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Media and law: vicious or virtuous circle?/Media e diritto: circolo virtuoso o vizioso?

L'uomo e piu piccolo della verita ed e piu grande dell'errore.

Papa Giovanni XXIII

1 II rapporto tra comunicazione mediatica e diritto penale.

L'evoluzione della societa risolve problemi cosi come ne crea altri in un percorso, non sempre costante, di cambiamenti culturali, sociali, politici e, necessariamente, giuridici. La diffusione dei mezzi di comunicazione, in una con la rapidita che caratterizza nella societa moderna il flusso informativo hanno portato a domandarsi se e come i mezzi di comunicazione possano influenzare il diritto e, nello specifico, il diritto penale. Per la verita, l'influenza e un dato ormai assodato. Tutto sta nel vedere quale tipo di influenza i media esercitino sul diritto penale.

Due mi paiono gli ambiti ed i modi in cui il diritto penale subisce una influenza mediatica. Ve ne sono anche altri (2), tuttavia credo che valga la pena concentrarsi prevalentemente su questi due aspetti: come i media influenzano l'attivita legislativa e come i mezzi di comunicazione influenzano, attraverso quello che e chiamato comunemente 'processo mediatico', l'applicazione della legge penale nella aule di giustizia.

Ci si rende subito conto dell'importanza degli ambiti in cui la comunicazione influenza il diritto penale, cosi come si avverte immediatamente che il flusso e univoco: e il diritto penale ad essere influenzato dalla comunicazione mediatica, non viceversa. Per lo meno nella maggior parte dei casi. Certo, esistono delle regole, delle norme penali che mirano a tutelare la corretta amministrazione della giustizia nonche il diritto a determinate forme di riservatezza degli indagati e che quindi delineano gli illeciti commissibili attraverso i media. Ma non si tratta di influenza del diritto penale sui media, bensi di mera sottoposizione di tutti alle regole giuridiche vigenti. Per 'influenza', infatti, mi riferisco al fatto che gli approdi raggiunti nell'ambito di un settore abbiano rilevanza nell'altro, orientandone le scelte. In questo senso, il rapporto e sostanzialmente univoco e dai media va al diritto penale.

Data la diffusione degli strumenti mediatici, che non si limitano a televisione e carta stampata, ma che comprendono l'universo costituito dalla rete, e inevitabile che questa grande parte dell'opinione sociale eserciti sul diritto penale una qualche influenza. Quel che dobbiamo vedere e in che termini questa influenza si eserciti e se vengano rispettati i principi che presiedono al nostro ordinamento. Se e vero, infatti, che l'evoluzione della societa e dei mezzi che questa caratterizzano ha inevitabile incidenza sul diritto, e altrettanto vero che il nostro ordinamento giuridico si basa su principi che fondano il nostro stesso consorzio sociale e che, quindi, non possono essere derogati. Piu precisamente: non possono essere derogati ma possono essere cambiati qualora non rispondano piu al comune sentire che oggi caratterizza l'ordine democratico. Ma siamo ancora ben lontani da questo punto. Ed allora la compatibilita con i principi diventa essenziale.

Una premessa di metodo: mi occupero prima del modo in cui i media influenzano la politica legislativa e poi di come il processo mediatico influisca sul processo giudiziario. Benche il processo mediatico e le sue conseguenze sulla giustizia celebrata nei tribunali abbiano un impatto emotivo maggiore, l'influenza mediatica sulle scelte del legislatore ha un significato ancora piu pregnante: la questione da risolvere non e come i media distorcano la realta, ma piuttosto come essi la costruiscano (3).

Solo al termine tentero alcune conclusioni sul rapporto media-diritto penale.

2 Politica criminale e influenza dei media

In via di prima approssimazione, per politica criminale possiamo intendere quella visione generale e sistematica del diritto penale che orienta le scelte del creatore legislativo (4). A seconda dei beni che il legislatore considera meritevoli di tu tela e a seconda del tipo di sanzione che ritenga di attribuire ai comportamenti lesivi dei beni stessi, il legislatore pianifica il suo intervento normativo. Non vorrei essere inutilmente polemica ma ritengo che da ormai molto tempo il legislatore non abbia una visione a lungo raggio-o anche solo a medio raggio-dell'intervento normativo in materia penale. Le leggi sono emanate sull'onda emotiva dell'una piuttosto che dell'altra emergenza. Il che ha portato a parlare autorevole dottrina di emergenza continua (5). Il legislatore, passando da emergenza ad emergenza, crea norme contingenti, senza adeguata pianificazione prospettica e molto spesso senza adeguato e necessario coordinamento. Come e chiaro, se l'emergenza diventa continua, perde le caratteristiche che la contraddistinguono per diventare normalita. Quel che resta e una farneticante proliferazione normativa che non si basa su un progetto, un'idea di fondo, ma resta legata alle contingenze temporanee. E' quel che accade quando le risposte del legislatore alle necessita sociali sono non adattative (6), cioe viscerali: la giustizia diventa piu soggetta ad influenze esterne ed agli umori sociali. In questo modo il decisionismo diventa populista, preoccupandosi piu della risposta a breve termine del consenso popolare che delle soluzioni piu efficaci benche impopolari. Arrivando al paradosso che si perde la politica legislativa a fronte di una legislazione politica.

Questo, purtroppo, da diversi anni, lo scenario che sta dietro alle scelte del legislatore. Occorre domandarsi che ruolo hanno, in tutto questo, i media.

L'importanza dei media in questo tipo di processo legislativo e diventato ogni giorno piu significativa, poiche i mass media rivestono grande influenza nella percezione sociale del crimine. Essi si propongono come specchio della realta e quindi rappresentano il crimine, tanto da essere, nella societa contemporanea, la principale fonte di conoscenza sociale della realta criminale. E' l'opinione pubblica che spesso crea quell'emergenza che spinge il legislatore all'intervento. D'altronde la nostra societa costruisce senso ed attribuisce significato prevalentemente sulla base dei contenuti mediali che vengono offerti (7). L'opinione pubblica si forma attraverso i media e da questi arriva fino al legislatore. Sono i c.d. effetti a lungo termine dei media sul comportamento umano, ove l'impatto non e sul singolo ma assurge a livello sociale. I media determinano la nostra percezione mentale della realta che ci circonda (8) e ci muovono all'azione, non solo singola bensi sociale. E questo ha inevitabile incidenza sul diritto.

Per spiegarmi meglio, prendero a parametro alcuni esempi recenti che mi paiono particolarmente significativi.

Nel 2016 (9) e stata varata la legge sull'omicidio stradale. Di lesioni o financo omicidi compiuti in violazione delle norme del codice della strada ne sono sempre avvenuti. Certo, sempre di piu a causa della diffusione via via piu massiccia delle automobili e del loro utilizzo. Ma la guida e attivita intrinsecamente pericolosa, quindi non e una sorpresa che possa dare luogo ad episodi lesivi. A questo si e aggiunto, una decina di anni fa, altro elemento frutto di un cambiamento della societa o forse semplicemente il risultato di una presa d'atto: l'uso di sostanze alcooliche o stupefacenti che ha portato ad incidenti causati dalla guida in stato di ebbrezza o alterazione da assunzione di stupefacenti. In realta, niente di completamente nuovo, se non fosse per l'eco mediatico che alcuni incidenti stradali dovuti all'assunzione di sostanze alcoliche o stupefacenti hanno avuto. L'idea che persone ubriache al volante potessero causare morti ha colpito -a ragione-l'opinione pubblica, che ha iniziato a porre attenzione sulle sanzioni irrogate ai rei. Insomma, alla notizia dell'incidente e delle circostanze in cui era avvenuto non seguiva piu il silenzio, sino all'incidente successivo, bensi i media hanno iniziato a seguire l'iter processuale e a dare atto delle sentenze, delle relative condanne ed anche della sorte del reo: se gli veniva applicata una misura cautelare, se la pena irrogata lo avrebbe portato in carcere e cosi via. A seguito di un periodo di grande attenzione dei media nei confronti del fenomeno e emerso un quadro di ritenuta-non a torto-insufficienza della giustizia penale: la pena comminata per l'omicidio colposo non sembrava essere suficiente a sanzionare adeguatamente quei comportamenti scellerati al volante che lasciavano dietro di se morti e feriti. Il disagio dell'opinione pubblica e passato nelle aule di giustizia, ove c'e stato un tentativo di adeguare la sanzione alla gravita dell'accaduto attraverso un ripensamento dell'elemento soggettivo che sorregge il fatto. In alcuni casi, si e ritenuto che l'elemento soggettivo non fosse la colpa bensi il dolo eventuale (10). Non voglio ripercorrere qui i termini giuridici della differenza tra dolo eventuale e colpa cosciente (11). La questione e da sempre discussa, se non nei lineamenti teorici, dove l'accettazione del rischio e elemento di facile discrimine, nella pratica applicazione, ove la necessita di provare l'elemento soggettivo al pari di qualunque altro elemento costitutivo del fatto di reato complica le cose. Un esempio chiarira meglio cio che intendo dire e mostrera anche l'inadeguatezza del tentativo operato dalla giurisprudenza per commisurare la sanzione alla gravita di determinati omicidi commessi in violazione delle norme del codice stradale. Oltre ad evidenziare l'importanza del ruolo dei media.

La realta puo superare la piu fervida immaginazione. Un soggetto a cui gia era stata ritirata la patente per essere stato colto a guidare sotto l'effetto di stupefacenti e che, pertanto non era abilitato in quel momento alla conduzione di veicoli, messosi ciononostante alla guida della sua Mercedes dopo aver nuovamente assunto sostanze alcooliche e stupefacenti, stava percorrendo un tratto strada urbana in centro citta (Roma), con grande traffico di veicoli e persone, quando ha altresi iniziato un alterco con la fidanzata, passeggero al suo fianco. L'alterazione provocata dagli stupefacenti e dall'alcool nonche dallo stato emotivo dovuto al litigio hanno condotto il soggetto a percorrere a velocita elevata due incroci semaforici passandoli, senza neppure rallentare, con il segnale rosso. Al terzo incrocio, superato sempre con il segnale rosso e ad alta velocita, il veicolo e entrato in collisione con uno scooter, su cui viaggiavano due fidanzati di sedici anni. Lo scooter era regolarmente passato con il segnale verde ed e stato "spazzato" via dall'auto che arrivava ad alta velocita e che invece avrebbe dovuto essere ferma al rosso, come il guidatore dello scooter legittimamente si aspettava. I due ragazzi a bordo del ciclomotore sono morti, mentre l'agente e ancora riuscito a scappare ed a nascondere la vettura in una rimessa. Questo fatto, riportato da tutti i giornali a causa della gravita dell'episodio che ha cagionato due giovanissime vittime e che e stato il frutto di una serie innumerevole di atti sconsiderati, e diventato notorio. Come si usa dire: un caso mediatico. Per questo ha suscitato una forte eco l'esito del processo. Durante il giudizio, il pubblico ministero ha prospettato che il fatto del reo fosse sorretto non gia da colpa cosciente bensi da dolo eventuale. La tesi dell'accusa si basava su dati di fatto. L'essersi messo alla guida nonostante il divieto, aver guidato sotto l'effetto di sostanze alcoliche e stupefacenti, avere guidato a velocita eccessiva senza fermarsi con i semafori rossi: erano tutti indicatori del fatto che l'agente non ha creduto di poter evitare il fatto con la propria abilita (atteggiamento psicologico tipico della colpa cosciente) ma che ha accettato il rischio del verificarsi dell'evento. Non colpa cosciente, quindi, bensi dolo eventuale. Secondo l'ipotesi dell'accusa, non si sarebbe dovuta applicare, quindi, la pena per l'omicidio colposo, ma quella per omicidio doloso. Pena che avrebbe consentito anche una sanzione soddisfacente per il rispetto dovuto alle vittime. La tesi accusatoria e stata accolta in primo grado, con la condanna a dieci anni di reclusione, mentre in appello e stato escluso il dolo eventuale e la pena e stata ridotta a cinque anni. La Corte di Cassazione, con riferimento a questo caso specifico, ha avallato la pronuncia di secondo grado, statuendo un principio che e stato oggetto di molte critiche anche da parte della dottrina penalistica. Secondo i giudici del Supremo Collegio, il comportamento del reo sarebbe stato tale da accettare il rischio di un incidente, ma non il rischio di un incidente mortale di quelle proporzioni. Non e il luogo, questo, per commentare una pronuncia dai contorni francamente discutibili. Cio che conta e che, essendo stata rigettata la tesi del dolo eventuale, il reo e stato condannato per omicidio colposo alla pena di cinque anni. Pena ritenuta insuficiente dalle vittime e dall'opinione pubblica, che--come ho gia sottolineato-aveva seguito la vicenda sin dall'inizio. Alternandosi pronunce che riconoscevano il dolo eventuale ed altre che applicavano la colpa cosciente, tutto era lasciato alla sensibilita dei giudici e questo ha generato grande disparita di trattamento. Disparita che ha portato le associazioni dei parenti delle vittime della strada ad iniziare una campagna di sensibilizzazione sul tema, finalizzata ad una presa di posizione legislativa verso pene piu dure nei casi di omicidi stradali. La campagna di sensibilizzazione si e svolta prevalentemente col mezzo--mi sia permessa la tautologia-mediatico: per mesi, quotidianamente, su giornali e riviste era data notizia di morti sulle strade cagionate da comportamenti di persone ubriache, drogate, che non avevano la patente, che procedevano a velocita sproporzionata, che stavano sfuggendo a controlli di polizia e cosi via. Ecco che i media hanno contribuito a creare o, a tutto concedere, hanno dato risonanza ad una esigenza di riforma del sistema penale in materia. Il legislatore ha recepito questa necessita e vi ha provveduto con la legge del 2016 cui ho gia accennato.

Non e questa la sede per sottolineare le carenze di questa normativa (12), che dipendono solo dalle scelte e dalla tecnica usata dal legislatore. Cio che qui conta e che un interesse meritevole di intervento legislativo-penale e stato messo in evidenza dall'opera dei media.

Come possiamo valutare questo dato? E' positivo o negativo che siano stati i media ad influenzare la riforma normativa?

Sgomberiamo il campo da un dato che potrebbe essere fuorviante. Il fatto che la riforma non sia stata la migliore possibile non e colpa dei media ma dipende dal solo legislatore. Ai media resta il ruolo di aver sollevato una situazione problematica fortemente presente tra i consociati. Ed allora la risposta passa attraverso un'altra questione: in che modo devono selezionarsi quegli interessi che orientano le riforme del sistema penale? Poiche sono interessi che debbono essere individuati all'interno del consorzio sociale e che devono venire incontro alle esigenze che in quel determinato momento storico la societa manifesta, a mio sommesso parere nulla osta a che gli interessi siano quelli che si manifestano attraverso i mezzi di comunicazione. Questi ultimi, infatti, non fanno che svolgere il loro ruolo di mezzi, appunto. Nulla di strano, ne di illegittimo. Anzi, un modo al passo con i tempi di individuazione dei nodi dell'ordinamento che meritano di essere sciolti.

Ritorniamo al punto di partenza: quel che desta perplessita e l'azione del legislatore, priva di coordinamento e di programmazione e basata-ormai sempre-sulle continue emergenze.

E gli esempi non si limitano all'omicidio stradale. Solo un cenno ad altra questione recente. Appena sanzionato dalla Corte europea il nostro Paese per i fatti avvenuti nella caserma Diaz (13), ecco che appare un disegno di legge che abbozza una riforma modellata quasi pedissequamente su quanto e accaduto nella caserma Diaz e su tutto cio che ne e seguito. Disegno legge che, dopo un lungo e tortuoso iter normativo, ha dato luogo alla legge 14/7/2017 n. 110 che ha inserito nel nostro ordinamento penale l'art. 613 bis: "Tortura". Norma molto criticata (14), anche perche-appunto-non e stata sorretta da una adeguata riflessione politico-criminale ma ha semplicemente costituito lo specchio dell'occasione che l'ha originata.

In questo caso, accanto all'opera di sollecitazione dei media si sono unite considerazioni giuridiche, prevalentemente di natura internazionale. Ma cio non toglie che i fatti della caserma Diaz siano stati oggetto dell'attenzione di stampa e televisione per molto tempo e che, quindi, la funzione mediatica abbia avuto un importante rilievo.

Possiamo dare una colpa di questo atteggiamento a chi fa opera di cronaca o che comunque si esprime su fatti di cronaca? Direi proprio di no. Si tratta di semplice processo di selezione di quegli interessi diffusi nel consorzio sociale che vengono ritenuti meritevoli della tutela piu forte: quella che si esercita col diritto penale. Attraverso un processo di circolarita gli interessi piu significativi individuati all'interno della nostra societa arrivano al legislatore che li tiene in considerazione nel suo processo legislativo. E' lo stesso meccanismo che da sempre ha orientato il diritto penale, solo che oggi si svolge con mezzi piu moderni di comunicazione e quindi di individuazione. Non si puo sottacere che i media svolgono una funzione selettiva che necessariamente influenza i fattori legislativi. Come e stato autorevolmente (15) detto, di fronte alle notizie criminali ed al conseguente allarme sociale imperante, si generano richieste di criminalizzazione e di pene piu severe da parte dell'opinione pubblica. Si vuole ridefinire cio che e criminale e si vuole dare una nuova riformulazione della pena (16). Di certo il sistema mediatico funge da suscitatore del consenso sociale in ambito di politica criminale e di collettore dei bisogni di pena. Il filtro che i media operano sulla realta, attraverso la selezione di determinati aspetti del crimine su cui vengono espressi giudizi di valore, concorre a formare l'idea dei comportamenti che devono costituire reato e di come lo Stato si adoperi per combattere la delinquenza. Inevitabile che questo crei pressioni sullo Stato, perche ingenera nei consociati fiducia o sfiducia sulle capacita della giustizia penale di fronteggiare il crimine, dando ai cittadini quel tanto cercato senso di sicurezza (17). E senza dubbio le capacita selettive, per non dire distorsive, dei media sono in grado di produrre o accentuare la discrasia tra la criminalita ufficiale e quella percepita. Il che significa che i media non si limitano a raccogliere le esigenze presenti nella societa ma le creano. Il problema principale, pero, a mio parere, resta che il legislatore risponde alle pressioni con scelte simboliche, prive di visione a lungo raggio.

Quel che e certo e che vi e una forte incidenza dei media nella selezione di quegli interessi che risultano meritevoli della tutela penale.

Ma questo, come abbiamo visto nell'incipit, non e che uno degli aspetti che vede legati i media ed il diritto penale.

3 II cosiddetto processo mediatico: profili descrittivi e critici.

Vorrei partire da un dato piuttosto lontano: non e possibile rendersi compiutamente conto del significato di qualunque prescrizione giuridica, sostanziale o processuale, se non se ne ripercorrono i fattori genetici. Questi spesso sono lo specchio degli interessi che in quella determinata norma si sono espressi. Inizio questa seconda parte di questa indagine, quindi, riprendendo dallo stesso punto in cui ho concluso il paragrafo precedente. Le norme nascono a difesa di un interesse considerato bisognoso di tutela. Per queste ragioni la storia del processo penale e tanto importante: perche ci mostra le radici delle norme dalle quali ricaviamo che le regole del processo penale oggi vigenti sono il risultato di un percorso che ha attribuito all'individuo sempre piu garanzie, ricercando la certezza del giudizio. Si badi che l'evoluzione in senso moderno del processo non va verso la certezza ma proprio verso le garanzie. Infatti, anche l'ordalia era uno strumento che assicurava la certezza del giudizio (18): nell'ordalia la certezza veniva da un'istanza superiore, che e la volonta di Dio, ma era comunque assicurata. Quel che mancava erano le garanzie dei diritti dell'imputato, soprattutto con riguardo alla sua difesa. Il punto centrale che caratterizza il processo moderno e che la pretesa certezza del giudizio si unisce al rispetto delle garanzie che vanno riconosciute all'imputato. Ecco quindi che il processo di oggi e scandito da regole perche queste sono l'approdo raggiunto in tema di garanzie e di diritti dell'imputato nella logica della ricerca della verita. E sul tipo di verita che il processo ricerca tornero in chiusura di queste poche righe.

Occorre tenere a mente la ragione per cui esistono le regole del processo giudiziario perche e noto a tutti che talvolta, in un binario parallelo a quello del processo penale, si instaura altro e diverso processo portato avanti dall'opinione pubblica attraverso i media. Ed e altrettanto noto come da piu parti (19) si siano sollevate grosse perplessita sulla legittimita di questo processo mediatico. Innanzitutto in quanto privo della necessaria osservanza delle regole tecniche: il che inevitabilmente viola le garanzie dell'imputato. Ma non solo. Abbiamo visto come l'opera dei media crei delle distorsioni, che possono essere quantitative, qualitative o contenutistiche. Dal punto di vista quantitativo, sono senza dubbio trattati dai media piu i crimini violenti degli altri, benche siano percentualmente meno. E questo contribuisce a facilitare una falsa lettura della realta da parte dei fruitori dei media. Le distorsioni qualitative, poi, portano ad una presentazione emotiva ed emotigena dei fenomeni rappresentati. Infine, le distorsioni contenutistiche sono quelle che piu hanno a che fare col processo mediatico, perche e attraverso questo tipo di distorsione che si fa dell'autore del reato un mostro. Considerazioni, tutte, che hanno fatto dire (20) che "la conoscenza e l'opinione pubblica intorno alla giustizia penale si fondano oggi su rappresentazioni collettive piu che su un'informazione accurata; su un'esperienza della criminalita culturalmente connotata piu che sul fenomeno in se".

E' del tutto evidente che il processo mediatico presenta aspetti critici di grande rilevanza, che mi limito a tratteggiare.

In primo luogo, nel processo mediatico chiunque puo assumere un ruolo: tutti possono formulare giudizi e, quel che e peggio, possono formularli in piena liberta, arrivando a trascurare qualsivoglia diritto dell'imputato, primo fra tutti la presunzione di non colpevolezza. Il che porta ad una conseguenza di non poco conto, ovvero alla compromissione del contraddittorio, determinata dal fatto che molto spesso il lettore o lo spettatore tendono ad assumere passivamente le informazioni e sono portati cosi a ritenerle vere. Non ci sono elementi che insinuano il dubbio, non sono prospettate tesi alternative-almeno nella maggioranza dei casi.

Ma c'e un altro aspetto importante, evidenziato dalla lucida consapevolezza di Hannah Arendt, che aveva seguito con particolare interesse due grandi ed emblematici processi: quello di Norimberga ove era coinvolto anche Heidegger, accusato di aver favorito il regime nazista, che era il suo primo Maestro ma soprattutto il suo primo amore, e quello ad Eichmann. La grande lucidita che la Arendt e riuscita a mantenere assistendo a questi processi ha stimolato una importante riflessione filosofica ed ha portato alla produzione di alcune pagine tra le piu belle della filosofia moderna. Ebbene, riprendendo l'idea romana della giustizia come Dea bendata, Hannah Arendt (21) sostiene che giudicare impone di non vedere: solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali. Operazione impossibile in un universo saturo di immagini com'e ormai il nostro. Insomma: giudicare con serenita impone di non vedere, e incompatibile con quel gioco di sguardi che mina imparzialita e terzieta. Invece il nostro sistema, grazie ai media, e pieno di immagini che fanno in modo che il processo esca dalle aule di giustizia e vi rientri influenzando i giudici dopo che il processo mediatico-con il suo linguaggio, con i suoi mezzi e con i suoi tempi ben piu rapidi di quelli del dibattimento-e pervenuto ad una conclusione di colpevolezza o innocenza.

Ed e inevitabile che qualsiasi forma di conoscenza 'esterna' al processo provochi distorsioni selettive, rincorra il cosa pensa la gente e non realizzi un accertamento ponderato dei fatti.

E non basta ancora: ogni aspetto che concerne il diritto, in special modo il diritto penale, e materia su cui tutti ritengono di poter dire la loro. Siccome la criminalita e un fenomeno che tocca la societa a tutti i livelli, diventa un argomento di senso comune, dove chiunque si sente autorizzato a dire la sua. Al contrario, il diritto e materia tecnica, talvolta di non facile comprensione, e spesso le ragioni tecniche contrastano con quelle di senso comune. Per questo nel processo mediatico accade di frequente che si seguano verita emotive, diverse da quella processuale, e si formi un convincimento collettivo destinato a radicarsi al punto che, se la sentenza formale non soddisfa le aspettative, si insinua addirittura il dubbio che la sentenza emanata nel processo giudiziario sia ingiusta. Il che genera insicurezza nei cittadini perche il delinquente non e piu persona ma minaccia (22). E' il fare del reo un mostro a cui ho accennato parlando delle distorsioni contenutistiche operate dai media.

Facile, quindi, scagliarsi contro il processo mediatico in nome del rispetto delle garanzie che presiedono al processo penale. Facile parlare, usando l'espressione di Lariviere, di circo mediatico-giudiziario (23).

Ma, in realta, le cose sono ben piu complesse.

Innanzitutto perche l'informazione e un diritto ed i giornalisti esercitano il loro diritto di cronaca ed anche di critica. I giornalisti svolgono una funzione pubblica che e quella della diffusione della notizia. Certo, bisognerebbe fare dei distinguo, che complicano le cose ulteriormente. Un conto e l'informazione che segue la notizia, altro sono quelle trasmissioni che imbastiscono processi paralleli fuori delle aule di giustizia, riproducendo col linguaggio mediatico i riti ed i simboli del processo. In questo secondo caso c'e un'indubbia lesione dei diritti dell'indagato o imputato. Tuttavia occorre riconoscere che il crimine incuriosisce da sempre. In molti processi della storia recente l'Italia si e divisa tra innocentisti e colpevolisti ed a questo ruolo non si sottraevano personaggi del calibro di Moravia o Buzzati. E dobbiamo riconoscere che queste trasmissioni hanno grande successo di pubblico, quindi di certo non si possono incolpare i giornalisti se danno al loro pubblico quello che richiede.

Fin qui sembrerebbe essere una questione di bilanciamento tra diritti. Ad esempio, la presunzione di innocenza ed il diritto di cronaca. Niente di nuovo: la Costituzione attribuisce un insieme di diritti che inevitabilmente entrano in conflitto e vanno quindi bilanciati. E sempre di bilanciamento di interessi si tratta quando si osserva che la funzione di rendere giustizia e tratto caratterizzante della sovranita dello Stato (24) e, insieme al territorio ed alla popolazione, e un elemento costitutivo dello Stato. Ne discende che se amministrare la giustizia rientra nel concetto di sovranita dello Stato, i primi articoli della Carta fondamentale pongono il principio che "la sovranita appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" e che "la giustizia e amministrata in nome del popolo". La nostra Costituzione pone al centro l'uomo cui attribuisce una serie di diritti, non lo Stato. Il che significa che sia la giustizia penale, sia la libera manifestazione del pensiero espressa dai giornalisti sono in funzione del bene-persona, uti singulus e uti socius. Ecco che, in ipotesi di conflitto, si impone la ricerca di un punto di equilibrio.

Ma non si tratta solo di bilanciamento di interessi: un altro dato deve necessariamente essere preso in considerazione. Il processo mediatico non e opera soltanto dei giornalisti ma ha origine a seguito di molti comportamenti, tutti lesivi dei diritti dell'indagato, che vengono da attori diversi. Ad esempio, le forze di polizia spesso rilasciano conferenze stampa presentando ipotesi investigative come se fossero sentenze definitive. I giornalisti spessissimo basano i loro articoli sulle veline sfuggite ai magistrati, malgrado i divieti di pubblicazione degli atti sino alla conclusione delle indagini preliminari.

E gli avvocati difensori non sono alieni da questo meccanismo perche adorano partecipare alle trasmissioni che danno vita al processo mediatico, nascondendosi dietro il dito del dare voce al proprio assistito ma in realta rispondendo a esigenze dettate dal proprio ego. Ed allora non possiamo dare la colpa delle storture solo ai giornalisti quando i protagonisti del tanto vituperato processo mediatico sono spesso gli stessi protagonisti del processo che si svolge nella sede appropriata. C'e poi un dato niente affatto trascurabile: il processo mediatico assume funzioni socialmente utili. Per esempio, aiuta a valutare l'impatto sociale del lavoro del giudice: elemento importantissimo visto che la giustizia e esercitata in nome del popolo.

4 Le norme che regolano la materia.

Le osservazioni che precedono non si riferiscono ad un far west, un terreno privo di regole in cui tutti i protagonisti si muovono senza legge. Le regole ci sono e riguardano il comportamento di tutti coloro che agiscono nel processo rituale, che da questo escono per approdare al processo mediatico.

Esistono per i giornalisti (ma non solo) norme che sanzionano penalmente la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. L'art. 684 c.p. punisce: "Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa d'informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione (...)". Mentre l'art. 685 sanziona l'indebita pubblicazione di notizie concernenti le decisioni penali: "Chiunque pubblica i nomi dei giudici, con l'indicazione dei voti individuali che ad essi si attribuiscono nelle deliberazioni prese in un procedimento penale e punito (...)". Si tratta di contravvenzioni, quindi di reati considerati bagatellari. L'interpretazione dell'art. 684 non e lineare perche segue la struttura delle norme processuali che vietano la pubblicazione degli atti. Per questo la dottrina ha parlato di norma penale in bianco. Per dare un contenuto alla fattispecie di cui all'art. 684 c.p. occorre rifarsi all'art. 114 c.p.p., che pone due tipi di divieti di pubblicazione degli atti: un divieto assoluto ed uno che investe l'atto ma non il suo contenuto e che quindi e relativo. Ma occorre soprattutto rifarsi agli atti coperti da segreto, in un continuo richiamo alla materia processuale che rende difficile comprendere il precetto (25).

Nel 2016 le Sezioni Unite (26) si sono pronunciate su questo tema, affermando che esiste un doppio filtro alia pubblicazione degli atti: esiste un divieto assoluto di pubblicazione fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari; c'e poi un divieto relativo limitato ai soli elementi testuali, fino al termine dell'udienza preliminare e, se si prosegue col dibattimento, fino alla prinuncia di appello. Questo secondo divieto riguarda, appunto, il testo ma non il suo contenuto. I due divieti risentono della diversa funzione che l'art. 684 c.p. assume nelle differenti fasi processuali: nella fase delle indagini preliminari la ratio e quella di non compromettere l'acquisizione delle prove; nella seconda fase e quella di salvaguardare serenita e terzieta del giudicante.

Aldila delle questioni interpretative, cio che piu colpisce e la natura contravvenzionale del reato, che non pare suficientemente dissuasiva per i giornalisti che, pur di pubblicare atti coperti da segreto, ben potrebbero accettare il rischio di una condanna, magari oblazionabile. Oltretutto, quando soggetto attivo e il giornalista, si potrebbe appellare al diritto di cronaca, anche se fino ad ora l'orientamento di dottrina e giurisprudenza e stato quello di negare la scriminante, privilegiando il buon andamento della giustizia. Corretta, in questo modo, risulta l'interpretazione della fattispecie: l'esistenza del diritto di cronaca non significa che qualunque condotta sia lecita. In questo caso, il legislatore ha gia effettuato il bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti e che si trovano in conflitto, privilegiando il buon andamento della giustizia a scapito del diritto di cronaca, che subisce semplicemente un limite ristretto a determinati casi. Ma si tratta di orientamento oggi prevalente e che domani potra non essere piu condiviso: gia si percepiscono le prime avvisaglie della estensione anche all'art. 684 c.p. di una opinione nata per la diffamazione, secondo la quale il diritto di cronaca puo essere esercitato anche quando viene a ledere un altro diritto (nella specie: l'altrui reputazione), qualora vengano rispettati i limiti della verita del fatto narrato, l'interesse attuale e pubblico alla divulgazione del fatto, nonche la continenza della forma espressiva. Ora, facile comprendere che l'estensione di questo orientamento all'art. 684 c.p. ne vanificherebbe quasi del tutto la portata.

Se la divulgazione delle notizie avviene ad opera di magistrate cancellieri, periti, polizia giudiziaria e cosi via, la fattispecie applicabile e la rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio di cui all'art. 326 c.p.: "Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualita, rivela notizie d'ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, e punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Se l'agevolazione e soltanto colposa, si applica la reclusione fino a un anno.

Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, per procurare a se o ad altri un indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie d'ufficio, le quali debbano rimanere segrete, e punito con la reclusione da due a cinque anni. Se il fatto e commesso al fine di procurare a se o ad altri un ingiusto profitto non patrimoniale o di cagionare ad altri un danno ingiusto, si applica la pena della reclusione fino a due anni". Se alla rivelazione segue la pubblicazione, ci si pone il problema del concorso di reati o del concorso apparente di norme tra rivelazione e pubblicazione, qualora vi sia un'unica condotta. Per coloro che operano all'interno del processo, la rivelazione di atti che devono rimanere segreti comporta una sanzione pesante. Ma l'applicazione di questa norma e scarsa o, per lo meno, non corrisponde alla frequenza con cui il segreto e violato.

L'art. 326 c.p. non opera per i difensori, le parti private, i consulenti, i testimoni e le persone informate sui fatti, alle quali si applica l'art. 379 bis c.p.: "Rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale". La norma recita:"Salvo che il fatto costituisca piu grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per avere partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso, e punito con la reclusione fino a un anno. La stessa pena si applica alla persona che, dopo avere rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero ai sensi dell'articolo 391-quinquies del codice di procedura penale". Questa non e l'unica norma in questo senso: nel codice di procedura penale ci sono vari divieti, che seguono le diverse fasi del procedimento e poi del processo.

Esistono inoltre norme di deontologia: il testo unico dei doveri del giornalista del 2016 impone il rispetto della presunzione di innocenza e impone che sia sempre reso chiaro cio che viene documentato e cio che invece ne costituisce il commento. Solo questo, se fosse osservato, basterebbe ad evitare i problemi di commistione tra il processo mediatico e quello giuridico.

C'e poi una Raccomandazione del Consiglio d'Europa del 2003 che sancisce un dovere di informazione a mezzi di comunicazione da parte delPautorita giudiziaria e di polizia, in rapporto a procedimenti penali di pubblico interesse, purche cio non comprometta il segreto investigativo e le indagini di polizia. Insomma, il diritto di dare informazione c'e, ma non si puo compromettere il segreto investigativo. Il principio 10 di questa raccomandazione determina che "in rapporto a processi penali, soprattutto qualora vi siano coinvolti giurati o giudici onorari, le autorita giudiziarie e di polizia dovrebbero evitare di fornire pubblicamente informazioni che comportino il rischio di pregiudicare in misura sostanziale la correttezza del procedimento". Concetto che viene considerato cosi importante da far dire al principio 11 che "qualora la persona accusata di un reato sia in grado di dimostrare che le informazioni fornite comportano una probabilita elevata di ledere il suo diritto ad un giusto processo, o hanno gia dato luogo a tale lesione, la persona in oggetto dovrebbe disporre di un rimedio giuridico efficace". Poiche, infatti, soprattutto i giudici non togati possono essere influenzati dalle notizie che ricevono fuori dal processo e dagli atti processuali, e necessario che si preveda un rimedio per la parte lesa. Una specie di moderno guidrigildo.

Se guardiamo, poi, alle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo ci rendiamo conto che realizzano proprio il bilanciamento necessario tra interessi contrapposti perche aprono all'idea di processo mediatico ma impongono limiti. In alcune pronunce si sostiene, infatti, che se il compito dei tribunali e quello di comporre le controversie, nulla vieta che le stesse controversie possano dar luogo a dibattiti in altre sedi. E non basta. E' diritto del pubblico essere informato ed e compito dei giornalisti divulgare cio di cui i tribunali si occupano. Ma questa informazione va svolta con la discrezione imposta dalla presunzione di innocenza, stabilita anche dall'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Sembrerebbe, ancora una volta, un richiamo all'equilibrio.

La Corte di Strasburgo ha sanzionato i comportamenti scorretti di quei protagonisti del processo rituale che non ne rispettano i principi. Per esempio, ha sanzionato l'accusa quando ha rappresentato l'indagato o imputato come sicuro colpevole del crimine di cui lo si incolpa (27). Oppure ha censurato la difesa (28) quando gli avvocati si sono abbandonati a censure rivolte a singoli magistrati con gravita e toni incompatibili col tributo che gli avvocati sono chiamati ad apportare alla fiducia del popolo nella giustizia.

Insomma, la conclusione che possiamo trarre e che non ci troviamo in una terra senza legge ma in un ambito regolamentato in maniera, forse non del tutto sufficiente, ma comunque chiara.

5 La realta.

Malgrado l'esistenza delle norme atte ad evitare i rischi del processo mediatico, restano pericolose le modalita fortemente suggestive con cui spesso l'informazione interviene sui temi legati alia giustizia, tanto da avere spinto l'Osservatorio delle Camere Penali a pubblicare un Libro bianco sull'informazione giudiziaria in Italia (29). Pur non dimenticando che le Camere Penali sono comunque un organo corporativo che riunisce gli avvocati penalisti, quantitativamente piu inclini alla difesa degli indagati ed imputati piuttosto che a quella della parte civile, vale la pena dar conto dei principali problemi che sono stati rilevati durante questa ricerca. In primo luogo e stata evidenziata nei racconti presentati dai media relativi a fatti penalmente rilevanti una sorta di acquiescenza pregiudiziale alle tesi accusatorie, cosi come un distacco dal potere giudiziario, considerato spesso come un'estensione di quel male assoluto che e oggi la politica. Entrambi questi rilievi colgono, almeno in parte, nel segno. Anche semplicemente da un punto di vista quantitativo, e molto piu facile trovare una cronaca mediatica di un determinato fatto criminoso-non solo di sangue-che sposi la tesi accusatoria piuttosto che fornisca elementi di difesa. La ricerca di un colpevole a tutti i costi soddisfa l'esigenza di quella giustizia sommaria priva di garanzie che appaga il sentimento popolare. Fino a quando non si rimanga coinvolti in qualche vicenda giudiziaria: in quel momento ci si lamentera della mancanza di garanzie e della apparente certezza con cui i media attribuiscono colpe e responsabilita. Ma di certo le tesi accusatorie meglio soddisfano macabre curiosita e pruderie del pubblico.

Altrettanto vero, poi, e che in un periodo storico in cui i cittadini si distanziano dalla politica e prendono di mira i privilegi, il potere giudiziario, che incarna comunque il senso di un potere amministrato in nome dello Stato (mentre e esercitato, in realta, in nome del popolo) e visto con diffidenza.

Si preferisce una giustizia magari meno raffinata, ma che si basa sul senso comune di tutti i cittadini, anche-meglio: soprattutto-se nulla sanno dei meccanismi giuridici che presiedono al diritto penale. Meccanismi, come abbiamo visto, non legati ad inutili forme ma che sono il portato di lunghi anni in cui le garanzie dell'imputato si sono fatte breccia nel sistema inquisitorio.

Qualunque consorzio umano vuole conoscere e giudicare, per punirli, quei comportamenti che ritiene incompatibili con la sopravvivenza dello stesso. Ed e proprio per questo che, nei secoli, sono state individuate procedure che consentano di arrivare alla verita. Il processo dovrebbe proprio essere quel percorso con cui un soggetto terzo passa dalla res judicanda alla res judicata e che consente alla societa di accettare quest'ultima come verita. Ma negli ultimi tempi e proprio la res judicata ad essere messa in discussione, se non si adegua a quel sentimento popolare che mira ad accertare, con le sue forme e metodi, la stessa verita. Il problema e che i responsi che vengono da un procedimento condiviso consentono di assorbire i rischi di radicalizzazione del dissenso ed oggi e proprio questo dissenso che ci si trova a dover fronteggiare, visto che il processo celebrato nelle aule di giustizia non si pone piu come quella procedura condivisa ed accettata. Cio che preoccupa e che l'usuale procedimento democratico per arginare il dissenso sarebbe che la collettivita, attraverso i suoi rappresentanti politici, cambiasse le regole di accertamento per renderle condivise. Questo, ovviamente, postula che la collettivita possa conoscere come viene pronunciato il diritto e questo dipende anche dai mass media, che pero dovrebbero avere funzione di ausilio e non di sostituzione. Il che, evidentemente, non e.

Facendo un passo indietro, due sono i momenti di intersezione tra processo penale ed informazione. Il primo e l'informazione sul processo; il secondo e il processo celebrato dai mezzi di informazione, spesso riproducendo le liturgie del processo in un foro alternativo. Lo abbiamo gia detto ma vale la pena ripeterlo. La cronaca del processo e essenziale per rispettare il principio secondo cui la giustizia e amministrata in nome del popolo. Fare cronaca non significa solo dare la notizia senza accenni critici o spunti di riflessione diversi da quelli sollecitati nel processo. Tuttavia si deve fuggire da un processo parallelo. Da evitare, infatti, e proprio che l'accertamento della verita si snodi su piu binari paralleli. Binari che seguono regole molto diverse (30): basti pensare ad alcuni aspetti per comprendere le differenze di approdi cui i due tipi di accertamento possono condurre. Mentre il processo e scandito da un rigoroso iter all'interno di un luogo deputato e finisce col giudicato, il processo mediatico non segue alcun ordine, puo celebrarsi dovunque ed e senza tempo. Il processo ordinario e celebrato da un organo professional, seleziona i dati su cui puo fondare la decisione e li valuta con criteri che sono il frutto di regole di esperienza; il processo mediatico e officiate da qualcuno che raccoglie in modo bulimico le informazioni e non le seleziona. Il modello del codice di procedura penale vigente e tendenzialmente accusatorio, basato sulla parita tra accusa e difesa, mentre il processo mediatico e totalmente inquisitorio e valgono solo intuizioni, buon senso ed emotivita. Alla logica del probabile si sostituisce la logica dell'apparenza: cio che sembra, facilmente sara. Cio che conta e il convincimento collettivo.

Il vero problema e che l'utente non sempre riesce a tenere distinti i due ambiti ed, anzi, quando accade che vengano messi a confronto, la sentenza che deriva dall'applicazione delle regole del processo giudiziario e quella considerata meno vera. Quasi come se le regole che al processo presiedono, invece di costituire garanzia di giustizia, frapponessero un velo fumoso tra i fatti e le conseguenze punitive. E' come se ci fosse una sorta di diffidenza nei confronti della giustizia tradizionale, che appare come troppo macchinosa. Continua a saltare agli occhi il paragone con la attuale sfiducia dei cittadini nella politica: e come se ogni potere fosse rinnegato per il fatto stesso di essere un potere. Se e vero che la giustizia deve essere esercitata in nome del popolo, va rilevato che oggi e raro-se non in alcuni casi-che il cittadino vada in aula per assistere al processo; piu facilmente e il processo che va da lui, entra nella sua casa. Se da cittadini scegliamo che cosa seguire, da spettatori non possiamo che subire una selezione ideologica di notizie. Pero resta il fatto positivo, per nulla trascurabile, che l'esercizio della giustizia e ora maggiormente aperto alla conoscenza dei piu. Il tribunale dell'opinione pubblica risponde ad una regola elementare di psicologia comportamentale: la prospettiva di una verifica esterna del proprio operato dissuade da abusi e devianze. Ma anche questo aspetto positivo ha il suo contraltare: chi va ad assistere ad un processo nelle aule di giustizia difficilmente avra modo di incidere su questo, mentre i mass media hanno la capacita di condizionare l'oggetto che rappresentano. Le distorsioni non riguardano il singolo processo ma Tintero sistema.

Altro aspetto significativo e che si crea una distorsione dovuta al fatto che ci vengono rappresentati dai mass media solo quei processi nei quali qualcuno ha avuto l'interesse di una fuga di notizie. Fuga che e stata poi valutata dal giornalista che ha deciso oppure no la divulgazione. Un doppio filtro di selezione che gia ab origine orienta in un senso o nell'altro e, in entrambi i sensi, ci sara una determinata incidenza sul processo.

Certo, innumerevoli sono anche i casi di iniziative giudiziarie portate avanti proprio grazie ad inchieste giornalistiche che hanno evitato insabbiamenti. Infatti, una giustizia segreta sarebbe impensabile in un ordinamento democratico.

Insomma: la situazione e complessa e ci sono commistioni tra elementi del processo mediatico che svolgono una funzione pubblica ed elementi-la maggior parte-che imporrebbero un uso piu attento del diritto di cronaca, che in realta arriva a sconfinare nelle mere supposizioni. Siamo in una zona grigia, dove non ci sono aspetti solo negativi o solo positivi ma tutto deve essere giocato sull'equilibrio. Oppure -come vedremo nel prossimo paragrafo-sulla accettazione delle differenze.

6 Le verita.

Abbiamo appurato, attraverso la breve disamina svolta, che il processo mediatico e un mostro a tratti necessario ed ormai inevitabile. Le soluzioni prospettabili per porre fine alle distorsioni che il processo celebrato dai mezzi di informazione porta con se sono molte. Bisognerebbe poter contare sulla professionalita di tutti i soggetti coinvolti: quelli del processo ordinario e quelli del processo mediatico. Un utilizzo attento delle norme sulla violazione del segreto nelle varie fasi processuali aiuterebbe la fuga di notizie. Un richiamo deontologico alle figure del processo ordinario che frequentano i programmi in cui si svolgono i processi mediatici di certo aiuterebbe un esercizio della giustizia svolto nelle sedi opportune. Ma anche questa indicazione non e univoca e potrebbe essere letta in senso opposto: la presenza di difensori o altri protagonisti del processo rituale in quello mediatico potrebbe essere vista come garanzia che quest'ultimo si svolga senza stravolgimenti della realta. Nessuna situazione univoca, quindi. Appena indicazioni di massima, oltretutto di scarsa utilita.

Il richiamo alla professionalita dei giornalisti potrebbe essere un dato importante quando si abbia a che fare con una informazione adeguata, di sicuro non quando il livello dell'informazione prodotta sia scadente e ci si basi sul clamore per ottenere la pubblicita che serve per mantenere viva la testata. Com'e tipico di molti periodici on line, spesso molto seguiti a livello locale. Educare il cittadino a differenziare il tipo e la qualita dell'informazione senza dubbio porterebbe ad una maggior consapevolezza critica, ma tutto quello che riguarda l'educazione necessita di tempo e risorse. Utilissima sarebbe un'educazione al controllo della fonte giornalistica ed al confronto dei mezzi di informazione per un continuo miglioramento del prodotto informativo. Antidoto alle distorsioni e senz'altro una informazione libera e plurale, con giornalisti capaci e professionali.

Insomma, tutti quelli elencati-e potrebbero essercene molti altri-sono rimedi che possono contribuire a risolvere il problema, ma nessuno di questi mi pare risolutivo ne immediatamente operativo. Non ci resta che rassegnarci ad un'evoluzione-forse meglio: involuzione-della giustizia che si trova a fare i conti anche con gli umori che vengono dall'esterno. Soluzione apparentemente arrendevole ma che potrebbe avere un fondamento teorico-filosofico. Forse si rende necessario un mutamento delle categorie concettuali, il che si porrebbe anche in linea con gli approdi piu recenti della teoria della scienza, secondo cui la conoscenza procede per rotture e cambiamenti, non attraverso un percorso lineare (31).

Da tempo siamo abituati al fatto che la verita storica e quella processuale non coincidono. Cio che e realmente successo non sempre si sovrappone alia ricostruzione che dell'accaduto vien fatta nei tribunali, attraverso la raccolta delle prove rituali. D'altronde, storico e giurista hanno metodi diversi, anche se per molti aspetti simili. Anche la storia si fa attraverso le testimonianze, perche attingere alla realta in presa diretta e impossibile, cosi come e impossibile farlo nel processo penale. Anche la storia spiega gli accadimenti "in funzione di" e non semplicemente attraverso l'accaduto. Storici e giudici usano le prove perche il mestiere di entrambi e provare, in base a determinate regole, che "Tizio ha fatto quello". In entrambi i casi il risultato della prova resta nell'ordine della probabilita, ma con livelli diversi: sebbene non possa richiedersi la certezza, nel processo si richiede che il fatto sia provato oltre il ragionevole dubbio. Senz'altro diverso, invece, l'obbligo di tenere in conto le garanzie dei diritti dell'imputato, che grava sul giurista e non sullo storico (32).

Insomma: siamo ormai abituati allo scarto tra la verita storica e quella processuale, benche quest'ultima debba sempre avere come fine la ricostruzione di cio che realmente e accaduto, cioe deve avere come orizzonte quello della verita storica.

E qui si inserisce un'osservazione che potrebbe apparire eretica. Il concetto di verita, tradizionalmente visto come monolitico e quasi trascendente, non e unico. Non c'e una sola verita, ce ne sono molte. Sembrerebbe quasi un ossimoro: storicamente la verita, per sua natura, non puo che essere unica. Ma se si guarda alle entita delle quali puo predicarsi l'aggettivo "vero", ci si rende conto che questo puo dirsi di entita eterogenee: per esempio, di affermazioni e di cose. Il verus de dicto ed il verus de re (33). La verita de dicto e quella apofantica, collegata, cioe, al contenuto cognitivo ed al rapporto con la realta. La filosofia analitica privilegia la verita de dicto perche si riferisce ad enunciati, ma esiste anche quella de re che si pratica su entita semiotiche come norme, domande, nomi. E la verita de re puo essere eidologica (34), quando la sua corrispondenza all'entita cui si riferisce e generica, oppure idiologica, quando questa corrispondenza non avviene con un eidos ma con un'entita individuale. Senza entrare troppo nel dettaglio, quel che conta e che non esiste un'unica dimensione di verita.

Calando queste osservazioni nel discorso che stiamo portando avanti, cio che e accaduto e incontestabile ma non lo e la sua ricostruzione storica. Quando, poi, la ricostruzione si basa su elementi tipici e per cio stesso selezionati, come le prove, le difficolta aumentano. Non si dimentichi, poi, il gioco delle parti, per le quali il processo e un laboratorio il cui punto d'avvio e la topica, intesa come 'Tarte di trovare le premesse per l'esercizio della dialettica le cui conclusioni, ove sia il caso, vengono diffuse pervasivamente attraverso la retorica" (35). Certo non si tratta di retorica strategica bensi rigorosa, proprio a causa delle regole che presiedono al processo penale. Ma non si tratta neppure di verita scientifica, perche non muove da premesse indiscusse. Ad ogni modo, la dialettica processuale mira all' [phrase omitted], cioe alla verita degli argomenti utilizzati. Al contrario,la retorica utilizzata nel processo mediatico subordina la verita degli argomenti utilizzati alla loro capacita persuasiva: mira, infatti, al [phrase omitted], alia persuasione. Ecco che il metodo non puo non avere conseguenze sul tipo di verita che si ottiene.

Ma anche guardando al tipo di giustizia che si vuole ottenere, e inevitabile lo scarto tra la giustizia normativa, che e quella delle leggi e la giustizia reale, amministrata nei tribunali. A questo potremmo aggiungere anche lo scarto con la giustizia rappresentata, che e quella raccontata dai mezzi di informazione.

Mezzi, fini, modalita diverse. Verita diverse.

Ebbene, forse allora dovremmo abituarci alla compresenza di tre verita: quella storica, quella processuale ed infine quella mediatica. La verita storica intesa come cio che e realmente accaduto si affianca a quella processuale, ricostruita attraverso i mezzi processuali e che determina oppure no l'applicazione di una sanzione penale. Ed a queste si aggiunge la verita mediatica, ottenuta con i mezzi mediatici ed il cui impatto resta emotivo e sociale. Come dicevamo: mezzi, fini, modalita diverse. Verita diverse.

La consapevolezza di queste tre verita, che sono e restano distinte, insieme ad un'alta professionals di tutti i protagonisti del processo mediatico potrebbe forse contribuire ad evitare gli effetti distorsivi del processo svolto fuori dalle aule giudiziarie.

DOI: 10.9732/P.0034-7191.2019V118P403

Referencias

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Sorrentino, Storia del processo penale. Dall'ordalia all'inquisizione, Rubbettino, 1999

Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Strumenti Bompiani, 2001

Recebido em 13/09/2018.

Aprovado em 13/09/2018.

Maristella Amisano

E-mail: maristami@libero.it

Maristella Amisano (1)

(1) Doutora (1995) pela Universidade de Turim (Italia), em Filosofia do Direito. PHD pela Adelphy University de Nova York com foco especifico nos crimes seriais. Advogada. Tem especializacoes em Direito penal minoril e Direito penal militar. Desde 2003 e professora na Faculdade de Direito da Universita della Calabria. Membro do comitato cientifico do doutorado "Impresa, Stato, mercato" dell'Universita della Calabria. Professora nos cursos de especilizacao da Ordem dos Advogados e referee do Ministerio da Universidade e Pesquisa do Estado Italiano (MIUR). Colabora com varias universidades brasileiras. E-mail: maristami@libero.it

(2) Si pensi alla c.d. teoria ipodermica, secondo cui i messaggi mediatici colpiscono gli individui in modo diretto ed immediato e cosi li condizionano sino all'emulazione dei gesti violenti. Cfr. Wolf, Gli effetti sociali dei media, Strumenti Bompiani, Milano, 1992

(3) In tal senso: Luhmann, La realta dei mass media, Franco Angeli, Milano, 2000.

(4) Per quanto riguarda il concetto di politica criminale, rimando ad autorevole dottrina: Roxin, Politica criminale e sistema del diritto penale, Esi, Napoli, 2001; Moccia, Politica criminale e riforma del sistema penale, Jovene, Napoli, 1984.

(5) Moccia, La perenne emergenza. Tendenze autoritarie nel sistema penale, Esi, Napoli, 2000

(6) Riprendo la distinzione tra risposte adattative e non adattative di Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, Il Saggiatore, 2007, 30ss.

(7) Certo, questo non avviene in modo del tutto meccanico e passivo: anche chi riceve le informazioni possiede una capacita di rielaborazione che da luogo ad un feedback. In proposito si veda Silverstone, Perche studiare i media?, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 7ss.

(8) Cfr. Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Strumenti Bompiani, 2001 e, soprattutto, Cheli, La realta mediata. Linfluenza dei mass media tra persuasion e costruzione sociale della realta, Franco Angeli, Milano, 1992.

(9) Con L. 23/3/2016 n. 41 e stato introdotta la fattispecie di omicidio stradale di cui all'art. 589 bis c.p.

(10) Fra le molte, ricordiamo la pronuncia Cassazione Penale, Sez. I, 16 setiembre 2015 (ud. 26 marzo 2015) n. 37606. Nella specie, un uomo ubriaco e sotto effetto di stupefacenti, nel tentativo di sfuggire ad un controllo di polizia, aveva investito ed ucciso un pedone. La Corte ha ritenuto che, pur sapendo che proseguendo in quella direzione avrebbe investito il pedone, !'agente non ha cambiato direzione, accettando cosi il rischio dell'evento dannoso. Molte altre sono le pronunce, spesso commentate dalla dottrina. Si veda, in proposito: Trib. di Roma 26/11/2008, Foro it., 2009, II, 414ss., con nota di Fiandaca, Sfrecciare col "rosso" e provocare un incidente mortale: omicidio con dolo eventuale?; Corte Appello Milano 16/7/2009, in Giurisprudenza di merito, 2010, 3, 757ss, con nota di Agnino, Colpa cosciente e dolo eventuale in tema di sinistri stradali; Gip Milano 21/4/2004, in Corriere di merito 2005, 70ss., con nota di Vigano, Fuga spericolata in autostrada e incidente con esito letale: un'ipotesi di dolo eventuale?

(11) Per tutte, si veda la pronuncia a Sezioni Unite del 18/ 9/ 2014, n. 38343, emanata nel famoso caso ThyssenKrupp relativa alla distinzione tra dolo eventuale e colpa cosciente.

(12) Sono state riprese-anche dai media-le forti critiche alla L. 41del 2016 espresse dall'unione delle Camere Penali. Per le prime riflessioni, a ridosso dell'introduzione della nuova fattispecie delittuosa, si veda Squillaci, Ombre e (poche) luci nella introduzione dei reati di omicidio e lesioni personali stradali, in www. dirittopenalecontemporaneo 18/4/2016.

(13) Con la sentenza Bartesaghi Gallo ed altri contro Italia, rg. 12131/13 e 43390/13, del 22 giugno 2017, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha reiterato la condanna dell'Italia in relazione alle violenze della scuola Diaz occorse a margine del G8 di Genova nel luglio 2001. In particolare, la sentenza ha riconosciuto la violazione dell'articolo 3 della Convenzione sul piano sostanziale e procedurale ed ha condannato lo Stato italiano al risarcimento dei danni morali in favore di ciascun ricorrente.

(14) Si veda, fra tutti, Manconi, Perche la legge sulla tortura e un'occasione mancata, in L'espresso, 6/7/2017; Marchi, Il delitto di tortura: prime riflessioni a margine del nuovo art. 613 bis c.p, in www.dirittopenale contemporaneo, 31/7/2017, Lobba, Punire la tortura in Italia. Spunti ricostruttivi a cavallo tra diritti umani e diritto penale internazionale, in www. diritto penale contemporaneo, 31/10/2017.

(15) Paliero, La maschera e il volto, in Riv. it. dir e proc pen., 2006, n. 2, p. 467ss.

(16) Paliero, cit., p. 524.

(17) Mi permetto di rinviare, per quanto concerne il sentimento di sicurezza percepito dai cittadini e la criminalita, a: Amisano, L'uso del linguaggio nella pericolosita. Concetto e applicazioni, Le Monnier, 2017, 231ss.

(18) Sorrentino, Storia del processo penale. Dall'ordalia all'inquisizione, Rubbettino, 1999

(19) Cfr. Bertolino, La televisione del crimine, in Vita & Pensiero, 2005

(20) Garland, La cultura del controllo, cit., p. 268

(21) Hannah Arendt, La banalita del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2013

(22) Cfr. Amisano, L'uso del linguaggio nella pericolosita, cit., p. 231ss. e nella parte in cui descrive i pericoli del diritto penale del nemico, p.215ss.

(23) Ora l'espressione 'circo' e addirittura stata sostituita da quella di 'inferno mediatico'.

(24) Pittaro, Mass media e diritto penale. Profili di diritto sostanziale, in Rassegna dell'arma dei carabinieri, 2009

(25) La Corte costituzionale, con sentenza 3/12/1987 n. 457 ha stabilito che l'art. 684 c.p. sancisce un reato plurioffensivo. Lede, infatti, sia la riservatezza di soggetti deboli quali minori o arrestati; sia il rispetto del c.d. doppio fascicolo, che impedisce al giudice di vedere il fascicolo del Pubblico Ministero affinche possa formarsi nel contraddittorio il proprio convincimento; sia la terzieta del giudice e la presunzione di innocenza.

(26) In realta la pronuncia a SS.UU. 3727 del 2016 ha sancito altri tre fondamentali principi, che, per la verita, a me non paiono tutti condivisibili. Il primo principio, contrastante con la sentenza della Corte Costituzionale n. 457 del 1987 (citata alla nota che precede) e quello per cui la fattispecie dell'art. 684 c.p. e un reato monoffensivo (e non plurioffesivo). Ratio della norma sarebbe, prima della conclusione delle indagini preliminari, quella di non compromettere il buon andamento delle stesse e, dopo tale momento, quello di salvaguardare i principi propri del processo accusatorio. Secondo principio e che nessuna autonoma pretesa risarcitoria puo essere avanzata dalla parte coinvolta nel processo "percio solo che sia stata violata la norma incriminatrice in discorso" (ovvero per la semplice violazione dell"art. 684 c.p.). Occorre provare la concreta lesione alla reputazione e riservatezza. Principio, questo, che invece mi pare ineccepibile se non si vuole pensare al reato come ad un illecito di mera disobbedienza. Ultimo principio affermato e che la portata della violazione, sotto il profilo della limitatezza e della marginalita della riproduzione testuale di un atto processuale, va apprezzata dal giudice di merito, di nuovo in applicazione del principio della necessaria offensivita della condotta ascritta all'agente.

(27) Allenet de Ribemont vs. Francia, Application no. 15175/89, 10/2/1995.

(28) Schopfer vs. Svizzera, (56/1997/840/1046) 20/5/1998.

(29) Libro bianco sull'informazione giudiziaria in Italia del 21/11/2016

(30) Si veda Glauco Giostra, Processo penale e mass media, in Criminalia, 2007

(31) Cfr. Amisano, cit., p.110ss.

(32) Cfr. Ginzburg, Il giudice e lo storico, Einaudi, 1991, 13ss.

(33) Conte, Tres vidit. Verita apofantica, verita eidologica, verita idiologica, in Cavalla, Retorica, processo, verita, Milano, 2007, pag.298ss.; id. Adelaster. Il nome del vero, Led, Milano, 2016

(34) Conte, Adelaster, cit., 15ss.

(35) Cavalla, Retorica processo verita. Principi di filosofia forense, FrancoAngeli, 2007, 57ss
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Author:Amisano, Maristella
Publication:Revista Brasileira de Estudos Politicos
Date:Jan 1, 2019
Words:9918
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