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Lacerba e Il figlio alla guerra: agli estremi dell'interventismo intellettuale?

In questo saggio metto a confronto due esperienze dell'interventismo intellettuale che appartengono ad ambiti culturali distanti tra loro: la rivista d'avanguardia letteraria e artistica, espressione di un nazionalismo di destra, Lacerba (1913-1915), (1) e il romanzo-pamphlet rivolto soprattutto alle donne della socialista, femminista e mazziniana Anna Franchi, Il figlio alla guerra (1917). Non suggerisco che vi siano stati rapporti diretti tra i lacerbiani e Anna Franchi. Lo scopo principale di questa analisi e mostrare come due discorsi interventisti generati in ambiti diversi tra loro in termini di sfera politica di riferimento, di poetica, di momento storico, di generazione, di readership e di visione della guerra convergano tuttavia su alcune strategie retoriche e anche su alcuni temi centrali.

Durante i suoi ultimi dieci mesi di battage interventista, il foglio fiorentino Lacerba fomenta l'impazienza dei suoi lettori nei confronti di un governo che frena la corsa del paese verso la sua occasione di palingenesi e di affermazione in ambito internazionale. Concepito nel 1916 e terminato nel giugno del 1917, il romanzo-pamphlet autobiografico e semi-epistolare Il figlio alla guerra di Anna Franchi intende rinforzare le motivazioni dell'intervento nel fronte interno e contrastare il clima di scoraggiamento generale del difficile secondo anno di conflitto. (2) Il suo scopo piu esplicito e persuadere le donne a seguire l'esempio delle madri eroiche dei combattenti del Risorgimento, capaci di nascondere ansia e lacrime a beneficio della patria e di comprendere il valore del proprio sacrificio. (3)

La retorica dei lacerbiani anticipa la carneficina e la celebra da un punto di vista estetico e filosofico. Al momento della scrittura del Figlio, invece, il massacro e in atto e la societa ne sta soffrendo le tragiche conseguenze da lunghi mesi. L'entusiasmo di Giovanni Papini per una guerra che ridurra provvidenzialmente il numero degli abitanti del mondo ("La vita non e sacra" 225; "Amiamo la guerra" 274) suona grottesco mentre e in corso la decimazione di un'intera generazione. Franchi non aderisce alla retorica nichilista di Lacerba. Piuttosto incoraggia le madri (e attraverso loro anche i loro figli soldati e il resto del fronte interno a non perdere di vista le ragioni dell'intervento: la guerra e giusta e va combattuta fino in fondo. (4)

Molto e stato scritto su Lacerba e i suoi fondatori; ma ancora poco si sa dell'autrice del Figlio alla guerra. Nota nell'ambito dei Gender Studies per il suo controverso romanzo, Avanti il divorzio (1902), scritto in sostegno della campagna socialista per il divorzio, Anna Franchi (Livorno 1867-Milano 1954) e stata un'intellettuale prolifica e versatile. (5) Cresciuta in una famiglia di forte tradizione mazziniana e repubblicana, allo scoppio del conflitto la scrittrice entra subito nel solco dell'interventismo democratico e si mobilita per l'entrata in guerra dell'Italia (Gigli 2008: 91). (6) Sposa la causa della quarta guerra d'indipendenza e aderisce alla propaganda antitedesca degli Alleati. La sua retorica interventista presenta forti legami con il discorso nazional patriottico risorgimentale e si avvale dei principi dell'etno-antropologia positivista per demonizzare il nemico. (7)

L'accostamento di un periodico d'avanguardia che chiude alla vigilia dell'intervento (8) con un romanzo d'impianto narrativo tradizionale, uscito a guerra inoltrata, puo sembrare un azzardo. I percorsi intellettuali dei protagonisti di queste due esperienze dell'interventismo intellettuale non potrebbero essere piu diversi: sovvertitori, Papini e Soffici, del pensiero e dell'arte tradizionale e reduci dall'immersione nella Parigi avanguardista d'inizio secolo; paladina, Franchi, del realismo in arte e letteratura; antisocialisti Papini e Soffici; giornalista impegnata in campagne vicine al Partito Socialista e attivista in prima linea, Franchi. Distanti tra loro sono anche i rispettivi bacini di lettura. Lacerba s'indirizzava a letterati, aspiranti letterati o giovani intellettuali del ceto medio alto, sensibili al tema del rinnovamento dell'arte e della societa, attratti dalla cultura irrazionalista del passaggio tra i due secoli; Franchi, con II figlio, si rivolgeva a un pubblico composto di vari strati della borghesia piu o meno istruita e in particolare al pubblico femminile. (9)

Tuttavia, un'analisi in parallelo di queste due espressioni cosi diverse dell'interventismo intellettuale rivela quanto il discorso sulla guerra, per quanto generato in ambiti culturali distanti tra loro, faccia riferimento a un repertorio retorico e a un immaginario in gran parte comune. In questo articolo mi concentro su quattro aree tematiche che riguardano sia Lacerba che Il figlio: la retorica antitedesca, il populismo interventista, la dialettica vecchi/giovani e la celebrazione estetico-filosofica della guerra collegata a sua volta al tema della guerra rigeneratrice.

L'interventismo intellettuale italiano, di qualsiasi appartenenza politica, non puo essere considerato separatamente dall'antigermanesimo diffuso dalle campagne degli Alleati, basato sul contrasto civilisation e Kultur (10) radicato anche nell'etno-nazionalismo ottocentesco che identifica razza, cultura e nazione. L'idea della guerra come scontro di civilta, alla base di tanta propaganda visuale dei paesi alleati, si basava sul concetto francese di civilisation intesa come eredita della cultura latina fondata sul senso della misura e sulla ragione, contrapposta alla Kultur tedesca rappresentata come l'esatto opposto e cioe come tendenza alla brutalita e alla barbarie. Secondo 9 10 questa linea di propaganda, la principale funzione della guerra doveva essere quella di fermare l'avanzata degli imperi centrali per impedire che la Kultur fosse imposta con la forza distruggendo la civilta e negando la liberta dei popoli. (11)

Su tale opposizione si fonda l'antigermanesimo di Franchi nel Figlio alla guerra. Nonostante i sentimenti irredentisti espressi dall'autrice nel pamphlet Citta sorelle (1916) e in due libri per giovani scolari, nel Figlio il fuoco si sposta sulla Germania. (12) La campagna anti-austriaca rimane un tema importante del libro, ma passa in secondo piano rispetto alla propaganda anti-tedesca. Franchi sposa l'idea della guerra di civilta, dello scontro tra bestialita e ragione:

Non piu cavalleria, non piu patti, non piu riguardi; poiche una parte del genere umano ha risvegliato la dormiente bestia umana, pensi l'altra parte, alla quale ancora rimane un barlume di ragione, a non trarre dal ragionamento una perniciosa debolezza.

(Il figlio 197-98) (13)

Nel prendere questa posizione Franchi aderisce allo slogan messo in circolazione dai paesi alleati della "guerra che porra fine a tutte le guerre", allineandosi con gli interventisti democratici e con quei socialisti che vedevano nella guerra una via per contrastare il militarismo e l'espansionismo degli imperi centrali cosi da garantire una pace duratura e ricostruire il mondo su nuove basi. Consapevole di rivolgersi a un pubblico socialmente misto e composto in gran parte di donne, Franchi traspone il concetto di scontro tra barbarie e civilta su un piano nazionale e mitico per renderlo piu immediatamente assorbibile alla sua readership. Il contrasto tra civilisation e Kultur si risolve in un confronto tra italiani (di razza latina) e tedeschi (di razza barbara). Uno degli scopi e affermare la legittimita dell'uso della violenza da parte di un popolo civile che per natura e cultura tenderebbe a rifiutarla, nei confronti di un popolo brutale che, se non fermato, rischia di compromettere la pace e la liberta nel mondo intero. Dal momento che i combattenti italiani sono identificati con i soldati romani e i tedeschi con la loro controparte barbara, la guerra in corso e per Franchi guerra giusta come lo erano state quelle dell'antica Roma. La rievocazione del passato rimane vaga e s'impernia su una serie di parole chiave che portano il discorso su un piano mitico anziche storico:

La ai confini, sulle vette dei monti carpitici da una secolare razza di prepotenti e di pirati, sulle zolle aride di quel Carso che fu per i romani la porta oltre la quale tentarono di chiudere le belve, uno stillicidio di sangue nostro impregna e neve e sassi di indelebili macchie d'odio; la dove, liberi latini, divennero schiavi, un giorno, oggi liberi latini combattono per strappare l'ultimo anello arrugginito dal sangue di una vecchia catena.

(Il figlio 37)

Secondo questa impostazione binaria, i soldati tedeschi (la categoria include anche gli austriaci) sono descritti in termini di una furia "fatta di strage per amor di strage, di punizioni sanguinarie, di distruzione sistematica, di strazianti carneficine allo scopo d'incutere spavento" (Il figlio 32). Gli italiani, al contrario, rimangono generosi anche nel contesto sanguinario della guerra che sono costretti a combattere.

In linea con l'interventismo democratico, per Franchi la guerra e necessaria per contrastare il militarismo e l'imperialismo tedesco che incarnano valori negativi del passato e che gia le guerre del Risorgimento e ancora prima la Rivoluzione francese avevano combattuto:

Ma soprattutto noi combattiamo il passato; questa guerra fa parte di un succedersi di ribellioni, e ancora l"89, e il '70, e il piu grande episodio del Risorgimento, e la guerra del popolo che vuol rompere ogni catena di servaggio. Imperialismo, militarismo, e tutte le forme di regresso, tutti i ricordi di un barbaro passato, tutti si combattono adesso.

(Il figlio 116)

Le motivazioni all'interventismo offerte da Giovanni Papini nell'articolo "Le cinque guerre" non si discostano di molto. Dopo aver elencato le cinque ragioni per volere l'intervento italiano--"guerra ideale, guerra irredentista, guerra imperialista, guerra rivoluzionaria, guerra finta" ("Le cinque guerre" 89) --Papini precisa che la guerra promossa da Lacerba e quella "ideale" e cioe quella che si deve combattere per contrastare la Germania, la cui minaccia e un pericolo per la pace oltre che per la civilta:

La guerra ideale e quella che si dovrebbe fare per ragioni, diciamo cosi, di civilta--ragioni europee. La Germania e un pericolo per la pace, per la cultura, per la liberta dello spirito, per la concezione della vita per tutto quello che noi--italiani intelligenti vogliamo ed amiamo. L'egemonia tedesca--cioe il sopravvento del militarismo, mercantilismo, pedantismo, religiosismo ecc.--sarebbe un disastro per i nostri valori. Percio l'Italia deve cooperare colle altre nazioni piu vicine al suo spirito--Francia geniale, Inghilterra liberale, Russia pazza--alla domatura dell'odiosa Germania.

(89)

Nel far coincidere gli italiani e i tedeschi con gli antichi romani e i barbari, Franchi propone una lettura in chiave mitica del contrasto Kultur/civilisation. Papini invece si mantiene sul piano dello scontro culturale tra Francia e Germania e incita la comunita intellettuale che fa capo al cenacolo fiorentino a sostenere la Francia per ragioni di affinita e debito culturale. Dopo aver illustrato il contributo della nazione d'oltralpe alla cultura italiana ed europea, Papini afferma:

Tutta la Francia e un esercito contro un paese da poco civilizzato che deve a lei e all'Italia quel poco di buono che ha fatto nel mondo. Noi, in quanto artisti, in quanto pensatori, in quanto poeti, in quanto italiani ci sentiamo colla Francia contro i nostri nemici.

("Cio che dobbiamo alla Francia" 252)

La diversa strategia comunicativa e dovuta ai due distinti ambiti socio-culturali cui Lacerba e Franchi fanno riferimento e anche alle diverse epoche in cui i loro rispettivi discorsi interventisti erano prodotti. Al tempo di Lacerba si dibatteva sull'opportunita o meno di allearsi con la Francia, mentre al tempo del Figlio la scacchiera degli schieramenti era gia disegnata. Cio che accomuna le due esperienze e il tentativo di decostruire il mito della superiorita culturale tedesca, forte in eta giolittiana e ancora vivo nel secondo anno di guerra, di ribaltare cioe la percezione positiva della propensione all'ordine e del progresso tecnologico del popolo tedesco e, piu in generale, di contrastare il pangermanesimo (Niglia 115). (14) Nell'ultimo numero della rivista Soffici scriveva: 14

--Disprezziamo il militarismo e l'imperialismo quali ce li ha rivelati la Germania del Kaiser. [...]

--Disprezziamo la disciplina e l'esprit de troupeau.

--Disprezziamo l'organizzazione e stimiamo la Germania inferiore alla stessa Turchia perche appunto di questa organizzazione si fa vanto principalmente e arma.

("Memento" 163)

Franchi attribuisce al militarismo, all'organizzazione e al senso delle gerarchie la natura barbara e spietata della ferocia tedesca:

Io credo che i soldati lanciati in paese di conquista possano divenire anche feroci; ma se talvolta di questi casi avvengono non sono pero il resultato di una ferocia organizzata, comandata, voluta da alti facitori della guerra.

(Il figlio 91-92)

Su Lacerba e Thomas (Angelo Cecconi) a individuare nell'hegelismo la radice comune del marxismo e del militarismo, esprimendo un rifiuto sommario di tutto quanto abbia a che fare con il pensiero tedesco responsabile di aver determinato una cultura brutale ("Tedescheria immanente e ... invadente" 123). Solo Nietzsche, gia punto di riferimento per le precedenti avventure intellettuali papiniane, si salva perche e identificato come nemico della cultura tedesca. (15) Dal canto suo, Franchi attribuisce a Marx, Bismark e Guglielmo II lo sfruttamento dell'ideale della fratellanza universale per ingannare gli altri popoli e convincerli a sottomettersi senza combattere:

La fratellanza oltre la razza e oltre i confini sarebbe una magnifica idealita, ma i fatti hanno dimostrato che Bismark, Marx, Guglielmo II di questa idealita si sono serviti per preparare con l'indebolimento dei popoli il tradimento e la conquista. Non un imperatore teutonico ha pensato la conquista, ma il popolo tedesco tutto.

(Ilfiglio 34-35)

Un'altra caratteristica comune alla retorica del Figlio e di Lacerba e l'insistenza sulla mancanza d'individualita del popolo tedesco, che lo induce a seguire acriticamente la propria classe dirigente favorendo l'affermarsi del deleterio militarismo: (16)

Ma il popolo tedesco non ha ancora il gusto della personalita, del pensiero individuale; l'impero tedesco non e fatto di popolo, e fatto di poche teste e di molte braccia. Un uomo vuole, pochi lo secondano, gli altri obbediscono.

(Il figlio 119)

Anche Soffici insiste sulla rigidita e la tendenza all'ubbidienza dei tedeschi:

Le idee del tedesco mancano di elasticita: sono limitate e brutali. Cio spiega la sua capacita d'azione, specie materiale. Cio spiega anche la sua ordinazione sociale. [...]. Il tedesco non ha dubbi perche non ha il senso della complessita della vita. Egli va per la sua strada come un treno. E come una locomotiva, non discute il macchinista.

("Sulla barbarie tedesca" 291)

Per contrasto, uno degli elementi portanti dell'interventismo di Lacerba e del Figlio e la costruzione dell'identita del popolo italiano come naturalmente contrapposto alla vigliaccheria e alla sonnolenza della classe dirigente. (17) Lacerba insiste sull'inerzia del governo che disonora il paese, mentre il volere del popolo andrebbe nella direzione opposta e auspica un ruolo attivo dell'Italia nella guerra, vista come occasione di trasformazione profonda dell'Europa: (18)

Il nostro governo e stolto, o vile, o traditore. Mentre l'intera nazione in angoscia sempre crescente attende da lui un moto e una parola che risponda alla sua muta ma concorde domanda [...]. Siamo ancora impigliati nei "se" e nei calcoli delle possibili eventualita, mentre gli avvenimenti precipitano togliendo ogni giorno alla nostra nazione una possibilita di riscatto e di gloria, ed esponendola invece al disprezzo del mondo civile, degli stessi suoi figli migliori.

("Appello" 273)

Anche Franchi rappresenta l'intera nazione come favorevole alla guerra e indignata nei confronti del governo, anche se per ragioni diverse rispetto a Lacerba. Nel Figlio, piu che come desideroso di gloria, il popolo italiano e caratterizzato come puro, coraggioso, incline alla giustizia e convinto della necessita della guerra riparatrice di torti e vergogne secolari e recenti, nonche come salvaguardia della liberta di tutte le nazioni sotto lo scacco della minaccia tedesca. Al contrario del popolo tedesco, quello italiano mostra indipendenza di giudizio e di sentimento e fa da contraltare alla classe dirigente che, per vilta e obbedienza alle ragioni della Realpolitik, aveva rischiato di trascinare l'Italia nel disonore contro il volere della gente:

Il popolo ha visto il pericolo che minacciava la civilta del mondo; ha sentito, il popolo, che la lotta era immane perche bisognava combattere non solo per l'Italia, ma con tutti e per tutti i popoli ansiosi di liberta, per tutte le migliori liberazioni avvenire, per la rinascenza nostra, per la rigenerazione della stessa razza tedesca.

(Il figlio 118-19)

Simili sono anche le strategie retoriche che Franchi e i lacerbiani usano per condannare la classe professorale, colpevole, insieme ad altri gruppi, di aver coltivato il mito della superiorita culturale tedesca e degli avanzamenti tecnologici della Germania, promuovendo la neutralita. Piu violento verbalmente appare Soffici:

La vile canizza giolittiana, l'ignobile, losco, vomitativo Giolitti; gli analfabeti dell'"Avanti", i preti, i giornalisti venduti, i generali bulowiani, la melma fetente universitaria, professorale, filosofica; la ciurmaglia, bavosa, laida del senato [.]

("Sulla soglia" 156)

Franchi chiama in causa chi nella societa avrebbe avuto i mezzi culturali necessari per comprendere l'entita della minaccia ed e rimasto invece accecato da una pericolosa fascinazione per l'efficienza industriale della Germania:

Chi in Italia amo i tedeschi con una specie di ammirazione per le loro qualita d'industriali dimostro di non aver mai capito la razza. La colpa e un po' di molta gente: scienziati e professori, industriali e uomini politici ... Prepararono la rovina del mondo, e della strage un po' tutti siamo responsabili. [...] Adesso e inutile recriminare, bisogna vincere, difendere l'avvenire [...].

(Il figlio 35)

Se il popolo evocato da Lacerba voleva la guerra per riscattare l'Italia in ambito internazionale e perche non gli fosse negata l'opportunita di rigenerarsi nel "bagno di sangue" che si andava preparando, quello narrato da Franchi auspicava l'intervento per difendere la liberta universale e proteggere l'umanita dalla minaccia tedesca. In entrambi i casi, il popolo chiamato in causa nel discorso interventista e una proiezione ideale (Isnenghi 102; Tosi 88). E infatti poco realistico pensare che le classi piu basse fossero inclini alla guerra. Al contrario, come osservano Alberto Monticone e Giovanna Procacci, tra gli altri, le masse erano rimaste sostanzialmente estranee ai motivi dell'intervento e avevano subito la guerra come corvee o come disgrazia. Contadini e operai avevano lasciato le loro occupazioni preoccupati che le loro famiglie rimanessero indigenti (Monticone 36; Procacci 53). Quello italiano era senza dubbio un fronte interno diviso. (19)

In entrambi i casi e dunque in atto un simile paradosso: da una parte il popolo reale, contrario all'intervento al tempo di Lacerba e provato da una guerra non voluta ai tempi del Figlio; dall'altra, la proiezione ideale del popolo che funziona sia come fattore motivante alla guerra per i lettori borghesi della rivista, sia come termine di paragone per mettere in evidenza la vilta e lo squallore della classe dirigente in Lacerba come nel Figlio. Al tempo della scrittura del Figlio, con l'Italia in guerra da due anni per volere del governo Salandra, l'insistenza di Franchi sul fatto che fu il popolo a volere l'intervento nel maggio 1915 ha probabilmente anche la funzione di diminuire nelle lettrici e nei lettori il senso che la partecipazione dell'Italia al conflitto fosse stata a tutti gli effetti un'imposizione dall'alto.

Che questa caratterizzazione del popolo fosse problematica non sfuggiva nemmeno a chi la proponeva. Dopo aver affermato la volonta dell'intera nazione di andare in guerra, il comunicato "Dichiarazione" di Lacerba concede che questo sentimento possa riguardare solo una minoranza, ma precisa anche che si tratta di una minoranza rilevante, quella intellettuale. Tenendo i piedi in due staffe, la redazione di Lacerba (probabilmente Papini) esalta il valore dell'elite nei confronti delle masse che diventano cosi portatrici di un significato sempre cangiante, persino all'interno dello stesso articolo:

Comunque, e anche ammettendo che, secondo le convinzioni di palazzo Braschi e della Consulta, il nostro popolo sia davvero il popolo piu stolto, vile e nullo della terra, e bene si sappia a Roma e pertutto che se la maggioranza approva il contegno del nostro governo, c'e tuttavia un certo numero d'italiani i quali non l'approvano assolutamente e non intendono affatto assumerne la responsabilita morale.

("Dichiarazione" 265)

Anche Franchi, dopo aver celebrato il patriottismo spontaneo e persino atavico del popolo italiano, ammette il ruolo degli intellettuali nell'indurre nelle masse l'entusiasmo della guerra:

[D]elle intenzioni del governo il popolo poco sapeva, e infine la massa si fa sempre una coscienza attraverso gli entusiasmi che sa sollevare la minoranza intellettuale.

(Il figlio 7)

La definizione di "populismo" di Francisco Panizza, che insiste sul processo ambiguo di nominazione (naming) del popolo e del suo altro, puo essere applicata al processo retorico in atto sia in Lacerba che nel romanzo di Franchi. Secondo Panizza, il populismo e

an anti-status quo discourse that simplifies the political space by symbolically dividing society between the people (as the underdogs) and its other. Needless to say, the identity of both "the people" and the other are political constructs, symbolically constructed through the relation of antagonism, rather than sociological categories. Antagonism is thus a mode of identification in which the relation between its form (the people as signifier) and its content (the people as signified) is given by the very long process of naming--that is, of establishing who the enemies of the people (and therefore the people itself) are.

(Panizza 3)

La rappresentazione del popolo come favorevole all'entrata in guerra dell'Italia e collegata, sia in Lacerba che nel Figlio, alla narrazione del cosiddetto "maggio radioso", (20) presente sia nella rivista che nel romanzo, anche se con alcune differenze. Lacerba parla delle manifestazioni di piazza che precedettero l'entrata in guerra dell'Italia in tempo reale, durante il mese di maggio del 1915, e incita i lettori a sostenere l'intervento e a partecipare al clima di rivolta in atto; Franchi, che in quel tempo aveva partecipato in prima persona ai cortei di maggio e che scrive Il figlio a un anno di distanza, ricorda questo periodo in una serie di flashback. Entrambi i testi fanno riferimento al possibile ritorno al governo di Giolitti durante quei giorni caldi perche, proprio a maggio, si era sparsa la voce, poi risultata attendibile, che il re avesse chiesto all'ex primo ministro di tornare a capo dell'esecutivo. Questo avrebbe significato l'attuazione della politica giolittiana sulla guerra, vale a dire il prolungamento delle relazioni diplomatiche con l'Austria e un ulteriore ritardo dell'intervento italiano, se non la rinuncia all'entrata in guerra. (21) Lacerba metteva in guardia i suoi lettori sulle conseguenze che tale sviluppo nella politica estera italiana avrebbe comportato per il paese e gridava all'infamia. Come e noto, le cose andarono diversamente. Giolitti rifiuto l'incarico, Salandra rimase al governo e dichiaro la guerra all'Austria. Nel Figlio, Franchi rievoca quel periodo insistendo sul fatto che il rischio di trascinare l' Italia nella vergogna era stato scongiurato solo per un soffio.

L'anti-giolittismo era stato uno dei temi principali di Lacerba fin dall'inizio delle sue pubblicazioni. I lacerbiani contestavano l'intero operato del primo ministro, a prescindere dalla sua posizione sulla guerra. Uno degli scopi della rivista era scuotere la cultura e la societa italiana dal torpore in cui le politiche giolittiane avevano, secondo i collaboratori del giornale, gettato il paese. La polemica interventista s'innestava dunque in Lacerba su un discorso gia avviato. (22) Il caso di Franchi e diverso. Prima dello scoppio della guerra non aveva manifestato ostilita nei confronti del governo Giolitti e la sua critica all'ex primo ministro si limitava al suo neutralismo.

Nonostante questa sostanziale differenza, colpisce, nelle parti del Figlio dedicate al "maggio radioso" e all'antigiolittismo, l'evocazione delle stesse energie giovanili cui fa riferimento Lacerba, la stessa dialettica vecchi/giovani che animava la rivista. Le motivazioni al sostegno della guerra di Franchi rimangono ideologiche e legate al suo retroterra risorgimentale e alla sua adesione all'interventismo democratico. Tuttavia, nel ricordare i cortei del maggio 1915 sembra riferirsi (e aderire) a un ribellismo giovanile di stampo lacerbiano:

Eppure io stessa ho provato quello che provava la gioventu italiana, quando un governo di inetti o di traditori minacciava di trascinare l'Italia in una sleale politica di vergogna; io stessa ho plaudito alla gioventu ribelle alla vergogna. Quella mattina di maggio, quando la notizia di un richiamo del Giolitti fece sollevare la popolazione onesta e veramente italiana in un solo scatto di indignazione [...] quasi senza volere, mentre con Cesare Battisti tra loro, passavano per la via Manzoni, a Milano, gli allievi del Politecnico gridando un grido di morte, ho esclamato "Bravi!"

(Il figlio 3-4)

I giovani che gridano "Morte a Giolitti!" (23) sono, come i figli di Franchi, (24) studenti universitari e probabilmente futuri ufficiali volontari. Tra di loro ci sono di sicuro lettori di Lacerba e La Voce che respirano l'aria di propaganda anche violenta che emana dalle due riviste. (25) Esprimendosi a proposito del ruolo della Voce nella propaganda interventista, Prezzolini afferma che la rivista doveva rivolgersi ai giovani colti (per lo piu studenti universitari) che costituivano il suo piu consistente bacino di lettura ("Facciamo la guerra" 4). A coloro cioe che, come ufficiali volontari dell'esercito, avrebbero potuto mediare tra gli intellettuali, detentori della complessita delle ragioni della guerra, e gli strati piu bassi e meno istruiti della popolazione. Rappresentavano, secondo la formulazione di Gaetano Mosca, uno dei maestri di Prezzolini, il "secondo strato", il livello intermedio tra i due gruppi sociali. Mario Isnenghi nota come anche Lacerba, nata dalla costola piu avanguardista e iconoclasta della "Voce", all'atto pratico si proponeva un ruolo simile a quello descritto da Prezzolini (125).

I giovani al cui grido si unisce la narratrice sono membri plausibili di questo secondo strato. Non a caso il romanzo di Franchi include una componente epistolare costituita da una serie di lettere a lei indirizzate dal figlio, un giovane ufficiale volontario che si trova in prima linea. Pur rifiutando l'idea della "guerra-festa" comune a tanti poeti-soldati, (26) nemmeno lui sembra immune da un linguaggio quasi marinettiano nelle sue descrizioni delle battaglie. A proposito della morte in trincea, pur senza intenti celebrativi, parla di "fracassamento di cranii", "spezzatura di membra che talvolta volano in aria come le membra di quei burattini che si dislocano per divertire i ragazzi" (Figlio 66-67). Piu avanti, il giovane soldato esalta la bellezza della poesia della guerra a scapito di quella della natura, aderendo, almeno dal punto di vista estetico, alla pedagogia marinettiana e papiniana:

Non ti accorgi che divento poeta? Pero debbo confessare che tutta la grande poesia della natura perde d'importanza di fronte alla poesia meravigliosa della nostra guerra. Vorrei dire alla lirica superba--anche sonora--di questa azione da giganti.

(Figlio 97-98)

Papini, in "Amiamo la guerra", indugia proprio sulle suggestioni estetiche dei suoni di guerra. In questo caso la bellezza della musica prodotta dal cannone scaturisce dal suo prevalere sulla voce dei neutralisti, su certi vezzi poetici e sulle proteste popolari contro la guerra; nel caso del figlio si riferisce piuttosto alle motivazioni ideali del conflitto:

Com'e bella, da monte a monte, la voce sonora e decisa dell'artiglieria! Come ricopre bene, coi suoi tonfi lunghi e larghi, i pistolotti degli avvocati, i razzi dei poeti e i boati delle folle incattivite!

(274)

In un'altra lettera, il figlio parla di "orrenda meraviglia" riferendosi alla possibile strage imminente e sembra aver metabolizzato la decostruzione papiniana della sacralita della vita:

E la poesia del dolore, della morte, della disperazione, ma e una grandiosa poesia. Nessun poeta puo cantarla mai in tutta la sua grandezza. Oggi ho un fremito nell'anima. Sento che qualche cosa di meraviglioso si annuncia. Dico meraviglioso, ma non so, puo anche essere orrenda meraviglia, fatta di strage. Che importa? Puo essere la morte. Che cosa inutile la vita.

(Figlio 281-82)

La dialettica vecchi/giovani caratteristica di Lacerba e un tema presente anche nel Figlio, come ad esempio nell'aneddoto che ha per protagonisti un giovanissimo aspirante combattente e un "vecchio" azzimato che ricorda i borghesi opportunisti bersagliati da Lacerba:

Un ragazzo di diciassette anni tira un carretto e canta una canzone di guerra. Un uomo azzimato di una certa eta lo segue crollando la testa fino a che non ce la fa piu e lo redarguisce.

Un dialogo dei piu graziosi. Il monello aveva delle arguzie feroci contro il vecchio pacifista e [...] pareva che volesse fare al pubblico un'orazione contro i vecchi ormai votati al sacrificio delle idealita.

--Dica, ma alla guerra ci vo io, sa? Che gliene importa a lei? La pelle e mia; sicuro che se fossi una vecchia carcassa come lei, farei a meno di andare alla guerra, ma io sono giovane.

(Figlio 41-42)

La tirata contro i vecchi di Agnoletti su Lacerba e senz'altro piu cruda e dettagliata, ma esprime sentimenti simili:

I vecchi fanno schifo. Non vogliono vendicare il Belgio, obbligo per noi morale [...]; non vogliono liberare gli italiani schiavi. Non vogliono pigliare le terre nostre. [...] Questi vilissimi vecchi son sordi: non sentono battere le ore della storia. Questi vecchi putridi hanno due ideali e basta: il canile e la mangiatoia.

(Agnoletti 8)

La quarta area tematica riguardante sia Lacerba sia Il figlio di cui mi occupo e il mito della guerra rigeneratrice, alla base di molto interventismo avanguardista. Lacerba aderiva a un modello di esaltazione della guerra per la guerra in linea con lo slogan marinettiano "guerra sola igiene del mondo", come grido d'insofferenza verso il presente, impeto di ribellione contro il giolittismo e spinta al superamento di una crisi esistenziale che accomunava un'intera generazione d'intellettuali (Isnenghi 92). (27) Papini invocava il "caldo bagno di sangue nero" come necessario salasso per l'umanita, cosi che questa potesse ritrovare energie nuove e rinascere purificata:

Ci voleva alla fine un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci tiepidumi di latte materno, di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura d'agosto e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.

("Amiamo la guerra" 274)

L'avanguardia prebellica italiana si era nutrita di una serie di gridi violenti di guerra che si erano succeduti fin dall'inizio del Novecento. Come nota Isnenghi,

[t]utta la Belle Epoque--l'eta giolittiana in Italia--e punteggiata di questi fervidi saluti alla guerra che torna: 1904, 1911, 1912, 1914, 1915. Vi potremmo riconoscere una costante, che e psicologica e ideologico-politica, esistenziale e sociale. Da "Questa grande guerra sembra fatta per noi", nel Regno del 1904, alla "Guerra sola igiene del mondo e sola morale educatrice", nel 1909, nella Battaglia di Tripoli "vissuta e cantata" da Filippo Tommaso Marinetti (1911-1912), nel 1915; dall'Ode alla violenza dei futuristi al "caldo bagno di sangue nero" di Giovanni Papini su "Lacerba", a "Facciamo la guerra" e "Salute al nuovo mondo!" di Giuseppe Prezzolini sulla "Voce" nel 1914.

(Isnenghi 7)

La convinzione che la guerra avesse un potere di trasformazione tale da poter dar vita a una nuova Europa, imprimere una scossa innovatrice alla societa e scuotere le coscienze individuali al punto da risolvere la crisi esistenziale che affliggeva molti intellettuali di inizio secolo era un tratto comune a tanti collaboratori di Lacerba e La Voce. Giuseppe Prezzolini, ad esempio, si esprimeva sulla Voce riguardo alla guerra accostando immagini di morte e nascita:

Il mistero della generazione di un nuovo mondo europeo si compie. Forze oscure scaturite dalla profondita dell'essere sono al travaglio ed il parto avviene tra rivi mostruosi di sangue e gemiti che fanno fremere.

(Prezzolini 1)

In realta, non si trattava di un mito emerso improvvisamente con le avanguardie letterarie e artistiche del periodo prebellico. Come ha mostrato Emilio Gentile, il tema della guerra rigeneratrice aveva radici ottocentesche. L'idea della guerra come necessaria interruzione dell'effetto di snervamento prodotto da troppo lunghi periodi di pace risaliva agli anni del conflitto francoprussiano e aveva radici nello storicismo, nel positivismo, nel darwinismo sociale e nell'idealismo (Gentile 111 e 113). Secondo Gentile l'entusiasmo per la guerra come occasione di rinnovamento era comune a molti soldati. Nonostante il generale malcontento nei confronti dell'entrata in guerra dell'Italia,

non erano stati pochi, o erano stati comunque una numerosa minoranza, specialmente giovani, coloro che all'inizio della Grande Guerra avevano esultato ed erano partiti volontari ed entusiasti convinti che stesse iniziando una nuova era per l'umanita, che gli individui e la nazione sarebbero stati rigenerati dal sangue, e che dalla guerra sarebbe nato un mondo nuovo, piu sano e piu nobile negli ideali delle nazioni.

(Gentile 12)

L'interventismo di Franchi sembra estraneo alle invocazioni alla guerra dei letterati avanguardisti. Pur rimanendo convinta della necessita dell'intervento e del fatto che la pace sarebbe la scelta peggiore perche condurrebbe ad altre guerre, la voce narrante del romanzo non ne esalta ne giustifica la barbarie e non ne celebra la qualita estetica (se non attraverso la voce del figlio). Nel passo che segue si sente piuttosto un senso di stanchezza e sopraffazione:

Passano uno dopo l'altro, uguali e tristi i giorni, senza conforto, senza che nulla faccia presagire la fine di tanta barbarie. [...] Mai tante armi micidiali furono create in una volta, mai si levarono tanti lamenti di invocazione. Ogni mattina con l'alba la speranza viene attraverso i vetri a risvegliarci. La speranza non [...] ha deposto quel suo vezzo malvagio di deridere queste povere creature del mondo, fragili esseri in balia della cieca deita che dal caos ebbe vita, che al caos ci chiama e che dicono il Destino.

(Figlio 203-04).

Siamo certamente lontani dalla retorica papiniana della guerra come necessario mezzo drastico di depopolazione del mondo e dalla celebrazione estetica della carneficina di "Amiamo la guerra" (274). Tuttavia, a un esame piu attento, si vede come nemmeno Il figlio sia completamente estraneo all'idea della guerra rinnovatrice di energie per gli individui e anche per l'intera razza. Del resto, come gia accennato, l'esaltazione della guerra come rimedio storico e come spinta propulsiva all'evoluzione era parte della cultura europea della seconda meta dell'Ottocento, cultura che aveva fatto da humus a correnti artisticoletterarie e di pensiero diverse tra loro. A partire dal 1870,

[la] schiera dei cantori delle virtu della guerra divenne numerosa e varia, includeva reazionari e rivoluzionari, religiosi e atei, idealisti e positivisti. [...] La guerra era considerata un evento appartenente alla naturale condizione dell'uomo, sempre possibile nella perpetua lotta per l'esistenza, e l'ascensione verso forme superiori di civilta.

(Gentile 113)

Se pure obliquamente, anche Franchi, in un'occasione, presenta il conflitto in termini di rinascita nazionale e individuale e accetta il principio, ispirato a una visione evoluzionista della storia, del necessario ritorno ciclico delle guerre nella vita delle nazioni. Il potere rigeneratore della guerra ha un impatto anche sul figlio della narratrice. Prima di arruolarsi, era un ragazzo debole e distratto, come i suoi coetanei. Tuttavia la guerra ha infuso nuova energia in un'intera generazione e, nelle parole di Franchi, in tutta una razza:

Non mi pareva tanto diverso dai suoi compagni; cosi che talvolta pensavo tra me alla possibile insussistenza di tutte le conclusioni scientifiche sulle razze, e quasi sentivo che una reazione potente sarebbe venuta ove uno di quei fatti imperiosi che nella vita dei popoli accadono a piu o meno lontane riprese di anni, avesse posto la razza nostra nella condizione di dover mettere in giuoco la propria energia.

(Ilfiglio alla guerra 9)

Le parole di Papini riguardo al necessario ritorno delle guerre per il progresso dei popoli sono piu esplicitamente violente di quelle di Franchi e non suggeriscono un'adesione al pensiero della "guerra giusta" che invece fa da sfondo a tutto l'interventismo di Franchi. (28) Inoltre, il passo che segue risale a prima dello scoppio della guerra. Vale tuttavia la pena leggerlo in parallelo a quello tratto dal Figlio appena citato per evidenziare quanto, pur da punti di vista distanti tra di loro, sia Lacerba che il romanzo di Franchi avessero assorbito spunti e suggestioni da un sostrato comune:

Guerra interna e Guerra esterna--Rivoluzione e Conquista: ecco la nostra storia. Per l'una e per l'altra noi siamo quello che siamo--cioe superiori ai figli delle bertucce.

("La vita non e sacra" 224)

Le motivazioni della propaganda di Lacerba e del Figlio sono diverse fra loro, sia da un punto di vista ideologico che da un punto di vista cronologico. La rivista invocava la guerra per affermare la supremazia culturale italo-francese rispetto alla Germania e per creare le condizioni per la partecipazione dell'Italia al grande evento globale che avrebbe cambiato il volto dell'Europa. (29) Lo scopo principale del Figlio era rendere la guerra un evento accettabile da parte di chi non era mai stato favorevole all'intervento, oppure da parte di chi era diventato fortemente contrario alla luce degli sviluppi tragici del conflitto ormai visibili a tutti. Nonostante queste differenze sostanziali, l'analisi in parallelo dei numeri interventisti di Lacerba e del Figlio alla guerra mostra come nel discorso sulla guerra, sia che fosse di area avanguardista e nazionalista e diretto a una elite intellettuale come la rivista di Papini e Soffici, o invece legato alla tradizione realista e rivolto a una readership piu vasta ed eterogenea, con speciale attenzione al pubblico femminile come il romanzo di Franchi, (30) convergessero strategie retoriche e temi comuni.

Temple University

Opere citate

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(1) Lacerba nacque dall'iniziativa di Giovanni Papini e Ardengo Soffici quando, nel 1913, si staccarono dalla per loro troppo moderata Voce prezzoliniana, allineata con l'idealismo crociano, per creare una rivista in cui l'arte e la letteratura, intese come strumenti per contestare la cultura ufficiale, fossero in primo piano. Come nota Somigli, "the hallmark of Lacerba was a form of polemical writing aimed at demolishing, often more through the strength of its rhetoric of pugnacious sarcasm then through real argumentation, bourgeois social institutions, moral conventions and the intellectual establishment" (475). Con lo scoppio della prima guerra mondiale, la rivista cambio rotta e da periodico prevalentemente artistico e letterario divenne sostanzialmente foglio di propaganda interventista. Per una bibliografia estesa su Lacerba rimando al volume di Del Puppo Lacerba 1913-1915.

(2) La meta del 1916 segno un momento di scoraggiamento generale e di pessimismo nel paese in guerra (Monticone 36-37; Procacci 69).

(3) La trama del romanzo e essenziale e assolve la doppia funzione di fornire esempi di virtu patriottica e di fare da cornice a lunghe e accorate digressioni ideologiche. La storia e narrata in prima persona e incorpora un gruppo di lettere che il figlio della narratrice le spedisce dal fronte. La narratrice racconta la propria attesa del figlio e le proprie ansie, riflette sulla societa dell'Italia in guerra e racconta aneddoti raccolti negli ospedali presso cui assiste i soldati. La forte presenza dell'elemento ideologico che sovrasta quello narrativo e dovuta anche al fatto che il libro include i testi di conferenze che Franchi aveva dato presso il Reale Conservatorio di Milano (Malaguti http://www. letteraturadimenticata.it/Franchi.htm) e anche articoli usciti in precedenza in alcuni quotidiani.

(4) Come Franchi documenta nella sua autobiografia, fu l'editore Emilio Treves a commissionarle il romanzo (La mia vita 304). Il figlio alla guerra sembra voler imprimere nelle donne (e attraverso le donne anche nelle loro comunita e nei loro figli combattenti) la motivazione a tener duro in un momento in cui una pace non sembrava accettabile. In questa fase della guerra, percepita come un punto di non ritorno, molti intellettuali pnsarono di dover sostenere il governo nello sforzo bellico per tenere il morale alto e alimentare la motivazione a combattere e resistere fino alla vittoria. Come scrive Henry Kissinger in L'arte della diplomazia, "una volta entrati in guerra, i leader d'Europa furono talmente ossessionati dal fratricidio e sconvolti dalla distruzione di una giovane generazione che la vittoria divenne l'unico obiettivo possibile" (161).

(5) Nella sua lunga vita, Franchi ha pubblicato romanzi e racconti, biografie, drammi e libri per l'infanzia e per l'adolescenza. E stata inoltre giornalista, critica letteraria, traduttrice e storica dell'arte. A cavallo tra i due secoli scorsi ha militato, pur non prendendone mai la tessera, nell'alveo del Partito Socialista Italiano. Il suo attivismo non si e limitato alla campagna pro-divorzio, ma si e esteso anche alla lotta per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. E noto, ad esempio, il suo impegno in supporto alle trecciaiole di Firenze durante i moti del biennio 1896-1898, e per la propaganda della Camera del Lavoro (Gigli, 2008: 87-90). Per una bibliografia aggiornata su Anna Franchi si vedano Gragnani e Gigli 2014.

(6) Con l'espressione "interventismo democratico" ci si riferisce "[all']opera di quegli intellettuali che vogliono l'Italia in guerra contro gli imperi centrali nel 1914 per diffondere una concezione liberale e democratica dello stato e dei rapporti sociali-umani. [...] L'interventismo democratico afferma che la difesa/espansione della democrazia puo dipendere dalla canna del fucile. Il patriottismo repubblicano prevede la democrazia in armi cosi come la possibilita di esportare principi democratici" (Marconi 274). Gli interventisti democratici, che formavano una elite intellettuale, si riconoscevano nel mazzinianesimo e vedevano la guerra come il completamento del Risorgimento. Uno degli esponenti di maggior spicco di questa corrente dell'interventismo intellettuale era Gaetano Salvemini, direttore dell'Unita. Durante il periodo della propaganda interventista Franchi collaborava anche al "Popolo d'Italia", fondato da Mussolini, dove venne in contatto con l'interventismo del sindacalismo rivoluzionario. Nell'autobiografia racconta di aver collaborato con Filippo Corridoni (La mia vita 286).

(7) Franchi aderisce a una rappresentazione razzista del popolo tedesco che condivide, ad esempio, con i membri della Lega Antitedesca di Genova (Montesi 61-80) e con le collaboratrici della rivista nazionalista "L'unita d'Italia", tra cui Beatrice Sacchi, Teresa Labriola e Anna Maria Mozzoni (Guidi 94-95). Stabilire rapporti di gerarchie tra i popoli basandosi sul concetto di razza era tipico della cultura ottocentesca. Alla fine del diciannovesimo secolo in Italia, come nel resto d'Europa, era comune basare il senso d'identita nazionale sull'etnicizzazione e razzializzazione dei gruppi nazionali, secondo una concezione biologica della razza. Sia Alberto Burgio che Pierre Andre Taguieff fanno risalire l'affermazione di questa tendenza, che Taguieff chiama "racialisme", con il consolidarsi dell'antropologia (Burgio e Casali 11 e Taguieff). Federico Niglia nota come il discorso sulle razze latina e germanica fosse stato centrale nell'ambito dell'antropologia italiana durante il ventennio precedente lo scoppio della guerra e come tale dibattito fosse "presto fuoriuscito dall'ambito scientifico e si era tramutato in una lotta per la giustificazione di presunta superiorita razziale. La battaglia degli italiani era cosi diventata una battaglia per la tutela del 'primato' italiano, latino e mediterraneo dall'affermazione della superiorita nordica" (Niglia 119). Al tempo dell'entrata in guerra dell'Italia, i concetti di razza e nazione tendono a sovrapporsi e il "razzialismo" permea la propaganda interventista

(8) Lacerba chiude i battenti il 22 maggio 1915, a due giorni dall'intervento, ufficialmente perche la missione di promuovere l'entrata in guerra dell'Italia era finita. Comunque, Somigli osserva anche che il bilancio della rivista a quel punto era problematico e questo avra contribuito alla decisione di interromperne le pubblicazioni (474).

(9) Era presumibilmente, in gran parte, lo stesso pubblico che leggeva periodici femminili, romanzi didattici e galatei. Ma non e escluso che Franchi e Treves avessero in mente anche i soldati al fronte come possibili lettori dato che il titolo evocava sia le madri che i figli combattenti.

(10) Faccio qui riferimento alla coppia antitetica dei termini Kultur (riferito alla germanita) e civilisation (riferito alla tradizione latina), uno degli elementi piu salienti della propaganda di guerra durante il primo conflitto mondiale. Nell'ambito della storiografia sulla Grande Guerra, i due termini sono spesso impiegati nelle loro rispettive versioni francese (civilisation) e tedesca (Kultur). Come nota Peter Brugge, nell'Ottocento, si fa strada in Germania l'idea del contrasto tra Kultur e Zivilisation che viene poi utilizzato come strumento retorico per giustificare la guerra franco-prussiana (113). Sul versante tedesco, per Kultur s'intendeva l'autenticita espressiva, la creativita, la forza dello spirito, da contrapporsi alla Zivilisation, che indicava gli aspetti esteriori del vivere quali la democrazia, la politica, il diritto di voto e veniva identificato con la Francia. Con la prima guerra mondiale, il binomio "cultura" versus "civilta" viene usato a scopo di propaganda sia dalla Germania che dagli Alleati.

(11) Sia la propaganda tedesca che quella degli Alleati intendeva la guerra come missione storica. La propaganda tedesca presentava la guerra come mezzo necessario a difendere lo spirito germanico; la pubblicistica bellica degli Alleati giustificava la guerra come mezzo necessario per proteggere la civilta dei popoli latini e dei loro alleati dalla Kultur tedesca che, a partire dall'invasione del Belgio e della Francia, comincio a essere intesa come brutalita bestiale e barbarie. Un noto poster di reclutamento diffuso negli Stati Uniti nel 1917 offre una chiara rappresentazione visiva del contrasto Kultur/civilisation visto dalla parte del blocco degli Alleati. Raffigura un gorilla con in testa un elmetto tedesco con la scritta "Militarism" e con in mano una clava con su scritto "Kultur"; nell'altro braccio, tiene prigioniera una donna con le vesti strappate, allegoria del Belgio e della Francia come nazioni oppresse o, piu in generale, della liberta violata. Dietro alle spalle della bestia, dall'altra parte dell'oceano, si vedono le rovine di architetture gotiche che evocano i paesi invasi. Il poster di Harry R. Hopps e consultabile presso la Library of Congress Prints and Photographs Division (http://www.loc.gov/pictures/item/ 2010652057/).

(12) Si tratta di A voi soldati futuri dico la nostra guerra del 1916 e di Le guerre dei nonni e le nostre del 1922.

(13) Esprimono un'ansia simile le parole di Ardengo Soffici in "Intorno alla gran bestia": "Nessuno ignora ormai quale sia il fine di coloro che hanno preparato l'attuale conflitto. Il predominio della razza teutonica, in Europa per ora, nel mondo se possibile, in seguito" (245).

(14) Sia Lacerba che Il figlio evocano grossolani stereotipi per costruire il nemico come inferiore o pericoloso. Nel Figlio, un intero capitolo e dedicato a una famiglia tedesca costretta a lasciare l'Italia al momento della dichiarazione di guerra alla Germania. Dopo essersi rimproverata per aver, anche solo momentaneamente, provato compassione per il dolore di questa famiglia nel dover tornare in patria, la narratrice passa a elencare le caratteristiche negative del popolo tedesco, tutte rappresentate dai membri della famiglia in questione: le donne sono civette e di facili costumi; gli uomini sottomessi alle donne o addirittura ritardati. Anche Papini si era occupato del tema dei tedeschi presenti in Italia, nell'articolo "Fuori i tedeschi!" in cui scriveva che, in caso di entrata in guerra dell'Italia, ci si sarebbe dovuti mobilitare per cacciare tutti i tedeschi presenti sul suolo nazionale perche, come aveva appena dimostrato il caso del Belgio, la presenza del nemico sul territorio sarebbe stata troppo pericolosa. Ogni tedesco in Italia, afferma Papini, sarebbe un potenziale contatto con le classi dirigenti e militari degli imperi centrali per preparare l'invasione (54-55). Papini non rifugge nemmeno dall'indugiare sul carattere "antipatico" dei tedeschi, odiati o mal sopportati in tutti i paesi in guerra ("Contro la neutralita" 260).

(15) Dopo la virata interventista di Lacerba, si susseguono nella rivista numerose dichiarazioni che mirano ad allontanare Nietzsche dalla cultura tedesca. Ad esempio, in "Due parole ai tedeschi", Soffici lo definisce un filosofo polacco (263). In "Breve risposta a un tedescante", sempre Soffici scrive: "Circa Nietzsche ho letto tutto e lo considero il filosofo antitedesco per eccellenza" (44). In "Cio che dobbiamo alla Francia", Papini lo definisce "l'unico grande tedesco venuto dopo il '70" e precisa che Nietzsche preferiva comunque la cultura francese a quella tedesca (252).

(16) Per un'interpretazione personale del contrasto tra tedeschi e italiani si veda la poesia di Pietro Jahier Wir Mussen, in cui il poeta mette a confronto le diverse motivazioni che spingono italiani e tedeschi a lavorare e a uccidere: per gli uni lo scopo della vita e la vita stessa; per gli altri, il fine ultimo e consumare, produrre e ammazzare per produrre di piu: "Noi per VIVERE lavoriamo / VIVERE / non molto consumare per molto produrre / per poi Mussen ammazzare / per molto riprodurre e molto riconsumare / e di nuovo Mussen ammazzare" (165).

(17) Come nota Emilio Gentile, l'idea del contrasto tra liberta individuale e annientamento dell'individuo nel militarismo derivava dal clima generato dalla guerra franco-prussiana. Allora s'identificava con il contrasto Francia/Prussia. In seguito l'idea si e allargata ai popoli latini e ai tedeschi intesi come imperi centrali: "Dopo il 1870 [...] Francia e Germania cominciarono a essere percepite come due civilta contrapposte e antagoniste. Civilta francese e civilta tedesca: l'una figlia della Rivoluzione francese, della concezione della nazione fondata sul libero e volontario consenso dei cittadini, vincolata alla salvaguardia della liberta e dei diritti dell'individuo; l'altra cresciuta con il militarismo autoritario, l'affermazione del primato della nazione e dello Stato potenza, come organismi che si integrano reciprocamente avendo le loro solide fondamenta nella forza permanente e immutabile della razza, entro la quale si svolgeva la vita effimera dei singoli individui come cellule di un grande corpo sociale, che aveva una sua coscienza e una sua volonta superiore, si imponeva agli individui attraverso la disciplina del dovere etico, si incarnava nella figura dell'imperatore e dell'aristocrazia militare" (111).

(18) Nel comunicato "Dichiarazione" si legge: "Il governo italiano il quale sta in questo momento disonorando e rovinando il paese con l'insistere nessuno sa perche, in una neutralita ormai imbecille, non perde nessuna occasione per dichiarare che questo suo modo di comportarsi davanti agli avvenimenti che trasformeranno la faccia d'Europa, corrisponde perfettamente al desiderio della maggioranza del popolo italiano. Noi non crediamo che questa sia la verita, eccettuati i preti, una parte dei socialisti e pochi trippai amanti del quieto vivere a costo di qualunque umiliazione, nessuno in Italia approva l'inerzia che il governo c'impone, che ci snerva e che ci condurra alla piu abietta depressione morale, se non, alla fine, a una reazione esasperata che a parecchi potra costare assai caro" (265).

(19) Come nota Alberto Asor Rosa, in Italia, a differenza di altri paesi quali la Francia, "la condanna popolare della Guerra non trova la sua espressione letteraria perche i populisti sono tutti schierati per la Guerra" (Asor Rosa 73).

(20) L'espressione "maggio radioso" indica il periodo che va dal 13 al 24 maggio 1915 e cioe dalle dimissioni temporanee del primo ministro Antonio Salandra all'intervento italiano. Durante questo breve tempo le piazze italiane furono animate da manifestazioni interveniste e anche da cortei neutralisti.

(21) Il 9 maggio 1915, Giovanni Giolitti, preoccupato che il primo ministro in carica Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sydney Sonnino avessero gia deciso per l'intervento, si reco a Roma. Circa trecento deputati e cento senatori depositarono il loro biglietto da visita fuori dalla sua abitazione romana come voto simbolico a favore di un suo ritorno al governo. Il giorno dopo, ricevuto dal re, Giolitti ribadi che a suo avviso era necessario proseguire le trattative con l'Austria e rinunciare all'entrata in guerra. Dopo aver appurato che la decisione di entrare in guerra non avrebbe incontrato sufficiente consenso in parlamento, Salandra decise di dimettersi, lasciando a Vittorio Emanuele III la responsabilita di risolvere la crisi. Il re interpello Giolitti per formare un nuovo governo, ma questi rifiuto. Il parlamento, nonostante avesse espresso volonta contraria all'intervento, sapendo che il re invece era a favore, il 20 maggio voto i pieni poteri al governo Salandra (La storia d'Italia 681-82 e 684).

(22) Come suggerisce Luca Chiti, l'interesse dei lacerbiani nel promuovere la guerra non era estraneo a ragioni di politica interna, in quanto rappresentava gli interessi dell'elite che si opponeva a Giolitti (205). Secondo Giovanna Procacci, la guerra fu alla fine dichiarata da Salandra per "ricreare il blocco di destra sconfitto dal riformismo giolittiano" (12).

(23) Franchi chiarisce che si trattava di questo grido nella sua autobiografia, La mia vita: "Ma nello stesso giorno, mentre con i colleghi che si trovavano in sede, dalla finestra dell'Associazione sventolavo una bandiera, acclamando i giovani che in folla si recavano sotto le finestre della 'Trento e Trieste', in prima fila scorsi i miei due figli, Gino e Ivo. / Era il momento in cui si gridava: 'Morte a Giolitti'. [...] M'avvicinai e, per un impulso sciocco, come ne hanno le mamme [...] dissi: /--Che fate qui voi due? Andate a casa. /--O bella! E perche? Vai tu, a casa, sora Annina" (289).

(24) Al tempo della scrittura del romanzo, due dei figli di Franchi, Ivo e Gino, erano ufficiali volontari. Gino morira tragicamente nella battaglia del Monte San Gabriele, nel settembre del 1917.

(25) E interessante che Franchi menzioni il "grido di morte" del corteo quando piu volte Papini parla in Lacerba della possibilita dell'uso della violenza da parte del popolo. Ad esempio, nella conclusione di "Appello" il riferimento e esplicito e sottolineato dai caratteri maiuscoli: "La parola degli scrittori, dei pensatori e degli artisti puo ancora avere la sua efficacia, prima che contro i vecchi, i pusilli e gli invalidi che ci rappresentano davanti al mondo divenga necessaria la VIOLENZA" (273).

(26) Derivata dall'omonimo arazzo del 1925 di Fortunato Depero e collegata al mito marinettiano della "guerra sola igiene del mondo", l'espressione "guerra festa" ha avuto una certa fortuna negli studi sulla letteratura di guerra in riferimento all'esaltazione della guerra come opportunita di purificazione e rigenerazione sociale ed esistenziale (Isnenghi 169; Cortellessa 115; Tosi 110).

(27) Piu che l'antigermanesimo manifestato soprattutto da Soffici, secondo Isnenghi sono i due articoli di Papini gia menzionati, "La vita non e sacra" e "Amiamo la guerra", a fornire una chiave di lettura piu veritiera dell'interventismo di Lacerba. A questi si puo aggiungere, ad esempio, "Picchia e non ascolta", sempre a firma di Papini.

(28) Anche se il motivo della "guerra giusta" non rimane completamente fuori dalla retorica papiniana, si veda ad esempio il gia citato articolo "Le cinque guerre" in cui parla di "guerra ideale" per contrastare l'avanzare degli imperi centrali.

(29) "Papini tente de gagner le consensus de l'opinion publique pour que le pays saisisse ce moment unique, au nom de trois objectifs vitaux: la renaissance, l'accomplissement territorial et la revanche de l'Italie--aussi bien dans sa dimension spirituelle que dans le concert des puissances europeennes. L'enjeu politique et la revendication d'une specificite culturelle visent a preserver l'italianite" (De Paulis-D'Alembert 57).

(30) L'analisi di un testo come Il figlio alla guerra impone naturalmente considerazioni di genere. Il contributo delle scrittrici alla letteratura di guerra (pamphlets, romanzi, poesie, articoli di giornale) e stato largamente ignorato. Per quanto si tenda ad associare femminismo (e femminilita) con il pacifismo, la maggior parte delle donne che hanno scritto sulla guerra erano interventiste. Oltre a Franchi, tra le autrici che hanno prodotto testi di propaganda vanno ricordate almeno Annie Vivanti, Willy Dias, Haydee, Matilde Serao e Carolina Invernizio. Una voce fuori dal coro e stata quella di Ada Negri. Mi occupo del rapporto tra scrittrici italiane e prima guerra mondiale in un progetto di libro in corso di lavorazione.
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Title Annotation:text in Italian
Author:Gragnani, Cristina
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2015
Words:9589
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