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La giurisdizione episcopale nell'alto medioevo. Riflessioni sul principio <> sancito dal can. VIII del Concilio di nicea I (325).

RESUMEN

El articulo consiste en un examen sintetico, en clave historico-juridica, de la administracion del sacramento del orden en la Alta Edad Media. Dado que en la epoca apostolica e inmediatamente posterior los limites territoriales de las estructuras organizativas eclesiasticas no eran claros ni estaban definidos en el sentido actual, la potestad propia de los obispos se expresaba no como un poder sobre un espacio territorial en cuanto tal, sino sobre las personas y cosas que les habian sido confiadas por efecto de la consagracion recibida y del correspondiente encargo pastoral.

La necesidad, ligada a la concreta praxis de gobierno, de un ejercicio ordenado de la potestad episcopal parece ser el unico motivo que se encuentra en la base de las disposiciones contenidas en el canon VIII del Concilio I de Nicea que previeron, en el despliegue de la actividad espiritual, la conocida regla <<un solo obispo por ciudad>>, y que son analizadas en el presente estudio.

El principio cardinal de la potestad episcopal era siempre el apostolico de la discretio potestatis, mitigado por el criterio de la competencia exclusiva del obispo propio sobre los fieles confiados a su cuidado pastoral.

Palabras claves: Potestad episcopal, Orden sagrado, epoca alto-medieval.

ABSTRACT

The article is a synthesized legalhistoric examination of the administration of the sacrament of Holy Orders in the Early Middle Ages. Given that in the apostolic era and immediately afterwards the territorial limits of the organizational structures of the Church were not clear or defined as we now understand, the power of the bishops was not expressed as power over a physical territory as such, but over the people and things which had been entrusted to them by the consecration they had received and the corresponding pastoral commission.

The necessity for an ordered exercise of episcopal power, linked to the specific praxis of government, appears to be the only reason to be found as a basis for the provisions contained in Canon VIII of the First Council of Nicea which stated, among great spiritual activity, the well-known rule <<but one bishop of one city>>, which are analyzed in this study.

The cardinal principle of episcopal power always was the apostolic one of discretio potestatis, mitigated by the criterion of the exclusive responsibility of the bishop for the faithful who were entrusted to his pastoral care.

Keywords: Episcopal Power, Holy Orders, Early Middle Ages.

SUMARIO

I * CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE: LA NON ESCLUSIVITA COME PREROGATIVA ESSENZIALE DELLA GIURISDIZIONE. CONCETTO E PARAMETRI TEOLOGICO-GIURIDICI DI RIFERIMENTO IN GENERALE. II * LE PECULIARITA NELL'AMMINISTRAZIONE DEL SACRAMENTO DELL'ORDINE NELL'ALTO MEDIO EVO: IL PRINCIPIO DELLA COMPETENZA EPISCOPALE TERRITORIALMENTE ILLIMITATA E LA NATURA PERSONALE E STABILE DEL VINCOLO GIURISDIZIONALE TRA CHIERICI E VESCOVO PROPRIO. III * IL CONTENUTO DEL CAN. VIII DEL CONCILIO DI NICEA I. ANALISI ESEGETICA E VALUTAZIONI CRITICHE IN ORDINE ALLA TEMATICA DELLA GIURISDIZIONE EPISCOPALE: L'ESIGENZA PRATICA DI UN ESERCIZIO PACIFICO E ORDINATO DELLA POTESTA LOCALE. IV * RILIEVI RIASSUNTIVI E CONCLUSIVI.

I. CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE: LA NON ESCLUSIVITA COME PREROGATIVA ESSENZIALE DELLA GIURISDIZIONE. CONCETTO E PARAMETRI TEOLOGICO-GIURIDICI DI RIFERIMENTO IN GENERALE

Una caratteristica essenziale del rapporto di giurisdizione consiste nella non esclusivita, ovvero nella possibile pluralita di rapporti, personale e territoriale, che possono instaurare, a determinate condizioni, gli stessi soggetti nel medesimo spazio geografico. Inoltre, come la dottrina ha avuto sovente occasione di dimostrare, anche di recente, lo stesso fattore territoriale non costituisce un elemento essenziale e costitutivo della potesta di regime (1).

Il concorso di giurisdizioni (2) nello stesso territorio, peraltro, non rappresenta un pericolo per l'unita della Chiesa particolare; in particolare, il fatto che uno stesso gruppo di fedeli laici sia vincolato a due pastori--uno territoriale ed uno personale--titolari di altrettante potesta giurisdizionali (3), non pare che ostacoli ma, semmai, faciliti la cura pastorale dei fedeli stessi.

Certamente, vari Concili nella storia della Chiesa hanno chiaramente affermato, come meglio si vedra pio avanti, il principio dell'unita territoriale nell'esercizio della giurisdizione (4), stabilendo la famosa regola <<un solo Vescovo per citta>> (5). Tuttavia, il concorso di giurisdizioni nello stesso territorio non contrasta affatto con detto principio.

Infatti, un conto e sostenere che il principio territoriale sia il criterio principale ed ordinario nella disciplina della giurisdizione ecclesiastica, perche consolidatosi come tale nella tradizione della Chiesa, considerando eccezionali o marginali tutti gli altri (6); altro e sostenere che sia l'unico teologicamente possibile e lecito (7). Come e stato giustamente affermato, infatti, nella Chiesa Romana non possono esserci obiezioni --ne teoriche, ne pratiche-- al fatto di mantenere, o di aver mantenuto in passato, in un solo luogo varie giurisdizioni ecclesiastiche distinte per rito, lingua, nazionalita o per altri fattori personali, perche il criterio di unita va sempre cercato a Roma, cioe fuori da queste giurisdizioni (8).

D'altra parte, l'esperienza concreta della Chiesa, attuale e remota, ha individuato diverse ipotesi in cui si manifesta, a determinate condizioni, la potenziale pluralita di relazioni di giurisdizione in capo agli stessi soggetti, nello stesso territorio. Nell'ordinamento canonico vigente, in particolare, dal lato attivo, sono frequenti le ipotesi in cui la posizione giuridica di uno stesso Vescovo risulta plurima, articolandosi in giurisdizioni diverse (9).

In realta, la necessita di mantenere rapporti di giurisdizione diversi nello stesso territorio appare da sempre come normale conseguenza dell'esercizio della funzione episcopale (10). Infatti, la missione della Chiesa non puo prescindere dal lavoro pastorale che emerge dallo sforzo comune e dall'intesa di quanti sono stati investiti di incarichi episcopali (11). La collaborazione tra i diversi Pastori nell'esercizio della <<missio canonical>> rispettivamente ricevuta, e, quindi, ove ne esistano le condizioni, il concorso di giurisdizioni territoriale e personale, risultano necessari per un pio efficace ed incisivo perseguimento del fine supremo della Chiesa.

La necessita di un tale rapporto costante tra i titolari di uffici episcopali non e altro che la conseguenza della dimensione collegiale dell'episcopato e di una concezione diaconale della giurisdizione ecclesiale che viene ricevuta con la <<missio canonica>> (12). Ogni singola attuazione del ministero episcopale individuale, portata avanti in un contesto di comunione collegiale, include la solidarieta e la positiva ricerca di armonia tra la propria missione e quella affidata agli altri confratelli dell'episcopato (13).

Nelle pagine che seguono, ci si propone di dimostrare che le affermazioni sopra riportate rientrano nel patrimonio dottrinale, teologico e giuridico, costantemente affermato dalia Chiesa Romana. In particolare, dopo avere individuato le particolarita nell'amministrazione dell'ordine sacro nei primi secoli del Medio Evo, verra esaminato il contenuto essenziale del can. VIII del Concilio di Nicea I, che si occupava, appunto, dell'unita della giurisdizione del Vescovo diocesano; si tentera cosi di individuarne ii senso autentico ed ii reale fondamento teologico-giuridico.

II. LE PECULIARITA NELL'AMMINISTRAZIONE DEL SACRAMENTO DELL'ORDINE NELL'ALTO MEDIO EVO: IL PRINCIPIO DELLA COMPETENZA EPISCOPALE TERRITORIALMENTE ILLIMITATA E LA NATURA PERSONALE E STABILE DEL VINCOLO GIURISDIZIONALE TRA CHIERICI E VESCOVO PROPRIO

Nel IV secolo si verifico una notevole opera di produzione normativa nell'ambito della storia della Chiesa, rispetto ai secoli precedenti. Il motivo pare identificabile in una serie di circostanze sociali e culturali ri collegabili fondamentalmente all'espansione del cristianesimo in condizioni di liberta, con la conseguente moltiplicazione delle comunita locali, che provocarono un'intensa attivita conciliare regionale o particolare.

La questione dell'esercizio disciplinato e pacifico dell'attivita pastorale fu considerata di importanza centrale, nel contesto di detta attivita normativa, a seguito dell'insorgenza di problemi fino aquel momento pressoche sconosciuti. Una delle questioni che fu affrontata sempre piu di frequente, a partire da tale secolo, nelle assemblee episcopali fu quella della competenza ad amministrare ii sacramento dell'ordine. Il conferimento di un sacramento era considerato, innanzitutto, un'attivita di natura evidentemente spirituale, dalia quale derivavano effetti sovrannaturali, pur non sempre dipendenti solo dalia disposizione di colui che lo riceveva o da chi lo amministrava. Per quanto concerneva, in particolare, il sacramento dell'ordine, andavano infatti presi in considerazione pure i rilevanti effetti sociali che si evidenziavano nella comunit***** con il collocare il soggetto del sacramento in una posizione peculiare rispetto agli altri membri della Chiesa.

I principi che vennero generalmente stabiliti furono finalizzati all'affermazione dell'esclusiva competenza episcopale, in linea teorica e generale, ad imporre le mani amministrando detto sacramento; nonche a rispettare la regola dell'intervento del Vescovo proprio del candidato nella relativa ordinazione. Difatti, un aspetto essenziale ricorrente nella disciplina antica fu il divieto <<ad liceitatem>> di ordinare chierici o di accoglierli in una chiesa diversa senza il consenso del Vescovo proprio (14).

Dette norme, pur partendo dalia concezione basica della potesta ecclesiastica intesa in un senso esclusivamente spirituale --senza limiti territoriali al suo esercizio-- approdavano all'idea di un rapporto giurisdizionale stabile tra Vescovo proprio ed i candidati alla sacra ordinazione, che richiedeva necessariamente, si e detto, la partecipazione del primo all'amministrazione del sacramento, con la connessa proibizione a qualsiasi Vescovo di ordinare sudditi altrui. Tuttavia, tale rapporto era di natura personale e non gia territoriale, per ii semplice motivo che all'epoca l'attivita pastorale concentrata nella diocesi non era ancora facilmente circoscrivibile in senso geografico a causa dell'inesistenza di frontiere ben determinate (15). Di conseguenza, la sola consacrazione episcopale poteva indurre lecitamente il Vescovo ad un esercizio generale ed indeterminato della sua potesta, senza eccessive preoccupazioni per eventuali regole di localizzazione che non risultavano, all'epoca, affatto precise.

Del resto, la rinnovazione di tali regole, formulate nei successivi Concili, in riferimento a varie materie (si parte da Nicea I (16), per arrivare ad Antiochia (17), Costantinopoli (18), Arles (19), ecc.), e indice vero simile delle difficolta dei Vescovi nell'adattarsi all'osservanza appunto di quelle specifiche norme che impedivano loro l'esercizio indifferenziato della potesta d'ordine, fuori o dentro ii rispettivo territorio, sia sui propri sudditi che sui sudditi altrui (20). Infatti, sebbene proprio nei secoli IV e V si stesse assestando la ripartizione territoriale nell'organizzazione della Chiesa, i relativi limiti delle strutture comunitarie ecclesiastiche erano imprecisi per via dell'istituzione graduale di nuove diocesi nello spazio geografico appartenente ad altre pio estese ed antiche, oppure in territori non abitati da cristiani, o di nuova evangelizzazione (21).

Va sottolineato, tuttavia, che le nuove regole non venivano statuite solo per motivi pratici di disciplina pacifica ed ordinata nell'esercizio della giurisdizione, sebbene questo fosse in ogni caso un motivo essenziale; tali disposizioni rappresentavano principalmente un riflesso della dottrina teologico-giuridica dell'affidamento (<<missio>>) di un determinato <<coetus>> (comunita) di fedeli alla cura spirituale di un pastore, che ne assumeva, dunque, la gestione e la responsabilita esclusiva. Tale affidamento, dunque, costituiva la fonte del conseguente rapporto di giurisdizione che veniva a costituirsi tra pastore e fedeli, di natura nitidamente personale, perche la potesta giurisdizionale --e la connessa responsabilita-- del primo seguivano il fedele in qualunque luogo dell'orbe cattolico si spostasse (22).

Per tali ragioni, la <<discretio potestatis>>, tipica dell'epoca apostolica, continuava ad applicarsi come principio cardine dell'attivit***** pastorale, con l'unico limite --di natura personale-- dettato dall'affidamento di una determinata comunita al pastore proprio, che ne diventava sostanzialmente titolare esclusivo, in relazione alla <<ordinaria cura animarum>> del fedeli stessi. Dato che i limiti territoriali delle strutture organizzative ecclesiastiche non erano chiari e definiti, nel senso odierno, la potesta propria del Vescovo si evidenziava come potere non su di uno spazio territoriale in quanto tale, bensi sulle persone e cose conseguite in affidamento, per effetto della consacrazione ricevuta e del corrispondente incarico pastorale (23).

Gli interventi conciliari via via susseguentisi, nell'Alto Medio Evo, affermarono il principio della <<discretio potestatis>>, e della natura personale del rapporto di giurisdizione sulle diverse comunita di fedeli selezionate, anche con riferimento ad altre materie, prevedendo cautele specifiche come ii divieto imposto a Vescovi e sacerdoti di risiedere in territori altrui; di giudicare sudditi non propri; di compiere atti di amministrazione patrimoniale o erigere santuari e luoghi di culto in altri territori senza il consenso del Vescovo locale (24), e via dicendo.

III. IL CONTENUTO DEL CAN. VIII DEL CONCILIO DI NICEA I. ANALISI ESEGETICA E VALUTAZIONI CRITICHE IN ORDINE ALLA TEMATICA DELLA GIURISDIZIONE EPISCOPALE: L'ESIGENZA PRATICA DI UN ESERCIZIO PACIFICO E ORDINATO DELLA POTESTA LOCALE

La necessita, legata alla concreta prassi di governo, di un esercizio ordinato della potesta episcopale sembra, invece, ii motivo unico alla base delle norme contenute nel can. VIII del Concilio di Nicea I (25).

Questa disposizione si riferiva esplicitamente all'ipotesi di una eventuale contaminazione tra i fedeli cristiani appartenenti ad una de terminata comunita locale e quegli eretici definiti Catari, nel malaugurato caso in cui costoro --situazione piuttosto frequente all'epoca-- provvedessero a consacrare propri sacerdoti, o ad istituire addirittura dei loro Vescovi, rivendicando un'analoga potesta spirituale rispetto a quella spettante ai chierici e Vescovi cristiani. Il Concilio, nel benevolo tentativo di una composizione pacifica dei conflitti con l'eresia catara, esortava gli eretici al ripudio delle dottrine erronee, al pentimento ed alla conversione. Prevedeva, infatti, che costoro, se volessero entrare nella Chiesa cattolica e apostolica, dopo aver ricevuto l'imposizione delle mani, potessero essere e rimanere chierici a tutti gli effetti.

Tuttavia, avrebbero dovuto, a tale scopo, impegnarsi per iscritto ad accettare e rispettare i dettami della fede cattolica; e qualora in una citta o in un villaggio non vi fossero che chierici di tale provenienza, essi avrebbero potuto senz'altro conservare il loro stato e grado. Ma, nel caso in cui essi entrassero in una citta --o vi si trovassero gia in precedenza-- in cui vi era una preesistente gerarchia cattolica, con un Vescovo ed i propri presbiteri, allora colui che ivi avesse il rango di Vescovo cattolico rimaneva tale, mentre chi aveva il rango di Vescovo presso i Catari, sarebbe stato considerato un semplice presbitero, ameno che il primo non avesse voluto conferirgli la medesima dignita episcopale. Cio affinche non apparisse che vi fossero due Vescovi nella stessa citta.

Tali norme, come appare evidente, miravano a stabilire il principio dell'unicita della giurisdizione episcopale in una data frazione geografica non perche detta potesta fosse legata ontologicamente e costitutivamente al territorio, ma per realizzare esclusivamente una finalita di ordine pubblico, cioe garantire l'esercizio certo ed ordinato del potere di govemo sulla comunita, evitando conflitti di competenza (26), a maggior ragione di fronte al pericolo dilagante dell'eresia, che la norma mirava a contenere, avversandola con metodi pacifici (ossia tramite la carita e lo strumento dell'evangelizzazione).

Il principio cardine della potesta episcopale era, dunque, sempre quello apostolico della <<discretio potestatis>>, mitigato dal criterio di competenza esclusiva del Vescovo proprio sui fedeli affidati alla sua cura pastorale, perche --si e detto sopra-- le frontiere spaziali ed i limiti territoriali delle strutture organizzative ecclesiastiche non erano ancora ben definiti. Difatti, durante l'epoca della prima evangelizzazione apostolica, l'organizzazione ecclesiastica nacque come un'entita prevalentemente personale; gli Apostoli non avevano dimora fissa e svolgevano la loro opera, nei limiti del possibile, per tutta la terra; tuttavia, aumentando gradualmente il numero dei fedeli, si avverti subito la necessita di nominare Vescovi nelle citta o punti chiave, per irradiare da qui la loro attivita missionaria agli altri luoghi della regione (27). Cio condusse a costituire, col tempo, le strutture organizzative poi definite diocesi (28).

Invero, anche quando i limiti territoriali entro i quali la Chiesa andava organizzandosi divennero precisi, a partire dal V-VI secolo, questi ultimi erano ancora semplici fattori di localizzazione delle diverse comunita cristiane. La cosa importante era solamente la delimitazione delle comunita, non il fatto che cio avvenisse mediante un criterio territoriale (29). Tuttavia, se questa scelta preferenziale per il principio territoriale e, di conseguenza, per l'unita della giurisdizione, da un lato, corrispondeva ad una sorta di mimetismo in rapporto alle strutture amministrative dell'Impero Romano (30), che va sotto il nome di principio di adattamento (31) --per cui la comunita cristiana si dispensava dal fissarsi da se i propri confini--, dall'altro, era ancora essenzialmente una scelta di opportunita pratico-organizzativa (32): una scelta per il buon ordine, che sarebbe stato evidentemente minacciato se ogni Vescovo avesse potuto intervenire negli affari delle Chiese vicine (33).

Solo in seguito, ossia dopo l'era medievale, si verifico un graduale processo di <<territorializzazione>> della giurisdizione episcopale, dovuto a cause che alcuni studiosi hanno dettagliatamente descritto (34).

IV. RILIEVI RIASSUNTIVI E CONCLUSIVI

Dall'analisi che precede, si possono trarre le seguenti considerazioni riassuntive e di chiusura. Esaminando la questione circa l'amministrazione del sacramento dell'ordine nell'Alto Medio Evo, si e visto che la potesta episcopale era allora interpretata secondo il criterio della <<discretio potestatis>>, con l'unico limite fornito dalia suddivisione delle comunita, affidate alla cura dei vari pastori, che ne acquisivano una titolarita quasi esclusiva. Tale titolarita non era tuttavia definitiva, perche le diverse strutture organizzative ecclesiastiche, individuate per effetto di ciascuna <<missio>> conferita dall'autorita competente, non erano affatto vincolate al territorio e potevano essere in ogni momento moltiplicate, purche esistesse una ragione pastorale adeguata.

La necessita, legata alla concreta prassi di governo, di un esercizio ordinato della potesta episcopale sembra, invece, il motivo unico alla base delle disposizioni contenute nel can. VIII del Concilio di Nicea I, che prevedevano, nell'espletamento dell'attivita spirituale, la nota regola <<un solo Vescovo per citta>>.

Di conseguenza, anche oggi appare improprio considerare ciascun <<coetus>> di fedeli laici come l'ambito esclusivo di esercizio della giurisdizione di un Vescovo, cosi come appare limitativo definire la potesta episcopale come un potere assoluto in un determinato territorio, sottratto alla <<sollicitudo>> degli altri colleghi dell'episcopato (35). Tale idea pare, infatti, in contrasto con la dottrina sull'episcopato riaffermata di recente dal Concilio Vaticano II ed estranea alla concezione del potere come servizio (36). Ma soprattutto, essa pare contraria alla tradizione plurisecolare della Chiesa, che --come si e visto-- ha fondamentalmente considerato, a partire dai primi secoli, il rapporto di giurisdizione episcopale come una realta di carattere personale, frutto di una specifica <<missio>>, con la quale veniva affidata una determinata comunita di fedeli alla cura spirituale di un pastore; nulla impediva, nella medesima ottica, che venissero affidate pio missioni a distinti pastori sullo stesso <<coetus>> di persone, aventi ad oggetto altrettante attivita di cura pastorale di genere o contenuto diverso.

La giurisdizione costruita su parametri personali appare, dunque, non solo tutt'oggi pienamente legittima, dal punto di vista teologico, ma anche --alla luce dell'esperienza passata e recente nell'ambito del panorama organizzativo ecclesiastico-- utile per il bene delle singole Chiese particolari, poiche rende pio proficua la cura pastorale attuata nell'ambito di queste ultime, il che procura evidente beneficio all'intera Chiesa universale. L'azione congiunta di pio pastori garantisce, infatti, che chi coordina le diverse giurisdizioni nello stesso territorio, ossia il Vescovo diocesano (37), possa avvalersi dell'esperienza e del contributo di diversi collaboratori, ciascuno competente per un determinato settore e dotato, in tale ambito, dei poteri necessari ed opportuni per svolgere efficacemente il proprio compito, in modo da rendere la cura spirituale diocesana nel suo insieme pio incisiva ed unitaria.

(1.) Cfr. J. HERVADA, <<Significado actual del principio de la territorialidad>>, in Fidelium Iura, 2 (1992), pp. 221-239; IDEM, <<La incardinacion en la perspectiva conciliar>>, in Ius Canonicum, 7 (1967), pp. 479-517.

(2.) Sull'argomento, in generale, cfr. E. PACELLI, <<La personnalite et la territorialite des lois particulierement dans le droit canonique>>, in Ephemerides Iuris Canonici, 1 (1945), pp. 5-27; W. ONCLIN, De territoriali vel personali legis indole. Historia doctrinae et disciplina Codicis Iuris Canonici, Gremblaci 1938.

(3.) In merito alla questione, cfr. A. VIANA, Derecho canonico territorial. Historia y doctrina del territorio diocesano, Pamplona 2002, pp. 205 ss.; C. SOLER, <<La jurisdiccion cumulativa como manifestacion de la "communio potestatum". Una hipotesis sobre la potestad en los entes jerarquicos>>, in Das konsoziative Element in der Kirche. Akten des VI Internationalen Kongress fur Kanonisches Recht, Munchen, 14-19 sept. 1987, St. Ottilien 1989, p. 328; J. MIRAS, <<Organizacion territorial y personal: fundamentos de la coordinacion de los pastores>>, in AA.VV., I Principi per la revisione del Codice di Diritto Canonico. La ricezione giuridica del Concilio Vaticano II, a cura di J. CANOSA, Milano 2000, pp. 650-651.

(4.) Cfr. in proposito D. M. JAEGER, <<Erezione di circoscrizioni ecclesiastiche orientali in territori a popolazione cattolica prevalentemente di rito latino: considerazioni canoniche e presupposti ecclesiologici>>, in Antonianum, 75 (2000), pp. 520-521.

(5.) Cfr. J. MEYENDORFF, <<Sommes-nous vraiment l'Eglise une? Un seul eveque dans la meme ville>>, in IDEM, Orthodoxie et catholicite, Paris 1965, p. 99.

(6.) Si veda, fra i tanti, C. BADII, Institutiones Iuris Canonici, Florentiae 1921, pp. 139 ss.; M. PETRONCELLI, Diritto canonico, Roma 1963, pp. 181 ss.; E M. CAPPELLO, Summa Iuris Canonici, I, Romae 1961, p. 343.

(7.) Cfr., in tale direzione, W. AYMANS, <<Kirchliches Verfassungsrecht und Vereinigungsrecht in der Kirche>>, in Osterreichisches Archiv fur Kirchenrecht, 32 (1981), pp. 79-100; IDEM, <<Der Leitungsdienst des Bischofs im Hinblick auf die Teilkirche>>, in Archiv fur Katholisches Kirchenrecht>> 153 (1984), pp. 35-55; IDEM, <<La Iglesia en el Codex. Aspectos eclesiologicos del nuevo Codigo de la Iglesia Latina>>, in Burgense, 26 (1985), pp. 203-225.

(8.) Cfr. J. MEYENDORFF, <<Sommes-nous vraiment l'Eglise une?>>, pp. 106-107; J. M. TILLARD, L'Eglise locale. Ecclesiologie de communion et catholicite, Paris 1995, p. 282. Cfr., sulla questione, anche IOANNES PAULUS PP. II, <<Litt. enc. Ut omnes unum sint, diei 25 maii 1995>>, in AAS, 87 (1995), pp. 921-983.

(9.) Si pensi al caso frequente, spesso di carattere transitorio, del Vescovo diocesano chiamato a svolgere contemporaneamente il ruolo di Amministratore apostolico in un'altra diocesi; al Vescovo coadiutore o ausiliario; o, addirittura, allo stesso Vescovo diocesano che, in modo stabile, svolga anche il ruolo di Ordinario militare (cfr. J. I. ARRIETA, <<Considerazioni sulla giurisdizione ecclesiastica determinata per via di convenzione ex can. 296 CIC>>, in Ius Canonicum, volumen especial [1999], p. 175).

(10.) Qualche autore fa, altresi, notare che per <<funzione episcopale,, si intende la funzione di direzione e di governo di una struttura comunitaria (cfr. J. I. ARRIETA, voce <<Vescovi>>, in Enciclopedia Giuridica, XXXII, Roma 1988-1994), che non richiede per definizione la consacrazione episcopale, sebbene questa sia opportuna poiche in tal caso la condizione sacramentale del pastore si adegua meglio alla natura teologica delle funzioni ecclesiali che gli vengono attribuite.

(11.) Cfr. E OCARIZ, <<Unita e diversita nella comunione ecclesiale>>, in Ius Ecclesiae, 5 (1993), pp. 392-395; J. R. VILLAR, <<Las formas del ministerio episcopal al servicio de la mision>>, in Ius Canonicum, 39 (1999), pp. 555-573. Di parere opposto e J. BEYER, <<The new Code of Canon Law and the pastoral care for people on the move>>, in Migrations, 1 (1985), pp. 161-182.

(12.) Cfr. J. I. ARRIETA, <<Primado, episcopado y comunion eclesial>>, in Ius Canonicum, 75 (1998), pp. 59-85; J. R. VILLAR, <<Las formas del ministerio episcopal al servicio de la mision>>, p. 565.

(13.) Tale e, del resto, l'obiettivo dei nuovi istituti di collegialita <<affectivae>> sorti sulla scia della dottrina conciliare sull'Episcopato. In particolare, cio spiega la ragione d'essere delle Conferenze episcopali, come mezzo di comunione e di concorso tra Vescovi (cfr. <<Litt. ap. mot. prop. dat. Apostolos suos, diei 21 maii 1998>>, in AAS, 90 [1998], pp. 641-658); ma anche lo stesso istituto del Sinodo dei Vescovi, pur avendo una finalita essenziale di natura consultiva, e stato creato altresi quale forma di collaborazione tra i Vescovi di tutto il mondo (cfr. <<Litt. ap. mot. prop. dat. Apostolica sollicitudo, n. II, diei 15 septembris 1965>>, in AAS, 57 [1965], pp. 775-780). Sull'argomento, cfr. J. I. APRIETA, <<Il Sinodo dei Vescovi quale istituto di comunione>>, in Ius Ecclesiae, 3 (1991), pp. 357 ss.; IDEM, <<Conferenze episcopali e vincolo di comunione>>, in Ius Ecclesiae, 1 (1989), pp. 3 ss.; A. CATTANEO, <<Le diverse configurazioni della Chiesa particolare e le comunita complementari>>, in Ius Ecclesiae, 15 (2003), p. 17.

(14.) Cfr. J. GAUDEMET, Eglise et cite. Histoire du droit canonique, Paris 1994, p. 414.

(15.) Cfr. O. CONDORELLI, Clerici peregrini. Aspetti giuridici della mobilita clericale nei secoli XII-XIV, Roma 1995, pp. 227-228.

(16.) <<Quicumque temere ac periculose neque timorem Dei prae oculis habentes nec agnoscentes ecclesiasticam regulam discedunt ab ecclesia presbyteri aut diaconi vel quicumque sub regula modis omnibus adprobantur, huiusmodi nequaquam debent in alia ecclesia recipi, sed omnem necessitatem convenit illis inferri, ut ad suas paroecias revertantur, aut si non fecerint oportet eos communione privari. Si quis autem ad alium pertinentem audaciter invadere et in sua ecclesia ordinare praesumpserit non consentiente episcopo, a quo discessit is, qui regulae mancipatur: ordinatio talis irrita comprobetur>> (Concilium Nicaenum I, can. 16, in Conciliorum Oecumenicorum Decreta [COD], curantibus G. ALBERIGO ET AL., Bononiae 1996, pp. 13-14).

(17.) <<Per singulas regiones episcopos convenit nosse metropolitanum episcopum sollicitudinem totius provinciae gerere, propter quod ad metropolim omnes undique qui negozia videntur habere concurrant. Unde placuit eum et honore praecellere et nihil amplius praeter eum ceteros episcopos agere, secundum antiquam a patribus nostris regular constitutam, nisi ea tantum, quae ad suam dioecesim pertinent possessionesque subiectas. Unusquisque enim episcopus habet suae paroeciae potestatem, ut regar iuxta reverentiam singulis competentem et providentiam gerat omnis possessionis quae sub eius est protestate. Ita et presbyteros et diaconos ordinet et singula suo iudicio comprehendat. Amplius autem nihil agere praesumat praeter antistitem metropolitanum, nec metropolitanus sine ceterorum gerat consilio sacerdotum>> (Concilium Antiochaenum, can. 9, in PONTIFICIA COMMISSIO CODICI IURIS CANONICI ORIENTALI RECOGNOSCENDO, Fontes, IX, ed. P.E JOANNOU, Romae 1962, pp. 110-111).

(18.) <<Qui sunt super dioecesim episcopi, nequaquam ad ecclesias, quae sunt extra terminos sibi praefixos, accedant nec eas hac praesumptione confundant, sed iuxta canones Alexandrinus antistes quae sunt in Aegypto, regar solummodo. Et orientis episcopi orientem tantum gubernent servatis privilegiis, quae Nicaenis canonibus ecclesiae Anthiocenae tributa sunt. Asianae quoque dioeceseos episcopi ea solum quae sunt in dioecesi Asiana dispensent. Necnon et Ponti episcopi ea tantum quae sunt in Ponto, et Thraciarum, quae in Thraciis sunt, gubernent. Non vocati autem episcopi ultra suam dioecesim non accedant propter ordinationes faciendas vel propter alias dispensationes ecclesiasticas. Servata vero quae scripta est de gubernationibus regula manifestum est, quod illa, quae sunt per unamquamque provinciam, provinciae synodus dispenset, sicut Nicaeno constar decretum esse concilio. Ecclesias autem Dei in barbaricis gentius constitutas gubernari convenit iuxta consuetudinem, quae est patribus instituta>> (Concilium Costantinopolitanum I, can. 2, in COD, pp. 31-32).

(19.) <<De his qui pro delicto suo a communione separantur, ita placuit ut, in quibuscumque locis fuerint exclusi eodem loco communionem consequantur, ut nullus episcopus alium episcopum inculcet>> (Concilium Arletanum, can. 17, in C. MUNIER, Concilia Galliae a. 314-506, <<Corpus Christianorum. Series Latina>>, CXLVIII, Tumholti 1963, p. 12).

(20.) Cfr. O. CONDORELLI, Ordinare-Iudicare. Ricerche sulle potesta dei vescovi nella Chiesa antica e altomedievale (secoli II-IX), Roma 1997, p. 101.

(21.) Cfr. A. GARCIA Y GARCIA, Historia del Derecho canonico. El primer milenio, Salamanca 1967, p. 217; J. GAUDEMET, L'Eglise dans l'Empire romain (IV-V siecles), Paris 1958, p. 327.

(22.) Sulla questione, sinteticamente, cfr. C. TAMMARO, <<Recensione ad A. Viana, Derecho canonico territorial>>, in Antonianum, 78 (2003), pp. 387-390.

(23.) Cfr. E. TEJERO, <<Sentido ministerial del gobierno eclesiastico en la antiguedad cristiana>>, in Ius Canonicum, 38 (1998), pp. 52-53.

(24.) In tal senso J. GAUDEMET, <<Charisme et Droit. Le domaine de l'eveque>>, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung fur Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung, 74 (1988), pp. 44-70.

(25.) <<De his qui se cognominant catharos, id est mundos, si quando venerint ad ecclesiam catholicam, placuit sancto et magno concilio, ut impositionem manus accipientes sic in clero permaneant. Haec autem eos prae omnibus scriptis convenir profiteri, quod catholicae et apostolicae ecclesiae dogmata suscipiant et sequantur, id est bigamis se communicare et his, qui in persequutione prolapsi sunt, erga quos et spatia constituta sunt et tempora definita, ita ut ecclesiae catholicae et apostolicae placita sequantur in omnibus. Ubicumque vero sive in municipiis sive in civitatibus ipsi soli repperti fuerunt ordinati: qui inveniuntur in clero, in eodem habitu perseverent. Ubi autem catholicae ecclesiae episcopo vel presbytero constituto quidam ex illis adveniunt, certum est quod episcopus ecclesiae habebit ecclesiae dignitatem. Is autem, qui nominatur apud eos episcopus, honorem presbyterii possidebit, nisi forte placuerit episcopo nominis eum honore censeri. Si vero hoc ei minime placuerit, providebit ei aut corepiscopi aut presbyteri locum, ut in clero prorsus videatur, ne in una civitate duo episcopi probentur exsistere,, (Concilium Nicaenum I, can. 8, in COD, pp. 9-10).

(26.) Sulla tematica del rapporto di giurisdizione personale e territoriale durante il Medioevo, in generale, cfr. C. TAMMARO, <<Appunti sulla natura e struttura del rapporto di giurisdizione tra Pastore e fedeli nella tradizione evangelica e nella dottrina teologico-canonica medievale>>, in Fidelium Iura, 14 (2004), pp. 161-182. Per quanto riguarda la stessa tematica esaminata in relazione alle controversie dottrinali medievali tra chierici secolari e ordini mendicanti, vedi IDEM, <<Breve nota alla teoria teologico-giuridica di Guillaume de SaintAmour sulla natura di diritto divino della giurisdizione parrocchiale>>, in corso di pubblicazione in Vita minorum, 77/2 (2006) e IDEM, <<Brevi considerazioni sulla legislazione canonica medievale circa l'autonomia degli ordini mendicanti nell'esercizio del loro ministero pastorale>>, in corso di pubblicazione in Antonianum, 4 (2006).

(27.) Gli Atti degli Apostoli e le Lettere paoline mostrano, infatti, che nei primi secoli dopo Cristo la giurisdizione veniva esercitata nei confronti dei gruppi di fedeli laici su una base personalistica: le Chiese particolari erano intese come comunita di fedeli, originariamente nomadi, legate ad un Pastore; erano niente altro che <<portiones Populi Dei>>, che vagavano nello spazio e nel tempo. Tuttavia, quando la struttura della Chiesa comincio ad essere stabile e si verifico un considerevole aumento dei battezzati, sorse la necessita di organizzare la cura spirituale delle varie comunita di fedeli laici in maniera pio rigorosa, motivata dalle concrete esigenze di ciascun luogo. Per realizzare quest'organizzazione, la Chiesa utilizzo le formule proprie della societa civile in cui era nata e si era sviluppata: il sistema di divisione territoriale caratteristico dell'Impero Romano (cfr. J. GAUDEMET, L'Eglise dans l'empire romain (IV-V siecles), Paris 1958, pp. 323-330).

(28.) A. ALONSO LOBO, Comentarios al Codigo de Derecho Canonico, I, Madrid 1963, p. 532; nella stessa direzione cfr. F. WERNZ-P. VIDAL, Ius canonicum, II, Romae 1943, p. 458; H. MAROT, <<Unidad de la Iglesia y diversidad geografica en los primeros siglos>>, in Y. M. CONGAR-B. D. DUPUY, El episcopado y la Iglesia universal, Barcelona 1966, pp. 516-518. Anche E. TEJERO (<<Sentido ministerial del gobierno eclesiastico en la antiguedad cristiana>>, pp. 19-21) prospetta implicitamente un'analoga interpretazione.

(29.) Cfr. J. HERVADA, <<Significado actual del principio de la territorialidad>>, p. 224.

(30.) Cfr. H. LEGRAND, <<Un solo Vescovo per citta>>, in VV. AA., Chiese locali e cattolicita, a cura di H. LEGRAND-J. MANZANARES-A. GARCIA Y GARCIA, Bologna 1994, p. 388. Dichiara questo autore: <<Il cristianesimo primitivo, fenomeno essenzialmente urbano, si diffuse fra i quadri amministrativi dell'impero la cui unita base, la "civitas", avrebbe costituito, di solito, una Chiesa locale>> (cfr. ibidem, p. 388, nota 8).

(31.) Cfr., sull'argomento, K. LUBECK, Reichseinteilung und kirchliche Hierarchie des Orients bis zum Ausgange des vierten Jahrhunderts, Munster 1901; F. DVORNIK, The idea of Apostolicity in Byzantium and the Legend of the Apostle Andrew, Cambridge 1958, pp. 3-39; A. GARCIA Y GARCIA, Historia del Derecho canonico. El primer milenio, p. 71.

(32.) Vi era, in realta, secondo qualche autore, anche una ragione effettivamente ecclesiologica: si mirava a garantire, cioe, che la sinassi eucaristica fosse coestensiva alla Chiesa locale, superando visibilmente tutte le forme di divisione culturale e sociale, o anche naturale, come la razza (cfr. sull'argomento, T. RUINART, Acta primorum martyrum sincera, Paris 1689, p. 414; G. BARDY, La question des langues dans l'Eglise ancienne, Paris 1948, p. 43).

(33.) Cfr. H. LEGRAND, <<Un solo Vescovo per citta>>, p. 388; in tal senso pure W. ONCLIN, De territoriali vel personali legis indole, p. 34. I segni di tale processo evolutivo possono rinvenirsi esaminando, ad esempio, il can. 9 del Concilio Lateranense IV (cfr. COD, p. 239), in cui emerge nitidamente, rispetto ai primi secoli, la mutata concezione della giurisdizione episcopale. Un'immagine che venne richiamata di frequente, in tale nuova prospettiva, per giustificare il principio dell'unicita del Vescovo per ciascuna citta, fu quella della metafora dell'unione matrimoniale, come espressione dell'immagine dell'unico pastore all'interno di ciascuna Chiesa locale. In breve, si affermo la regola secondo cui il capo di ogni Chiesa dovesse essere necessariamente uno solo, come esclusiva fu l'unione nuziale tra Cristo e la Chiesa; altrimenti la Chiesa non sarebbe stata sposa, bensi prostituta. Nello stesso tempo, si ricorse all'immagine della metafora del mostro a pio teste per descrivere la medesima deprecabile ipotesi della presenza di pio pastori in uno stesso luogo. Come e facile comprendere, entrambe le metafore medievali del matrimonio tra il Vescovo con la propria Chiesa o del mostro pluricefalo non ebbero una valenza teologica autentica, ma furono indice e frutto esclusivamente di controversie pratiche inerenti all'organizzazione ecclesiastica ed all'esercizio concreto del potere di governo (cfr. A. VIANA, Derecho canonico territorial, p. 72).

(34.) La giurisdizione, secondo tale punto di vista, venne percio rigidamente concepita come l'autorita di un pastore su di un determinato spazio geografico assegnatogli, ed implicava l'immagine della Chiesa concepita in chiave territoriale: un'unione strutturata di microterritori locali, provinciali e nazionali, fino a costituire l'intero territorio dell'orbe, ossia la Chiesa universale, nella quale la potesta del Papa era qualificabile pio come un semplice diritto di stimolo e di coordinamento dell'unita, che un vero potere decisionale e di vigilanza (cfr. A. DEL PORTILLO, <<Dinamicita e funzionalita delle strutture pastorali>>, in VV. AA., La collegialita episcopale per il futuro della Chiesa, a cura di V. FAGIOLO-G. CONCETTI, Firenze 1969, pp. 167-170; J. HERVADA, <<Significado actual del principio de la territorialidad>>, p. 225; W. M. PLOCHL, Storia del diritto canonico, I, Milano 1963, p. 67).

(35.) In tal senso F. OCARIZ, <<Unita e diversita nella comunione ecclesiale>>, p. 395; A. CATTANEO, <<Il presbiterio della Chiesa particolare. Questioni sollevate dalia dottrina canonistica ed ecclesiologica postconciliare>>, in Ius Ecclesiae, 5 (1993), pp. 497-529.

(36.) Sulla questione, ampiamente, cfr. J. I. ARRIETA, <<Fattori territoriali e personali di aggregazione ecclesiale>>, in Ius Ecclesiae, 14 (2002), pp. 23-57; J. R. VILLAR, <<La capitalidad de las estructuras jerarquicas de la Iglesia>>, in Scripta Theologica, 23 (1991), pp. 961-982.

(37.) Cfr. A. DEL PORTILLO, <<El Obispo diocesano y la vocacion de los laicos>>, in VV. AA., Episcopale munus, Assen 1982, pp. 189-205.
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Title Annotation:1 Estudios
Author:Tammaro, Ciro
Publication:Ius Canonicum
Date:Jul 1, 2006
Words:5612
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