Printer Friendly

Molestie sociali e prigioni morali: la doppia esclusione della donna nella letteratura postcoloniale italiana.

Prima premessa. Di cosa si parla quando si parla di letteratura postcoloniale italiana

L'espressione "letteratura della migrazione" circola da oltre due decenni fra i critici accademici italiani per indicare, con tutte le forzature del caso, un variegato corpus di testi letterari in prosa o in versi, firmati da autrici e autori emergenti di nazionalita straniera e italofoni, interessati ai temi dell'esodo, della diaspora, dell'esilio e alle coestensive questioni dell'identita, dell'incontro /scontro fra lingue e culture, dell'appartenenza e della separazione. I numerosi aspetti sussunti in questa lunga ma pur sempre incompleta definizione mostrano la difficolta e forse anche l'inutilita del tentativo di contenere e delimitare un fenomeno dai contorni sfumati, sia relativamente ai temi e alle forme narrative sia relativamente ai soggetti coinvolti e ai legami con la realta storica e sociale del fenomeno migratorio. Mentre negli anni Novanta la produzione dei cosiddetti migrant writers costituiva, in concomitanza con i primi consistenti flussi migratori verso l'Italia, un segnale di novita nel panorama culturale e letterario italiano, e ricavava dall'etichetta critica un riconoscimento istituzionale, i cui benefici si estendevano anche al riconoscimento sociale dei soggetti scriventi, oggi, a distanza di quasi trent'anni, tale produzione, profondamente mutata nelle forme e nei risultati, rischia di rimanere ingabbiata in una definizione riduttiva che, lungi dal riconoscerle il giusto valore estetico, proietta su di essa i parametri dell'eccezionalita, della diversita e in ultima istanza dell'esclusione, circolanti nel discorso sociale nazionale sulla immigrazione e sullo straniero.

Nel tentare una sintesi storico-critica del settore, gia nel 2004 Franca Sinopoli si interrogava sui limiti della definizione e sullo spazio separato che essa ha arbitrariamente imposto alla produzione degli scrittori migranti all'interno del sistema letterario nazionale: "Come fare interagire la letteratura italiana della migrazione con il sistema della letteratura italiana contemporanea?" (Prime linee di tendenza 101), si chiedeva la comparatista romana. Interrogativo, questo, che rimane aperto ancora oggi e che conferma come la categoria stessa di letteratura della migrazione e le sue numerose varianti--letteratura migrante, scrittura della migrazione, letteratura italofona, scritture letterarie della migrazione, letteratura degli stranieri in Italia (1)--oltre ad avvicinarsi solo parzialmente al fenomeno che intendono circoscrivere, sembrano riproporre quei meccanismi di esclusione sociale e politica che erano nate per combattere: anziche valorizzare, separano; anziche includere, ghettizzano. (2) A prescindere infatti dalle loro specifiche peculiarita, scrittrici e scrittori italofoni, stranieri o diasporici o ancora italiani ma etnicamente misti, sono stati forzatamente ricondotti all'interno della tipologia migrante. La varieta dei loro percorsi di ricerca e la difformita delle loro soluzioni espressive sono state livellate in un'unica dimensione, quella dell'esperienza migratoria--vissuta o meno--con chiare ripercussioni sulla prassi ermeneutica, che e rimasta vincolata ai dati autobiografici e al presupposto di una funzione testimoniale delle opere esaminate. Il limite della categoria risiede, a mio avviso, nella sua elasticita; elasticita che se in un primo momento garantiva un ampio grado di inclusivita, oggi al contrario genera uno stato di incertezza definitoria, evidente nella variabile associazione dell'aggettivo migrante all'ambito tematico delle opere o a quello linguistico e biografico dei soggetti scriventi, con una netta prevalenza per quest'ultimo; ne sia prova il fatto che il piu delle volte il requisito ritenuto necessario dalla critica per rientrare nella categoria in questione e essere di nazionalita straniera ed esprimersi nella lingua di Dante. Tuttavia, non sempre tali parametri sono rispettati e sovente i temi, la lingua o l'origine di chi scrive violano una precisa corrispondenza ai presupposti dell'etichetta. E questo il caso delle autrici che esaminero di seguito, comunemente incluse nella onnicomprensiva categoria della letteratura migrante alla quale, tuttavia, in vario modo sfuggono, vuoi perche sono di nazionalita italiana (come Ubah Cristina Ali Farah, per la quale l'italiano e una lingua madre e non un territorio straniero da attraversare e possedere attraverso la scrittura), vuoi perche in varia misura infrangono il consolidato repertorio tematico del racconto migratorio, contaminandolo o piu spesso sostituendolo (ed e questo in specie il caso di Ornela Vorpsi), con il discorso sull'alterita di genere e sulle forme di violenza che opprimono la donna, sia essa migrante o nativa, tanto nel contesto sociale di origine quanto in quello di accoglienza.

Per le ragioni fin qui esposte, alla fuorviante e imprecisa denominazione di letteratura della migrazione si preferisce in questa sede quella di letteratura postcoloniale, non ultimo in considerazione del fatto--certamente non secondario--che le autrici in questione condividono la condizione di inbetweeness che secondo Bhabha e propria del soggetto postcoloniale; abitano cioe quegli spazi di mezzo (in-between space) che sono il lascito piu fecondo della colonizzazione. E proprio in questi spazi terzi, sospesi tra piu lingue e culture, che l'ibridazione e possibile e feconda. Essa favorisce la nascita di nuove forme di soggettivita e di nuove "strategies of selfhood--singular or communal--that initiate new signs of identity, and innovative sites of collaboration, and contestation, in the act of defining the idea of society itself" (Bhabha, The Location of culture 1-2). In quanto luoghi di negoziazione di identita private e collettive, gli in-between space assecondano il configurarsi di inedite strategie discorsive in grado di rivisitare e riformulare i concetti tradizionali di identita nazionale, ma anche etnica e di genere. Per Ornela Vorpsi, (3) ad esempio, la condizione di in-betweener fra la lingua e la cultura d'origine--l'albanese--e le lingue e le culture della migrazione e della scrittura--l'italiano e il francese--e il frutto di un percorso migratorio liberamente scelto; per Ubah Cristina Ali Farah, (4) invece, di madre italiana e padre somalo, nata in Italia e cresciuta a Mogadiscio, e un codice genetico che fin dalla nascita ha contrassegnato la sua duplice appartenenza culturale e linguistica, amplificandola nella dimensione diasporica dell'esperienza privata e collettiva. Malgrado le necessarie differenze, in entrambi i casi, la presa della parola avviene da una location decentrata, che e rappresentativa della dimensione transculturale dell'eta postcoloniale.

Che la letteratura migrante sia "la versione italiana dell'emergere delle letterature post-coloniali nelle lingue europee della grande colonizzazione" (Gnisci, Creolizzare l'Europa 83), era peraltro gia stato rilevato dai pionieri di quest'area di ricerca, che vanta tra i primi critici anche studiosi provenienti dal mondo accademico nordamericano, piu esposti culturalmente al campo dei postcolonial studies. (5) Tuttavia, fatta eccezione per qualche isolato tentativo di uso critico (Morosetti 2004, Comberiati 2010, Proglio 2011, Lombardi-Diop e Romeo 2012, Lori 2013, Sinopoli 2013, Bond e Comberiati 2013), nel corso degli anni l'espressione letteratura postcoloniale ha stentato ad affermarsi nel panorama della critica letteraria italiana al posto della formula piu politicamente neutra di letteratura della migrazione o della denominazione, piu recente, di letteratura transnazionale. (6) La riluttanza dei critici di casa scaturisce, forse, da cio che Lidia Curti chiama "cultural amnesia" (Female Literature of Migration in Italy 62). Un deficit di memoria storica ha permesso all'Italia di allontanare dalla coscienza culturale l'avventura espansionistica nazionale, insieme alla delusione del suo fallimento politico e alla cultura razzista che la sosteneva. Tale triplice rimozione ha prodotto e produce effetti visibili sulla percezione odierna della migrazione, sulla cultura del diverso e sul difficile rapporto con l'"altro" nella societa italiana. Anche nel campo letterario sembra dunque all'opera cio che sul piano storico-politico Ponzanesi ha definito "postcolonial unconscious" (7) (Il postcoloniale italiano 26), ovvero un atteggiamento culturale che minimizza o disconosce il passato coloniale nazionale e, di conseguenza, anche la sua eredita storica in termini di flussi migratori, trasferimenti diasporici e identita miste. E proprio questa eredita che l'ipotesi di un postcoloniale italiano riporta alla luce, istituendo rapporti storico-culturali fra la letteratura italiana e i "processi di decolonizzazione, di postcolonialismo e neocolonialismo che interessano l'Italia a partire dalla seconda meta del Novecento" (Sinopoli, Postcoloniale italiano 7). Insieme alla contestualizzazione storica dei fenomeni migratori contemporanei, la prospettiva coloniale asseconda un'altra significativa operazione critica: il ripensamento dell'identita italiana sotto il profilo etnico, linguistico e culturale. In tale direzione e orientato il volume Postcolonial Italy. Challenging National Homogeneity di Lombardi-Diop e Romeo che, nato in un contesto accademico nordamericano, adotta estensivamente la nozione di postcoloniale per comprendere "processes of racialization, gendering, and cultural transformations engendered within contemporary Italy by the legacy of colonialism, emigration, and global migrations" (Postcolonial Italy 2) e per ridefinire, in base a tali processi, la questione della storia e dell'identita nazionale al di fuori del paradigma dell'omogeneita culturale. E secondo quest'accezione estensiva che in questa sede si intende sostituire--e non affiancare--all'etichetta di letteratura della migrazione quella di letteratura postcoloniale italiana. Tale operazione non intende circoscrivere la produzione di autrici e autori provenienti dalle excolonie, (8) ma ambisce a portare in primo piano l'orizzonte tematico e storico di una letteratura che, anche qualora non sia elaborata da soggetti biograficamente legati alla storia coloniale, si configura comunque in una dimensione transnazionale, mettendo in comunicazione mondi geografici, linguistici e culturali diversi, e delineando quel terzo spazio di cui parla Bhabha--un "universo terzo" (Passerini 19)--nel quale il dialogo fra cultura di arrivo e di partenza genera nuovi paradigmi identitari. (9) Infine, se si riconosce alla dimensione critica postcoloniale una intrinseca forza "oppositional" (Said, The World, the Text, and the Critic 29), ovvero la tendenza a contrastare e demistificare le ideologie sottese alla creazione delle varie forme di subalternita nazionale e culturale generate dall'imperialismo europeo, nell'opera delle autrici in questione tale forza si somma a quella connaturata alla scrittura al femminile, che da parte sua contrasta e demistifica le ideologie patriarcali di controllo e dominio della donna. Scopo della mia indagine e dunque mostrare come le autrici oggetto di indagine tendano a contrastare l'ideologia dominante, dando vita nella loro fiction a un controdiscorso o controcanto, (10) che porta in primo piano gli spazi e le culture attraversate dal soggetto femminile e include nella questione dell'alterita--passaggio obbligato del percorso dell'esule e del migrante--anche quella di genere.

Seconda premessa. Di che tipo di violenza si parla quando si parla di violenza di genere

Tanto il mondo dell'informazione quanto il mondo accademico tendono a declinare in termini fisici e materiali il concetto di violenza, trascurando tutta una serie di pratiche e situazioni, in cui pur non verificandosi una diretta aggressione fisica viene tuttavia esercitata una violenza sull'individuo. Marie-France Hirigoyen si serve dell'espressione "molestie morali", per indicare la violenza 'invisibile' che viene esercitata su un individuo, spesso con la complicita e l'assenso del sistema socio-culturale di riferimento. Per la psicoterapeuta francese sono molestie morali tutti quei processi di destabilizzazione psichica ed emotiva tramite i quali si aggredisce la personalita dell'altro allo scopo di manipolarla, dominarla e finanche annientarla. Contrariamente alla percezione comune dell'atto violento, la molestia morale non ha nulla di clamoroso o di straordinario, non fa notizia, non suscita sdegno o riprovazione, perche si inscrive all'interno delle dinamiche sociali quotidiane. Essa non si esprime nello scontro fisico ne prevede spargimenti di sangue, ma si concretizza in "manovre ostili aperte o nascoste" (Molestie morali XI), finalizzate a minare la personalita di un individuo. Tra le piu diffuse forme di molestie morali Hirigoyen annovera la provocazione, l'allusione, il non detto, lo stereotipo, la colpevolizzazione. L'invisibilita di tali procedure di aggressione --spesso irriconoscibili alla stessa vittima, minimizzate dalla societa e difficilmente sanzionabili sotto il profilo penale--garantisce la mancata percezione della gravita del fenomeno e di conseguenza la solitudine della vittima e l'impunita dell'aggressore. Ci ricorda pero Hirigoyen che la molestia morale, "sebbene nascosta", e pur sempre "una violenza indubbia, che mira a combattere l'identita dell'altro e a privarlo di ogni individualita" (XVI).

L'approccio di Hirigoyen rovescia l'ottica dalla quale si guarda comunemente alla violenza e accende i riflettori su tutte quelle forme di offesa psicologica che pervadono la vita sociale, e che sono tanto piu pericolose quanto piu passano inosservate sia nell'ambiente domestico sia nel mondo lavorativo. Ora, nell'affrontare il tema della violenza di genere ho scelto di rifarmi al concetto di molestia morale per due ragioni principali: in primo luogo perche la prospettiva obliqua offerta da Hirigoyen mi sembra particolarmente adatta a cogliere la situazione di oppressione psicologica affrontata dai personaggi femminili nelle opere oggetto d'indagine; in secondo luogo perche il concetto di molestia morale permette di riconsiderare la violenza di genere alla luce dei ripetuti meccanismi di aggressione messi in atto dal discorso sociale e dalla cultura di appartenenza nei confronti del soggetto femminile. In tal senso il concetto di molestia morale stabilisce un ponte teorico con il campo sociologico della "violenza simbolica", che nelle parole di Bourdieu e una forma di violenza esercitata attraverso "the purely symbolic channels of communication and cognition" (Masculine Domination 2) e percepita come naturale perche inscritta nelle pratiche quotidiane: "immanent in everyone's habitus" (33). In analogia con l'idea della violenza simbolica, la molestia morale richiama l'attenzione non sulla violenza fisica, bensi sulla riproduzione di meccanismi di dominazione e controllo nelle pratiche sociali, nei discorsi e nelle interazioni quotidiane. Del resto lo stretto legame tra il piano clinico e il piano sociale e evidente in molti luoghi in cui Hirigoyen riconduce la molestia al sistema sociale di riferimento, valutando l'efficacia della prima in relazione alla connivenza del secondo: "[...] questo tipo di aggressione consiste nell'invadere [...] il territorio psichico altrui. L'attuale contesto socioculturale consente alla perversione di svilupparsi perche la tollera. [...] Il potere non impone regole e si libera delle sue responsabilita" (Molestie morali XII-XIII). Impercettibile e insidiosa la molestia morale e dunque concepita come il sintomo diffuso di un sistema in cui disuguaglianze e gerarchie sono mantenute non tanto attraverso la forza fisica quanto attraverso forme di dominio simbolico. Se applicati alla questione della violenza di genere, tali strumenti teorici permettono di approfondire la percezione e la comprensione del fenomeno, giacche la violenza contro le donne non si esaurisce nel femminicidio o nell'aggressione sessuale, ma si esprime comunemente in abusi psicologici ed emotivi che, pur non lasciando tracce visibili sul corpo, sono in grado di esercitare gli stessi effetti distruttivi della violenza fisica. Quest'ultima e spesso l'atto finale di una lunga storia di molestie morali minimizzate e passate sotto silenzio, non un evento eccezionale estraneo al contesto ideologico e culturale in cui si manifesta. Scopo di questo saggio e appunto correlare la violenza fisica ai meccanismi di dominio e sfruttamento del soggetto femminile che sottendono le pratiche sociali comuni.

In tale ottica il concetto di "violenza sistemica" elaborato da Slavoj Zizek rappresenta un prezioso strumento teorico di riferimento per sviluppare l'indagine critica proposta. Zizek parla di violenza sistemica per indicare il campo di origine e d'azione della violenza fisica--che egli definisce "soggettiva"--che puo essere letta e spiegata solo alla luce del contesto (sistema) che la genera:

At the forefront of our minds, the obvious signals of violence are acts of crime and terror, civil unrest, international conflict. But we should learn to step back, to disentangle ourselves from the fascinating lure of this directly visible 'subjective' violence, violence performed by a clearly identifiable agent. We need to perceive the contours of the background which generates such outbursts. [...] Subjective violence is just the most visible portion of a triumvirate that also includes two objective kinds of violence. First there is a 'symbolic' violence embodied in language and its forms [...]. Second, there is what I call 'systemic' violence, or the often catastrophic consequences of the smooth functioning of our economic and political systems.

(Violence 1)

Il concetto di violenza sistemica, cosi enunciato, offre una prospettiva filosofica piu ampia per mettere a fuoco il rapporto tra violenza fisica e aggressione morale. Zizek denuncia l'apparente neutralita del tessuto socio-economico e delle forme di pensiero ad esso sottese, sviluppando il discorso sulla violenza sistemica secondo una linea di pensiero che coniuga l'approccio marxista con quello psicoanalitico di ascendenza lacaniana. Gli aspetti della sua complessa riflessione che mi sembrano pertinenti al concetto di molestia morale riguardano da un lato il legame fra contesto sociale e violenza individuale, dall'altro la critica ai miti dell'ideologia liberale. Nel primo caso--come gia sottolineato in merito alla violenza simbolica--la violenza sistemica viene individuata quale contesto di crescita e sviluppo per le forme apparentemente innocue di aggressione perpetrate nei confronti dei soggetti minoritari; in altre parole, la violenza sistemica e intesa come il terreno di coltura anonimo della violenza soggettiva. "Systemic violence"--scrive Zizek--"is [...] something like the notorious 'dark matter' of physics, the counterpart to an all-too-visible subjective violence" (2). Essa va necessariamente presa in considerazione per comprendere "what otherwise seem to be 'irrational' explosions of subjective violence" (2).

Il secondo aspetto, ovvero la critica che il filosofo sloveno rivolge all'umanesimo liberale, richiama da vicino la tendenza "oppositional" degli studi postcoloniali, in quanto rivisita i miti del liberalismo occidentale, quali la tolleranza e i diritti umani, evidenziandone i limiti e le contraddizioni. Secondo Zizek, il concetto di tolleranza puo diventare strumento di violenza nel momento in cui viene usato per giustificare uno stato di inerzia nei confronti dell'oppressione--"blindness to oppression on behalf of 'respect' for the Other's culture" (126)--ed e pertanto funzionale a legittimare la violenza sistemica piuttosto che a combatterla. "Why are so many problems today perceived as problems of intolerance, rather than as problems of inequality, exploitation or injustice?" (119), si chiede Zizek, alludendo all'uso strumentale della tolleranza per differire l'azione di cambiamento e perpetuare le ingiustizie del sistema. "Emancipation, political struggle, even armed struggle" (119) sono per il filosofo le forme di resistenza alla violenza sistemica, di contro alla tolleranza in quanto categoria ideologica asservita al sistema. La stessa demistificazione viene proposta nei confronti della tendenziosa universalita del concetto dei diritti umani, "a position that presents itself as neutral-universal" (126), ma che effettivamente privilegia una certa cultura che e eterosessuale, maschile e bianca, per la quale "universal human rights are effectively the rights of white male property owners to exchange freely on the market and to exploit workers and women, as well as expert political domination" (126).

Combinando insieme la teoria psicoanalitica di Hirigoyen e la riflessione filosofica di Zizek, nell'indagine che segue esaminero le molestie morali cui sono esposte le figure femminili tratteggiate da Vorpsi e Ali Farah, allo scopo di evidenziare il processo di interiorizzazione della violenza sistemica, tramite il quale si cristallizza intorno al soggetto una sorta di prigione morale--fatta di divieti, limiti, riduzioni e stereotipi--in cui la donna e costretta 'normalmente' a vivere e a costruire la propria individualita. Per esplorare le diverse reazioni dei personaggi femminili alla violenza sistemica prendero in considerazione due romanzi: Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi (2005) e Madre piccola di Ubah Cristina Ali Farah (2007).

Il paese dove non si muore mai (11)

Il paese ironicamente celebrato nel titolo del romanzo d'esordio di Ornela Vorpsi e l'Albania totalitaria degli anni Settanta e Ottanta, in cui l'autrice e nata e cresciuta. Del regime socialista di Enver Hoxha e dei suoi effetti sulla societa albanese la scrittrice traccia un ritratto amaramente sarcastico, per il tramite di figure femminili il cui destino di morte nega l'adagio del titolo. La violenza sociale con cui si confrontano le donne albanesi si definisce presto sotto la forma apparentemente innocua dello stereotipo di genere. Accanto all'insofferenza, all'incoscienza e alla megalomania--caratteri distintivi del popolo albanese snocciolati dalla narratrice in apertura di romanzo--figura infatti l'ossessione per la "questione della puttaneria" (Il paese dove non si muore mai 7), ovvero l'ossessione per la sessualita femminile, con tutto il complesso e ambivalente meccanismo di attrazione e timore che ogni ossessione porta con se, e che si traduce in un serrato meccanismo socio-culturale di controllo e punizione della donna. Il potente neologismo vorpsiano coglie una fra le piu comuni e radicate forme di molestia morale: ovvero la riduzione della donna alle sue caratteristiche fisiche e alle sue funzioni sessuali. Semplicemente perche appartiene al genere femminile, indipendentemente dalla sua volonta e dal suo comportamento, la donna albanese deve fare i conti con il pregiudizio maschile della "puttaneria", che ne fissa lo sviluppo identitario sul binario di una riduttiva sessualizzazione. (12) Le diverse figure femminili che si alternano nel romanzo sono tutte in varia misura vittime di tale pregiudizio di genere. Si tratta di donne (reali o immaginarie poco importa) tacitate dalla violenza sistemica, alle quali la scrittrice presta una voce e un palcoscenico per raccontare vicende di molestie morali ed emarginazione sociale.

Fra le figure che Vorpsi sottrae al silenzio e all'oblio spicca la madre di Kristina, a cui si e "gonfiata" la pancia mentre il marito e in prigione: "Togliere aveva voluto. Sangue, e poi sangue e ancora sangue le era colato tra le cosce finche si era svuotata tutta" (26). Sola e denigrata dalla comunita, la madre di Kristina muore a ventisei anni, ripudiata perfino dai familiari, i quali pur professandosi ferventi cattolici la sacrificano sull'altare della violenza sistemica, per allontanare da se la colpa della "puttaneria". La vicenda della madre di Kristina, analogamente alle vicissitudini delle altre figure femminili vorpsiane, si inscrive all'interno di un duplice quadro di violenza sistemica: la violenza politica esercitata dal regime totalitario da un lato e il "terrorismo" esercitato dalla cultura patriarcale dall'altro (Johnson, Patriarchal Terrorism). Sottesa al sistema delle relazioni quotidiane, tale duplice forma di violenza non viene percepita nella sua drammatica arbitrarieta bensi come giusta e naturale, e ricava dalla soppressione della vittima la sua legittimazione. La morte 'naturale' della madre di Kristina--esito tragico del tentativo di abortire un figlio illegittimo--e percepita come l'evento punitivo che ristabilisce il 'giusto' ordine sociale, ordine che la donna ha sfidato seguendo i propri istinti; allo stesso modo e altrettanto 'giusta' e accettata dalla comunita l'incarcerazione del marito, un "calzolaio di Stato" (25), che ha osato sfidare il potere del regime comunista, rubando del cuoio per farsi delle scarpe tutte per se. La sproporzione tra la colpa e la punizione dei due coniugi e evidente. In entrambi i casi e all'opera la violenza di un sistema politico e sociale che si accanisce contro l'umanita degli individui, la quale si esprime tanto nel diritto di amare quanto nel diritto di emanciparsi.

Un'ulteriore osservazione conferma la risonanza di questo episodio all'interno di un discorso sui sottili meccanismi della violenza morale. "Corona di Cristo" e il titolo emblematico del capitolo nel quale viene evocata la madre di Kristina: l'espressione--ci informa la narratrice--e usata per indicare un fiore che in francese e chiamato "fleur de la passion" (23); insieme alla intrinseca simbologia erotico-sessuale del fiore, la notazione terminologica proietta sulla figura femminile in oggetto una rete di suggestioni semantiche che ne fanno l'epitome della polarita esistenziale delle donne vorpsiane, collocate all'interno di un contesto simbolico che le definisce come soggetti che amano e soffrono. (13) Soggetti, in altre parole, profondamente umani e comuni, come comune e il fiore della passione: un fiore che non e esclusivo dell'Albania ma cresce in molti paesi occidentali, avrebbe tristemente scoperto tempo dopo la narratrice, alludendo simbolicamente al destino di isolamento e oppressione della donna anche al di fuori dello stato totalitario.

Il contrasto con una torbida figura maschile che appare nello stesso capitolo contribuisce, infine, a rendere piu incisiva e amara la sorte della madre di Kristina. Si tratta di Babako, un bisnonno che impunemente e ripetutamente molesta sessualmente la compagna di giochi di sua nipote, mentre la comunita e impegnata ad allontanare da se l'onta della "puttaneria". La denuncia della cecita della violenza sistemica e chiara: lo svilimento e la condanna sociale della pulsione erotica femminile e funzionale non tanto e non solo al rispetto di un presunto codice d'onore maschile, quanto a legittimare la normalita della pulsione erotica maschile anche quando questa si traduce in vizio, sfruttamento e violenza. Colpa delle donne vorpsiane e minare, con la loro individualita e le loro scelte, la tenuta di un sistema sociale misogino che riproponendo gli stessi meccanismi del colonialismo scarica sul corpo della donna il peso della colpa e della vergogna di un intero popolo. (14)

A restituirci l'immagine della madre di Kristina e una narratrice plurima, dai molti nomi e dalle varie eta: ora bambina, ora adolescente, ora giovane donna. La scoperta del mondo che accompagna le varie fasi della sua vita, dall'infanzia alla maturita, coincide con la scoperta delle prigioni morali che ingabbiano lo sviluppo della donna all'interno di un sottile sistema di offese alla femminilita. Aborto, prostituzione, molestie sessuali, sospetto, isolamento, pregiudizio, delazione, suicidio: sono questi i nodi della rete in cui sono intrappolate le donne vorpsiane nell'indifferenza del sistema e spesso anche nell'inconsapevole adesione ad esso. E questo il caso di Blerta e Dorina, due giovani donne che, come la madre di Kristina, si trovano imprigionate all'interno di un pattern of violence la cui natura sistemica preclude loro qualsiasi via d'uscita all'infuori della sottomissione al maschio o, quando cio non e possibile, del suicidio: "Dorina era molto intelligente e bella, ma un problema di salute alle gambe di tanto in tanto le causava dei cedimenti. Con Dorina non ci si puo sposare, una moglie cosi ... macche! Pero un po' di sesso si puo fare per poi gettarla via, come lei ha gettato se stessa alle acque" (60). La stessa sorte tocca a Blerta che appena sedicenne si getta nelle gelide acque del lago perche incinta, "per scomparire in due" (59), sottolinea la narratrice, rilevando pero al contempo come questa sorte non sia contemplata dall'uomo: "[...] che io sappia, nel lago non vanno a morire gli uomini, o almeno gli uomini albanesi non soffrono il mal d'amore al punto di spingersi fin li, e poi loro non rimangono incinti, non hanno bisogno di simili gesti disperati" (59). L'asimmetria sociale fra l'uomo e la donna e qui suggerita dalla incisiva manipolazione terminologica vorpsiana, (15) mentre altrove viene evocata liricamente, ma sempre allo scopo di affermare quella differenza biologica che dona alla donna cio che nega all'uomo, vale a dire la facolta di procreare: "Oh gli uomini maledizione. Le donne, l'amore, il sangue e il sesso nero. La morta aveva toccato questo. Il mistero del nascosto, fatto di rami scuri e di sangue che scorre" (26). Nell'intensita di questo passo trova espressione un ulteriore aspetto dell'immaginario vorpsiano, ovvero la sovrapposizione "di vita biologica e di vita sociale, embricate l'una nell'altra, non separate come in molte narrazioni contemporanee" (Benedetti 2006). L'intreccio del mondo materiale (biologico) e del mondo simbolico (sociale), ricorrente in molti altri luoghi del romanzo, sembra indicare una comunione impossibile del corpo individuale (femminile) con il corpo sociale. (16)

Blerta, Dorina, la madre di Kristina, ma anche Ormira, Elona, Ina, Eva e le altre donne del romanzo--"Molteplici eroine che ne formano una sola" (Rizzante 2008)--sono espressione non solo delle epoche interiori dell'autrice, ma anche delle gabbie morali all'interno delle quali la donna e destinata a muoversi nelle varie fasi della vita. (17) Esemplari a proposito sono altre due figure femminili evocate dalla narratrice: Bukuria e Ganimete, rispettivamente madre e figlia, prostitute per necessita, internate, rieducate e infine uccise dal regime. La loro vicenda di emarginazione e sfruttamento, oltre a testimoniare la violenza politica dell'Albania guidata da Hoxha, e un potente atto d'accusa nei confronti dell'ipocrisia della societa patriarcale, nutrita di vizi privati e pubbliche virtu. Una societa dove gli uomini divorano "con gli occhi le belle ragazze" ma chiudono "gli occhi a tutti i vizi" quando passano per strada con la moglie (48), e le donne--benche attratte dal mistero di "queste due solitarie figlie di Eva, che accoglievano solamente visite maschili, e di nascosto" (44)--non hanno il coraggio di bussare alla porta di Bukuria e Ganimete ne di offrir loro gesti di solidarieta, salvo poi pero saccheggiarne la casa quando la mano lunga del regime interviene a punire madre e figlia con la deportazione e l'internamento. Passiva per timore di divenire a sua volta bersaglio della violenza di regime, la comunita dei vicini si dimostra sadicamente attiva di fronte allo spettacolo dell'umiliazione. "Non tenevano una buona condotta, le hanno punite per immoralita" (47), si sente rispondere la narratrice dopo aver chiesto chiarimenti sulla fine di Bukuria e Ganimete. E ancora una volta l'autrice trasferisce allusivamente la colpa dalle vittime alla societa, mettendo in primo piano la sottile violenza in atto nelle 'immorali' pratiche quotidiane della comunita dei vicini.

A dispetto della loro tragica sorte, le due prostitute sono figure testuali dotate di una forza contrastiva--con Said potremmo dire "oppositional"--nei confronti della violenza sistemica. Tale forza trasforma la silenziosa denuncia dell'oppressione in principio di riscatto e in possibilita di azione. Il mistero che emanano le due donne e infatti intimamente collegato al mistero della letteratura che, allo stesso modo della sensualita, disturba il regime perche sfugge al controllo e al dominio del partito. Bukuria e Ganimete non tengono una buona condotta non solo perche ricevono uomini di nascosto, ma anche perche sono avide lettrici:

D'estate tirava fuori una sorta di sedia a sdraio che scricchiolava sotto i movimenti del suo corpo ben arrotondato, e consumava romanzi; Carmen, Bel-Ami, Une vie, Guerra e pace mentre il sole stuprava ogni poro della sua pelle scaldandola tutta fino al calar della sera. [.] Spiare Ganimete per me era intravedere da una fessura i misteri che avvolgono la donna. Lei osservava il cerchio che io disegnavo intorno alla sua persona, ma non c'era disagio; tra noi aveva messo radici leggere un patto silenzioso, una solidarieta senza nome. Ganimete per me era Carmen.

(Vorpsi 45)

Nell'Albania dell'uguaglianza forzata, la sensualita e un reato perche contraddice la morale di Madre-Partito, non puo essere rieducata, ne controllata o addomesticata. Alla stregua della letteratura, la sensualita oppone resistenza alla violenza del sistema, e in altre parole rivoluzionaria. In un passo significativo del romanzo, la narratrice, ripensando al celebre quadro di Delacroix "La liberta che guida il popolo", osserva che forse dovrebbe chiamarsi "La sensualita che guida il popolo", perche "forse la rivoluzione ha a che fare con la sensualita, o forse puo riuscire grazie alla sensualita?" (67-68). Se cosi non fosse, ovvero, se la sensualita non fosse rivoluzionaria, perche la propaganda di regime avrebbe dovuto coprirle i seni nei libri di testo della narratrice bambina? Con i seni coperti la liberta e censurata, la sensualita respinta e cancellata. "La morale totalitaria e la vittoria della laidezza sulla bellezza", scrive Rizzante (2008). Eppure, ad essere presa di mira in questa riflessione estetico-politica non e solo la censura di regime, ma anche la presunta liberta dell'Occidente e il fatto che sia l'una che l'altra abbiano bisogno di esprimersi attraverso il corpo femminile. La scoperta, anni piu tardi, che nei libri dell'Italia capitalista la liberta guida il popolo per mezzo di "seni abbaglianti", suscita nella narratrice ormai adulta una serie di domande che inducono il lettore a rimettere in discussione il valore della liberta femminile in Occidente:

La liberta possedeva dei seni cosi abbaglianti (non tutte le donne li hanno, a volte basta allattare un figlio per far perdere la poesia ai seni, mi diceva la mamma), la liberta aveva il potere di sedurre e incantare, e non sembrava aver allattato. Perche non era capitato a un uomo di perdere la maglia cosi? Perche proprio lei era al centro del dipinto? [.] Cosa facevano quei seni nudi in mezzo alla rivoluzione? Serviva la sensualita alla rivoluzione? E se si, come? Alla fine: chi vinse la battaglia quel giorno?

(Vorpsi 68)

L'aneddoto vorpsiano tocca una questione scomoda e spesso rimossa: mentre denuncia la violenza dell'Albania comunista che teme e censura la liberta, svela la violenza implicita nelle democrazie capitaliste che invece la denudano. In ogni caso, sia nei paesi totalitari sia nei paesi liberali la battaglia si svolge sul corpo simbolico e reale della donna. Del resto, se la donna in Albania e vittima di un sistema sociale misogino, l'epilogo del libro ci mostra come l'Occidente, tanto sognato e idealizzato dalla narratrice, non sia immune da questa stessa sindrome. Giunta nella "terra promessa" (107) che da il titolo al capitolo finale, la narratrice che ora, non a caso, risponde al nome di Eva, vede il suo entusiasmo smorzarsi di fronte ad una serie di difetti di bellezza. Ed e ancora una volta con un aneddoto che Vorpsi formula il suo sottile j'accuse nei confronti della violenza sistemica. Quando, subito dopo essere sbarcata nel Belpaese, Eva acquista i biglietti dell'autobus dal tabaccaio, rimane abbacinata dallo spettacolo del superfluo e si illude di essere approdata in "un altro mondo" (109):

Eva scopri che voleva rimanere la, di sicuro ci volevano delle ore per curiosare in tutta quella lussuria che sconcertava i suoi occhi: carte colorate, lettere d'oro, forme capricciose di cioccolatini, chewing-gum, biscotti mandorlati, caramelle di menta fresca, menta forte, menta dolce, menta-liquirizia, biglietti della lotteria con dei disegni di sirene, e per finire, un uomo [...] che sembrava essersi materializzato da una carta da gioco. Il fante di cuori [...].

(Vorpsi 109-10)

Nel frattempo sua madre, che l'attende all'aperto tenendo strette le "valigie di pelle finta" (109), viene avvicinata da un giovanotto il quale le chiede: "A quanto scopi?" (110). La donna, che non sa l'italiano, risponde con un sorriso, pensando che il giovane voglia portarle i bagagli. La migrazione coincide dunque con la scoperta che, anche nella democratica Italia, la "puttaneria" e uno stigma che la donna si porta dietro come un marchio invisibile da una sponda all'altra dell'Adriatico. Nel contrasto tra le aspettative e il reale si chiude ironicamente il romanzo: l'"altro mondo" che Eva e sua madre scoprono nel Belpaese e solo quello luccicante e affollato di oggetti inutili della tabaccheria; il mondo reale e sempre lo stesso, fatto di steccati, confini, offese e mortificazioni, e il mondo dove si compiono quotidianamente e impunemente attentati morali contro la donna.

Madre piccola (18)

Anche Madre piccola--come Il paese dove non si muore mai--e una narrazione-mosaico in cui la questione dell'identita viene affrontata per il tramite di una dimensione plurale e collettiva. Piu voci si alternano infatti sul palcoscenico del racconto, assecondando i modi e le forme dell'oralita, (19) e intrecciando i fili di piu storie per raccontare la diaspora somala: "Storia circolare di povera gente mossa dal desiderio" (Madre piccola 15). Una delle piu estese al mondo, la diaspora somala e la conseguenza della guerra civile che ha insanguinato il paese negli anni Novanta e ha disperso i suoi abitanti in varie direzioni del mondo: dall'Italia agli Stati Uniti, dalla Scandinavia al Canada. Della dimensione geografica della diaspora il romanzo rende conto attraverso le vicende private dei quattro narratori: tre donne--Axad, Barni, Domenica--e un uomo--Taageere. Alla stregua di moderni aedi, i quattro narratori cantano i percorsi dei somali in fuga, ne seguono l'andirivieni da un paese all'altro, ne segnalano gli incroci inaspettati, interrogandosi costantemente sul trauma del distacco violento, sull'erranza senza meta e sul senso di inappartenenza che li accompagna. Il disegno centrale che scaturisce dalla polifonia del racconto (20) ci restituisce la storia della protagonista femminile dal doppio nome: Axad-Domenica, emblematicamente dimidiata dall'esperienza diasporica in due identita culturali e linguistiche, l'una somala, l'altra italiana. Identita che variamente si intersecano nel corso del romanzo fino a ricomporsi nel finale, con l'accettazione di essere "iska-dhal", cioe una "mezzamista" (121) o una "natainsieme, nata-mescolata" (95). Sono evidenti le tracce autobiografiche del personaggio e altrettanto evidente e la segnalazione testuale della sua scissione interiore, in 'un prima' e 'un dopo' narrativo, che potranno ricomporsi solo quando la protagonista avra percorso le vie della diaspora e si sara confrontata con le molteplici voci ed esperienze dei compagni di viaggio e di racconto.

Sul piano storico la scissione identitaria dei personaggi e marcata dalla separazione temporale del loro vissuto in 'un prima' e 'un dopo' disgiunti da una cesura innominabile: la guerra civile, il lutto, la perdita, la violenza. Si tratta di eventi rimossi dal racconto, ma presenti nel filo di sofferenza che cuce insieme le varie storie della diaspora e nelle riflessioni sull'imperscrutabilita del destino che mescola capricciosamente le vite narrate, separandole e intrecciandole come "strade che si rincorrono" (93). E cosi che imprevedibilmente si incrociano i percorsi dei vari personaggi e i destini delle voci che ne narrano le vicende: Axad si imbatte in Taageere, futuro marito e padre di suo figlio, e ritrova Barni, la cugina di cui ha preso le tracce allo scoppio della guerra civile. Il momento dell'incontro imprevisto e spesso attraversato, nel romanzo, da uno slancio utopico di riconciliazione collettiva, che rimane tuttavia trattenuto dal mancato affrancamento dalla violenza della guerra civile. La risonanza di quest'ultima si palesa nel carico di sofferenza che i personaggi femminili si portano dentro. Nelle parole di Axad, lo stupore dell'incontro con la cugina Barni si trasforma infatti nel racconto del dolore che contrassegna i confusi percorsi della vita diasporica:

Il principio: follia di smarrimento. Storia mia che avevo rimosso, di tante separazioni. Ti ho lasciata, sorella mia, sono partita e ho cancellato tutto d'un colpo. Nove anni, avevamo nove e dieci anni quando ci siamo viste l'ultima volta. Ricordi? Sapevamo forse che ci saremmo ritrovate oggi, dopo piu di vent'anni? Ma gli affetti profondi sono di fibra sotterranea. Persistente. Vent'anni ti dicevo spezzati a meta. La prima meta: una vita qui, dimenticanze. Ho cancellato il somalo, rapidamente. Rimuovere, la nostra mente fa questo, chiude dentro gli armadi. [...] Cancellare un territorio della memoria e costruirne uno nuovo. [...] La seconda meta dei vent'anni trascorsi? Vita di diaspora, peregrinazioni senza destino. [...] La notte con gli occhi spalancati. Le ore passavano con quel rodimento, come un piccolo scalpello che scava, minuziosamente, la carne. [...] Cercavo, dentro di me, le radici delle esistenze.

(Ali Farah 97-98)

Per meglio comprendere la peculiarita della diaspora somala e opportuno collocarla nel contesto della profonda dissoluzione sociale e territoriale dell'excolonia italo-inglese. La guerra civile scatenatasi nel 1991 ha fatto precipitare il paese in una situazione di instabilita cronica, accendendo odi e tensioni interetniche non ancora sopite e aprendo nuovamente il territorio somalo--nell'epoca postcoloniale--al saccheggio delle potenze occidentali. Privati di una terra alla quale poter fare ritorno, i migranti somali--osserva Proglio--sono proiettati "fuori dalle orbite sociali del paese di partenza" e "del paese d'arrivo" (122), conservando come "unici appigli e ancoraggi validi" le "reti parentali e relazionali" (123). La possibilita di riallacciare i legami comunitari al di fuori della terra natale e dunque di vitale importanza per i personaggi di Madre piccola, in quanto assicura loro una continuita identitaria in un contesto di nomadismo geografico e di precarieta sociale e affettiva. La ricorsivita dei personaggi che sono di volta in volta "sia voce narrante che soggetto narrato", contribuisce "a far risaltare la rete di parenti, amici, conoscenti che si viene a creare nel mondo a seguito della diaspora, come se nella dispersione ci fosse un'energia uguale e contraria che tende a ricollegare gli uni agli altri" (Lori 60). Tale energia si manifesta anche nella ricorsivita e circolarita del racconto, attraverso il quale viene ricostruita una visione plurima e dislocata della terra d'origine. (21)

Cio nonostante, l'incrociarsi delle strade diasporiche non sempre e occasione di recupero gioioso di una identita territoriale. Ne e un esempio l'incontro di Barni e Ardo, dal quale affiorano le tensioni di una guerra civile che si estende oltre i confini nazionali. Barni e una delle "madri piccole" del romanzo, la quale dopo la fuga da Mogadiscio e approdata a Roma, dove lavora come ostetrica. Saranno i tracciati metropolitani a farla imbattere in Ardo, una giovane somala il cui atteggiamento e i cui orecchini in filigrana d'oro con incastonato un occhio di tigre hanno il potere di riaccendere le tensioni del conflitto civile somalo, risvegliando in Barni risentimento e ricordi traumatici. A tormentarla e in particolare il ricordo vivido di un'aggressione, in cui quegli stessi orecchini le vennero sottratti da dei banditi durante la guerra civile. Il tentativo di far luce non tanto sull'accaduto quanto sulle ostilita etniche aprira per Barni un nuovo percorso diasporico, non piu geografico ma simbolico, che le permettera di prendere le distanze dalla violenza sistemica che e esplosa nel conflitto somalo e ha impresso tracce profonde nella vita dei soggetti coinvolti. Per non cedere alla tentazione di riproporre gli stessi meccanismi violenti di cui e stata vittima, Barni sceglie allora di combattere il risentimento che prova e di aprirsi alla riflessione che la induce a interrogarsi su "perche gli uomini, sempre e ovunque, hanno bisogno di decidere che e nemico e chi no" (169). A sciogliere definitivamente le tensioni interetniche sara tuttavia un altro evento fortuito: la maternita di Ardo. L'assistenza che Barni fornisce ad Ardo al momento del parto e il segno della possibilita di una riconciliazione, nella comune scelta di opporsi con la vita alla distruzione della guerra civile: "Io ho preso tra le mie mani la bambina di Ardo. Ho lavato il suo sangue, l'ho attaccata al seno. Quella creatura e nata lavata, pulita dal rancore" (182). La possibilita di una conciliazione le verra invece negata dal marito, che l'abbandona perche incapace di accettare una donna che lo mantiene e appartiene al gruppo dei "nemici": "[...] noi e voi, assassini e vittime, vittime e assassini, chi e chi se basta solo spostare il punto di vista?" (166), si chiede Barni, denunciando l'assurda arbitrarieta di una violenza che ha scatenato un conflitto fratricida e continua a smuovere rancori e risentimenti al di la dei confini africani.

Insieme alla risonanza della guerra civile, le vite diasporiche dei personaggi devono fare i conti con la violenza "simbolica" delle citta di approdo--"mappe vuote senza sentimento" (79)--dove sono soprattutto le donne migranti ad affrontare l'emarginazione etnica e sociale. Shamsa, ad esempio, "chiarore di mare profondo, bellezza da sirena" (80), ha attraversato i paesi freddi del Nord Europa insieme ai suoi sei figli "attaccati alla gonna", a un marito "dal cuore geloso di serpe" e alla tristezza che giorno dopo giorno la invade e la fa "scivolare sulla sostanza" (79). L'estraneita dei paesi di transito e di arrivo e sempre evidenziata dall'assenza di colore e dall'anonimato socio-spaziale, in contrapposizione alla familiarita e alla vitalita del paesaggio somalo prima della distruzione. A differenza di Vorpsi, Ali Farah non si avvale di incisivi neologismi per affrontare l'asimmetria tra le donne e gli uomini della diaspora, ma usa un linguaggio che procede per nessi associativi inespressi ed e sostenuto da una tensione dialogica che si scioglie in frequenti interrogativi. Il tono ondivago, da confessione intima, che segna il fluire del racconto non e al servizio di una malinconica ricognizione interiore, ma contribuisce a circoscrivere e a isolare episodi di sopraffazione morale della donna sui quali il discorso ciclicamente ritorna. La violenza della guerra e l'esperienza dello sradicamento sembrano infatti non aver avuto nessuna incidenza sui dispositivi sociali di dominio e controllo della donna inscritti nella cultura e nella societa somale. Pertanto, le figure femminili del romanzo (certamente piu numerose e intense di quelle maschili) si fanno portatrici di una duplice esclusione: etnica e di genere. Relegate ai margini delle societa di approdo in quanto etnicamente diverse, le donne di Madre piccola devono altresi fare i conti con i meccanismi di marginalizzazione di genere, accettati come 'naturali' all'interno delle comunita somale. Alcuni esempi sono utili a portare in superficie quello che e a mio avviso uno dei temi centrali del romanzo: ovvero la resistenza silenziosa delle donne alle molestie morali esercitate dai dispositivi culturali di comunita profondamente patriarcali e maschiliste.

Il primo caso riguarda le due donne di Sacid Saleeban, un giovane somalo dai tratti picareschi che si improvvisa prima regista della diaspora somala negli Stati Uniti e poi maldestro imprenditore commerciale. La sua leggerezza istrionica sarebbe fonte di comicita se non fosse in stridente contrasto con il dolore delle donne che lo affiancano: la prima e la fidanzata che rinuncera all'amore per lui grazie a un passaporto falso che le permettera di attraversare l'Atlantico, trasformando la diaspora politica in diaspora di genere; l'altra e la giovane moglie impostagli dalle norme della comunita di origine, ignara dei veri sentimenti del marito e "avvezza a tante sopportazioni" (127). Le due figure femminili si sovrappongono in un comune destino segnato dalla rinuncia--ad essere amate e ad amare--e dallo svilimento della loro individualita da parte di "tanti codici che ti dicono come devi essere e pieta nessuna" (127). La moglie, non amata, di Sacid Saleeban muore dopo aver partorito "tre eredi in fila puri di genealogia": "Quanti anni aveva? Ventidue anni quando l'hanno seppellita. E dicono che e scivolata da un parapetto. La verita e talmente debole" (127). Analogamente a quanto avviene ne Il paese dove non si muore mai, nel romanzo di Ali Farah le donne sono schiacciate dai condizionamenti culturali e dai modelli di comportamento immanenti nelle pratiche sociali; paradossalmente, le "madri piccole" del romanzo sfuggono alla violenza della guerra civile ma non all'indifferenza e all'oppressione della comunita. La triste sorte della moglie di Sacid Saleeban alimenta in Axad una riflessione sull'amore e il matrimonio; riflessione nella quale prende forma l'insidioso processo di interiorizzazione dei meccanismi di sopraffazione inscritti nelle interazioni sociali:

Io avevo finito con il pensare dell'amore che e pura dipendenza. [...] Dipendenza mentale, dipendenza fisica, quello che vuoi. [...] Allora, non so come spiegarti, con questo quadro davanti ero arrivata persino ad accettare l'idea del matrimonio come contratto: equilibrio talmente difficile che se e artificiale non cambia molto. Pensavo--figurati un po'--che l'amore non e un ingrediente fondamentale per il matrimonio. [.] Altrimenti come spiegarsi il modo in cui Sacid Saleeban e la moglie avevano resistito?

(Ali Farah 125-26)

L'aggressione morale del sistema patriarcale che vincola la donna a ruoli sociali e familiari fissi, sganciati dalla sua scelta e dalla sua volonta, sono invisibili atti di "predazione" (Molestie morali XIV), ci ricorda Hirigoyen, che posso concludersi "con un vero e proprio omicidio psichico" (IX). E effettivamente in uno stato di passivita e letargia psichica che prende avvio nel romanzo la vicenda di Axad. Al seguito del fidanzato Libeen, Axad attraversa il grigiore delle citta del Nord Europa, dalla Finlandia all'Olanda, trasportata dalla dipendenza psichica dal proprio uomo; dipendenza che se da un lato le permette di superare una "malattia di troppe solitudini" (108) e il trauma di un padre scomparso nel conflitto somalo, dall'altro la blocca in una "prigione di immobilismo" (101) da cui riuscira ad affrancarsi solo attraverso il confronto con le vicende di solitudine e dolore di altre donne somale. L'immobilismo cui si riferisce Axad e duplice: esso si compone dell'isolamento del soggetto diasporico nella societa di arrivo e della solitudine del soggetto femminile all'interno della comunita di origine: "Non riuscivo a spiegarmi perche la mia gente, che credevo cosi solidale, sta abbandonando questa ragazza a se stessa" (117), si chiede Axad di fronte alla solitudine di tante donne somale che, come Shamsa, cercano di fuggire ad ogni costo dalla guerra e precipitano poi nella depressione, passando dalla prigione fisica rappresentata dal paese di provenienza--"Un paese valeva l'altro, purche fosse fuori da quella prigione" (117)--a una altrettanto insidiosa prigione morale. La violenza sistemica del gruppo ancora una volta non e estranea all'oppressione femminile: Shamsa non viene aiutata perche ha violato i codici di genere della cultura somala, decidendo di partire senza l'autorizzazione di suo padre. Ha commesso, in altre parole, un reato di disubbidienza, manifestando la propria volonta e scegliendo di agire attivamente. E questa la ragione per la quale anche il fratello Libeen le ha negato solidarieta: "Perche nessuno e andato mai a soccorrerla?"--si chiede Axad--"Depressioni ne ha avute tante, troppe. Libeen non era tipo da non capirlo. Per questo mi ha mandata: sapeva, ma non voleva occuparsene personalmente. Questione di uomo a uomo, donna a donna?" (117).

Quanto alla protagonista Axad-Domenica, la sua scissione interiore di donna migrante appartenente a piu lingue e culture, si esprime nel conflitto fra i diversi territori culturali e linguistici che la definiscono: e questo il caso dei frequenti spaesamenti linguistici e delle amnesie lessicali che la colgono dopo lunghe permanenze in Italia e che suscitano la disapprovazione dei parenti somali (239). Axad e Domenica vivono nell'opposizione reciproca: ciascuna identita e interpretata come il tradimento dell'altra, ciascuna identita viene mistificata dal discorso sociale dell'appartenenza: "Sei somala", "Sei italiana", sono espressioni solo apparentemente neutre, perche in realta cariche della 'violenza' ideologica che divide il mondo fra un Nord benestante (Domenica) e un Sud povero (Axad). Per sottrarsi all'oppressione simbolica del linguaggio Axad ingaggia allora una lotta interiore contro se stessa, cercando di sopprimere una delle sue due voci e di vivere mimetizzandosi di volta in volta nel contesto socio-culturale che la circonda. Gli echi politici di questo dissidio privato sono chiari: mentre la Somalia precipita nel caos di un conflitto fratricida, Axad cerca di eliminare Domenica, usando come teatro di battaglia sia il linguaggio (l'oblio e la cancellazione di una delle due lingue in cui e nata e cresciuta) sia il proprio corpo, sul quale iniziano a materializzarsi "ragnatele di segni":

Qualsiasi oggetto appuntito mi serviva. A incidermi, a vedere il colore del sangue. Ragnatele di segni sulla mia superficie. Mi chiedevano cosa mi ero fatta, in molti. [...] Non riuscivo a parlare. Le braccia coperte da maglie lunghe, solo le mani si vedevano, intarsiate.

(99)

L'autolesionismo di Axad puo essere letto come reazione all' "omicidio psichico" perpetrato dalla violenza politica: il personaggio riproduce sulla pelle lo smarrimento della diaspora, riversa contro se stesso il bisogno di azione e di presa in carico del proprio destino, anticipando in qualche modo il bisogno di raccontare con i segni del linguaggio la propria storia. A proposito della centralita del corpo nella scrittura delle autrici postcoloniali e del legame tra testualita e corporeita, Clotilde Barbarulli osserva che quando le donne--che si volevano (e si vogliono) mute, in tempi e luoghi diversi--acquistano voce, cioe quando il silenzio si fa parola, la loro scrittura non puo che manifestare quel mondo plurimo corporeo che il sistema patriarcale ha negato. Restituiscono un corpo fatto di organi che propone un tempo di ricordi, e di sofferenza per le violenze, reali e simboliche, della Storia. Non scrivono solo sul corpo, ma iscrivono nella pagina il corpo [...].

(Barbarulli, 2012)

In Madre piccola il trasferimento dei segni dal corpo alla pagina avviene nel penultimo capitolo, intitolato "Domenica". Esso si struttura come una testimonianza nella quale convergono in piu chiara unita i vari racconti della diaspora di cui e intessuto il romanzo. Allo stesso modo la scissione interiore della protagonista riesce, in questo momento finale, a ricomporsi e armonizzarsi alla luce di un pluralismo identitario che accetta la compresenza di fedi e appartenenze diverse: "Studiavo il Corano e facevo il Ramadan per qualche ora insieme ai miei cugini e, contemporaneamente, accompagnavo a messa la mamma" (237). La riaffermazione della plurivocita del soggetto diasporico esprime il rifiuto di punti di vista fissi, unitari e, pertanto, intrinsecamente oppressivi. Tale rifiuto viene del resto riproposto nella struttura polifonica del romanzo e nel plurilinguismo che lo distingue. Di fatto, le varie strade della diaspora convergono nel finale per creare un'identita narrativa non solo duplice ma plurima, giacche non va dimenticato che le due soggettivita della protagonista--Domenica e Axad--si riconciliano attraverso il confronto con le altrui storie di migrazione. Plurime sono anche le esperienze traumatiche e i lutti che la protagonista deve superare: la morte del padre nella guerra civile, la colpevole lontananza della madre e infine tutte le assenze con cui la diaspora al femminile deve misurarsi. Interviene, infine, l'esperienza della maternita (annunciata nel titolo) a moltiplicare la valenza simbolica del finale come momento di presa di coscienza. La maternita della protagonista, come gia nell'episodio di Barni e Ardo prima esaminato, segnala la cessazione delle ostilita fra Axad e Domenica e l'avvento di un nuovo inizio a fianco del piccolo Taariikh, al quale si trasmette l'eredita di un'identita mista: Taariikh porta il nome del nonno che "si perse nella battaglia" (256), ma l'italiano sara la sua lingua madre, ci informa Domenica (258-59). Essere "iska-dhal", italosomala, puo allora concepirsi non nei termini della dimidiazione, ma secondo il principio opposto dell'unione e della fusione, che rende conto di una soggettivita non scissa ma ibrida, e proprio per questo, interamente "umana".

Conclusioni

Dalla loro prospettiva eccentrica al crocevia di piu lingue e culture, Vorpsi e Ali Farah costruiscono un discorso narrativo che situa la questione della migrazione nel piu ampio contesto delle dinamiche postcoloniali italiane ed europee. Entrambe le autrici portano in primo piano le contraddizioni dello scenario postcoloniale nel quale traumi e violenze sociali sono evidenti segnali di continuita con il passato coloniale anziche il suo superamento. Al contempo, entrambe collegano la dimensione transculturale al discorso sulle questioni identitarie e di genere. Se come afferma Spivak nella culturale coloniale la donna e doppiamente marginale e subalterna (Can the Subaltern Speak 28), nei due romanzi esaminati--che, val la pena sottolineare, sono due opere prime--la duplice subalternita della donna migrante risulta una questione tuttora aperta, che il mondo decolonizzato non ha ancora saputo--o voluto--affrontare e risolvere. Mostrando le varie forme di violenza morale e mettendo in scena la femminilita offesa, le due autrici avviano, dunque, un discorso di genere che smentisce l'avverarsi di un mondo postcoloniale nuovo e giusto e, cosi facendo, denunciano quella che Zizek considera la forma piu insidiosa di violenza sistemica che, come ricordato nella seconda premessa, consiste nel presentare sotto la veste dell'universalita valori e diritti che alla prova dei fatti si rivelano i privilegi di pochi uomini bianchi, "property owners to exchange freely on the market and to exploit workers and women, as well as expert political domination" (Violence 126).

Inoltre, attraverso le loro opere Vorpsi e Ali Farah attivano altresi un discorso critico sulla doppia subalternita dell'intellettuale donna che, per usare ancora una volta le parole di Spivak, trova nella perdita il suo privilegio: "The postcolonial intellectuals learn that their privilege is their loss" (Can the Subaltern Speak 28). L'abbandono della terra, della cultura e della lingua di origine e il trauma autobiografico che le due autrici rovesciano nel "privilegio" della presa di coscienza della subalternita--sociale e di genere--correlata alla loro condizione di scrittrici migranti, diasporiche, cosmopolite e transnazionali. Il racconto di questa condizione in una lingua diversa da quella d'origine produce effetti catartici nei confronti delle invisibili prigioni della vita pratica, perche nella traslazione linguistica e geografica si attua gia una dislocazione liberatoria che favorisce l'acquisizione di uno sguardo ibrido e di una condizione di in-betweeness in cui--ci ricorda Bhabha--e possibile rinegoziare nuove soggettivita. Pertanto, la presa della parola da parte delle scrittrici postcoloniali non e riducibile, a mio avviso, a una funzione meramente terapeutica e rappacificatrice (Reichardt 23), ma costituisce un potente atto di appropriazione di un discorso di genere che, pur non potendo contrastare la violenza sistemica di una societa androcentrica, (22) ne afferma irriducibilmente la pervasivita sociale. Del resto, entrambe le scrittrici non si limitano a documentare le molteplici forme della violenza sistemica nei confronti del soggetto femminile, ma offrono modi e forme possibili di resistenza all'ideologia androcentrica, riconoscendo, in ultima istanza, l'atto narrativo quale forma di agency, che permette al soggetto femminile di prendere la parola in risposta alla violenza silenziosa e nascosta del sistema sociale e delle forme di pensiero che lo sottendono.

Michela Meschini

Universita di Macerata

Opere citate

Ali Farah Ubah Cristina, Madre piccola, Milano, Frassinelli, 2007.

Alu Giorgia, Resistance Written and Imagined: The Distancing Visual Narrative of Ornela Vorpsi, "Journal of Romance Studies" 14 (Spring 2014), 1-18.

Barbarulli Clotilde, Il corpo in scritture migranti, "Testo e Senso" 13 (2012), 2-10

Bhabha Homi K., The Location of Culture, London, Routledge, 1994.

Benedetti Carla, Recensione a "Il paese dove non si muore mai " di Ornela Vorpsi, L'Espresso 3 (2006), 124. https://www.nazioneindiana.com/2006/01/27/a-gambatesa-a-proposito-di-ornela-vorpsi/ (ultimo accesso: 22 aprile 2017).

Bond Emma, "Verde di migrazione". L'estetica perturbante dello straniamento ne La mano che non mordi di Ornela Vorpsi, "Italies" [Online] 14 (2010), 411-25, http://italies.revues.org/3360 (ultimo accesso: 20 aprile 2017).

--, e Comberiati Daniele, a cura di, Il confine liquido. Rapporti letterari e interculturali fra Italia e Albania, Nardo, Besa, 2013.

Bourdieu Pierre, Masculine Domination, Cambridge, Polity Press, 2001.

Carotenuto Carla, Figure di donna in Rosso come una sposa e Non c'e dolcezza di Anilda Ibrahimi in Tra innovazione e tradizione un itinerario possibile, a cura di Maria Luisa Caldognetto e Laura Campanale, Luxembourg, Convivium, 2014, 283-97.

Cavarero Adriana e Restaino Franco, Le filosofie femministe, Milano, Mondadori, 2002.

Comberiati Daniele, Scrivere nella lingua dell'altro. La letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007), Bruxelles, Peter Lang, 2010.

--, La letteratura postcoloniale italiana: definizioni, problemi, mappatura in Certi confini. Sulla letteratura italiana della migrazione, a cura di Lucia Quaquarelli, Morellini, Milano, 2010.

Curti Lidia, Female Literature of Migration in Italy, "Feminist Review" 87 (2007), 6075.

Di Maio Alessandra, Introduzione. Una nazione di narrazioni in Nuruddin Farah, Rifugiati. Voci della diaspora somala, Roma, Meltemi, 2003, 7-16.

Gnisci Armando, Creolizzare l'Europa: letteratura e migrazione, Roma, Meltemi, 2003.

--, a cura di, Nuovo planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa, Troina, Citta Aperta, 2006.

Hirigoyen Marie-France, Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, Torino, Einaudi, 2000.

Ibrahimi Anilda, Rosso come una sposa, Torino, Einaudi, 2009.

Irigaray Luce, Parlare non e mai neutro, Roma, Editori Riuniti, 1991.

--, Io tu noi. Per una cultura della differenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.

Johnson Michael P., Patriarchal Terrorism and Common Couple Violence: Two Forms of Violence against Women, "Journal of Marriage and Family" 57 (May 1995), 283-94.

Karp Karol, Pensare e vivere all 'albanese. Il concetto di cultura ne Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi e Rosso come una sposa di Anilda Ibrahimi, "Etudes Romanes de Brno" 36 (2015), 207-18.

Lazarus Neal, The Postcolonial Unconscious, Cambridge, Cambridge University Press, 2011.

Lombardi-Diop Cristina and Romeo Caterina, a cura di, Postcolonial Italy. Challenging National Homogeneity, New York, Palgrave Macmillan, 2012.

Lori Laura, Inchiostro d'Africa. La letteratura postcoloniale somala fra diaspora e identita, Verona, ombre corte, 2013.

Marek Vaclav, Tra l'Occidente e i Balcani. L'opera narrativa di Ornela Vorpsi, "Studia Literaria Universitatis Iagellonica Cracoviensis" 9.3 (2014), 191-200.

Matteo Sante, a cura di, ItaliAfrica. Bridging Continents and Cultures, New York, Forum Italicum Publishing, Stony Brook, 2001.

Mauceri Maria Cristina, L 'Albania e una ferita che brucia ancora. Intervista a Ornela Vorpsi, scrittrice albanese che vive in Francia e scrive in italiano, Kuma. Creolizzare l'Europa 11, 2006 http://www.disp.let.uniroma1.it/kuma/ poetica/ kuma11vorps.html (ultimo accesso: 20 ottobre 2013).

Meschini Michela, Il controcanto delle scrittrici migranti: Ornela Vorpsi e le radici leggere della bellezza. In Tra innovazione e tradizione un itinerario possibile, a cura di Maria Luisa Caldognetto e Laura Campanale, Luxembourg, Convivium, 2014, 299-314.

Mezzadra Sandro, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, Verona, ombre corte, 2008.

Morosetti Tiziana, a cura di, La letteratura postcoloniale italiana. Dalla letteratura d'immigrazione all'incontro con l'altro, numero speciale "Quaderni del '900" 4 (2004).

Mumin Ahad Ali, Corno d'Africa. L'ex impero italiano in Nuovo planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa, a cura di Armando Gnisci, Troina, Citta Aperta, 2006, 241-93.

Parati Graziella, a cura di, Mediterranean Crossroads. Migration Literature in Italy, Madison, NJ, Fairleigh Dickinson University Press, 1999.

Passerini Luisa, Prefazione in Gabriele Proglio, Memorie oltre confine, Verona, ombre corte, 2011, 7-11.

Pellegrini Franca, Traslazioni narrative. Strategie di mediazione in Vergine Giurata di Elvira Dones e Rosso come una sposa di Anilda Ibrahimi in Il confine liquido. Rapporti letterari e interculturali fra Italia e Albania, a cura di Emma Bond e Daniele Comberiati, Nardo, Besa, 2013, 149-66.

Pezzarossa Fulvio e Rossini Ilaria, a cura di, Leggere il testo e il mondo. Vent'anni di scritture della migrazione in Italia, Bologna, Clueb, 2012.

Pinzi Anita, Corpi-cerniera: corpi di donna in Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi in Il confine liquido. Rapporti letterari e interculturali fra Italia e Albania, a cura di Emma Bond e Daniele Comberiati, Nardo, Besa, 2013, 167-184.

Proglio Gabriele, Memorie oltre confine. La letteratura postcoloniale italiana in prospettiva storica, Verona, ombre corte, 2011.

Ponzanesi Sandra, Il postcolonialismo italiano. Figlie dell'Impero e letteratura meticcia, "Quaderni del '900" 4 (2004), 25-34.

Reichardt Dagmar, La presenza subalterna in Italia e la scrittura come terapia, Incontri. "Rivista europea di studi italiani" 28.1 (2013), 16-24.

Rizzante Massimo, La bellezza andra all'inferno? Lettera a Ornela Vorpsi, 15 maggio 2008, http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-all'infernolettera- a-ornela-vorpsi/ (ultimo accesso: 18 marzo 2017).

Said Edward W., The World, the Text, and the Critic, London, Vintage, 1991.

Scego Igiaba, Rhoda, Roma, Sinnos, 2004.

--, Oltre Babilonia, Roma, Donzelli, 2008.

Sinopoli Franca, Prime linee di tendenza della critica sulla letteratura della migrazione in Italia (1991-2003), "Neohelicon" 31 (2004), 95-109.

--, a cura di, Postcoloniale italiano: tra letteratura e storia, Aprilia, Novalogos, 2013.

--, Caratteri transnazionali e translinguismo nella letteratura italiana contemporanea, "La modernita letteraria" 8 (2015), 53-63.

Spivak Gayatri Chakravorty, Can the Subaltern Speak? in The Postcolonial Studies Reader, a cura di Bill Ashcroft, Gareth Griffiths, Helen Tiffin, London, Routledge, 1995, 24-28.

Vorpsi Ornela, Il paese dove non si muore mai, Torino, Einaudi, 2005.

--, Vetri rosa, Milano, Nottetempo, 2006.

--, La mano che non mordi, Torino, Einaudi, 2007.

--, Fuorimondo, Torino, Einaudi, 2012.

Zarmandili Bijan, Il ghetto degli scrittori migranti, "Il fatto quotidiano" (12 marzo 2012), http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/il-ghetto-degli-scrittori-migranti/196705/ (ultimo accesso: 18 aprile 2017).

Zizek Slavoj, Violence, London, Profile Books, 2008.

Michela Meschini

(1) "Letteratura degli stranieri in Italia" e la formula usata da Sinopoli nel 2004 per distinguere la fase allora piu recente della produzione di autrici e autori italofoni rispetto da una prima fase, maggiormente orientata verso forme autobiografiche e documentarie legate alla realta della migrazione. Come gia Armando Gnisci, il quale aveva operato una distinzione fra "migranti che scrivono" e "scrittori migranti" (Creolizzare l'Europa 172173), Sinopoli ricorreva a criteri estetici per ordinare l'eterogenea produzione degli stranieri italofoni e proponeva di distinguere fra "scritture migranti" e "scritture letterarie della migrazione" (Prime linee di tendenza 103). Di scritture migranti si occupa uno dei piu recenti contributi sullo stato dell'arte, curato da Fulvio Pezzarossa e Ilaria Rossini: Leggere il testo e il mondo. Vent'anni di scritture della migrazione in Italia (2012). Evidente gia nel titolo del volume e il rilievo assegnato alla funzione socio-culturale della produzione migrante piuttosto che al suo valore estetico-letterario.

(2) A proposito della scarsa attenzione dedicata dai media e dalla critica letteraria alla scrittura migrante, nel 2012 sulla pagina culturale de Il fatto quotidiano si e aperto un dibattito al quale hanno partecipato Igiaba Scego, Mohamed Malih, Adrian Bravi, Milton Fernandez, Bijan Zarmandili. Quest'ultimo, nel suo intervento emblematicamente intitolato Il ghetto degli scrittori migranti, valutava il rischio insito nel discorso sulla letteratura della migrazione nei termini di un'istituzionalizzazione della sua perifericita nel quadro del sistema letterario italiano. Secondo lo scrittore italo-iraniano, anziche smantellare il "ghetto sommerso", la denuncia della marginalizzazione degli scrittori migranti potrebbe avere l'esito contrario di creare "un grande ghetto degli scrittori migranti che finisce per essere istituzionalizzato dall'intellighenzia ufficiale" (Zarmandili 2012).

(3) Nata a Tirana nel 1968 si e trasferita in Italia nel 1991 per frequentare l'Accademica di Brera a Milano. Dal 1997 risiede a Parigi.

(4) Nata a Verona nel 1973, e vissuta a Mogadiscio fino al 1991, quando in seguito allo scoppio della guerra civile si e trasferita prima in Ungheria e poi in Italia. Oggi risiede a Bruxelles.

(5) Mi riferisco a Graziella Parati e a Sante Matteo che negli anni Novanta hanno contribuito all'avvio e al consolidamento di questo campo di studi con una decisa preferenza per il filone africano; la prima con l'antologia Mediterranean Crossroads: Migration Literature in Italy (1999), il secondo con Africa Italia (1999) successivamente pubblicato in versione ampliata in inglese con il titolo di Itali-Africa. Bridging Continents and Cultures (2001).

(6) Il sito El Ghibli, da sempre il portale di riferimento per le principali risorse online in questo settore di studi, categorizza la produzione degli autori stranieri in Italia in base alle voci di "narrativa transnazionale" e "poesia trasnazionale". In un intervento del 2015, Franca Sinopoli parla di Caratteri transnazionali e translinguismo nella letteratura italiana contemporanea, normalizzando il fenomeno e ricomprendendolo all'interno della letteratura italiana tout court. Sulla stessa linea si colloca la proposta da me avanzata nell'introduzione al saggio Il controcanto delle scrittrici migranti (2014).

(7) Una disamina su scala globale delle contraddizioni del mondo postcoloniale e stata proposta da Neil Lazarus in The Postcolonial Unconscious (2011), dove il concetto di inconscio postcoloniale funge da punto di partenza per una critica a tutto campo nei confronti del mancato avvento di un nuovo ordine mondiale e del rafforzarsi delle disuguaglianze socio-economiche e di genere nel mondo decolonizzato. Analogo per certi aspetti e l'approccio critico di Sandro Mezzadra in La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale (2008), laddove lo studioso mostra all'opera, nel progetto postcoloniale dell'Occidente, le stesse dinamiche liquidatorie e assolutorie gia messe in atto dal discorso coloniale per svalutare qualsiasi forma di azione del soggetto colonizzato.

(8) Circoscritto alla produzione di autrici e autori provenienti dalle ex-colonie italiane--e in particolare dai territori africani occupati dall'Italia (Libia, Etiopia, Eritrea, Somalia)--e l'uso dell'espressione letteratura postcoloniale italiana da parte di Laura Lori, la quale accoglie la distinzione tra letteratura della migrazione e letteratura postcoloniale gia avanzata da Gnisci e Ali Mumin Ahad (Inchiostro d'Africa 9-13). Anche Bond e Comberiati parlano di letteratura postcoloniale secondo un'accezione prevalentemente storico-geografica in riferimento alle opere di scrittrici e scrittori albanesi italofoni (Il confine liquido 15-16).

(9) E secondo questa prospettiva piu inclusiva che Gabriele Proglio si avvale della nozione di letteratura postcoloniale italiana per rileggere i processi storici che hanno favorito le trasformazioni culturali in atto nella societa occidentale, in quanto "oggetto dell'azione [della letteratura postcoloniale] e la ridiscussione e ridefinizione del processo simbolico, della significazione, tramite la proliferazione di narrazioni che [...] attraverso il terreno dell'immaginario collettivo sull'altro e sull'altrove, moltiplicano ed estendono le possibili letture, come anche le percezioni multiple sul passato e sul presente" (Memorie oltre confine 21).

(10) Gia da me usato in relazione all'opera di Ornela Vorpsi (Il controcanto delle scrittrici migranti 2014), il concetto di controcanto e qui esteso anche alle opere di Ali Farah per indicare la tendenza di certa scrittura femminile a contrapporre nuove soluzioni e alternative al discorso sociale dominante sui ruoli di genere.

(11) Scritto in italiano e pubblicato da Einaudi nel 2005, il romanzo era uscito nel 2004 in traduzione francese per i tipi di Actes Sud. Nel 2006 ha vinto il Grinzane Cavour Opera Prima, il Viareggio Repaci per "Le nuove culture europee". Sulla singolare vicenda editoriale dell'opera e sulla sua "traslazione linguistica" si veda Daniele Comberiati (Scrivere nella lingua dell'altro 225-227). A proposito delle varianti tra le due versioni del romanzo (tre se si include la prima stesura in italiano) si rimanda all'intervista di Maria Cristina Mauceri (2006).

(12) Tra le autrici albanesi che tematizzano la questione di genere si segnala Anilda Ibrahimi. Nel romanzo d'esordio Rosso come una sposa (2009), la scrittrice, che risiede in Italia dal 1997, ripercorre la storia dell'Albania del Novecento mettendo a confronto i dispositivi sociali del matriarcato e del patriarcato e soffermandosi--con minore insistenza e slancio critico rispetto a Vorpsi--sui meccanismi di oppressione della donna albanese, innescati dalla questione socio-culturale della kurveria (dall'albanese kurva, termine con cui si indica una donna di facili costumi). Per una analisi delle figure femminili nei romanzi di Ibrahimi si rinvia a Franca Pellegrini (Traslazioni narrative 2013) e a Carla Carotenuto (Figure di donna 2014). Una lettura comparata dei romanzi d'esordio di Vorpsi e Ibrahimi, in relazione alla rappresentazione culturale del femminile, e stata proposta Karol Karp (Pensare e vivere all'albanese 2015).

(13) Incentrati su soggetti femminili dalla sofferente vitalita sono anche, della stessa autrice, i romanzi La mano che non mordi (2007) e Fuorimondo (2012). Una lettura in prospettiva psicoanalitica di La mano che non mordi e stata proposta da Emma Bond ("Verde di migrazione " 2010). Per una panoramica sulla centralita delle figure femminili nell'opera vorpsiana si veda Vaclav Marek (Tra l'Occidente e i Balcani 2014).

(14) Mi riferisco a una delle principali spinte al colonialismo, vale a dire la volonta dei governi europei di dirottare all'esterno le tensioni sociali interne. Trasposta sul piano della violenza di genere, tale dinamica scarica sulla donna le tensioni interne alla societa, lasciandole irrisolte.

(15) La maschilizzazione grammaticale del lemma "incinta" e un'interessante operazione linguistica di resistenza all'oppressione del discorso maschile, che si muove in direzione opposta alle tradizionali rivendicazioni dell'assenza del femminile nel linguaggio (si vedano a proposito i fondamentali saggi di Luce Irigaray, Parlare non e mai neutro 1991 e Io tu noi. Per una cultura della differenza 1992).

(16) Per una lettura del valore simbolico del corpo femminile ne Il paese dove non si muore mai si rimanda ad Anita Pinzi (Corpi-cerniera: corpi di donna 2013) e Giorgia Alu (Resistance Written and Imagined 2014). Significativa e la centralita del corpo femminile anche nelle fotografie di Vorpsi; si veda a proposito il racconto fototestuale Vetri rosa (2006).

(17) La molteplicita identitaria della narratrice e stata interpretata da Alu come risposta alla dislocazione dell'io migrante e come forma di resistenza allo sguardo totalitario del regime (Resistance Written and Imagined 10-11).

(18) Con Madre piccola, uscito per i tipi di Frassinelli nel 2007, Ali Farah ha vinto il premio Vittorini nel 2008. Un racconto dallo stesso titolo, contenente in nuce temi e atmosfere poi estesamente sviluppate da Ali Farah nel romanzo in questione, e stato antologizzato da Ali Mumin Ahad nel capitolo "Corno d'Africa. L'ex impero italiano" nel Nuovo planetario italiano curato da Gnisci nel 2006 (241-293).

(19) L'accostamento di oralita e scrittura accomuna la ricerca espressiva anche di altre autrici e autori di origine africana, quali Igiaba Scego, Ribka Shibatu, Gabriella Ghermandi, Kossi Komla-Ebri, Cheikh Tidiane Gaye, solo per nominarne alcuni. Chiaramente legato alla volonta di recupero della cultura africana, dove l'oralita e--e, ancor di piu, era--la piu diffusa forma di trasmissione del sapere, il tentativo di conferire un ritmo orale al racconto si pone al servizio della struttura polifonica dei testi postcoloniali, in cui l'esperienza privata acquisisce senso e valore all'interno di una dimensione simbolica collettiva.

(20) Analoga struttura presentano i romanzi di Igiaba Scego Rhoda (2004) e Oltre Babilonia (2008), dove la diaspora somala prende forma attraverso una narrazione multifocale al femminile.

(21) La molteplicita delle voci della diaspora fa della Somalia una "nazione di narrazioni", come osserva Alessandra di Maio a proposito delle opere dell'autore somalo Nuruddin Farah (Introduzione. Una nazione di narrazioni 7).

(22) Per quanto concerne la strutturazione androcentrica della societa si rimanda a Adriana Cavarero e Franco Restaino, Le filosofie femministe (2002).
COPYRIGHT 2017 Annali d'Italianistica, Inc.
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2017 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Author:Meschini, Michela
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2017
Words:11593
Previous Article:Raccontare la violenza: le ragioni di Giacoma Limentani.
Next Article:A Cinematic Anti-Monument against Mafia Violence: P. Diliberto's La mafia uccide solo d'estate.
Topics:

Terms of use | Privacy policy | Copyright © 2020 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters