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Maria Sabrina Titone. Cantiche del Novecento. Dante nell'opera di Luzi e Pasolini.

Mafia Sabrina Titone. Cantiche del Novecento. Dante nell'opera di Luzi e Pasolini. Citta di Castello: Fondazione Carlo Marchi/Leo S. Olschki, 2001.

In un appassionato e rigoroso studio critico, puntualmente verificato sui testi, Maria Sabrina Titone traccia un quadro quanto mal rilevante sulla presenza della Commedia dantesca nella poesia del Novecento attraverso l'analisi critica dell'opera di due dei maggiori esponenti del periodo: Mario Luzi e Pier Paolo Pasolini. Nella rilevante introduzione al testo, Marco Marchi evidenzia come, fin dall'inizio, il tema proposto a materia di studio da parte della Titone emana "... la sua intelletuale attrazione, culturalmente dispiegandosi fra le origini della nostra storia letteraria e il contemporaneo ... : il sommo, in piu accezioni solitario e quasi inacessibile, Dante e due esperienze di punta del panorama poetico novecentesco cosi divaricate e analogamente insostituibili--Luzi e Pasolini--, anch'esse, nella loro sicura esemplarita e ancor prima nella loro ontologica essenza di creature della poesia, alonate di solitudine, ..."(IX). Si rileva inoltre come entrambi gli scrittori novecenteschi siano pervenuti all'incontro con Dante "in tempi sufficientemente maturi," allorche una loro originale e individuale presa di posizione davanti al reale era gia emersa: all'interno di essa aveva potuto operare la presenza dantesca e affermarsi nella sua piena centralita di esempio valutato esenziale.

In un'intelligente premessa dal titolo "Dante archetipo del Novecento," rilevando l'accostamento insolito ed "enarmonico" di Luzi e Pasolini in un'analisi di fondo su una loro comune fonte di ispirazione, si evidenzia come l'opera di Dante puo essere chiave di lettura di una intera generazione di poeti e scrittori, ma in ciascun artista "la semenza dantesca germina con esiti molteplici e imprevedibili" (4). L'esempio sublime della Divina commedia si ripropone dunque in maniera "difforme" e nello stesso tempo originalissima nella produzione poetica di Pier Paolo Pasolini e di Mario Luzi, ispirando al poeta delle "vite violente" un drammatico "descensus ad inferos, una grave catabasi nella fosca quotidianita," e a Luzi un "itinerarium mentis ad lucem, una solenne anabasi della coscienza" (5).

L'analisi critica vera e propria si articola in quattro capitoli. I primi due, dal titolo rispettivamente "Volonta poetica, plurilinguismo, mimesi. Dante secondo Pier Paolo Pasolini" e "Naturalezza, scienza e innocenza. Dante secondo Mario Luzi," presentano, in un quadro generale, un'innovativa ed originale indagine sia sugli elementi danteschi presenti nell'opera di Pasolini, sia sulle interpretazioni che Mario Luzi ha offerto nel corso della sua appassionata lettura dantesca. Indicativi della direzione deno sviluppo tematico sono i quattro sottotitoli di ciascun capitolo, Ira cui: "In principio era il Verbo," "Bologna--Il portico della letteratura," e "Dantesca mimesis" per quanto riguarda la ricerca all'interno della poetica pasoliniana; "Un Limbo a Firenze," "Esame di coscienza di un poeta" e "Itinerarium mentis ad lucem," per un possibile avvio all'indagine critica del testo luziano. Alle due prospettive d'apertura, seguono, nei capitoli terzo e quarto del volume, due approfondite e suggestive indagini di cui la prima e centrata sulla "dannata, dolente catabasi" prospettata dall'Inferno pasoliniano, e la seconda sulla "sublime, solenne anabasi" che e alla base della configurazione estetica e profondamente umana del Purgatorio e del Paradiso di Mario Luzi. Completano la penetrante indagine critica una ricca e comprensiva bibliografia di entrambi gli autori novecenteschi e un'appendice contenente due interviste: "Dante mio contemporaneo," un'inuminante intervista rilasciata da Mario Luzi a Maria Sabrina Titone nel 1999 e qui esemplarmente riportata e "'Io scendo all'Inferno ...' 1959-1975: Pasolini racconta Dante": una suggestiva intervista immaginaria a Pasolini, ricreata "recuperando e contaminando liberamente giudizi sull'opera di Dante Alighieri," forniti dallo scrittore in epoche diverse.

Movendo dalla constatazione della funzione 'archetipica' nel Novecento del messaggio dantesco, in "Dannata, dolente catabasi. L'Inferno di Pier Paolo Pasolini" la Titone procede ad un'indagine di alto rigore scientifico e di penetrante intelligenza interpretativa del testo pasoliniano. Il capitolo e suddiviso in sei sottotitoli che evidenziano il percorso tracciato dall'esegesi: "Roma 1950--Un poeta nella citta di Dite," "Fotogrammi danteschi," "Intermittenze della memoria: Dante a menadito," '"Lagrimette' dal Purgatorio," "Dall'autoanalisi all'autopsia," e "L'ultimo Inferno di Pier Paolo Pasolini." L'autrice puntualmente rileva come "all'innocente, eretico abiuratore" Pasolini, Dante insegni le regole della combinazione e della contaminazione di generi e forme, mostri gli esiti "irridescenti" del plurilinguismo e del polistilismo--si rileva, tra l'altro, l'adozione pasoliniana della terzina dantesca--che lo scrittore friulano, a sua volta, inventa, demolisce, reinventa, e rinnega. Il poeta friulano ricicla la giustizia gerarchizzata dell'imbuto infero sottoponendovi le moderne nefandezze del perbenismo borghese, la sua paralisi e mediocrita, e sperimenta "le tinte piu lugubri delle roventi bolge di Dante per istoriare le borgate romane con le gradazioni del piu basso, torbido Inferno" (80). Come viene giustamente evidenziato, Dante continua a balenare nell'opera di Pasolini sotto le piu imprevedibili maschere. Emerge una chiara influenza dantesca nell'impegno pasoliniano nelle arti figurative, in modo particolare nel cinema: sotto il segno "affatto taciuto" di Dante, nascono tra gli altri Accattone, Mamma Roma, e Salo. Comunque, come attentamente conclude la Titone, citando anche Alberto Asor Rosa, Petrolio, l'ultimo romanzo dell'autore pubblicato postumo, rimane l'opera pasoliniana in cui emerge con evidenza eclatante "tutto lo slancio deflagrante e mortuario di un bilancio esistenziale costruito su un baluginante modello mitologico e dantesco" (119). Il romanzo rappresenta il testamento di "uno spirito corsaro e preveggente, di un profeta che parla per allegorie, che preannuncia sventure come Dante aveva delegato all'oltretomba l'annuncio del suo straziante esilio" (123).

Come l'autrice stessa rileva nell'introduzione al testo, l'indagine sulle presenze dantesche nell'opera di Mario Luzi ha richiesto una maggiore "circospezione," in quanto l'esperienza in fieri del poeta fiorentino "si presta meno docilmente alle cristallizzazioni di un esame critico concluso" (4). Per Luzi la Commedia non e solo una stupefacente opera d'arte, ma una "dinamica comunicativa aperta." Nelle parole stesse del poeta, il capolavoro di Dante e "un'opera salvifica da compiere, per ispirazione o per affidamento dall'alto, per elezione non da iniziato ma da peccatore in itinere redemptionis" (5). Per cui, come viene giustamente rilevato in un'analisi di disinvolta padronanza monografica delle singole sillogi poetiche da La barca a Sotto specie umana, la poesia di Mario Luzi e "viatico" di un itinerario umano e lirico attraversato dal dubbio. Il poeta, autodefinitosi "scriba," documenta umilmente la metamorfosi incessante del reale, il perenne divenire di cui coglie le minime testimonianze, 'frasi', 'frammenti,' 'incisi' da riordinare e ricomporre perche possano farsi voce eterna della sua anima. Come attentamente la Titone annota, Dante Alighieri e per Mario Luzi "un'indicazione di umilta e coerenza per imparare a muoversi nel magma della vita, nella realta impervia ed ineludibile, in compagnia di altri uomini, come lui annaspanti e coraggiosamente tormentati" (138). La Divina commedia rappresenta per il poeta fiorentino una possibilita continua di verifica del suo cammino, la mappa di un iter animae: Dante, rileva intelligentemente la scrittrice, insegna a Mario Luzi la via della speranza che attraversa "cammini di dolore" ma che punta in alto, alla salvezza. Con versatilita penetrante, viene evidenziato come "i 'fondamenti' del reale, che offrono lo spunto alla poesia, non sono mai obliati dal poeta che li allinea, li accumula, ne accavalla gli irregolari margini, costruendo imprevisti innesti fino a liberarne la metamorfica policrimia" (170). Nonostante le immagini di crisi rischino di insidiare il canto, come spesso avviene nei versi di raccolte quali Per un battesimo dei nostri frammenti, e proprio dalla conoscenza "dei cocci del mondo" che riprende l'itinerario poetico di liberazione dello spirito. Come attentamente e brillantemente si evidenzia, attraverso una ricerca di alta sensibilizzazione al testo poetico e in una prosa critica essa stessa soffusamente lirica, "Il Verbo, Dio e parola, nei versi di Luzi assume la grandiosa intangibilita dei trionfi luminosi dell'Empireo. All'inadeguatezza delle sue sillabe umane, il poeta ripara con il sostegno avveduto dell'endecasillabo dantesco, al quale si rivolge come ad una silloge di saggezza senza tempo. Le terzine del Paradiso siglano il verso franto di Luzi in trasparenza, incidono la trama delicatissima del suo filato poetico tessendovi solenni rilievi damascati con diafani orditi di luce" (177).

Per motivi di spazio non sara possibile in questa sede soffermarsi sui vari aspetti con cui l'indagine critica, attraverso anche un attento e sensibile scandaglio analitico del testo poetico, procede puntuale sia da un punto di vista dei contenuti che da quello puramente tecnico deno stile e del lessico. Concludendo, comunque, non si puo fare a meno di raccomandare caldamente ai lettori lo stimolante studio di Maria Sabrina Titone sull'influenza esercitata dal poema dantesco all'interno della piu avvertita consapevolezza del Novecento poetico italiano per l'intelligenza interpretativa, l'alto rigore scientifico, la sensibilita e versatilita critica e l'assoluta competenza tematica.

LAURA BAFFONI LICATA

Tufts University
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Author:Licata, Laura Baffoni
Publication:Italica
Article Type:Book Review
Date:Mar 22, 2004
Words:1402
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