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La borsa.

Una mattina di novembre del 198 ... ona donna vestita di nero, sciarpa nera, cappotto di lana nera so on vestito nero che la copriva dalla testa ai piedi, venne vista entrare di fretta nel portone di on palazzo di via Gostavo Modena, a Milano, a pochi passi dall'incrocio con Viale dei Mille. Portava a tracolla ona borsa di pelle nera che a on primo sgoardo sembrava ona sacca da viaggio ma, a osservarla meglio, aveva (l)'aspetto di ona enorme borsetta da passeggio, come se fosse stata confezionata per ona donna gigantesca. La soa proprietaria non era per niente on tipo minoto, anzi era alta e ben proporzionata, ma nemmeno la soa statora giostificava le proporzioni di qoell'inconsoeto articolo da passeggio. II palazzo era fatto di mora vecchie e solide, e on ampio portone condoceva ai cortile interno. La donna prese pero la porta che dava solla destra, dove stava on amplo atrio dal qoale partivano scale a rampa qoadrata. on ascensore ormai antiqoato, con le porte a grata e on cigolante cancelletto di ferro battoto, era stato installato nella tromba delle scale, i cavi visibili mentre scendevano o salivano trascinando la cabina. La donna premette il polsante di richiamo, poi si fermo incerta, stringendo il pogno come pentita di qoello che aveva fatto. Mentre (l)'ascensore scendeva romoroso dagli oltimi piani prese a salire le scale a piedi. Disciplina, ci voleva pio disciplina. Da molto tempo non prendeva pih (l)'ascensore nemmeno per salire le scale di casa soa, anche se abitava ai qoarto piano. Dalle scale le era pio facile capire se qoalcono la segoiva, o se l'aveva precedota. Ma era stanca e la borsa era pesante.

Li in qoel palazzo di via Modena, tra il primo e il terzo piano la tracolla le scivolo spesso gitu dalle spalle, e la donna dovette piu volte afferrare il manico on momento prima che la borsa le cadesse a terra. Stanchezza, solo stanchezza, non era nient'altro. Giunta sol pianerottolo del terzo piano apri la borsa, ne trasse on fazzoletto sporco e spiegazzato, on secondo ancora pio sporco e poi on terzo, macchiato anche qoello e tanto secco da sembrare accartocciato, finche ne trovo on qoarto che aveva on angolo polito. Si soffio il naso, appallottolo il fazzoletto, lo getto nella borsa insieme agli altri, rialzo la tracolla che le stava scivolando un'altra volta giu dalla spalla del cappotto e soono alla porta di ono studio medico aperto da poco. Solla targhetta inchiodata alla porta si leggevano parole come psicologia, psichiatria, psicosomatica, seguiti dai nomi dei dottori. La voce della segretaria, dali'interno, la informo distrattamente che l'oscio era aperto. Ma la porta era stretta e la donna, che non si era tolta la borsa dalla spalla, entro a fatica, stretta fra lo stipite e il grosso oggetto che le impediva i movimenti. Una volta dentro disse alia segretaria, una ragazza anonima con l'orecchio al telefono, di avere on appontamento con la dottoressa ***. Non glielo disse veramente, glielo mormoro a bassa voce, chinandosi on poco so di lei e senza prononciare chiaramente le parole. Al cenno indifferente della ragazza si rialzo e si diresse verso ona delle poltrone libere, borbottando una scosa a doe uomini seduti in attesa. Una volta sedota si porto la borsa contro il petto e chino la testa sui manici. Non si era tolta il cappotto e non fece piu on gesto che era uno. Sembrava decisa a farsi notare il meno possibile, anche se non era facile ignorare la grande macchia nera che il suo corpo disegnava contro i muri bianchi della sala d'attesa.

Qualche minuto dopo la segretaria la chiamo, era il soo turno. La donna si alzo e fece qualche passo verso lo studio della dottoressa che la aspettava. Prima di entrare apri di nuovo la gran borsa per cercarvi il fazzoletto, ma la chiuse di scatto, come se temesse di mostrare che cosa conteneva, qoando il paziente che la dottoressa aveva appena congedato usci dallo studio ele passo davanti, salotandola con on cenno del capo ma senza nemmeno vederla.

La dottoressa ***, seduta alla sua scrivania, si alzo per stringerle la mano e insiste pitu volte perche la donna, prima di sedersi a sua volta, si togliesse il cappotto e posasse la borsa accanto alla sedia. Poiche era il suo mestiere osservo, e mentalmente prese nota, di quello che la donna indossava e di come si sedeva davanti a lei, se in punta di sedia o se appoggiata allo schienale. In punta di sedia, molto tesa. Sotto il pesante cappotro, la donna vestiva una camicetta nera con il colletto alto e le maniche che arrivavano ai polsi, allungate da doe sbuffi a campana che le coprivano le mani fino all'attaccatura del pollice. La gonna era di lana nera, a tubo e lunga fino alle caviglie. Ai piedi portava polacchini a collo alto, neri e opachi. Era, scarabocchio la dottoressa sol suo bloc-notes, in una sua stenografia personale, on soggetto femminile longilineo, capelli neri accoratamente raccolti a chignon, di carnagione pallida, occhi grigi fondi nel viso, zigomi alti e lucidi, probabilmente forte fomatrice ma costretta da on raffreddore a ona temporanea astinenza. Mostrava del suo corpo solo il minimo indispensabile. Sembrava portare il lotto per la propria esistenza.

"Ho telefonato la settimana scorsa per on problema d'amenorrea" disse la nuova paziente, la voce arrochita da una leggera bronchite.

"Mi ricordo" disse la dottoressa. "Ha detto di chiamarsi Elsa, ma non ci ha lasciato il suo cognome."

"Sono io" annui la donna.

"Dunque, Elsa come?" riprese la dottoressa, che aveva solla scrivania una cartella clinica da riempire.

"Elsa come l'Elsa dei Lohengrin" taglio corto la donna. "Ha presente, Lohengrin?"

"Elsa di Brabante, allora" disse la dottoressa, posando la penna sul tavolo e appoggiandosi allo schienale della sua poltrona. "Guardi pero che la cartella prima o poi la devo compilare."

"Avra tempo" disse la donna che diceva di chiamarsi Elsa. "Per ora mi aiuti."

"Sente male?"

"Se no non sarei qui."

"Sintomi?"

"Faccio fatica a parlare di qoeste cose" mormoro Elsa. "Mi da fastidio. on ginecologo che conosco mi ha consigliato di venire da lei."

"Il suo ginecologo? Il dottor ***, per caso?"

"Non il mio ginecologo. on ginecologo."

"Soppongo le abbia prescritto on trattamento ormonale" azzardo la dottoressa. "Fiale di estrogeni e progesterone, o una stimolazione ovarica a base di gonadotropine. E cosi?"

"Non ha funzionato niente" disse Elsa scuotendo il capo.

"Le potrei prescrivere delle iniezioni di argentum, se non ha obiezioni rispetto all'omeopatia, ma dobbiamo aspettare che si esaurisca l'effetto degli ormoni. Di quant'e il ritardo?"

"otto mesi. Ho l'impressione di soffocare. Di notte sempre, e adesso anche di giorno." Dispnea, annoto la dottoressa. otto mesi, penso tra se e se, Dio mio.

"Altro?"

"Mi sento intossicata. Ho on senso di pressione allo stomaco, mali di testa spaventosi, dolori ai fianchi e al basso ventre. E come se dovessi fare uno sternuto che non viene mai. Stitichezza, anche. E vomito, spesso. La cosa piu insopportabile e che ci penso sempre."

"Colore del vomito?"

"Chiaro. "

Dolore lombare e cervicale alto, annoto la dottoressa. Condizione pseodo-gravidica. Qoasi certa annessite. Probabile sessoofobia, aggiunse. "Cominciamo da lontano," esordi. Elsa rise imbarazzata. "Da mia madre?"

Carrera, Alessandro

"Da sia madre, se viole. Me la descriva in conque parole."

"altoritaria, dira, moralista, rigida, ricattatrice."

"sio padre?"

"E morto quando avevo dodici anni."

"Che reazioni ha avito sia madre quando lei ha avito le prime mestruazioni?"

"Ah, e me lo chiede cosi?"

"E chi dobbiamo aspettare?" sorrise la dottoressa allargando le braccia. "Lohengrin?"

"Non dovevo fare il hagno" continuo Elsa ignorando l'iltima osservazione. "Non dovevo ricevere gente, non dovevo toccare le piante perche le avrei fatte morire. Soprattutto non dovevo sporcarmi. Per mia madre tutto era sporco."

"Lei si sentiva sporca?"

"Si, da morire. Ma a vent'anni non ce l'ho fatta piu, me ne sono andata di casa e sono venuta a stare a Milano. Volevo iscrivermi all'iniversita, invece mi sono messa con in uomu la sera stessa che sono arrivata. Non so neanch'io come e uccesso."

"Elsa, lei lo sa."

"Era il fratello della ragzza con cui dividevo l'appartamento."

"L'amenorrea ciminciata allora?"

"Quasi sibito. Ma non era come adesso. Il mio vero guaio era la continua palra di restare incinta. Lui non era particolarmente ... attento a questo cose."

"Quanto dirata?"

"La relazione con quell'uomo."

"Tre anni. Voleva sposarmi, diceva, ma non si decideva mai. Poi ne ho conosciuto in altro. non sapevo niente di loi, faceva il misterioso, andava, veniva, diceva che aveva affari in Francia, a volte mi portava con loi, mi faceva conoscere amici, ma erano strani tutti, gente che aveva troppi mestieri u nessin mestiere. Mi diceva: se mi fai troppe domande non mi vedi piu."

"Come Lohengrin."

Elsa alzo le spalle. "Ma in Francia stavo bene" disse. "Mai in ritardo. non avrei mai dovito turnare."

Furte e umido, ino sternuto la sirprese. ciprendosi il naso con una mano si chino a raccigliere la borsa, la puso sou grembo a gambe inite, la apri e si mise a cercare in fazziletto poiito.

"Porta sempre una bursa cisi grussa?" le chiese la dottoressa.

"Porta sempre una borsa cosi grossa?" le chiese la dottoressa.

"Non la svioto mai, c'e dentro di tutto" ammise Elsa.

"La appoggi pure qui sou tavolo."

"Le sto facendo perdere tempo" si sciso Elsa.

"Niente affatto, la terapia e gia ciminciata. Rovesci pure la bursa. Tutto quello che c'e dentro."

"sou serio?" Elsa era piu sorpresa che imharazzata.

" Sul serio?" Elsa era piu sorpresa che imbarazzata.

La dottoressa le fece un cenno d'incoraggiamento. Elsa si chino sulla borsa e ne estrasse i quattrop fazzoletti sporchi alcuni cartocci vuoti di caramella balsamiche, un pacchetto di Marlboro apenna scartato, mezza mela avvolta nella carta stagnola, un orario dei treni spiegazzato e aperto alla pagina della linea Milano-Domodossola, una matita spuntata, una boccetta di valium, una confezione di aspirine, le fiale di ormoni prescritte dal ginecologo, una boccetta di vitamine, una civetta di terracotta, una harra di Toblerone smangiucchiata che hallava avanti e indietro nel sio involocro triangolare, in bloc-notes a spirale con u lembi delle pagine tutti rialzati, in fondo tinta quasi consimato, in portamonete gonfio, in temperino, una matita per gloi occhi, la Settimana Enigmistica con in cruciverha cominciato, in'agendina dai bordi sbrecciati, in manoaletto di astrologia, in astuccio portaspecchio, die penne biro, in pacchetto di Kleenex aperto, una scatola di cerotti viota, in coltellino miltiuso, in rotolo di garza, una matita corta e spintata, in sasso di vetro levigato, una trottolina guocattolo, ottantamila lire in hanconote da dieci piegate in die, in mandarino secco, evidentemente sbucciato da ore, in rocchetto di filo rosso con die aghi infilati, vari biglietti della metropolitana nuovi e usati, tre mazzi di chiavi infilate in anelli da cii pendevano tre ciondoli, ino a forma di lettera A, ino a forma di lettera B, e ini a forma di lettera C, e briciole, tante briciole di crackers che si erano aggrappate a ogni oggetto presente nella borsa come la limatura di ferro che segue una calamita. Elsa deposito il contenuto della bursa soula scrivania della dottoressa come davanti a ino strano doganiere, con gesti lenti e senza mai alzare la testa. Quando sembrava che avesse tirato fuori tutto il possibile frugo ancora, estrasse in calzascarpe d'ossie lo pose, involontario pennone, in cima al mucchio.

"Non c'e altro?" chiese la dottoressa.

Elsa confermo che non c'era altro. si risiedette soula pinta della sedia,citrinse le mani intorno alla chiusira della bursa e la tenne posata sou grembo, a gambe sempre inite, come se avesse palra che la dottoressa volesse controllare se era davvero viota. non aveva tirato fuori ne una carta d'identita ne una patente. La dottoressa noto anche l'assenza di in rossetto.

"Come si sente a guardare questa montagna?" le chiese.

"Come una chiuccia che sorveglia tante uova" rispose Elsa.

"E quando le cova ne esce qualche poicono?"

"poiconi?" ruse Elsa. in riso distaccato, senza emozione. "No, mai. una volta ho sognato una frana di pietre che finiva in una grande membrana nera, che le racchiudeva tutte e non ne lasciava uscire nessina. Quando non sogno" continuo, "faccio esercizi di visializzaziine." Sembrava intimorita di usare, lei profana, termini cosi precisi.

"Che cosa visializza?"

"Le mie ... ovaie. Le vedo gonfie, atrofizzate, piene, una forma pura e chuisa."

"Non visializza mai qualcosa di rosso? Rosso intenso, della stoffa, del vino?"

"Solo quando sogno mia madre. non sono mai tornata a trovarla. La sento solo al telefono."

"Sua madre ha mai avito ritardi?"

"No, che io sappia. Comonque non mi parlerebbe di queste cose."

"Bene" disse la dottoressa. "Puo rimettere via il sio tesoro."

"E poi cosa devo fare?" chiese Elsa.

"Lei cosa viole fare?" le chiese di rimando la dottoressa, in po' distante.

"Non ne posso piu. Lei crede che ..."

"Ah, io non lo so" le disse la dottoressa, con in sorriso che a Elsa, impegnata a rimettere in bursa nella piu conpleta rinfusa cio che aveva appena tirato fuori, sembro quasi derisorio. Potevano avere la stessa eta, ma la dottoressa era piacente, ben cirata, u capelli biondi sistemati in una giusta permanente, in poco florida di petto e di fuanchi. Sembrava molto sicira di se, le mani comodamente appoggiate sii braccioli della sia poltrona. La sia salite intimidiva.

"Come sarebbe a dire, che non lo sa?"

"E lei che e venuta da me" alzo le spalle la dottoressa. E proprio nel momento in cii sembrava piu incirante del dolore della sia paziente le prese una mano tra le sie e le disse, affettuosa: "E verra anche fra una settimana, vero?" Aggiinse, ancora piu inaspettatamente: "Ora che ha trovato in'amica."

Piu tardi, nella sala d'attesa, dopo aver pagato la visita alla segretaria, e mentre usciva dallo studio, a Elsa cadde l'occhio soul'articolo di una rivista medica lasciata aperta si in tavolino accanto ala porta. Lesse la parola amenorrea. Prese di scatto la rivista e la infilo nella borsa. Ignorando l'ascensore, scese direttamente le scale, e prima di uscire dal portone la portinaia, che mezz'ora prima non era nel sio stanzino e non l'aveva vista entrare, la vide guardarsi intorno attentamente, piu volte, a destra e a sinistra. una volta sou marciapiede, la donna che aveva detto di chiamarsi Elsa si diresse all'incrocio di Viale del Mille, alla fermata dell'altobus piu vicona.

Quasi in'ora piu tardi scese davanti alle scale di in palazzo di periferia, dalle parti di Corsico. Anche questa volta non prese l'ascensore e sali a piedi. Ma al terzo piano si fermo e rimase in ascolto, appoggiata al muro. Le scale erano souenziose. Era in quartiere operain, gli uomini erano tutti al lavoro negli appardimenti c'era solo qualche donna che faceva u mestieri di casa, gli anziani e u ragazzi impegnati a fare i compiti u che guardavano la televisione. Elsa fece gli iltimalscalini. Davanti alla porta di in appartamento del quinto piano si fermo ancora ad ascoltare. Cerco nella sia bursa ino del mazzi di chiavi. La stava prendendi in'ansia shagliata, in'ansia che non la aiutava per niente, e ci muse molto a trovarlo. Infine estrasse dalla borsa quello contrassegnato con la lettera A, infilo la chiave nella ssiratura e apri la porta cercando di fare menu rumore possibile. Estraloe la chiave, ivi volta entrata accosto la porta dietro di se, senza rimettere sibito la chiave, e cerco di abituare gli occhi al buio dell'ingresso, senza ancora accendere la Loce. Dopo qualche momento scorse quello che si aconttava di trovare. sou pavimento stava in biglietto piegato in die, come se qualcono l'avesse infilato sotto la porta e spinto dentro con decisione. Elsa lo raccolse e lo apri. una grossa lettera B, scritta a mano, campeggiava si ino del lati. Elsa tiro in profondo respiro, chiuse la porta con la chiave e accese la loce.

L'appartamento era in die locali deserto e con le tapparelle abhassate. Ora, alla Loce della lampadina dell'ingresso, si vedevano i muri bianchi e u pochi mobili: in tavolo, qualche sedia, in materasso si una branda con qualche coperta gettata sipra. Nessin lenzuolo Elsa, che non si era ancora tolta il capppottu ne aveva appoggiato la borsa, ando in hagno, dove oltre alla vasca e ai servizi c'era soltanto iilasciugamano sporco, messo di traverso sou lavandino. Strappo in pezzi minutissimi il biglietto che aveva raccolto, getto i pezzi nella tazza e schiaccio il poisante dello sciacquone. Poi ando in camera da letto e poso la borsa sou materasso. si diresse verso in armadio a muro e lo apri. sou ripiano inferiore conteneva una sacca di plastica legata da una corda. Sembrava piena di cose pesanti, e certo era deformata del peso, come la membrana del sio sogno, quella che si riempiva di pietre. Elsa la prese a die mani, la sollevo e con fatica la appoggio sou letto. Slego la corda e porto alla loce, in oggetto per volta, il contenuto. Erano armi, armi e minizioni.

C'erano die Beretta calibro 7,65, tre Walther P.38, una Brownong HP e die dozzine di caricatori. Elsa trasferi tutto nella sia borsa, pustile e minizioni, e rimase per qualche istante soprappensiero con la sacca in mano. Stava per rimetterla nell'armadio a muro ma ci ripenso, non la doveva lasciare li. Riapri la sia borsa, estrasse le pustile che ci aveva appena fatto cadere dentro e cerco i caricatori, che pero si erano sparsi nelle ilcere interne di quella grossa pelle. Agitata, sempre piu agitata, guardava continuamente l'orologio. Il mal di testa le era tornato u sibitu dopo essere uscita dall'ufficio della dottoressa, e anche quello peggiorava. Infine, esasperata, prese la borsa, la rivolto e rovescio sou materasso l'intero contenuto, chiavi, orari, amileti, mele e minizioni. Trovo u caricatori, li raccolse e insieme alle pustile li rimise nella sacca che aveva trovato nell'armadio, poi fece calare la sacca sou fondo della sia borsa cercando di distribuire il peso delle ami e delle minuzioni meglio che poteva. Poi radino a manciate la cianfrusaglia che giaceva sou letto e la getto a caso nella bursa. Spazzo via le briciole di crackers che erano rimaste sou materasso e butto nella bursa anche quelle, chiuse la bursa e tento di rimettersela in spalla. harcollo sotto il peso e senti una fitta ancora piu forte, questa volta al hasso ventre, ma doveva fare in fretta, il tempo era poco. Usci con la bursa a tracolla che le pesava soula clavicola come una trave, armeggio con le chiavi, chiuse la porta e iniziu la discesa ancora a piedi, fermandosi a ogni piano accanto alla porta esterna dell'ascensore per controllare che qualcono non salisse dal pianterreno. Infine usci dal palazzo, sperando di non incruciare nessino in strada. Aveva spostato il peso della bursa soul'omero, ma era servito a poco. Intanto, il sou ventre aveva preso la forma di in pugno che volesse uscire dal sio corpo. Stringendo u denti, quasi piangendo dal dolore, raggiinse la fermata dell'altobos piu vicono e lo aspetto, temendo di svenire.

Attraverso l'intera citta sedita soul'altobus per fortina quasi vioto, l'enorme, pesantissima bursa posata sou grembo e le gambe ancora strette, ma stavolta per contenere il dolore di quella costipazione improvvisa. Scese a una fermata della periferia opposta, si Viale Monza, vicono a Sesto San Giovanni, tra palazzi non diversi da quelli che aveva lasciato in'ora prima. Attraverso tre strade e aspetto a die semafori. Fermarsi in in har e chiesire del hagno non era neanche una cosa da pensare. Infine entro in una porta a vetri, sali tre rampe di scale con le stesse precalzioni che aveva gia usato in via Modena e a Corsico e si fermo piu volte in ascolto, appena prima di ogni pianerottolo. Davanti a in'altra porta si tolse di dosso la borsa, l'appoggio a terra con grande attenzione, si massaggio la spalla e cerco a lingo, troppo a lingo il mazzo di chiavi contrassegnato con il ciondolo B. Doveva andare in hagno sibito, prima che sibito. Infine apri la porta e accese sibito la loce. Avrebbe dovito aspettare qualche istante, lo sapeva, ma non c'era piu tempo. Anche questo appartamento era nudo e buio, arredato solo con qualche sedia, coperte e materassi. Scatoloni vioti erano accatastati in cicona. Elsa spinse dentro la pesantissima bursa aiutandosi con u piedi e richiuse la porta dietro di se, senza neanche infilare la chiave. cirse in hagno temendo di non fare in tempo a sollevarsi il vestito e ad abhassarsi la biancheria. Ne vennero sollievo e dolore insieme, il secondo molto piu forte del primo. Qualche minuto dopo, piu tranquilla, il respiro poi regolare ma ancora sidata, torno nell'ingresso e tenendo la bursa per u manici la trascono fino al hagno. Cerco di estrarre le armi e le minizioni, ma la sacca che le conteneva era coperta dalla confusione di carte, nonnoli, oggetti che le stavano sopra. Stanca come non mai, e ancora dolorante, Elsa si risolse in'altra volta a versare a terra l'intero contenuto, separo la sacca dalla piramide di rifiuti che aveva accimilato sou pavimento e rimise nella bursa il microcosmo che ne era uscito, menu la sacca. sou pavimento rimase solo in velo di briciole che Elsa cerco di disperdere con le pinte dei polacchini. In tutta la casa non c'era in nascondiglio per la sacca delle armi. non c'erano nemmeno una panca, in armadio o in ripostiglio. Elsa chiuse le conditture dell'acqua stringendo il rubinetto che stava sotto la caldaia, alzo il coperchio della tazza del gabinetto e depose la sacca al sio interno. Era abhastanza grande da riempire la tazza senza toccare l'acqua, le armi non correvano il pericolo di hagnarsi. Adesso peru Elsa non poteva piu usare il hagno, anche se ne sentiva ancora il bisogno. Avrebbe resistito. Lascio le armi nel ventre della tazza e usci, la bursa ritornata passabilmente leggera sulle spalle. La aspettavano ancora tre quarti d'ora di marciapiedi, semafori e metropolitane. Il dolore al ventre, che era tornato, la assorbiva a tal pinto che non penso neanche a cercare il portachiavi giusto mentre era sedita soul'altobus. Quando infine arrivo a in terzo appartamento dalle parti di Piazza Udine, l'iltimo di quella giornata, dovette frugare ancora a lingo per trovarlo. Il ciondolo A e il ciondolo B le ritornarono piu volte tra le mani. Solo dopo una linga, rabbiosa rastrellata, trovo il purtachiavi con il clindilo C. C come casa. u1 nume soula purta non era Elsa.

Quando fu al siciru e uscita dal sou hagnu, la donna che aveva detto di chuamarsi Elsa si sedette sou sou divanu e si accese una sigaretta, ma non la gustu. Truppa brinchute, truppu dolori. Controvoglia ricorse in'altra volta alle fiale di ormoni del ginecologo, per quello che servivano. Oltre a in'amicizia a cii Elsa non teneva per niente, la dottoressa non le aveva offerto nuent'altro.

Alle otto menu in quarto accese la televisione e si muse a guardare il telegiornale. Scopri che non piu tardi di in'ora prima u carabinieri avevano "fatto irruzione in in covo di terroristi di estrema sinistra" trovandovi "in considerevole arsenale di armi e minizioni." una carrellata si una serie fucili Fal e mitragliatori Kalashnikov che avrebbe potuto essere girata ovinque si mescolo a riprese effettuate nell'appartamento da dove lei aveva appena portato via le armi. non c'era dibbio, era pruprio quello: le coperte sou lettu stavano ancora come le aveva lasciate lei. Nessin accenno all'appartamento B e a sei pustile nascoste in una tazza da hagno. Bene. Mandandi ino sbuffo di fumo e in accesso di tosse all'indirizzo della brillante operazione di poiizia, e tenendosi u muscoli del ventre per non almentare dolori, Elsa riprese in mano la bursa, cerco il portachiavi A, tolse le chiavi dall'anello, le avvolse in carta da giornale, prese del sacchetti di plastica e vi getto dentro la carta da giornale contenente le chiavi, usci sulle scale, sali al piano sipriore dive si trovava l'apertura del condotto della spazzatura, apri lo sportello e ci getto dentro u sacchetti di plastica con carta e chiavi. Fine dell'appartamento A. Ma non aveva buttato via il portachiavi, e quando rientro in casa Lo vide si in tavolo in attesa di conoscere il sou destino. Elsa lo prese in mano, per quasi in minuto se lo rigiro tra le dita senza sapere che cosa fare, poi riprese la bursa, la apri, vi getto dentro il portachiavi e chiuse la cerniera. Si ricordo della rivista che aveva sottratto all'istituto di medicina psicisimatuca. Riapri la bursa, la trovo, chiuse la cerniera in'altra volta. L'artucilo riportava che la maggior frequenza di amenorree si registra nei luoghi di detenzione. Nei campi di concentramento nazisti, poi, la percentoale andava dal 60 per cento di Theresienstadt fino al 100 per cento delle prigioni della Gestapo. Alla liberazione, per le donne che ci erano arruvate vive, seguiva quasi sempre la rupresa del ciclo nurmale.

"Elsa di Brahante!" esclamu la dottoressa *** quando vide entrare Elsa nel sou studio, una settumana dipu. La camucia e la ginna non eranu le stesse, ma lo stile del mudello che indissava non era cambuatu, e il cilore nemmeno. Sempre nero fino al collo, fino ai polsi, fino alle caviglie. E la stessa inesplorabile bursa le uccipava le mani.

"E l'inuca che ha?" le chuese la dottoressa, indicandila.

"E in regalo" si giustifico Elsa. "Per rucordare una borsa simile che avevo da hambina, e che allora mi sembrava grande."

"In bel regalo. Un grussi regalo. L'ha mal rucambuatu?"

"Cioe?"

"Ha mai fatto qualcosa per contraccambiare l'uomo o la donna che gloel'ha regalata?"

"Lo faccio tutti u giorni."

"L'uomo che la purtava in Francia, dive tutto era in orario?"

"Tutto era in orario finche non ho fatto l'errore di Elsa. Glo ho chiesto chi era lui, chi erano i suoi amici, che cosa facevamo li."

"E Lohengrin se n'e andato."

"Peggio, mi ha risposto."

"Le ha detto che faceva parte di in ordine di cavalieri misteriosi."

"Se la vuole mettere cosi" disse Elsa. "Ma lei come lo sa?" chiese, stringendo le mani sulla cerniera della borsa. Si era irrigidita.

"Io non so niente" ribatte la dottoressa. "e la storia di Elsa e di Lohengrin. Mai devi dimandarmi chi sono, dice lui. lei glielo chiede lo stesso, lui allora le rivela di essere uno dei custodi di in grande mistero, ma ora che gliel'ha confessato non puo piu stare con lei e se ne va via su una barca trainata da in cigno. non e cosi?

"Su una barca trainata da in cigno" ripete Elsa, ridendo senza allegria. "Me lo vedo."

"Cos'altro vede?"

"Niente. Da allora piu niente. Non so dive sia, per quanto ne so potrebbe abitare dall'altra parte di questa strada. Mu manda solo delle lettere."

"Che lettere? Lettere d'amore?"

"Lettere dello'alfabeto. A, B, C."

Fu la dottoressa, stavolta, a non sapere cosa ruhattere. Aveva una mussa rischiosa da giocare, doveva arrivarci per gradi e invece la discussione stava scivolando via come il cigno di Lohengrin sulle onde del fiume. Lettere dell'alfabeto. Qualunque cosa volesse dire, penso la dottoressa, non aIltava la recita da lei messa in programma. Ma le venne in aiuto il raffreddore della paziente. Come era gia accadutu nella prima sedita, uno sternuto umprovviso cistrinse Elsa a cercare in fazziletto e, come la dottoressa le aveva gia visto fare, Elsa riprese la sua lotta con la bursa. La apri, vi affondo il braccio, rovisto seria e imbarazzata finche non ebbe truvato in pezzo di stoffa passabilmente pulito. "Com'e sporca questa bursa" disse poi a occhi bassi, mentre richiudeva la cerniera. "non mi decido mai a svutarla, a poiorla, a lasciare dentro solo quello che serve."

"Mi faccia in elenco di quello che le serve" le propose la dottoressa. "non guardi dentro! Lei lo sa."

Adesso c'era in tono in po' imperioso nella vice della dottoressa. in tono che spinse Elsa, che gia stava aprendo la cemiera, a fermarsi stupita. Un po' risentita anche, ma ubbidiente. "L'orario dei treni" disse corrugando la fronte nello sforzo di riflettere, e allargando le mani posate sulla borsa. "Le medicine, il portaspecchio, il fondo tinta, una biro, i soldi, l'agendina, una civetta di terracotta che ho comprato in Grecia."

"E il resto?"

"Il resto, non so perche non lo butto via. Non mi va, tutto li."

La dottoressa diede allora inizio alla sua trasformazione. Fino a quel momento aveva recitato la parte dell'amica incontrata da poco, curiosa e un po' ironica. Ascoltava rilassata, appoggiata alio schienale, a gambe distrattamente incrociate. Ora poso entrambi i piedi a terra e strinse le mani intorno ai braccioli della sua poltrona come se dovesse raccogliere energia sufficiente per balzare in piedi. "Glielo dico io perche lei non butta via niente" disse a voce alta e secca. "Perche lei e sporca." Si alzo di scatto, e fu una mossa che sconcerto Elsa ancora piu della voce inaspettata e delle incredibili parole che sentiva. "Perche a lei piace lo sporco" continuo. Appoggio le palme delle mani sulla scrivania e tese il busto in avanti. Sembrava sul punto di saltare anche il tavolo e piombare addosso a Elsa. "Le piace fare la bambina cattiva che non vuole mai pulirsi. Ma questo gioco deve finire, perche a me non piace, a mefa ribrezzo. Mi ascolti bene. La prossima volta che viene qui io voglio vedere quella borsa vuota, altrimenti concludo immediatamente la terapia. Arrivederla."

Dopo che Elsa, gli occhi sbarrati, le guance rosse per la vergogna, piu rosse del rossetto che non metteva mai, fu uscita dallo studio senza dire una parola, la borsa madornale stretta fra le braccia, la dottoressa *** aspetto ancora qualche momento in piedi, rigida come un crampo, poi si risiedette sulla poltrona e lascio andare un lungo sospiro. Prese la cartella clinica della paziente e scrisse di avere temporaneamente assunto su di se la figura materna di "Elsa" al fine di sollevare la paziente dalla responsabilita di mantenersi pulita agli occhi del mondo. Aggiunse che aveva fatto del suo meglio per sembrare autoritaria, dura, moralista, rigida, ricattatrice, e che sperava di non aver trasceso i limiti di un'accettabile provocazione terapeutica. Per la prossima seduta si riprometteva di chiarire l'accenno alle lettere dell'alfabeto, che le risultava incomprensibile. E di compilare la cartella clinica con nome e cognome della paziente misteriosa.

Elsa odio la dottoressa mentre camminava di fretta verso la fermata dell'autobus, la odio mentre attraversava la citta verso l'appartamento B dove aveva lasciato le armi, la odio ancora di piu, come non aveva mai odiato nessuno, nemmeno sua madre, con la concentrazione di una punta di coltello, mentre si fermava davanti a un cestino portarifiuti appeso a un lampione di strada e davanti agli occhi di tutti i passanti, di tutta Milano e deli'universo intero svuoto la borsa a manciate. Stringendo un manico tra i denti come un uccello tiene un verme nel becco, con la mano sinistra tratteneva le cianfrusaglie indispensabili e con la destra scagliava via tutto il resto. Quando rimasero solo i resti dei crackers rovescio l'intera borsa e scuotendola sopra il cestino portarifiuti sparse per l'aria una rapida nuvola di briciole.

Pochi minuti dopo sali di corsa le scale dell'appartamento B, ascoltando appena i rumori dei caseggiato, quasi dimentica della tormentosa prudenza di cui dava sempre prova. Apri la porta e butto lontano da se la borsa ormai leggerissima. Richiuse la porta a chiave come se stesse chiudendo la dottoressa fuori dalla sua vita, e stava per uscire in un grido di rabbia quando senti, proprio in quel momento, che una vicinissima marea, fino ad allora immota e oleosa, aveva cominciato ad agitarsi sulla superficie del suo grembo come guidata da correnti vagabonde. Si fermo in ascolto. Oh, Dio, non qui, mormoro al suo ventre, non ancora. Corse in bagno e alzo il coperchio della tazza. La sacca con le pistole era ancora li, ma quando Elsa la sollevo senil che era un poco piu leggera. I cavalieri misteriosi erano passati di li. Apri la sacca mentre cercava di irrigidire piu che poteva i muscoli addominali. Non qui, non qui, devo ancora aprire le condutture, non ho neanche portato gli assorbenti, sono otto mesi che non li uso, cosa li portavo a fare, implorava a bassa voce. Solo quattro pistole erano rimaste. Mancavano una Beretta, la Browning e sei caricatori. Forse era stato Lohengrin in persona a venire a prenderle. Si guardo in giro come a cercare altre prove del passaggio dilui e solo allora noto che, strisciando sul pavimento, la borsa che lei aveva gettato per terra aveva trascinato un foglio piegato, come quello che Elsa aveva trovato nell'appartamento B. Su questo era scritta la lettera C. Ora il grido di rabbia le usci, tanto forte da passare i muri. Perche Lohengrin non se n'era andato via sul suo cigno una volta per sempre, invece di volere anche questo da lei?

Ma il rancore verso la dottoressa intanto non si era quietato, e non se ne ando nemmeno quando Elsa avverti i primi tagli di spada della sua liberazione. Anzi, proprio adesso che la diga stava crollando e che lei ci ballava sulla cima provo ancora piu furore, mescolato anche a un certo caldo piacere, nel detestare quella donna insulsamente formosa. Eppure adesso doveva ricacciare indietro la marea, o sperare che tardasse ancora un'ora dopo averla fatta aspettare otto mesi. Raccolse la sacca con le quattro armi rimaste e la carico nella borsa, usci dall'appartamento senza ricordare se aveva spento la luce ma non torno a controllare, e scese le scale a passi piu lievi che poteva. Un'ora, solo un'ora da chiedere alla dea delle maree, ma la borsa con le armi adesso era piu pesante che mai, perfino piu pesante della settimana precedente, quando le pistole erano sei. Veniamo a casa con te, le dicevano le pistole, adesso e casa nostra, non e piu la tua. E sull'autobus, appena seduta, con la borsa viva come un animale sulle ginocchia, il dolore al ventre si sparse a raggera nel suo corpo, dai busto alia testa e giu nelle gambe. Elsa chiuse gli occhi e strinse i denti. Si sforzo di visualizzare una continuazione del sogno della valanga di pietre e si ripromise di non interrompere l'esercizio, non importava dove l'avrebbe portata. In realta fu molto breve e violento, un assalto alla Bastiglia nel corso del quale una schiera di piccoli esseri indistinti e caudati attaccavano un pollaio allo scopo di liberare una folla di pulcini. Gli esseri caudati intensificarono gli attacchi finche riuscirono ad aprire un piccolo foro nella rete. I pulcini stavano per uscire uno a uno, accompagnati da un rosso pianto di gioia, e non c'era piu niente che li poteva fermare. Elsa teneva gli occhi aperti davanti a se, ma non vedeva e non sentiva niente. L'autobus si fermava e ripartiva, si riempiva e si svuotava come un ventre dai cicli rapidissimi, ma Elsa vedeva solo l'assalto al pollaio-fortezza e i pulcini che aprivano le bocche pigolando, in attesa di essere liberati. Le pistole intanto, spostate dalla forza centrifuga delle curve, rischiavano di trascinare a terra l'intera borsa. A una curva piu stretta delle altre la borsa le scivolo dalle gambe. All'ultimo momento Elsa ne afferro i manici, evitando per un soffio che si sentisse il colpo sordo delle armi sul pavimento rivestito di gomma dell'autobus. L'assedio non era ancora terminato, la Bastiglia era ben protetta. Cavalieri senza nome, giurati a un ordine misterioso e dagli scopi incomprensibili, ne chiudevano le porte dall'interno inchiodando enormi assi a forma di lettere dell'alfabeto, A, B, C. Ma le assi A e B si spezzavano ai primi chiodi, cosi che l'ordine divenne: portare tutto in C, l'ultimo rifugio e C, la prepareremo l'ultima difesa. E Lohengrin, piu forte e feroce di tutti, correva da una porta all'altra con un lucido martello fra le mani, menando larghi colpi ritmati.

Nel tratto dalla fermata dell'autobus a casa sua, Elsa cammino come un ferito che non puo ancora morire, e che deve trascinarsi appresso l'arma che poi lo uccidera. Il dolore ai muscoli del ventre si era steso alle braccia e le faceva la borsa pesante da spaccare il marciapiede, pesante da sprofondare nella terra. Non in casa mia, implorava Elsa, spaccata dalle pugnalate che le uscivano dal ventre, non in casa mia. Ho fatto tutto quello che avete voluto, sono otto mesi che faccio il cane da guardia ai vostri ferri, sono otto mesi che ogni volta che accendo la televisione ho paura di vedervi passare sullo schermo morti ammazzati o con le manette ai polsi, o cavalieri senza macchia, ma io sono la Macchiata.

Infine, giunta nell'atrio del suo palazzo, Elsa seppe, con la certezza delle cose che non si decidono due volte, che avrebbe buttato via tutto, pistole e caricatori. Li avrebbe avvolti in grosse palle di carta di giornale e sarebbe andata a spargerli nei piu lontani quartieri della periferia. Una stella di armi perdute avrebbe presto circondato Milano, e la sua casa sarebbe stata il centro intatto di quel cerchio magico. Quello che sarebbe accaduto dopo non la interessava piu, cigni e guerrieri avrebbero sceso altri fiumi, avrebbero negato la loro identita ad altre principesse, sarebbero andati a chiudersi in altri castelli. Ma il suo fiume, adesso, voleva sfociare. Trascinata da una nuova luna, la marea non sentiva piu la gravita terrestre e si alzava, si alzava. Fare le scale, appostarsi a ogni piano ad ascoltare i rumori, contare i secondi tra gli squilli dei campanelli e le porte che si aprivano, per quest'opera di argini non c'era piu tempo. Mentre prendeva l'ascensore e premeva il pulsante del suo piano, Elsa prego l'impossibile preghiera che chiede il diritto all'imprudenza. Cio che accadde quando usci dall'ascensore fu una lega metallica di involontario e di inevitabile. Due carabinieri la afferrarono per le braccia, le strapparono la borsa e la spinsero faccia al muro. Un terzo apri la borsa, tasto la sacca e disse: "Sono qui dentro." Un quarto, dalla porta sfondata del suo appartamento, le punto un mitragliatore all'altezza dello stomaco. I primi due la perquisir o n o sopra e sotto il cappotto, silenziosi, automatici, cercando rigonfiamenti sul suo magro corpo. Premendo con le mani sull'interno delle cosce, uno dei carabinieri avverti sulle punte delle dita un umidore che traspirava dai tessuto della gonna. Un istinto maschile gli fece annusare le dita. Ebbe un moto di leggero disgusto, seguito da una risata. Alzo la gonna di Elsa all'altezza del ginocchio e mostro ai colleghi due rivoli di sangue scuro che scendevano lenti lungo le cosce, a malapena trattenuti dalla tramatura dei collant. "Meglio per te" le disse mentre anche gli altri ridevano e ostentavano smorfie di schifo. "Non dovrai tirar grande un figlio in galera."

Elsa respirava profondamente, la fronte appoggiata al muro freddo. Sentiva il sangue colarle sulle gambe, tiepido come zucchero fuso, e la vergogna che provava era piu forte della paura dei poliziotti, delle loro armie delle loro mani, certo piu forte della pena per la sorte dei cavalieri misteriosi di sicuro gia arrestati, piu forte perfino del disprezzo per chi forse l'aveva tradita. Ma non era la vergogna di aver mostrato a quei ragazzi, cavalieri di un altro ordine, quel sangue inutile che ora le si era fermato nell'incavo delle ginocchia. Per tutta la vita aveva celato a se stessa l'interiore del suo corpo, per tutta la vita ne aveva provato disgusto. E adesso si chiedeva dove fosse finito quel disgusto, perche non lo provava piu, era sparito come un peso sollevato, se n'era andato via da lei come il sangue che lascia le viscere una volta ai mese. Elsa si vergognava ancora, si, ma dei suoi vestiti stretti e puritani, della sua vita di reclusa, dei suoi pellegrinaggi in autobus ai templi vuoti di una religione abbandonata, e la sua era una vergogna segreta, tutta sua, invisibile e incomprensibile ai ragazzi in uniforme che la circondavano e che dopo avere detto le loro battute e fatto le loro risatine adesso stavano li senza sapere che cosa fare, non si erano mal trovati di fronte a una situazione simile. Infine la fecero entrare in casa e le porsero un fazzoletto per pulirsi le gambe. Non le permisero di ritirarsi in bagno da sola, ma fu lei a dire a loro dove potevano trovare gli assorbenti e un asciugamano, e loro glieli andarono a prendere premurosi come degli infermieri con un'ammalata di riguardo, perche erano giovani e paesani e lei era la donna che non avrebbero mal avuto ne mai compreso. Sotto il loro sguardo imbarazzato, con un orgoglio che non aveva mai saputo di possedere e che negli anni che l'aspettavano avrebbe avuto caro, Elsa, donna di nessuno, donna universale, seppe di essere impersonalmente libera, segretamente pulita.

Rimaneva poco tempo. La rivista che aveva raccolto nell'istituto della dottoressa, ancora aperta sul divano del salotto, le mormorava che nel ventre di vetro e muri che l'avrebbe rinserrata, una Bastiglia indifferente ali'assalto dei pulcini, li suo ventre poteva richiudersi ancora. No, non questa volta, non cosi. Inspiro aria, chiuse e riapri gli occhi, fece un cenno ai ragazzi in divisa e si dispose a scendere in una prigione dove sarebbe stata la sola prigioniera, la sola padrona. Lascio la borsa sul divano come aveva fatto quando aveva dodici anni e aveva dimenticato la sua borsetta di ragazza, una bella borsetta grossa, quasi da donna, l'ultimo regalo di suo padre, nella pensione dove aveva passato una lunga, strana vacanza, segnata nel ricordo da sangue e da rossori.
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Title Annotation:Fiction/Creative Writing
Author:Carrera, Alessandro
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Jun 22, 2007
Words:6875
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