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Mario B. Mignone. The Story of My People.

Mario B. Mignone. The Story of My People. New York: Bordighera Press, 2015.

Su Autobiografia ed Emigrazione in terra nordamericana esiste ormai una bibliografia sterminata, e si puo affermare che la stragrande maggioranza delle opere prodotte da scrittori, poeti e intellettuali italiani espatriati--mi riferisco a quelli emigrati tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento--sia composta, per lo piu, di libri autobiografici. Il perche e facile da spiegarsi: arrivati in una terra sconosciuta per lingua e cultura, di fronte a un'antropologia sociale del tutto nuova, i nostri primi immigrati in America, per lo piu poco attrezzati letterariamente (tranne alcune eccezioni) e affamati solo di lavoro, cos'altro potevano narrare se non le disgraziate esperienze vissute sulla propria pelle? La scrittura diventava una possibile via di riscatto ai disagi fisici e morali. Essa poteva in molti di loro nutrire l'ambizione o l'illusione di essere accettati nel difficile establishment letterario americano, e dunque di farne parte, sia pure correndo il rischio di venire etichettati come ethnic writers. E il destino che hanno "subito" anche poeti e narratori di vaglia: da Arturo Giovannitti a Emanuel Carnevali, a Pascal D'Angelo, Antonio Calitri, ecc.; un destino sempre circonfuso da un alone di "diffidenza" razzistica dalla quale non furono immuni perfino scrittori e intellettuali di assoluto valore: penso a un John Ciardi, a un Jerre Mangione, a un Felix Stefanile, tanto per fare solo qualche nome esemplare.

Naturalmente la situazione cambia progressivamente con la generazione successiva, nata negli anni Venti, ben piu agguerrita sul piano pubblico e istituzionale (i vari Tusiani, Dinaie, Cecchetti, Rimanelli, De Palchi, ecc.), e ancor piu con la terza generazione, ossia quella che appartiene all'ultima ondata migratoria, avvenuta tra gli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta.

Tutto questo preambolo per introdurmi in un'appassionante autobiografia pubblicata recentemente da Mario B. Mignone.

La lettura di questo libro ha rafforzato in me un convincimento che ho maturato da tempo, suffragato, del resto, da vari e valenti studiosi sulla diaspora (Franzina, Marazzi, Martelli, Saija, ecc.). Il convincimento risiede nel considerare il fenomeno Emigrazione non soltanto come necessita di migliorare il proprio futuro ma anche come desiderio di avventura e di conoscenza (risuonano qui i celebri versi danteschi, messi in bocca a Ulisse, Inf. XXVI, 119-120). Dunque, sete di conoscenza, sete di legittime aspirazioni, e sete, diciamolo pure, di ben piu ampi riconoscimenti sociali: tutti obiettivi, a quel tempo, impossibili da raggiungere dai pur volitivi contadini o artigiani italiani--specialmente provenienti dal nostro Mezzogiorno--, se essi fossero restati nel loro paesino a coltivare faticosamente il proprio umile campicello.

E da questa considerazione e da questa consapevole "condizione" che parte l'autobiografia di Mignone. E sono pagine drammatiche quelle che precedono la cosiddetta spartenza (prendo in prestito questo bellissimo termine di Tommaso Bordonaro, che racchiude in se sia l'espatrio vero e proprio sia il doloroso distacco dalla terra natia) della famiglia Mignone, originaria della periferia di Benevento, e quelle che raccontano i primi, durissimi anni di adattamento in America.

Ventenne, secondo, di ben otto fratelli e sorelle, Mario ha l'impellente necessita di trovare sUbito un lavoro, un lavoro qualsiasi, che da un lato gli permetta di dare una mano alla famiglia e dall'altro gli consenta di frequentare la scuola serale per far si che la sua "crescita" in questa nazione sia anche culturale. E qui si impongono all'attenzione del lettore alcuni pesonaggi-chiave, a cominciare dalla madre Palmina, donna di straordinaria sensibilita mista a un'istintiva intelligenza esistenziale, vero faro della famiglia Mignone. A lei va unito il padre di Mario (Roberto), personaggio taciturno, legatissimo alla sua terra: sara colui che maggiormente ne soffrira la mancanza.

Un altro personaggio-chiave e il fratello maggiore, Enrico, che diventera presto medico e sara il primo di tutta la famiglia Mignone a farsi onore. Enrico e, di fatto, non solo il fratello maggiore ma anche il principale uomo-guida di Mario. La sua morte precoce, avvenuta nel 1993, segna una drammatica svolta, ma anche una piu ferrea maturazione, nella vita di Mario. Sono pagine, in particolare quelle del capitolo tredici, fra le piu sofferte e struggenti, segnate da lutti terribili: la scomparsa della madre nel '92, del nipote Richard (figlio di Biagio), del fratello Enrico.

Nel frattempo il nostro autobiografo passa in rapida rassegna gli anni che lo porteranno da semplice operaio a essere studente prima alla CUNY e poi alla Rutgers University. Anni ricchi di umori e di fermenti, di avventure, di amicizie e dei primi flirt, raccontati con verve e gusto giocoso. Peccato che l'Autore trascuri di raccontarci qualche vicenda relativa ai suoi prof; penso, in particolare, a Glauco Cambon, Maestro di tanti futuri docenti d'italianistica nel Nordamerica. La stessa lacuna l'ho trovata nel racconto riguardante la sua piu che quarantennale esperienza d'insegnamento, tuttora in corso, alla Stony Book University, dove sono assenti personaggi che so quanto siano stati importanti nella vita professionale e personale di Mario: per esempio, Joseph Tursi, che l'assunse agli inizi degli anni Settanta, quando era Presidente dell'AATI; Bill Arens (ex Dean dei Programmi Internazionali); il senatore Ken LaValle, fondamentale sostenitore del Center for Italian Studies diretto da Mignone, unitamente alla rivista Forum Italicum, da vari decenni.

Il libro, come un'ideale cintura che si riallaccia al fermaglio, si conclude circolarmente con un ritorno al paese natale, quasi vent'anni dopo il doloroso distacco. Questa volta Mario e insieme con la sua famiglia, composta dalla moglie Lois e le tre figlie. Siamo agli ultimi due capitoli, soffusi di commovente malinconia, ma rattenuta e tutta interiore, che mi ha rimandato a certe indimenticabili pagine di Pavese (penso a La luna e i falo). E a quest'altezza che lo scrivente si lascia andare a una serie di riflessioni sull'emigrazione, vista come evento ineluttabile ma anche come punto di non-ritorno rispetto alla vita nova ormai pienamente accettata, del tutto diversa da quella del passato su cui lui continua a rimuginare. Appassionante, in tal senso, e la conversazione che l'Autore ha con l'antico amico Albino, con il quale passa in rassegna luoghi e personaggi, ormai divenuti puri fantasmi del passato. Ma quel passato le figlie, che non l'hanno vissuto, non possono capirlo; a tenerlo nella mente e nel cuore ora restera solo il padre. A questo punto dell'autobiografia, l'io narrante diventa noi: voce corale di un'intera generazione espatriata in America, che ha contribuito ad arricchire il capitale umano, credendo ciecamente in alcuni principi fondamentali, come perseveranza, spirito di sacrificio, orgoglio e determinazione.

Lascito vibrante verso figli e generazioni a venire The Story of My People e, in definitiva, una storia vincente e avvincente, nella quale potra riconoscersi piu di uno dei tanti espatriati, coetanei dell'Autore; una storia che si offre palpitante e illuminante a qualsiasi lettore che abbia interesse a conoscere una vicenda umana facente parte indissolubile di un capitolo fondamentale della Storia d'Italia.

LUIGI FONTANELLA

Stony Brook University
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Author:Fontanella, Luigi
Publication:Italica
Date:Jun 22, 2016
Words:1125
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