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La "vera giustizia" di Natalia Ginzburg.

Tra i libri di Natalia Ginzburg, Serena Cruz o la vera giustizia (Ginzburg, 1990) occupa una posizione indubbiamente particolare per piu di un motivo. Intanto esso e, come noto, l'ultimo dei volumi pubblicati dall'autrice, e questa circostanza inevitabilmente gli conferisce, agli occhi del lettore, uno status peculiare, corroborato dalla valenza testamentaria che l'opera effettivamente--e cioe anche prescindendo dalla sua contingente liminarita all'interno del complessivo corpus ginzburghiano--per molti aspetti riveste. Ma appunto soffermandosi su tale valenza, e osservando da vicino il testo, ci si avvede di una piu sostanziale specificita da riconoscere a quest'opera entro il novero dei libri di Ginzburg: punto terminale di una produzione saggistica comunque personalissima (1) e culmine di una maniera altrettanto singolare d'interpretare la funzione di intellettuale "militante". (2) Perche se e vero che Natalia Ginzburg all'uscita del volume sul caso di Serena Cruz non era certo nuova alla pubblica presa di parola e all'esercizio di un impegno civile che si era sostanziato, lungo piu decenni, (3) in interventi su giornali e riviste--attraverso cui, in modo piu o meno obliquo, la scrittrice aveva partecipato al dibattito pubblico italiano sui piu diversi temi, talora pronunciandosi con coraggio su questioni sociali particolarmente sensibili e urgenti--se, dunque, tutto cio e sicuramente vero, e pero altrettanto vero che nel caso del volume pubblicato per Einaudi nel 1990 si tratto, appunto, di un intero volume, con i caratteri del pamphlet: un unicum nella produzione saggistica dell'autrice. Un libro, vale a dire un oggetto culturale durevole, che tuttavia si vuole strettamente connesso alla cronaca, all'impermanente attualita giornaliera (tanto che un osservatore frettoloso--ma non solo: si veda infatti Bertone (2015: 69)--potrebbe riferirlo al genere editoriale, sempre un po' sospetto di collusione con l'incontrollata emotivita di taluni momenti collettivi e/o con moventi esclusivamente commerciali, dei cosiddetti instant books). Ma cio che rischia di apparire un limite e un tratto diminuente dell'opera, qualificandola come puramente occasionale e ancillare rispetto alla cronaca e alla sua costitutiva portata effimera, rappresenta invece un ulteriore connotato di eccezionalita per un libro che anche in cio, vale a dire nel suo voler vivere dentro il proprio presente, intenzionalmente contaminandosene, non sembra avere corrispettivi nel panorama culturale italiano del secondo Novecento, con particolare riguardo all'impegno civile dell'intellettuale letterato.

In Serena Cruz o la vera giustizia colpisce fin nel titolo una sorta di cortocircuito tra la contingenza di un fatto circoscritto, ancorche per qualche tempo di non marginale interesse nel dibattito pubblico nazionale, e l'ambizione universalizzante, per cosi dire, dell'intero intervento: a quell'epitome della irriducibile singolarita che e nel nome proprio--in cui un osservatore capzioso potrebbe peraltro rilevare, nello specifico, quasi un nome parlante, un ossimoro non del tutto estraneo all'orizzonte morale entro cui s'inscrivono, come vedremo, le pagine ginzburghiane--fa riscontro e pendant (con la disgiuntiva che sembra alludere alla tradizione di un saggismo di matrice "illuministica", di ostentata intenzione essoterica) il riferimento a un tema generalissimo e astratto: a cio che sia o debba essere una giustizia che possa dirsi "vera".

Questo accostamento tra il minimo e il cospicuo, tra il particolare e l'universale, tra la singolarita transeunte e il principio generale, e coerente all'idea di scrivere un libro che sia come un articolo di giornale, e trova qualche corrispondenza nello stesso regime temporale che, come si dovra osservare, l'opera instaura, ponendosi in bilico tra cronaca e riflessione, meditazione e resoconto: tra tempo spicciolo della comune quotidianita e tempo assoluto dei valori, degli inderogabili principi. La polemica presa di posizione sul fatto del giorno e dunque anche, insieme, una riflessione "alta" su cio che debba intendersi nel presente per societa giusta, il consuntivo sullo stato attuale di un'intera civilta e dei suoi valori. Il minuto caso di cronaca non costituisce allora il semplice pretesto per un discorso piu complesso e profondo; quello e intrinseco a questo, in un'argomentazione che si qualifica appunto per la co-appartenenza e la reciproca implicazione tra massimi e minimi sistemi (morali).

Una posizione centrale occupa inoltre, nel saggio su Serena Cruz, la questione del linguaggio e della sua "salute" in un momento nevralgico della storia non solo nazionale, all'altezza cioe dello snodo epocale riassumibile all'incirca come il transito, lento e rapido a un tempo, da una fase della civilta moderna alla sua successiva. La riflessione sullo stato del linguaggio (individuale e collettivo, privato e pubblico), a sua volta, e inseparabile da quella su alcuni temi privilegiati dell'intera opera di Ginzburg: le relazioni umane, innanzi tutto quelle intime e primarie che si danno all'interno della famiglia--per l'autrice cellula sociale elementare e specialissima; e, a questo tema strettamente correlato, il motivo della successione generazionale, del rapporto tra adulti e bambini, genitori e figli. Temi affrontati in Serena Cruz ponendo come baricentro argomentativo ideale il riferimento alla giustizia, e precisamente la gran questione di una giustizia che sia "vera", cioe realmente tale per gli individui i cui reciproci rapporti essa sia stata evocata a regolare.

Cio impone un confronto--cui l'autore non si sottrae e che diviene talvolta un vero e proprio corpo a corpo analitico, filologico--con il dispositivo linguistico che per definizione s'incarica di portare la giustizia nel mondo, vale a dire la legge. Non si tratta solo, per Ginzburg, di contrapporre una giustizia sostanziale (e al contempo pero ideale) a quella invece puramente formale e procedurale dei codici e dei tribunali; e neppure soltanto di riproporre in tal modo, per quanto istintivamente o empiricamente, l'antica divaricazione tra ius civile e ius gentium, mostrando come il primo ambito possa, in talune circostanze, negare e conculcare il secondo, di cui pertanto urga rivendicare i diritti. All'autrice di Serena Cruz interessa soprattutto mostrare come la Norma (e quella giuridica particolarmente) possa storicamente alienarsi e farsi veicolo, nel caso del Diritto, di una giustizia che e tale soltanto nominalmente, essendo nei fatti il suo esatto contrario, cioe conclamata ingiustizia. (4) Un perverso ribaltamento da collocare e interpretare all'interno del piu generale fenomeno che nella tarda Modernita coinvolge in modi analoghi la Convenzione per antonomasia, il Linguaggio come strumento intersoggettivo privilegiato. Nella misura in cui, dentro un processo sociale di progressivo scadimento dei valori cui consegue una generalizzata erosione del legame comunitario, il linguaggio (inteso ora come lingua naturale) non sia piu "vero", vale a dire riempito di comune esperienza, validato e comprovato da un suo umano spessore, ecco che anche il Codice legale manifesta una consimile assenza, evidenzia una essenziale lacuna: in esso non si rinviene traccia della natura umana, considerata nella sua ambivalente integrita.

La preoccupazione per un diritto che resti umano, vale a dire per leggi positive che non neghino quelle "antiche ed immutabili" che definiscono uniformemente i "destini degli uomini", (5) costituisce--dentro una trattazione che raramente o mai tradisce il registro piu caratteristico di Ginzburg: colloquiale, all'insegna di un andamento civilissimo pur dentro l'incalzante veemenza argomentativa--cio che maggiormente accora l'autrice mentre interviene sul caso di Serena Cruz; e questa partecipe apprensione infatti--e non semplicemente, dunque, il trasporto dell'indignazione e la passione polemica--cio che increspa emotivamente un discorso essenzialmente piano e urbano, di illuminato civismo.

La domanda (retorica, al contrario della risposta che immediatamente la segue) su cui si chiude il saggio (Ginzburg, 1990: 90-1) ha armoniche quasi agostiniane ("Remota itaque iustitia...," (6)). Il discorso sulla giustizia non puo essere esclusivamente tecnico, limitatamente giuridico, e riesce invece, semmai, politico; a patto che a quest'ultima categoria si conferisca un'accezione ampia, alta e profonda. E un discorso, quello sulla giustizia, di pertinenza del moralista, di chi--come Ginzburg nel saggio su Serena Cruz--si produca in una riflessione etica non aliena da risonanze latu sensu religiose e/o metafisico--esistenziali. (7)

I

La pubblica presa di posizione di Natalia Ginzburg sul caso di Serena Cruz avviene dentro uno scenario apocalittico. L'epigrafe giovannea (Ap 3: 15-16) da preliminarmente la misura del contesto storico e antropologico, piu che meramente sociologico, in cui l'autrice ritiene di situarsi. Il riferimento alla tiepidezza, nella citazione neotestamentaria, verra ripreso e sviluppato a piu riprese nel corso del saggio e anzi ne rappresentera uno dei tratti polemici caratterizzanti. L'intervento sulla vicenda di Serena Cruz--un caso di adozione prima contestata e poi revocata che occupo le cronache italiane nel corso del 1989, suscitando un ampio e acceso dibattito non solo tra giuristi e intellettuali in genere, ma anche a ogni livello dell'opinione pubblica nazionale--intende essere anche un appassionato atto d'accusa contro l'imperante tiepidezza delle societa cosiddette avanzate, e di quella italiana di fine millennio in particolare. L'autrice fa proprio senza remore, come si vedra, lo stesso rifiuto di tale "tiepidezza" icasticamente presente nell'immagine di Giovanni; un fisiologico rigetto che coinvolge le classi dirigenti, le istituzioni, i ceti intellettuali dell'intera nazione.

L'apocalisse coincide con la crisi profonda, o meglio la vera e propria esplosione, di un modello di civilta. Si tratta, all'inarca, di quello stesso modello che proprio Ginzburg aveva conosciuto--con alcuni sodali: si pensi esemplarmente al primo gruppo einaudiano--nella giovinezza e anzi fin dall'adolescenza, e poi difeso--nei suoi valori progressivi--contro la barbarie fascista, riaffermandolo nel dopoguerra, durante la ricostruzione e la speranzosa ri-nascita della nazione. Un modello che tuttavia comincio inesorabilmente a inabissarsi a partire dall'epoca del cosiddetto miracolo economico, vale a dire con l'affermarsi sempre piu netto e pervasivo di un'economia capitalistica matura e di una societa di massa e del "benessere" diffuso. (8) Questa trasformazione epocale coinvolge (e travolge) un universo di valori creduto stabile, trasforma nel profondo le relazioni tra gli individui, mina identita individuali e collettive, non risparmia evidentemente le stesse istituzioni, a cominciare da quella statale. Si verifica, nell'Italia del cosiddetto miracolo, un generale dissesto (e contestuale riassetto) socio-antropologico, lungo un processo che, considerato nell'intera sua traiettoria, coincide con quello cui si riferisce il Pasolini degli interventi civili--ancorche, evidentemente, partendo da presupposti e mirando a prospettive talora marcatamente differenti rispetto a Ginzburg, e adottando ben altro registro. (9)

Una simile metamorfosi sistemica e molecolare della societa italiana non manca ovviamente di avere un impatto sull'istituto famigliare, che conosce anch'esso una trasformazione graduale e nondimeno impetuosa, come Ginzburg--particolarmente sensibile come noto alla argomento--non manca di registrare in interventi giornalistici non di rado memorabili. La sua riflessione saggistica--quale si dipana soprattutto a partire, all'incirca, dagli anni di Lessico famigliare (10)--da conto di (e si sofferma su) queste radicali trasformazioni nei sistemi di valori, nella condotta individuale e collettiva, nel costume; non solo tematizzando esplicitamente alcune questioni che con tali metamorfosi sono direttamente connesse (ad esempio l'emancipazione femminile e l'aborto), ma anche obliquamente, per esempio quando si tratti di commentare un film o uno spettacolo teatrale, una mostra visitata o un libro letto. (11) Ripercorrendo in sequenza gli interventi di Ginzburg, si ha ben presto l'impressione di udirvi la voce di un'autrice che si senta improvvisamente e precocemente invecchiata; vi emerge gradualmente il profilo di una intellettuale che inopinatamente si scopra antiquata, anacronistica. E cio ben prima, beninteso, che l'effettiva eta anagrafica possa giustificare una simile pubblica autorappresentazione. (12)

A partire dalla fine degli anni Cinquanta il tempo storico pare aver conosciuto un'accelerazione che--a scossoni, ma inesorabilmente--ha sommerso un mondo ben noto all'autrice, per lei odiosamato: il vecchio universo borghese dell'"altro secolo" (Ginzburg, 2001: 79-83), detestato ma protettivo, conservatore nei padri ma progressista nei figli, comunque capace di farsi carico e custode di alcuni valori "eterni" e non negoziabili; quelli, per Ginzburg davvero fondativi, propri del comune "buon senso", quali l'istituto borghese per eccellenza, la famiglia, malgrado tutto preserva e tramanda. Un mondo di oggetti durevoli, di "case tranquille e solide", nel quale non penetravano angoscia, incertezza, inquietudine {Le donne. Ginzburg, 1987: 597), appare ormai--come quello umbertino di Cuore--"caduto in cenere" (Ginzburg, 1987: 103). In un mondo simile le famiglie conducevano un'esistenza serena, e nel loro grembo l'infanzia cresceva comunque protetta; mentre, nel presente di chi scrive, si prospetta un mondo in cui forse, addirittura, "non ci saranno piu famiglie" (Cent'anni di solitudine, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 53). (13)

Questa idea tradizionale, nel senso borghese, di famiglia (e di infanzia) qualifica come e noto la visione ginzburghiana del mondo ben al di la del contingente, ed e dunque anche alla base della posizione assunta dall'autrice sul caso di Serena Cruz.

La famiglia per Ginzburg e un organismo naturale ma, per cosi dire, non biologico. Potrebbe forse dirsi para- o proto- culturale. Essa costituisce--con la "casa", che ne e una sorta di inorganica emanazione e pubblica configurazione spaziale (14)--l'involucro protettivo che consente all'infanzia di prepararsi nel migliore dei modi alle vicissitudini, spesso penose, della vita adulta: "per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, e bene avere i piedi asciutti e caldi quando si e bambini" (Le scarpe rotte, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 795). (15) Non e un caso allora che proprio qualcosa che rassomigli alla casa dove si e trascorsa l'infanzia sia, da adulti, il luogo in cui si desidera continuare a vivere (La casa, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 10): la casa famigliare rappresenta il grembo oscuro e caldo (16) che mette al riparo l'infanzia da un mondo esterno "mutevole e instabile", pieno di "cose minacciose e sfuggenti" (Il bambino che ha visto gli orsi, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 129). L'apprensione per uno spirito, quello dei bambini, "delicatissimo e fragile", la priorita assoluta di rendere ai bambini la "vita respirabile, tiepida, abitata da affetti" (Film, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 130), emergono sovente negli interventi saggistici a tema "famigliare" di Ginzburg, e giustificano anche la netta presa di posizione a favore della famiglia adottiva "illegale" nel libro sul caso di Serena Cruz.

Una bambina, Serena, che dopo le atroci sofferenze patite nella sua patria di origine finalmente ha trovato in casa Giubergia "una famiglia contenta" (Ginzburg, 1990: 7). E la famiglia, quali che siano le dinamiche che hanno portato al suo costituirsi come tale, resta per Ginzburg "il luogo verso il quale convergono i piu elementari, i piu essenziali bisogni di "appartenenza"" dell'individuo (Garboli, 1987: XXXVIII). Sara da vedere meglio in che cosa si realizzino quelle elementarita ed essenzialita, quali i valori originari che ne discendono; e quale la loro posizione, se ne hanno una, nei confronti della legge e della giustizia, nell'universo "linguistico" delle istituzioni. La sfera famigliare si pone comunque, anche nel caso della famiglia forse "irregolare" di Serena Cruz, come bolla in se conchiusa e impenetrabile dall'esterno, territorio quasi-sacro interdetto agli estranei, quand'anche siano questi gli emissari della Societa, i rappresentanti ufficiali del civile consorzio. (17) "Le famiglie possono essere pessime, repressive, ossessive, o indifferenti, o disamorate, o distratte, o tossiche, tarate, verminose. Molto spesso lo sono. Pero a un bambino sono necessarie. Quando ne ha gia una, non si puo levargliela e dargliene un'altra se non per delle ragioni di una gravita estrema. Sara comunque creargli nell'anima una desolata devastazione" (Ginzburg, 1990: 76).

L'apocalisse--quei "tempi di disastri e catastrofi" che si erano definitivamente disvelati negli anni Settanta (La poesia, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 655)--agli occhi della vecchia scrittrice che, ormai quasi alle soglie degli anni Novanta, interviene sul caso di Serena Cruz, si presenta sotto forma di un caos multiverso, di una vera e propria babele fitta di arabeschi per lo scrittore sempre piu "difficili da decifrare" (Ritratto di scrittore, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 195). (18) Vengono a mancare le coordinate valoriali piu consuete, i punti di riferimento piu saldi--anche quelli negativi. L'universo sociale, e umano, appare "orfano e disorientato" (Donne e uomini. Ginzburg 2001: 91), si disarticola: la forma fluida della Modernita e piu di un presagio. Il dibattito dell'opinione pubblica--questa dimensione canonica della Modernita borghese classica--sempre di piu si conforma alla chiacchiera, si preparano i tempi di un dibattito inter-mediatico come infinito intrattenimento. (19) Da qui l'esigenza di ritrovare un centro coordinatore, di fissare circostanze, di stabilire significati, di resistere all'oblio che fatalmente minaccia le vicende umane minime in un presente metamorfico e onnivoro.

La Nota posta in limine al saggio su Serena Cruz e esplicita: il "breve libro" nasce dall'impellente necessita di fissare nel ricordo, di salvaguardare per le generazioni future, una vicenda esemplare che dovra rappresentare un monito, anche quando su di essa il frastuono delle opinioni e lo spettacolo del dibattito mediatico si saranno esauriti. "Serena Cruz, la gente non se la deve dimenticare, anche se d'ora innanzi i giornali non dovessero parlarne piu" (Ginzburg, 1990: 46). Appare come mai prima necessario documentare e testimoniare, nel vivo degli accadimenti, cio che non dovra essere obliterato. L'intento dichiarato di un libro come Serena Cruz o la vera giustizia e dunque prioritariamente quello di fare memoria, mentre infuria l'eterno presente massmediatico che induce "una orribile assuefazione" al male della Storia (Gli ebrei, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 641). La parola letteraria nasce allora contro l'assedio dell'impermanenza e della vacuita, prende corpo sotto l'alto auspicio di Mnemosine: in una sorta di riabilitazione tardo-moderna della sua probabile funzione arcaica, aurorale. Una memoria, quella cui si appella Ginzburg, intesa dunque non come ripiegamento individuale, come redenzione di un tempo perduto esclusivamente intimo; ma come facolta e risorsa civile, che mira (nel caso di Serena Cruz preventivamente, per uso futuro) a un recupero collettivo di valori elementari e condivisi, cioe in grado di creare coesione e di indurre una comunita a riconoscervisi.

Ginzburg persegue il suo proposito coraggiosamente, in forma non regressiva. Componendo un libro che non teme di ibridarsi con l'universo polifonico e multivalente che costituisce la sfera pubblica entro cui si situa non solo la propria individuale presa di parola ma anche la stessa privatissima vicenda di una bambina e della sua famiglia, vittime--secondo la prospettiva assunta dall'autrice--di un caso di crudele ingiustizia. Chi si assume la responsabilita di scrivere affronta i flutti tempestosi del presente, s'immerge nel proprio tempo sbrindellato e ne partecipa senza temere di venirne a sua volta travolto. Ecco allora che la scrittrice colloca se stessa con precisione puntigliosa nella storia di tutti: nel testo di Serena Cruz abbondano gli indicatori temporali, che anzi si rincorrono quasi ossessivamente nella doppia specie del tempo naturale, delle stagioni, e di quello ufficiale--il tempo civile del calendario. Sotto questo aspetto la trattazione si presenta come una cronaca nel senso piu stretto del termine, un resoconto cronologicamente ordinato, minuziosamente scandito dal riferimento al tempo per definizione pubblico degli atti giudiziari e dei giornali. (20) E principalmente attraverso questi ultimi, infatti, che l'io argomentante segue la vicenda (e, inizialmente, anche partecipa al dibattito che ne consegue: "Sulla vicenda di Serena Cruz, io ho scritto sui giornali per tre volte", Ginzburg, 1990: 34). Il soggetto si colloca nel tempo deitticamente, posizionandovisi cioe rispetto a un lettore assunto come contemporaneo ai fatti. (21) "Quando ho cominciato a scrivere qualche appunto erano i primi di ottobre e adesso e dicembre" (Ginzburg, 1990: 48). La data posta in calce al testo ("Dicembre 1989") suggella infine questo regime cronologico serrato e incalzante, oltre che pubblicamente verificabile.

Una specie di diffrazione temporale investe il lettore postumo agli eventi, per il quale principalmente la Nota afferma essere stato composto il "breve saggio": (22) in tale lettore tempo della cronaca e tempo "salvato" della letteratura si sovrappongono e interferiscono. L'impressione e quella di una scrivente che partecipi intensamente della propria contemporaneita, che si trovi calata dentro una temporalita rapida e condivisa (fatti), ma al tempo stesso si accampi in un'eternita fissata una volta per sempre (valori). Il tempo fugace degli eventi quotidiani e quello assoluto dei valori ideal-eterni s'innestano l'uno nell'altro, si sovrappongono e confondono: facce di un'unica e inscindibile realta umana.

L'io scrivente si colloca all'interno di una spazialita parimenti condivisa, abita una geografia che l'accomuna al lettore e ai protagonisti della vicenda giudiziaria raccontata. Ecco infatti che, a un certo punto, chi scrive informa il lettore del proprio abituale domicilio, e puo allora ben prendere un treno per rendere visita ai genitori adottivi "illegali" della bambina Serena (Ginzburg, 1990: 48); entrando cosi, in un certo senso, nella vicenda raccontata, divenendone da semplice cronista extradiegetico anche personaggio, ancorche non protagonista. Si vedra peraltro come tale semplice, borghesissimo, dislocamento ferroviario assuma nell'economia complessiva del saggio una funzione simbolica non marginale.

Un siffatto trattamento del cronotopo partecipa alla trasfigurazione dell'istanza enunciativa in un io autoriale in forma d'individuo normale e comune, ordinario. Evidentemente convergenti rispetto a una simile autorappresentazione sono anche strategie linguistiche, retoriche, stilistiche tra le piu frequentemente sperimentate da Ginzburg nella propria produzione saggistica. D'immediata evidenza anche in Serena Cruz, per esempio, il ricorso a un caratteristico registro colloquiale e a quell'"italiano parlato di qualita plausibile" (Ginzburg, 2005: 436) che costituisce come noto uno dei marchi distintivi della scrittura ginzburghiana. Stessa funzione--costruire la riconoscibile fisionomia di un personaggio-autore, instaurare nel testo una voce individua non confondibile--esercita, sia qui osservato incidentalmente, il frequente consueto auto-schermirsi e auto-diminuirsi dell'io finzionale, il suo presentarsi cioe al lettore non nelle vesti di una intellettuale agguerrita e culturalmente ben attrezzata, bensi nella maschera della semplice scrivente spoglia di ogni eventuale, residua, aura di eccezionalita: (23) chi scrive e un essere umano come tutti, che vive in mezzo a tutti nel tempo di tutti, che pensa i pensieri di tutti e prova i sentimenti di tutti. E che di tutti parla (scrive) la lingua.

Una simile auto-rappresentazione--ostentatamente orizzontale, intenzionalmente democratica--implica che la voce dell'alter ego autorale si moduli contesta a quella delle infinite altre che, piu o meno compostamente, partecipano al dibattito pubblico sulla vicenda di Serena Cruz. Dal punto di vista strutturale e infatti agevole constatare che il testo del saggio si presenta come estremamente composito, per intere zone costruito da un vero e proprio centone di testi non d'autore: soprattutto stralci da fonti giornalistiche, (24) ma anche riporti da testi normativi ("la legge 184 sulle adozioni", i dispositivi di alcune sentenze in vari gradi di giudizio, la Convenzione dei diritti dell'infanzia). E rispetto a questo universo polifonico che la voce dell'io argomentante, con il suo proprio timbro caratteristico, prende posizione: interpolando il proprio discorso a quello altrui--per commentarlo, per esemplificare, per approvare o dissentire, per interrogare o polemizzare, per confutare puntigliosamente.

Prende forma cosi, nel testo, un movimento dialogico caparbio, in cui il soggetto interloquente assume la postura psicologica e gnoseologica tipica del personaggio-io quale si presenta costantemente nel saggismo civile ginzburghiano: un'istanza enunciativa calata in un peculiare habitus dialettico, che i lettori hanno imparato a riconoscere e su cui gli studiosi hanno ripetutamente portato l'attenzione. Tale istanza si coagula nel modo diretto e quasi naif di esprimere la propria opinione, di avanzare le proprie idee, di chiarire e difendere la propria posizione con una tenacia e un candore talora quasi infantili. (25)

Tenacia, puntiglio, capacita di andare al cuore delle questioni senza dissimulare la propria difficolta a comprendere, e anzi prospettandola con insistenza e qualche orgoglio, contribuiscono a collocare l'alter ego dell'intellettuale--la voce del saggista--nel variegato contesto della comune umanita, e dunque tra chi realmente spesso non comprende e non si spiega, chi davvero non sa ed e pero intimidito dal proclamarlo, credendosi da solo nell'incertezza e nel dubbio e con cio stesso finendo per soggiacere ai molteplici idola nei quali la storia ufficiale venera se stessa. L'affermazione "confesso che non capisco" (Il teatro e parola, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 142) puo in questo senso essere assunta come esemplare, e figurare--accanto all'altra, "Vorrei che qualcuno me lo spiegasse, dato che non lo capisco e non lo so" (Il volto osceno della celluloide. Ginzburg, 2001: 35), cosi sintomatica dell'attitudine dialogica della scrittura di riflessione ginzburghiana--come una delle divise piu calzanti del saggismo militante dell'autrice.

Ginzburg resta insomma fedele, anche in Serena Cruz, a un modello inedito ed estremamente personale di intellettuale pubblico, (26) modello che si potrebbe forse definire dell'intellettuale senza qualita e competenze particolari; che proprio per questo--tuttavia--puo farsi portavoce attendibile di un'intera comunita, assumendo quel punto di vista inopinatamente universale che e proprio dell'umanita generica, di chi si spoglia di ruoli e funzioni sociali facendosi carico della (e facendo valere la) propria nuda condizione umana.

2

E fatale che uno scrittore prenda sul serio le parole, non solo le proprie; che vagli dunque con estrema attenzione i discorsi altrui cui i propri s'intrecciano, in una semiosfera che nella tarda Modernita sempre di piu tende a coincidere con l'universo sociale tout court. In Serena Cruz, Ginzburg produce allora un'autentica, e per certi aspetti profetica, critica del linguaggio pubblico dominante. Registra il progressivo e inarrestabile affermarsi di un linguaggio falso, farisaico, scollato dalla verita dell'esperienza comune. (27) Per cio stesso un simile linguaggio appartiene in primis al potere e ai potenti. E la koine dei tecnici, degli esperti, dei decisori--compresi naturalmente i giuristi e i legislatori. (28) Le leggi stesse infatti vi vengono formulate, e un linguaggio nel quale possiamo oggi scorgere l'antesignano di cio che poco dopo si sarebbe cominciato a chiamare "politicamente corretto" adoperano pure coloro i quali tramite esso giustificano la propria personale condotta, e decisioni controverse spesso assunte, appunto, in nome della Legge.

Il linguaggio del Diritto mistifica e confonde la realta, laddove avrebbe invece la funzione preminente di regolare la condotta degli individui ricorrendo a parole dal senso condiviso e riconoscibile, alla semplice lingua di tutti e di ciascuno. La Legge, formulata nella lingua mistificatrice del Potere, si erge allora davanti all'individuo (al cittadino) come un incomprensibile geroglifico. Tra le parole e le cose, tra segno e senso, si e prodotto uno iato, si e aperta una scissura; l'ubiquo trionfo di un linguaggio ipocrita e ingannevole testimonia di una condizione umana ormai obliata e reietta, quale si riflette nella degradazione del corpo sociale stesso: la parola pubblica--in primis quella della Legge e delle istituzioni statuali--prende congedo dai valori fondanti una comunita, se ne discosta e vi si contrappone dando vita a un'universale impostura, a un mondo assurdo dai risvolti kafkiani. (29) La verita tuttavia, per Ginzburg, resta un valore non negoziabile; la sincerita, tra gli uomini, e sempre dovuta. Inammissibile, in particolare, mentire ai bambini--mentre si sanzionano identiche condotte quando esercitate nei confronti delle istituzioni: in Serena Cruz cio si estrinseca in una delle pungenti domande con cui chi argomenta sembra incalzare spesso l'ideale interlocutore, in un contraddittorio acre e implacabile: "Se consideriamo i fatti in una dimensione puramente morale, perche e peggio mentire a un giudice piuttosto che mentire a un bambino?". (30)

La denuncia del degrado del linguaggio, della sua ormai conclamata incapacita di chiamare le cose con il proprio nome vero, e parte inscindibile, nell'economia argomentativa di Serena Cruz, dell'appassionata condanna della "mentalita di tiepidezza" (Ginzburg, 1990: 39) dominante nella societa contemporanea. La crisi della parola, la montante alienazione linguistica, la conseguente trasformazione dei discorsi pubblici in narrazioni mistificatorie, sono parte integrante, piu che mero sintomo, della radicale trasformazione degli esseri umani in quanto esseri di linguaggio, aspetti di una metamorfosi cultural-antropologica che va di pari passo con la crisi morale e sociale del presente, con il dissesto della stessa polis tardo-moderna. Un'intera societa--deprivata degli strumenti comunicativi primari, incapace di farsi carico liberamente del proprio linguaggio e di servirsene come del piu umano tra gli strumenti, e anzi ormai prigioniera di una parola reificata--diviene incapace di auto-regolarsi, cade preda di una nevrosi dilagante. L'episodio dell'adozione negata a una coppia perche presso i burocrati alcune parole hanno assunto un senso che non ha "nessun rapporto con il loro vero senso", riferito nell'ultimo segmento del paragrafo 5, e realmente "illuminante" rispetto al grado di aberrazione raggiunto dal fenomeno ora in causa (Ginzburg, 1990: 88-9).

Le parole insensate--succedute a quelle "forti e sonore" della giovinezza e a quelle della maturita, "sommesse e frigide" (Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 884)--generano fantasmi, gli spettri propri di una societa insicura, che si sente di continuo minacciata (in Serena Cruz i rilievi sulle vere e proprie psicosi sociali generate da una diffusa incapacita di produrre una riflessione lucidamente distaccata sugli eventi, se considerati con sguardo retrospettivo, risultano tristemente anticipatori). (31) Nella ingens sylva dei discorsi sociali ormai fuori controllo, privi di referente nella reale esperienza umana (quindi, di fatto, assurdi), rampollano pregiudizi, nevrosi, fobie, ossessioni, autentici deliri (Ginzburg, 1990: 77-8, 80). Gli individui rinunciano all'autonomo uso della propria coscienza e depongono ogni libero arbitrio: un automatismo sociale alienato prende il sopravvento e determina decisioni e comportamenti.

Cosi anche il giudice regredisce a tecnico e a burocrate, lasciando che il dispositivo linguistico istituzionale pensi e decida al suo posto. Ligi funzionari di una societa smarrita si fanno meri esecutori di procedure impersonali, mentre una norma astratta che ha nome di legge o di regolamento appare del tutto estranea rispetto alle situazioni autenticamente vissute dagli esseri umani.

La riflessione di Ginzburg sul caso di Serena Cruz e della sua famiglia si rivela una volta di piu anticipatrice rispetto a fenomeni storico-sociali che non avrebbero tardato a dispiegarsi compiutamente, in Italia e altrove. Indicativa in questo senso anche la petizione in favore del comune sentire, delle istanze di buon senso che le comunita ("la gente") avanzano rispetto a istituzioni soltanto formalmente democratiche e nella realta ormai percepite come remote e insensibili alle sorti dei singoli e delle collettivita, servite da funzionari solerti che ostentano di rimuovere da se ogni tratto umano, guardandosi bene dall'interrogare caso per caso una coscienza individuale del resto sempre meno reperibile e trovando piu congruo limitarsi al mero esercizio del proprio ruolo, restringersi ai propri minimi asettici doveri d'ufficio, travestirsi di un regolamentare habitus professionale e trincerarsi dietro il mansionario o l'obbedienza gerarchica. (32)

La Babele dei linguaggi e dunque anche una Bisanzio burocratico-castale, in cui la Norma e il Codice--con chi e chiamato a interpretarli e ad applicarli al concreto dei fatti umani--sono distaccati dal tessuto sociale e dai singoli individui che lo compongono, hanno perduto la legittimazione conferita loro da un ethos comune e condiviso. A una norma viziata e perversa fin nella lettera--e dunque intrinsecamente ingiusta, quale appare agli occhi del cittadino inerme in sua balia (33)--corrisponde il ricorso, da parte di magistrati e pubblici ufficiali, all'esercizio di una discrezionalita confinata esclusivamente nelle proprie competenze--in ogni senso del termine--e dunque avulsa dalla comune implicazione umana, dai valori che da una simile compromissione discendono. Urge allora un genere di discrezionalita non meramente procedurale, quale sempre si abbina a una responsabilita egualmente non soltanto formale: quella che non deriva dall'ottemperare a degli obblighi regolamentari ma che chiama in causa il dover render conto dei propri atti al cospetto della comune umanita e--pertanto--il dover rispondere individualmente degli effetti immediati e concreti che le risoluzioni assunte producono su individui con un nome e un volto. (34)

Gli "interessi pubblici assolutamente preminenti" (Ginzburg, 1990: 8-9) di cui parlano gli atti dei tribunali non possono prevaricare rispetto ai diritti essenziali dei singoli individui. Non puo mai essere lecito "colpire a sangue nel presente una persona singola e reale" in nome di principi astratti e generali (Ginzburg, 1990: 28). Questa difesa della persona nella sua singolarita, questo schierarsi al fianco di quel-l'"uno solo di cui si conosce la faccia, la persona e il nome" (Ginzburg, 1990: 32) contro l'imperio dei grandi numeri, del generico, dell'astratto e dell'impersonale, e in Serena Cruz uno degli assi argomentativi portanti (si veda Ginzburg, 1990: 46). Le "magnifiche istituzioni" e le loro leggi in realta non camminano sulla terra (Ginzburg, 1990: 88), obliano il vivente concreto, talora addirittura lo "schiantano". Nello specifico della vicenda di Serena Cruz, trattano "da cani" i coniugi Giubergia e calpestano "puntigliosamente e senza alcuna pieta" i "diritti, vitali ed essenziali" di una bambina inerme (Ginzburg, 1990: 45, 47).

Le posizioni assunte da Ginzburg nel saggio su Serena Cruz interpretano (e per molti versi danno tempestivamente voce a) un vasto sentire collettivo di fronte al progressivo lesionarsi e sgretolarsi del progetto politico-sociale moderno. Incombono infatti, gia alla fine degli anni Ottanta, molteplici tentazioni regressive e neo-comunitarie, localismi, chiusure; si annuncia la severa crisi di legittimazione cui andranno incontro, nelle democrazie rappresentative, i cosiddetti corpi intermedi--per non parlare del discredito che investira il ceto intellettuale, i tecnici, gli esperti. Cio non significa peraltro che Ginzburg anticipi (o addirittura avalli) posizioni di tipo populistico, velleitariamente protestatario. L'autrice di Serena Cruz o la vera giustizia--che pure aveva tempestivamente dichiarato "odio e noia" verso il proprio tempo (35)--resta ben ancorata alla tradizione moderna e al suo quadro valoriale imperniato sul ruolo comunque irrinunciabile della facolta razionale. (36) Ma quella di Ginzburg e una Ragione che non ha mai smesso di dialogare con istanze che le sono si estranee ma non per questo esclusivamente avverse.

Nella Modernita pienamente dispiegata la scrittrice riscontra il dialettico pervertimento di una Ragione che--anche nella dimensione politica e in quella giuridica che ne dipende--si erge quale unica istanza di legittimazione, del tutto insensibile rispetto aH'insopprimibilita di elementi a essa irriducibili e tuttavia insopprimibili, in quanto parte costitutiva della comune natura umana. Di questi elementi estranei, anzi, la Ragione stessa--quando sia "sana"--si nutre e corrobora, in un incessante confronto che e sovente drammatico, conosce scissioni, va incontro a dolorosi dissidi. Quando cosi non sia, si registra un caratteristico ribaltamento: il Logos sprezzantemente monologico genera mostri, le sue sono "parole pronunciate nel delirio" e i suoi discorsi possono apparire di "abissale imbecillita" (Ginzburg, 1990: 51, 89). E tuttavia proprio mentre, per il tipico cortocircuito proprio della Dialektik der Aufkldrung, "difficile e diventato distinguere fra la ragione e il delirio", chi vive immerso nell'alienazione della "tiepidezza", del piu rigido (ancorche anche soffice) controllo razionale, accredita se stesso come unico e vero paladino della Ragione e del civile progresso, stigmatizzando e demonizzando chi non pare abbastanza "controllato, disciplinato e tiepido", e che in realta e solo ancora capace di quegli "impulsi emotivi" i quali, a ben osservare, consentono--soli--di insediarsi pienamente nella vita reale. Impulsi che pertanto non sono da ritenere "poltiglia", pappa del cuore, tenerume sentimentale residuato di tempi superati; bensi il segno certo ed evidente che l'individuo non ha reciso--come il dottor P. di Oliver Sacks--il contatto con le pulsioni umane profonde, con la realta vera e concreta dell'esistenza, con il suo tangibile spessore di vita animale (Ginzburg, 1990: 57, 35-8).

Riflettendo sul caso di Serena Cruz e l'assetto di un'intera societa che viene da Ginzburg giudicato e trovato fallace. Ma cio non si verifica assumendo una prospettiva nostalgica, intesa a riabilitare istanze pre- o a- o ir-razionali, cui conferire o restituire qualche forma di privilegio o preminenza. (37) Viene infatti da Ginzburg riconosciuta alla Norma--nella fattispecie a quella giuridica--la necessita, per riuscire efficace, di essere astratta (generica, virtualmente comprensiva di ogni possibile caso) e rigida (non malleabile e manipolabile, dunque anche severa con chi trasgredisce). E nondimeno queste necessita e rigidita della Norma sono limiti da superare, caso per caso, attingendo a qualcosa di molto simile a una saggezza.

Occorre riuscire ad andare oltre la catacresi del Segno, per ri-attivare ogni volta, e cioe in ogni singolare umana circostanza, il rapporto tra lo spirito e la lettera, quando quest'ultima sia irreprensibile (il che, come detto, nelle leggi non sempre accade). E necessario, per Ginzburg, ri-umanizzare una Norma (una Legge) che ormai si erge nemica contro gli umani--coronamento di una vicenda di pervertimento che nella Modernita giunge da Hobbes a Kafka. S'impone una riattivazione e un reinsediamento del Senso nel Segno, una ri-sincronizzazione tra le parole e le cose che presuppone il riconoscimento essenziale della differenza tra fini e mezzi; sono i primi a dover essere assiologicamente marcati e i secondi a non dover contraddire e negare quella marcatura.

Quest'opera di complessiva ri-semantizzazione del linguaggio ha certo a che fare, come detto, con un'azione (culturale) volta a "difendere la salute delle parole" (Sul pentimento e sul perdono. Ginzburg, 2001: 125); ma in quanto e nella misura in cui una simile operazione sul codice (sui discorsi sociali) implichi un egualmente salutifero recupero--al di fuori di esso, nell'esperienza--del sentimento morale, vale a dire un ritrovamento profondo, individuale e collettivo, dei valori umani elementari, fondamentali. (38) Cio e possibile soltanto andando alla radice della condizione umana, accettandone l'ambivalenza costitutiva, il fatto che il mondo umano sia "complicato e multiforme" ma che in definitiva sia possibile, in esso, pervenire a una polarizzazione assiologica essenziale che funga da riferimento primo: "In una giusta visione del mondo, al centro stanno l'amore e l'odio, e il falso e il vero" (La condizione femminile, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 648). Occorre insomma riaccendere--afferma l'autrice in Serena Cruz--"quello sguardo che discerne il bene e il male" (Ginzburg, 1990: 67) che nel presente appare spento, e in base a cui soltanto si modella il sentimento di giustizia, e la conseguente inevitabile opzione a favore delle vittime e dei sofferenti. (39)

Considerato attentamente tutto cio, deve essere fugato l'equivoco, sempre presente nella storia della ricezione ginzburghiana, di una posizione--quella dell'autrice di Lessico famigliare--eccessivamente o ambiguamente aperta rispetto alla ri-valorizzazione di tratti emotivi, sentimentali e comunque non razionali. Sicuramente Ginzburg, anche nei suoi scritti saggistici, si dimostra molto sensibile a una riconsiderazione dei legami profondi, viscerali, oscuri, tra gli esseri umani; contro la protervia di una Ragione (se si vuole, maschile; se si vuole, paterna) (40) che lungo la Modernita, dirazzando, ha finito per condurre alla situazione alienata e disumanizzata del presente. La promessa di redenzione incarnata da Logos moderno si e infatti ribaltata nell'incubo della societa tutta amministrata e delle nevrosi proliferanti, dell'incomunicabilita, dell'impossibilita di relazioni autentiche--la "desolazione dei rapporti sociali" sperimentata in quell'Inghilterra di cui si fa l'elogio e il compianto in un testo di Le piccole virtu (Ginzburg, 1986: 809)--e dello svuotamento di senso di ogni esperienza.

Ginzburg sa bene che i sistemi giuridici contemporanei sono il frutto di quel progresso civile che prese le mosse con il moto liberatorio dei Lumi. La scrittrice e ben lungi dal disconoscere il valore e il buon diritto della facolta razionale nella societa. La sua resta una prospettiva razionalistica, di civilissima estrazione "sabauda"--come emerge peraltro laddove nell'argomentazione sul caso di Serena Cruz si rivendica il bisogno di portare luce e chiarezza rispetto all'opacita e all'oscurita con le quali una societa che si vuole finalmente tutta trasparente ripiomba invece negli arcana imperii pre- o proto-moderni (Ginzburg, 1990: 61, 73-5). Si tratta tuttavia di stabilire inequivocabilmente che non puo esservi "vera giustizia" quando in nome della legge si oblitera la condizione umana in cio che essa ha di piu complicato, ambivalente, oscuro, doloroso, rischioso. Un universo costituente pre-categoriale, muto, che il Logos drammaticamente fronteggia e che esso e chiamato, attraverso una parola debole e im-potente, esclusivamente a riconoscere e preservare. Non casualmente infatti e proprio un "muto istinto" anonimo che custodisce "il meglio di noi" e nutre le virtu grandi, mentre l'intervento prudente e legislatore della Ragione promuove quelle piccole e meschine (Lepiccole virtu. Ginzburg, 1986: 883). La condizione umana include un fondo oscuro, pre-linguistico, in cui la parola--a fortiori quella solare e squadrata della Legge--non puo accedere; un mondo sotterraneo, che in termini psicanalitici si direbbe di pulsioni elementari, in cui la luce del Logos e del Linguaggio non puo aprirsi un varco se non con estrema fatica: e il motivo che rende "difficile", per esempio, una legge sulla violenza sessuale (La violenza sessuale. Ginzburg, 2001: 145) e assurdo considerare la maternita una scelta "lucida, responsabile, razionale" (Ginzburg, 1990: 79). L'universo ancestrale della vita (del sesso), e dunque della morte--"buio, contorto e segreto"--non e (non deve e non puo essere) pienamente riscattato dalla Ragione che fa la Storia, da quella civilta che trova nella semplice chiarezza della citta, e della casa, la sua piu tangibile e caratteristica espressione (I baffi bianchi, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 158-9).

Quando la Norma pretende di addentrarsi perfino in quella densa oscurita originaria che e a fondamento misterioso della condizione umana, per gettarvi le sue luminose griglie, allora l'umana giustizia e hybris, la legge degli uomini e inautentica, dis-umana e anti-umana. "A una legge non si deve chiedere troppo" (La violenza sessuale. Ginzburg, 2001: 147), ma allo stesso tempo "una legge non dovrebbe ignorare quanto multiforme sia il genere umano. Se lo ignora, e una legge pessima" (Ginzburg, 1990: 70). Non presupponendo un comune sostrato umano, ignoto e magmatico, riottoso a ogni razionale regolamentazione, la Legge riesce estranea alla nostra comune natura, all'esistenza "vera", alla realta elementare esperita da tutti e da ciascuno nella vita. Da qui l'accorata costernazione con cui chi scrive sul doloroso caso della bambina Serena Cruz osserva come i magistrati deliberanti sulla controversia sembrino non aver mai avuto e allevato dei figli, non sapere che cosa questo significhi davvero (Ginzburg, 1990: 64, 68, 75). I legami verticali tra le generazioni--quali s'instaurano in una famiglia non necessariamente biologica ma comunque, una volta configuratasi come tale nel rapporto tra infanzia ed eta adulta, naturale--pertengono in modo specifico, infatti, a quell'universo umano ctonio in cui i rapporti sono di ordine misterioso, viscerale, esclusivo, e percio stesso non tangibile dall'esterno. (41)

La giustizia degli stati, la Legge fissata dalle istituzioni nel Diritto al fine di "cercare di ricostruire la verita, giudicare i colpevoli, assolvere gli innocenti" (Sul pentimento e sul perdono. Ginzburg, 2001: 124), negandosi al dialogo con un vissuto profondo comune, spesso fatto di sofferenza e dolore, rischia di rappresentare un idolo astratto e incomprensibile per chi e chiamato a soggiacervi. La Convenzione assume in tal modo i tratti di una perversa e oniroide messa in scena, instaura nella Storia di tutti una dimensione finzionale cui e impossibile sottrarsi, da cui non ci si puo disinvischiare. (42) A meno di non scuotersi e andare verso gli altri, le vittime riconosciute come proprie simili in quanto partecipi di un comune destino. Si realizza cosi--vale a dire rapportando sempre le proprie azioni alla "comunita dei nostri simili" prima ancora che a uno Stato "formato di governanti, di istituzioni e di leggi"--"un'idea di giustizia nella quale specchiarci", cioe capace di orientare la condotta e di farci "agire il meno peggio che ci sia possibile" (Il coraggio e la paura. Ginzburg, 2001: 84-5).

Un percorso che lo scrittore, sentendosi solidale al prossimo suo nella comune condizione umana, compie attraverso il gesto sobrio e quotidiano di prendere un treno: azione prosaica, anti-retorica, che i magistrati tuttavia, interamente calati nel proprio ruolo sociale e alieni da ogni umilta--dunque, a fortiori, da ogni misericordia (43)--non hanno voluto compiere (Ginzburg, 1990: 10-1,37-8,48). L'atto di prendere un treno e muovere, fisicamente, verso gli altri, soprattutto quando siano vittime di un potere che si fa inflessibile Legge, (44) sembra trovare--per chi ha nella scrittura il suo unico vero "mestiere" e in fatto di poesia l'unica "competenza"--una qualche suggestiva corrispondenza nella decisione di sottrarsi all'imperio universale del Segno alienato, riconquistando al linguaggio la sua irrinunciabile funzione comunicativa. Per scrivere come si parla, nella lingua di tutti. E la capacita--cui fa riferimento Garboli nella sua "piccola antologia della critica" ginzburghiana--"di farsi leggere e ascoltare da tutti" (Garboli, 1987: 1577), perche in definitiva "il parlare agli altri e piu importante che non i nostri casi personali" (Ginzburg, 1999: 111). (45)

Attraverso l'adozione di una lingua democratica, contravveleno e contrappunto a quella incomprensibile assunta da una Legge astratta che finisce per promuovere la falsa giustizia, viene ammesso con umilta che esistono cose che non possiamo sapere, si riconosce che abbiamo limiti invalicabili, esattamente--e non casualmente--come quelli propri del nostro linguaggio. E impossibile ogni "vera giustizia" senza questo riconoscimento, senza questa duplice ma unitaria ammissione di limitatezza e di impotenza--delle parole e della "condizione terrestre" (Il mio mestiere, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 851). E quanto mostra per esempio di aver compreso bene il magistrato brasiliano Aloisio Carvalho, con la sua "giusta incertezza", che e virtu di prudenza (Ginzburg, 1990: 91-2). E oggi "il mondo ai nostri occhi si mostra cosi incomprensibile che la prudenza e l'unico strumento che possiamo adoperare" (77 traforo, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 613).

Natalia Ginzburg soffermandosi sul caso di Serena Cruz proclama la necessita, nelle vicende umane, di muoversi con cautela, empiricamente, cercando di fare, caso per caso, meno danni possibile. Nella saggia consapevolezza, ignota ai magistrati deliberanti nel merito, che "una volta sofferta, l'esperienza del male non si dimentica piu" (Il figlio dell'uomo, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 835) e che la societa non deve aggiungere sofferenze e angosce a quelle che gia fanno parte della condizione umana (La condizione femminile, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 652). Tanto piu durante l'infanzia: "tutti ormai sanno bene che quanto ci accade nella prima infanzia lo portiamo dolorosamente stampato nell'anima, consciamente o inconsciamente, per sempre", e assolutamente certo "che delle ferite e delle perdite subite nell'infanzia la persona umana non guarisce mai" (Ginzburg, 1990: 15, 64). (46)

Lo scrittore e come gli altri, vive in mezzo agli altri. Il suo piu ardente desiderio "e di essere macinato e massacrato con tutti in ogni inferno giornaliero" (La poesia, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 658). Sobriamente consapevole, come tutti, della limitatezza umana. Riconosce in essa, come tutti, un destino di contraddizione, da accettare come si accetta il proprio volto. (47) Un destino che soltanto il sentimento morale puo medicare: la sola scelta che ci e consentita essendo quella "fra il bene e il male, fra il giusto e l'ingiusto, fra la verita e la menzogna" (Silenzio, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 858). La sola nostra liberta e tuttavia quella essenziale.

La vera giustizia e quella che si fa pazientemente ogni giorno in virtu di questa essenziale liberta, cercando di cucire gli strappi relazionali e comunitari, preservando al massimo la minima quota di felicita che ci e concessa. Non e aulica, la vera giustizia, non e scritta in caratteri di bronzo. Implica, anche, un problema di etica (e politica) linguistica. La "vera giustizia" ha bisogno infatti di "parole vere", che presuppongano la consapevolezza che il linguaggio umano e ben misero e inadeguato (Film, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 132-3), incapace di parlare a gola spiegata delle cose essenziali. Una giustizia autentica riporta in onore, con il valore prescrittivo e sanzionatorio della Norma, anche quello comunicativo e relazionale, che crea e rinsalda i legami intersoggettivi, lenisce un corpo sociale ferito e sofferente. (48) Una giustizia che sia vera non perde mai di vista i valori umani non negoziabili, non ha paura di nominare il bene, a cominciare da quello dovuto alle generazioni future, al "figlio dell'uomo". Quel bene che la societa contemporanea ha sostituito e occultato con il "benessere" (Ginzburg, 1990: 59), e che tuttavia esiste e va amato senza ricompensa: "e a questo non e possibile dare nessuna logica spiegazione" (Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 891-2).

In questa prospettiva, non aliena da cio che Cesare Garboli defini una "specie di giusnaturalismo selvaggio", (49) e la stessa anti-retorica adibita in un saggio come Serena Cruz o la vera giustizia--libro-articolo, libro-manifesto che ripristina quello sguardo "giusto e libero" sul prossimo che al prossimo sempre si deve (I rapporti umani, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 881)--a farsi garante della perdurante possibilita, per chi e costretto in un mondo che sembra aver "bandito lo spirito" (Vita collettiva, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 113) e le sue "infinite" risorse (Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 893), di una convivenza realmente civile, cioe autenticamente umana. In una comunita di individui dove Legge e Giustizia si diano finalmente riconciliate. (50)

Note

(1.) In questa sede non sara affrontata la questione concernente la cifra distintiva del saggismo ginzburghiano ne quella, correlata, dell'intima implicazione tra questo e la scrittura propriamente narrativa (e teatrale) dell'autrice. Valgano particolarmente, al riguardo, le osservazioni--acute e puntuali--di Scarpa contenute in Ginzburg 2001. Va tuttavia qui sottolineato almeno come Ginzburg stessa si senta in difficolta nel definire tali i propri saggi, tanto piu che sono questi, e non i romanzi e i racconti, a offrirle l'opportunita di presentarsi al lettore in prima persona (Ginzburg, 1999: 115,143, 144). Va segnalato infine come per Vittorio Coletti Serena Cruz costituisca "il libro piu vero" dell'autrice (precisa questa valutazione Bertone, 2015: 85 nota 4).

(2.) Per un documentato e partecipe "ritratto" della figura umana e intellettuale di Natalia Ginzburg si puo ora vedere Petrignani, 2018.

(3.) Tale produzione puo essere fatta indicativamente cominciare con Inverno in Abruzzo (1944), uscito dapprima su "Aretusa" e poi incluso in Le piccole virtu (1961), e in Opere, vol. 1 (1986); prosegue attraverso un'operosita di cui testimoniano le raccolte Mai devi domandarmi (1970) e Vita immaginaria (1974), entrambe poi comprese in Opere, vol. Il (1987); e si prolunga fino agli ultimi scritti saggistici di Ginzburg, raccolti da Domenico Scarpa in Non possiamo saperlo (Ginzburg, 2001). Nell'ultimo scritto di quest'ultima silloge, Autobiografia in terza persona, Ginzburg data al decennio 1968-1978 il suo periodo di piu intensa attivita giornalistica (Ginzburg, 2001: 181).

(4.) L'autrice afferma inoltre, poco dopo la pubblicazione di Serena Cruz, che la propria particolare sensibilita nei confronti dell'ingiustizia, e la volonta di contrastare attivamente quest'ultima, si sono acuite con l'assunzione, dal 1983, della carica di parlamentare (Ginzburg, 1999: 192). Il volume pubblicato nel 1990 ha infatti origine proprio da un prorompente sentimento di ingiustizia, che non ha bisogno di giustificarsi razionalmente o che, per meglio dire, supera indenne il vaglio dell'intelligenza ("ragione" e "torto"): "Io avevo la sensazione forte e precisa che fosse stata fatta un'ingiustizia, che una sventurata bambina fosse stata sacrificata per un cavillo giuridico, e che un nucleo famigliare fosse stato calpestato e devastato per difendere un principio astratto. Questa sensazione forte e precisa la conservo anche se in qualche momento mi sono chiesta se avevo torto. Questa sensazione e pero piu forte della ragione e del torto" (Ginzburg, 1990: 32). La ribellione contro l'ingiustizia e negli esseri umani istintiva, in un certo senso al di qua del bene e del male, precede ogni razionalizzazione etica (e giuridica): "uno che passa per la strada, senza cultura giuridica, urla se vede compiere un'azione che gli sembra clamorosamente ingiusta" (Ginzburg, 1990: 34; corsivo aggiunto). Nello specifico, l'ingiustizia patita da Serena Cruz e dalla sua famiglia e designata dall'autrice con le abituali nettezza e perentorieta: "azione spietata", "crudelta", "azione disumana" (Ginzburg, 1990: 27, 29, 49).

(5.) Per la "monotona uniformita", la "cadenza uniforme ed antica" delle leggi ancestrali che vincolano l'essere umano alla propria natura si veda Inverno in Abruzzo (Ginzburg, 1986: 792). Su questo aspetto si veda di seguito nel testo.

(6.) Sant'Agostino, De Civitate Dei, IV, XXII. "Esiste forse qualcosa che sia piu importante della giustizia, nel governo dei paesi, nei rapporti con le vicende e con le istanze umane? Ma piu importante della giustizia non esiste niente" (Ginzburg, 1990: 96).

(7.) Un sentimento profondamente pessimistico, di chi ritiene che "nella vita dobbiamo aspettarci d'essere continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d'ingiustizia: e la sola cosa che importa e non commettere ingiustizia noi stessi" (Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 892) non impedisce all'autrice di includere la giustizia, con la liberta e la verita, tra i "beni che sono cari allo spirito" (Un governo invisibile, in Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 638). Per le risonanze religiose, in particolare teistiche e cristiane, del sentimento di giustizia si veda Sul credere e non credere in Dio (Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 173) e Il crocifisso nelle scuole (Non possiamo saperlo. Ginzburg, 2001: 129).

(8.) Con riferimento particolare agli anni dell'immediato dopoguerra, e al tracollo degli entusiasmi che avevano suscitato in un'intera generazione, si leggano le considerazioni dell'autrice in un testo del 1971 incluso in Vita immaginaria, Il traforo: il mondo della giovinezza vi appare "interamente crollato" e dinanzi agli occhi di chi vi aveva riposto le proprie speranze si spalanca "una voragine" (Ginzburg, 1987: 611-2).

(9.) Ma e pure, da un'altra angolazione, l'universo sociale cui guardo Flaiano: un intero mondo "devastato e inghiottito dalla stupidita come dalle acque d'un'alluvione" (L'intelligenza. Ginzburg, 2001: 15).

(10.) E dunque anche da quello di Ti ho sposato per allegria (Ginzburg, 1965); dopo di che, come osserva Domenico Scarpa (Ginzburg, 2005: 433), l'autrice sembra "essere risucchiata da un'eta diversa, della propria persona e dei tempi che incombono".

(11.) Ecco allora che, alla fine degli anni Sessanta, un film come Dillinger e morto di Ferreri puo ispirare a chi scrive scorate osservazioni su "una condizione umana dove i valori veri sono andati perduti", ormai del tutto mineralizzata (Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 41); e qualche anno piu tardi sara una pellicola di John Schlesinger a prospettare "un mondo dove la felicita e assente", come pure il futuro (Maledetta domenica, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 533). Cosi, muovendosi tra Bergman, Bunuel e Fellini, l'autrice offre non semplici "pensieri di uno spettatore", come la sua abituale modestia pretenderebbe, ma il resoconto preciso di un mondo umano in preda a irredimibile sfacelo.

(12.) Si veda esemplarmente, in Mai devi domandarmi, un testo come La vecchiaia (Ginzburg, 1987:22), che e del 1968, cioe quando chi scrive ha soli 52 anni. Ma anche, nella medesima raccolta, un intervento di poco successivo, I lavori di casa, in cui l'autrice si trasfigura in terza persona nella "vecchia madre" (Ginzburg, 1987: 65).

(13.) Sullo "sfascio delle famiglie" come "piaga del nostro tempo" si veda Ginzburg, 1999:183. Per 1'"istituto famigliare" come "idolo infranto" sul quale la narratrice tornerebbe a riflettere nei romanzi degli anni Settanta e Ottanta si veda Garboli, 1987: XXXVIII.

(14.) Quello della "piccola tana asciutta e calda" (Il figlio dell'uomo, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 837), della "calza vecchia" dove rintanarsi a vivere (La casa, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 21-2), e un vero e proprio mito personale ritornante nelle pagine dell'autrice. Nell'epoca nuova, quasi inutile precisarlo, anche questo mito pare tramontare: "la casa non e piu per noi quello che era prima: non e piu il punto da cui guardiamo tutto il resto dell'universo" (I rapporti umani, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 862).

(15.) L'ideale educativo ginzburghiano rimane tuttavia ben al di qua degli eccessi protettivi nei confronti dell'infanzia che si diffonderanno a partire dalla generazione successiva, quella dei figli (e dei nipoti): Si veda per esempio Senza fate e senza maghi, Vita immaginaria (Ginzburg, 1987: 631-2).

(16.) L'"oscurita" connota per esempio l'abitazione di Emily Dickinson, una casa che del resto e pure--con significativa ambivalenza--un "carcere famigliare" (Il paese della Dickinson, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 34-8).

(17.) "Io non credo che la famiglia sia sacra, pero credo che sia un luogo dove si sono intessuti sentimenti discordanti e complessi, di scarsa comprensione per gli estranei" (La violenza sessuale, Non possiamo saperlo. Ginzburg, 2001: 146). E in Serena Cruz: "Un bambino che per due anni e mezzo vive con due persone, quietamente e felicemente, e li crede suo padre e sua madre, non bisognerebbe toccarlo" (Ginzburg, 1990: 86). La famiglia e una monade intangibile, si colloca (pour cause) nello stesso territorio intimo ed esclusivo che pertiene alla riproduzione, alla pura vita organica. Come nel caso dell'aborto, allora, con pari buon diritto l'autrice potrebbe chiedere polemicamente, riguardo a essa, che cosa c'entrino "gli altri" (Ginzburg, 1990: 79).

(18.) Un geroglifico che si contrappone frontalmente al mondo della giovinezza, che era parso invece "chiaro, lineare e semplice" (Il traforo, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 609); il mondo d'oggi si presenta infatti, al contrario, "affaticato e rotto da infinite delusioni e incapace di chiarezze" (Ricordo di Carlo Levi. Ginzburg, 2001: 24).

(19.) La generazione di Natalia Ginzburg ebbe in sorte di conoscere gli ultimi tempi della civilta della conversazione, poi l'epoca avvelenata dal "vizio del silenzio" (Silenzio, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 858) e infine quella tramortita dall'imperante frastuono.

(20.) Esemplare un passaggio come il seguente: "Il 27 ottobre, il Pubblico Ministero del Tribunale dei Minori, "prospettando l'inevitabilita che Serena venga in futuro allontanata dal nucleo Giubergia (data la probabilissima falsita del riconoscimento) chiede che la bambina venga inserita in una famiglia affidataria, ovviamente diversa dai Giubergia". | Il 7 novembre il Tribunale accoglie la richiesta del Pubblico Ministero. | Il 17 novembre, i Giubergia sono chiamati in tribunale e gli viene comunicato che non potranno tenere la bambina con loro. [...] Quella giornata del 17 novembre la ricordano come una giornata terribile. | Il 6 dicembre, la Corte d'Appello di Torino, per accertare tutta la verita, dispone che siano presi in esame documenti vari. | Il 31 gennaio dell'89, la Corte d'Appello di Torino, sulla base di quei documenti pervenuti nel frattempo, dopo aver accertato che non esisteva nessun atto ufficiale che comprovasse l'avvenuto riconoscimento di paternita, conferma il provvedimento del tribunale" (Ginzburg, 1990: 8-9).

(21.) Si vedano locuzioni come "nella scorsa primavera", "in questi giorni della fine di dicembre", "nei mesi scorsi", "poche settimane fa", "ancora oggi", "nell'autunno", "negli ultimi giorni di novembre", "giugno scorso", "nell'aprile", "tempo fa", "mesi fa", "lo scorso ottobre", "giorni fa", "nei giorni scorsi", "in questi giorni", "nel maggio scorso" (Ginzburg, 1990: 3,12, 31, 33,41,42,48,50, 52, 66, 69, 72, 77, 81,90,91).

(22.) Cosi l'autrice si riferisce a Serena Cruz ne\Y Autobiografia in terza persona (Ginzburg, 2001: 182), dove si afferma pure che l'opera fu scritta "sulla fine dell'89" e pubblicata "nel febbraio del '90". Quanto allo statuto del testo, e nel saggio stesso che se ne accenna, con la consueta deminutio: "Questo che scrivo non e un saggio sulle adozioni, ne ha minimamente la pretesa di esserlo. E soltanto una serie di appunti su diverse cose che mi sono venute in testa a proposito di Serena Cruz, dei Giubergia e di altri fatti a cui accennavano i giornali e che in certo modo si legavano alla vicenda di Serena Cruz" (Ginzburg, 1990: 48). Da un'affermazione dell'interessato contenuta in Ginzburg, 1999: 107, infine, non e possibile evincere se il libro fu addirittura commissionato da Giulio Einaudi o a questi semplicemente offerto per la pubblicazione, dopo la sua stesura.

(23.) L'elenco delle cose che Ginzburg saggista afferma di non sapere o di non saper fare e lunghissimo, e a tutta prima sconcertante se si considera che spesso l'ammissione prelude a una battagliera presa di posizione nella materia cui si sostiene di essere estranei. Nei saggi chi scrive di volta in volta asserisce, infatti, di non capire nulla di musica, di non interessarsi alla pittura, di annoiarsi a teatro, di non avere una cultura cinematografica e piu in generale di non disporre di una cultura (Lui e io, Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 821, 824; per la singolare pretesa di non avere una vera cultura si veda pure Ginzburg, 1999: 138, 207-8). Se recensisce un film, adduce subito di non avere al riguardo "nessuna specie di competenza"; se commenta un dipinto, esordisce affermando di capire "assai poco di pittura" (Un mondo stregato, L'urlo, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 70, 74); di filosofia si dice "ignorante" e--del tutto sprovvista in fatto di "penetrazione sociale"--anche di politica chi scrive sostiene ripetutamente di non capire nulla (Il piu cretino dei filosofi, Due comunisti, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 538, 115; Il traforo, Un governo invisibile, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 614, 635). La propria ignoranza in materia di politica, in particolare, e spesso addirittura ostentata, e del resto "oltre la politica, vi sono infinite altre cose che io non so e non capisco per nulla, come l'economia, o la chimica, o le scienze naturali, o le scienze esatte" (Un governo invisibile, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 635-6). Quasi superfluo allora precisare come anche nel saggio su Serena Cruz l'autrice trovi il modo di affermare, puntualmente, di non avere nessuna cultura giuridica (Ginzburg, 1990: 34).

(24.) Paradigmatico di una caratteristica comunque rilevabile lungo l'intero testo e l'ultimo segmento del paragrafo 1 (Ginzburg, 1990: 17-26).

(25.) Caratteristico di un simile approccio, per esempio, un incipit memorabile come quello di Liberta (Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 623). Su questo particolare aspetto del saggismo ginzburghiano si veda Garboli, 1987: 1578-9. Sulle modalita retoriche della scrittura saggistica di Ginzburg, in generale, si vedano anche le gia segnalate preziose notazioni di Scarpa contenute in Ginzburg, 2001.

(26.) Non va pero sottaciuto il disagio dell'autrice (del resto significativo rispetto a cio che si viene sostenendo nel testo) di fronte alla "parola "intellettuali"", disagio espresso in testi come Liberta (Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 624) e Senza una mente politica (Ginzburg, 2001: 104)--intervento peraltro quest'ultimo in cui la funzione dell'intellettuale viene identificata soprattutto, ancorche dubitativamente, nell'attivita di "scrivere articoli per i giornali" commentando "dei fatti". "Io penso di essere un romanziere dalla testa ai piedi; qualche volta, non so se proprio un intellettuale, ma qualcosa di simile" (Ginzburg, 1999: 192).

(27.) La critica del linguaggio falso, delle parole non corrispondenti alla realta e alla verita, e uno dei temi ricorrenti nel saggismo dell'ultima Ginzburg: si veda esemplarmente L'uso delle parole (Ginzburg, 2001:149). Sul punto si veda ancora Scarpa (Ginzburg, 2001:204).

(28.) Alla "pseudo-scienza" di costoro secondo Domenico Scarpa (Ginzburg, 2005: 448) sarebbe addirittura dedicato l'intero Serena Cruz (e si veda anche, nella Nota al testo di Ginzburg, 2005, XVII). Di certo si tratta di un motivo importante nell'economia del saggio, da leggere come parte integrante del piu generale discorso sulla societa dei "tiepidi" (cioe razionalmente calmierata).

(29.) Per esempio in un passaggio come il seguente: "Della sorte dei bambini non si sa piu nulla. A nessuno e dato saperne ancora qualcosa. Scompaiono in istituti e il Tribunale dei Minori li mette in adozione. Vengono davvero adottati, o dati in affidamento provvisorio a famiglie, o invece restano negli istituti per anni e anni? A nessuno e dato saperlo. Soltanto le istituzioni lo sanno" (Ginzburg, 1990: 61).

(30.) L'autrice aveva sostenuto la necessita di non mentire ai bambini anche in Il figlio dell'uomo (Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 837-8). E infatti "le finzioni sono sempre diseducative" (Le piccole virtu. Ginzburg, 1986: 890). I bambini, del resto, "spesso sono attratti dalla falsita", come si legge in un intervento del gennaio 1970 (Cuore, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 105-7) in cui interessante e pure, nella prospettiva del discorso che si viene ora conducendo, l'osservazione concernente l'onesta delle parole: la retorica che induce a scrivere "cose false" su valori e sentimenti segnala l'effettiva presenza di un mondo di cose e di parole invece vere: la mistificazione stessa, dunque, certifica che "c'erano stati o c'erano, a un passo di distanza, quegli stessi sentimenti, ma veri. [...] che le parole per esprimerli, vere e false, esistevano. Il falso non e che un'imitazione, falsa e morta, del vivo e del vero". E forse in virtu di questa segreta, sotterranea e inconfessabile, colleganza tra verita e menzogna che almeno in una circostanza, in una "questione d'importanza essenziale", e permesso, e anzi doveroso, mentire all'infanzia: circa la morte e circa l'esistenza di Dio; a proposito di cui, infatti, l'onesta verso l'infanzia diviene "miserabile" (L'infanzia e la morte, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 163).

(31.) Gia sullo scorcio degli anni Sessanta Ginzburg aveva avuto modo di osservare l'emergere di un fenomeno sociale--il "contagio" delle idee, delle passioni, dei linguaggi--destinato a dilagare nei decenni successivi. Per esempio, recensendo Cent'anni di solitudine (Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 52) notava: "la nostra presente societa umana e stranamente soggetta ai contagi, le idee vere e le idee false si diffondono e si confondono sopra di noi come le nuvole, mescolandosi a incubi e spettri collettivi per cui non sappiamo piu distinguere il falso dal vero". Vent'anni piu tardi il linguaggio "pomposamente irreale" della "pseudo-scienza"--osserva Domenico Scarpa (Ginzburg, 2005: XVII) a proposito di Serena Cruz--e diventato "infettivo fino all'epidemia". Su cio si veda Ginzburg, 1990: 35-6, 39, 47, 77-8.

(32.) Su questi aspetti nella societa contemporanea si veda Bauman, 1993.

(33.) Particolarmente significativo, e tipicamente netto, cio che in questo senso si legge in un testo del 1975, Dell'aborto: "Sappiamo bene come sono fatte oggi la societa e la legge; sappiamo bene quanto siano caotiche e remote da ogni idea di giustizia [...]. La legge dovrebbe essere di pura giustizia; non dovrebbe essere ne rigida, ne molle, ma soltanto giusta; e interferire nei fatti dei singoli soltanto quando essi si trovano in condizioni di pericolo, o di disgrazia, o di colpa, o di malattia" (gia in Ginzburg, 1987: 1300, poi in Ginzburg, 2001: 27). Sui limiti che le istituzioni non devono superare quando intervengono "nei fatti dei singoli" si veda di seguito, nelle note.

(34.) L'inderogabilita della responsabilita individuale e costantemente affermata dall'autrice. Soffermandosi per esempio--in un testo del 1970 poi incluso in Mai devi domandarmi, Vita collettiva--sulle cose che una societa contemporanea sempre piu collettivizzata disprezza come inutili, vengono anche ricordati "il giudizio morale individuale, la responsabilita individuale, il comportamento morale individuale" (Ginzburg, 1987: 109). Sulla scomparsa del giudizio morale e della responsabilita individuale, con la conseguente difficolta--in un mondo divenuto complesso e labirintico--di distinguere il giusto e l'ingiusto, di riconoscere il colpevole e l'innocente, si veda Pieta universale (Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 184).

(35.) Si veda l'incipit di Vita collettiva, in Mai devi domandarmi (Ginzburg, 1987: 108); e quello di Bergman, se possibile ancora piu drastico: "Non amo affatto il tempo in cui mi e toccato vivere" (Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 528). E "il sentimento di disappartenenza, di ostilita via via piu acre che la Ginzburg manifesta verso il proprio tempo" di cui scrive Scarpa (Ginzburg, 2005: 449).

(36.) Sul piano propriamente politico la salda appartenenza dell'autrice al campo che si dira "progressista" in senso moderno si traduce anche nelle frequenti prese di posizione--rinvenibili pure in Serena Cruz: si veda Ginzburg (1990: 65)--per uno Stato che si debba far carico di una giustizia non solo limitata al piano strettamento giuridico ma che sia prima di tutto giustizia sociale.

(37.) Per quanto il rischio di equivocare sia sempre, al cospetto delle posizioni ginzburghiane, non lieve: si vedano per esempio le dichiarazioni volte a riabilitare la nostalgia (ancorche limitatamente alla letteratura) e contro l'"idolatria del nuovo" (Ginzburg, 1999: 234, 145). In Serena Cruz non manca il sarcasmo contro una legge, quella sulle adozioni, pure da piu parti ritenuta "provvida e avanzata". Fino a una dichiarazione esplicita come la seguente: "Ci si chiede se, quando non c'era la legge 184, "provvida ed avanzata", queste devastazioni [ingiustizie] erano altrettanto frequenti. Ci si chiede se magari non era meglio prima, quando le istituzioni non avevano ancora stabilito che era loro dovere e loro diritto irrompere a forza nella vita privata della gente" (Ginzburg, 1990: 60-1). Il riferimento all'invasiva protervia delle istituzioni chiarisce che Ginzburg non intende, qui o altrove, farsi laudator temporis acti e sostenere, qualunquisticamente, che si stesse meglio quando si stava peggio. La posta in gioco e infatti piu alta, vale a dire la difesa di una zona umana preclusa all'azione del sociale e al riparo dalle pretese della "vita collettiva": la dimensione inviolabile degli individui considerati nella loro elementare presenza, con i loro legami piu intimi e profondi (la famiglia come zona franca e "quasi-sacra"). Le istituzioni sono sempre intrusive e violente quando irrompono nell'esistenza degli individui, a meno che di non dover intervenire per "un fatto di forza maggiore", cioe per sanare situazioni di grave disagio o pericolo: "Soltanto allora lo Stato ha il diritto di intervenire. Diversamente ogni intervento dello Stato e violento e ingiusto, ed e sempre violento e ingiusto, senza valide motivazioni, ogni intervento dello Stato nella vita privata della gente" (Ginzburg, 1990: 66). La strenua difesa delle liberta individuali in Ginzburg e tuttavia sempre accompagnata e bilanciata dalla considerazione delle istituzioni nella prioritaria funzione di agenti della solidarieta sociale (si veda la nota precedente).

(38.) Si tratta di valori inscindibili dalle "semplici condizioni umane", e quindi lontanissimi da ogni "retorica" che pure, nello "sfascio universale" di un presente che segna la "scomparsa dei valori reali" (La violenza sessuale. Ginzburg, 2001: 148), si usa costruire sopra di essi. "La parola "valori" e una parola che oggi adoperiamo e leggiamo con diffidenza, perche e stata adoperata troppo e male, si e scolorita e sembra non significare piu nulla. Tuttavia e forse proprio questa parola che e necessario adoperare per mettere in chiaro cio che puo essere innalzato su un piano universale", per esempio "l'impegno civile, la solidarieta umana, il senso della giustizia, il coraggio" (Ragioni di orgoglio. Ginzburg, 2001: 43, 45-6).

(39.) Tra i "pochissimi pensieri politici che la sua mente possa mai formulare" c'e quello per il quale si preferirebbe "essere ammazzata piuttosto che ammazzare qualcuno" (Due comunisti, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 118). Come gia osservato in apertura di queste pagine, e un infallibile istinto che induce a schierarsi sempre con le "vittime sventurate e calpestate", "dalla parte di quelli che perdono" (Pieta universale, Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 188). "La sola scelta che a noi e possibile e di essere dalla parte di quelli che muoiono o patiscono ingiustamente" (Gli ebrei, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 646).

(40.) Su questi aspetti s'impernia come noto l'interpretazione garboliana. Sul "contegno mentale" dell'autrice nei saggi e l'asserito dispiegarsi, in essi, di una forma d"'intelligenza inferiore", fisiologica, viscerale, femminile si veda in particolare Garboli, 1986: XXIV e 1987: 1590.

(41.) Modello di questo legame cieco e naturalmente quello materno, quale per esempio viene descritto in Sull'aborto (Ginzburg, 2001: 29), e per cui si veda anche un testo breve ma di rilevantissimi intensita emotiva e spessore concettuale come I figli adulti (Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 665). Si veda pure Ginzburg, 1999: 185.

(42.) Leggere le ricostruzioni ufficiali della vicenda--resoconti di tribunale o articoli di giornale che siano--lascia a chi cerca giustizia la sensazione amara di muoversi "in mezzo a uno scenario falso, dove qualcosa viene tenuto nascosto, non soltanto i nomi e i luoghi ma qualcos'altro di altrettanto essenziale" (Ginzburg, 1990: 50).

(43.) Una virtu, questa, che travalica l'etica strettamente cristiana e che pare tuttavia estranea al quadrante assiologico moderno. Puo essere al riguardo interessante osservare come nel fallimento del rapporto psicoterapeutico rievocato in La mia psicanalisi (Mai devi domandarmi. Ginzburg, 1987: 43) cio che di "essenziale" sembra mancare in quel rapporto sia proprio "la reciproca pieta" tra terapeuta e paziente, "una scambievole amicizia e pieta".

(44.) Su questo punto in Serena Cruz si leggono passaggi molto espliciti e duri, come il seguente: "Abbiamo la sensazione che nel campo delle adozioni, il potere dei giudici minorili sia ogni giorno piu cieco, piu sordo e piu solitario. Non lo raggiungono voci. Non lo raggiungono ne le voci delle alte autorita, ne le voci della gente. Abbiamo la sensazione che si siano rotti i ponti fra i giudici minorili e la gente. Percio anche si sono rotti i ponti fra i giudici minorili e la giustizia. Perche se la gente chiede qualcosa che e umano e giusto chiedere e non ha risposta, dov'e la giustizia?" (Ginzburg, 1990: 93). La distanza tra le istituzioni, la Giustizia, e "la gente" non si registra del resto solo "nel campo delle adozioni" ma per l'autrice e un fenomeno ormai generalizzato, per il quale gli individui non si riconoscono piu nelle disposizioni e negli atti di un potere pure legittimo, contro il quale sono tuttavia impotenti: "Pero insorgere a che cosa serve? La Corte di Cassazione e il potere supremo. Dinanzi a questo potere supremo cosa puo fare la gente?" (Ginzburg, 1990: 64). Questa impotenza rispetto al sopruso delle istituzioni e delle loro leggi e vista accentuarsi, peraltro, quando a subirlo sono i poveri (si veda Ginzburg, 1990: 47). La posizione di Ginzburg e del resto lontanissima da ogni forma di legalismo. Nel volume autobiografico dello storico Saul Friedlander--da lei tradotto per Einaudi negli stessi anni di Serena Cruz--la scrittrice aveva potuto leggere la terribile affermazione contenuta in una lettera della madre dell'autore, che riferendosi alla propria famiglia (ebrea) perseguitata dai nazisti constatava: "Legalmente, noi non possiamo piu esistere (Legai Ko'nnen wir nicht mehr existieren)" (Friedlander, 1978: 81).

(45.) Nell'intervento che si legge in E difficile parlare di se Guido Fink sottolinea molto opportunamente la correlazione tra la scelta anti-retorica della scrittura saggistica ginzburghiana e la presenza, in essa, di una pronunciata istanza morale (Ginzburg, 1999: 214).

(46.) SuH"'influsso decisivo dei primi anni" e l"'indelebile" impronta che gli eventi producono in "quella fase quasi dimenticata della vita umana" che e, in eta adulta, il periodo infantile, Ginzburg era potuta tornare traducendo il gia menzionato volume di Friedlander (1978: 34)--in definitiva la storia della distruzione di una famiglia felice sotto i colpi di una storia (e di una legge) spietata. Proteggere l'infanzia--attraverso il caldo guscio degli affetti famigliari--significa allora anche doverne preservare il caratteristico (e "sano", naturale) senso di "onnipotenza": i bambini, in una famiglia felice, si sentono "fisicamente situati nel centro dell'universo" o meglio "nell'unico punto dell'universo" che sembra loro "giusto e necessario occupare" (Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 684) e da cui possano "sporgersi" verso il mondo. A tale postura originaria, da tutelare, corrisponde--in una relazione necessariamente asimmetrica, che non prevede cioe "nessuna sorta di reciprocita" (Ifigli adulti, Vita immaginaria. Ginzburg, 1987: 666)--la posizione adulta, parentale, tutta polarizzata rispetto alla prole: "Il bene d'un bambino e crescere con qualcuno per cui egli e un valore supremo", si legge in Serena Cruz (Ginzburg, 1990: 61).

(47.) In una sorta di amor fati in cui consiste, in definitiva, l'ultima parola dell'etica (e non solo) ginzburghiana: "amare la vita e crederci vuol dire anche amarne il dolore; vuol dire amare il tempo in cui siamo nati e le sue voragini di terrore; e vuol dire amare, del destino, la sua oscurita e la sua tremenda imprevedibilita" (Dell'aborto. Ginzburg, 2001: 28). Questa imprevedibilita, ancorche "tremenda", e patrimonio esclusivo dei singoli individui, non puo essere da alcuno ipotecata, neppure dalle "istituzioni" e dalle leggi; come esplicito in Serena Cruz: "Alle istituzioni non e dato indovinare il futuro. Questa facolta gli manca. Non e mica una chiromante la legge" (Ginzburg, 1990: 71).

(48.) Su questo si veda il saggio su / limiti della giustizia in Todorov 2009.

(49.) Si veda Garboli, 1986: XVI. Ma va forse meglio precisato cio che il critico sostiene a proposito della "continuita unidirezionale" esistente per Ginzburg ("contro l'inversione di marcia freudiana", vale a dire contro la Modernita) "tra lo stato di civilta e il diritto primitivo e ferino alla foresta e alla tana". Quel continuum implica infatti la presenza di zone ibride intermedie, di indecidibile giurisdizione tra civilta e foresta. La "casa" borghese e forse, nell'opera ginzburghiana, una di queste zone.

(50.) "A me sembra che la giustizia e la legge dovrebbero essere una cosa sola. So bene quanto spesso non sia cosi, pero e cosi che dovrebbe essere. Come si fa a pensarle divise? Le leggi non sono fatte per difendere la giustizia? Per difendere i diritti dei piu deboli contro i piu forti? E senno le leggi, a cosa servono e perche ci sono?" (Ginzburg, 1990: 95-6). Idea che mostra in purezza, nella sua disarmante semplicita, l'umanesimo concreto di un'intellettuale per cui "le leggi non possono essere dei capestri per gli uomini. Devono essere invece a servizio e a soccorso degli uomini" (Ginzburg, 1990: 32).

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Marco Gaetani

University of Siena, Italy

Autore corrispondente:

Marco Gaetani, Universita di Siena--Banchi di Sotto, 55 Siena SI, 53100 Italia.

Email: gaeetani@unisi.it

DOI: 10.1177/0014585819831669
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Title Annotation:Artide
Author:Gaetani, Marco
Publication:Forum Italicum
Date:Aug 1, 2019
Words:12552
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