Printer Friendly

La stessa fine di Keith Relf.

E come per i quattro moschettieri, pensavo mentre stavo andando in treno a Guastalla per il concerto, il pomeriggio di sabato 20 aprile 2013. Chiamiamolo treno, un trenino, e anche un po' scassato, una littorina, gli e rimasto il nome dal tempo del fascismo, e lo stesso tipo di treno che era in servizio al tempo del Duce. I quattro moschettieri dicevano "uno per tutti, tutti per uno", era il loro celeberrimo motto, pensavo mentre stavo attraversando la campagna della bassa sbiadita dal cielo nero che non prometteva niente di buono e da una caligine diffusa che non era ancora nebbia ma era li li per diventarlo. Un motto che va a pennello anche per i musicisti che suonano in un gruppo rock, come quello in cui ho suonato io per dieci anni. Ero giovane allora, e con quel gruppo, qui dalle nostre parti, avevo un successo della madonna, da essere considerato il miglior chitarrista rock della zona; ai concerti facevo degli sfracelli, James Scapegna e i suoi Fagiani, ci chiamavamo, tutti bravi i miei compagni, l'organista Gino, detto l'Al Kooper della bassa, il bassista Dino, detto il Jack Bruce della bassa, il batterista Pino, detto il Keith Moon della bassa, ma la vedette ero io, che cantavo e suonavo la chitarra ritmica e solista, cercavo di cantare come Keith Relf e di suonare la chitarra come Keith Richards, due Keith.

Sulla littorina diretto a Guastalla, mentre guardavo la campagna sfilarmi sotto gli occhi, pensavo che nel gruppo eravamo molto uniti, proprio come i quattro moschettieri, uno per tutti e tutti per uno, appunto, un motto che calzava a pennello anche per noi, perche io, James Scapegna, che ero il grande solista e quindi il grande richiamo dello spettacolo, mettevo in luce loro che senza di me non avrebbero brillato in alcuna maniera, e loro, Gino, Dino e Pino, erano tutti per me, compatti a formare un tutt'uno a mio unico sostegno, a sostegno dei miei assolo alla chitarra che, a parte la modestia, erano cosi efficaci e ben costruiti che non solo mandavano in estasi gli ascoltatori, nonostante non capissero niente di musica--sino ad allora avevano ascoltato solo del liscio--, ma mandavano in estasi me medesimo che li suonavo, il che mi faceva gongolare; non c'e nessun chitarrista rock migliore di me, pensavo alla fine delle mie performance mentre stringevo le mani dei complimentosi auditori, gente ammirata dai miei svolazzi chitarristici che mai nessuno nelle band di liscio osava fare.

Non ho mai capito perche ai miei compaesani, che se non erano contadini erano figli di contadini, piacesse la mia musica; forse perche il rock che facevo prendeva dal country e dal blues, musiche abbastanza contadinesche, e piaceva loro nonostante non vedessero di buon occhio i miei capelli lunghi, con un taglio new french line che si sposava col look sharp di giacche tonic a tre o quattro bottoni e di pantaloni stretti; ma cercavo di capirli, essendo contadini o figli di contadini avevano poca dimestichezza con la musica, ogni tanto ascoltavano un po' di liscio alle feste da ballo domenicali organizzate nell'aia della cascina, e altrettanta poca dimestichezza con i nuovi costumi cittadini, con i vestiti alla moda e le pettinate bizzarre, dato che loro si vestivano ancora come i loro padri, che a loro volta si vestivano come i loro nonni, che a loro volta si vestivano come i loro bisnonni, da contadini.

Ormai era passato molto tempo da quando avevo attaccato la chitarra al chiodo, per la precisione trentasei anni, avevo fatto il conto, attaccata al chiodo per le tante delusioni sopravvenute; dovrei pero dire le chitarre al chiodo, non la chitarra; ne avevo due, scelte fra gli stessi modelli che usava Keith Richards, una Gibson Les Paul, la principale, e una seconda per esecuzioni particolari, una Fender Telecaster. Keith Richards la sua l'aveva soprannominata Micawber, un personaggio di David Copperfield perche Keith Richards era un grande fan di Dickens, quindi anch'io dovevo dare un nome alla mia, cosi l'avevo soprannominata Leuco, perche in quel periodo, dal 1965, quando avevo cominciato a suonare da professionista, al 1976, quando avevo smesso, non facevo che leggere Pavese, e la mia Leuco, come aveva fatto Keith Richards per la sua Micawber, la tenevo accordata in modo cosiddetto aperto, in sol, con cinque corde, non sei, avevo tolto la sesta corda piu grossa, il mi basso, e avevo abbassato di un tono sia la quinta corda, portandola da la a sol, sia la prima, il mi cosiddetto cantino, portandola da mi a re, in modo che suonando a cordiera libera veniva fuori l'accordo di sol maggiore, e da li potevo giostrare in mille modi creando un accompagnamento arzigogolato che era difficile pensare che potesse uscire da un'unica chitarra.

Le due chitarre, chiuse nelle loro custodie, le avevo con me sul treno, rispolverate e lucidate dopo trentasei anni che erano state dimenticate dentro a un armadio in solaio, e da dieci giorni mi stavo esercitando per recuperare un minimo di manualita; subito mi sembrava di avere dimenticato tutto, ma piano piano mi sono sladinato e ho ritrovato la scioltezza e la verve del periodo d'oro, almeno cosi mi pareva, e almeno cosi speravo, perche a Guastalla non avrei assolutamente dovuto fare brutta figura. Hanno cosi tanto insistito, quando mi hanno telefonato per invitarmi, che mi ero persino commosso. Gli organizzatori ci tenevano molto che partecipassi alla loro kermesse musicale, sapevano bene chi ero e cosa avevo fatto per la musica, il che mi aveva lusingato, ma sul momento avevo risposto di no, un no deciso, poi a poco a poco mi sono ammorbidito, sia per le insistenze, sia per i loro apprezzamenti--apprezzamenti di giovani che nemmeno mi avevano mai sentito suonare, a meno che qualcuno di loro non avesse avuto per le mani e avesse ascoltato uno dei miei due quarantacinque giri, chi lo sa, puo anche darsi, avrei potuto chiederglielo ma sul momento non m'era venuto a mente, comunque mi avevano detto che conoscevano la mia storia, di come suonavo bene, anzi, benissimo, tanto che una rassegna musicale sulla storia della chitarra rock nella nostra provincia non poteva esistere senza di me, mi avevano detto proprio cosi, testuali parole, non poteva esistere senza di me, e alla fine ho detto si, stando cosi le cose non potevo mancare a questa rassegna musicale storica che senza di me, sono pienamente d'accordo, non poteva avere nessun significato.

Purtroppo fra gli invitati c'era anche Bosio the King, questo e il nome d'arte, il nome vero e Walter Spaggiari, ve lo raccomando, lo conosco bene, un asino di prima riga che non ne ho mai visto uno uguale, un pallone gonfiato che mi stupisco che ancora non sia scoppiato. Era stata principalmente colpa sua se avevo appeso la chitarra al chiodo, va be', colpa anche di altre cose, per esempio il successo che oltre i confini della provincia non mi arrivava, e non capivo il perche, pensavo sulla littorina guardando assorto fuori dal finestrino, proprio non capivo come mai, se dentro i confini della provincia ero conosciuto anche dai sassi, fuori dai confini invece rimanevo un perfetto Cameade; la stessa cosa anche per i due dischi a quarantacinque giri che avevo registrato, un discreto successo di vendite qui nella provincia, mentre in campo nazionale quasi zero, nessuno si era accorto dei dischi e di me; c'e anche da mettere in conto che questa grande fama presso i miei compaesani dopo un apice difficilmente eguagliabile aveva cominciato a calare, calare a vista d'occhio, tanto che alla fine, proprio in concomitanza all'avvio di carriera e alla fulminea ascesa di Bosio The King, nei miei concerti si vedevano sempre meno persone, da mille erano passate a cinquecento, poi a cento e infine a dieci, perche i nuovi giovani che avevano soppiantato i giovani della generazione precedente avevano altri gusti, non compativano piu una musica, la mia, che ora consideravano antiquata, rozza, che sapeva di vecchio e di falso, orientandosi verso la musica nuova, quella di Bosio the King, piu a la page, al passo coi tempi, mentre per me era proprio la musica nuova, quella di Bosio the King, che era falsa e antiquata, e non la vecchia, cioe la mia, invece autentica e gagliarda; non avevo dubbi che fosse proprio la sedicente musica nuova di Bosio the King a essere vecchia, una musica aggrappata ai virtuosismi e alla velocita portata al massimo, senza contare che erano finti virtuosismi perche il rapidissimo diridin diridin diridin di Bosio the King sulle corde della chitarra era tutto un bluff, andava veloce ma suonava le note a casaccio, tutta roba che comunque lasciava di stucco le menti ancora deboli dei figli di contadini dell'ultima generazione, ora trasferitisi dalla campagna alla citta e diventati operai o bottegai, menti non molto sofisticate che si facevano abbindolare dalla pirotecnia, perche Bosio the King, al secolo Walter Spaggiari, aveva appunto portato nella nostra provincia il rock pirotecnico, con la chitarra faceva assolo cosi veloci che la gente non poteva credere ai propri occhi e alle proprie orecchie, le dita della sua mano sinistra sfarfallavano su e giu sulla tastiera che non si vedevano dal gran che andavano veloci; note giuste o sbagliate, io comunque ero sempre stato contrario all'arte pirotecnica, all'arte che vuole colpire per il suo virtuosismo, perche molte volte oltre allo sfoggio di abilita non c'e niente, tabula rasa di pensiero, di idee, di estetica, di responsabilita artistica, zero di zero, ma di questo cosa volete che gli freghi alla platea del popolino?, che gli basta e avanza stupirsi di fronte all'ostentazione di bravura tecnica, come i bambini che seguono i numeri d'abilita del circo, soprattutto i numeri dei giocolieri che lanciano in aria i birilli, o dei trapezisti che si buttano nel vuoto e si acchiappano al volo con mille piroette, uguale. Un'altra bastonata, decisiva per farmi attaccare la chitarra al chiodo, era stata poi l'onta inflittami da Bosio the King con il suo disco a quarantacinque giri che aveva scalato le classifiche nazionali della hit-parade raggiungendo il terzo posto e che era stato trasmesso persino dalla radio, mentre i miei due, incisi rispettivamente solo tre anni e un anno prima del suo, avevano fatto fatica a vendere qualche centinaio di copie dentro i confini della provincia, mentre in campo nazionale si erano rivelati due flop.

La littorina procedeva con la sua giusta velocita, non era certo un razzo, si fermava a ogni paesino, Pratofontana, Bagnolo, San Tomaso della Fossa, Pieverossa, Novellare, San Bernardino, in mezzo a ogni paesino vedevo scorrere dai finestrini la campagna della bassa, una zona chiamata bassa perche, giu dalle montagne e a cominciare da dove finiscono le colline, la pianura scende digradando lentamente ma inesorabilmente verso il fiume Po e verso Guastalla, paese che da proprio sul fiume, sino ad arrivare a pochi metri sopra il livello del mare, campagna della bassa apparentemente monotona, ma io sapevo trovarci sempre qualcosa di nuovo e degno di essere osservato. Per togliermi dalla mente la volgare e disonesta figura di Bosio the King, che mi perseguitava, quel giorno mi ero fissato con le case abbandonate, casolari abbandonati dai contadini e andati alla malora, tipici casolari da contadini della bassa, dove un porticato divide l'abitazione dei villani da una parte e la stalla e il granaio dall'altra, ma anche qualche cascina a corte, con tutto quello che comprendevano nelle loro strutture a pianta rettangolare, con al centro la corte, cioe l'aia, e attorno i vari edifici agricoli, l'abitazione dei contadini vera e propria, la stalla, il fienile, il silo, il granaio, il magazzino, a volte anche un caseificio, un pozzo, un forno a legna come quello che si trova a Pompei, un mulino, tutto lasciato andare, tutto diroccato, una generale semi-distruzione di cui facevo appena in tempo, pur se moltiplicavo l'attenzione e aguzzavo lo sguardo, a constatare la gravita, perche dalla littorina potevo dare solo una rapida e fuggevole occhiata.

La desolante vista di quei casolari abbandonati mi portava a pensare alla stupidita dei contadini che li avevano lasciati per andare ad abitare in citta e lavorare in fabbrica; poi, arrivato alla stanzioncina di San Bernardino, l'ultima prima di Guastalla, tornai di nuovo alla realta pensando a quello che mi aspettava la a Guastalla, che non ero mica del tutto convinto di avere fatto bene ad accettare l'invito gentile, ma un po' troppo insistente, degli organizzatori della kermesse musicale. Mi avevano anche dato il programma, in cartellone una sfilza di chitarristi noti e meno noti che si erano fatti valere nella nostra provincia dagli anni sessanta a oggi e che si sarebbero esibiti accompagnati da un gruppo fisso di base composto da organo, chitarra ritmica, basso elettrico e batteria, al quale gruppo ognuno dei solisti, me compreso, aveva fatto avere a tempo debito le partiture dei due brani che avrebbe eseguito, due brani ciascheduno, in modo che non si trovassero impreparati.

Eravamo in dieci chitarristi, li avevo scritti nel quadernetto che mi portavo dietro, nell'ordine in cui me li avevano dettati al telefono, ognuno che aveva come modello un grande solista rock; avevo scritto:

Berto Orietti, e fra parentesi avevo messo alla Scotty Moore, poi:

Ivo Nicchio (alla Jimmy Page), Bosio The King (alla Alvin Lee), Zucco Re {alla David Gilmour), Augusto Zingari (alla Jimi Hendrix), Paolo Brutti (alla Eric Clapton), Chiaro Ferretti (alla Slash), Gianni Paollio (alla Peter Frampton) e Luciano Naiffi (alla Ritchie Blackmore).

Sottinteso che io, James Scapegna, avrei suonato alla Keith Richards. Fra tutti questi, i piu noti e importanti eravamo proprio io e Bosio The King, quel Bosio the King che mi aveva scalzato dal trono di miglior chitarrista della bassa per andarcisi a sedere lui con il suo solito fare borioso e spaccone. Se da una parte ero timoroso di fare una brutta figura, che per me sarebbe stata una tragedia, dall'altra mi sentivo ora sicuro che avrei fatto polpette di Bosio The King, sono quelle cose che a un certo punto si avvertono e si trasformano dentro di te da speranza in convinzione e poi in certezza.

Avrei anche preso una bella rivincita, perche contro Bosio the King avevo perso un duello in occasione di quello che sarebbe stata la mia ultima esibizione in pubblico, il 14 maggio 1976 alla festa dell'Unita, su alla Fola. C'era anche Bosio the King, c'eravamo esibiti nella stessa arena: gli organizzatori avevano avuto una buona idea, mettere a confronto diretto il chitarrista rock che aveva dominato il decennio passato e il chitarrista rock astro nascente che avrebbe dominato quello a venire, allestendo nell'ampia arena del parco della Fola due palchi contrapposti, dove in uno mi sarei esibito io con i miei Fagiani e in quello opposto Bosio the King con i suoi Scherani. Un brano a testa, alternativamente, appena io con i miei Fagiani finivamo un pezzo, subito dalla parte opposta della pista Bosio the King con i suoi Scherani ne cominciava uno suo, quando finiva ricominciavo io, e via cosi, come a ping-pong. Un vero e proprio duello, dove sono stato schiacciato e umiliato. Non che avessi suonato male, ma il pubblico mi aveva ormai voltato le spalle. Rivedo quel nuovo pubblico di ex contadini, ora riscattati dalla fatica del lavoro dei campi per andare a lavorare in fabbrica con il tempo scandito dalla timbratura dei cartellini e dalle sirene della pausa pranzo, che, mentre suonava il sottoscritto, era distratto e annoiato, quando invece cominciava Bosio the King, si ridestava dal torpore acclamandolo pieno di entusiasmo con urla, applausi e fischi. Mi rivedo com'ero ridotto alla fine del concerto, avvilito e prostrato, e mi rivedo mentre guardo Pino, Gino e Dino che mi guardano avviliti e prostrati, provando pena per quello che era sempre stato il chitarrista migliore del territorio, il loro leader indiscusso, quella sera sconfitto. E mi vedo mentre sfilo mesto, che sembro un cane bastonato, i jack dalle chitarre e dagli amplificatori, arrotolo i fili, smonto la pedaliera degli effetti e penso che se fino allora ero stato indeciso se appendere la chitarra al chiodo o non appenderla, dopo quella sfida da me miseramente perduta, convinto che non avrei piu avuto possibilita di riscatto, decido di prendere la definitiva e irrevocabile risoluzione di appenderla per sempre, determinato a cambiare totalmente vita e allontanarmi dal cosi tanto decantato mondo dell'arte.

Un'umiliazione simile per me era troppo; piu di una goccia che fa traboccare il vaso; era stata una cascata del Niagara che disintegra il vaso. Il giorno dopo avevo gia sciolto il gruppo e salutato tutti; Gino, Dino e Pino piangevano dal gran che erano dispiaciuti, anche se due mesi dopo erano gia nel gruppo di Bosio the King, nelle fila del nemico!, che li aveva assoldati licenziando, senza pensarci due volte, i propri strumentisti, solo perche erano un pochino piu scarsi, tanto per dire come anche fra i musicisti, cioe fra persone che producono arte, che secondo me a produrre arte ci dovrebbero essere persone sensibili e piene di virtu, vige la regola suprema della slealta, delfirriconoscenza, del tradimento, del metterla nel culo.

Cosi come artista ho seguito l'esempio di Garibaldi, mi sono ritirato a Caprera, e ho cercato lavoro trovandone uno come impiegato in un'azienda di costruzione di casse acustiche di hi-fi, dove avrei avuto le mie belle soddisfazioni, si puo vivere anche senza musica, soddisfazioni perche non mancavo di dare i miei utili consigli ai costruttori, ingegneri elettronici spesso ignari delle fondamentali leggi di acustica, che li accoglievano con entusiasmo: erano quisquilie, ma importanti per calibrare l'esatto equilibrio del suono fuoriuscente dalle casse, perche l'hi-fi e una cosa delicata, basta un nonnulla per mandare a catafascio il lavoro di mesi: quegli ingegneri costruttori, prima che arrivassi io, lo sapevano bene, l'avevano provato sulla propria pelle.

La chitarra non l'avrei piu toccata per trentasei anni di fila, per farlo sarei dovuto arrivare alla pensione, al 2012, quando mi hanno telefonato due ragazzini di vent'anni che volevano a tutti i costi che partecipassi alla rassegna di chitarre rock da loro organizzata.

Seduto sul sedile di legno guardando fuori dal finestrino, costatando che il tempo buttava deciso al brutto e foschi nuvoloni avevano coperto il cielo, continuavo a pensare ai trentacinque anni passati a lavorare presso la ditta di casse acustiche di hi-fi, negli ultimi dieci ristrutturata, per non affondare nei debiti, con l'ampliamento della produzione alle attrezzature fotografiche, agli elettrodomestici da cucina e ai rasoi elettrici, quando dovetti smettere di rivangare il passato perche la littorina con un paio di fischi sgraziati annuncio che stava per arrivare in stazione a Guastalla.

Indossato il giubbetto, ravvivato il ciuffo incanutito, che ancora potevo esibire nonostante i miei sessantotto anni, avevo impugnato i manici delle due custodie contenenti le mie due chitarre, non senza fatica perche gli acciacchi dell'eta si facevano sentire, soprattutto con l'umidita che c'era nell'aria quel giorno, e scesi sulla banchina, dove non avevo nemmeno fatto in tempo a fare tre passi guardandomi intorno disorientato che mi sono sentito chiamare, signor Scapegna!, signor Scapegna!

Erano i due organizzatori, dei ragazzi che avrebbero potuto essere i miei figli, che mi erano venuti a prelevare per portarmi nel luogo dell'esibizione musicale. Sulla macchina guidata da uno dei due, dopo aver lasciato la stanzioncina e preso la circonvallazione, ci dirigemmo verso l'argine del Po li vicino, mentre aveva cominciato a piovere una pioggerellina leggera; prendemmo poi la strada che porta nell'ampia golena piena di alti pioppi leggermente piegati dal vento che nel frattempo si era sollevato fastidioso, c'era anche una strana elettricita nell'aria, sino ad arrivare a una radura dove era stato innalzato un ampio e spazioso capannone di grossa tela, sotto il quale, da un lato, c'era un palco dove gia stavano suonando i musicisti del gruppo di base, provavano i pezzi in scaletta seguendo le partiture che i solisti partecipanti avevano spedito loro; di fronte al palco erano state allineate a formare la platea come minimo seicento sedie bianche di plastica, divise in due parti per lasciare un varco nel mezzo adibito a corridoio, per la sicurezza.

Scesi dalla macchina e saliti sul palco, i due ragazzi organizzatori mi hanno presentato ai musicisti che, quando hanno saputo che ero James Scapegna gli si sono accesi gli occhi dal piacere; quelli che erano a sedere, il batterista e l'organista, si sono alzati e tutti, sorridendo con ossequio misto a soggezione, hanno fatto riverenti un cenno d'inchino, come i musicisti di un'orchestra sinfonica, gia sistemati nei posti assegnati per il concerto, trattano il loro celebre direttore, Carlos Kleiber, o Leonard Bernstein, o Herbert von Karajan, o Wilhelm Furtwangler, o Claudio Abbado, o Bruno Walter, quando fa la sua entrata da divo sul palco. Ero compiaciuto, prima i due giovani organizzatori, adesso questi giovani musicisti che mi rispettano e onorano, pensavo, si vede che non ho poi suonato invano in quei dieci anni della mia gioventu totalmente dedicati alla chitarra rock, la mia fama non e finita in niente, come credo invece finira inesorabilmente quella di quel millantatore che risponde al nome di Bosio the King, al secolo William Spaggiari.

L'inaspettata alta considerazione verso la mia figura di chitarrista non solo mi aveva rincuorato e lusingato, ma anche scacciato i timori che fino a quel momento mi avevano tormentato. Ora mi sentivo addirittura spavaldo nell'afFrontare la prova che mi aspettava, altro che non partecipare; ora per fortuna che partecipavo, pensavo, e avrei fatto di certo la mia bella figura, nonostante il fuori esercizio e gli ammacchi dell'eta; ero arrivato a pensare che addirittura avevo fatto male ad appendere la chitarra al chiodo, sarebbe stato meglio che avessi continuato a suonare, fregandomene del successo di quel pallone gonfiato del mio rivale, mica sempre chi ha successo fa delle cose belle e buone, soprattutto nel campo dell'arte, allo stesso modo mica sempre chi il successo non ce l'ha fa delle cose brutte e cattive. Ora ero cosi sicuro di me stesso che pensavo con soddisfazione che, con la forza della mia arte, avrei schiacciato come un verme, quale in effetti era, Bosio the King e la sua sicumera virtuosistica, facendolo scappare coda fra le gambe per non farsi mai piu vedere. Ora ero sicuro che l'avrei distrutto, distrutto con la qualita delle note, con la bellezza dei fraseggi, con il ritmo travolgente, lasciando a lui la pratica della mera e insignificante velocita fine a se stessa, buona solo ad abbindolare i gonzi e gli ingenui. Mi sarei preso una bella rivincita, dopo la bruciante sconfitta di quell'ormai lontano 14 maggio 1976, all'arena del parco Fola, per quello che poteva valere una rivincita dopo che erano trascorsi ben trentasei anni e per quello che poteva valere una rivincita per un vecchio gia in pensione come me, che presto sarebbe stato preso e portato via da quella orrenda figura con la falce che prima o poi prende e porta via tutti, senza scampo.

La pioggia era aumentata d'intensita, ma quel capannone era stato ben piazzato, teneva abbastanza bene gli scrosci, facendo risuonare il picchiettio fitto dell'acqua sul telone della volta. Adesso, come gia avevano fatto alcuni dei solisti partecipanti alla kermesse e come avrebbero fatto i rimanenti dopo di me, dovevo provare col gruppo di base i due pezzi che avevo scelto: Carol e Time Is On My Side.

Ho aperto la custodia della mia Gibson Les Paul, l'ho attaccata aH'amplificatore, l'ho messa a tracolla, ho dato un cenno d'intesa ai musicisti e prima di dare loro il quattro ho fatto per regolare le manopole del volume e sono rimasto fulminato stecchito. Un corto circuito della chitarra difettosa, vecchia e mai controllata in trentasei anni per un minimo di manutenzione; un corto circuito favorito dall'umidita di quella giornata piovosa, avevo anche le mani e i piedi bagnati, e dall'elettricita che si sentiva nell'aria. Sono stramazzato secco sul palco, disteso supino sul tavolato con le braccia e le gambe allargate, la chitarra sulla pancia e il corpo che fumava. Avrebbero detto che per un millesimo di secondo si era visto il mio corpo illuminarsi come una lampadina e diventare trasparente, mettendo in mostra la sagoma dello scheletro. E stata la stessa fine di Keith Relf, il cantante degli Yardbirds, sceso nel seminterrato della propria abitazione, dove aveva allestito un personale studio di registrazione, per fare qualche prova con la chitarra, evidentemente difettosa, perche appena presa in mano era stato fulminato all'istante per un corto circuito derivato da una cattiva messa a terra dello strumento. Era il 14 maggio 1976, il medesimo giorno in cui avevo deciso di appendere definitivamente la chitarra al chiodo.

DOI: 10.1177/0014585815583274

Aldo Gianolio

Scrittore, Reggio Emilia, Italia

Corresponding author:

Aldo Gianolio, via Col di Lana 8, 42124 Reggio Emilia, Italia.

Email: aldogianolio@tin.it
COPYRIGHT 2015 State University of New York at Stony Brook, Center for Italian Studies
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2015 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Title Annotation:Notes; guitarist recounts playing concert towards the end of his career
Author:Gianolio, Aldo
Publication:Forum Italicum
Date:Aug 1, 2015
Words:4098
Previous Article:Cantare quei giorni. La ballata di Joe Mitraglia.
Next Article:La nuova Italia del miracolo economico: "un disco per l'estate" mezzo secolo fa.
Topics:

Terms of use | Privacy policy | Copyright © 2021 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters |