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La coppia tempestas--vetustas da Cicerone a Seneca e le sue metamorfosi nella poesia augustea.

Il fr. II degli Aratea ciceroniani,
   quem neque tempestas perimet neque longa vetustas interimet
   stinguens praeclara insignia caeli


tradito da Prisciano (1) e costituito senza divergenze dagli editori (2), non gode di un'interpretazione sicura; oltre alla mancanza di riscontro attendibile nelloriginale greco, nuoce lenigmatico quem iniziale, raccomandato dal consenso dei codici (3) ma riportato senza referente dal testimone. Rimane poi da precisare il significato di tempestas, per il quale le traduzioni oscillano tra due diverse interpretazioni: la prima, tempo meteorologico ovvero "maltempo", la tempete di Buescu (4); la seconda, tempo cronologico ovvero "corso del tempo", il tempo di Traglia (5), cosi motivato: "tempestas non significa 'tempesta, ma il 'tempo, e il concetto e chiarito da longa vetustas" (6); nella stessa direzione, infine, il temps di Soubiran (7) e il time di Siebengartner (8).

Attraverso una rilettura mirata della coppia tempestas--vetustas all'interno della prosa ciceroniana ci si propone qui di superare tale ambiguita e di portare alla luce alcune variazioni introdotte dalla poesia augustea.

Si da il caso che la lettura di tempestas nel senso di tempo cronologico, proposta da Traglia e tacitamente accolta da Soubiran, in realta manchi di argomentato sostegno; essa inoltre si scontra con il correlativo neque ... neque, che da solo gia farebbe escludere la presenza di una dittologia sinonimica (9). Non servira poi nemmeno invocare Fest. 498, 32 L. tempestatem pro tempore frequenter antiqui dicebant, dato che tempestas e vetustas seguiteranno a fare coppia con sistematico riferimento a due agenti distruttivi differenti, ben distinti l'uno dall'altro (10). Cosi di nuovo Cic. leg. 1, 2
   cum eam (sc. quercum) tempestas vetustasve consumpserit, tamen erit
   his in locis quercus quam Marianam quercum vocant (11)


con riferimento alla cosiddetta quercia mariana dalla quale, in agro arpinate, si era involata l'aquila nunzia dei futuri successi militari di Mario, evento celebrato da Cicerone stesso nel Marius (12). Per bocca del fratello Quinto, l'Arpinate giunge ora ad affermare che detta quercia, in quanto celebrata e resa famosa dai propri versi, sopravvivra alla morte fisica, dopo che o tempestas o vetustas l'avranno abbattuta. E evidente che questi due agenti, in quanto posti in alternativa l'uno all'altro per mezzo del disgiuntivo enclitico -ve (13), hanno significati differenti e quindi varranno "tempesta", "maltempo" il primo; "vetusta", "annosita" il secondo (14).

Non diversamente Phil. 9, 14:
   statuae intereunt tempestate, vi, vetustate (15), sepulcrorum autem
   sanctitas in ipso solo est, quod nulla vi moveri neque deleri
   potest, atque, ut cetera exstinguuntur, sic sepulcra sanctiora
   fiunt vetustate


dove all'inviolabilM delle tombe garantita dal suolo, che resta inamovibile e indistruttibile, viene contrapposta l'inevitabile rovina delle statue, alla quale puntualmente concorrono le intemperie (tempestas) e la vetusta (vetustas) (16). Da non sottovalutare poi la presenza del verbo exstinguo, difficilmente immemore del participio stinguens del frammento in epigrafe e percio attendibile come segno di legame tra i due luoghi.

Non trascurabili, inoltre, le numerose occorrenze ciceroniane di tempestas nel senso metaforico di "sciagura, disgrazia" per indicare i torbidi della politica, in riferimento a situazioni che l'autore giudica esiziali per la vita dello Stato (17). E' indubbio che questo metaforico tempestas presupponga il senso concreto, meteorologico, di "tempesta", "maltempo" (18).

In conclusione, nella prosa ciceroniana la coppia tempestas--vetustas seguitera a distinguere due concetti, "maltempo" da un lato e "vetusta" dall'altro, senza possibilita di sovrapposizione (19).

A sottolineare ancora meglio la netta distinzione semantica tra tempestas e vetustas nel frammento in esame concorre, in ultima analisi, la contrapposizione tra i verbi perimo e interimo. I rispettivi prefissi, per e inter, valgono infatti a distinguere tra distruzione istantanea da un lato e distruzione graduale dall'altro (20), tipica la prima dei fenomeni violenti, soprattutto quelli temporaleschi (21); la seconda, del lento logorio del tempo, che alla lunga distrugge, anzi molto alla lunga, come enfatizzato dall'enjambement. Preciserei pertanto la traduzione in questo modo:
   che ne tempesta distruggera ne lunga vetusta logorera, spegnendo le
   fulgide insegne del cielo. (22)


Alla luce di questa lettura, la coppia ciceroniana tempestas--vetustas esibira un sorprendente profilo di continuita nella poesia augustea e nella prosa senecana, senza mai contravvenire alla netta distinzione semantica tra i suoi due componenti o le relative variazioni. Piu che da Arat. fr. II 1, tale continuita trarra incentivo da leg. 1, 1s., precisamente dal lusinghiero pronostico sulla futura gloria dei versi ciceroniani del Marius e sul potere che questi avrebbero avuto di eternare saeclis innumerabilibus la memoria della quercia mariana una volta estinta, schiantata da maltempo o consunta da vecchiaia.

Il primo riscontro del favore riscosso tra i poeti augustei dalla coppia tempestas--vetustas si cela dietro ad una sapiente interpretatio virgiliana, in verita riconoscibile come tale solo adesso, in virtu delle indicazioni raccolte sopra; georg. 2, 290-295:
   altior ac penitus terrae defigitur arbos,
   aesculus in primis, quae, quantum vertice ad auras
   aetherias, tantum radice in Tartara tendit.

   Ergo non hiemes illam, non flabra neque imbres
   convellunt; immota manet multosque nepotes,
   multa virum volvens durando saecula vincit. (23)


Al di la del precedente omerico (24) che dona un colorito epico (25) alla grandiosita di questo aesculus (26), il referente arboreo e lo speciale vocabolario degli ultimi tre versi qui riportati lasciano trasparire adesso una raffinata decodifica della coppia tempestas--vetustas all'interno di un quadro nuovo, ma strettamente legato a quello ciceroniano di leg. 1, 2 (27) 28. Il sg. tempestas viene qui scomposto, evidentemente a scopo amplificante, in una serie di ben tre plurali sineddochici, generalizzante il primo, hiemes "inverni" (28), particolarizzanti gli altri due, flabra e imbres, designanti l'inverno nelle sue manifestazioni piu tipiche, venti e piogge. Parallelamente viene scomposto vetustas nella coppia multi nepotes e multa virum saecula, con rinvio di saecula all'incipit del De legibus, dove la quercia mariana canescet saeclis innumerabilibus. Dell'aesculus Virgilio tratteggia in tal modo una solidita straordinaria (29), tale da resistere a qualsiasi intemperie e durare molti secoli, richiamando da vicino la perennita della quercia mariana celebrata dall'Arpinate (30).

Parimenti nascosto dietro variata lectio il ri-uso del pronostico ciceroniano da parte di Orazio, carm. 3, 30, 1-5
   Exegi monumentum aere perennius
   regalique situ pyramidum altius,
   quod non imber edax, non Aquilo impotens
   possit diruere aut innumerabilis
   annorum series et fuga temporum (31)


Sono stati individuati qui due modelli, greci entrambi (32): da un lato Pindaro (33), nella sua orgogliosa dichiarazione di aver eretto un "tesoro" di inni che non sarebbe mai stato leso ne da pioggia ne da vento di tempesta (34); dall'altro Simonide (35), nella sua celebrazione del monumento sepolcrale ai caduti delle Termopili, destinato a non essere scalfito, secondo il poeta, ne da ruggine ne da lunga serie di anni. Sono stati rilevati anche alcuni elementi di tradizione romana (36); mai pero un cenno alla coppia ciceroniana tempestas--vetustas, per quanto difficilmente ignorata da Orazio nelloperazione di congiungimento del motivo pindarico della pioggia e del vento con quello simonideo dellannosita distruttrice. Tale operazione consisterebbe nella risoluzione della coppia ciceroniana tempestas--vetustas in due coppie distinte, complementari tra loro e quasi epesegetiche dei rispettivi termini di partenza: da un lato, imber e Aquilo in luogo di tempestas; dallaltro, innumerabilis annorum series efuga temporum in luogo di vetustas. Cosi facendo, Orazio mostra di emulare Cicerone tramite Virgilio. In virtu del precedente georgico (2, 293), che attesta la prima interpretatio dei ciceroniani tempestas e vetustas--la tempestas e variata con i venti e le piogge, caratteristiche intemperie invernali, la vetustas con il succedersi di molte generazioni e di molti secoli -, il Venosino puo passare ad indicare il maltempo per mezzo soltanto delle sue topiche manifestazioni, la pioggia e il vento, con la novita di nominarle al singolare e in ordine inverso rispetto a Virgilio, aggiungendo inoltre l'indicazione della provenienza settentrionale del vento, il freddo e tempestoso Aquilone; Verg. georg. 2, 293 non hiemes ... neque flabra neque imbres--Hor. carm. 3, 30, 3 non imber edax, non Aquilo impotens. Tramite Virgilio si comprende inoltre la personale riformulazione oraziana del concetto di vetustas. In analogia con il Mantovano, il quale aveva introdotto la coppia multi nepotes e multa virum saecula, Orazio crea infatti una propria, differente coppia con innumerabilis annorum series e fuga temporum. L'ennesimo punto di contatto tra i due poeti nella ripresa dall'incipit del De legibus e visibile nel fatto che il virgiliano saeculum da un lato e loraziano innumerabilis (37) dallaltro esercitino funzione di richiamo al ciceroniano canescet saeclis innumerabilibus (38).

In parallelo con Virgilio, dunque, anche Orazio dimostra di aver coito una netta distinzione semantica tra gli originari tempestas e vetustas, gli stessi termini con i quali poi, curiosamente, il commentatore spieghera la riformulazione oraziana; Ps. Acro ad l., hoc est: dicta sua nec vetustate nec tempestatibus abolenda. Dello stesso commentatore non meno illuminante per la riconduzione di innumerabilis annorum series e fuga temporum a vetustas diventa il rinvio a Verg. Aen. 12, 686 annis solvit sublapsa vetustas (39), cioe allemistichio che chiude la descrizione della caduta di un masso da una cima montana, staccato dal vento, dalla pioggia o per effetto di crepe prodotte nel tempo dalla vetustas, vv. 684-686:
   ac veluti montis saxum de vertice praeceps
   cum ruit avolsum vento, seu turbidus imber
   proluit aut annis solvit sublapsa vetustas (40)


Il Mantovano continua cosi a distinguere, inequivocabilmente, da un lato la violenza distruttiva di ventus e turbidus imber, che richiamano georg. 2, 293 non flabra neque imbres nella comune riconducibilita di entrambe le coppie a tempestas; dall'altro l'azione di lento logoramento prodotto dal lungo trascorrere del tempo, ora indicato appunto con vetustas (41).

Rimane da valutare quale funzione possa avere avuto la ripresa di Cic. leg. 1, 1s. da parte di Orazio. Nel caso di Virgilio georgico lo scopo e quella di dare, evidentemente, un precedente illustre alla vita plurisecolare dell'ischio. Nel caso del monumentum oraziano, invece, la ragione puo essere individuata nella natura immortale della quercia arpinate, natura che non dipende da speciali caratteristiche fisiche dell'albero, bensi dalla sua celebrazione poetica nel Marius, che l'ha reso e lo rendera celebre nei secoli a venire (42). Per bocca del fratello Quinto, infatti, Cicerone afferma che detta quercia, proprio perche sata ... ingenio, riuscira a sopravvivere alla sua stessa morte, una volta che sara stata abbattuta da maltempo o da vecchiaia, in quanto nullius ... agricolae cultu stirps tam diuturna quam poetae versu seminari potest. Al pari dunque della poetica quercia mariana, i carmi di Orazio sopravvivranno come monumentum del suo ingenium, in virtu del quale l'autore stesso sfuggira alloblio, come egli dira immediatamente dopo, vv. 6-9
   Non omnis moriar multaque pars mei
   vitabit Libitinam. usque ego postera
   crescam laude recens, dum Capitolium
   scandet cum tacita virgine pontifex (43)


Quest'ingenium che sottrae alloblio porterebbe cosi la "firma" di Cic. leg. 1, 1 s. il che si comprende ancora meglio alla luce della ripresa dellode oraziana da parte di Prop. 3, 2, 19-26:
   nam neque Pyramidum sumptus ad sidera ducti,
   nec Iovis Elei caelum imitata domus,
   nec Mausolei dives fortuna sepulcri
   mortis ab extrema condicione vacant.
   aut illis flamma aut imber subducet honores,
   annorum aut ictu, pondere victa, ruent.
   at non ingenio quaesitum nomen ab aevo
   excidet : ingenio stat sine morte decus. (44)


L'Assisiate non solo seguita a tenere distinti i due agenti di matrice ciceroniana, tempestas e vetustas, metaforizzandoli rispettivamente con imber, di evidente segno oraziano, e annorum ictus--l'aggiunta di flamma e una novita (45)--ma recupera pure quell'ingenium che Cicerone aveva celebrato (46), prima di Orazio (47), come motore di poesia eternatrice.

habebit; diversamente, Ov. met. 15, 875-879: parte tamen meliore mei super alta perennis / astra ferar nomenque erit indelebile nostrum; / quaque pater domitis Romana potentia terris, / ore legar populi perque omnia saecula fama, / siquid habent veri vatum praesagia, vivam, il quale "a garanzia della sua immortalita non assume tanto leternita di Roma ... quanto piuttosto i praesagia vatum ... E cosi che anzitutto si coglie, mi pare, il senso della esplicita ripresa della sphragis oraziana: se e vero, come Ovidio afferma, che la gloria del poeta trova la garanzia della sua eterna durata nei praesagia vatum, quale modo migliore si offriva al poeta stesso di affermare lorgogliosa certezza della propria immortalita che f o n d a r l a, nel gesto dell'allusione, sui praesagia di un vates gia consacrato alla gloria (sc. Orazio)?"; cosi ROSATI, loc. cit., pp. 119 ss. Questo allusivo richiamo di Ovidio al praesagium oraziano sara ora collegabile agli allusivi richiami poetici del praesagium ciceroniano, leg. 1, 1 canescet saeclis innumerabilibus.

Chi piu tardi tirera i fili del discorso, con trasparente consapevolezza dell'intero percorso compiuto dalla coppia tempestas--vetustas da Cicerone in poi, sara Seneca, nel suggerire a Polibio di commemorare con un suo scritto il fratello morto da poco, dial. 11, 18, 2
   fratris quoque tui produc memoriam aliquo scriptorum monumento
   tuorum; hoc enim unum est <in> rebus humanis opus cui nulla
   tempestas noceat, quod nulla consumat vetustas. Cetera, quae per
   constructionem lapidum et marmoreas moles aut terrenos tumulos in
   magnam eductos altitudinem constant, non propagant longam diem,
   quippe et ipsa intereunt: inmortalis est ingeni memoria. Hanc tu
   fratri tuo largire, in hac eum conloca; melius illum duraturo
   semper consecrabis ingenio quam inrito dolore lugebis. (48)


Spiega il filosofo che i comuni monumenti commemorativi, perfino le grandiose moli marmoree e i piu alti tumuli di terra, sono destinati a scomparire; solo il monumento letterario, in quanto opera dell'ingenium, avra inmortalis memoria e mai sara scalfito ne da tempestas ne da vetustas (49).

Ad evidenziare la matrice ciceroniana delle parole di Seneca concorrono sia la correlazione nulla ... nulla, palmare variazione di Arat. fr. II 1 neque ... neque (50), sia la frequenza di stilemi ciceroniani (51), su tutti loriginaria coppia tempestas--vetustas. Proprio questo ritorno alla coppia di partenza, dopo la stagione augustea delle sue "interpretazioni", si traduce in una restituzione del topos alla sua iniziale formulazione, facendo risaltare in Seneca la consapevolezza della paternita ciceroniana di un "luogo comune" piuttosto dinamico (52) e di indubbio successo (53).

In sintesi, l'analisi del tragitto della coppia tempestas--vetustas da Cicerone a Seneca porta a due conclusioni. La prima e che viene a cadere la pretesa di leggere nel fr. II degli Aratea una dittologia sinonimica, smentita sopra dal ritorno in coppia dei due termini, sempre in alternativa l'uno all'altro e in riferimento a due agenti distruttivi distinti (54). La seconda conclusione e che questa lettura ha consentito di accedere qui per la prima volta ad inaspettate interpretationes della coppia tempestas--vetustas ad opera dei poeti augustei, ricondotte infine da Seneca alla comune matrice ciceroniana. Il Cordovano raccordera infatti il motivo dei due agenti distruttivi con quello delleternita poetica, lasciandone trasparire la paternita di Cicerone, poeta e prosatore.

NUNZIA CIANO

Universita Roma Tre

Dipartimento di Studi Umanistici

nunziaciano86@yahoo.it

* Recebido em 15-05-2014; aceite para publicacao em 07-04-2015.

** Il contenuto di questo articolo e stato da me esposto il 10. X. 2013 al Quarto Stage Dottorale "Didattica della ricerca" (Allumiere, 9-12 ottobre 2013), organizzato dal Dottorato in "Civilta e Tradizione Greca e Romana" dell'Universita Roma Tre. Ringrazio i due anonimi Peers per i suggerimenti fornitimi.

(1) GL II 504, 12 ss. 'extinguo'...cuius simplex 'stinguo in raro est usu ... Cicero tamen in Arato 'stinguens' participio usus est ... 'quem ... caeli'.

(2) V. Buescu, Ciceron. Les Aratea, texte etabli, traduit et commente avec un avant-propos de A. Ernout, Hildesheim, Olms, 1966, p. 171; A. TRAGLIA, M. Tulli Ciceronis poetica fragmenta, Milano, Mondadori, 19632, p. 74; J. SOUBIRAN, Ciceron. Aratea. Fragments poetiques, texte etabli et traduit, Paris, Les Belles Lettres, 19932, p. 158; precedentemente, E. BAEHRENS, Poetae Latini minores, Lipsiae, Teubner, 1879, p. 3.

(3) Senza storia il quod di K, peraltro poi corretto a margine in quem, e il quae di [R.sup.2]. Generalmente i due versi vengono considerati un'aggiunta ciceroniana e dubitanter accostati ad Arat. 10s. [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], con tendenza a supporre mundus oppure ordo come referente di quem; W. W EWBANK, The Poems of Cicero, edited with Introduction and Notes, London, University Press, 1933 (rist. 1997), p. 130; V. BUESCU, op. cit., p. 265 nn. 3 e 4; E. Panichi, Gli Aratea e i Phaenomena, Milano-Roma-Napoli-Citta di Castello, Dante Alighieri, 1969, p. 1; J. SOUBIRAN, op. cit., p. 197 n. 3; con argomenti nuovi ha provato invece a difendere il quae di [R.sup.2], riferendolo pero ad ipotetici carmina Arati, A. BARTALUCCI, "Una proposta di sistemazione del frg. II degli Aratea ciceroniani", SCO, 31, 1981, 155-162.

(4) Op. cit., p. 170.

(5) A. TRAGLIA, Marco Tullio Cicerone. I frammenti poetici, Milano, Mondadori, 1971 (3), p. 64.

(6) IVI, p. 135, n. 49.

(7) Op. cit., p. 158.

(8) A. SIEBENGARTNER, "Stoically Seeing and Being Seen in Cicero's Aratea", in J. Glucker, Ch. Burnett (eds.), Greek into Latin from Antiquity until the Nineteenth Century, London-Turin, The Warburg Institute-Nino Aragno Editore, 2012, pp. 97-115: p. 109, n. 50.

(9) Vd. R. KUHNER, C. STEGMANN, Ausfuhrliche Grammatik der lateiniscen Sprache, II. 2, Hannover, Hahn, 1966, pp. 46 ss.

(10) Isolate le occorrenze di tempestas in luogo di tempus, solitamente in ablativo (di tempo determinato) e in funzione di effetti speciali; p. es., Cic. de orat. 3, 153 habet etiam in oratione poeticum aliquod verbum dignitatem. neque enim illud fugerim dicere, ut Coelius: qua tempestate Poenus in Italiam venit e div. 1, 75 eademque tempestate che, variando l'eodem tempore del paragrafo precedente, segna un innalzamento di stile che qui impreziosisce la traduzione di un estratto dello storico Callistene; in proposito, E. FRANKEL, JRS, 41, 1951, 192-194: 194 (recensione di M. Chouet, Les Lettres de Salluste a Cesar, Paris, Les Belles Lettres, 1950).

(11) Riporto il testo delledizione di K. ZIEGLER, M. Tulli Ciceronis De legibus, Freiburg-Wurzburg, Ploetz, 19793. Sullopportunita di conservare il tradito vocant in luogo dellemendamento vocabunt di R. Klotz, accolto da numerosi editori, P. FERRARINO, "Quaedam in libro "De legibus" I, 1 quid sonent quaeruntur", Convivium, 11, 1939, 459-462: 462, riedito in id., Scritti scelti, Firenze, Leo S. Olschki, 1986, pp. 46-50: p. 50, con la motivazione che la forma del presente meglio si addice alla fama ormai acclarata della quercia mariana.

(12) E. COURTNEY, The Fragmentary Latin Poets, Oxford, Clarendon Press, 2003, pp. 174 ss., e J. Blansdorf, Fragmenta poetarum Latinorum epicorum et lyricorum praeter Enni Annales et Ciceronis Germanique Aratea, Berlin-New York, De Gruyter, 2011 (4), pp. 166 ss.

(13) L. P. KENTER, M. Tullius Cicero, De legibus. A Commentary on Book I, Amsterdam, Hakkert, 1972, p. 25; cf. A. ERNOUT, "Les enclitiques -que et -ve", RPh, 32, 1958, 189-197: 190, e R. KUHNER, C. STEGMANN, op. cit., p. 111.

(14) Curiosamente anche qui si registra incertezza tra il significato di "tempesta" e quello di "tempo", per il primo dei quali propendono, ma senza produrre riscontro, L. P. KENTER, op. cit., p. 25, "tempestas vetustasve: -ve leaves us the choice between two different causes: 'storm or age' ...; 'time or age' and ... 'les saisons et l'age' are less correct. Tempestas for 'time' is, by the way, rare in Cicero, cf. de orat. 3, 153", e N. Rudd, Th. WIEDEMANN, Cicero, De Legibus I, edited with Introduction & Commentary, Bristae, Bristol Classical Press, 1987, p. 53, "tempestas probably 'weather' rather then 'time', in view of vetustas". Soprassiede A. R. DYCK, A Commentary on Cicero, De legibus, Ann Arbor, University of Michigan Press, 2004.

(15) Cosi stampano P. FEDELI, M. Tulli Ciceronis in M. Antonium orationes Philippicae XIV, Leipzig, Teubner, 1982, e D. R. SHACKLETON BAILEY, Cicero Philippics, edited and translated, Chapel Hill--London, The University of North Carolina, 1986. Degna di attenzione diventa la correzione, di mano tarda ([V.sup.2]), di vi in vel, se raffrontata ora con la disgiuntiva di leg. 1, 2 tempestas vetustasve; avrei percio qualche esitazione a ritenere vel vetustate una glossa subentrata nel testo e quindi da espungere, come invece intende G. MAGNALDI, Le Filippiche di Cicerone, edizione critica, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2008, p. 173. Traccia un buon quadro delle scelte editoriali G. MANUWALD, Cicero, Philippics 3-9, II. Commentary, Berlin, De Gruyter, 2007, p. 1086.

(16) Ben coglie dunque la differenza semantica tra i due termini G. MANUWALD, op. cit., I. Introduction, Text, Translation, References and Indexes, p. 287, traducendo tempestas e vetustas rispettivamente con "weather" e "age"; per il concetto della rovina delle statue ad opera delle intemperie, vd. anche il suo rinvio (II, p. 1086) ad Hor. carm. 3, 30, di cui si dira meglio piu avanti.

(17) P. es., har. resp. 4 prospexi quanta tempestas excitaretur, quanta impenderet procella rei publicae e prov. 43 ecce illa tempestas, caligo bonorum et subita atque improvisa formido, tenebrae rei publicae, ruina atque incendium civitatis, ma pure Phil. 10, 11 quae tempestas ... quaeflamma, quae vastitas, quaepestis Greciae; Cluent. 96 vis illa fuit et ... ruina quaedam atque tempestas; Coel. 59 quanta impenderetprocella mihi, quanta tempestas civitati; Sest. 101 quem neque periculi tempestas neque honoris aura potuit umquam.demovere; si noti qui la ripetizione del nesso arateo quem neque.neque, gia registrata da V. BUESCU, op. cit., p. 331.

(18) P. es., inv. 2, 32 cum magna in alto tempestas esset e 51 postea ... quoque tempestas vehementius iactare coepit; rep. 1, 29 cum ex alto ignotas ad terras tempestas ... detulisset; Tusc. 3, 22 maris subita tempestas; nat. deor. 2, 167 si segetibus aut vinetis cuiuspiam tempestas nocuerit; div. 2, 94 qui ventus, qui imber, qui tempestas. Eccezionale il contrario, div. 1, 52 tertia te Phtiae tempestas laeta locabit (= Cic. Hom.fr. V SOUBIRAN), dove tempestas, pur nel suo consueto valore meteorologico, assume il significato positivo di "giornata soleggiata", quindi "bel tempo", in virtu dell'attributo laeta; A. TRAINA, "Per l'interpretazione di un verso ciceroniano (26 Mor.)", Ciceroniana, 1, 1959, 78-82: 79 s., riedito in id., Vortit barbare. Le traduzioni poetiche da Livio Andronico a Cicerone, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1970, pp. 91-99: p. 94.

(19) Vd. pure Cic. off. 2, 13 si (sc. tecta) aut vi tempestatis aut terrae motu aut vetustate cecidissent; piu tardi, p. es., Vitr. 1, 5, 3 ei materiae nec caries nec tempestates nec vetustas potest nocere, sed ea ... permanet sine vitiis utilis sempiterno e Phaedr. 4, 23, 9s. ascendit navem, quam tempestas horrida / simul et vetustas medio dissolvit mari, dove tempestas vale inequivocabilmente "procella", evento che causo il naufragio della nave del poeta Simonide.

(20) Sul diverso valore dei due preverbi, M. LEUMANN, J. B. HOFMANN, A. SZANTYR, Lateinische Grammatik, II. 2. 2, Munchen, C. H. Beck, 1965, pp. 232 e 240. Su interimo e perimo, cf. Lucr. 1, 215s. huc accedit uti quidque in sua corpora rursum / dissolvat natura neque ad nihilum interemat res, dove il verbo interimo indica la particolare modalita distruttrice della natura, la quale disgrega ogni corpo nei suoi elementi costitutivi senza pero arrivare a ridurli gradatamente al nulla; 225s. praeterea quaecumque vetustate amovet aetas, / si penitus perimet consumens materiem omnem, dove invece si pone per assurdo che il tempo annienti per intero la materia. Il riferimento lucreziano di interimo e di perimo rispettivamente alla natura e al corso del tempo pare porsi come un esatto rovesciamento del ciceroniano tempestas perimet / vetustas interimet.

(21) P. es., Cic. cons. fr. II 41 Soubiran divom simulacra peremit fulminis ardor e Lucr. 5, 216 (magno quaesita labore) subiti peremunt imbres gelidaeque pruinae, dove il riferimento del verbo perimo ad agenti metereologici si allinea alla iunctura ciceroniana tempestas perimet.

(22) Riservo un'analisi piu dettagliata di questi due versi ad un lavoro di prossima pubblicazione, li rinviando anche per la questione se Cicerone sia stato il primo ad elaborare la coppia dei due agenti distruttivi o se egli abbia avuto dei precedenti.

(23) Riporto il testo delledizione di M. GEYMONAT, P Vergili Maronis opera, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2008 (2).

(24) Il. 12, 131-4 [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] "stavano entrambi davanti all'altissima porta, come sulle montagne le querce dall'alto fogliame, che intere giornate resistono alla pioggia ed al vento, ben salde sulle radici immense, ramificate" (trad. G. CERRI); R. A. B. MYNORS, Virgil. Georgics, edited with a Commentary, Oxford, Clarendon Press, 1990, p. 136.

(25) A. BARCHIESI, Virgilio. Georgiche, testo, traduzione e note, Milano, Mondadori, 1989 (rist. 2009), p. 159.

(26) Su analogie e differenze con la quercia, G. MAGGIULLI, "Laesculus e la quercus in Virgilio", in Atti del convegno virgiliano sul bimillenario delle Georgiche (Napoli, 17-19 dicembre 1975), Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1977, pp. 421-429.

(27) Della memoria ciceroniana nessuna traccia nei commenti correnti; tra i piu recenti, R. F. THOMAS, Virgil. Georgics, I, Books I-II, Cambridge, University Press, 1988; R. A. B. MYNORS, op. cit.; M. ERREN, P. Vergilius Maro. Georgica, II, Kommentar, Heidelberg, Winter, 2003.

(28) Per hiems = tempestas, gia georg. 1, 321 e 391; in proposito, A. BARCHIESI, op. cit., p. 20; vd. poi il parallelo tra georg. 1, 100 hiemes ... serenas ed Enn. ann. 527 [V.sup.2]. tempestate serena, su cui M. ERREN, op. cit., p. 74.

(29) Forte rilievo alla resistenza di quest'albero sarebbe conferito dalla serrata struttura ritmica; E. PARATORE, Virgilio. Le georgiche, Libri I-II, Verona, Mondadori, 1946, pp. 156 ss.

(30) Proprio con riferimento ad una quercia, Verg. Aen. 4, 445s. ripetera alla lettera georg. 2, 291 ss.; W. W. BRIGGS Jr., "Lines repeated from the Georgics in the Aeneid", CJ, 77, 1981-1982, 130-147: 142 ss. e 146. Consapevolezza del legame fra i due luoghi virgiliani lascia intendere Stat. Theb. 9, 532s. procumbit, Getico qualis procumbit in Haemo / seu Boreae furiis putri seu robore quercus, echeggiando da un lato la quercia dell' Eneide nella sua riformulazione con ripetuto riferimento ad una quercia, per cui vd. M. DEWAR, Statius. Thebaid IX, edited with an English Translation and Commentary, Oxford, Clarendon Press, 1991, p. 159; dall'altro, l'ischio delle Georgiche nella riformulazione degli agenti distruttivi che, se inefficaci in Virgilio, riescono ora in Stazio ad abbattere l'albero: Verg. Georg. 2, 293 flabra--Stat. Theb. 9, 533 Boreae furiis; Verg. Georg. 2, 295 saecula--Stat. Theb. 9, 533 putri ... robore.

(31) Riporto il testo delledizione di D. R. SHACKLETON BAILEY, Q. Horatius Flaccus. Opera, Munchen-Leipzig, Saur, 2001 (4). Da considerare che proprio sulla scorta di Hor. carm. 3, 30 il Patricius (M. T. C. fragmenta, libris quatuor, cum annotationibus Andr. Patricii, Venetiis 1565), arrivo ad ipotizzare che Cic. Arat. fr. II fosse un'aggiunta del traduttore latino e che l'incipitario quem si riferisse al prodotto poetico; da qui la collocazione del frammento in un presunto epilogo, anticipatore dell'exegi monumentum oraziano; contra V. Buescu, op. cit., p. 265 n. 4, "il est fort peu probable que l' adulescentulus Ciceron ait ajoute a sa version un epilogue, et surtout sur un ton si presomptueux".

(32) Dopo G. PASQUALI, Orazio lirico, Firenze, Le Monnier, 1920, pp. 748-750 (rist. xerografica con introduzione, indici ed appendice di aggiornamento bibliografico a c. di A. La Penna, Firenze, Le Monnier, 1964), tra i piu informati A. KIESSLING, R. HEINZE, Q. Horatius Flaccus. Oden und Epoden, Berlin, Weidmann, 19307, pp. 382 ss.; V. Poschl, "Die Horazode Exegi monumentum (c. 3, 30)", GIF, 20, 1967, 261-272: 265 ss., riedito con isolate modifiche in id., Horazische Lyrik, Heidelberg, Winter, 1991 (2), pp. 246-262: pp. 253-255; E. ROMANO, Q. Orazio Flacco. Le opere, I. 2, Le odi, il carme secolare, gli epodi. Commento, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 1991, p. 843; A. CAVARZERE, Sul limitare. Il 'motto' e la poesia di Orazio, Bologna, Patron 1996, pp. 237-239; H. P. SYNDIKUS, Die Lyrik des Horaz. Eine Interpretation der Oden, Band II. Drittes und viertes Buch, Darmstadt, WBG, 20013, pp. 259 ss.; R. G. M. NISBET, N. RUDD, A Commentary on Horace: Odes Book III, Oxford, University Press, 2004, p. 365. Per quanto riguarda il verso incipitario dellode, si tratterebbe di una memoria isocratea--Antid. 7 [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]--filtrata attraverso la mediazione di Enn. ann. 567 [V.sup.2]. (= 579 Sk.) huic statuam statui maiorem etiam arbitro ahenis, cosi ricostruito da S. Mariotti; in proposito, P. M. Pinto, "Monumenti d'autore e storie di testi (Isocrate, Ennio, Orazio)", Philologus, 154, 2010, 25-39.

(33) Pyth. 6, 10 ss. [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] "(sc. tesoro di inni) che ne pioggia invernale, che si abbatta come uno spietato esercito invasore di nube tonante, ne vento potranno sospingere negli abissi del mare, sotto i colpi del pietrame che tutto trascina con se" (trad. mia).

(34) Con implicita allusione alla cassa in muratura che custodiva il tesoro nel santuario di Delfi, il poeta indica per metafora ledificio da lui stesso eretto in onore di Senocrate d'Agrigento, destinatario del carme, secondo un accostamento tra arte poetica e architettura reso con [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] (v. 9); nell'affermare che questo suo "tesoro" non potra essere abbattuto ne da pioggia invernale ne da vento, il poeta intenderebbe superare la fragilita della struttura contenente il tesoro delfico, le cui mura, che avrebbero dovuto fermare i detriti accumulati dalle piogge, erano state danneggiate proprio dalle tempeste invernali; U. von WILAMOWITZ, MOELLENDORF, Pindaros, Berlin, Weidmannsche Buchhandlung, 1922, p. 139; di seguito, L. R. FARNELL, Critical Commentary to the Works of Pindar, London, Macmillan & Co., 1932 (rist. Amsterdam, Hakkert, 1961), p. 184; C. GALLAVOTTI, Lira ellenica. Antologia di poeti greci, Milano-Messina, Principato, 1951 (2), p. 217, e piu di recente P. GIANNINI, "Commento alla Pitica sesta", in B. Gentili (a c. di), Pindaro. Le Pitiche, introduzione, testo critico e traduzione di B. Gentili; commento a c. di P. Angeli Bernardini, E. Cingano, B. Gentili e P. Giannini, Milano, Mondadori, 1995, p. 543.

(35) Fr. 531, 4s. PMG [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] "ne la ruggine ne il tempo che tutto doma potranno distruggere un sepolcro simile" (trad. mia). Sul rapporto tra il luogo simonideo e quello oraziano, T. WOODMANN, "Exegi monumentum. Horace, Odes 3.30", in T. Woodmann, D. West, Quality and Pleasure in Latin Poetry, Cambridge, University Press, 1974, pp. 115-128: p. 118. Prossima alla metafora del tempo che tutto doma e l'altra metafora, parimenti simonidea, del tempo che, munito di denti, tutto divora (eleg. 88, 1s. WEST (2) [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]--Hor. carm. 3, 30, 3 imber edax; NISBET, RUDD, op. cit., pp. 365 ss.); sulla fortuna di questa metafora, F. PONTANI, "The Tooth of Time. A Poetic Metaphor from Simonides to Shakespeare--and beyond", C&M, 52, 2001, 5-36.

(36) In particolare, l'autoepitaffio di Enn. var. 17s. [V.sup.2]. nemo me lacrimis decoret nec funera fletu / faxit. cur? volito vivos per ora virum, del quale conserva memoria anche Hor. carm. 2, 20, 21 absint inani funere neniae. Nellode poi non mancano riferimenti all'ambiente e al costume romani, soprattutto nella menzione di Libitina, della vestale, del pontifex e del Campidoglio, ancorche in presenza di modelli lirici greci; E. FRAENKEL, Horace, Oxford, Clarendon Press, 1957, p. 302.

(37) La ripetizione dell'aggettivo ciceroniano si aggiunge al parallelo tra Hor. carm. 3, 30, 7s. usque ego postera / crescam laude recens e Cic. leg. 1, 1 canescet saeclis innumerabilibus in base al comune impiego metaforico del concetto di crescita; V. POSCHL, loc. cit., p. 262, n. 4 (= p. 249, n. 4). Sulloraziano innumerabilis, A. TRAINA, "Introduzione a Orazio lirico. La poesia della saggezza", in id., Poeti latini (e neolatini). Note e saggi filologici. Quinta serie, Bologna, Patron, 1998, p. 163.

(38) La predizione della fama del Marius ciceroniano tramite l'augurale canescet saeclis innumerabilibus riscosse immediato successo tra i poeti; vd. Cinna fr. I 2 COURTNEY innumerabilibus ... saeclis e Catull. 95, 6 Zmyrnam cana diu saecula pervolvent; E. Courtney, op. cit., p. 175. In particolare, il Veronese prospetta una fama imperitura per la Smirna dell'amico Cinna, tanto che le generazioni future incanutiranno a leggerne dal primo all'ultimo i mirabili versi, propriamente definiti parva monimenta (v. 9). Nella celebrazione catulliana della gloria intramontabile del poeta risalta oltretutto la scelta di pervolvent, che ora non manca di anticipare la lectio di Verg. georg. 2, 295 multa virum volvens durando saecula vincit (sc. aesculus).

(39) Il commentatore oraziano aggiunge un rinvio ad Aen. 4, 310 et mediis properas aquilonibus, al fine di sottolineare il carattere tempestoso dell'Aquilone, spiegando dunque con tempestates gli oraziani imber e Aquilo.

(40) Riporto il testo delledizione di M. GEYMONAT, op. cit.

(41) Quindi Ov. met. 15, 872 (opus exegi quod) nec poterit ferrum nec edax abolere vetustas.

(42) Pertinente quanto osservato ad analogo proposito da G. ROSATI, "L'esistenza letteraria. Ovidio e l'autocoscienza della poesia", MD, 2, 1979, 101-136: 123: "condizione indispensabile perche un elemento della realta conquisti fama immortale e che esso 'entri' nell'universo della poesia, che esso diventi oggetto dei carmina".

(43) Cf. Verg. Aen. 9, 446-449: fortunati ambo! si quid mea carmina possunt, / nulla dies umquam memori vos eximet aevo, / dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum / accolet imperiumque pater Romanus

(44) Riporto il testo delledizione di P. FEDELI, Sexti Properti Elegiarum Libri IV, Stuttgart, Teubner, 1984.

(45) Sul suo ritorno tra gli altri agenti distruttori, vd. poi Ov. met. 15, 871 (infra, n. 53) e Sen. epist. 91, 12 casurae stant (sc. urbes); omnis hic exitus manet, sive <ventorum> interna vis flatusque ... excusserint, sive torrentium <impetus> ... effregerit, sive flammarum violentia.ruperit, sive vetustas ... expugnaverit minutatim, sive gravitas caeli egesserit populos et situs deserta corruperit.

(46) Oltre che nell'incipit del De legibus, ingenium sara termine chiave nella pro Archia; p. es., [section] 4 (Archias) celeriter antecellere omnibus ingeni gloria contigit; 19 omne ingenium contulerit Archias ad populi Romani gloriam laudemque celebrandam. Cicerone non manchera inoltre di rilevare la superiorita delle opere scritte sulle opere statuarie, spianando cosi la via alla metafora oraziana della poesia quale monumentum perenne; [section] 30 statuas et imagines, non animorum simulacra sed corporum, studiose multi summi homines reliquerunt : consiliorum relinquere ac virtutum nostrarum effigiem nonne multo malle debemus summis ingeniis expressam et politam? ego vero omnia, quae gerebam, iam tum in gerendo spargere me ac disseminare arbitrabar in orbis terrae memoriam sempiternam; sulla matrice greca, specificamente isocratea, del concetto ciceroniano, H.-K. VRETSKA, Marcus Tullius Cicero. Pro Archia. Ein Zeugnis fur den Kampf des Geistes um seine Anerkennung, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1979, p. 181; infine, sul potere della poesia di conferire una memoria eterna agli oggetti del proprio canto, vd. [section] 24 nisi Ilias illa exstitisset, idem tumulus, qui corpus eius (sc. Achillis) contexerat, nomen etiam obruisset.

(47) In merito alla congiunta allusione di Prop. 3, 2, 23 at non ingenio quaesitum nomen a Hor. carm. 2, 18, 9 at ... ingeni e 3, 30, 14s. superbiam / quaesitam, J. F. MILLER, "Propertius 3.2 and Horace", TAPhA, 113, 1983, 289-299: 296-298; per affinita concettuale, vd. pure AP, 7, 225 (adesp.) [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] "la vecchiaia consuma anche la pietra ne risparmia il ferro ... ma la fama delleroe e sempre verde; infatti il tempo, pur volendo, non puo affievolire i canti poetici" (trad. mia); in proposito, P. FEDELI, Properzio. Il Libro Terzo delle Elegie, introduzione, testo e commento, Bari, Adriatica, 1985, p. 106.

(48) Riporto il testo delledizione di L. D. REYNOLDS, L. Annei Senecae Dialogorum Libri Duodecim, Oxonii, e typographeo Clarendoniano, 1977.

(49) Per converso, in merito all'azione distruttiva del tempo su opere edili, vd. gia Cic. Marcell. 11s. quae quidem tanta est ut tropaeis et monumentis tuis adlatura finem sit aetas--nihil est enim opera et manu factum, quod non conficiat et consumat vetustas, at haec tua iustitia et lenitas florescent cotidie magis. Ita quantum operibus tuis diuturnitas detrahet, tantum adferet laudibus, con il quale cf. il sopra citato Prop. 3, 2, 18-26; in proposito, S. J. Heyworth, J. H. W. MORWOOD, A Commentary on Propertius Book 3, Oxford, University Press, 2011, pp. 111 ss. Vd. pure la citazione del passo ciceroniano da parte di Lact. inst. 6, 11, 25 ss.: nihil ... magis, con personale riformulazione del concetto di partenza, nec opera eorum (sc. qui publicis operibus extructis memoriam nomini suo quaerunt) sempiterna sunt, siquidem aut uno tremore terrae dissipantur et corruunt aut fortuito consumuntur incendio aut hostili aliquo impetu diruuntur aut certe vetustate ipsa dissoluta labuntur.

(50) L' allusivo richiamo del senecano nulla ... nulla all'arateo neque ... neque si allinea all'allusiva variazione properziana del modello oraziano nell'uso di connettivi negativi; J. F. MILLER, loc. cit., p. 294, n. 24. Lo stesso Seneca, inoltre, tradisce altrove l'imitazione di Ovidio proprio attraverso lenfatica ripetizione delle negazioni; R. DEGL' INNOCENTI PIERINI, "Echi delle elegie ovidiane dallesilio nelle Consolationes ad Helviam e ad Polybium di Seneca", SIFC, 52, 1980, 109-143: 124. Sull'anafora allusiva, J. WILLS, Repetition in Latin Poetry. Figures of Allusion, Oxford, Clarendon Press, 1996, pp. 354-362.

(51) Cetera ... intereunt--Cic. Phil. 9, 14: statuae intereunt tempestate, vi, vetustate.ut cetera exstinguuntur, melius ... consecrabis ... quam ... lugebis--Cic. Phil. 14, 34: quos (viros) laudare quam lugereprestabit; nessuna segnalazione da Th. KURTH, Senecas Trostschrift an Polybius, Dialog 11. Ein Kommentar, Stuttgart--Leipzig, Teubner, 1994.

(52) S. HINDS, Allusion and intertext. Dynamics of Appropriation in Roman Poetry, Cambridge, University Press, 1998, p. 40.

53 Tra le numerose personalizzazioni, Ov. met. 15, 871 ss.: iamque opus exegi, quod nec Iovis ira nec ignes / necpoteritferrum nec edax abolere vetustas I ... parte tamen meliore mei super alta perennis / astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum / ... perque omnia saecula fama, / siquid habent veri vatum praesagia, vivam; sull'azione distruttrice del solo tempo cronologico, Sen. dial. 10, 15, 4: honores, monumenta, quidquid aut decretis ambitio iussit aut operibus extruxit, cito subruitur, nihil non longa demolitur vetustas et movet; at iis quae consecravit sapientia nocere non potest; nulla abolevit aetas, nulla deminuet e Ps. Sen. epigr. 27, 1-6 PRATO (=Anth. Lat. 418, 1-6 RIESE): nullum opus exurgit, quod non annosa vetustas / expugnet, quod non vertat iniqua dies, / tu licet extollas magnos ad sidera montes / et calidas aeques marmore pyramidas. / Ingenio mors nulla nocet, vacat undique tutum; / inlaesum semper carmina nomen habent; diversamente Mart. 7, 84, 6-8 certior in nostro carmine voltus erit / casibus hic nullis, nullis delebilis annis / vivet, Apelleum cum morietur opus e 10, 2, 11 ss. at chartis nec furta nocent et saecula prosunt, / solaque non norunt haec monumenta mori.

(54) Di conseguenza, cade pure il raffronto, portato da G. Luck, "Aratea", AJPh, 97, 1976, 213-234: 233, con la sinonimia di Catull. 64, 73 illa tempestate ... quo ex tempore, invero anche questa tutt'altro che scontata; in proposito, H. HEUSCH, Das Archaische in der Sprache Catulls, Bonn, Hanstein, 1954, pp. 51-53, e G. NUZZO, Gaio Valerio Catullo. Epithalamium Thetidis et Pelei (c. LXIV), Palermo, Palumbo, 2003, pp. 84 ss.; nel caso ciceroniano, poi, contro la sinonimia adesso anche D. PELLACANI, Gli Aratea di Cicerone. Per un commento al proemio (frr. 1-2) e alla mappa delle costellazioni (frr. 3-34, 222), Padova 2013, p. 47 (tesi di dottorato disponibile on line all'indirizzo http://paduaresearch.cab.unipd.it/6062), lavoro del quale ho preso conoscenza solo al momento di licenziare questo articolo per la stampa.
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Title Annotation:texto en italiano
Author:Ciano, Nunzia
Publication:Euphrosyne. Revista de Filologia Classica
Article Type:Ensayo
Date:Jan 1, 2015
Words:6344
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