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L'esperienza formativa di Franco Maironi in Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro: "partire, lavorare, soffrire".

Un matrimonio "riuscito"

Nel secondo capitolo dei Promessi sposi, il giovane Lorenzo Tramaglino, in procinto di recarsi da don Abbondio per accordare l'ora del matrimonio con Lucia, viene presentato innanzitutto in qualita di orfano, quindi come "filatore di seta" (Manzoni 46), infine come proprietario e lavoratore di un piccolo appezzamento di terra, occupazioni che--commenta il narratore--gli assicurano una condizione dignitosa. Spostiamoci ora sul finire dell'Ottocento, per entrare in un romanzo di notevole successo editoriale, che inevitabilmente dovette fare i conti con la pietra di paragone manzoniana. (1) Al suo ingresso in Piccolo mondo antico (1895), a proposito di Franco Maironi viene detto essere "unico erede del nome Maironi", dunque anch'egli orfano, "figlio di un figlio della marchesa, morto a vent'ottanni. Aveva perduto la madre nascendo ed era sempre vissuto nella potesta della nonna Maironi" (29). Poco oltre, anche in merito al personaggio fogazzariano, si trovano indicazioni di carattere economico: "Se Franco non aveva di proprio che la magra dote della madre, diciotto o ventimila lire austriache, la nonna sedeva, con quella sua flemmatica dignita, su qualche milione" (30). Il testamento di Piero Maironi, che nominava il nipote unico suo erede, e stato tacitamente fatto sparire dall'avara marchesa Orsola, nonna del protagonista, che in questo modo si e indebitamente appropriata delle sostanze di famiglia. Non a caso la parola piu ricorrente dell'area semantica del denaro e "testamento" con trentacinque occorrenze, alla quale seguono "lire" con diciannove, "denaro/i" con diciotto, quindi "svanziche" e "soldo/i". Nell'illegittimo squilibrio di beni posseduti risiede il bandolo da cui si dipana "questa umile storia" (22) che ha luogo in Valsolda.

Se entrambi i romanzi prendono avvio da un matrimonio che "non s'ha da fare" (Manzoni 33), gli intrecci narrativi si distinguono per un elemento macroscopico: mentre nel romanzo manzoniano si narrano le peripezie dei promessi sposi per poter celebrare le loro nozze, in quello fogazzariano il fatidico si viene pronunciato in segreto gia al terzo capitolo, liquidando immediatamente la pura questione del rito matrimoniale e spostando di conseguenza il focus della narrazione ad una fase postnuziale. Tuttavia e noto che un "matrimonio riuscito" non possiede un interesse tale da essere assunto ad oggetto di narrazione; a tal proposito Manzoni concludeva il suo romanzo affermando: "Fu, da quel punto in poi, una vita delle piu tranquille, delle piu felici, delle piu invidiabili; di maniera che, se ve l'avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte" (747). Tommaso Gallarati Scotti, biografo di Fogazzaro, ha osservato come in Piccolo mondo antico il matrimonio non sia che "un momento nella vita dei due personaggi, verso un piu alto fuoco delle passioni" (La vita 227). Nella scelta di privilegiare la vita coniugale come oggetto di narrazione, il romanziere sembra voler affermare che il problema non risiede nella celebrazione delle nozze, ma nella quotidianita del matrimonio e che i veri ostacoli all'unione di due amanti non stanno tanto, o non solo, nell'opposizione di una forza a loro esterna--don Rodrigo o "la vecchia signora di marmo" (Piccolo mondo 109), la marchesa Orsola--quanto piuttosto nella loro natura piu intima. Due sono quindi i problemi con cui si devono misurare Franco e Luisa Rigey: da un lato quelli spirituali, ovvero la vita coniugale di due persone con carattere, idee e fede profondamente diversi; dall'altro quelli materiali, che contribuiscono a destabilizzare l'unione spirituale dei due. Questo articolo intende analizzare come dalle necessita materiali prenda avvio per Franco un processo formativo che passa attraverso l'esperienza fondamentale del lavoro.

Dall'otium di Franco al negotium di Luisa

La vicenda di Piccolo mondo antico incomincia con un matrimonio contrastato. La marchesa Orsola si oppone infatti al "matrimonio troppo disuguale" (60) tra Franco e Luisa--anch'essa, come la Lucia dei Promessi sposi, orfana di padre, e nel corso della storia anche di madre--perche "non ricca ne nobile" (30); inoltre minaccia di escludere il nipote dall'eredita nel caso in cui non rispetti il suo volere: "Spieghiamoci chiaro. Spero e credo bene che un certo caso non succedera mai, ma, se succedesse, non state a credere che alla mia morte ci sara qualche cosa per voi, perche io ho gia pensato in modo che non ci sara niente" (48). In un momento successivo alle nozze, il divieto violato e vendicato dalla marchesa, mettendo a dura prova la fragile economia domestica dei Maironi, cosicche, proprio a partire da questioni materiali, emerge con forza il profondo divario tra le filosofie di vita dei protagonisti, con le quali i due si trovano a fare i conti. Poiche i due possiedono solamente le esigue eredita lasciate dal padre di Luisa e dalla madre di Franco, e poiche non hanno una fonte di reddito, Piero Ribera, zio di Luisa, si offre per provvedere economicamente ai novelli sposi, condividendo la propria casa e il "buon stipendio" percepito come addetto imperiale del Regio Ufficio delle Pubbliche Costruzioni di Como: "Lo zio era piu che un padre per lei [Luisa], era la Provvidenza della casa" (60). Poiche, come abbiamo gia visto, una costante dei romanzi fogazzariani e la presenza di almeno un orfano tra i personaggi principali, a fare le veci dei genitori spesso subentra uno zio, come in Malombra il conte Cesare D'Ormengo, zio di Marina, e nel Daniele Cortis, il conte Lao, zio di Elena. Il prototipo di queste figure era un parente dello scrittore, lo zio materno Pietro Barrera (Gallarati Scotti, La vita 220), che, negli anni successivi al matrimonio dei genitori di Fogazzaro, rappresento per loro un prezioso sostegno economico (24).

Per natura e per estrazione sociale Franco non e atto al lavoro, e un giovane "focoso e impetuoso" (Piccolo mondo 45) tutto dedito alla poesia, ma ancora poeta dilettante; alla musica, alla quale tuttavia non si applica con regolarita; al collezionismo di opere d'arte, senza pero potersi dire un esperto; e al giardinaggio, sebbene sia un ortolano a prendersi cura del suo giardino. Nella sua stanza gli oggetti parlano di chi la abita: "Certi volumi di giurisprudenza dormivano sotto un dito di polvere, e non una foglia della piccola gardenia in vaso, sul davanzale della finestra di levante, ne aveva un atomo solo. Questi eran gia sufficienti indizi, la dentro, del bizzarro governo d'un poeta" (41). Franco ha studiato legge "all'insaputa della nonna, per dedicarsi a una professione e aver modo di bastare a se" (39), ma la sua incostanza, persino negli esercizi al pianoforte (44), non gli permette di trarre buon profitto dagli studi: "[...] la sua natura nobile e appassionata e piena di aspirazioni generose, ma incapace di azione" (Gallarati Scotti, La vita 223). Franco quindi vive di quei "denari" che "venivan quasi tutti dallo zio" (Piccolo mondo 133), non piu di tre o quattro svanziche al giorno, avulso da ogni negotium utile alla famiglia, da ogni faccenda domestica demandata alla servitu o alla moglie.

Luisa, infatti, diversamente dal carattere contemplativo del marito, e laboriosa. Mentre Franco si occupa di annaffiare le piante del giardino di casa Ribera o si reca nella chiesetta di Oria per pregare, la moglie silenziosamente sbuccia castagne, sbroglia la rete da pesca di Franco, fabbrica con un vecchio stivale di cuoio delle scarpette per la figlia Maria o rammenda le calze, e di notte copia atti notarili per guadagnare qualche soldo. Il giardinaggio, la letteratura e la musica, che sono occupazioni autoteliche, ovvero finalizzate a procurare piacere a chi le compie, rappresentano l' otium aristocratico, in opposizione al "lavoro utile" o negotium di Luisa, che mira ad una ricaduta economica, ad un'utilita tangibile e monetizzabile. La coppia di protagonisti Franco-Luisa incarna dunque la dicotomia otium-negotium. Si riferiscono infatti alla protagonista la maggior parte dei vocaboli che, con significato letterale, derivano etimologicamente dalla radice lavoro (undici occorrenze). Un esempio:

Luisa aveva lavorato e lavorava assai piu del marito; ma se questi si compiaceva delle proprie fatiche e ne parlava volentieri, Luisa invece non ne parlava mai e non ne traeva veramente alcuna vanita. Lavorava d'ago, d'uncinetto, di ferri, di forbici, con una tranquilla rapidita prodigiosa, per suo marito, per la sua bambina, per ornar la sua casa, per i poveri e per se. Tutte le stanze avevan lavori suoi, cortine, tappeti, cuscini, paralumi.

(135; mio corsivo)

I vocaboli connessi a Franco invece possono essere suddivisi in tre ambiti: quattro voci lo descrivono mentre coltiva le proprie passioni artistiche ("quel noioso metodico lavoro manuale che si richiede a diventar pianisti" 44; "vedendo come il padrone stesso sapesse lavorar di sua mano [nel giardino]" 134; "gli scrupoli, le incertezze, le sfiducie che gli rendevano faticosissimo e lento il lavoro della parola" 147; "Lavorando intorno alle piante" 229); in altre quattro occorrenze il lavoro e inserito in un contesto altamente retorico, astratto, collegato all'area semantica del sacrificio, mentre in soli tre casi Franco e letteralmente alle prese con un lavoro. Si noti pero che in questi tre casi, che saranno citati in seguito, il narratore si limita ad affermare che Franco aveva trovato impiego presso un giornale e poi al Ministero degli Esteri, senza dunque coglierlo nell'atto di lavorare.

"Unaparola che gli mordeva il cuore"

Nel secondo capitolo della prima parte, in un momento anteriore alle nozze, un primigenio accenno di Franco alla possibilita di lavorare e inserito in un discorso astratto. La sua ira per le minacce della nonna trova sfogo in un pensiero formulato probabilmente senza coscienza del suo reale significato, ma fatalmente premonitore di un futuro in cui si trovera a lesinare sul cibo:

"Ah, meglio, meglio, meglio! Meglio cosi", fremeva in se "meglio non condurla mai, la mia Luisa, in questa maledetta casa, meglio non farle soffrir mai questo impero, questa superbia, questa voce, questo viso, meglio viver di pane e d'acqua e aspettar il resto da qualunque lavoro cane, piuttosto che dalle mani della nonna: meglio far l'ortolano, maledetto sia, far il barcaiuolo, far il carbonaio!"

(49; mio corsivo)

L'ortolano, il barcaiolo, il carbonaio, considerati da Franco dei "lavori cane", condividono il fatto di essere attivita modeste, di forza fisica, certamente molto diffuse presso il lago Ceresio e i boschi della Valsolda, nei luoghi che hanno dato i natali al protagonista, e sono tutte direttamente connesse con la natura. Ciononostante Franco non intraprendera nessuna di queste attivita, ne lavori fisicamente faticosi o connessi con l'ambiente, e non rimarra in Valsolda.

La prima occasione in cui Franco riflette sul lavoro si presenta in seguito a una sollecitazione di Luisa. Nel secondo capitolo della seconda parte, infatti, i due si trovano presso il lettino di Maria che riposa e pensano al futuro della loro figlia: la prospettiva di una vita non sufficientemente agiata, che per Franco e fonte di cruccio, viene ridimensionata e subordinata da Luisa alla ricchezza interiore, alla felicita. Anche sulla possibilita di godere un giorno dei beni della marchesa i due punti di vista divergono, perche mentre per Franco cio rappresenta un'opportunita reale, Luisa individua nel lavoro l'unica possibile fonte di sostentamento:

'Povera la mia piccina!' disse Franco. 'Povera donna Maria Maironi senza quattrini!' Luisa gli pose una mano sulla bocca. 'Zitto!', diss'ella. 'Felici noi che siamo le Maironi senza quattrini!'. Franco intese, e sull'atto non replico; ma poi, nell'uscir di camera per andare in barca, disse a sua moglie, dimenticando una minaccia della nonna: 'Non sara sempre cosi'. Quell'allusione alle ricchezze della vecchia marchesa dispiacque a Luisa. 'Non parlarmene', diss'ella. 'Quella roba non vorrei toccarla con un dito'. 'Dico per Maria', osservo Franco. 'Maria ci ha noi che possiamo lavorare'. Franco tacque. Lavorare! Anche quella li era una parola che gli mordeva il cuore. Sapeva di condurre una vita oziosa perche la musica, la lettura, i fiori, qualche verso di tempo in tempo, cos'erano se non vanita e perditempi? E questa vita la conduceva in gran parte a carico d'altri, perche, con le sue mille lire austriache l'anno, come avrebbe vissuto? Come avrebbe mantenuto la sua famiglia? Aveva preso la laurea ma senza cavarne profitto alcuno. Diffidava delle proprie attitudini, si sentiva troppo artista, troppo alieno dalle arti curialesche, sapeva di non aver nelle vene sangue di forti lavoratori. Non vedeva salute che in una rivoluzione, in una guerra, nella liberta della patria. Ah quando l'Italia fosse libera, come la servirebbe, con che forza, con che gioia! Queste poesie nel cuore le aveva bene, ma il proposito e la costanza di prepararsi con gli studi a un tale avvenire, no.

(Piccolo mondo 150-51; mio corsivo)

Si noti come l'affermazione di Luisa--"'Maria ci ha noi che possiamo lavorare'"--inneschi in Franco un esame di coscienza, messo in parola tramite la tecnica del discorso indiretto libero, profondo ma comunque non privo di retorica. Egli attribuisce al suo sangue, quindi alla propria origine aristocratica, la pretesa incompatibilita con il mondo del lavoro e rinvia ad una rivoluzione futura--la vicenda e collocata in un periodo a cavallo tra il 1851 e il 1855--il momento in cui "come cittadino" (162) servira la patria. Alla concretezza delle parole e del pensiero di Luisa si contrappone la "poesia" di Franco, alla dimensione del presente in cui vive lei fa da contrappunto quella del futuro che sogna lui. Mentre Luisa auspica per Maria un marito che sia ingegnere meccanico--dunque un uomo agiato, la cui professione, simile a quella dello zio, e basata su leggi fisiche, su principi razionali (2)--Franco desidera invece un agricoltore, un uomo il cui impiego sia strettamente legato alla natura (315). Nella scelta di porre in petto a Luisa questo desiderio si puo intravvedere quel fervore che a partire dagli ultimi decenni del secolo accompagnava le esposizioni universali e nazionali, vetrine delle innovazioni tecniche, dove il lavoro umano si congiungeva con quello ormai divenuto imprescindibile delle macchine, frutto di intelligenza e genialita ingegneristiche. L'esposizione nazionale che si tenne a Milano nel 1881 fu infatti un evento straordinario di cui si parlo a lungo sui giornali dell'epoca e il cui fiore all'occhiello era rappresentato proprio dalla meccanica. (3)

La fine del quinto capitolo della seconda parte--siamo a poco meno di meta del romanzo--segna una svolta nella vicenda: la marchesa, grazie alla sua influenza sulle autorita austriache, fa destituire lo zio Piero dal suo ufficio, cosicche Franco e Luisa sono costretti a farsi carico del loro sostentamento. In casa Ribera, che si spoglia di tutto cio che e superfluo e pian piano anche dell'essenziale, si affaccia lo spettro della poverta: la minestra senza il formaggio diventa insipida, a colazione ci si accontenta di "una tazza di latte e cicoria adoperando certo zucchero rosso" che odora di farmacia (203-04) e Maria non ha da un pezzo delle "scarpettine sane" (245). Malgrado "la Cia avesse rinunciato al suo salario, malgrado i doni di ricotta, di mascherpa, di formaggio di capra, di castagne, di noci, che piovevano dalla gente del paese, Luisa non riusciva a tener la spesa dentro l'entrata" (204). In queste mutate condizioni, persino lo zio Piero, cosi indulgente, non puo non ravvisare in Franco una certa inettitudine a vivere, tema che, come osserva Fabio Finotti, "prepara la stagione novecentesca" ("Il realismo" 64). Cosi, di fronte ai nipoti che la vigilia di Natale del 1854, nel pieno di una nevicata, si recano con la barca a San Mamette per la messa solenne di mezzanotte in una "spedizione poetica" (Piccolo mondo 204), come Piero stesso la definisce scetticamente, egli nota:

Franco faceva troppo il poeta! Adesso la vita era dura in casa Maironi. [...]. [Luisa] si era procacciato qualche lavoro di copiatura da un notaio di Porlezza; molta fatica e miserabilissimi guadagni. Franco aveva cominciato a copiar con ardore anche lui, ma ci reggeva meno di sua moglie e poi non c'era lavoro per due. Avrebbe dovuto darsi le mani attorno, cercar un impiego privato, ma di questo lo zio non vedeva indizio; per cui? Per cui, questo pensare a spedizioni poetiche gli pareva anche piu fuor di luogo.

(204)

Franco fa parte dunque di quella "gente poetica" (204) che ha poco senso pratico della vita; il suo modello di riferimento e il mondo aristocratico da cui proviene, quello della marchesa Orsola che, apaticamente seduta sul suo canape, si fa servire dai domestici; ma attorno a chi vive di sola rendita, Fogazzaro pone un articolato universo di personaggi lavoratori.

Una galleria di lavoratori

Se chiudiamo momentaneamente le pagine di Piccolo mondo antico per dare uno sguardo al contesto storico di fine secolo, si osservera che negli ultimi decenni dell'Ottocento si verifico una serie di cambiamenti economici cosi radicali che fecero parlare di una seconda rivoluzione industriale. Mentre a partire dagli anni '50 i settori economici trainanti erano stati quello ferroviario, con la sua macchina a vapore, e quello dell'industria meccanica, dagli anni '80 subentrarono l'industria elettrica e automobilistica; piu tardi l'impiego del petrolio come combustibile per il motore a scoppio concorse all'aumento vertiginoso della produzione, soprattutto quella metalmeccanica. La razionalizzazione del lavoro implico la dipendenza dell'uomo dalla macchina e una conseguente crisi delle abilita artigianali, mentre la crescente domanda di manodopera nelle fabbriche determino la crescita esponenziale del proletariato industriale. Questi profondi mutamenti nel mondo del lavoro condussero a un nuovo protagonismo delle masse, operai e contadini, sempre piu organizzate in movimenti di lotta. Al 1882 risale la costituzione del Partito operaio italiano e la modificazione della legge elettorale grazie alla quale anche la piccola borghesia e alcuni strati sociali popolari acquisirono il diritto di voto, mentre nel 1892 venne fondato il Partito Socialista. Contemporaneamente, con l'enorme sviluppo della burocrazia e del settore dei trasporti, andava crescendo a dismisura la piccola borghesia.

A Fogazzaro, che si muoveva spesso tra Milano e Torino, due poli del triangolo industriale italiano, questi cambiamenti dovevano essere ben visibili. Proprio durante la scrittura di Piccolo mondo antico, in un'intervista concessa al giornalista Ugo Ojetti, dopo aver dichiarato che "la dottrina di Cristo era [...] il socialismo", Fogazzaro asseriva: "Cristo in tutte le sue parole ha dato i canoni della mutazione sociale. E io li seguo anche fuori della teoria, propugnandoli nei libri e realizzandoli per quel poco che io posso" (Ojetti 42). Dichiarandosi "un convinto socialista-cattolico" (42), lo scrittore vicentino compiva, come ha scritto Giovanni Ragone, "un'operazione combinatoria [...] di ibridazione dei codici, anche sul piano ideologico, tipica dell'innovazione nel mercato" e, seguendo i "nuovi meccanismi delle mode", ne prendeva le distanze "senza mai rompere di netto" ("La letteratura" 743).

Classificando l'universo antropologico di Piccolo mondo antico in base alla fonte di reddito di ciascun individuo, si nota che questa "ibridazione dei codici" (Ragone 743) dal piano ideologico si proietta su quello diegetico. Pur nell'ampiezza del ventaglio sociale preso in considerazione, da un lato rimane predominante la voce delle classi elevate, dall'altro non vi rientrano ne gli operai ne i braccianti del mondo agricolo. Il piu numeroso e il gruppo di chi e impiegato come domestico in famiglie benestanti: semplici servi e serve, barcaioli, governanti, fantesche, camerieri e cameriere, bambinaie, mezzadri, cuochi, custodi, giardinieri e vetturini. (4) Di questi una parte consistente viene chiamata per nome: si tratta dei vecchi servitori fedeli, uno per ogni figura di estrazione sociale elevata, quasi dei loro doppioni in versione umile, dei "contrappesi" nel sistema dei personaggi: Carlotta e la cameriera personale di Orsola, Marianna la serva di Giacomo Puttini, Maria quella di don Giuseppe; il Pinella e servitore del professor Gilardoni, Cia la governante di Piero Ribera, Carlo il fedele cameriere di Franco e Veronica la "piccola bambinaia" di Luisa (Piccolo mondo 144). In questo romanzo "di rapporti umani", come scrive De Rienzo (148), la serie di coloro che si fanno servire costituisce esattamente il nucleo dei personaggi principali. Tutti di classe sociale medio-alta, essi compaiono con frequenza nel testo e ricoprono ruoli rilevanti per lo svolgersi della vicenda. Ne rimane escluso il signor Pasotti, controllore di dogana, la cui funzione di controparte si puo tuttavia assegnare alla moglie, la signora Barbara detta Barborin, che difatti lavora per il marito "come una fantesca" e lo riverisce "come una schiava" (Piccolo mondo 89).

Innumerevoli sono poi quelli che prestano servizio nell'esercito, nella polizia e nella guardia di finanza, specialmente alle dipendenze del governo austriaco; essi sono in maggioranza soldati semplici, ma compaiono anche cariche piu alte, come un vecchio sergente e un sottufficiale napoleonico, cui vanno aggiunti ricevitori e controllori di dogana, commissari e un addetto governativo di Radetzky a Verona. Imponente e anche la presenza degli ecclesiastici con i loro sacrestani e fabbricieri; curati, prefetti, preti, arcipreti e prevosti sono distribuiti in ogni borgo della Valsolda, a Milano, a Bre e all'Isola Bella. Eccezion fatta per pochi di loro, la maggioranza di queste figure e una rappresentazione dal vero di un mondo popolare che talora sfocia nel gretto, talaltra nel comico, sempre tratteggiata dal narratore con un "sorriso lieve, non ben dissimulato" (Chemello, "Libri di lettura" 221). Una recensione del 1899 di Giambattista Titolo pubblicata su L'Ateneo, settimanale a cura dei benedettini di Firenze, fraintendendo l'intento dell'autore, critica ferocemente, ancor prima della pubblicazione del Santo, la "grande avversione" dello scrittore vicentino per la Chiesa: "Fogazzaro non ha saputo o voluto darci ne' suoi racconti che dei preti meritevoli quasi sempre di disprezzo", "esponendoli talvolta all'odio, spesso al ridicolo"; essi sono "viveurs, mascalzoni, villani, asini intriganti, ignoranti, o, nel miglior dei casi, entusiasti focosi ed imprudenti, come e quel topo di biblioteca col quale fa conoscenza Franco durante il suo soggiorno nella capitale del libero Piemonte" (434).

Un gruppo numericamente piu ristretto e quello dei professionisti, tra i quali s'incontrano tre avvocati, di cui due non praticanti, un notaio, tre medici, uno speziale, un farmacista con il suo assistente, un direttore di giornale e un ingegnere. In rappresentanza del mondo politico compaiono anche due deputati e un segretario al Ministero dei Lavori Pubblici.

In questa galleria di lavoratori sono scarsamente rappresentati gli artigiani (un accordatore di pianoforti, un calzolaio e un orologiaio) e le professioni modeste del settore terziario, tra cui un impiegato alle diligenze erariali di Milano, un gruppo di postiglioni, un uomo addetto allo sbarco sul Lago Maggiore, un albergatore e un cameriere; l'unica rappresentante del mondo agricolo e una "semplice, pia contadina" rimasta anonima (Piccolo mondo 333), che e anche sguattera in casa della marchesa. A questa catalogazione vanno aggiunti due artisti, un musicista che "dava quattro o cinque lezioni la settimana e suonava nelle orchestrine dei teatri di commedia" (263), e il Sartorio, "pittore, poeta e suonatore di chitarra" (355).

Infine sono degni di menzione anche coloro che il narratore non contrassegna con un lavoro. Si tratta soprattutto di personaggi che fanno comparse rapidissime, quasi istantanee; sono vecchi, bambini e ragazzi, disoccupati che vivono di assegni familiari, ma soprattutto sono donne, che, per lo piu in via anonima, passano sulla scena singolarmente ("una signora veneta" 279; "Maria Pon" 273; "una donna" 345; "una vecchia" 346; "una ragazza" 363; "una vecchierella di Belgirate" 381) o in gruppo ("due donne" 387; "una frotta di donne, nelle tenebre della chiesa" 206; "due, tre, quattro donne" 300; "tre o quattro donne" 302-04; "alcune donne di Oria" 345; "donne [...] che salutavano e piangevano" 380), o, ancora, fanno la loro comparsa come personaggi "a carico del coniuge": la signora Barborin, moglie di Pasotti; donna Ester, figlia del marchese Bianchi; Peppina, moglie di Carlo Bianconi; la moglie del medico dell'esercito, fervente patriota, e quella del barcaiolo Ismaele. Nel gruppo dei senza lavoro rientrano anche coloro che vivono delle proprie ricchezze: i nobili, pur ricoprendo una porzione numericamente esigua della scena, risultano complessivamente ingombranti per lo spazio narrativo occupato da alcuni di loro, come la marchesa Orsola.

A riprova della riuscita di questa "pittura d'insieme" torna utile dislocarsi momentaneamente all'esterno dei confini nazionali. In molte delle recensioni americane a Piccolo mondo antico, infatti, viene sottolineata la maestria di Fogazzaro nel tratteggiare "a vivid portrayal of social life in Italy". (5) Sulla rivista letteraria The Bookman del novembre 1906, ad esempio, il critico americano Frederic Taber Cooper scriveva a proposito di Piccolo mondo antico'. "The great merit of this book was its wonderful portrayal of the social life of that period" (261-64). Il romanzo dunque venne recepito in queste e in altre recensioni americane come un condensato di cultura italiana, un affresco dello spirito italico.

Sebbene dunque Fogazzaro abbia assunto un punto di vista pienamente aristocratico, non si puo non notare che le sue pagine sono affollate di presenze minime nell'economia della narrazione, ma determinanti nell'effetto d'insieme del romanzo. Come scriveva Fava nella sua recensione del 1896, "tutta questa folla da l'illusione della vita; basta al Fogazzaro un segno, una parola, un gesto per svelarci un interno d'animo, per dirci che anche un umile o un ignorante e sempre un uomo e quindi un fatto psicologico che cammina" (1-2). Da dove veniva questa attenzione per il "piccolo mondo"? L'ambiente vicentino in cui Fogazzaro viveva era particolarmente sensibile nei confronti delle classi sociali piu umili, in particolar modo dei lavoratori. (6) Basti pensare alla figura esemplare di Alessandro Rossi: amico e collega di Fogazzaro in sede di consiglio provinciale e all'Istituto veneto di Scienze Lettere ed Arti, era considerato il piu illuminato degli industriali della sua epoca per l'attivita assistenziale e sociale rivolta a contadini e operai, in favore dei quali fece costruire quartieri pregevoli per funzionalita dei servizi e qualita delle abitazioni, in piena integrazione con la citta e il paesaggio circostante. Inoltre, attento alla questione giovanile e culturale, istitui all'interno dei quartieri asili d'infanzia, scuole elementari, biblioteche e un teatrino educativo per gli operai, dove venivano rappresentati i "drammi popolari" vincitori di un concorso che egli stesso bandiva (Chemello, La biblioteca 123-24). Non solo: intendendo istruire i propri dipendenti, promosse la diffusione di opere a carattere pedagogico-popolare; ad esempio commissiono a Cesare Cantu il racconto che nel 1871 inauguro il genere dei libri per gli operai, Portafoglio di un operaio (Chemello 95-96 e 139-44) e fece tradurre in italiano il corrispettivo americano del Self-help di Samuel Smiles, ovvero Della educazione personale o della coltura di se stesso di William Ellery Channing, per formare, come scrive Rossi nella prefazione, i "popolani d'Italia e specialmente [...] gli artieri" (Channing 3), riecheggiando quanto Channing stesso scrive nella prefazione al volume, rivolgendosi direttamente ai suoi "cari operai" (9). Nel 1866, "nel giorno faustissimo in cui Bernardino Nodari e compagno" inauguravano sulle rive del torrente Astico "il primo movimento d'una fabbrica di carta a sistema continuo" (Rossi, Schio artiera I), Rossi pubblico un poemetto che, attraverso lo sguardo della "tremula" Berta, racconta l'evoluzione antropologica innescata dalla sostituzione delle "piccole ed imperfette industrie a domicilio" (Schio artiera II) con i moderni opifici. In questa combinazione di versi e materia economica, caso unico della letteratura italiana ottocentesca, i neologismi e i tecnicismi entrano a far parte del lessico poetico e il lavoro incessante delle macchine tessitrici diventa argomento letterario. (7) Specularmente anche la poesia muoveva i suoi passi incontro all'economia. A Rossi infatti offrirono alcuni componimenti due poeti vicentini illustri, Jacopo Cabianca e, nel 1866, Giacomo Zanella, il quale nell'ode "All'Industria" definiva l'imprenditore tessile scledense "padre, auspice e guida a' volghi industri" (Poesie 49) e ne faceva, come gia per Antonio Canova, il prototipo di homo faber secondo quel pensiero che esaltava l'emancipazione economica, morale, intellettuale e quindi quella nazionale, conquistata attraverso il lavoro. Inoltre Fogazzaro, fin dalla tenera eta, dapprima per rapporti familiari di amicizia, poi dal 1856 per essere divenuto suo allievo al liceo di Vicenza, era in stretta relazione con Zanella, autore dell'ode "Sopra una conchiglia fossile nel mio studio", nonche primo poeta a celebrare la nobilta del lavoro sia nei suoi versi sia nei discorsi agli artigiani (Franzina 113-57; Zanella, Prose 97-174, 255-77).

A questo circolo di intellettuali vicentini apparteneva anche Fedele Lampertico, zio acquisito di Fogazzaro, fondatore nel 1858 della Societa di mutuo soccorso degli artigiani di Vicenza. Nell'opuscolo per le nozze ThieneBollina (1854) l'economista Lampertico auspicava una feconda collaborazione tra economia e poesia, perche "dalle attitudini odierne del progresso e offerta materia nobilissima di poesia, si alla didattica, la quale si piace della semplice esposizione del vero; si anco alla lirica, sdegnosa di quanto non e passione" (Nella occasione 14); mentre una ventina d'anni piu tardi, il 15 agosto 1872, in un discorso pronunciato all'Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, osservava che i Veneti avrebbero potuto far dono alla letteratura nazionale di un volume dal titolo "Poesia della scienza e dell'industria" (Delle scienze 58). A questa serie essenziale di figure la cui sensibilita per il mondo dei lavoratori influenzo il pensiero di Fogazzaro, va aggiunto infine il nome di Paolo Lioy. Naturalista, amico di Fogazzaro e suo collega in consiglio comunale e in Accademia Olimpica, attivo in ambito scolastico come provveditore agli studi, fu autore di un racconto didascalico dal titolo Chi dura la vince (1871), nel quale trova spazio, all'interno della storia edificante di un legnaiolo, una celebrazione di Rossi (Chemello, La biblioteca 159-63).

Una grave e segreta risoluzione: "partire, lavorare e soffrire"

Durante la messa di Natale del 1854 nella chiesa di San Mamette "la piccola mano nervosa" (Piccolo mondo 207) di Luisa si unisce furtivamente a quella "virile" di Franco (207); la stretta apre un canale di comunicazione tra i due, il cui messaggio, decodificato dal narratore onnisciente, parla di "una risoluzione grave che conveniva tener segreta e che non ancora era presa in modo irrevocabile" (207). E questo il primo indizio del percorso iniziato da Franco per prendere coscienza del proprio ruolo di marito e di padre, nonche di cittadino.

Franco doveva partire, lasciar la moglie, la bambina, il vecchio zio, forse per qualche mese, forse per qualche anno; doveva lasciar Valsolda, la casetta cara, i suoi fiori, forse per sempre, emigrare in Piemonte, cercar lavoro e guadagno con la speranza di poter chiamare a se la famiglia quando le altre grandi speranze nazionali sfumassero. Contento che sua moglie avesse scelto la chiesa e quel momento solenne per incoraggiarlo al sacrificio, non lascio piu la dolce mano, la tenne egli pure come l'avrebbe tenuta un amante, non guardando mai Luisa, serbando impassibile il viso e rigida la persona.

(207; mio corsivo)

Nuovamente il flusso dei pensieri di Franco, catturato con un discorso indiretto libero, mostra una componente retorica; per la prima volta compare il vocabolo "sacrificio", parola chiave in tutti i romanzi di Fogazzaro, qui associato al tema del lavoro. (8) Stimolato da Luisa, Franco matura l'idea di dover cercare una soluzione ai loro stenti ("Nelle nostre condizioni non posso star qui a far niente" 211), il che fa pensare, come afferma Gallarati Scotti, che il nuovo pensiero nasca piu che per il senso di dovere, dal timore di non essere stimato dalla moglie (La vita 225): "Incomincio ad aver coscienza di un altro dovere che oramai gl'incombeva di fronte alla moglie: mostrarlesi uomo a costo di qualsiasi sacrificio, nella volonta e nell'azione, difendere, contro lei, la propria fede con le opere, partire, lavorare e soffrire" (Fogazzaro, Piccolo mondo 257; mio corsivo). Il periodo immediatamente precedente alla partenza e un crescendo di incomprensioni, pensieri sottaciuti, fraintendimenti. Franco allora domanda alla moglie perche le loro anime non si siano mai unite interamente e quella individua il punto di frattura tra le loro diverse nature nell'inoperosita del coniuge:

Ho trovato che tu eri la bonta stessa, che avevi il cuore piu caldo, piu generoso, piu nobile della terra, ma che la tua fede e le tue pratiche rendevano quasi inutili tutti questi tesori. Tu non operavi. Tu eri contento di amar me, la bambina, l'Italia, i tuoi fiori, la tua musica, le bellezze del lago e delle montagne. In questo seguivi il tuo cuore. Per l'ideale superiore ti bastava di credere e di pregare. Senza la fede e senza la preghiera tu avresti dato il fuoco che hai nell'anima a quello ch 'e sicuramente vero, ch 'e sicuramente giusto qui sulla terra, avresti sentito quel bisogno di operare che sentivo io.

(252; mio corsivo)

Nella dedica a Piccolo mondo antico Fogazzaro afferma che il suo romanzo richiama segretamente "sacre memorie" valsoldesi. L'amore del vero, (9) non inteso secondo la poetica del naturalismo, ma come fedelta alla dimensione interiore delle persone, porta lo scrittore a ritrarre (10) suo padre da giovane nel personaggio di Franco, insistendo sui difetti (Gallarati Scotti, La vita 223). (11) Gia nel maggio 1872, ancor prima di esordire come poeta, in una celebre lettura per l'Accademia Olimpica di Vicenza, Fogazzaro teorizzava che "il nostro tempo e posseduto dalla passione di ritrarsi e vedersi ritratto" e che il romanzo e l'"espressione prevalente del sentimento poetico del nostro tempo" ("Dell'avvenire del romanzo" 49 e 53). Compito del romanzo e ritrarre e quello del romanziere non avanzare tesi, non educare, ma studiare e ritrarre l'animo umano, affinche il lettore e la lettrice vi si possano rispecchiare, quasi a voler stimolare un processo di elaborazione di una nuova coscienza individuale e intellettuale. Alla missione di dipingere il vero spirituale dunque si aggiunge la volonta di trasformarlo. In questa visione complessa della realta alcuni elementi del carattere di Franco sollevano temi particolarmente sentiti da Fogazzaro nella sua stessa esperienza di vita. Una volta sposata la nobile Margherita Valmarana, pur avendo conseguito la laurea in Legge e concluso il periodo di praticantato, Fogazzaro, come Franco, decise di non proseguire la carriera giuridica, ma di dedicarsi alle lettere. La scrittura rappresento per lui dapprima una vocazione, osteggiata dal desiderio paterno di vedere il figlio realizzato nella lucrosa carriera giuridica; successivamente una "missione", vocabolo adottato da Fogazzaro stesso in una lettera inedita posteriore al gennaio 1897 all'amico ed economista vicentino Fedele Lampertico. (12) Per questo motivo fin dalla giovinezza Fogazzaro visse un'intima dualita tra le proprie passioni, la poesia e la musica in particolare, e un forte "sentimento di dovere" (Fogazzaro, "Lettera a Lampertico 19 agosto 1880"): "L'incertezza su una professione alla quale indirizzarsi era un sordo continuo motivo di cruccio; sapeva che non sarebbe stato avvocato, ma non sapeva che cosa sarebbe stato; con i familiari viveva [...] con l'amarezza di sentire come essi gli prevedessero l'avvenire degli oziosi e dei disutili" (Morra 120; mio corsivo). Da qui l'altro volto della scrittura, speculare al primo, quello della distanza dell'arte dalla concretezza della vita reale:13 il "mestiere" dell'"inventar bagole" (Romano, "Carteggio, Terza Parte" 74), citando lo zio Pietro Barrera, doveva apparire a Fogazzaro tanto piu vacuo in un territorio come quello vicentino degli ultimi decenni dell'Ottocento, che offriva, tra gli altri, il modello eccelso del lanificio di Alessandro Rossi, "azienda-pilota dell'industrializzazione italiana" (Lanaro 57). Si aggiunga poi a questa insicurezza dello scrittore il contesto di radicale ristrutturazione della societa letteraria, che vedeva l'intellettuale di fine Ottocento, persa l'aurea di maestro e guida, "imbastardirsi" con tempi, modi e forme del giornalismo (Ragone, Un secolo 68-72). (14)

Il 7 gennaio 1854, nell'imminenza della sua partenza per Torino, Franco viene chiamato a colloquio dallo zio Piero, il quale, un tempo dubbioso circa le effettive intenzioni del nipote, ora lo sostiene e lo incoraggia, lodando l'importanza del lavoro e augurandogli quella costanza che gli era mancata nel proseguire sulla strada della sua professione e negli studi del pianoforte: "'Adesso', continuo lo zio, tenendogliele [le mani] strette fra le proprie, 'visto che sei fermo nella tua idea, ti dico: l'idea e buona, il bisogno c'e, va, lavora, il lavoro e una gran cosa. Dio ti faccia incominciar bene e poi ti faccia perseverare, ch'e il piu difficile'" (Piccolo mondo 232). Di li a poco la marchesa, informata che una copia del testamento del marito e in mano ad un amico di Franco, sferra l'ultimo colpo proponendo al nipote, oltre al riconoscimento del matrimonio, un assegno annuo e una sicura e redditizia carriera giudiziaria in cambio dell'abbandono degli affari politici, offerta che Franco rifiuta per non dover mangiare un domani il "pane sporco" (243) venuto da un compromesso disonesto.

Il nono capitolo si apre nel settembre 1855 con un'ampia descrizione della nuova vita di Franco. Da febbraio egli presta servizio come traduttore per "ottantacinque lire il mese" (262) al giornale torinese L'Opinione, la cui direzione dal 1852, ma ufficialmente dal 1854, era storicamente stata assunta da Giacomo Dina ("Giacomo Dina"). L'aggettivo "misera" (Piccolo mondo 26263) che connota per due volte la soffitta in cui vive Franco, e indice dell'avvenuta trasformazione del protagonista: umili l'alloggio, gli abiti, il cibo, la vita condotta in citta, duro e malpagato il lavoro, nonostante gli straordinari, durissimo il sacrificio per poter inviare l'assegno alla famiglia:

Franco viveva con sessanta lire il mese. Il resto andava a Lugano e da Lugano, per le mani fedeli d'Ismaele, a Oria. Per vivere un mese con sessanta lire ci voleva una forza d'animo che lo stesso Franco non avrebbe creduto, prima, possedere. Le ore d'ufficio, il tradurre, assai laborioso per un uomo pieno di scrupoli e di timidita letterarie, gli pesavano piu delle privazioni; sessanta lire gli parevano ancora troppe, si rimproverava di non saper vivere con meno.

(262)

Dal momento in cui incomincia il periodo torinese, si nota una maggiore attenzione di Franco per il denaro, area semantica intimamente congiunta con quella del lavoro: (15) Franco guadagna ottantacinque lire al mese, arriva a cento con le relazioni per il Parlamento, piu altre venticinque o trenta per gli straordinari, cifra dalla quale deve sottrarre sette lire per l'affitto della sua stanza, trenta per le colazioni e i pranzi; mentre riflette su quanto riuscira a racimolare per la dote di Maria, risparmia qualche centesimo sui "bicerin", un soldo del "torcett" (264), rinuncia ai suoi passatempi, si priva dei concerti e del teatro e a fine mese riesce a limitare le uscite a sessanta lire totali. Quando e richiamato a Oria per la morte della figlia, vende orologio e catena per centotrentacinque lire e, in chiusura del romanzo, consegna a Luisa "un rotolo d'oro, cinquanta pezzi da venti lire" ricevuti in prestito (392). Eppure ne Franco ne altri personaggi di Piccolo mondo antico maneggiano il denaro, come invece accade nei Promessi sposi, (16) eccezion fatta per tre episodi: quest'ultimo, appena accennato, in cui Franco consegna a Luisa del denaro; quello in cui i gendarmi, durante la perquisizione di casa Ribera, sequestrano "uno scudo di Carlo Alberto e un pezzo di quaranta lire del Governo Provvisorio di Lombardia" appartenuti allo zio Piero (180); e infine nel cenno al percorso che l'assegno di Franco segue per arrivare a Luisa, passando "per le mani fedeli" del barcaiolo Ismaele (262).

A questo punto della vicenda il sacrificio di Franco in nome dei nobili ideali della patria e della fede convive assieme al senso di dovere verso la famiglia -"Per il pane, per l'Italia, per Dio" (262) recita il titolo del nono capitolo--e ad una nuova percezione di se; ma per Franco, come per gli eccelsi eroi romantici, non esistono mezze misure:

Rimproverato da lei [Luisa] di non condurre la vita che secondo la sua fede avrebbe dovuto, egli s'era offeso di cio piu che di tutto il resto. Adesso un generoso slancio lo porto all'altro estremo, a giudicarsi sinistramente, a esagerare le proprie colpe d'accidia, d'ira e persin di gola. [...] Sarebbe stato felice anche di digiunare perche provava un'avidita intensa di mutar vita, di espiar gli ozi passati, compreso il soverchio tempo dato ai fiori e alla musica, di espiar tutte le passate mollezze, tutte le debolezze, comprese quelle per la cucina raffinata e per i vini scelti.

(368)

Ancora una volta viene ribadito il ruolo fondamentale di Luisa nella maturazione del marito. Ottenuto un posto presso il Ministero degli Esteri grazie alla "bonta del conte di Cavour" (368), il processo si compie nella partenza di tatto, lo zio Piero ricorre all'espressione latina "cum quibus" (180); i personaggi del romanzo guadagnano "stipendi" e "salari", risparmiano per fare la "dote" o per l'"assegno" da inviare alla famiglia, contano e ricontano le "lire" e soprattutto si contendono "eredita" e "testamenti". Mentre tra gli umili il denaro e un fatto di scarsa rilevanza--si pensi ad esempio alla Cia, la vecchia domestica di Piero, che rinuncia allo stipendio per non gravare sull'economia domestica dei Maironi--piu si sale nella scala sociale, maggiore e il peso dato al denaro e la frequenza con cui se ne parla.

Franco come volontario con la nona compagnia di fanteria dell'esercito piemontese, dove, combattendo con "un cuor di leone" e "d'un santo" (Piccolo mondo moderno 282), egli trovera la morte, seguito di li a poco tempo da Luisa (Il Santo 80). La sorte cui va incontro Franco e ben lontana da quella di Renzo Tramaglino, il quale nelle pagine conclusive del romanzo, rimuginando su come investire il gruzzoletto che si ritrova in tasca, decide di disfarsi della vigna e di abbandonare la tradizionale occupazione familiare, quella tessile, per investire i denari nell'industria, scelta questa che evoca l'esordio dell'economia capitalistica primo ottocentesca.

Dal lavoro alle opere

Scrive Oliva: "Franco e il sognatore, e l'idealista, e il poeta: il

sentimento del dovere lo fa diventare un uomo d'azione, un eroe anche, ma egli compie uno sforzo; la sua doveva essere una vita contemplativa" (1), che trova pieno compimento solamente nel figlio. Nel romanzo Il Santo, Piero Maironi abbandona le considerevoli sostanze lasciategli dalla bisnonna per abbracciare la poverta, indossando i panni di ortolano presso il monastero di Subiaco: dai fiori agli ortaggi, dal lavoro intellettuale a quello manuale e infine dalla poesia alla preghiera. Il cammino intrapreso da Franco e Luisa offre dunque in filigrana un momento dell'evoluzione del pensiero fogazzariano (Chemello, "Libri di lettura" 214). In Piccolo mondo antico la formazione del protagonista, che rimane per molti aspetti incompleta, avviene attraverso la sofferenza; e, a maturazione avvenuta, il "lavoro", riletto nella prospettiva di Franco in chiave cristiana e patriottica, si trasforma in "opere" per la liberta e per l'unita della patria. Il motto "partire, lavorare, soffrire" (257; mio corsivo) nel corso della narrazione si amplia e s'innalza al livello di "vivere, vivere, operare, soffrire, adorare, ascendere" (323; mio corsivo), nuovi principi guida ai quali incardinare una vita per lungo tempo "miseramente vuota di opere, piena di vanita, mal rispondente alle credenze che [Franco] professava" (322). Tale messaggio diventa precetto per un pubblico che potra, secondo quanto scrisse Margherita Cerato, una lettrice del tempo, "molto apprendere dall'opera del Fogazzaro, perche a ragione si puo asserire che i suoi romanzi, per la moralita dei principii e per la nobilta dei sentimenti, sono eminentemente educativi. La vita e lotta perenne: essi c'insegnano come dobbiamo vivere e lottare" (32-33).

Opere citate

Bazzetta De Vemenia, Nino. Valsolda. Tipi, figure e identificazioni dei personaggi di Antonio Fogazzaro. Como: Tipografia Cavalleri, 1913.

Cerato, Margherita. Confronto di alcuni caratteri femminili nei romanzi di Antonio Fogazzaro. Roma: Tipografia Nazionale, 1906.

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Giulia Brian

Universita di Padova

(1) Fogazzaro in una lettera allo scrittore e giornalista Onorato Fava, in cui mostrava apprezzamento per un suo articolo pubblicato sulla rivista Psiche di Palermo, rifletteva a proposito del suo rapporto con Manzoni: "Io mi sento cosi miseramente piccino rispetto al Manzoni, io gli professo, senza imitarlo, o almeno senza volerlo imitare, un culto cosi devoto e umile che tutto il mio essere interiore veramente soffre di quei ravvicinamenti!" (Gallarati Scotti, Lettere scelte 364). D'altra parte il Fava invitava i lettori a formulare su Piccolo mondo antico un giudizio a se stante rispetto al capostipite del romanzo storico italiano: "Se, per lodare qualche scena davvero mirabile della sua opera d'arte, si vuol dire che essa e degna del Manzoni, credo che sarebbe miglior elogio dire che essa e degna del Fogazzaro e che fa onore all'arte italiana" (1-2). Diversamente, ma sempre con l'avvallo dello scrittore (lettera a Giuseppe Giacosa del 26 novembre 1895, Palmiero 258), il giornalista Domenico Oliva sosteneva in un suo articolo del novembre 1895 che Fogazzaro aveva innovato dall'interno la poetica manzoniana: "Il Fogazzaro deriva da qualcuno e questo qualcuno si chiamo Alessandro Manzoni [...]. Ma il Fogazzaro raccolse questi elementi con mano poderosa e tutto compreso da un sentimento di moralita superiore: v'infuse dentro una novella vita, li ricondusse alla prova del fuoco, cioe al cospetto della realta viva e contemporanea, e volle indagare cio che potremo diventare colla sicurezza del credente, temperata dalla saggezza e dall'equanimita d'un alto spirito moderno" (1-2).

(2) D'altronde per il suo stesso marito, Luisa ambiva "un'azione intellettuale e materiale piu virile" (Piccolo mondo 149).

(3) Per toccare con mano l'atmosfera di entusiasmo che caratterizzava le esposizioni, veri e propri inni alla modernita, e verificare la centralita dell'industria meccanica basta sfogliare il volume l'Esposizione nazionale del 1881 in Milano. Relazione generale, dove si legge: "Le industrie meccaniche che costituiscono forse di una esposizione la parte piu interessante, poiche rappresentano il massimo sforzo della ingegnosita umana e sono l'estrinsecazione piu evidente della potenza della medesima accoppiata con quella dei capitali e colla perfezione della mano d'opera, hanno ognora fissato l'attenzione di coloro, che sono preposti all'ordinamento delle esposizioni e li hanno indotti a procurare, come spettacolo di certa riuscita, l'attuazione di una speciale galleria, in cui alcune delle macchine piu interessanti ed ardite ed alcuni dei processi piu sorprendenti fossero mostrati in azione, dimanierache il visitatore si avesse a credere nel cuore d'un opificio industriale e venisse subendo il fascino irresistibile che esercita la mirabile trasformazione della materia prima negli oggetti del piu delicato finimento" (31-2).

(4) Sulla funzione diegetica dei servi rinvio a Chemello, "Libri di lettura " 228-31.

(5) "Fogazzaro, Antonio. The Patriot" (177).

(6) Per un quadro piu completo e dettagliato dell'ambiente vicentino in cui viveva Fogazzaro, in particolar modo della produzione pedagogico-letteraria di area veneta, rinvio a Chemello, "La filosofia" 363-97.

(7) Si noti che fra le poesie di Valsolda se ne trova una dal titolo "Il ritorno dal lavoro", in cui pero il lavoro, come in Piccolo mondo antico, non viene colto nel suo effettivo svolgimento, ma nel poetico rientro dei contadini dai "solitari campi" al "fido tetto" (Valsolda 55), riecheggiando alcuni versi del famosissimo "Il sabato del villaggio" di Leopardi.

(8) La parola viene impiegata quattro volte per indicare la rinuncia di Luisa all'espressione del suo pensiero personale, tenuto celato per non ferire Franco. Tre volte invece la parola "sacrificio" e associata al lavoro di Franco. Infine altre tre volte e la vita di Piero Ribera a connotarsi per il suo umile senso di sacrificio a vantaggio dei familiari. L'uso di questo vocabolo e diverso da quello degli altri romanzi fogazzariani, come nel Daniele Cortis (1885), dove la parola e associata alla rinuncia a unirsi nell'amore, in attesa di un'unione dopo la morte.

(9) Finotti parla di "realismo complesso" ("Il realismo" 66) o "integrale, fondato su un'idea complessa del vero", che fa del romanzo "un luogo di confronto intellettuale tra idee, poetiche, tradizioni letterarie, estetiche, filosofiche" (64).

(10) E Fogazzaro stesso ad impiegare la parola "ritratti" per parlare dei personaggi del suo Piccolo mondo antico. In una lettera del 24 dicembre 1895 a Luisa Venini, intima amica della madre di Fogazzaro, scriveva: "Carissima Luisa, avevo veramente un gran desiderio di conoscere le Sue impressioni di Piccolo mondo antico perche Andrea Barrera e Lei sono verso le due persone che meglio possono giudicare se i miei ritratti somigliano" (Romano "Carteggio, Quarta Parte" 75). Luisa allora rispose in una lettera del 22 gennaio 1896 che il libro costituiva una "pinacoteca di ritratti e paesaggi" (85). Per una rassegna dei personaggi, anche dei minori, e delle persone che essi ritraggono, rinvio al dettagliato lavoro di Nino Bazzetta de Vemenia.

(11) Il maggiore dei difetti di Franco, rilevato da Luisa nel brano appena citato, e riconosciuto dal padre stesso di Fogazzaro in una lettera a Fedele Lampertico, datata Torino 3 gennaio 1863 e ora custodita nella Biblioteca Bertoliana di Vicenza tra le carte Lampertico. Mariano scriveva "Se non ho mai scritto non e stato ne per la ragione del 'tocca a me o del tocca a te' ne per non averci pensato; ma per quel maledetto vizio, che mi conosci da un pezzo, di consumarmi in mezzi propositi, di sfumare in desiderj e di non conchiudere nulla, in una parola per il peccato delle ragioni stolte; il quale mi possiede piu che non convenga ad un mezzo galantuomo" (MS. Biblioteca Bertoliana, Vicenza, Carte Lampertico 100 lettera 12)

(12) "Vorrei che tutti i miei amici somigliassero a un vecchio prete pieno, si, di benevolenza per me ma pure libero ne' suoi giudizi, il quale dopo aver letto i miei libri e avervi ripreso quello che e da riprendere, mi dice in una sua bellissima lettera di ieri: Dio Le ha dato questa missione, scriva, scriva, scriva, secondo la via ch'Ella ha scelto, con l'intendimento del bene, combatta per il sentimento religioso!" (MS. Biblioteca Bertoliana, Vicenza, donazione Peruffo Dalla Pozza busta 6 Lettera 2).

(13) Fogazzaro lamenta spesso nella sua indole la mancanza di pragmatismo, che si rileva particolarmente in osservazioni sul proprio rapporto con l'editoria e il denaro. Ad esempio, distribuite in tutto il carteggio tra Fogazzaro e Giacosa, si trovano varie testimonianze di questa inattitudine e insieme ritrosia a gestire il denaro, ad amministrare l'aspetto pratico della scrittura. Con una lettera datata primo luglio 1899, dunque dopo ben venticinque anni di impegno letterario, Fogazzaro si rivolge all'amico piemontese per chiedergli un aiuto: "Ahime, come negoziatore io sono al di sotto della pieta. Mi assisterai? Quanto mi ripugna di trattare cosi questo! Ho il mio libro in mente meglio che non abbia avuto gli altri ma non ne ho scritto un terzo! E mi accontento di non pigliarne un soldo piuttosto che sacrificare l'arte alle impazienze di un editore!" (Palmiero 30809).

(14) Di certo non per caso il primo impiego di Franco, appassionato poeta, e di traduttore per un giornale torinese.

(15) In Piccolo mondo antico si parla spesso di denaro: circolano le "svanziche", le monete in uso nel Lombardo Veneto durante la dominazione austriaca, gli "scudi" di Carlo Alberto e quelli di Vittorio Emanuele; "denari", "monete", "soldi", "quattrini" e "guadagni" entrano in modi di dire ed espressioni metaforiche; quando si vuole usare

(16) A questo proposito rinvio all'intervento di Danelon, "'Nei Promessi sposi si parla sempre di denaro'. Il denaro del/nel romanzo di Alessandro Manzoni."
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Title Annotation:in text in Italian
Author:Brian, Giulia
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2014
Words:8905
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