di Nievo-Carlino verso la violenza napoleonica In questo saggio intendo mostrare l'atteggiamento bifronte di Nievo, espresso mediante il suo alter-ego Carlo Altoviti, narratore e protagonista delle Confessioni d'un italiano, nei confronti della violenza connessa alla campagna italiana di Napoleone, in coerenza con la sua ideologia laica, "fluida" (Introduzione 20)--cosi la definisce correttamente Pier Vincenzo Mengaldo--mobile e poco sistematizzata in scritti teorici, mettendo in luce fino a che punto per Nievo la violenza e un male necessario insito e connaturato in circostanze associate a rivoluzioni, guerre e battaglie, e quando invece si manifesta come intollerabile brutalita gratuita da parte di soldati che prendono a pretesto la deregolamentazione dei rapporti umani in battaglia per perpetrare atti barbarici a individui incolpevoli e inermi. Infatti, per un verso, in pagine di meditazione saggistica, Carlino ammette la presenza storica della violenza come male necessario da sacrificare sull'altare della rivoluzione in nome dell'alto obiettivo finale della liberta del popolo, conseguibile col raggiungimento dell'Unita d'Italia. In quest'ottica si puo dire che Nievo giustifichi la violenza come inevitabile strascico che la rivoluzione porta con se. All'incirca negli stessi anni dell'autore padovano, Marx e Engels esaltano la funzione rivoluzionaria della violenza e il primo teorizza, ne Il Capitale, la violenza come levatrice della storia che in alcuni casi diviene l'unico mezzo possibile per ottenere una societa migliore e piu equa (1, VII, XXIV). (1) Nondimeno, Nievo-Carlino condanna dal punto di vista etico gli atti violenti innecessari al raggiungimento dello scopo politico di una rivoluzione, rifiutando la teoria del cattolico Rene Girard della vittima sacrificale immolata agli dei della guerra e della machiavellica realta "effettuale" (Le Bouc emissaire, 1982; La Violence et le Sacre, 1972). (2)

La laica, immanente e--direi--politologica riflessione di Nievo sulla presenza della violenza nel reale scaturisce da un'onesta analisi storica che potrebbe costituire un severo monito per smascherare l'immorale postura dell'odierno mondo occidentale nel voler rimuovere la schiacciante presenza della violenza che guida i rapporti di forza del contesto geo-politico mondiale. Con questa denuncia la parte conclusiva del mio saggio prova ad ampliare il discorso sulla violenza nel mondo contemporaneo.

2. Un romanzo di rivoluzioni, guerre e battaglie

Le Confessioni d'un italiano di Ippolito Nievo (scritte nel 1858, pubblicate postume nel 1867) sono una vastissima opera ibrida che appartiene anche al genere del romanzo storico--precisamente parlerei di "romanzo storicocontemporaneo", come ha fatto Pier Vincenzo Mengaldo in Appunti di lettura sulle "Confessioni" di Nievo (465-518)--che narra ottant'anni di storia italiana dal 1775 al 1855. L'opera di Nievo ottempera, infatti, sia a un'istanza di tipo romanzesco sia a un'istanza di tipo storico, funzioni, queste, ben dichiarate mezzo secolo prima da Ugo Foscolo, autore cui certamente Nievo guardava come riferimento. Nel Saggio di novelle di Luigi Sanvitale, scritto nel 1803, Foscolo riflette sul genere del romanzo, rifiutando quello storico ritenendolo sostanzialmente un'archeologia del passato e sostenendo che il romanziere ha il compito di rappresentare "tutte le opinioni e tutti i costumi de' suoi tempi, tutte le passioni come sono modificate dalla fortuna e dalla rivoluzione de' governi", mentre la prerogativa dello storico sarebbe quella di "dipingere le nazioni e le loro forme" (263). Le Confessioni nieviane riescono ad assolvere entrambe le funzioni estetiche teorizzate dal Foscolo.

Centrale nel libro e il processo di liberazione dell'Italia. La scrittura del romanzo inizia, infatti, dopo una cocente sconfitta che aveva arrestato il processo risorgimentale italiano. (3) Una linea genealogica congiunge il 1789, anno simbolo della rivoluzione francese, e il 1848, data cruciale dei moti d'indipendenza europei. In questo sessantennio lungo e densissimo di storia vengono narrati episodi di guerra, rivoluzioni, battaglie, rivolte, combattimenti: l'avvento della rivoluzione francese, l'imperversare di Napoleone in Italia, i moti degli anni Venti e Trenta del XIX secolo, la guerra d'indipendenza greca dalla Turchia (intesa da Nievo come prefigurazione della liberazione dell'Italia dal giogo austriaco), fino a giungere al 1848 e ai fatti storici risorgimentali dei primi anni Cinquanta.

Dall'ingente componente rivoluzionario-bellica del romanzo ne consegue in modo inevitabile che nel libro compaiono episodi di violenza. Fra questi, enucleo un doppio atto di violenza (che troviamo nel Capitolo X) perpetrato dalle truppe napoleoniche nel territorio della morente Repubblica Serenissima di Venezia perche esso provoca uno shock in Carlino, protagonista, io-narrante e alter-ego dell'autore. Questo evento innesca un dialogo tra Carlino e Napoleone sul tema della violenza in circostanze di battaglia come male necessario, oppure evitabile o piuttosto biasimevole. Piu in generale, questi atti violenti attivano un'interessante riflessione--cara a Nievo--sul ruolo della rivoluzione francese, di Napoleone e delle guerre napoleoniche, col loro conseguente portato di violenza, come contributo al lungo processo di liberazione dell'Italia e di formazione della nazione italiana.

3. La smitizzazione di Napoleone

Il mito di Napoleone ha dominato nella letteratura romantica e in parte anche in quella successiva. Il primo romanziere di rilievo che narra le guerre napoleoniche e Stendhal ne Il rosso e il nero (1830) e nella Certosa di Parma (1839). Nievo (e pochi anni dopo lo fara Tolstoj in Guerra e pace, 1863-'69) rompe la tradizione dell'esaltazione del mito napoleonico. Lo scrittore padovano non lo rappresenta come un personaggio umano, non perche lo ritragga in forme mitizzate, ma perche ne sottolinea piuttosto la disumanita. Egli lo disprezza e non esita a mostrarlo, sia nel ritratto che ne tratteggia sia con commenti diretti, tracciandone un profilo stilizzato, bozzettistico, anche macchiettistico. Dunque, il Napoleone di Nievo risulta inumano e artificiale perche privato di spessore psicologico, e a tratti viene descritto con un'impronta comica. Infatti, nelle Confessioni Napoleone viene introdotto in maniera bassa e paradossale, in una scena di grande umorismo, osservato dalla prospettiva straniata degli abitanti del castello di Fratta, luogo d'infanzia di Carlino, nel territorio dell'ormai decadente Repubblica di Venezia. Nell'immobile mondo del villaggio di Fratta, infatti, giunge la notizia che "un certo Napoleone Buonaparte" (X 637-38) capeggia l'esercito francese sulle Alpi. (4) La notizia genera un dibattito paradossale e comico sul nome di Napoleone tra i vari inquilini del castello, i quali alla fine stabiliscono che il generale corso e "un essere immaginario" (X 638), una specie di flatus vocis. (5) Nievo, per contrasto, palesando lo stridente anacronismo del microcosmo di Fratta rispetto alla grande storia che avanza, narra subito come "quell'essere immaginario" (X 638-39) cosi creduto dagli abitanti del Castello, in realta divenga un grande protagonista nello scacchiere europeo che, a forza di inanellare vittorie in battaglia, ha messo in due mesi "in sua mano le sorti di tutta Italia" (X 638-39).

4. La devastazione di Fratta e la violenza alla centenaria contessa Badoer L'esercito di Napoleone imperversa dunque con violenza nel territorio italiano. Infatti, il narratore racconta che il "generale francese [...] scorazzo invase taglieggio provincie, citta, castelli" (X 641). La situazione politica di stasi e di arretratezza della Serenissima, un sistema ancora da ancien regime descritto nel primo terzo del libro, viene sconvolta dall'avvento della rivoluzione francese e di Napoleone. La rivoluzione irrompe nel microcosmo arretrato e decadente di Fratta, in cui si perpetuavano i valori o--per meglio dire--i disvalori tradizionali della famiglia del castello, e dove si viveva, fino a quel momento, sospesi, fuori dalla Storia: "Quel mondo bamboleggiava ancora alla fine del secolo scorso, prima che il magico soffio della rivoluzione francese gli rinnovasse spirito e carni" (V 304). La rivoluzione fende questa cellula di mondo che, nonche incancrenita, era rimasta unitaria. La tragedia pubblica e l'elemento detonatore che dissolve quel mondo anacronistico. L'avanzata inarrestabile di Napoleone persuade anche gli abitanti di Fratta che "il giovine general corso non era ne un essere ipotetico ne un nome romanzesco inventato dal Direttorio" (X 641-42). Dalle notizie che giungono si diffonde lo spavento per il terribile carico di violenza che l'invasione napoleonica sta portando con se: (6)

Si sparge la nuova che l'arciduca Carlo scende al Tagliamento con un nuovo esercito, che i Francesi gli vengono addosso, che sara un massacro un saccheggio una rovina universale. (7) Le case rimanevano abbandonate, i castelli si asserragliavano contro le soperchierie degli sbandati e dei disertori, si sotterravano i tesori delle chiese; i preti si vestivano da contadini o fuggivano nelle lagune. Gia da Brescia da Verona da Bergamo le crudelta, gli stupri, le violenze si scrivevano si lamentavano si esageravano; l'odio e lo spavento s'alternavano nell'ugual misura, ma il secondo invigliacchiva il primo.

(X 642)

In preda al panico, quasi tutti i castellani scappano da Fratta, tanto che Carlino si risolve ad andare a Portogruaro a chiedere aiuto; qua si trova casualmente, suo malgrado, a diventare l'involontario caporione di un tumulto popolare nel corso del quale arrivano i francesi. (8) Sulla strada del ritorno Carlino e inquieto per il fatto di aver lasciato per ore il castello di Fratta proprio nel frangente in cui sono arrivate le truppe francesi e teme che siano avvenuti disordini:

Molte considerazioni politiche e filosofiche [...] mi distoglievano la mente dalla paura che qualche disgrazia fosse successa nel frattempo al castello. Peraltro le cascine deserte per le quali ebbi a passare e le tracce di disordine e di saccheggio che osservai in esse mi davano qualche pensiero e fecero si che affrettassi il passo.

(X 666)

Infatti, i timori del protagonista si rivelano fondati: egli trova il castello di Fratta ridotto in rovina dalla furia devastatrice dei francesi:

A Fratta trovai letteralmente quello che si dice la casa del diavolo. Le case del villaggio abbandonate, frantumi di botti di carri di masserizie ammonticchiati qua e la; rimasugli di fuochi ancora fumanti; sulla piazza le tracce della piu gran gazzarra del mondo. Carnami mezzo crudi mezzo arrostiti; vino versato a pozzanghere; sacchi di farina rovesciati, avanzi di stoviglie di piatti di bicchieri: e in mezzo a questo il bestiame sciolto dalle stalle che pascolava [...].

(X 666)

Nel precipitarsi al Castello e, trovandolo in stato di anarchia, Carlino viene assalito dal "dubbio crudele" (X 667) che la vecchia e ormai cagionevole contessa Badoer, restata dentro il castello nel suo letto d'inferma, non sia rimasta incolume al feroce passaggio dei francesi. L'ultimo incontro tra Carlino e la vecchia Badoer e drammatico: egli la trova a letto morente dopo aver subito un terribile sopruso dai soldati francesi. La brutale angheria inflittale ha tolto il conforto della fede alla contessa centenaria, dopo una vita vissuta con devozione e interamente consacrata al bene della famiglia e del prossimo. La vecchia Badoer, prima di spirare, confessa questo sentimento di disperazione a Carlino:

--Ascolta; comincio allora una voce la quale a stento io riconobbi per quella della Contessa vecchia--ascolta, Carlino: giacche non ho prete voglio confessarmi a te. Sappi. dunque. sappi che la mia volonta non ha mai consentito a male alcuno. che ho fatto tutto, tutto il bene che ho potuto. che ho amato i miei figliuoli, le mie nipoti, i miei parenti. che ho beneficato il prossimo. che ho sperato in Dio. Ed ora ho cent'anni, cent'anni Carlino! Cosa mi serve aver vissuto un secolo? ... Ora ho cent'anni, Carlino, e muojo nella solitudine, nel dolore, nella disperazione!

(X 667-68)

Questa pagina di estrema modernita--che non potremmo trovare nei Promessi sposi, modello principale di Nievo--sulla perdita della fede e del senso di una vita vissuta per il bene altrui, si chiude col dramma della morte della Contessa, che pare non credere piu in Dio proprio in punto di morte a causa dell'intollerabile orrore arrecatole dai soldati francesi:

Io tremai tutto da capo a fondo; e sviscerando coll'occhio della pieta tutti i misteri di quell'anima ravvivata soltanto per sentire il terror della morte:--Signora, gridai, Signora, non crede ella in Dio? ...--Gli ho creduto finora; mi rispose con voce che s'andava spegnendo. E indovinai da quelle parole un sorriso senza speranza. Allora non udendola piu moversi ne respirare avanzai fino alla sponda del letto, e toccai rabbrividendo un braccio gia aggranchito dalla morte.

(X 668)

Senza voler psicanalizzare Nievo, nel dramma che fa vacillare la fede della vecchia Contessa forse possiamo ravvisare un riflesso della laicita dello scrittore padovano e la messa in scena dell'impraticabilita di una mentalita ormai ritenuta anacronistica dall'autore. La contessa non solo non accetta l'oltraggio subito, ma addirittura questa stessa violenza potrebbe aver causato la perdita della fede della centenaria, la quale forse pensava ingenuamente che Dio sarebbe dovuto intervenire a salvarla dalla malvagita umana. Proprio in punto di morte, quella della vecchia Badoer si rivela, quindi, una fede non salda, diversamente da quella della Lucia manzoniana, che assume serenamente la malvagita umana e la possibilita redentiva del male tramite l'accettazione cristiana della sofferenza e dell'azione della divina provvidenza nelle vicende umane. Contrariamente a Manzoni, il laico Nievo non contempla il meccanismo dell'agnello sacrificale, cosi ben descritto da Rene Girard--come detto in apertura del saggio--, che, innocente, e vittima del male persecutorio da altri esseri umani.

Piuttosto, un personaggio manzoniano piu vicino a Nievo e Renzo, se paragonato a Carlino. Sebbene il protagonista nieviano professi una certa laicita, anch'egli, come Renzo Tramaglino, possiede una fede cristiana di stampo popolareggiante (la concezione della vita di Nievo e di certo ancor piu laica e meno religiosa rispetto al suo alter ego). Pero la fede dei due non e passiva:

Carlino e Renzo, in modi diversi, vogliono essere attori della storia. Se Lucia accetta serenamente e passivamente la presenza del male e della violenza nel mondo, certa di un riscatto ultraterreno, Renzo e animato da un istintivo senso di rivalsa, da una volonta di farsi giustizia da solo. La differenza determinante tra i due consiste nell'entita della giustizia cui Renzo e Carlino anelano: la lotta del personaggio manzoniano e finalizzata a una giustizia privata che miri a sciogliere il groviglio che ne impedisce il matrimonio con Lucia; Carlino, invece, traguarda un grande obiettivo storico, cioe l'indipendenza dell'Italia e, attraverso questo, la costruzione di una societa sorretta da una maggiore giustizia sociale per tutto il popolo italiano.

La morte avvilente della vecchia Contessa genera in Carlino un'epifania negativa espressa in un'invettiva contro l'ingiustizia della vita:

Sentii le punte avvelenate de' suoi ultimi sguardi figgermisi in cuore senza misericordia, e quasi mi sembro che l'anima sua abbandonando l'antico compagno mi soffiasse in volto una maledizione [...]. Maledetta la pace che finisce con l'angoscia, la fede che si volge in bestemmia, la carita che raccoglie l'ingratitudine! Maledetto. La mia mente in questi tetri deliri vacillava fra il furore e la stupidita; quella vita santa e centenaria troncata a quel modo negli spasimi dello spavento mi travolgeva la ragione.

(X 669)

Dopo aver recitato, per la contessa morta, le litanie insieme al Cappellano che nel frattempo era tornato al castello, Carlino vaga "a lungo per la campagna come uno spettro" e in paese viene a sapere di "quella scorreria soldatesca che dopo aver insozzato tutto il territorio s'era rovesciata col furore dell'ubriachezza sul castello di Fratta" (X 670). Nel suo vagare meditabondo egli non vuole nemmeno immaginare gli orrendi "vituperi che una masnada di sicari doveva aver commesso su quella povera vecchia che sola era rimasta ad affrontarli", sebbene "lo stato miserevole del cadavere, il disordine della stanza attestavano degli scherni spietati ch'ella aveva sofferto" (X 670).

5. La vana pretesa di giustizia contro la violenza

Questo evento tremendo raffredda l'entusiasmo di Carlino verso i francesi ("Confesso che il mio entusiasmo pei francesi si rallento d'assai" [X 670]), che inizialmente erano visti dal popolo italiano con speranza in vista della liberazione. In un altro passo delle Confessioni, nel criticare un'opera dello storico Barzoni, (9) Nievo mostra come l'iniziale sentimento del popolo italiano nei confronti di Napoleone fosse positivo:

Il solo Barzoni fra i letterati oso alzare la voce contro i Francesi con quel suo libro gia in addietro accennato dei Romani in Grecia. Ma questa erudizione falsificata in libello, questa satira stiracchiata colle analogie e gia indizio di temperamento fiacco, e di letteratura evirata. Fu un gran sussurro intorno a quel libro ed all'anonimo autore; ma lo leggevano a porte chiuse col solo testimonio della candela, pronti a gettarlo sul fuoco al minimo sussurro ed a proclamare il giorno dopo sui caffe che le depredazioni di Lucullo e l'astuta generosita di Flaminio non somigliavano per nulla al governo generoso e liberale di Bonaparte.

(XII 784)

L'ottuagenario confessa, infatti, che "la fama dipingeva il general Bonaparte come un vero repubblicano, il difensore della liberta" (X 670). Sulla stessa onda di pensiero si trova Carlino che, a mente fredda, dopo avere superato lo shock iniziale, ritenendo impossibile che "premeditatamente si lasciassero commettere tali mostruosita" e credendo invece che queste si dovessero imputare "al talento bestiale di alcuni soldati" (X 670), decide di dirigersi a Udine per riferire del misfatto direttamente a Napoleone, (10) certo di ricavare giustizia dello scempio perpetrato alla vecchia ottenendo una punizione esemplare dei colpevoli del sopruso ("la virtu antica del giovane liberatore d'Italia era caparra, secondo me, di pronta giustizia" [X 671]).

Nel dialogo con Carlino il generale corso entra in scena sottotono, in un contesto basso che lo rende un burattino e ne fa emergere la rozza tracotanza. Qui Napoleone diviene ancor piu personaggio meschino perche viene rappresentato in una situazione ordinaria: riceve Carlino mentre si sta facendo radere la barba. Questo fa presagire che Bonaparte non sara particolarmente interessato alle rimostranze di Carlino. In questa scena di inedita modernita il mito di Napoleone viene abbassato al livello della prosaica vita quotidiana. Dopo la discussione comica sul generale corso tra i castellani di Fratta, Napoleone entra in scena nel romanzo presentato in una circostanza inusuale per un eroe della storia e, per di piu, viene descritto come persona dal fisico magro e gracile. L'esordio di Carlino conferma come egli creda in Bonaparte quale difensore della liberta e della giustizia:

Mi spieghero con tutta l'ingenuita d'un uomo che si affida alla giustizia di chi combatte appunto per la giustizia e per la liberta. Un orrendo delitto fu commesso tre giorni sono al castello di Fratta da alcuni bersaglieri francesi. Mentre il grosso della loro schiera saccheggiava arbitrariamente i pubblici granaj e l'erario di Portogruaro, alcuni sbandati invasero una onorevole casa signorile, e svillaneggiarono e straziarono tanto una vecchia Signora inferma piu che centenaria rimasta sola in quella casa, che ella ne mori di disperazione e di crepacuore.

(X 673)

Ma a Carlino, che chiede giustizia (parola-chiave della filosofia di vita dell'ottuagenario) per la devastazione del castello, per gli stupri delle donne e per le violenze inflitte alla vecchia contessa Badoer da parte dei francesi, Bonaparte non degna la dovuta attenzione. Il generale corso individua la colpa dello strazio della vecchia signora, degli stupri e delle ruberie compiuti dai bersaglieri francesi alla mala fama che la Serenissima attribuisce ai suoi soldati e all'anti-giacobinismo insito nei veneziani, che non accolgono con atteggiamento positivo l'arrivo dei francesi:

Ecco come la Serenissima Signoria inacerbisce i miei soldati! [...] Si predica al popolo che sono assassini che sono eretici; al loro comparire tutti fuggono, tutti abbandonano le case. Come volete che simili accoglienze predispongano gli uomini all'umanita e alla moderazione? Ve lo dico io; bisognera che mi volga indietro a pulirmi la strada da questi insetti molesti.

(X 674)

Carlino accenna alla giustizia, al valore dell'esempio da dare, ma Napoleone ribatte che l'esempio i suoi soldati lo daranno in battaglia e che in queste non si bada alla giustizia, bensi alla vittoria.

--Cittadino generale, capisco anch'io che la fama bugiarda puo aver impedito la cordialita dei primi accoglimenti; ma vi e una maniera di smentir questa fama, mi pare, e se con un esempio luminoso di giustizia [...].

--E si, parlatemi di giustizia, oggi che siamo alla vigilia d'una battaglia campale sull'Isonzo! [...] La giustizia bisognava che fosse fatta a noi fin da due o tre anni fa! [...] Adesso raccolgono quello che hanno mietuto. Ma ho il conforto di vedere che il peggior danno non vien loro da' miei soldati ... Bergamo Brescia e Crema hanno gia divorziato da San Marco, e quella stupida e frodolenta oligarchia s'accorgera finalmente che i loro veri nemici non sono i Francesi. L'ora della liberta e suonata; bisogna levarsi in piedi e combattere per essa, o lasciarsi schiacciare. La Repubblica francese porge la mano a tutti i popoli perche si rifacciano liberi, nel pieno esercizio dei loro diritti innati e imprescrivibili.

(X 674)

La ragion pura di Carlino sbatte contro la ragion pratica di Bonaparte. Con un certo cinismo machiavellico Napoleone sostiene che se si vuole la liberta, bisogna combattere e non badare alla giustizia. Piu volte Bonaparte interrompe con arroganza Carlino rispondendo alle sue querele con prepotenza e sprezzo e dicendo che "la liberta val bene qualche sacrificio! Bisogna rassegnarsi" (X 674). A Carlino, che insiste sulla necessita di offrire il buon esempio e di punire i bersaglieri rei del misfatto di Fratta, il generale corso risponde con tracotanza piu per liquidare la discussione che per reale intenzione di attuare cio che dichiara:

--Non dubitate. Giustizia sara fatta anche sopr'essi; gia non pretendereste che li ammazzassi tutti! [...] Or bene; saranno nella prima fila; laveranno col loro sangue e a pro' della liberta l'onta della colpa commessa. (X 675)

Infine, Napoleone, interrompendo nuovamente Carlino, gli precisa che se si vuole il bene della patria bisogna accettare il sacrificio e qualche stortura, tra le quali possono rientrare la devastazione di Fratta e il delitto della vecchia Badoer, e occorre sacrificare gli interessi privati per la liberta universale:

--Cosi il male sara volto in bene e la causa del popolo si sara avvantaggiata degli stessi delitti che la deturparono !

--Cittadino generale, vi prego di osservare ...

--Basta, cittadino: ho osservato tutto. Il bene della Repubblica innanzi ad ogni cosa. Volete essere un eroe? [...] Dimenticate ogni privato puntiglio e unitevi a noi, unitevi con quegli uomini integri e leali che fanno anche nel vostro paese una guerra lunga ostinata sotterranea ai privilegi dell'imbecillita e della podagra. Di qui a quindici giorni mi rivedrete. Allora la pace la gloria la liberta universale avranno cancellato la memoria di questi eccessi momentanei.

(X 675)

L'incontro con Napoleone diventa importante per ribadire il cinismo dei rivoluzionari francesi e per mostrare che la grande Storia non bada alle vicende individuali, ma e una forza piu forte, incontrastabile, che le trascende spazzando via i destini dei singoli. Per Napoleone la storia si fa in battaglia e le eventuali violenze in eccesso vanno computate nel conto della lotta. Il generale corso viene qui tratteggiato nei panni dell'usurpatore della liberta, come avviene nell'Ortis foscoliano dopo la stipula del trattato di Campoformio dell'ottobre del 1797.

L'ingresso in scena di Napoleone mostra anche come la rappresentazione della storia di Nievo non sia manichea. Gli stessi abitanti della Serenissima sono divisi tra coloro che vedono in Napoleone un liberatore che porta in Italia le conquiste della rivoluzione francese e coloro che vedono l'arrivo dei rivoluzionari come una barbara invasione in territorio straniero. Nievo ha un'innata capacita di analisi storica: possiede--come ha detto Dionisotti--un'acuta "intelligenza della storia" (1-13) capace di penetrare il senso degli eventi meglio delle stesse fonti storiche allora disponibili e di cui egli stesso si serviva. Per esempio, mettendo in scena nel Capitolo XI il contrasto tra due personaggi storici, Ugo Foscolo e Vittorio Barzoni, durante una notturna riunione segreta avvenuta nei giorni precedenti il 12 maggio 1797 in cui l'abdicazione del Maggior Consiglio veneziano pone fine volontariamente, dopo quattordici secoli di indipendenza, alla Serenissima, l'intellettuale patavino coglie, ancor prima degli storici, il contrasto fra i democratici che divideva chi, come Foscolo (il momento e anteriore al Trattato di Campoformio), credeva ciecamente negli ideali francesi e chi invece, come Barzoni, anteponeva all'entusiasmo quello scetticismo antesignano della successiva opposizione al Napoleone "usurpatore".

La tracotanza di Napoleone nei confronti di Carlino mette a nudo che ormai "gli ospiti comandavano, i padroni ubbidivano" (X 671) e sancisce la perdita di rappresentativita della Repubblica di Venezia, le cui autorita sono "senza forza, senza dignita, senza consiglio" (X 671). Del resto, proprio appena prima di narrare l'incontro con Napoleone, Carlino constata amaramente che "la solita confusione" (X 672) che aveva trovato a Udine, dove si era temporaneamente stabilito Napoleone, era "il frutto della nullaggine politica di tanti secoli" (X 672), affermazione in cui si ravvisa la "penna garibaldina" di Nievo.

6. Tollerare o ribellarsi alla violenza? Effetti positivi della rivoluzione francese e di Napoleone per la liberazione dell'Italia

Nonostante si congedi "mogio mogio" a causa del "tenore di tutto quel colloquio (X 675) e benche "quel cittadino Bonaparte gli paresse un po' aspro un po' sordo e un po' anche senza cuore" (X 676), Carlino rimane stordito e alla fine persuaso dalla retorica di Napoleone, tanto da ridimensionare molto e giustificare "la tremenda disgrazia della Contessa", attribuendola ben piu "all'improvvidenza delle venete magistrature, e alla sciocca paura del popolo, che alla barbara sfrenatezza degli invasori" (X 676):

Non ci capii per verita molto addentro; ma pure que' suoi gran paroloni di popolo e di liberta, e quel suo piglio riciso ed austero m'avevano annebbiato l'intelletto, e mi partii, a conti fatti, che l'odio contro i patrizi veneziani superava d'assai perfino il risentimento contro i bersaglieri francesi. La tremenda disgrazia della Contessa mi parve una goccia d'acqua in confronto al mare di beatitudine che ci sarebbe venuto addosso pel valido patrocinio dell'esercito repubblicano. Quel cittadino Bonaparte mi pareva un po' aspro un po' sordo un po' anche senza cuore, ma lo scusai pensando che il suo mestiere lo voleva pel momento cosi. E a questo modo lasciai a poco a poco darsi pace la morta, e tornai col pensiero ai vivi: cosicche nella lettera che scrissi a Venezia per partecipare il triste caso alla famiglia, ne affibbiai forse piu la colpa all'improvvidenza delle venete magistrature, e alla sciocca paura del popolo, che alla barbara sfrenatezza degli invasori.

(X 676)

E curioso che se Carlino ha "un tardo e vano pentimento" dell'"odiosa smemorataggine di quella tremenda giornata", invece "le bestie si mostrarono piu sensibili fra tutti gli abitanti del castello in quella congiuntura" (X 677). Il dolore delle bestie, esseri viventi piu vicini al mondo naturale che per questo secondo Carlino vivono in modo piu profondo, e piu autentico e duraturo di quello degli umani, come dimostrato dall'affetto provato da un gattone soriano che, fino alla morte, non si stacca dalla buca in cui viene seppellito il cane Marocco ammazzato dai francesi. Il protagonista si profonde anche in una apologia dei cani:

Quanto ai cani la loro fama in proposito e bastevolmente assicurata. Il loro affetto ha posto tra gli affetti familiari; l'ultimo posto certo, ma il piu costante. Il primo che fece festa al ritorno del figliuol prodigo, scommetto io che fu il cane di casa! E quando mi si gracchia intorno sull'inutilita ed il pericolo di questa numerosa famiglia canina che litiga all'umana il nutrimento, e le inocula talvolta una malattia spaventosa e incurabile, io non posso far a meno di sclamare:--Rispettate i cani!--forse adesso si puo star in bilico, ma forse anche, e Dio non voglia, verra un tempo che si giudicheranno migliori affatto di noi! Di questi tempi ne furono altre volte nella storia dell'umanita. Noi bipedi tentenniamo fra l'eroe ed il carnefice, fra l'angelo e Belzebu. Il cane e sempre lo stesso; non cambia mai come la stella polare. Sempre amoroso paziente e devoto fino alla morte.

(X 678)

Carlino, invece, e rimasto segnato dalle parole di Napoleone: continua ad avere in testa i francesi, sogna di diventare un eroe della rivoluzione ("qualche coso d'importanza"[X 679]), pensa sempre "a Venezia, alla caduta di S. Marco, al nuovo ordinamento che ne sarebbe sorto, alla liberta all'uguaglianza dei popoli" (X 679). Egli, preso dall'ambizione di fare la rivoluzione, dagli ideali di liberta e uguaglianza, sa che i francesi hanno commesso delle nefandezze, ma li chiama "propagatori dell'incivilimento" (X 679). Il ricordo della contessa Badoer smaschera la sua falsa coscienza. Infatti, quando due donne del castello, la Bradamante e l'Aquilina (che anni dopo diventera sua moglie) gli ricordavano la soverchieria inflitta alla vecchia centenaria, egli quell'episodio "non voleva udirlo nominare. Sentiva che avevano ragione, ma non voleva concederlo; e per questo inveleniva a tre doppii" (X 679-80). Dunque, con grande sorpresa del lettore che fino a quel punto aveva conosciuto il carattere mite e pacifico che connotava Carlino, quest'ultimo, infiammato dallo spirito rivoluzionario, giustifica, o perlomeno sminuisce, la violenza che ha devastato il paese di Fratta e che ha violato il corpo della Badoer.

Ma Le Confessioni costituiscono anche un precoce antecedente del romanzo modernista per la presenza in nuce del romanzo-saggio: numerosissime considerazioni e digressioni costruiscono una strutturalmente disorganica ma robusta filosofia della storia. In questi molteplici spazi di riflessione troviamo un'analisi piu ampia sul ruolo della rivoluzione francese e di Napoleone per il movimento d'indipendenza dell'Italia. L'arcaico, pre-moderno e separato mondo di Fratta (e della Repubblica di Venezia in generale) e un microcosmo chiuso,--come scrive Mazzacurati--"un mondo senza storia, cristallizzato in una ripetizione rituale di costumi" (271-72), in cui si vive fuori dal tempo e si parla solo "dei pettegolezzi del vicinato", "non curandosi del resto del mondo" (II 158-60), prima che l'avvento della rivoluzione francese terremoti tutto. In una digressione di filosofia della storia, Nievo-Carlino riconosce la forza dirompente che la rivoluzione francese ha avuto nella storia dell'umanita: "1786, 1787, 1788; tre cifre che fanno numero al pari delle altre, e che nella cronologia dell'umanita resteranno come i segni d'uno de' suoi principali rivolgimenti" (VI 371). Il Capitolo VII, nella cui rubrica viene menzionata "la Rivoluzione di Francia" (VII 441), segna l'irruzione della grande storia, che da quel momento permea tutta la realta inscenata nel romanzo. Come ho mostrato sopra, gia il contatto anche solo indiretto con la figura emblematica di Napoleone mostra la sprovvedutezza dei castellani di Fratta, che si imbattono in una discussione ridicola sul nome di Napoleone, di fronte al corso degli eventi, senza che nessuno colga la sconvolgente portata storica della rivoluzione francese e dell'invasione napoleonica, mentre Bonaparte mette in due mesi "in sua mano le sorti di tutta Italia" (X 638-39). Ma e tutta la Repubblica di Venezia ad accusare un imperdonabile ritardo rispetto alle evoluzioni storiche del mondo. Nievo condanna il "risibile anacronismo" (come scrive Mengaldo, Appunti di lettura 469) della Serenissima, incapace di far fronte all'ondata rivoluzionaria, additandolo come la causa principale della caduta di Venezia e, di conseguenza, della perdita della liberta. Nel romanzo il rivoluzionario italiano Amilcare afferma senza mezze misure che "a Venezia sono ancora al mille quattrocento e si ha paura del mille ottocento che s'avvicina" (IX 571). Infatti "il primo passo" di Carlino per entrare nel cuore della grande storia pulsante "consiste nel varcare l'argine che fa da muro, le terre acquitrinose tra Fratta e l'Adriatico" (Mazzacurati 271-72). Anche prima del deludente colloquio di Carlino con Napoleone, l'io-narrante inveisce contro la "nullaggine politica" e la passivita delle autorita della Serenissima (X 671-72).

Carlino--e con lui Nievo--istituisce un rapporto di continuita tra la rivoluzione francese e il Risorgimento italiano, pur rivendicando la superiorita del moto italiano:

Soltanto la nazione francese, spensierata e impetuosa, precipita prima delle altre dalla dottrina all'esperimento: fu essa chiamata il capo dell'umanita, e non ne e che la mano; mano ardita, destreggiatrice, che sovente distrusse l'opera propria; mentre nella mente universale dei popoli se ne maturava piu saldo il disegno.

(VI 372)

L'influsso della rivoluzione francese sul movimento unitario italiano e evidente in piu parti del romanzo. Per esempio, in un dialogo pregno di ideologia, Todero catechizza il figlio Carlino con queste parole: "La gloria c'e quando si ha una patria; stima la fortuna e le ricchezze quando siano assicurate dalla liberta e dalla giustizia" (XIII 836). Gli ideali che Todero esalta, cioe patria (fraternita di un popolo unito), liberta e giustizia, coincidono con quelli della rivoluzione francese. Sostiene debitamente Walter Benjamin che la forza dei rivoluzionari e la vendetta per gli antenati umiliati, che si manifesta come ribellione ai regimi che hanno limitato per secoli le liberta degli individui (Tesi di filosofia della storia). Cosi, l'avvento della rivoluzione francese alimenta in modo naturale la volonta repressa del popolo italiano di liberarsi dalle catene della dominazione straniera e dei vecchi ordinamenti. La cocente delusione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo esprime la frustrazione di una parte del popolo italiano che vedeva in Napoleone la speranza di innescare una rivoluzione che lo avrebbe liberato da secoli di assoggettamento allo straniero, nello specifico momento storico agli austriaci. Cosi, la violenza napoleonica e la cessione della Repubblica di Venezia all'Austria col Trattato di Campoformio dell'ottobre del 1797 vengono giudicati un alto tradimento del sentimento rivoluzionario che stava montando negli italiani.

Ma l'eventualita che all'impulso ribellistico-rivoluzionario del popolo (che, se non guidato, sfocia spesso in violenza incontrollata) vengano tarpate le ali non costituisce una rarita, come viene rappresentato benissimo nella novella Liberta di Verga, collocata nel contesto storico delle lotte risorgimentali e ispirata ai tragici fatti di Bronte, avvenuti tra il 2 e il 5 agosto del 1860, durante la Spedizione dei Mille, quando l'arrivo di Garibaldi e la promessa di un'equa spartizione delle terre demaniali per risolvere l'annoso problema del latifondo in mano ai "galantuomini" del paese avevano suscitato da subito illusioni di liberta e progresso. Lo scrittore siciliano narra che la sola diffusione della notizia dell'imminente arrivo di Garibaldi in Sicilia genera una rivolta contro l'ordine costituito da parte dei contadini che, oppressi da secoli di ancien regime, imbracciano i forconi e massacrano i borghesi e i nobili del Paese sfogando la loro violenza introiettata, sentendosi autorizzati a farlo dal corso dei tempi. Ma, al contrario di quanto gli insorti si aspettino, le forze garibaldine guidate da Nino Bixio, una volta giunte sul posto, reprimono la rivolta spontanea per il fatto che non era politicamente opportuno distruggere la classe dirigente borbonica, poiche questo avrebbe comunicato un segnale di caos allo Stato sabaudo e alle altre istituzioni politiche del territorio italiano. Nella narrativa meridionalista i temi delle stragi cruente prodottesi a ridosso della calata dei Mille e del rischio che rivolte, anche legittime e ispirate a ideali di giustizia, sfocino in violenza sono molto sentiti, tanto che li ritroviamo anche in opere del secondo Novecento come Il sorriso dell'ignoto marinaio (1976) di Vincenzo Consolo. In questo romanzo la narrazione si concentra soprattutto sui fatti di Alcara Li Fusi, avvenuti con dinamiche molto simili a quelli della strage di Bronte, in seguito allo storico sbarco di Garibaldi in Sicilia. In questo paesino dell'entroterra sui Monti Nebrodi, un gruppo di contadini, vedendo nell'Unita d'Italia la possibilita di vedere finalmente soddisfatti i loro diritti, assale e uccide i dignitari locali, tra cui molti proprietari terrieri. Ma, come accade a Bronte, lo stesso governo di liberazione nazionale stronca la rivolta con una feroce repressione. Ne Il sorriso dell 'ignoto marinaio Consolo intende costruire una tipologia di romanzo storico che contesti la storiografia, che contraddica in particolar modo la retorica storiografia ufficiale del Risorgimento, rileggendolo in chiave socio-economica. Infatti, parlare delle rivolte di Bronte e di Alcara Li Fusi significa far riemergere un rimosso della storia risorgimentale. Ma non solo. Consolo, pur senza nascondere di parteggiare per la causa dei contadini, pone il problema della violenza nella storia e nella politica, mostrando come ad Alcara una rivolta legittima abbia generato una violenza popolare che il potere costituito ha saputo arginare solo con la repressione, come era avvenuto a Bronte. (11)

In riferimento alla delusione di Foscolo espressa nell'Ortis, anche Nievo riferisce che il popolo italiano e stato tradito dai rivoluzionari francesi e da Napoleone. In un passo di questo tenore possiamo nondimeno trovare un'allusione al mancato coinvolgimento del popolo contadino nel movimento unitario, secondo Nievo l'errore piu grave compiuto dall'intellighenzia italiana nella lotta per unita nazionale, come poi sosterra anche nel suo pamphlet

Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale del 1859:

Il popolo tradito, ingiuriato, spogliato a man salva, s'intanava nelle case a piangere, nei templi a pregare, e dove prima pregavano Dio. [...] Dei beni perduti si sperava almeno di riacquistarne uno; la liberta e preziosa, ma pel popolo bracciante anche la sicurezza del lavoro, anche la pace e l'abbondanza non sono cose da buttarsi via. E un difetto grave negli uomini di pretendere le uguali opinioni da un grado diverso di coltura; come e errore massiccio e ruinoso nei politici appoggiare sopra questa manchevole pretensione le loro trame, i loro ordinamenti.

(XIII 861)

Anche il giudizio dell'ottuagenario su Napoleone e ambivalente. Il suo ritratto di Bonaparte e quello di un personaggio disumano, ideologizzato in chiave negativa, manchevole di psicologia, smitizzato per via comica e iperbolica (alla presentazione diseroicizzante dell'incontro udinese con Carlino, si affianca la descrizione iperbolica di "Napoleon Le Grand": il generale corso e un "colosso" [XIX 1229], un "gigante" [XIX 1154] dotato di energia e di fattivita ineguagliabili) o mettendone in scena il suo asettico cinismo. Ma, nonostante le cocenti delusioni inferte agli italiani con la cessione di Venezia, Carlino riconosce che a lui si deve la nascita della Repubblica Cisalpina, "primo risorgimento della vita e del pensier nazionale" (XV 943). Sebbene il vegliardo critichi l'ambizione e la spregiudicatezza dei suoi atti, egli ammette l'utilita storica e la funzione propulsiva dell'avvento di Napoleone, le cui braccia "s'allargavano per mezza Europa e per tutta l'Italia a sommuoverne a risvegliarne le assopite forze vitali" (XVIII 1147):

Confesso che allora anch'io partecipai generosamente alle illusioni comuni, ne peraltro le chiamo illusioni se non pel tracollo che diedero poi. Del resto s'avevano grandissimi ed ottimi argomenti di sperare. Quel giorno infatti fu un grangiorno, e degno di essere onorato dai posteri italiani. Segno il primo risorgimento della vita e del pensier nazionale: e Napoleone, in cui sperava allora e del quale mi sfidai poscia, avra pur sempre qualche parte della mia gratitudine per averlo esso affrettato nei nostri annali. Venezia doveva cadere; egli ne accelero e ne disonoro la caduta. [...] Fu vero merito, vera gloria. (12) E se il caso gliela dono, s'egli cercolla per mire future d'ambizione, non resta men vero che il favore del caso e l'interesse della sua ambizione cospirarono un istante colla salute della nazione italiana, e le imposero il primo passo al risorgimento. Napoleone, colla sua superbia, coi suoi errori, colla sua tirannia, fu fatale alla vecchia Repubblica di Venezia, ma utile all'Italia. Mi strappo ora dal cuore le piccole ire, i piccoli odii, i piccoli affetti. Bugiardo ingiusto tiranno, egli fu il benvenuto.

(XV 942-43)

Nella visione di Nievo, Napoleone, benche considerato un tiranno accecato dall'ambizione, ricopre comunque una funzione storica utile alla riscossa e al risorgimento del popolo italiano che condurra il movimento indipendentista verso Unita nazionale.

7. Condanna etica e razionalizzazione storica della violenza In conclusione, dunque, la devastazione del villaggio e del castello di Fratta non e per Carlino condannabile dal punto di visto storico: quel castello era gia decrepito e lasciato a se stesso dai loro padroni e rappresentava un mondo di per se gia decadente. La profanazione del castello certifica per assurdo come quel luogo fosse gia fuori dalla storia, mal tenuto e mal difeso. Ma nella Weltanschauung di Nievo non sussiste il principio dello scapegoat girardiano immolato alla causa della rivoluzione: nonostante a distanza di tempo Carlino cerchi di sminuire nel ricordo la drammaticita del sopruso arrecato alla vecchia Contessa morente, le circostanze della battaglia non consentono, secondo Nievo, di oltraggiare gli individui con violenze gratuite. Nievo-Carlino non accetta che la Contessa sia una moderna Ifigenia di cui accettare il sacrificio in nome della violenza rivoluzionaria, in dispregio alla tolleranza e all'Ethos. Se in Manzoni la presenza del male, anche gratuito, e contemplata perche verra riscattata dalla Provvidenza, Nievo, che non e un devoto cattolico, non puo accettare il principio del capro espiatorio che prevede un'accettazione cristiana del male in quanto riscattato nella dimensione ultraterrena. La prospettiva cristiana di Rene Girard emerge anche nel mirabile saggio di teoria del romanzo Menzogna romantica e verita romanzesca, dove nell'ultimo capitolo, dopo aver analizzato con grande acutezza il meccanismo triangolare del desiderio di personaggi di grandi opere della letteratura moderna, afferma che l'unico desiderio condivisibile e quello di Cristo (249-69). In Nievo, dunque, alla razionalizzazione storica della violenza in un contesto bellico-rivoluzionario fa da contraltare la condanna etica della brutalita disumana.

Oltre alla riprovazione etica della violenza, per Carlino la vera ferita dovuta alle violenze dei soldati francesi e di tipo affettivo-sentimentale. La distruzione del castello e l'orrendo sopruso commesso contro la vecchia contessa Badoer, simbolo del mondo d'ancien regime ormai scomparso, hanno per il protagonista un traumatico risvolto affettivo e psicologico, in quanto i francesi hanno devastato il luogo del suo idillio d'infanzia a cui egli e legato da forti ricordi e sentimenti. Questo dato assume valore rimarchevole se ricordiamo l'assoluta considerazione di Nievo verso l'infanzia a tal punto che, nel reputarla la vera eta autentica della vita, egli manifesta anche in questo l'ascendenza di Rousseau. (13)

L'Ethos di Carlino e il Nomos che egli professa lungo tutte le sue confessioni non giustificherebbero le violenze, le devastazioni e l'oltraggio dei francesi, ma una riflessione che volga il suo sguardo a un orizzonte piu ampio riconosce un valore positivo all'avvento della rivoluzione francese e di Napoleone in Italia. Questo discorso e ancor piu valido nella prospettiva plurigenerazionale a cui guarda Carlino e che informa la scrittura stessa delle Confessioni, composte per lasciare memoria ai posteri, nella quale il sangue, le sventure e le lacrime dei risorgimentali acquistano senso nelle conquiste di cui godranno le giovani generazioni:

Sospirai per me, piansi di disperazione per la patria, indi guardando alle sembianze tenerelle dei figliuoli mi consolai e rividi un barlume di speranza. Eravamo nati, si puo dire, diciott'anni prima; ci voleva la scuola delle sventure per educarci, e la vita dei popoli non si misura da quella degli individui; se noi figliuoli s'aveva scontato la vilta dei padri, i figliuoli nostri forse avrebbero raccolto la messe fecondata dal nostro sangue e dalle lagrime. Padri e figliuoli sono un'anima sola, sono la nazione che non perisce mai. Cosi mi affidava alla rigenerazione morale.

(XIX, 1236)

Nella nostra epoca si puo affermare che permane un retaggio di matrice cristiano-solidaristica o comunque umana nel formar una "social catena" leopardiana che ci spinge a condannare moralmente le violenze perpetrate nel mondo e che riconosce in ogni vita un valore assoluto; ma mentre Nievo si pone con onesta a fare i conti con le dinamiche della storia, sino a constatarne con travaglio la connaturata presenza della violenza, al contrario, l'attuale Occidente, gaudente e dominatore, ha smarrito l'etica nel giudizio storico. La violenza che imperversa nella maggior parte del globo e un rimosso storico. Dall'epoca postmoderna, con il concetto di fine della storia (Fukuyama)--forse il piu grande bluff storico-filosofico del Novecento--e l'allentamento dell'etica e della responsabilita promosso dei teorici del Pensiero debole, l'Occidente ha volutamente rimosso che il nostro benessere (che d'altra parte la Storia continua a scalfire giorno per giorno) e selvaggiamente controbilanciato dalla miseria della stragrande maggioranza dell'umanita e, in molti casi, dall'efferata violenza di guerre che tappezzano il mondo e di cui spesso nostri governi democratici non sono esenti da colpe. Se il crollo del Muro e la caduta dell'Unione Sovietica avevano alimentato la pantomima della fine della storia negli Anni Novanta, dal principio del Terzo Millennio il terrorismo islamico, la peggior crisi economica dai tempi del Big Crash del 1929, le grandi ondate migratorie e gli effetti della globalizzazione che ha acuito le disparita tra ricchi e poveri, hanno forzatamente risvegliato il sonno dell'uomo occidentale. Questi eventi storici hanno messo a nudo come anche la gloriosa tradizione occidentale grondi di violenza, resa meno evidente solo perche trasferita nelle sterminate periferie del mondo. Franco Fortini, nella poesia La gioia avvenire, scriveva che "la scuola della gioia e piena di pianto e sangue" (61). Poco importa oggi che per Nievo la palingenesi storica fosse l'Unita d'Italia mentre Fortini la identificava con l'utopia comunista, col sole dell'avvenire. Il loro insegnamento certamente attuale e che la violenza non e totalmente asportabile dalla faccia della Terra, che bisogna fare i conti con essa e che il sacrificio o la tolleranza della violenza acquistano senso solo nell'orizzonte di una Gioia storica dell'umanita. Solo cosi "la scuola della gioia", oltre a esser "piena di pianto e sangue", puo diventare colma "anche di eternita" (61). Nievo possedeva una grammatica storica per la costruzione di una societa migliore--un orizzonte che, invece, l'Occidente sembra oggi aver smarrito e che, per non ammetterlo, cerca maldestramente di rimuovere in modo miope e ipocrita.

Maurizio Capone

Universita di Macerata

Opere citate

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(1) Sul rapporto tra violenza e modernita, analizzato in chiave sociologica si veda anche il recentissimo e interessante articolo di N. Bertuzzi, Da "levatrice della storia " a variabile della modernita.

(2) Benche ritenga che gli studi di Girard sul tema del capro espiatorio siano tra i piu meritevoli, il principio dello "scapegoat mechanism" e stato usato in precedenza da Kenneth Burke in Permanence and Change (1935) e in A Grammar of Motives (1945), dal quale Girard ha ripreso il concetto, sviluppandolo in maniera piu estesa come stigma ermeneutico della cultura umana.

(3) Carlino informa nel proemio di aver cominciato a scrivere le sue confessioni "alla sera d'una grande sconfitta" (Confessioni I 9), identificabile o con la battaglia di Novara del 23 marzo 1849 in cui gli austriaci guidati da Radetzky sconfissero le truppe sabaude, provocando l'abdicazione di Carlo Alberto, o comunque riferendosi in generale alle guerre del 1848-'49, tra le quali rientrano la difesa della Repubblica Romana e di quella Veneziana, delle quali si parla distesamente negli ultimi capitoli del romanzo.

(4) Per le citazioni dei passi delle Confessioni d'un italiano: i numeri tra parentesi rimandano prima ai Capitoli (numeri romani), poi alle pagine (numeri arabi). Quando vengono citate varie volte pagine contigue fra loro indico solo il numero di pagina. Nelle citazioni ho mantenuto la grafia nieviana.

(5) Anche in un altro episodio, nel Capitolo XV, quello dell'arrivo a Milano di Napoleone nel giorno della Festa per la proclamazione della Repubblica Cisalpina, il generale viene di nuovo messo alla berlina, con effetto di straniamento, dai pettegolezzi di alcune popolane circa il suo aspetto fisico non accattivante.

(6) Il panico che si diffonde per l'incombente invasione richiama quello descritto nei Capitoli XXIX-XXX dei Promessi sposi relativo alla calata dei lanzichenecchi in Lombardia.

(7) Ai primi di marzo del 1797 l'Austria invia in Italia l'arciduca Carlo, ma Napoleone, vinte le battaglie del Tagliamento (16 marzo) e dell'Isonzo (19 marzo), puo dirigersi contro l'inerme Repubblica di San Marco.

(8) Anche in questo episodio appare sottotraccia il modello manzoniano: il coinvolgimento di Carlino nella rivolta riecheggia quello di Renzo nella sommossa di San Martino (XI-XIV).

(9) In questo brano si puo anche intravedere una presa di posizione di Nievo contro il romanzo storico, "reo" di intessere complicate analogie tra il presente ed epoche lontane, quando esprime il proprio giudizio negativo su I romani in Grecia di Vittorio Barzoni, opera che paragona la presenza dei romani in Grecia a quella dei francesi in Italia e la tirannide di Flaminio a quella di Napoleone.

(10) Napoleone fu a Udine il 18 marzo 1797.

(11) La novella Liberta di Verga e alcune riprese di Cristo si e fermato a Eboli di Carlo Levi sono certamente due ipotesti del romanzo di Consolo.

(12) Nella frase "fu vero merito, vera gloria" e evidente un richiamo intertestuale a Il cinque maggio di Manzoni, come se Nievo fosse tra quei posteri gia in grado di rispondere all'interrogativo storico posto dallo scrittore milanese "Fu vera gloria? Ai posteri / l'ardua sentenza".

(13) L'infanzia assume nel libro una parte cosi rilevante, anche quantitativamente (all'infanzia e dedicato il primo terzo del libro), nella moltitudine di descrizioni mirabili dell'infanzia di Carlino e Pisana, che non esiterei a definirlo anche un romanzo dell 'infanzia.
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Author:Capone, Maurizio
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2017
Words:8301
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