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La traduzione d'autore come genere letterario: Alcune note sul De interpretazione recto di Leonardo Bruni.

Abstract

Il presente articolo offre una lettura analitica del De interpretatione recto di Bruni, soffermandosi su quegli aspetti peculiari del testo che lo rendono il primo manuale di traduzione apparso in Occidente dopo le riflessioni di San Girolamo. Nel primo trentennio del Quattrocento, l'umanista aretino Leonardo Bruni compone questo trattato, e lo fa con una duplice finalita: se infatti l'opera, prima nel suo genere, codifica i canoni da seguire nel tradurre testi antichi, dall'altro essa mira a far tacere le aspre critiche di cui l'intellettuale era stato fatto oggetto per le sue traduzioni latine di Aristotele. Il tono di un tale sdegno certo non colpisce se calato nella temperie culturale del primo umanesimo fiorentino, ma appare talmente marcato da limitare il potenziale innovativo dell'opera del Bruni.

Soppesando debitamente meriti e limiti del trattato bruniano, questo articolo si propone di sottolineare la centralita del De interpretatione recto sia come manifesto intellettuale umanista che come opera pionieristica della grande filologia quattrocentesca italiana.

Parole chiave

Leonardo Bruni, teoria della traduzione, ricezione e trasmissione dei testi classici, Umanesimo fiorentino, Filologia umanistica

Alla riscoperta di un genere dimenticato: La traduzione d'autore. Osservazioni preliminari.

Nel computo dell'inestimabile lascito culturale umanistico si e spesso costretti a riassumerne le massime conquiste, seguendo un restrittivo ordine gerarchico che spesso non rende giustizia della ricca e variegata produzione artistica tra Quattro e Cinquecento. Anche volendo restringere il campo alle sole humanae linerae, ci si trova difronte ad innegabili esigenze selettive: tra la riscoperta del genere tragico, con l'Ecerinis di Mussato e quella del genere storiografico col Rucellai ed i suoi celebri Orti, si annovera infatti la ripresa e la definitiva codificazione di un genere assai meno noto, quello della traduzione interpretativa, o traduzione d'autore.

Un diffuso pregiudizio che vedeva nella traduzione un lavoro inevitabilmente privo di originalita e quindi di valore artistico, giustifica in una qualche misura la trascuratezza in cui esso tuttora versa nella moderna concezione dei generi letterari.

Tale deliberata esclusione--operata, in particolare, nel primo Romanticismo (1) --venne delineando sempre piu una marcata gerarchia che non solo poneva autore e traduttore su due piani ben diversi, ma che segregava quest'ultimo ad un ruolo ancillare nei confronti del primo.

La marginalizzazione della traduzione d'autore stride profondamente con le teorizzazioni che del genere erano state fatte nel mondo romano, ed e proprio sulla base di opere latine del primo secolo avanti Cristo, che Leonardo Bruni, tra i piu insigni umanisti della sua generazione, riscopre, approfondisce e codifica la traduzione come genere artistico di dignita letteraria.

A differenza, pero, dell'epica o della storiografia, la riscoperta della interpretatio come opera originale, ha portato ad un vero e proprio progresso rispetto allo stadio in cui essa era stata lasciata in antichita. Se le Istorie del Machiavelli rappresentavano l'applicazione dei precetti liviani alla realta contemporanea, il De interpretatione recta di Bruni costituisce quel trattato di natura manualistica che ne Cicerone, ne Quintiliano avevano scritto, la cui autorita era infatti destinata a soppiantare quella degli auctores. (2)

Sebbene nata come manuale, il De interpretatione recta risente profondamente della sua origine dettata da necessita eminentemente pratiche, e sono proprio queste necessita a minare, se non--talvolta--a compromettere l'efficacia stessa del trattato. In questo lavoro, ci si propone di contestualizzare storicamente l'opera bruniana, partendo proprio dai suoi antecedenti classici, e di analizzarne la doppia natura; la sua carica innovativa, ma anche la sua intrinseca contraddizione. Come si vedra infatti, le critiche mosse da intellettuali contemporanei portarono il Bruni a comporre il trattato, ed esso risente fin troppo dell'acredine di cui il certame culturale umanistico era gravido: la vena polemica dell'intellettuale ha spesso il sopravvento su quella filologica e questo, se non inficia parte del trattato stesso, certo ne limita la valenza.

Alle origini del De interpretatione recta: La traduzione nell'antichita classica come plagio d'autore.

Tra il 1416 e l'anno successivo, l'umanista aretino Leonardo Bruni porto a compimento la traduzione, in latino, dell'Etica Nicomachea di Aristotele; l'esplicito riferimento che l'intellettuale fa alla sua traduzione nel De interpretatione recta lascia chiaramente intuire che tra le due opere non sia intercorso un eccessivo lasso di tempo. Il De interpretatione recta nasce come trattato mosso dalla necessita, fortemente sentita dal Bruni, di giustificare le scelte linguistiche adottate nella traduzione latina del testo di Aristotele, ed e proprio prendendo le mosse da questo testo che esso finisce col presentarsi come primo, moderno, manuale di traduzione.

Lo sforzo di far rivivere l'antichita classica, sforzo che nel primo Quattrocento il Bruni condivideva con una nutrita compagine di intellettuali a lui coevi, ricalcava a un dipresso la tendenza nella Roma antica di assorbire e far propria la grandezza letteraria della Grecia classica. Fu proprio questa necessita a portare i latini ad affrontare, per la prima volta con ponderata criticita, la questione della traduzione di testi di particolare ricchezza sia formale che contenutistica, di testi, insomma, che oggi chiameremmo classici. Da Livio Andronico traduttore d'Omero, alle traduzioni di Terenzio e Plauto delle tragedie menandree, l'antichita latina si presenta ricca di interpreti, i cui metodi d'approccio al testo furono quantomai eterogenei, sebbene accomunati da una caratteristica, la poca fedelta all'originale. (4)

Quella di cui si servirono i latini fu infatti una traduzione che oggi si potrebbe definire artistica, il cui scopo era essenzialmente quello di rendere il testo fruibile ad un pubblico contemporaneo; di fatto pero, gli autori greci venivano romanizzati sia nel contenuto che nella forma. La mancanza di interesse nel recupero del testo greco, che anzi veniva copiato senza alcuna preoccupazione di tipo filologico, era evidente cosi come esplicita ne era la finalita: l'arricchimento semantico della lingua d'arrivo. In questa prospettiva, la letteratura greca doveva apparire come una enorme fonte cui attingere continuamente per sopperire al frustrante senso d'inferiorita culturale che i latini provavano verso la civilta ellenica: sentimento, questo, ben esemplificato dall'oraziano Graecia capta ferum victorem cepit (Epistole, II, 1, 156).

Va pero ricordato che il romano colto, fino almeno a tutto il primo secolo dopo Cristo, se non bilingue, era certamente in grado di leggere un'opera nel suo originale greco. Nella Roma arcaica--cosi come in quella classica--la lingua e la cultura ellenica rappresentavano un'insegna d'erudizione capace di suscitare inesausto fascino su di un ceto intellettuale in cosi forte ascesa, quale quello romano. Riassumendo gli esiti di un'indagine storica che ad oggi non smette di produrre i propri frutti, si possono riscontrare due fattori alla base della ratio latine vertendi nell'antichita: la stringente necessita di ereditare il patrimonio culturale greco, ma anche l'interpretazione--inedita fino ad allora--di un testo tradotto come opera letteraria a tutti gli effetti.

Con l'avvento delle moderne letterature "nazionali" si e, oggi, portati a vedere nella traduzione nient'altro che lo strumento in grado di veicolare un contenuto linguistico, rendendolo fruibile per un pubblico ignaro della lingua in cui il testo era stato originariamente scritto. In antichita invece, la traduzione di un classico poteva rappresentare un esercizio letterario e di retorica, un vero e proprio banco di prova per un letterato romano. Il fatto stesso che l'opera potesse essere letta dal pubblico nell'originale greco, non solo permetteva il confronto con il testo originale ma portava persino alla valutazione dell'estro del traduttore.

In un contesto in cui la traduzione d'autore veniva considerata un'opera d'arte la cui dignita letteraria non era messa in discussione, non desta stupore il fatto che la fedelta al testo originale passasse in secondo piano. Di questa tendenza e testimone Cicerone che per primo, nel De optimo genere oratorum, enuclea in maniera organica i principi di una traduzione, appunto, artistica. (6) Nella sua opera di trasposizione dal greco, l'arpinate afferma di aver fatto le veci dell'orator e non quelle dell'interpres, di aver adattato le frasi, con la loro struttura sintattica e la loro ricchezza retorica, ai costrutti linguistici propri della lingua latina e di non aver fatto cio tramite una resa alla lettera, bensi grazie ad una traduzione piu libera capace di mantenere le caratteristiche sia formali che contenutistiche del testo originale. (7) La traduzione, afferma Cicerone, deve seguire le caratteristiche morfosintattiche del testo originale solo nella misura in cui essa resti perfettamente comprensibile al pubblico latino. Tale traduzione puo essere libera, ma deve facilitare il lettore: Cicerone non esclude neppure la possibilita di lasciare un termine nell'originale greco nel caso in cui la resa dovesse risultarne incomprensibile. (8)

In ottica romana, risulta dunque evidente quanto una traduzione fosse soggetta a cambiamenti--anche sostanziali--di cui il traduttore si poteva rendere responsabile senza per questo incorrere in giudizi negativi circa il proprio operato. Al contrario, erano proprio le modifiche apportate al testo che decretavano il successo della traduzione stessa: un successo che, non di rado, poteva anche superare quello dell'originale. Di questa tendenza e esempio evidente il poema astronomico del greco Arato di Soli, opera in seguito entrata di diritto nel novero dei grandi classici della letteratura antica, ma solo grazie alla versione poetica latina approntata da Cicerone.

La traduzione come genere letterario di valore artistico: Il trattato di Leonardo Bruni.

Il De optimo genere oratorum doveva certamente essere presente al Bruni quando l'umanista pose mano, nel 1416, alla traduzione dell'Etica Nicomachea. Quella del trattato di Aristotele non era certo la prima trasposizione latina di un testo greco in eta umanistica, ne la prima traduzione operata dallo stesso Bruni. Fu tuttavia proprio l'Etica aristotelica a ricoprire, soprattutto nel Medioevo, un ruolo d'autorita sconosciuta a qualunque altra opera tradotta, sino ad allora, dal greco al latino. Ritradurre Aristotele non significava contribuire in modo determinante alla riscoperta della classicita greca dopo i secoli bui, ma rappresentava piuttosto una chiara provocazione ad un sistema universitario che da circa due secoli vedeva nell'opera dello Stagirita una pietra miliare dell'istruzione accademica. (11)

Non deve dunque stupire, come allora del resto non stupi il Bruni, (12) l'asprezza delle critiche che la reinterpretazione della principale auctoritas del mondo antico riverso sull'intellettuale aretino; le polemiche che seguirono la sua traduzione, difatti, non tardarono a giungere. Sebbene gia nel 1430 Bruni si vedesse oggetto del Libellus contra Leonardum--operetta in tono sarcastico di Alfonso Garcia da Cartagena, vescovo di Burgos--fu poco dopo lo stesso autore del libello a limitare, e di molto, la portata della propria critica. (13) Di ben altra importanza, e gravida di strascichi polemici, e invece da considerarsi la lettera di Ugo Benzi indirizzata al celebre cancelliere, in cui il Benzi chiede chiarimenti circa l'uso dell'espressione sommum bonum usata dal Bruni per tradurre l'aristotelico [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]. (14) Quella del bonum reso dal Bruni come summum era una questione che in realta non era stato il Benzi a sollevare; essa compare, per la prima volta, in un'altra importante missiva (X, 26) inviata dall'umanista aretino a Giannicola Salerno, ed e proprio in questa lunga epistola che il Bruni risponde alle accuse di "un certo uomo dotto" che criticava la sua traduzione in quanto divergente da quella della vetus interpretatio. (15) La posizione del Bruni che emerge dalla lettera e orgogliosa e risoluta; non solo egli ribadisce con forza di non voler rimetter mano alla propria traduzione, ma sarcasticamente invita i suoi detrattori ad erudirsi nelle lettere greche. (16) Aldila della fragilita filologica--per tacerne l'inopportunita--su cui si basava l'osservazione del Benzi, in ambo le lettere si ha una prima, chiara percezione dell'altera consapevolezza che l'umanista aveva di se e delle proprie competenze linguistiche.

Una tale consapevolezza emerge infatti anche in una successiva missiva--la IV, 22, inviata a Demetrio Scarano (17) --in cui il Bruni torna a difendere la propria versione dell'Etica, definendo tale lavoro come elegante, preciso e perfettamente aderente al dettato aristotelico. (18) Se si scorrono le numerose lettere dell'epistolario, (19) subito si nota quanto facilmente il Bruni tornasse, da un lato, a ribadire la correttezza delle proprie scelte, mentre dall'altro si percepisce una sua sempre crescente necessita di stabilire in via definitiva i principi fondamentali a cui un traduttore dovesse attenersi nell'affrontare la traduzione dei classici.

Si rendeva dunque necessaria, agli occhi di Bruni, la stesura di un testo che non solo portasse al silenzio le critiche piu o meno aspre mosse contro la sua traduzione, ma che anche definisse in modo inequivocabile, le tecniche da adottare nel porsi di fronte ad un testo da tradurre. Sebbene scatenata dalla polemica relativa alla traduzione del proemio all'Etica, pare probabile che l'idea di una organica trattazione del latine vertere il Bruni l'avesse maturata--forse anche solo a livello inconscio--fin dalle prime opere. (20)

Di tali intenzioni, comunque, il trattato De interpretatione recta rappresenta il frutto piu maturo: se l'intellettuale aretino abbia avuto successo nel suo primo intento, quello cioe di difendere il proprio lavoro di traduzione, e una questione aperta e ancora oggi dibattuta, quello che invece e certo e che egli ebbe successo nella seconda; il trattato rappresenta infatti il primo sistematico e strutturato saggio sulla traduzione apparso in Occidente dai tempi dell'epistola a Pammachio. (21)

Nel suo complesso, il De interpretatione recta si presenta come un vero e proprio manifesto intellettuale umanista; cio infatti che caratterizza maggiormente l'approccio bruniano nei confronti del testo da tradurre sono l'accuratezza ed il rigore filologico precedentemente riservati esclusivamente alle Sacre Scritture. La sacralita di un testo classico, degna erede di quel paganesimo culturale di cui il primo Quattrocento era pregno, richiede infatti al traduttore la capacita di coniugare fedelta stilistica e rigore filologico alla coerenza del contenuto, in modo da ottenere un risultato che rispecchi perfettamente l'assunto dell'autore e ne mantenga la ricchezza lessicale.

Il trattato bruniano ci e giunto incompleto ed in forma di epistola, il cui destinatario era Berto da Siena. (22) La struttura interna, sebbene la trattazione venga spesso interrotta da frequenti sfoghi verso il traduttore antico e verso le critiche moderne, (23) e di natura rigorosamente tripartita e come tale viene definita fin dall'inizio. Nel De interpretatione recta l'umanista espone in primo luogo la propria "teoria" per una corretta traduzione (quid de hac interpretandi ratione sentici), successivamente giustifica le critiche da lui mosse (reprehensiones a me factas docebo) e, in ultima istanza, dimostra di essersi attenuto, nel criticare gli errori del traduttore, al metodo dei letterati piu saggi (me in reprehendendo illius errata doctissimorum hominum morem observasse ostendam). Questa la struttura dell'opera, almeno nell'assunto dell'autore. Nell'adempiere alla sua vocazione prettamente manualistica, il De interpretatione recta presenta una prima sezione di natura teorica in cui l'autore enuclea la propria teoria della traduzione, mentre nella seconda, oltre a giustificare le proprie critiche, il Bruni presenta una summa degli errori comunemente commessi e nel fare questo segue un ordine gerarchico.

Per quanto nel testo non si parli esplicitamente di una classificazione di errori, appare evidente che l'intellettuale ne segua chiaramente una; egli infatti non elenca semplicemente i passi da correggere della traduzione d'Aristotele, ma li seleziona, ordinandoli in una scala d'importanza che va dal minore al maggiore. Tali errori sono essenzialmente di tre generi, e si manifestano nel momento in cui il traduttore non comprende a fondo il contenuto del testo originale, quando egli traduce in modo linguisticamente scorretto--compromettendo l'intelligibilita del messaggio originale--e quando una traduzione, per essere fedele, perde la ricchezza retorica dell'originale, offuscandone l'eleganza, lo stile e la grazia. (24)

Utilizzando un linguaggio non scevro di tecnicismi, (25) Bruni identifica le due peculiarita di un testo che l'interprete ha il dovere di riprodurre fedelmente; esse sono le virtutes orationis, aspetti piu tipici della fraseologia e della sintassi, e le exornationes, termine con cui Bruni definisce gli artifici retorici caratteristici di ciascun autore. Tali abbellimenti sono di due categorie: la prima personalizza il testo dal punto di vista formale, l'altra da quello contenutistico, (26) ma non vi e dubbio che le exornationes pertinenti lo stile siano certamente le piu complesse da rendere in un'altra lingua a causa della difficolta intrinseca nel tradurle in modo fedele.

Virtutes linguistiche e exornationes stilistiche assieme vanno a formare lo stile proprio, il modus scribendi dell'autore, ed e a questo proposito che Bruni commenta un celebre passo tratto dal Phaedrus di Platone (237b--238c), citandolo come supremo esempio di traduzione in cui anche le piu sottili sfumature linguistiche dell'originale vengano rispettate.

Contraddizioni intrinseche al De interpretatione recta, tra rigore linguistico e aspra rivalita intellettuale.

Quello tratto dal Pheadrus e solo uno dei sette estratti testuali che l'umanista traduce da originali greci e presenta in veste latina nel proprio trattato: (27) l'elogio che poi Bruni tesse delle citazioni e dunque implicitamente rivolto a se stesso, talmente sicuro del proprio valore nel tradurre, da ritenere opportuno autocitarsi come esempio in un trattato sulla traduzione.

Epero interessante notare che nessuno dei brani citati venga presentato nell'originale greco; seguendo l'esposizione bruniana, era lecito aspettarsi un esempio tratto da un autore antico presentato prima nell'originale e in seguito nella traduzione latina. Cio sarebbe stato utile all'umanista aretino per sottolineare la perfezione del brano e quindi la difficolta di un'eventuale traduzione: al contrario, le parole di Platone compaiono unicamente in traduzione latina.

Non e certo questa la sede per riproporre un'attenta disamina delle scelte linguistiche operate dal Bruni nel tradurre Aristotele; a questo proposito si rinvia ai gia citati lavori David Lines e Paolo Viti. Preme qui piuttosto sottolineare quanto le critiche mosse dall'umanista, tanto appropriate quanto aggressive e talvolta financo infamanti, tradiscano un'attitudine di cui, sovente, si trova riscontro nel testo. (28) Cio che infatti traspare dalle pagine del trattato bruniano e ben altro che l'irrefrenabile desiderio, mosso da una qualsivoglia velleita pedagogica, di divulgare il messaggio aristotelico cosi irrimediabilmente corrotto. Quel che appare evidente e invece una profonda indignazione che Bruni non e affatto parco nel manifestare ma che sembra piu riconducibile alle accuse ricevute che agli errori commessi dal traduttore. Difatti, se la metodologia bruniana fosse stata cosi ferrea ed intransigente come appare dalle critiche che l'umanista muove contro i suoi detrattori, Bruni stesso avrebbe dovuto evitare di commettere inesattezze linguistiche che egli per primo non avrebbe esitato a condannare.

Il passo in questione e la traduzione latina di Phaed. 237b--238c, celebre per la famosa definizione di amore come forza; (29) un passo, evidentemente, della cui traduzione latina Bruni andava particolarmente fiero. Se si esclude una breve quanto mal celata dichiarazione di falsa modestia, (30) la traduzione viene presentata come esemplare, in tono con il taglio manualistico di tutto il trattato. Bruni ne parla infatti come di un chiaro esempio di aderenza al testo originale (31) con particolare riferimento alla resa delle exornationes stilistiche di Platone che, a detta dell'intellettuale aretino, sono come stelle incastonate che illuminano l'intero passaggio. (32) Tale passo compare per primo come citazione nel De interpretatione recta, ed e particolarmente interessante da analizzare per una serie di scelte linguistiche che, sebbene spesso appropriate, hanno anche portato l'umanista ad allontanarsi, talvolta in maniera sostanziale, dal testo di Platone.

Il desiderio, afferma Platone, che in modo irrazionale sopraffa l'opinione che porta al giusto, e guidato al godimento di cio che e bello ed ha il nome di amore, proprio per quella forza che lo attrae ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). Questo, reso in maniera semplice e che probabilmente Bruni non avrebbe affatto apprezzato, e il contenuto del testo di Platone (238c). Due osservazioni sono da fare sul passo appena citato. Bruni, nel descrivere i desideri fratelli ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]/germanis cupiditatibus) aggiunge una frase subordinata relativa che nell'originale greco e del tutto mancante: quae sub illa (cupiditate) sunt (che sono al di sotto di quel desiderio). Non solo, nel tentativo di offrire una etimologia che rispecchi il dettato di Platone, l'umanista definisce il concetto di amor come sentimento privo di ogni controllo, ovvero "senza regola" ("absque more" fiat, "amor" vocatur) (33) Tuttavia, Platone aveva etimologizzato il termine amore in modo ben diverso, definendolo come il sentimento esprimente mancanza di forza ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) e non di controllo (a-more).

Inoltre, nel testo originale Platone si sofferma a descrivere la bramosia umana e le sue peculiarita. Tra la varieta di elementi propri della bramosia, in ciascun individuo, ve n'e uno che si trova a prevalere sugli altri. Platone enfatizza la casualita per la quale cio accada, il testo greco recita: [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] (tra le forme, quella che si trovi ad essere la piu eminente). Se si osserva come il passaggio viene reso in latino, si puo tuttavia notare come il rilievo dato all'avverbiale [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] manchi del tutto nella traduzione bruniana (Et harum formarum que maxime in aliquo exsuperat). Ma tale divergenza porta la traduzione latina a perdere qualcosa di piu che una semplice sfumatura di casualita: e proprio la circostanza fortuita, il caso, a determinare quale parte della bramosia predomini sulle altre, e questo aspetto viene in parte banalizzato nella traduzione latina.

Quelle del Bruni non sono certo trascuratezze capaci di compromettere la validita della propria traduzione, tutt'altro. L'accuratezza linguistica e una sensibilita quasi poetica nel tradurre vanno ben oltre qualunque critica si voglia muovere alle traduzioni di cui l'intellettuale si e reso autore.

Nondimeno, l'origine stessa del De interpretatione recta non va trovata nella ricerca della metodicita che la filologia umanistica imponeva nell'affrontare i classici antichi, essa affonda invece le proprie radici in quell'agone di strenua competizione culturale che rappresentava l'essenza stessa del primo Umanesimo.

Se da un lato l'orgoglio intellettuale acui l'ingegno dell'umanista e lo porto ad approfondire l'indagine critica, esso rappresenta anche la causa scatenante del trattato stesso, che viene cosi a trovarsi carico di una indignazione tale, che se non ne invalida le conclusioni, certamente ne limita le vedute. A questo proposito, e bene notare che tra i numerosi brani citati dal Bruni in traduzione latina la gran maggioranza sono tratti dalle due opere chiave del corpus aristotelico: Etica e Politica. In un passo della citata lettera IV, 22, Bruni dimostra di essere a conoscenza delle due traduzioni latine dell'Etica esistenti all'epoca: quella risalente ai tempi di Averroe e quella successiva operata da "un certo Britannico". (34)

A quest'ultima traduzione il Bruni indirizza le critiche che animano tanta parte del De interpretatione recta e sulla base di una teoria che l'intellettuale adotta--ma che restava tutta da dimostrarsi--l'autore della traduzione dell'Etica viene considerato responsabile anche della traduzione della Politica. E stato recentemente appurato che Vantiquus interpres di cui parlava il Bruni fosse il vescovo di Lincoln, Roberto Grossatesta--la cui traduzione latina dell'Etica fu ultimata nel 1243--una figura storica, dunque, che poco o niente aveva a che fare con Gulielmo di Moerbeke, arcivescovo di Corinto e traduttore della Politica. (35)

A prescindere dall'identificazione dei due, cio che sarebbe dovuto apparire evidente al Bruni era la chiara diversita stilistica e una diversa padronanza del latino; elementi, questi, facilmente riscontrabili in un'analisi comparata delle due traduzioni. A Bruni non sarebbe certo mancata la competenza necessaria per fare una tale analisi che avrebbe portato ad una collatio codicum pre polizianea, ma cio evidentemente esulava dai proponimenti dell'intellettuale di riaffermare il proprio prestigio intellettuale.

Il trattato di Leonardo Bruni nella storia intellettuale europea. Osservazioni conclusive.

Un profondo sdegno dovuto alle accuse ricevute unitamente ad una inamovibile consapevolezza dei propri mezzi stanno alla base del trattatello bruniano; continue invettive ed improperi pervadono la sua prosa al punto da far dubitare su quale sia stato l'effettivo fine del De interpretatione recta: trattato--dal forte tratto manualistico--sulla corretta traduzione o forte ed orgogliosa riaffermazione del proprio ego? In un periodo di asperrima competizione intellettuale Bruni ci lascia un testo che per molti aspetti e certamente riconducibile al genere delle invectivae ma che nonostante la sua natura intrinsecamente polemica, si fa foriero di precetti che saranno fondamentali per la nascente disciplina filologica. Ed in questo sta la grandezza dell'umanista aretino.

L'influenza del Bruni in materia di traduzione e rimasta costante nel corso dei secoli; l'approccio critico che sta alla base del suo modus vertendi indico la strada alla nuova filologia del Valla e poco dopo, all'opera del Poliziano. Mentre, pero, in campo filologico la fama del Bruni viene, almeno nell'immaginario collettivo, offuscata dalla grandezza dei due umanisti suddetti, nel campo della storia della traduzione, il trattato di Leonardo Bruni ha continuato ad esercitare la propria autorita e ad imporsi come opera di riferimento.

A questo proposito, un'ultima riflessione sembra doverosa; in un contesto di agguerrita rivalita intellettuale, qual'era quella del primo Umanesimo, Lorenzo Valla, nella piena ed orgogliosa consapevolezza della propria superiorita, propone una nuova traduzione della Pro Ctesiphonte. Tale mossa lo mette in aperta sfida col Bruni, la cui traduzione dell'originale demosteneo risaliva, come visto in precedenza, a poco prima del 1407. (36) Nel proemio alla traduzione, il Valla afferma di aver dovuto correggere alcuni errori commessi dal precedente traduttore, tuttavia, l'intellettuale romano lascia trapelare un'ammirazione verso il prior interpres--il Bruni appunto--che quasi stride col carattere profondamente fiero del Valla stesso. (37) Senza doversi soffermare sull'encomiastica orazione funebre scritta e letta dal Bracciolini, (38) sono di notevole interesse le parole d'ammirazione che il contemporaneo Guarino Veronese profuse circa l'operato del Bruni come traduttore e come erede del magistero del Crisolora. (39)

Sebbene la prima--per altro parziale--edizione del trattato bruniano risalga soltanto al 1928, (40) 1' opera dell'intellettuale aretino ebbe modo di circolare diffusamente all'interno e fuori dai confini italiani fin dalla seconda meta del quindicesimo secolo, al punto da diventare uno dei testi piu richiesti dal mercato librario erudito quattrocentesco. (41) Raro caso di intellettuale dallo spessore culturale riconosciuto e invidiato fin dai contemporanei italiani ed esteri, (42) il Bruni teorico della traduzione ha mantenuto la propria autorevolezza nel corso dei secoli. Pierre-Daniel Huet, nella seconda meta del diciassettesimo secolo, non puo che tesserne preziosi elogi (43) e la grande filologia tedesca del primo Ottocento non riusci a svilupparne ulteriormente le riflessioni teoriche. (44)

Ad oggi manca ancora un testo di natura manualistica, come quello del Bruni, capace di andare oltre l'approfondimento teorico restando corredato da un cosi ricco apparato di esempi pratici. Nonostante la venatura polemica che preponderantemente impregna il testo, l'esempio bruniano di rigore filologico e fedelta stilistica resta alla base del concetto, moderno, di traduzione.

Note

(1.) Romanticismo letterario e ancor piu musicale: le invettive di Rousseau contro il contrappunto imitativo e ogni genere di composizione che avesse nella elaborazione di suoni gia esistenti la propria ragion d'essere, ebbero una enorme eco aprendo la strada a Wagner e alla sua musica assoluta, una musica cioe libera da ogni forma di condizionamento e quantomai aperta alla vena inventiva dell'artista.

(2.) Si veda, a riguardo, Copeland, 1995

(3.) Il periodo di composizione del De interpretatione recta non e stato appurato con esattezza, ed oscilla tra il 1420 e gli ultimi anni trenta del secolo. Autorevoli sostenitori di una datazione tra il 1420 ed il 1426 sono Paolo Viti, Hans Baron ed Emanuele Berti; a riguardo si veda: Viti, 1996: 145; 2004: 54. Berti, 1998: 94. Baron, 1955a: 615-616. Lo stesso Baron poi posticipera la data della composizione al triennio 1424-1426, vedi Baron, 1955b:444. Assai suggestiva resta comunque la teoria avanzata da Peter Thiermann che posporrebbe il periodo di composizione agli ultimo anni trenta del Quattrocento; a proposito si veda Thiermann, 1993.

(4.) La questione delle traduzioni latine di testi greci e ricca di sfaccettature e di complessita, ma e appropriato, in questo contesto, ricordare l'opera di Cicerone e la sua dichiarata propensione per una traduzione ad sensum, a scapito dell'interpretatio ad verbum (Tusc. 3, 41; 3, 44, Att. 6, 2, 3). Lo stesso approccio che vede nella traduzione una "esercitazione scolastica", come 1' ha sagacemente definita Paolo Viti, e riscontrabile anche in Quintiliano (Inst. 10, 5, 2-9), Gellio (Att. 9, 9) e Seneca (contr. 9, 1, 13). Per un'analisi approfondita della differenza tre interpretatio e traductio nell'antichita romana, vedi Traina, 1970 e 1989. Si veda infine Chiesa, 1987.

(5.) Nella congerie di studi sulla teoria della traduzione, si veda Venuti, 1995.

(6.) L' opera e databile tra il 50 ed il 46 a.C. Per una piu approfondita disamina circa Cicerone ed il suo, peculiare, modo di tradurre dal greco, vedi: Cuendet, 1933; Jones, 1959; Poncelet, 1957; Reeve, 1983; Traglia, 1971; Zanetti, 1959

(7.) Converti enim ex Atticis duorum eloquentissimorum nobilissimas orationes inter seque contra-rias, Aeschinis et Demosthenis; nec converti ut interpres, sedut orator, sententiis isdem et earum formis tamquam figuris, verbis ad nostrani consuetudinem aptis. In quibus non verbumpro verbo necesse habui reddere, sedgenus omne verborum vimque servavi. Non enim ea me adnumerare lectori putavi oportere, sed tamquam appendere. De optimo genere oratorum, V, 14.

(8.) Quorum ego orationes si, ut spero, ita expressero virtutibus utens illorum omnibus, id est sententiis et earum figuris et rerum ordine, verba persequens eatenus, ut ea non abhorreant a more nostro--quae si e Graecis omnia conversa non erunt, tamen ut generis eiusdem sint, elaboravimus--, erit regula, adquam eorum dirigantur orationes qui Anice volent dicere. Sed de nobis satis. De optimo genere oratorum, VII, 23.

(9.) A riguardo si veda: Caldini Montanari, 2006.

(10.) La prime traduzioni bruniane risalgono ai primissimi anni del Quattrocento, e vi si ravvisa, fin d subito, una spiccata propensione per i testi classici pagani. Se si esclude l'Oratio ad adolescentes di San Basilio (1403), l'opera di traduzione dell'intellettuale aretino si concentra su autori classici e pre cristiani: De tyranno di Senofonte, Phedon, Gorgias e le Epistole di Platone, Vita Marci Antonii, Vita Pauli Emilii e Vita Quinti Sertorii di Plutarco, Pro Ctesiphonte, le Orationes di Demostene e i Libri Economici dello pseudo Aristotele. Sulla scelta di San Basilio come autore cristiano ereditario della cultura antica e sullo scontro che il Bruni ebbe col Traversari e col Niccoli, vedi Viti, 2004: 3-72.

(11.) A proposito delle traduzioni latine dell'Etica aristotelica, si veda Garin, 1950; Lines, 2002. Mentre per un piu generale quadro sulla ricezione di Aristotele nel Rinascimento si veda Bianchi, 2003; 2011.

(12.) Di un tale rischio, infatti, Bruni era perfettamente a conoscenza: Videbam enim ab ipso initio magnas mihi controversias non defutur as praesertim adversus eos, qui vetustas, ut vere dicam, ambages ex antiqua illa interpretatione imbibissent (Mehus,1741).

(13.) Il testo del Libellum e stato pubblicato nel Birkenmajer (1922). A proposito del successivo riavvicinamento del Vescovo di Burgos all'umanista, e della traduzione spagnola che egli stesso fece della versione bruniana dell' Etica, vedi Kristeller,1948 e Franceschini,1955.

(14.) La lettera e collocabile tra il 1422 ed il 1428. Si veda: Lockwood,1951.

(15.) Dove invece l'originale aristotelico era stato tradotto col solo bonum: Admiratum dixisti doctum quemdam virum quod in Ethicorum interpretatione, quam nuper edidi ita scriptum fuerit "summum bonum, quod omnia appetunt", quoniam antiqua interpretalio habuerit non summum bonum, sed "bonum". In Mehus, 1741: 230.

(16.) Intelligant prius graecas litteras, et vim verborum probe norint, in quibus nos supra XVIII annum assiduo paene studio versati nullum praestantem graecae linguae nitorem intactum, illectumque dimisimus.

(17.) Lettera che il Viti data fra il 1424 e il 1426, vedi Viti, 2004: 3-72.

(18.) Textus est nitidus et planus et graeco respondens. Mehus, 1741: 139-140.

(19.) Le lettere in cui Bruni affronta il metodo di una corretta traduzioni sono le seguenti: I, 8; III, 19; IV, 1 ; VII, 4; X, 24; X, 26. La numerazione qui seguita e quella utilizzata dal Mehus nel 174le ripresa nell'edizione delle lettere pubblicata da James Hankins nel 2007.

(20.) Alla base stessa del concetto di traduzione sta la solida convinzione del Bruni circa il degrado culturale della sua epoca, e questo e un tema che emerge chiaramente gia nei Dialogi, testo che probabilmente risale agli anni 1401-1403. Interessante notare che nelle due opere che inaugurano la carriera di Bruni come interpres, e cioe la traduzione del De tyranno e dell'Orano ad adolescentes, Bruni non da alcun accenno sulla metodologia da lui seguita nell'approntare le traduzioni. Ma gia nell'opera immediatamente successiva, la traduzione del Phaedon di Platone, l'umanista non afferma di voler in latinum convertere, ma piuttosto di voler interpretari il testo originale, nella piena consapevolezza dell'asserzione ciceroniana non converti ut interpres, sed ut orator. Appare dunque evidente come negli anni l'approccio del Bruni verso le traduzioni sia diventato sempre piu metodologico; prima ancora che in quella dell'Etica, tale evoluzione risulta chiara gia nel proemio alla Vita Marcii Antonii (1405-1406) e nella traduzione del Pro Ctesiphonte (1407). Per una esaustiva analisi sulle traduzioni latine nel primo Rinascimento e sull'opera del Bruni stesso si veda ,2009. Doveroso, infine, almeno un rimando all'opera di James Hankins: Griffiths G, Hankins J e Thompson D,1987.

(21.) Si veda Zeffi,1861. Si veda anche Banniard,1988.

(22.) Berto di Antonio Aldobrandino Cancelliere della Repubblica di Siena morto nel 1446. La dedica ad Bertum Senensem e presente nel manoscritto fiorentino Riccardiano 1030, f. 173r. Proprio nella citta di Siena il Bruni sosto nel 1426 dopo l'ambasceria a Roma presso il papa Martino V, ed in tale occasione potrebbe aver incontrato personalmente Berto Aldobrandini. Si veda: Bertolio, 2012.

(23.) An ut perfidimi, ut improbum, ut libidinosum illum reprehendi? Nihil profecto horum. Quid igitur in illo reprehendi? Imperitiam solummodo litterarum. Hec autem, per deum immortalem, que tandem vituperatici est? Viti, 2004: 152.

(24.) Denique interpretis vitia sunt: si aut male capii quod transferendum est, aut male reddit, aut si id, quod apte concinneque dictum sit a primo auctore ipse, ita "convertit", ut ineptum et inconcinnum et dissipatum efficiatur. Viti, 2004: 158.

(25.) Inexornationibus quoque ceteris conservandis summa diligentia erit adhibenda. Haec enim omnia nisi servet interpres, prima orationis maiestas omnino deperti et fatiscit. Servari autem sine magno labore magnaque peritia litterarum non possunt. Intelligendae sunt enim ab interprete huiuscemodi, ut ita dixerim, orationis virtutes ac in ea lingua, ad quam traducit, pariter repraesentandae. Viti, 2004: 160.

(26.) Cum duo sint exornationum genera-unum, quo verba, alterum, quo sententie colorantur. Viti, 2004: 162.

(27.) I passi citati e tradotti in latino dall'umanista sono i seguenti: Phaed. 237b-238c, Phaed. 257a-c, Eth. Nic. 117B, Eth. Nic. 1103A-b, Eth. Nic. 1105A-b, Polit. 1323A-b, Polit. 1322a.

(28.) Paradigmatico, di tale attitudine , e il rigore filologico con cui Bruni respinge in toto la traduzione la traduzione di Politica, 1297a, passo che nell'edizione curata da Viti nel 1996, viene descritta a pagina 76.

(29.) [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]. Phardus, 238c. L'edizione usata per il testo di Platone e quella edita nel 2011 da Cambridge University Press a cura di Harvey Yunis.

(30.) Nos autem in Latinum transferentes an servaverimus maiestatem elegantiamque primi auctoris nescimus. Conati certe sumus illam servare. Viti, 2004: 170.

(31.) Totus hic locus insigniter admodum luculenterque tractatus est a Platone. Insunt enim et verborum, ut ita dixerim, deliciae et sententiarum mirabilis splendor. Et est alioquin tota ad numerumfacta oratio. Viti, 2004: 166.

(32.) Nam et "in seditione esse animum" et "circa ebrietates tyrannidem exercere" ac cetera huiusmodi translata verba quasi stellae quaedam interpositae orationem illuminant. Ma la propria traduzione delle exornationes di Platone Bruni la presenta altrove anche come un pavimento lavorato a mosaico (hec omnia verba Inter se festive coniuncta, tamquam in pavimento ac emblemate vermiculato, summam habent venustatem). Viti, 2004: 168.

(33.) Questa etimologia porta Bruni a dover mantenere il concetto di sregolatezza anche nella parte precedente della frase, e questo lo porta a rendere con insolentia quello che in greco era invece puiur) (forza).

(34.) Una, quam ex arabe lingua traductam constat pos Averrois Philosophi tempora, quae quoniam anterior est, vetus appellatur. Altera haec posterior, et novior a Britanno quodam traducta, cuius etiam proemium legimus, in quo et Fratrem se Ordinis Praedicatorum scribit, et rogatu confratrum de his transferendis laborem suscepisse. Mehus, 1741: 140.

(35.) Sull'argomento vedi Franceschini, 1950: 279-31. Si veda inoltre Gerl,1981; Neergard,1993.

(36.) Data in cui l'opera viene inviata al dedicatario, l'arcivescovo Francesco Pizolpasso (25 aprile 1407).

(37.) Credo ego,praestantissime princeps ac aetatis nostrae gloria,plerosque mirari, quidsit quod orationem Demosthenis pro Ctesiphonte, traductam iam pridem a Leonardo Arretino, ego quoque nunc traducam, non parum recedens ab illius instituto, quod fieri solet, quotiens priorem interpretem non piane satisfecisse operi existimamus eiusque errata corrigere volumus, res quidem laudando, sed quae in talem virum cadere non potest. Ita enim fere constat, in aliis translationibus a Leonardo omnes, in hac autem edam ipsum a se fuisse superatumadeo omnem vim Demosthenis nitoremque expressi-et quemadmodum si Ciceronisextaret illa conversio, hic non scripsisset, ita post eum scribendum non esse, qui fecit, ne Tullianam magnopere desideremus. Garin, 1962: 138-139.

(38.) L'orazione si trova in Mentis, 1741: CXV-CXXVI.

(39.) (...) Et ut ceteros compluris omittam, quid elegantius quid praestabiliusquid iucundius Leonardo Aretino nostro seu eloquentiam contemplaris, qui ita Ciceronem exprimit, ut sua ex Cicerone magis orla quam imitata dixerim? Sabbadini, 1919.

(40.) Si veda Baron, 1928.

(41.) Sulla base della vastissima diffusione su scala europea di manoscritti delle opere bruniane, tra cui anche il De interpretatione recta, Griffiths, Hankins e Thompson definiscono l'intellettuale aretino come uno tra gli autori piu letti, influenti e conosciuti all'interno dei circoli intellettuali europei nel tardo Quattrocento. A proposito si veda: Griffiths G, Hankins J e Thompson D, 1987.

(42.) Nel suo La maniere del bien traduire d'une langue en aulire (1540) Etienne Dolet, afferma di essersi fedelmente attenuto all'insegnamento del Bruni. Vedi Lloyd-Jones, 2001; Steiner, 1975.

(43.) (...) verum eum quippe et fidelissimum Graecorum interpretum. Huet P D (1757) Opuscolo duo, quorum unum est De optimo genere interpretandi et de caribus interpretis, alterum De origine fabularum Romanensium. Venezia, 1757, 89. Il testo e gia stato citato da Baldassarri in Baldassarri, 2003.

(44.) Notevole e lo stato di aporia a cui porta la teoria proposta da Schleiermacher che prende le mosse da Bruni, ma non va molto oltre. Si veda Schleiermacher, 1813.

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Michele Zanobini

Johns Hopkins University, USA

Autore corrispondente:

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Title Annotation:Article; interpretations of life of Leonardo Bruni; text in Italian
Author:Zanobini, Michele
Publication:Forum Italicum
Article Type:Critical essay
Geographic Code:4EUIT
Date:May 1, 2017
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