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Marco Santoro. Libri edizioni biblioteche tra Cinque e Seicento: con un percorso bibliografico.

Manziana (Roma): Vecchiarelli, 2002.

Marco Santoro presenta, in questo volume, nove saggi: due inediti e gli altri gia usciti in riviste o in Atti di convegni. Ogni raccolta, ogni libro, ogni opera scritta che contengano piu contributi sogliono essere come un approdo e, spesso come testimonianza, di un percorso di studi critici legati da una celta quale omogeneita d'interessi: in questo caso del libro come "oggetto," soprattutto, e non soltanto come contenitore di idee, di pensieri, di incursioni letterarie.

E un aspetto tradizionalmente ignorato quello del libro come oggetto, ma che invece da sempre ha costituito interesse per i risvolti che esso presenta: come merce, come insieme di apparati paratestuali la cui ricchezza e altamente considerata nella sua variegata fortuna, come veicolo esteriore di importanza e di estetismi non adombrati. I saggi di Santoro, peraltro specialista del periodo dichiarato nel titolo (due secoli cui ha dedicato eccellenti studi), si riappropriano del libro in se e sembrano dimenticare la pure riconosciuta rilevanza che esso ha rivestito nel tempo come veicolo di idee e portatore di nuove istanze culturali.

Emblematico, per restare nell'ambito, il primo saggio che apre il volume: "A proposito della 'storia del libro'" (11-34). Querelle antica, se si vuole, innestata su diverse angolazioni prospettiche e ideologicamente non risolta sino in fondo; non per niente, Santoro passa in rassegna le posizioni teoretiche di alcuni bibliografi o di alcuni storici del libro tout court--come Darnton e Chartier ad esempio--(prendendo il pretesto da un convegno) che pure alla Storia del libro hanno dedicato pagine dense di osservazioni, di critiche, di giustificate osservazioni. La dignita, l'autonomia scientifica del settore di studi, la convergenza su di esso di interessi che fuoriescono dall'ambito della bibliografia analitica e della bibliologia ci fanno comprendere come una storia del libro sia stata e sia tuttora come la storia della societa nel suo svolgersi intellettuale; gli storici professionisti, appropriandosi della straordinaria ricchezza che l'evoluzione del libro ha avuto, ne hanno descritto fasti e nefasti non curandosi, pero, di quanto invece alcuni bibliografi hanno saputo fare: superare il taglio erudito-bibliofilico prestando attenzione a tutte le pubblicazioni e rivolgendo alla stampa e all'editoria (due lemmi non omologhi) cio che a loro spettava: inizio e veicolo di un circuito della comunicazione che, seguendo un itinerario circolare (autore, editore, stampatore, distributore, libraio, lettore) ha posto vincoli sacrali e moli determinanti nello sviluppo della societa. Appaiono puntualizzazioni ovvie ma, proprio perche non universalmente riconosciute, diventano nevralgiche soprattutto nei confronti del lettore: universo misterioso, ancora insoluto, ma non diversamente dall'editore che nell'ambito del circuito di cui prima si parlava occupa spazi forti e difficilmente recuperabili dagli altri attori dell'itinerario. Parcellizzare gli studi, ritagliare gli interessi--questa la conclusione di Santoro--appaiono elementi forzatamente riduttivi: bisogna attribuire alla storia materiale del libro percorsi assai piu ampi e date una funzione ermeneutica alle istanze che una piu lucida e spregiudicata decifrazione della realta (oggi multimediale) richiede.

Di grande interesse--anche, e soprattutto, perche affronta argomenti pressoche nuovi--il saggio dal titolo "Appunti su caratterisfiche e funzioni del paratesto nel libro antico" (51-92). A dire il vero, l'autore si sofferma su due tipologie paratestuali: le dediche e i frontespizi passando in rassegna specialmente l'editoria napoletana dei secoli presi in considerazione. Le dediche, e noto, hanno mutato forme, sostanza e anche "identita" durante i tempi: ci si riferisce, pare ovvio, a quelle che ufficializzano pubblicamente una qualche relazione tra dedicante e dedicatario, due intedocutori a volte apparentati idealmente, talaltra lontani ideologicamente, talaltra completamente inseriti in due realta nient'affatto vicine. Con una ricchezza veramente debordante, Santoro passa in rassegna una lunga serie di opere che partono ancora dal Quattrocento e che si concludono alla fine del Seicento. Il sistema delle dediche e praticato assiduamente dal momento che sovente gli autori non avendo i mezzi per sostenere le spese della stampa ricorrevano a forme di "mecenatismo" che permettessero loro di essere lusingati dalla voglia di passare alla fama; la dedica fu sempre un efficace smumento di autofmanziamento e, per il lettore moderno, avventurarsi oggi in forme dedicatorie decisamente diverse dalla mentalita attuale, non appare come la scoperta di un mondo sconosciuto: e, semmai, la conferma di come il libro--nella sua accezione piu esteriore e scevro quindi dai contenuti--sia stato per molti il mezzo per assicurarsi un posto nella storia. Autori decisamente proni al dedicatario (sicuri del buon successo della loro opera intellettuale se questa era "profonda e originale"), ligi ai desideri di stampatori e di principio di religiosi (straordinario il molo di questi ultimi nelle forme dedicatorie--non per niente Roma divenne la capitale degli stampatori-tipografi togliendo a Venezia un primato che le era spettato sin dall'inizio), autori che chiedevano l'accettazione del libro: l'epistola praefatoria non fu solo carica di valenze palesemente venali, ma divenne anche mezzo per propugnare posizioni, per guadagnarsi favori e implicitamente garanzie per le iniziative editoriali; si va dall'adulazione, piu o meno adombrata, al calcolo dell'impatto per avere un'opera destinata a durare nel tempo, alla rattenuta serenita di fare davvero una cosa meritoria: sono avvisi, in definitiva, che conferiscono gia alcune chiavi di lettura.

Alla piu conosciuta tra le componenti paratestuali--il frontespizio--Santoro dedica un'attenzione non secondaria. Sobri all'inizio (gia timidamente presenti in alcuni incunaboli), alcuni frontespizi--mano a mano che il tempo passava--si caricavano di ricchezze straordinarie dove non veniva dimenticata alcune delle nozie (quelle che poi, sempre il tempo, pensera a comporre distribuendole correttamente in antiporta, nel frontespizio, nel colophon, nelle coperte, ecc.) e cio non soltanto nel territorio partenopeo: si pensi, ad esempio, alle straordinarie ricchezze di alcune edizioni lionesi. L'evoluzione sorprendente del frontespizio nei secoli che l'autore prende in considerazione ebbe una chiara, comprensibilissima ragione: era un modo, in assenza di marketing, per imporsi al pubblico, blandendo subito in maniera che da potenziale l'acquirente si trasformasse in reale.

L'articolo dedicato a "Le edizioni sceniche napoletane fra Cinque e Seicento" (93-138) e un vero excursus bibliografico attraverso le opere teatrali stampate nella zona partenopea; con molta acribia e con una certa dose di critica teatrale, l'autore sviscera ideologie e mutamenti che, al di la della forma con cui il libro si presentara, stavano ad indicare tendenze, orientamenti produttivi, istanze tipografiche che tenevano conto delle esigenze delle scene fino a quando queste non cozzavano contro gli interessi; ma la felice stagione della scenografia napoletana non venne mai meno poiche nel contesto editoriale territoriale--e forse non solo--essa sopravvanzo sempre la produzione tipografica fine a se stessa anche se questa seppe confortare e promuovere la spiccata attenzione in eta barocca alla fioritura dei generi teatrali.

Un'eta, quella barocca, oggetto di ulteriore interesse del Santoro che in un saggio molto denso "Caratteristiche e valenze dell'editoria barocca" (139-52) delinea le funzioni del tipografo soprattutto nel diciassettesimo secolo incentrando il suo interesse specialmente su Giuseppe Pavoni, genovese di grande lustro; attorno alla sua figura e giusto leggere la piu ampia personalita della figura del tipografo-stampatore dell'epoca, vero divulgatorepadrone della cultura e veicolo personale di quella che Elizabeth Einsenstein defini la vera profonda rivoluzione dell'umanita. Il primato di Venezia piano piano spodestata da Roma e la circolante attivita dei centri minori, l'affermarsi del microcosmo del libro secondo fasi di crescita lenta ma inarrestabile, l'allargarsi dei gusti dei lettori e le variazioni che il libro-oggetto andava subendo formano l'analisi del saggio che Marco Santoro conclude disvelando appena che la crisi di crescita dell'apparato artigianale tipografico si stava consumando per lasciare il passo all'incipiente avvento industriale dove anche il libro sarebbe diventato un prodotto.

Di bruciante attualita appare il contributo "Riciclaggio editoriale: il caso de La bilancia istorica, politica, e giudirica di Andrea Giuseppe Gizzi" (153-64). Nonostante il saggio si riferisca alla terza impressione partenopea del 1697, Santoro, ripercorrendone le vicende editoriali, affronta un argomento che non si discosta affatto da una cena prassi moderna. La bilancia fu un'opera di non acclarato interesse letterario ne di alto spessore giuridicoculturale, ma apparve soltanto come un'onesta scrittura che il Gizzi si perito di fare per dirimere alcune non chiare interpretazioni giuridiche; stampato nel 1671 e poi nel 1685, il volume non ando esaurito anzi sembra che assai pochi fossero stati gli acquirenti e che allorquando l'autore, che da Atessa nel chietino aveva ormai asceso la scala sociale, volle la terza edizione molte fossero ancora le copie nei magazzini dello stampatore. Chiara, quindi, appare la tesi di Santoro: le molteplici impressioni non sono sempre state (e non sono tuttora) indice di successo editoriale e di lettura; a volte la riproposizione dell'opera nasconde altre velleita: un ritrovato successo in campi diversi, la voglia di farsi ritenere "scrittore" o intellettuale e--cosa nient' affatto trascurabile, almeno per quei tempi--una "pratica servile" alla realta temporale o al rinnovato potere di turno. Letto in chiave attuale, il saggio potrebbe essere l'esempio di molti, troppi libri, che godono di ristampe e/o di nuove edizioni al di la e ben oltre i loro meriti senza che davvero i lettori si siano accorti del precedente passaggio sulle scene e che, spesso, hanno occupato spazi preziosi negli scaffali di molte biblioteche.

Interessante, soprattutto sul versante della conoscenza bibliografica, il breve ma succoso saggio su La "biblioteca medica" (165-70) che offre il pretesto per disquisire sull'importanza dei cataloghi e, aggiungeremmo noi, dei buoni repertori bibliografici: nella fattispecie di quelli che hanno consegnato al mondo degli specialisti e dei ricercatori ben oltre mille titoli di opere di argomento medico-fannacologico del XVII secolo: una ricchezza--quella delle bibliografie--non sempre e non adeguatamente compresa soprattutto perche, in chiave erronea, da signora delle discipline com'era nei secoli passati, la bibliografia (la sua pratica, complessa, insidiosa e difficile) e ritenuta oggi ancillare credendo che solo la cosiddetta "ricerca pura" possa vantare dignita scientifica. Ma questo argomento che l'autore non sfiora e che non si pone nel saggio, meriterebbe ampia e piu critica considerazione.

"Antichi e rari: riviste e cataloghi librari fra istanze culturali e commerciali" (171-86) chiude i contributi. Sono pagine sulla bibliofilia, sull'amor di libro, sul collezionismo, sulle sorti del commercio del libro raro e/o antico. Passando in rassegna vecchi e nuovi antiquari, vecchie e nuove proposte che il mercato quotidianamente mette a disposizione, Santoro s'avventura in un mondo variegato e non sempre lindo nei suoi contorni; attorno al prodotto editoriale si e sempre mosso un insieme di "cultori," amanti e collezionisti nonche di meritevoli case editrici che si sono imposte l'onere e l'onore di riproporre opere ormai largamente fuori mercato e meritevoli di esserne reintrodotte. In un'epoca, come la nostra, dove pare che tutto si muova sulle onde dell'etere e sulle impersonali pagine del computer, puo avere un senso parlare di antiquadato librado? L'oggetto libro non solo non e scomparso, ma mai come ora si sta riappropriando di cio che e suo e soltanto suo: la tattilita, il profumo, il piacere, la scorrevolezza pensata e rattenuta delle sue pagine faranno vivere in eterno il buon libro che sara invece effimero e volatile--anche se dai buoni contenuti--sulle pagine veloci dei nostri siti computerizzati.

Meno fantascientificamente di quanto si crede, il ruolo delle librerie antiquade potrebbe beneficiare di ulteriore benefico impulso, riproponendosi quali tutrici di un bene prodotto secondo procedure e tecniche che sembrano piano piano andarsene verso l'estinzione.

Il libro di Marco Santoro, che contempla anche altri due saggi "Storia delle biblioteche o storia della biblioteca" (tutt'altro che oziosa disquisizione semantica, ma che da sola meriterebbe un lungo saggio per le valenze paradossalmente ambigue che l'uso del singolare o del plurale potrebbe comportare) e "Sulle meravigliose virtu del tabacco" (un'opera di fine Cinquecento che magnificava le qualita della pianta da fumo), termina con un ricchissimo "percorso bibliografico." Riprendendo il nostro concetto sulla funzione non ancillare della bibliografia, Santoro propone chiavi di lettura su argomenti inerenti la storia del libro, su cataloghi e bibliografie, sugli aspetti dell'editoria e della stampa, dell'illustrazione e della legatoria fornendo doviziosi riferimenti secondo i secoli e gli argomenti affrontati all'interno dei suoi saggi ma uscendo pure dal quel contesto che forse gli sarebbe apparso angusto.

Inserito nella collana "Dal codice al libro," che dirige Varo Vecchiarelli, editore bibliogrifo e storico del libro, il volume di Marco Santoro proietta una luce antica su temi anche moderni: segno inequivocabile che ii libro, oggetto amato e odiato, perversamente e dolcemente "coccolato" avra ancora lunga vita davanti a se e, a nostro parere, costituira uno dei temi sempre intriganti nella vita quotidiana delruomo non qualunque.

GIANCARLO VOLPATO

Universita di Verona
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Author:Volpato, Giancarlo
Publication:Italica
Article Type:Book Review
Date:Jun 22, 2003
Words:2035
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