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Massimiliano Tortora. Svevo novelliere.

Massimiliano Tortora. Svevo novelliere. Pisa: Giardini Editori e Stampatori, 2003.

Il volume di Massimiliano Tortora propone un'indagine accurata e meticolosa della produzione novellistica di Italo Svevo, mettendo in evidenza con rigore filologico e attraverso una dettagliata testimonianza delle intricate vicende editoriali, come i racconti del periodo '23-'28 costituiscano "espressione di un preciso progetto estetico e rappresentano una specifica fase della poetica sveviana" (12) e si collochino percio come corpus autonomo a cavallo tra La coscienza di Zeno e il Vegliardo. Partendo, infatti, dalla constatazione chela critica in genere non si e mai soffermata con sufficiente attenzione sulla produzione novellistica e sottolineando in particolar modo il limite che, almeno fino agli anni settanta, ha caratterizzato quell'approccio critico all'opera di Svevo che ha voluto vedere nella Coscienza il punto d'arrivo di tutto il discorso poetico ed intelletmale dello scrittore, Tortora suggerisce invece una rilettura della produzione narrativa sveviana intorno agli anni venti arricchita questa volta di nuovi e stimolanti spunti di ricerca critico-filologica.

Il volume si presenta cosi diviso in tre sezioni principali--a loro volta suddivise in brevi capitoli dedicati all'analisi specifica dei singoli testi narrativi--e rispettivamente intitolate: "Il progetto editoriale delle novelle," "La datazione delle novelle ed altre questioni di filologia sveviana" e "Svevo novelliere."

Nella prima sezione Tortora, ripercorrendo la "sintomatica febbrile attivita editoriale" (15) che contraddistingue la produzione novellistica, riesce a dimostrare come, in effetti, lo scrittore avesse in mente in quel periodo non solo la pubblicazione di singoli racconti su varie riviste, ma lavorasse alacremente ad un progetto "estetico letterario" che si sarebbe dovuto risolvere eventualmente nella realizzazione di un volume di novelle scritte specificatamente intorno agli anni venti. Partendo quindi da un'analisi attenta dell'epistolario edito ed inedito, il critico identifica nelle prime corrispondenze tra Svevo e il critico francese Benjamin Cremieux--a cui lo scrittore aveva spedito a sua volta il racconto lungo Una burla riuscita--i primi segnali dell'idea di un volume di racconti che avrebbe trovato, anche attraverso l'interessamento di Montale, nella proposta di "Solaria" prima e in quella di Morreale poi, un'ulteriore conferma dell'intenzione di un progetto novellistico ormai definito e nel settembre del 1928 praticamente concluso; progetto che avrebbe dovuto includere appunto, insieme a Una burla riuscita, anche Vino generoso e il racconto inedito La novella del buon vecchio e della bella fanciulla. La realizzazione di questa trilogia, dunque, oltre a fornire emblematicamente "la prova tangibile di un interesse non occasionale di Svevo per il genere racconto" (35), definisce, sempre all'interno dell'omogenea raccolta novellistica degli anni venti, due parti chiara mente distinguibili: "la trilogia, che espone i nuclei essenziali di una piu ampia riflessione, e le 'altre novelle'" (35).

Nella seconda sezione il critico affronta il problema della datazione dei racconti cercando appunto di seguire scrupolosamente la vicenda redazionale dei vari testi presi in esame ed offrendo cosi un indispensabile contributo a questioni di carattere testuale relative alle novelle finora solo sfiorate se non addirittura ignorate dalla critica--basti menzionare in questo ambito i contributi di Maier e della Contini rispetto ai quali, Tortora, pur ammettendo in effetti il merito indiscusso di aver indagato per primi ambiti "disconosciuti" dell'opera sveviana, non esita a sottolineare come "proprio il meritorio carattere pionieristico rappresenta anche il piu vistoso limite" (40). Certamente degni di nota sono inoltre i capitoli dedicati all'analisi di specifici elementi peculiari della scrittura sveviana--vedi ad esempio il mutamento della grafia, la successione delle diverse macchine da scrivere o il metodo di lavoro prescelto di volta in volta dall'autore--che permettono al critico, insieme a quelli riferiti alla datazione, di ricostruire con rigore filologico il percorso redazionale delle varie novelle.

Nella terza ed ultima sezione Tortora elabora il punto teorico centrale della sua ipotesi critica mettendo in evidenza come nelle novelle scritte tra il 1923 e il 1928, Svevo, elaborando ulteriormente la tesi sostenuta ne La coscienza, definisca in modo ancor piu chiaro e deciso "la scissione paralizzante per il soggetto, tra teoria e prassi, tra azione e pensiero" (79) e denunci cosl inequivocabilmente l'impossibilith di "teorizzare leggi universali e di elaborare sistemi di comprensione perenni e definitivi" (83). Questo fallimento della "pura teoria" vede, secondo Tortora, la sua rappresentazione piu emblematica e significativa soprattutto ne La novella del buon vecchio e della bella fanciulla, ma diventa anche elemento portante e funzionale del percorso narrativo di altri racconti del periodo '23-'28, come, ad esempio, ne La morte e in Vino generoso dove appunto la medicina e il socialismo costituiscono rispettivamente in ciascuna novella il bersaglio "da colpire" proprio per la loro incapacita di offrire soluzioni teoriche alla problematicita frammentaria del contingente. Se dunque al personaggio e negata la comprensione oggettiva e metafisica del reale e se in effetti non e possibile "dire l'ordine del mondo," allora bisogna necessariamente "dare un ordine al mondo" (101) permettendo cosi al soggetto sveviano di ovviare a questo impasse interpretativo e di arrivare ad una possibile comprensione, necessariamente parziale e precaria, del mondo, attraverso l'osservazione della caoticita imprevedibile degli eventi. Ed i meccanismi che permettono all'io sveviano una sia pur problematica ipotesi interpretativa di una verita "strutturalmente parziale, limitata, mancante" (105)--una verita che proprio per questo pub definirsi, in base alla ben nota terminologia sartriana, solo "in-situazione"--sono, sempre secondo l'ipotesi critica sostenuta da Tortora, la metafora del vedere ed il concetto di memoria. La produzione novellistica degli anni venti, dunque, oltre a permettere allo scrittore di "assolvere un compito d'indagine epistemologica che storicamente spetterebbe al saggio" (113), da vita ad un progetto narrativo che pur definendosi appunto tra La coscienza e Il vegliardo, conserva tuttavia proprio grazie alla specificita della indagine epistemologica proposta, il suo carattere di autonomia e di coesione rispetto agli altri due romanzi.

Il volume si conclude infine con un'utilissima "Appendice"--suddivisa in quattro sezioni: a) Carteggio Morreale-Svevo; b) Carteggio Moneale-Famiglia Schmitz nel periodo compreso tra la morte di Italo Svevo e la pubblicazione del volume di racconti; c) Lettere inedite a Italo Svevo, d) Lettere di Eugenio Montale alla famiglia Schmitz--che comprende appunto un corpo epistolare ordinato in ordine cronologico di 92 lettere delle quali 76 inedite.

Il presente lavoro quindi, pur rinunciando, data ovviamente anche la specificita dell'impostazione critica proposta in questo ambito dall'autore, ad una piu approfondita contestualizzazione storico-sociale ed economica dell'opera sveviana che avrebbe potuto forse aiutare il lettore ad individuare in maniera piu completa le dinamiche ideologico-politiche ed intellettuali della produzione novellistica, rimane comunque un testo di chiaro valore filologico che offre indubbiamente allo studioso di Svevo un ulteriore ed indispensabile strumento di indagine critico-teorica.

VINCENZO BINETTI

University of Michigan
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Author:Binetti, Vincenzo
Publication:Italica
Article Type:Book Review
Date:Mar 22, 2005
Words:1077
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