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La Stanza di Giorgio Manganelli.

Introduzione--L'autore non esiste

Scrivendo su Manganelli, mi torna in mente, come un monito, una frase del filosofo Gilles Deleuze: <<Quando scrivo su un autore, il mio ideale sarebbe di riuscire a non dire nulla che possa rattristarlo>>. (1)

Infatti sembra impossibile scrivere su Manganelli senza pensare di doverlo rattristare e contraddire.

Se si parla della sua attivita di scrittore, s'incorre necessariamente in quello che, ai suoi occhi, sarebbe apparso come un duplice errore: in primo luogo s'inventa una soggettivita, poi le si attribuisce la responsabilita dell'artificio letterario, creando la figura altrettanto fittizia dell'autore. In questo modo si realizza la mistificazione del soggetto-autore, verso la quale Manganelli nutriva la massima avversione.

Dunque per scrivere di Manganelli e del suo spazio di lavoro, vorrei partire proprio da tale avversione. La sua antipatia nei confronti dei concetto d'autore era connessa a un ideale polimorfico e cangiante dell'individualita, a una critica dell'io, inteso come struttura stabile, riconoscibile, rappresentabile. Le sue concezioni filosofiche lo spingevano a considerare l'arte come un processo impersonale. Un processo che sempre supera l'apposizione di una soggettivita creativa, che sempre la disconosce, e che puo edificare la propria necessaria forza terapeutica soltanto su tale spietato disconoscimento.

Credo che Manganelli possa essere associato a Gilles Deleuze, con il quale condivideva--come vedremo--un concetto clinico della scrittura. Ma a fianco di Manganelli si potrebbe anche sentire la presenza di Roland Barthes. Come Barthes, Manganelli avrebbe potuto scrivere di se: <<Egli sopporta male qualsiasi immagine di se stesso, soffre a venir nominato. Considera che la perfezione d'un rapporto umano e basata su questo vuoto d'immagine.. >>). (2)

Quale puo essere il viatico della scrittura se non questo vuoto d'immagine? L'individuo e una sorta di ricettacolo di contraddizioni non eludibili, non ricomponibili e quindi la prima tappa verso la scrittura e il disconoscimento e superamento dei feticcio dell'io. Scrive nei suoi quaderni: <<Questo e il punto: (...) frantumare l'io in una pluralita di oggetti>>. (3)

Uno dei presupposti dei suo lavoro, e questa frantumazione: <<Ciascuno di noi non e un io, e un noi>>. (4)

Deve essere immediatamente superata anche la convinzione che esista un autore, un soggetto di scrittura, il soggetto di una enunciazione espressiva.

Questo soggetto d'enunciazione esiste soltanto nel caso della comunicazione e non in quello della scrittura vera e propria. Il soggetto e l'autore costituiscono lo stadio regressivo della scrittura, appartengono ai casi della rappresentazione autobiografica, che nulla ha a che vedere con l'arte. Per parlare di Manganelli, bisogna dunque partire da questa sua volonta di svanire ed estinguersi sul foglio. Di sostituire la propria scomoda corporeita fisica con la sostanza egualmente fisica, materiale della letteratura: il foglio, l'inchiostro.

1. Frantumati!

La perdita di se e la condizione primaria affinche si possa scrivere: anzi la scrittura e esattamente una perdita di se, un'abrasione dell'io. Senza questo processo di oltrepassamento della soggettivita, non esiste la scrittura ma piuttosto qualcosa che le somiglia (la comunicazione, la divulgazione...): <<L'acquisizione dell' anonimato e necessaria per l'accesso al luogo della parola, del terrore, dell'assenza, dell'invenzione, delle origini (...) Se l'abrasione del nome viene consumata, la parola ci priva di anima, nel caso ne avessimo una, e di tutto cio che ci sta dentro (...) Quando siamo vuoti e anonimi, la parola puo cominciare ad agire, purche abbiamo la cortesia, naturalmente, di toglierci prima la pelle>>. (5)

Si tratta di un processo di regressione ad uno stato dell'essere non informe, ma poliforme o piuttosto trasformativo.

Superare l'io, vuol dire accedere alla propria autentica condizione di essere frantumato, contraddittorio, continuamente difforme da se, in perenne trasformazione. Scrivendo si accede alla linea viva che unisce questi oggetti frantumati, queste pluralita disperse. Si comincia ad entrare in questi frammenti. Scrivere e quindi tacere l'io: parlare le parole del linguaggio, le parole d'altre cose e di altri esseri cui si partecipa e che addirittura si e, qualora si superino i confini ristretti della soggettivita. Dice Roland Barthes: <<Scrivere implica necessariamente tacere; scrivere e in un certo modo, farsi muto come un morto, diventare uno a cui non e consentita l'ultima replica; scrivere e dal primo momento offrire all'altro quest'ultima replica>>. (6)

Il monito di Manganelli deve essere preso assolutamente sul serio: frantumati!...: <<Gli animali nascono dai sassi; come hai chiuso in te la bambola, ora chiuderai e schiuderai la bestia. Frantumati: non aver paura della tua scomparsa; non puoi perderti, solo frantumarti una volta e una volta; cosi continui. Sasso, la notte abdica; sosta e rompiti in vita>>. (7)

Il pericolo che Roland Barthes aveva individuato era quello dell'aggettivazione. Barthes, come Manganelli, voleva porre ai centro dei processo di scrittura non l'artista-autore dell'opera, bensi una specie di vuoto, che con forza centrifuga organizzasse intorno al suo vortice, l'intero universo delle parole.

Dice Manganelli in un'intervista: <<Nuovo Commento e nato proprio come un problema tecnico che mi interessava particolarmente: costruire un libro intorno ad una <<assenza>>, un <<vuoto>>... Il non libro centrale costituisce una specie di gorgo di niente intorno a cui si aggrega il libro, per cui il libro e disposto tutto intorno al suo centro; ma questo luogo che non c'e, e in realta la parte attiva del libro, e la parte che regge tutta la struttura dei racconto, dei testo..>>. (8)

Il vuoto centrale di questo testo corrisponde esattamente ai vuoto dell'autore, che e struttura fittizia in Barthes come in Manganelli. Scrive Barthes in Critica e verita: <<Il soggetto non e una pienezza individuale che si ha il diritto di evacuare nel linguaggio, ma viceversa un vuoto attorno al quale lo scrittore intreccia una parola infinitamente trasformata (inserita in una catena di trasformazioni), cosicche ogni scrittura che non mente designa l'assenza del soggetto anziche i suoi attributi interiori. Il linguaggio non e il predicato di un soggetto inesprimibile, o che il linguaggio stesso servirebbe a esprimere, ma e il soggetto (...) A dar luogo ai simbolo e la necessita di designare instancabilmente il nulla dell'io che io sono>>. (9)

Sappiamo che Manganelli era un lettore appassionato dei testi di Roland Barthes che amava leggere e sottolineare e con il quale condivideva importanti punti di vista. In primo luogo l'attribuzione di una soggettivita alla scrittura, ai linguaggio stesso che diviene, in entrambi, il vero protagonista dell'opera.

Scrive Roland Barthes: <<Scrivere per frammenti: i frammenti sono allora delle pietre sulla circonferenza del cerchio: mi sparpaglio in tondo: tutto il mio piccolo universo a pezzi; al centro cosa?>>. (10)

Scrive Manganelli: <<Noi portiamo nel diaframma un'arnia di caverne, cavita orifizi (...) e li appunto si collocano elettivamente le parole>>. (11)

Cosi come il commento si organizza intorno a un testo vuoto, simile ad una grotta (<<un centro minimo, ma potentemente elastico, carico di oscure, intense implicazioni; una grotta; l' appunto di una necropoli; un' arcaica, sigillata tomba>> (12)), l'io e una cavita o un anfratto in cui ci si puo unicamente perdere.

Il linguaggio diviene il vero soggetto della scrittura, mentre lo scrittore diventa una sua semplice funzione.

2. Il rumore sottile della prosa

Un'opera importante dovrebbe essere considerata priva d' autore, anonima. Figlia unicamente della letteratura stessa. Le opere di Kafka e di Dostoevskij sono state scritte da personaggi puramente inventati, creature della fantasia: <<quanto piu e grande uno scrittore, piu anonimo diventa. Il suo nome serve solo per essere conosciuto in societa. Borges e Kafka sono due insiemi di parole>>. (13)

Una posizione volutamente paradossale ma che rivela il modo in cui Manganelli pensava la scrittura, la letteratura e quindi li metodo di lavoro.

La scrittura e un'arte dell'abbandono e--allo stesso tempo--un'arte del piu acuto controllo. Lo scrittore accetta di divenire lo strumento della lingua, ma soltanto per trasformarsi nel suo piu perfetto esecutore. Non sa dove le sue parole lo condurranno, lo ignora in anticipo, ma questo non significa che, nel momento in cui scrive, non padroneggi il percorso irrefrenabile che --condotto allo stesso tempo da se stesso e da altro--puo scegliere di realizzare.

Chi scrive e piu simile a un medium o a uno sciamano che a un letterato: e un matto e un alchimista piuttosto che un intellettuale impegnato. Per la sua definizione, occorre fare riferimento a queste figure, che condensano le qualita e le caratteristiche dell'uomo che scrive: il fool, lo sciamano, l'alchimista. (14) Occorre utilizzare un vocabolario denso di termini apparentemente contrastanti, perche lo scrittore domina ed e dominato; e attivo e passivo; sognatore e sognato; sa perdersi e--contemporaneamente--esercitare il piu energico controllo; e capace di abbandonarsi e di essere in uno stato d'assoluta tensione. E una persona che si muove con abilita tra cio che conosce e quanto ignora, tra la veglia e li sonno e cosi via.

Cosi come il medium riesce a parlare la lingua del fantasma abolendo la propria voce e la propria identita, lo scrittore trascrive le voci che sente risuonare dentro la cavita vuota di se stesso, parla la voce del morto: <<Odo voci, e sebbene sappia che esse vengono da esseri vivi, so anche che esse vengono dall'abitacolo del mio corpo, vengono, sommesse ma pronte a farsi urlo, dalle mie viscere, le pagine interne, che leggono se stesse a gran voce. lo devo trascrivere le voci, perche io non sono uomo, ma un vecchio castello affollato di fantasmi>>. (15)

Chi scrive non sa cosa fa: lo stato di passiva-attivita in cui viene a trovarsi durante la scrittura gli permette una sorta di controllo spontaneo dei linguaggio, di controllo a-volontaristico e interiorizzato delle parole.

Dalla prima riga fino all'ultima, scrive sotto dettatura, ignorando dove andra a finire: <<Il cosiddetto scrittore e coinvolto in una tensione specifica con una struttura linguistica e questo coinvolgimento e lo scrivere. Ben difficile sarebbe dire che colui che scrive sia un autore, giacche egli non sa esattamente ache cosa stia attendendo, quale sia la destinazione di quello che fa e non sa nemmeno, mentre scrive la prima riga, quale sara l'ultima del testo... Ad un certo momento, egli e uno che scrive sotto dettatura>>. (16)

Un'immagine che si trova anche in Marguerite Yourcenar, che considerava lo scrittore un medium, un trascrittore di voci provenienti da altri mondi, interiorizzate attraverso lo studio approfondito ed erudito della storia: <<Un personaggio creato da noi non muore piu (...) si fa tacere completamente il proprio pensiero, si ascolta una voce (...) E una presenza quasi materiale, si tratta per cosi dire, di una visitazione (...) In definitiva, lo scrittore e il segretario di se stesso. Quando scrivo, porto a termine un compito, sono in qualche modo, sotto il mio stesso dettato; compio il lavoro faticoso e difficile di ordinare il mio stesso pensiero, il mio dettato>>. (17)

Manganelli sottolineava che lo scrittore "non sa" anche per criticare delle idee di letteratura che considerava estremamente avvilenti.

La letteratura non serve a esprimere delle idee perche se cosi fosse lo scrittore non sarebbe una persona che sa inoltrarsi nelle zone notturne e inesplorate del suo animo, bensi un intellettuale, un comunicatore. La letteratura non e trasmissione di idee, altrimenti possederebbe del contenuti e decadrebbe dalla sua condizione sacrale, mitologica: <<le idee sono deboli e con le idee non si fa letteratura (...) Detesto le idee. Le idee servono solo ai giornalisti>>. (18) Si scrive in uno stato d'incosciente equilibrismo linguistico: <<Quando si dice che uno scrittore e cosciente di cio che fa, si enuncia una contraddizione. Quando uno parla non dice quello che pensa; uno capisce quello che pensa, ascoltandosi>>. (19)

Tra i personaggi cui Manganelli ama associare lo scrittore, quello del fool, piu di ogni altro, rivendica la sua idea di una scrittura di niente. Uomo di corte, il fool e dedito all'arte della menzogna: straparla, scioccheggia fabula e affabula ma gli ripugnano le idee, le verita, almeno quelle dichiarate, quelle rivelate.

Manganelli esalta la letteratura come menzogna. Non e un caso che abbia sottolineato, nella sua copia dei Saggi critici di Barthes, il seguente passaggio: <<il solo compito dell'artista e di esplorare tutte le significazioni possibili, ciascuna delle quali, presa a se, sara solo menzogna (necessaria), ma la cui molteplicita sara la verita stessa dell'artista. Ecco il paradosso (...): dire la verita e mentire>>. (20)

Manganelli e pienamente d'accordo con Barthes e Blanchot quando afferma in un quaderno: <<La poesia dice nulla: e>>. (21) In questo anticipa addirittura le parole di Blanchot, che ne Lo spazio letterario scrive: <<La letteratura e. Cio che essa dice e esclusivamente questo: che essa e--e niente di piu. Al di fuori di questo, non e niente. Chi vorrebbe che esprimesse qualcosa di piu, non trova niente, trova che essa non esprime niente>>. (22)

Da questo punto di vista, Barthes, Blanchot e Manganelli sono molto affini. Tutti e tre celebrano la letteratura come menzogna, per rintracciare proprio nel retaggio della menzogna una possibilita di verita, l'unica possibilita di verita, anche se si tratta di una verita ambigua ed enigmatica. Del resto sembra che la menzogna letteraria (oscura, sibillina, onirica) abbia uno stile molto simile a quello della complessa-oscura verita e che soltanto lo scrittore possa inoltrarsi in questi territori senza smarrirsi. Scrive Blanchot: <<Cio che colpisce nella letteratura e che l'inganno e la mistificazione non soltanto sono inevitabili, ma formano l'onesta dello scrittore, la parte di speranza e di verita che e in lui>>. (23)

Manganelli e piu provocatorio di Blanchot; non dimentica mai di essere un narratore e, anche nei suoi saggi piu eruditi, ironizza come un fool. Viceversa, nei suoi libri di narrativa assume il tono serio di un saggista e inventa intere mitologie per spiegare il significato della scrittura.

La menzogna letteraria rappresenta una possibilita di salvezza. Manganelli lo racconta con il mito di Moloch, inserito nel Discorso dell'ombra e dello stemma.

Moloch e il signore e padrone dei mondo: una sorta di mostro sacrificale, non molto distinto dal mondo stesso, l'uno e l'altro essendo caratterizzati da uno stesso senso di distruzione e di annientamento di se medesimi. Moloch e dedito ai sacrifici umani. Solo attraverso questi sacrifici il mondo ha modo di salvarsi e dunque di continuare a distruggersi e morire. Un sistema feroce e molto collaudato.

Un ragazzo che nasca in questo mondo non ha grandi possibilita: puo diventare egli stesso un ministro dei male e dunque un assassino, un adoratore dei fuoco e della ferocia, oppure puo sfuggire al proprio assassino gettandosi da solo nel fuoco e dunque suicidandosi: <<sia che si uccida, sia che uccida, egli non puo uscire dal regno angusto e decisivo di quell'essenza centrale, il signor Fuoco, e un fuoco, si noti, che chiama a se ma non concede luce>>, (24)

Ma si apre uno spiraglio: la possibilita di fuggire stando fermi ed evitando tanto l'assassinio quanto il suicidio.

Bisogna iniziare a parlare, diventare uno stregone dei centro del mondo e coinvolgere il centro negativo della macchinazione, in un incantesimo. Adescare e irretire Moloch con le parole.

Il ragazzo che scelga questa strada deve parlare ininterrottamente e dimenticare il proprio nome in funzione di questa sua totale trasformazione: <<quando egli era uomo di Moloch, come suicida o omicida, egli sapeva tutto di se, giacche il fuoco e il nulla sono altamente didascalici; ma dal momento che ha scelto di parlare con Moloch, a Moloch, di Moloch, egli non sa piu nulla di se, e tutto parole, incantesimi, magherie, nonsense, rime, allitterazioni, ossimori, velari, palatali, e la sua occulta volonta lessicale e sintattica lo guida, gli fiata nell'intimo, e il mondo esiste, sebbene Moloch non si nutra, sebbene il nulla centrale sia sempre al suo posto, ma la sua sordita eterna e stata intaccata>>. (25)

Le parole sclerotizzano e affievoliscono il potere del male. Anche l'approssimarsi del momento della morte, diventa per lo scrittore un'esperienza innocua e necessaria, quella di una morte per delega, totalmente accidentale. Il ragazzoscrittore <<deve ininterrottamente parlare; oltre, oltre; e procedere verso il corpo abitato dal corpo furibondo; e non sa, o teme di sapere, che anche a lui tocchera, come era nel suo destino originario, entrare nel fuoco, ma che parlando egli esegue anche un incantesimo su se medesimo, egli sara nel fuoco, ma vi sara come l'uomo dello specchio e le fiamme insieme lo bruceranno orrendamente e gli saranno innocue e necessarie; egli entrera nel fuoco non per perirvi ma per delega, giacche egli e il qualcuno del tutto anonimo, scelto aprendo a caso la guida dei telefono, che deve occuparsi delle parole>>. (26)

Ritorna sempre il tema dell'anonimato, come la scelta fondamentale di chi voglia scrivere.

Una delle immagini preferite da Manganelli era quella dell'uomo che si trasforma in un calamaio di inchiostro e che intinge il pennino in se stesso: per scrivere delle cose ma quasi trasformandosi in esse, attraverso l'imitazione o meglio l'evocazione che possono fame i segni.

E fondamentale abbandonare il proprio nome, distruggerlo alla radice, per poter divenire pennino, inchiostro, animale, pianta, architettura barocca...

Ernst Bernhard gli aveva insegnato che lo spazio della memoria puo dilatarsi oltre l'insieme dei ricordi del singolo individuo, per comprendere differenti regimi di oggetti: il mondo animale, vegetale, minerale. (27) Manganelli usava la scrittura per entrare in questo lungo repertorio di variazioni. Per lui era impossibile vivere senza la letteratura, prescindendo da questa esperienza.

3. Manganelli e Deleuze

Questo breve capitolo e scritto a titolo di esperimento. In verita non ho mai letto niente che facesse minimamente ipotizzare un rapporto tra Manganelli e il filosofo Gilles Deleuze.

Scrivo per effetto di una suggestione. La suggestione creata dalla sottile affinita che mi e sembrato di scorgere tra il pensatore francese e lo scrittore italiano. Somiglianza che mi piacerebbe riassumere in tre principali nodi tematici: il primo e il presupposto dell'anonimato e dell'impersonalita; il secondo e l'idea di una letteratura intesa come un divenire; il terzo e il valore clinico-terapeutico della scrittura.

E difficile poter parlare una terminologia che appartenga a Deleuze come a Manganelli, senza privilegiare un vocabolario piuttosto che un altro e quindi senza assimilare impropriamente i due autori.

Ma le somiglianze tra Deleuze e Manganelli sono tanto interessanti, che azzardero comunque questa falsificazione, forse anche in omaggio a Manganelli che scriveva: <<L'unica vostra speranza e nella citazione errata>>. (28)

Per quanto riguarda il concetto d'impersonalita, questo era per Deleuze --come per Manganelli--il necessario punto di avvio della sperimentazione.

Manganelli usa il termine "conoscenza" e scrive: <<Il conosci te stesso dei greci e un imperativo ironico: significa perditi in te stesso>>. (29)

Il superamento della soggettivita e per entrambi la condizione imprescindibile della scrittura. Una scrittura che e anche sperimentazione, liberazione e salvezza.

La scrittura desoggettivante deleuziana, cosi come la scrittura desoggettivante manganelliana sono egualmente due forme anarchiche--addirittura terroristiche--di liberazione dell'individuo da un male non soltanto esistenziale ma anche sociale. Ne La letteratura come menzogna e in altri piccoli saggi, Manganelli ribadisce il valore asociale ed anarchico della letteratura: un esplosivo inesauribile, frutto dell'opera minuziosa e ardita di un essere inutile e pericoloso come lo scrittore (associato comunque ai matto): <<Non v'e letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell'anima>>. (30)

La scrittura e salvezza in quanto forma di liberazione dal Moloch (male sociale e ferocia naturale della vita) e dai carcere dell'Io. Le due cose sono comunque strettamente connesse: il Moloch e la soggettivazione-assoggettante che questi impone. Il Moloch e l'io.

L'individualita dovrebbe avere confini piu vasti: siamo molteplici, siamo (per Deleuze) evenemenziali, pure compossibilita di eventi nello spettro, accidentale, di un'ecceita.

L'individualita dovrebbe avere confini piu vasti: siamo un'infinita di eidola, di animucule distinte, conflittuali e spesso in lotta tra loro (Manganelli), che si ampliano ad altri fondamentali influssi. Secondo Manganelli siamo moltissime cose (soprattutto quando scriviamo): piante, animali di tutti i tipi, enti geometrici, oggetti geologici e planetari (stelle, comete, pianeti...). Chi ha praticato la scrittura di Manganelli sa benissimo che queste esperienze non costituiscono l'eccezione ma la regola costante della sua narrativa.

L'io ha confini vastissimi quando scrive: Manganelli e Deleuze sono perfettamente d'accordo su questo e per entrambi i limiti di tale destrattficazione della soggettivita (Deleuze) e di tale abrasione dell'io (Manganelli) sono decisi soltanto da una sorta di prudenza.

Scrive Manganelli: <<solo chi e tanto disadattato da poter diventare anonimo puo sperimentare una condizione di creativita impersonale. Psicologicamente, tutto cio comporta un rischio, come ogni volta che l'Io cosciente deve essere invaso ma non predato, ferito ma non leso>>. (31)

Scrive Deleuze: <<Non bisogna procedere a colpi di martello, ma con una lima molto fine (...) Disfare l'organismo non ha mai voluto dire uccidersi, ma aprire il corpo a connessioni che suppongono tutto un concatenamento, circuiti, congiunzioni, suddivisioni e soglie, passaggi e distribuzioni d'intensita, territori e deterritorializzazioni misurate alla maniera di un agrimensore (...) AI limite, disfare l'organismo non e piu difficile che disfare gli altri strati, significanza e soggettivazione. (...) L'arte comune delle tre operazioni e la prudenza; e se capita che si rasenti la morte disfacendo l'organismo, quando ci si sottrae alla significanza e all'assoggettamento si rasenta il falso, l'illusorio, l'allucinatorio, la morte psichica>>. (32)

In Deleuze l'impercettibilita e la strategia di fuga della prigione dell'io: <<essere impercettibile e la condizione o il risultato di uno sforzo per disfare la vita della forma generica o personale che la imprigiona>>. (33)

Ma,--sostiene Deleuze--<<E ben difficile riuscire ad essere completamente sconosciuto, sconosciuto anche alla propria portinaia, o nel proprio quartiere>>. (34) Bisogna acquisire una sobrieta inglese, l'understatement : <<E necessaria molta ascesi, molta sobrieta e involuzione creatrice: un'eleganza inglese, un tessuto inglese, confondersi con i muri, eliminare il troppo visto, il troppo da vedere (...) tutto quel che fa mettere radici a ciascuno (a tutti) in se stesso>>. (35)

In Manganelli e l'anonimato dello scrittore a garantire l'esperienza della scrittura: <<Lo scrivere non e professione dell'Io. Attinge a zone anonime della persona. Collodi non e l'autore di Pinocchio. E portatore di una funzione che ignora: poter vivere la genialita pur restando un borghesuccio di Pescia>>.(36) Dichiara ancora Manganelli: <<Tutti i libri sono punti interrogativi. La letteratura non puo mai essere autobiografica, lo sono convinto che l'autore non esiste, esiste una distesa di macerie fantastiche e questa si organizza in un testo all'apparenza coerente, ma non diventa mai un luogo in cui noi ci possiamo collocare. Anche le macerie sono un modo di atteggiarsi dell'enigma>>. (37)

La letteratura nasce proprio su tale sconfessione dei nome: <<Lo scrittore, lui, e un pover'uomo; e una funzione sindacale in un senso molto umile: non gli e neppure necessario avere un nome. Non e un caso che noi abbiamo dei libri straordinari che non hanno autore. E sconvolgente e meraviglioso che la letteratura europea cominci con dei libri senza autore, semplici edifici di parole tra cui l'autore stesso e stato distrutto, rimpiazzato da un nome valido per chiunque. Ogni autore e fondamentalmente, sostanzialmente, anonimo...>>.(38)

Essere anonimi ed essere impercettibili sono due modalita differenti di una identica sparizione: lo scrittore diventa una linea astratta o una pura funzione dello scrivere.

In Manganelli la caverna dell'io completamente vuota, diventa talvolta un piccolo tabernacolo d'inchiostro e il pennino s'intinge in questa sostanza fluida dell'anima trascinandola nei segni. E impossibile non percepire questo movimento estremamente fluido: <<Non stupisca dunque il lettore se (...) l'uomo dei commenti (...) immerga codesto comprimario da avanspettacolo, nel lubrico calamaio della bocca, nel suo bavoso inchiostro, i gialli calami delle dita e con speciose interpunzioni di denti, dilati sul foglio una malsana, inquinata nota in calce>>.(39) E ancora: <<Tutto ho scritto intingendo la spennata penna dei mio ingegno nel mio negrissimo inchiostro interiore; cosi come gli uomini compilano i propri sogni, intingendosi, pennini di se medesimi, nel calamaio della notte>>.(40)

La scrittura e fluida e mescola le cose trascinandole in un inarrestabile processo di trasformazione.

Ecco un piccolo frammento di scrittura manganelliana: <<Dagli orecchi escono foglie di acanto, che si intrecciano ai cardi della lingua di lui e non v'e su tutti i corpi peluria che non diventi labirinto, graffito, incisione, invenzione, capitello, tutto cio che di contorto puo attorcersi ad un essere alfabetico>>.(41)

Manganelli era un grande amante del barocco (figurativo e letterario), proprio come Deleuze.

In Manganelli il barocco e addirittura il prototipo della letteratura, nel senso che Manganelli estende all'intera letteratura alcune caratteristiche peculiari dell'arte barocca (ricchezza, opulenza, arte della piega e della reiterazione): <<L'oggetto letterario e oscuro, denso, direi pingue, opaco, fitto di pieghe casuali, muta costantemente linee di frattura, e una taciturna trama di sonore parole>>. (42) Scrive Deleuze: <<Il Barocco non rimanda a un'essenza, ma piuttosto a una funzione, a un tratto. Non smette mai di fare pieghe (...) il barocco avvolge e riavvolge le pieghe, le spinge all'infinito, piega su piega, piega secondo piega>>. (43)

E la scrittura che permette, in Deleuze, l'accesso ai divenire delle cose, la sperimentazione: <<scrivere e un divenire, scrivere e un'attraversata di divenire che non sono divenire-scrittore, ma divenire-topo, divenire-insetto, divenirelupo..>>). (44) Scrive Deleuze in Critica e clinica: <<Divenire non significa raggiungere una forma (identificazione, imitazione, Mimesis), ma trovare la zona di vicinanza, d'indiscernibilita o d'indifferenziazione tale da non potersi piu distinguere da una donna, da un animale o da una molecola>>. (45)

Deleuze parla molto dei divenire animali e curiosamente i testi manganelliani sono stracolmi di personaggi che divengono animali: completamente o soltanto parzialmente.

Talvolta non si capisce se si tratti di uomini o di animali, tanto forte sembra in Manganelli quella zona di vicinanza e di indiscernibilita, di cui parlava Deleuze.

Scrive Manganelli: <<Dal ratto decomposto escono innumeri piccoli ratti, si guardano attorno, si dirigono verso di me. Ormai tutto e buio, io prendo a correre, mi accorgo di essere un animale velocissimo, passo fia i frantumi dei vetri, corro, corro, oh il rumore minuto dei passi che mi inseguono! Mi seggo ci sediamo nell'anfiteatro di una spaziosa aula, siamo decine di diligenti discepoli, prendiamo appunti, qualcuno ba il registratore, gitano foglietti. La lezione promette di essere importante. Guardo la cattedra, e vedo a questa mollemente appoggiato l'anfesibena. Dunque l'anfesibena, l'anfesibena, l'animale che va avanti e indietro, insegna all'universita, sebbene ignori di quale sorta di universita si tratta. So di essere due persone, un giovane studioso e un assassino inseguito dai ratti, ma mi pare ragionevole non scegliere fia le due vocazioni>>. (46)

Manganelli era ossessionato dagli animali.

A questo proposito, non si puo dimenticare la curiosa testimonianza di Pietro Citati, che ricordando l'amico scomparso, scrive: <<Assomigliava a un animale: un animale uscito da casa a caccia di cibo, insidiato da altri animali feroci e pericolosi, che si nascondevano chissa dove. Una volta un nostro amico comune disse che Manganelli non era antropomorfo; e lui si diverti molto. Aveva sempre saputo di essere della razza di Gregor Samsa. Aveva sempre saputo che uno scrittore, se vuole discendere nell'immensa zona desolata, dove si annidano le ombre dell'inconscio e dell'essere, deve diventare animale: un ratto, un cane, un malinconico tapiro>>. (47)

Manganelli e riuscito a trasformarsi in un personaggio di romanzo, ovvero in un animale manganelliano (un malinconico tapiro).

Sembra che sia riuscito nell'impresa tentata da Roland Barthes in Barthes di Roland Barthes. Barthes invitava a considerare il suo scritto autobiografico come un'invenzione romanzesca e premetteva alla sua opera la frase in esergo: <<Tutto cio deve essere considerato come detto da un personaggio di romanzo>>. (48)

E inoltre sorprendente che Citati per raccontare la scrittura di Manganelli, parli proprio di un divenire animale: utilizzando, forse inconsapevolmente, la terminologia di Gilles Deleuze.

4. Luogo di lavoro

Uno stanzino, oppure anche unpalcoscenico. Queste sono le due curiose definizioni che Manganelli ha dato del suo spazio di scrittura. In un certo senso, in queste definizioni, si condensano alcune sue idee intorno allo scrivere.

Stanzino e palcoscenico sono due modi di definire la condizione contraddittoria di chi scrive. Lo scrittore e una persona che per scrivere degnamente, deve astrarsi dal mondo e ritirarsi in uno spazio isolato, simile ad una cella monacale.

Ma lo scrittore e anche un attore, un esibizionista mendace, menzognero, anarchico, sopraffatto dall'obbligo di falsificare: il cui spazio e quello dei palcoscenico.

Il luogo di lavoro reale di Manganelli era ovviamente soltanto lo stanzino, in cui si ritirava a scrivere per giorni e notti, ininterrottamente. Ma quella del palcoscenico e stata un'interessante metafora, introdotta in un piccolo scritto intitolato proprio Luogo di lavoro. Un saggio provocatorio, in cui la scrittura viene celebrata come una rappresentazione scenica e teatrale, condotta con gesti poveri e ripetitivi: <<Sto scrivendo il testo che a qualcuno accadra di leggere; e mi accorgo che questo mio scrivere non e, propriamente, scrivere, ma eseguire gesti e movimenti, variamente ritmati, in uno spazio delimitato; questo spazio poi dovrebbe, anzi lessicalmente e la mia scrivania, immersa nel consueto spaurito disordine, in una caotica vessazione; ma sara bene che io mi renda conto che non tanto di scrivania si tratta, ma di palcoscenico, di spazio scenico, di luogo deputato ad eventi sostanzialmente teatrali, il teatro del lavoro>>. (49)

Gli altri tipi di lavoratori sembrano maggiormente consapevoli del carattere puramente rappresentativo dei loro gesti: lo scrittore e convinto della veridicita dei suoi movimenti ed e ignaro della loro vis teatrale: <<Mentre colui che scrive e convinto in effetti di essere intento a scrivere, mentre e intento alla recita di scrivere, chi panifica, misura, pesca, mura edifici e scialba muri, una qualche segreta fantasia che quel che fa sia rappresentazione non puo fare ameno di averla (...) dubbi vene sono verso colui che scrive, perche i suoi gesti sono poveri e ripetitivi, perche solo di rado si muove a cercare in appositi cataloghi una qualche parola, o magari uno spunto in un libro, tutti gesti che, fatti una volta, saranno sempre identici, e a dire il vero monotoni assai e anche deprimenti>>. (50)

Il luogo di lavoro e lo spazio di una gestualita teatrale, rappresentativa. Potrebbe essere un luogo piccolo e stretto come uno stanzino, purche vi si possa ogni volta riprodurre la cerimonia della scrittura. La scrivania e un piccolo palcoscenico, in cui i gesti dello scrittore sono quelli irruenti e allo stesso tempo cauti di chi deve mantenere alta la tensione, riuscendo ad esercitare un grande autocontrollo: <<Il cosiddetto scrittore e coinvolto in una tensione specifica con una struttura linguistica e questo coinvolgimento e lo scrivere (...) Ricordo che un critico come Alain diceva: Se si sbaglia una parola, non si corregge, si getta la pagina. Quell'errore significa che si e perso il contatto con la tensione>>. (51)

Lo studio e lo spazio, eminentemente mentale, in cui lo scrittore si abbandona alla scrittura come ad un precipizio calcolato. (52) Non e un luogo fisico, ma uno stato della mente, e sussiste ovunque lo scrittore riesca a realizzare la tensione e la concentrazione necessarie alla sua scrittura.

La tensione non deve conoscere attimi di sospensione, fino al compimento deli'opera. Pena il fallimento deli'opera stessa, che si costruisce unicamente attraverso quest'impresa: <<E terribile quando mi metto a scrivere: sono come un funambolo, avanzo, non so piu dove sono--a meta? a due terzi?--e arrivato alia tine, cado (...) non sono un vero scrittore: un vero scrittore non ha paura di scrivere, di avanzare...>>. (53)

Manganelli evoca sempre panorami di vita cinquecenteschi: quelli della corte, delle fucine alchemiche, o della strada. Vi sono giullari, scribacchini, scienziati alchimisti, acrobati e saltimbanchi, e lo scrittore e una sintesi di tutte queste figure, oppure e, volta per volta, ciascuna di esse. Condivide con giullari, acrobati ed alchimisti la cura estrema del particolare, la ricerca di un perfezionismo meticoloso ed attento (anche quando non esibito): virtuosismo linguistico del buffone, vigile ponderazione delle sostanze nell'alchimista, arte dell'equilibrio nel funambolo.

Nel suo luogo di lavoro aleggiano queste figure di riferimento, con le quali l'artista s'identifica. Emblemi della scrittura letteraria, come anche il personaggio di Pinocchio, verso il quale Manganelli nutriva una passione particolare e cui ba dedicato un libro: Pinocchio un libro parallelo.

Alcuni grandi pinocchi di legno erano posti sulla sua scrivania, come numi protettori di una letteratura fondata sulla menzogna. A proposito della passione per i pinocchi e della loro presenza nello studio, un intervistatore racconta: <<Un Pinocchio enorme, classicamente vestito di rosso e verde domina la scrivania seguito a breve distanza da altri due esemplari di media e bassa statura, mentre altri sono sparsi piu in la: negli angoli della casa, inaccessibili.

"Quello li, il piu grande--Manganelli lo indica con particolare amore--l'ho comprato io quando sono stato in pellegrinaggio a Collodi, gli altri me li hanno tutti regalati e vivono qui con me">>. (54)

Manganelli scriveva chiuso nel suo studio (quando inseguiva un'idea era capace di restarci per dieci giomi e dieci notti), scherzosamente definito <<deposito di carta igienica>> (55), fino a che, sfinito, terminava il suo scritto.

Soltanto allora poteva cadere in terra, come un medium che venga improvvisamente abbandonato dal suo fantasma: <<... arrivato alia fine, cado>>. (56)

A questo punto, lo scrittore poteva finalmente disconoscersi: <<Sono estremamente disorientato all'idea cheio scriva dei libri e che questi vengano pubblicati e presi sul serio (...) Ho l'impressione che tutto sia una burla>>. (57)

ELISABETTA ORSINI

Universita degli Studi di Roma "'Tor Vergata"

(1) Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, Paris, Flammarion, 1996. Trad. del red.

(2) Roland Barthes, Barthes di Roland Barthes, Torino, Einaudi, 1980, p. 51.

(3) Giorgio Manganelli, Quaderno 10. 3.1951-2. 11.1952, p. 102, cit. in Mattia Ca vadini, La !uce nera, Milano, Bompiani, 1997, p. 35. Manganelli non riconosceva l'esistenza di una personalita unitaria, ma parlava di un io frammentato e molteplice, spesso contraddittorio. Dichiarava esplicitamente in un'intervista: <<... allora, in fondo, avevo un'idea coerente di me. Avevo l'idea che avrei dovuto essere un'unica immagine coerente. Avere un'unica autobiografia (...) la prima cosa che ha provocato in me l'impatto con Bemhard [Ernst Bernhard, n. del red.] e stato proprio il rompere quell'idea li. L'idea dell'unicita dell'io e quindi una decomposizione dell'immagine della mia personalita, di quello cheio ero. Questa e stata la prima cosa che ho capito e che non mi ha piu abbandonato. Questa scoperta l'ho fatta mia>>. [Giorgio Manganelli, La penombra mentale, Interviste e conversazioni 1965-1990, Roma, Editori Riuniti, 2001, p. 225]. In Hilarotragoedia troviamo la teoria degli eidola, delle infinite animule che compongono l'uomo: <<l'io non e da vedersi nella somma di codesti eidola, ne strettamente parlando, nelle loro relazioni: ma in ciascuno d'essi; e se accade, come accade, cheio creda di essere piu l'uno che l'altro di quelli, cio viene dal prevalere o decadere di uno o altro eidolon: ma io sono pur sempre tutte, e ciascuna, di codeste animule (...) essendo io ciascuno di quegli eidola, codesti destini reciprocamente repugnanti mi appartenevano integralmente. Cio generava furori interiori, disperazioni, deliri, euforie, frodi, violenze e diserzioni>> [Giorgio Manganelli, Hilarotragoedia, Milano, Adelphi, 1987, p. 74].

(4) Giorgio Manganelli, Il vescovo e il ciarlatano, Roma, Quiritta, 2001, p. 86.

(5) Giorgio Manganelli, Discorso dell'ombra e dello stemma, Milano, Rizzoli, 1982, p. 64.

(6) Roland Barthes, Saggi critici, Torino, Einaudi, 1966, p. XIII.

(7) Giorgio Manganelli, Dali'inferno, Milano, Adelphi 1998, p. 50.

(8) Giorgio Manganelli, Lapenombra mentale, cit., p. 52.

(9) Roland Barthes, Critica e verita, Torino, Einaudi, 1969, pp. 57-58.

(10) Roland Barthes, Barthes di Roland Barthes, cit., p. 107.

(11) Giorgio Manganelli, Discorso dell'ombra e dello stemma, cit., p. 98.

(12) Giorgio Manganelli, Nuovo commento, Torino, Einaudi, 1969, pp. 75-76.

(13) Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 207.

(14) Piu avanti tomeremo su questi "archetipi" mitologici dello scrittore, figure as sai ricorrenti negli scritti di Manganelli.

(15) Giorgio Manganelli, Discorso dell'ombra e dello stemma, cit., p. 38.

(16) Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 54.

(17) Marguerite Yourcenar, Ad occhi aperti--Conversazioni con Matthieu Galey, Milano, Bompiani, 1982, pp. 137 e 208.

(18) Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 207.

(19) Ibidem. Parole che ricordano quelle di Merleau-Ponty: <<Le mie parole sor prendono me stesso e mi insegnano il mio pensiero>> [Maurice Merleau-Ponty, Problemes actueis de la Phenomenologie, Bruxelles, 1952, p. 97. Trad. del red.]. Dichiara ancora Manganelli in un'intervista: <<A me pare evidente che impariamo quello che sappiamo quando lo diciamo. Quando io parlo so quello che penso. Non e il contrario (...) La parola ha qualcosa da dire a colui che parla (...) Io, per sapere cosa penso, devo parlare (...) Quando scrivo e addirittura diabolico. E un correre dietro continuamente alie parole. Le parole sono sempre piu avanti, sono sempre adescanti ed elusive>> [Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., pp. 193-194]. Manganelli ha sempre nutrito un forte legame con la filosofia francese. La sua idea della scrittura non trova tanti punti di contatto, analogie, nell'entourage degli scrittori italiani, mentre risulta sempre molto affine a quella di questi pensatori.

(20) Roland Barthes, Saggi critici, Torino, Einaudi, 1966, p. 200.

(21) Giorgio Manganelli, Quaderno. Appunti critici 1948-49, par. 32, p. 28, cit. in Mattia Cavadini, La luce nera, cit., p. 12.

(22) Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, Torino, Einaudi, 1975, p. 8.

(23) Maurice Blanchot, La follia del giorno--La letteratura e il diritto alia morte, Reggio Emilia, Elitropia, 1982, p. 76.

(24) Giorgio Manganelli, Discorso dell'ombra e dello stemma, cit., p. 53.

(25) Ibidem, p. 54.

(26) Ibidem.

(27) Ernst Bernhard e l'analista junghiano che ha curato Manganelli. Vedi a questo proposito: Emanuele Trevi, Come si diventa uno scrittore: lo spazio psichico di Giorgio Manganelli, in Giorgio Manganelli, Il vescovo e il eiarlatano, cit., pp. 100-101.

(28) Giorgio Manganelli, Discorso dell'ombra e dello stemma, cit., p. 127.

(29) Giorgio Manganelli, II vescovo e il ciarlatano, cit., p. 83.

(30) Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, cit., p. 173.

(31) Giorgio Manganelli, Il vescovo e il ciarlatano, cit., p. 64.

(32) Gilles Deleuze, Felix Guattari, Mille piani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1987, v. I, pp. 232-233.

(33) Philippe Mengue, Gilles Deleuze ou le systeme du multiple, Paris, Editions Kime, 1994, p. 290. Trad. del red.

(34) Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, cit., p. 57.

(35) Gilles Delcuze, Felix Guattari, Millepiani, cit., v. I, p. 406.

(36) Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 40.

(37) Ibidem, p. 101.

(38) Ibidem, p. 136.

(39) Giorgio Manganelli, Nuovo commento, Torino, Einaudi, 1969, p. 15.

(40) Giorgio Manganelli, Agli dei ulteriori, Milano, Adelphi, 1989, p. 134.

(41) Giorgio Manganelli, La notte, Milano, Adelphi, 1996, p. 175.

(42) Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, cit., p. 176.

(43) Gilles Deleuze, La piega, Torino, Einaudi, 1990, p. 5.

(44) Gilles Deleuze, Felix Guattari, Millepiani, cit., v. I, p. 348.

(45) Gilles Deleuze, Critica e clinica, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1997, p. 20.

(46) Giorgio Manganelli, Dali'inferno, Milano, Adelphi, 1998, p. 110.

(47) Pietro Citati, La morte degli amici, in Ritratti di donne, Milano, Rizzoli, 1992, p. 313.

(48) Roland Barthes, Barthes di Roland Barthes, cit., in esergo.

(49) Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi, 1994, p. 15.

(50) Ibidem, pp. 16 e 17.

(51) Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., pp. 54 e 216.

(52) <<Noi crediamo di vivere, quando il nostro compito sarebbe quello di accadere. Ma l'accadere, come dice anche il verbo che e molto bello, implica questo abbandono, implica questa specie di precipizio calcolato in cui noi ci depositiamo, se siamo capaci di fado>> [Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 67].

(53) Ibidem, p. 136.

(54) Ibidem, p. 109.

(55) Cosi presentava il suo studio ad un giomalista: <<questo e il mio stanzino da lavoro, detto "deposito di carta igienica">> [Giorgio Manganelli, Lapenombra mentale, cit., p. 120].

(56) Ibidem, p. 136.

(57) Ibidem, p. 32.
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Title Annotation:NOTES
Publication:Forum Italicum
Date:Mar 22, 2011
Words:6460
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