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Le possibili radici di una letteratura aulica. Ennio, Annales 268-286 Skutsch.

RESUMEN: Il patronage di eta mediorepubblicana appare uno scenario adatto alla ricerca di un antecedente della letteratura aulica di eta imperiale, in particolare, un frammento degli Annales di Ennio (vv. 268-286 Skutsch) descrive il rapporto di amicizia fra il console del 217 a.C. Gneo Servilio e un personaggio di rango inferiore. Come notava gia Gellio, che tramanda i versi, si tratta di una rappresentazione esemplare di una <<amicizia fra dispari>> (tipologia di rapporto sociale teorizzata fin da Aristotele). Secondo il pio recente commentatore degli Annales, Otto Skutsch, il modello di Ennio e da individuare nella letteratura cortigiana di ambiente ellenistico. Si cerca di dimostrare che tale ipotesi di lettura e riduttiva e che la struttura deli'elenco delle virto dell'anonimo personaggio (in cui la tradizione antica riconosceva Ennio stesso) riproduce lo stile catalogico tipico degli elogia di aristocratici.

Palabras clave: Literatura aulica, Ennio, amicitia.

Can we archaic roots of Cour Literature ? Ennius, Annales 268-286 Skutsch

ABSTRACT: The patronage of Middle Republican Age seems a seen fit for the research of the antecedents of the aulic literature of the Imperian Ages. Particularly, a fragment of Annales of Ennio (vv. 268-286 Skutsch) describes the relation of friendship between the consul in 217 b.C., Gneo Servilio and a personage of an inferior rank. As Gelio already noticed, it seems the exemplary representation of <<friendship between unequal people>>, a tipology of social relationship already theorized aboLegende ut by Aristotle. According to the most recent commentator of the Annales, Otto Skutsch, Ennio's model must be placed within the cortesan literature of Hellenistic ambience. We are trying to show that this interpretation is limited and that the structure of the list of virtues of the anonymous personage (which the tradition has recognised as Ennio himself) reproduces the typical catalogue- like style of the aristocratic elogia.

Key words: Aulic literature, Ennius, amicitia.

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E' possibile indicare per la letteratura aulica, legata per definizione, quasi connaturata agli ambienti di corte, un antecedente nell' ambito della letteratura di eta repubblicana? una situazione omologa, che riveli alcuni tratti destinati a svilupparsi, in un contesto storico mutato, e a divenire caratterizzanti della letteratura di corte? Uno scenario sociale e culturale che si presti a un'indagine di questo tipo appare senz'altro quello del patronage di eta mediorepubblicana: sorta di estensione in campo culturale del rapporto clientelare, che legava a grandi famiglie aristocratiche artisti e letterati di condizione sociale subalterna (stranieri o italici privi di cittadinanza o, come nel caso di Livio Andronico, liberti giuridicamente legati alia famiglia del patronus). A suggerire che in questo quadro vanno cercati gli incunaboli della poesia di corte imperiale era gia, nel II secolo d.C., uno studioso fornito di particolari competenze relative alia letteratura repubblicana quale Aulo Gellio: il quale dedicava un capitolo delle Noctes Atticae alle qualita morali e comportamentali richieste a un subalterno nel rapporto di amicizia con un uomo pio potente, qualita che Gellio ritrovava definite e descritte in alcuni versi degli Annales di Ennio. Versus accepti ex Q. Ennii septimo annalium, quibus depingitur finiturque ingenium comitasque hominis minoris erga amicum superiorem: questo il titolo del capitolo 12,4 deli'opera gelliana.

Il frammento restituito da questa citazione (Gell. 12,4,4), noto come <<il frammento dell'amico di Servilio>>, e uno del pio ampi degli Annales (si tratta del vv. 268-286 Skutsch = 234-251 Vahlen2), ed anche uno del pio tormentati della storia degli studi enniani. Esso presenta notevoli difficolta di lettura e di interpretazione, ed ha suscitato numerosissime discussioni riguardo alia sua collocazione originaria ali'interno degli Annales, al riferimenti cronologici e prosopografici in esso contenuti (1), alla situazione testuale pressoche disperata del diciotto versi (2) che lo compongono: una sintassi faticosa, ardita, spesso al limiti dell'anacoluto (3) lascia intuire che il testo riportato dai codici di Gellio e corrotto in pio punti, ma le pur tante proposte non hanno portato a una soluzione editoriale soddisfacente. Qui si riporta il testo del frammento secondo l'edizione di Otto Skutsch (1985):
   Haece locutus vocat quocum bene saepe libenter
   Mensam sermonesque suos rerumque suarum
   Consilium partit, magnam quom lassus diei
   Partem fuisset de summis rebus regundis
   Consilio indu foro lato sanctoque senatu;
   quoi res audacter magnas parvasque iocumque
   eloqueretur tet cuncta? malaque et bona dictu
   evomeret si qui vellet tutoque locaret;
   quocum multa volup
          gaudia clamque palamque;
   ingenium quoi nulla malum sententia suadet
   ut faceret facinus levis aut mala: doctus, fidelis,
   suavis homo, facundus (4), suo contentus, beatus,
   scitus, secunda loquens in tempore, commodus, verbum
   paucum, multa tenens antiqua, sepulta vetustas
   quae facit, et mores veteresque novosque ([cruz]) tenentem
   multorum veterum leges divomque hominumque
   prudentem qui dicta loquive tacereve posset:
   hunc inter pugnas conpellat Servilius sic:


I problemi testuali cui abbiamo accennato non pregiudicano, fortunatamente, la comprensione del contenuto del versi, che possono essere parafrasati nel modo seguente: <<dopo aver detto queste parole, [Servilio] chiama uno con cui assai spesso divideva volentieri la mensa e che metteva a parte del suoi discorsi, facendolo partecipare alle decisioni sulle questioni che lo riguardavano, quando si era stancato di esercitare la sua autorita, per quasi tutto il giorno, sia nell'ampio foro sia nel sacro senato. Un tipo tale da potergli liberamente parlare di argomenti rilevanti e di questioni minute e anche scherzose, uno sul quale potere riversare cose sia cattive sia buone a dirsi, se ne aveva voglia, e custodirle in luogo sicuro; uno con cui <condividere> molti piaceri in privato e in pubblico. Un'indole che nessun pensiero leggero o malizioso spingeva a compiere una cattiva azione: uomo ben istruito, fedele, gradevole, abile nel parlare, contento del proprio, tranquillo, di esperienza, che diceva le cose giuste al momento giusto, adattabile, affabile, di poche parole, che teneva nella memoria molte cose del passato che lo scorrere del tempo seppellisce, e che conosceva le tradizioni sia antiche sia recenti e molte leggi antiche del diritto umano e divino; saggio al punto da sapere scegliere se parlare o tacere. In mezzo al combattimenti, Servilio cosi si rivolge a costui ... >>. A non avere dubbi sulle linee del ritratto di questo personaggio ci aluta anche la parafrasi premessa, a mo' di commento, alla citazione da Gellio, il quale, come abbiamo visto, coglie nella descrizione enniana le qualita ideali di un uomo di rango inferiore nel rapporto di amicizia con un superiore per nascita e per condizione: <<intelligenza, cortesia, misura, lealta, sobrieta di linguaggio, opportunita dell'interloquire, grande conoscenza dell'antichita e del costumi antichi e moderni, grande scrupolo nel tenere e custodire un segreto: tutte, insomma, le risorse che sono di conforto, di sollievo, di rimedio al fastidi della vita>> (5) (12,4,1: descriptum definitumque esta Q. Ennio in annali septimo graphice admodum sciteque sub historia Gemini Servili, viri nobili, quo ingenio, qua comitate, qua modestia, qua fide, qua linguae parsimonia, qua loquendi opportunitate, quanta rerum antiquarum morumque veterum ac novorum scientia quantaque servandi tuendique secreti religione, qualibus denique ad minuendas vitae molestias fomentis levamentis solaciis amicum esse conveniat hominis genere etfortuna superioris). A1 punto che Gellio non esita a definire il passo di Ennio una breve trattazione di etica, un distillato di precettistica morale, un piccolo trattato de officiis: <<io ritengo quei versi degni di essere frequentemente e assiduamente ricordati, non meno che i precetti del filosofi sui doveri>> (12,4,2: eos ego versus non minus frequenti adsiduoque memoratu dignos puto quam philosophorum de officiis decreta).

Ancora pio interessante la notizia che Gellio aggiunge a conclusione del suo capitolo, secondo cui quello delineato nei versi riportati sarebbe l'autoritratto di Ennio: L. Aelium Stilonem dicere solitum ferunt Q. Ennium de semet ipso haec scripsisse picturamque istam morum et ingenii ipsius Q. Ennii factam esse. Indipendentemente dall'attendibilita di tale notizia, alla quale comunque oggi generalmente si propende a credere (6), un dato e certo: secondo un filone rilevante (Stilone-Varrone) della tradizione esegetica antica, che Gellio accoglie, l'amico dell'uomo di condizione superiore sarebbe Ennio. Conseguentemente, nei nostri versi sarebbe adombrato il rapporto del poeta con le famiglie aristocratiche cui era legato, i Fulvii e soprattutto gli Scipioni.

Agli occhi di Gellio, in conclusione, Ennio avrebbe descritto in modo perfetto, con una cura dettatagli fra l'altro dal coinvolgimento personale, il rapporto ideale fra un homo genere etfortuna superior e un subalterno; egli avrebbe dato un esempio concreto del modello teorico di quel particolare tipo di amicizia che la riflessione antica individuava come <<amicizia fra dispari>> (7).

Seguendo la traccia interpretativa dell'autore del II secolo d.C., Skutsch nel suo commento ha individuato nel passo in questione lo schema dell'amicizia fra dispari, l'archetipo del rapporto fra inferiore e superiore, l'antecedente e nello stesso tempo il paradigma su cui Orazio avrebbe successivamente esemplato la rappresentazione del proprio rapporto con Mecenate. Un rapporto che potrebbe essere considerato, sulla scala pifi ridotta del patronage artistico nella seconda meta del II secolo a.C. a Roma, una riproduzione in piccolo del rapporto fra monarca e letterato di corte nell'ambito del regni ellenistici. E Skutsch si spinge ad affermare che Ennio si rifarebbe alla letteratura cortigiana di ambiente ellenistico, testimoniata per esempio in alcuni versi databili alla fine del III secolo a.C., contenuti in un frammento papiraceo e <<praising an officer of the royal court at Alexandria>> (8): in particolare, Ennio attingerebbe a una topica consolidata riguardante la figura cortigiana del confidente e fidato compagno del re. E' in questa tipologia che, rientrerebbe il personaggio dell' amico di Servilio (9).

L'elemento decisivo che spinge Skutsch a collegare il passo enniano alla tradizione della letteratura cortigiana e lo stile elencativo che i vv. 268-286 Sk. hanno in comune con i versi dell'anonimo poeta ellenistico, che riportiamo di seguito:

[TEXTO IRREPRODUCIBLE EN ASCII].

La descrizione, che doveva essere topica, delle virto del confidente del re, del [TEXTO IRREPRODUCIBLE EN ASCII], assume la forma di un elenco di virth <<enumerated in no very clear order>>. Questa menzione alla rinfusa di [TEXTO IRREPRODUCIBLE EN ASCII] spiegherebbe in parte, cosi pensa Skutsch, il disordine sintattico dell'enumerazione enniana, il suo carattere informale (10).

Ma se Skutsch sembra avere ragione nel ritenere in parte intenzionale lo stile disordinato e ripetitivo del frammento enniano, e non unicamente imputabile a corruttele testuali, la sua ipotesi di un influsso del linguaggio letterario delle corti ellenistiche appare unilaterale e riduttiva. Ennio poteva avere ben presente una forma discorsiva che era profondamente radicata nella tradizione culturale romana. La struttura deli'elenco e infatti quella in cui spesso prende forma la rievocazione delle virto degli esponenti delle elites aristocratiche. La rassegna delle qualita caratterizzanti il civis Romanus ideale puo assumere la forma di un decalogo, come nella laudatiofunebris di Lucio Cecilio Metello (console ne1251 e ne1247, pontefice massimo dal 243 fino alla morte), che <<aveva riassunto in se le dieci qualita pio grandi e pio belle>>, pronunciata dal figlio Quinto nel 221 (11); sfiorare ancora la decina, come nell'elogio di Publio Licinio Crasso Divite, censore nel 210 (12); o concentrarsi in un compendio di cinque virth, come nel caso del nipote di questi, Publio Licinio Crasso Divite, che ancora Gellio leggeva in Sempronio Asellione (13). L'enumerazione catalogica riproduceva lo stile elencativo tipico dell' elogium, schematico riassunto del contenuti della laudatiofunebris destinato all'iscrizione sepolcrale. Dietro questo schema si coglie l'immagine ufficiale che l'aristocrazia romana intendeva date di se, come depositaria di un vero e proprio catalogo ufficiale di doti, come portatrice di un modello culturale, etico, politico, comportamentale: quel modello che le epoche successive avrebbero riconosciuto come pienamente incarnato in Catone, la figura ideale che Cicerone, a distanza di pio di un secolo dalla sua morte, avrebbe rievocato con nostalgia, adottando ancora non a caso una forma prevalentemente paratattica (14).

Ad integrazione delle osservazioni di Skutsch penso dunque si possa aggiungere che, nell'attribuire all'amico di Servilio le qualita ideali, Ennio sembra recepire un modello aristocratico abituato ad esprimersi nella forma del catalogo. E tanto pio la figura del subalterno si avvicina ad un livello ideale, ad un grado di idealizzazione quanto pio recepisce ed assimila tale modello aristocratico.

La ricezione di questo che per comodita possiamo definire <<modello catoniano>> non esaurisce tuttavia la complessa costruzione del modello etico e comportamentale che sottosta al ritratto dell'anonimo personaggio (o forse all' autoritratto del poeta). Le coincidenze fra i requisiti dell'amico di un uomo di rango superiore come li descrive Ennio ele doti elencate nel frammento papiraceo rivelano immediatamente un dato: la presenza, accanto a virto tradizionali, <<catoniane>> appunto, di virto <<elleniche>>, recepite grazie al contatto con il mondo ellenistico e acquisite come positive ali'interno di un modello etico e culturale pio moderno ed elastico, non a caso visto con favore da ambienti cui Ennio era vicino, come quello degli Scipioni, e in polemica con il rigido modello sostenuto dai partito <<catoniano>>. In particolare, l'anonimo personaggio descritto da Ennio possiede una serie di qualita, come la suavitas e la commoditas (v. 280 Sk.: suavis; v. 281 Sk.: commodus), affabilita e adattabilita alle situazioni, in apparente contrasto con il rigore della morale quiritaria. Questi tratti si ritrovano anche nell'immagine del cortigiano del versi ellenistici, che e [TEXTO IRREPRODUCIBLE EN ASCII] ed [TEXTO IRREPRODUCIBLE EN ASCII]. Ma e pur vero che quest'ultimo condivide con l'amico di Servilio anche una serie di virto, dall'onesta alia lealta alla fedelta, che per un poeta latino del II secolo a.C. avevano un'origine e una collocazione ben precisa in un sistema di valori interno alia pio antica storia di Roma. La fides dell'amico di Servilio (v. 279 Sk.: fidelis) risponde ad un valore troppo profondamente radicato nell'esperienza politica, sociale, morale e giuridica della comunita romana (15) perche se ne possa ipotizzare una derivazione dalla [TEXTO IRREPRODUCIBLE EN ASCII] di un presunto modello ellenistico. L'assenza di avidita, implicita in suo contentus (v. 280 Sk.), ele altre virto che Gellio sintetizza in modestia, religio e parsimonia, sono tutti valori squisitamente <<catoniani>>. Se e vero infine che le coincidenze sono innegabili, altrettanto evidenti sono le virto peculiari che imprimono al singoli ritratti il segno di una differenza irriducibile. Se da una parte il confidente del monarca e [TEXTO IRREPRODUCIBLE EN ASCII], dall'altra parte l'amico di Servilio possiede doctrina (v. 279 Sk.: doctus) e, soprattutto, conoscenza dell'antico, delle tradizioni civili e religiose, in una felice sintesi fia la cultura di un poeta doctus in senso alessandrino quale Ennio e la memoria della tradizione pio autenticamente romana, che pure e componente essenziale della personalita enniana.

In conclusione: l'ipotesi di Skutsch, che il rapporto ideale fra un potente-patronus e un letterato-cliens, nei termini in cui e scolpito nei versi enniani, si ispiri anche a modelli ellenistici non e da escludere. Ma la topica attinta alla letteratura cortigiana risulta in ogni caso filtrata, da un lato, attraverso la ricezione di valori etici fondanti della comunita romana e il recupero dell' auctoritas del passato, dall'altro, attraverso la proposizione di un nuovo modello etico elaborato negli ambienti contemporanei a Ennio pio aperti all' influsso ellenico. Fedelta, senso della misura e parsimonia, da un lato, affabilita, piacevolezza e adattabilita nelle relazioni, dall'altro: abbiamo una anticipazione, se non una prima attestazione di quel modello etico misto in cui valori <<catoniani>> e <<scipionici>> daranno luogo a un equilibrio fra spinte tradizionaliste e tensioni modernizzanti (16).

Fecha de aceptacion definitiva: junio 2004

Elisa ROMANO

Universita di Pavia

(1) Gellio attribuisce i versi al libro Vil degli Annales (12,4, tit.: ex Q. Ennii septimo annalium), ma gli editori moderni, tranne Vahlen e Warmington, accettano la correzione octavo, proposta per la prima volta da Hug nella sua edizione del frammenti di Annales VII-IX (diss. Bonn 1852, 24 s.). Che il numerale septimo sia un errore puo essere facilmente spiegato, pensando o ad una facile corruttela verificatasi nella tradizione manoscritta, per una comune aplografia (VIII [flecha diestra], VII), o ad un errore di Gellio, che attingeva il passo dal de poetis di Varrone (cosa a cui fa pensare il riferimento al maestro di quest'ultimo, Elio Stilone), anche se non lo cita (l'ipotesi di E. Norden, Ennius und Vergilius, Leipzig-Berlin 1915, 132 e accolta da Skutsch, The Annals of Q. Ennius, Oxford 1985, 447-450). L'assegnazione del frammento al libro VIII piuttosto che al Vil riporta i versi nel contesto della battaglia di Canne, cui alluderebbe l'espressione interpugnas del v. 286 Sk. Secondo tale ipotesi, Servilio Gemino andrebbe identificato con Gneo Servilio, console del 217, che mori a Canne, dove comandava il centro dello schieramento. Livio 22, 48-50 (che segue Celio Antipatro, il quale era stato a sua volta influenzato da Ennio: cf. Front. adMarc. 4,3, p. 57 van den Hout), Silio 10, 222-225 e soprattutto Appiano Hann. 23-24 presuppongono l'esistenza di una tradizione storiografica relativa a una sorta di aristia di Servilio, la historia Gemini Servilii di cui parla Gell. 12,4,1: cf. Norden cit. Al convincenti argomenti di C. Cichorius, riportati da Norden cit., 135-142, S. Timpanaro, Ripensamenti enniani, in Contributi di filologia e di storia della lingua latina, Roma 1978, 644 aggiunge che il confronto con Verg. Aen. 10, 856 ss. e 11,820 ss. <<ci garantisce che le parole di Servilio al suo amico dopo il v. 251 V. erano i novissima verba di un morente>>. Fra le varie altre identificazioni proposte, ricordiamo quella con il Publio Servilio Gemino console ne1252, protagonista durante la prima guerra punica della campagna in Sicilia ne1248, sostenuta fra gli altri da E. Badian, Ennius and hisfriends, in Ennius, <<Entretiens Fondation Hardt>> 17, Vandoeuvres-Geneve 1972, 151-208 (ma cf. in proposito il drastico giudizio di Timpanaro cit., 645).

(2) Che diventano diciannove nell'edizione di Skutsch, il quale ipotizza una lacuna fra quocum multa volup (= v. 276) e gaudia clamque palamque, che viene edito come secondo emistichio deli'incompleto v. 277.

(3) E' impossibile in questa sede ripercorrere anche sommariamente la storia del contributi testuali sui versi in questione, densa di interventi e di proposte. Mi limito a rinviare alla documentatissima rassegna, con accurato riesame di tutti i problemi del testo di questo frammento, di A. Golzio, Per la critica del testo delframmento dell' <<amico di Servilio>>. Note su Ennio Ann. 268-286 Skutsch (234-251 Vahlen), <<Memoria Accademia Lincei>> 1991, 145-242.

(4) Mi distacco solo riguardo a questa lezione dal testo di Skutsch, che propone e accoglie nella propria edizione l'emendamento iucundus per il tradito facundus. Tale congettura e fondata sul confronto con due passi delle Satire di Orazio (1,5,44: nil ego contulerim iucundo sanas amico; 1,3,93 s.: minus hoc iucundus amicus sit mihi). Se e senz'altro possibile che <<Horace must often have thought of this passage when reflecting on his relationship to Maecenas" (Skutsch cit., 459), l'intervento appare immotivato, soprattutto perche elimina il riferimento allafacundia, a quella abilita oratoria che era una delle qualita caratterizzanti il modello ideale del civis Romanus: cf. infra, i riferimenti contenuti negli elogi riportati nelle note 11-13 (rispettivamente, optimum oratorem, facundissimus, eloquentissimus).

(5) Traduzione di G. Bernardi Perini, Torino 1992.

(6) Malgrado lo scetticismo di J. Vahlen, Ennianae poesis reliquiae, Leipzig 19032, 43 (<<quam creduli fuerint aut arguti vel Varronis aetate priscorum interpretes cum multa indicio sunt tum haec de Ennii pictura ab ipso facta opinatio Aelii Stilonis>>): cf. Norden cit., 133 e n. 1; Skutsch cit., 450. Dell'identificazione dell'amico di Servilio e sicuro A.D. Leeman, The Good Companion (Ennius Ann. 234-251 V.), <<Mnemosyne>> s. IV, 11, 1958, 318-321. Pio sfumata la posizione di S. Mariotti, Lezioni su Ennio, Urbino 19912, 80 s.: <<L'identificazione e senza dubbio arbitraria e risponde a un noto, ingenuo metodo della critica antica. Ma non basta dir questo, come ci si limita a fare, per togliere ogni valore alla notizia tramandata da Gellio. Stilone, erudito celebre, conosceva naturalmente benissimo Ennio, e visse a contatto con Lucilio ed in un ambiente a cui tutta l'opera del poeta rudino era familiarissima. II suo giudizio poteva si essere influenzato da uno schema preconcetto (l'analogia del rapporto fra l'amico di Servilio e Servilio col rapporto fra Ennio e i suoi potenti amici, Scipione o Fulvio Nobiliore). Ma una siffatta spiegazione diventa molto pio verosimile se questo schema trovava appiglio nella raffigurazione di Ennio e del suo ambiente offerta dalle Saturae>>.

(7) L'amicizia fra dispari, terizzata per laprima volta da Aristotel nel libro VIII dell'Etica Nicomachea (1158b 1, 12 ss.), e una pratica sociale diffusa soprattutto nelle corti ellenistiche, come e stato pio volte osservato negli studi di storia sociale. Un'efficace sintesi del quadro problematico in D. Konstan, Friendship in the Classical World, Cambridge 1997, in particolare le pagine dedicate agli <<unequal friends>> e ai <<friends at court>> (93-98), con relativi rinvii bibliografici. Per quanto riguarda Roma, particolare interesse ha suscitato questo tema in relazione alla struttura sociale deli'impero: R. Saller, Personal Patronage under the Early Empire, Cambridge 1982; E Garnsey-R. Saller, The Roman Empire. Economy, Society and Culture, London 1987 (trad. it. Storia sociale deli'Impero romano, Bati 1989), 181 ss. della trad. italiana.

(8) Cosi D.L. Page, editore del frammento citato: cfr. Select Papyri III (Literary Papyri-Poetry), London-Cambridge 1941, n. 111.

(9) Altri testi in cui compaiono la figura dell'amico di grado inferiore e l'elenco delle sue qualita si potrebbero aggiungere a quello indicato da Skutsch: per esempio, la lettera ad Antipatro, reggente di Macedonia, attribuita ad Isocrate (epist. 4); altri riferimenti in Konstan cit., 95 ss. Skutsch cit., 450 s. ritiene, sulla base di un passo di Terenzio (Eun. 401 ss.), che in Menandro fosse presente una parodia della situazione topica.

(10) Skutsch cit., 451: <<... Ennius may therefore have felt no need to arrange his attributes very carefully>>. Anche se e innegabile, ammette Skutsch, che l'oscurita sintattica caratterizzante i nostri versi sia dovuta in buona parte alla trasmissione testuale, <<nevertheless there remains ah impression of informal writing>>. Cf. anche Mariotti cit., 80 sull'andamento conversativo del discorso, che <<tende ad avvicinarsi, sia pure con una liberta ed un'arditezza che non trovano paralleli pio tardi, alla scioltezza del parlare quotidiano>>.

(11) Plin. nat. 7, 139 s. (= [ORF.sup.3] I, 6.1): <<Q. Metellus in ea oratione, quam habuit supremis laudibus patris sui L. Metelli pontificis.... scriptum reliquit decem maximas res optimasque, in quibus quaerendis sapientes aetatem exigerent, consummasse eum: voluisse enim primarium bellatorem esse, optimum oratorem, fortissimum imperatorem, auspicio suo maximas res geri, maximo honore uti, summa sapientia esse, summum senatorem haberi, pecuniam magnam bono modo invenire, multos liberos relinquere et clarissimum in civitate esse>>.

(12) Riportato da Livio 30,1,5 s.: <<nobilis idem ac dives erat; forma viribusque corporis excellebat; facundissimus habebatur seu causa oranda seu in senatu et apud populum suadendi ac dissuadendi locus esset; iuris pontificii peritissimus; super haec bellicae quoque laudis consulatus compotem fecerat>>.

(13) Gell. 1,13,10: <<is Crassus a Sempronio Asellione et plerisque aliis historiae Romanae scriptoribus traditur habuisse quinque rerum bonarum maxima et precipua: quod esset ditissimus, quod nobilissimus, quod eloquentissimus, quod iurisconsuhissimus, quod pontifex maximus>>.

(14) Cic. de orat. 3,135: <<num quia ius civile [M. Cato] didicerat, causas non dicebat? aut quia poterat dicere, iuris scientiam neglegebat? Utroque in genere elaboravit et praestitit. Num propter hanc ex privatorum negotiis collectam gratiam tardior in re publica capessenda fuit? Nemo apud populum fortior, nemo melior senator, et idem facile optimus imperator; denique nihil in hac civitate temporibus illis sciri discivi potuit, quod ille non cum investigarit et scierit tum etiam conscripserit>>.

(15) La nozione di fides e espressa da Ennio mediante l'aggettivo fdelis, in cui la tradizione antica avvertiva una sfumatura di significato diversa rispetto afidus, cogliendovi un riferimento alla fedelta di persone di condizione subalterna: cfr. Don. ad Ter. Phorm. 76; Hec. 59; Andr. 460. Su fides cfr. E. Fraenkel, Zur Geschichte des Wortes fides, in Kleine Beitrage zur klassischen Philologie I, Roma 1964, 15-26; R. Heinze, Fides, in Vom Geist des Romertums, Leipzig-Berlin 1938, 25-58; J. Hellegouarc'h, Le vocabulaire latin des relations et des partis politiques sous la republique, Paris 19722, 23-40.

(16) Si vedano su questi temi i contributi in A. Giardina-A. Schiavone, Modelli etici, diritto e trasformazioni sociali (= Societa romana e produzione schiavistica III), Roma-Bati 1981.
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Author:Romano, Elisa
Publication:Voces
Article Type:Ensayo critico
Date:Jan 1, 2003
Words:3927
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