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L'Italia della guerra di Libia (1911-1912): un burattinaio contro il potere.

Introduzione e tesi

La conferenza di Berlino del 1884-85, durante la quale le grandi potenze coloniali europee si erano spartite l'Africa per assecondare i propri desideri di potenza, l'industrializzazione e il nuovo mercato economico-commerciale mondiale, non aveva preso in considerazione la Libia, rimasta fuori dai giochi politici internazionali in quanto parte dell'Impero Ottomano. Un giorno "doveva essere occupata da qualcuno," e "in Italia era un dogma quasi universalmente accettato che la occupazione per opera altrui sarebbe stata un disastro per noi, e che pertanto la Libia doveva essere occupata, o prima o poi, da noi" (xvii), scriveva lo storico Gaetano Salvemini nel 1914 nel suo saggio Perche siamo andati in Libia, dove per la prima volta si cercava di capire, "perche" nel 1911 "siamo andati in Libia" a fare una guerra, facendo "credere all'intero paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l'impresa libica e stata giustificata e provocata" (x-xi). Il lavoro di Salvemini, prima collaboratore della rivista fiorentina La Voce, poi fondatore nel dicembre del 1911 dell'Unita. Problemi di vita italiana, dove affrontava senza vincoli ideologici i problemi del paese, fece da apripista ad una storiografia che avrebbe dovuto "ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale" (x-xi), la Guerra di Libia del 1911-1912 appunto, e dimostrare cosi che il colonialismo liberale italiano non era affatto straccione e improvvisato come da sempre veniva caratterizzato. Proprio in questi anni, infatti, l'Italia si doto di quella che lo storico Silvio Lanaro chiama Annali d'italiamstica 34 (2016). Speaking Truth to Power from Medieval to Modern Italy "professionalita imperialista" (73), cioe di un'economia e di una politica coloniale che univano, in maniera armonica, potere e cultura, cosi da potere consolidare uno spirito nazionale italiano ed esprimere, ad oltre quarantanni dal Risorgimento, un'idea concreta del "noi" cittadini dell'Italia unita. Se e vero che l'imperialismo e "il fenomeno psicosociale piU pervasivo che la storia abbia conosciuto" (Lanaro 72) e il potere e invece quell'entita che forma un soggetto, "fornendo le condizioni necessarie alla sua esistenza e la traiettoria dei propri desideri", cosi che "il noi" formato diventa "fondamentalmente dipendente da un discorso che non abbiamo mai scelto, ma che paradossalmente inizia e sostiene il nostro agire", (1) la mobilitazione dell'opinione pubblica italiana intorno alla Libia generata dalla stampa nazionale e sostenuta dagli organi istituzionali, fu una precisa e coordinata tattica di governo allo scopo di creare un discorso retorico-letterario capace di legare politica, economia e cultura e di formare un noi italiano nazionale, ossia "una societa di regole e discipline," uno "stato di governo" che con tale interconnessione poteva controllare e creare una "massa: la massa della popolazione" (Foucault, 1 February 1978 110) specificatamente italiana. Grazie all'analisi di un breve racconto, Il burattinaio, scritto da uno sconosciuto Arturo Rossato (2) e pubblicato a guerra gia iniziata sull'Avanti, questo saggio si propone di investigare proprio i meccanismi attraverso i quali la preparazione e la conseguente realizzazione della campagna di Libia del 19111912 vennero costruiti e usati da "un insieme formato da istituzioni, procedure, analisi e riflessioni, calcoli e tattiche" per permettere "l'esercizio di questo specifico, sebbene molto complesso, potere" della governabilita: il potere che ha "la popolazione come il suo obiettivo, l'economica politica come la sua maggiore forma di conoscenza, e gli apparati della sicurezza come il suo essenziale strumento tecnico" per far "sopravvivere lo stato" (Foucault, 1 February 1978 108-109) subordinando a se le persone. (3)

L'Italia del 1911: politica, industria e stampa

L'Italia del 1911 era un paese unificato, ma da tempo attraversato da numerose e spinose questioni sociali che animavano la societa civile e premevano il governo di Giovanni Giolitti per una mediazione e soluzione rapida: le richieste di aumenti salariali, di maggiori tutele lavorative, del diritto di voto alle donne e dell'estensione del suffragio universale maschile, fra le altre. Il paese era pero da anni trainato da un non indifferente risveglio economico che aveva fatto dell'Italia una delle prime potenze europee a dotarsi di strutture capitalistiche e industriali nuove proprie di un "modo di produzione diverso e superiore--in quanto nato per liberare nuove risorse produttive e per soddisfare nuovi bisogni", scrive Silvio Lanaro (15). Il paese si muoveva verso la modernizzazione ed era tornato a crescere a livello economico su buoni ritmi, anche dopo la depressione che aveva colpito il vecchio continente tra il 1907 e il 1908. I settori trainanti erano quelli dell'industria siderurgica, della cantieristica navale, delle rotaie e dei motori, dell'industria tessile e chimica, la maggiorparte dei quali quasi totalmente sostenuti da ingenti investimenti pubblici. Come sostiene David Forgacs, in mancanza di una forte domanda interna che generasse profitti tali da potere essere reinvestiti per incrementare la produzione, ogni governo italiano post-unitario (da Depretis a Crispi e da Crispi a Giolitti) aveva forzatamente e autoritariamente imposto uno sviluppo industriale su base pubblica e posto i bisogni dell'industrializzazione al centro della politica di aggregazione del paese e di promozione all'esterno di un'idea manifatturieracapitalistica forte, lontana dallo stereotipo di arretratezza notoriamente assegnato a livello internazionale al Bel Paese (43-44). Un'industrializzazione ancora precaria, comunque, appendice della societa rurale, ed appunto povera di capitali freschi, che trovava di conseguenza nel credito bancario ulteriori (e necessari) finanziamenti per sostenersi. Lo strano e pericoloso intreccio fra istituti finanziari e capitali pubblici che si veniva cosi a creare, tendenza in generale comune a tutti i grandi paesi industriali ed imperialisti europei che si stavano allora spartendo il mondo, aveva pero in Italia un'anomalia: quella delle strane interferenze della politica nell'industria e nella finanza. Qui, infatti, la classe dirigente italiana (composta ancora in maggioranza da membri di vecchie famiglie aristocratiche e benestanti) e i gruppi industriali nazionali cercavano di consolidare la propria autorevolezza e i propri interessi, perseguendo senza scrupoli le solite dinamiche clientelari proprie del trasformismo. (4) Non a caso, Richard Webster parla di una vera e propria comunita peninsulare di interessi economici che si era negli anni formata parallelamente alle maggioranze trasformiste del Parlamento, che mirava a rendersi piU dinamica e competitiva e che, interessante, rappresentava allora l'unica vera forma di unita esistente in Italia. E Webster racconta anche che nell'agosto del 1911, cioe poco prima di un mese dall'inizio delle ostilita in Libia, lo Stato avvio un'operazione di salvataggio del settore siderurgico italiano (Ilva, Elba, Piombino, Savona e Ferriere Italiane) agevolando un credito di oltre 96 milioni di lire (5) elargito dalla Banca d'Italia, alla testa di una cordata che includeva Banco di Roma, Banca Commerciale di Milano, Societa Bancaria, Credito Italiano ed un certo numero di piccoli finanziatori privati. Il progetto che portava al coordinamento e all'unificazione di tutti i siti dell'acciaio italiano sotto il consorzio ILVA, mirava ad abbattere i costi, a essere piU produttivi e a controllare meglio i prezzi in regime di totale autarchia. In piU, si sanciva un importante matrimonio fra pubblico e privato grazie all'intervento di istituti finanziari nei cui consigli d'amministrazione sedevano molti manager delle stesse industrie siderurgiche salvate dallo stato. (6)

All'interno di questo quadro politico-industriale, si inserivano i produttori di informazione, i giornali in primis, che proprio in quegli anni godevano di una grande espansione grazie al forte calo dell'analfabetismo e, di nuovo, alla concentrazione di interessi politici, statali, bancari e industriali proprio su di essi. Dal primo decennio del 1900 era iniziata la costituzione di una vera e propria cultura industrializzata che cercava di legittimare la politica, organizzare il consenso ed assecondare gli interessi dei vari gruppi industriali esistenti. Nei casi piU importanti, cruciali per la preparazione e realizzazione della guerra di Libia, notiamo che i maggiori finanziatori del Corriere della Sera (Milano), diretto da Luigi Albertini al 1900 al 1925, erano la Pirelli (industria della gomma) e la De Angeli (industria tessile); quelli della Tribuna (Roma), diretta da Olindo Malagodi dal 1910 al 1923, erano le industrie siderurgiche e la Banca Commerciale; de La Stampa (Torino) di Alfredo Frassati, liberale legatissimo a Giolitti, era lo stesso direttore, il quale ritenne in se anche la carica di proprietario-editore dal 1900 al 1920; e dell'/dea Nazionale, fondata a Roma il primo marzo 1911, erano le industrie siderurgiche, meccaniche, zuccheriere, come anche gli armatori e le banche. L'esistenza gia allora di un cosiddetto quarto potere trovava, dunque, riscontri evidenti proprio in questa conformazione dell'informazione. Due fatti, inoltre, meritano una certa attenzione. Prima di tutto, esattamente nel 1911, La Tribuna, di proprieta del senatore Luigi Roux, fedele sostenitore e seguace di Giovanni Giolitti, venne salvata dal fallimento attraverso un rifinanziamento operato dai gruppi siderurgici appartenenti all'Ilva, da alcune industrie manifatturiere di zucchero del Nord Italia, dalla Banca Commerciale e Nazionale e dal Banco di Roma. Poi, la nascita dell'Idea Nazionale, ossia dell'organo ufficiale del movimento nazionalista di Enrico Corradini, cioe di un movimento politico aggressivo, imperialista e contrario a un sistema che, secondo la propaganda corradiniana, privilegiava solo gli interessi di certi settori della societa, avvenne proprio a pochi mesi di distanza dall'inizio delle ostilita. Questo movimento rappresentava, infatti, quella corrispondenza ideologica, in gran parte demagogica, che Silvio Lanaro vede capace, in quello specifico momento storico, di fare concretamente il gioco del potere, attivandone le tecniche di controllo sulla massa in maniera autoritaria (21). Questa retorica imperialista dei Nazionalisti comunicava l'esistenza nel paese di un'organicita socio-nazionale da valorizzare e creava una coscienza collettiva intorno ad una struttura storicoculturale comune proiettata verso una logica da potenza estera. Un movimento, allora, anti-giolittiano, che pero serviva proprio gli interessi del primo ministro italiano. Quando, nel marzo del 1911, nell'anniversario del cinquantenario di una data fondamentale del Risorgimento--la proclamazione del Regno d'Italia, il 17 marzo del 1861, in seguito alla Spedizione dei Mille--, il settimanale nazionalista pubblico in prima pagina un editoriale nel quale sosteneva che "a un gran popolo non giova vivere se non crea continuamente nuove condizioni di vita piU alte e piU vaste" (Cinquantenario 1), Corradini anticipava le future mosse di un Giolitti sempre meno riformatore e sempre piU interessato a mettere insieme i contrastanti interessi e bisogni di finanzieri, industriali, proletari, agrari e borghesi (Lanaro 16). Corradini spiegava, infatti, che per "tener congiunti gli elementi diversi" del paese "occorre un'idea-madre, che determini fra di essi una comunione spirituale superiore ad ogni influenza di interessi particolari e capace altresi di fornire l'energia necessaria ed il criterio giusto per soddisfare agli infiniti bisogni che continuamente mutano nella vita d'un grande organismo sociale" (Cinquantenario 1). (7)

E l'idea madre che in quel momento poteva legare insieme la molteplicita nazionale italiana in una individualita di paese era proprio l'impresa di Tripoli. Secondo alcuni concetti espressi da Michel Foucault in un suo seminario del 1978, "la sovranita" di uno Stato "e esercitata all'interno dei confini di un territorio, la disciplina e esercitata sui corpi degli individui, e la sicurezza e esercitata sull'intera popolazione" (11 January 1978 11) per il perfetto funzionamento di uno "stato capitalizzato" organizzato intorno ad una citta capitale quale "sede della sovranita e fulcro della circolazione politica e commerciale" (15). La guerra di Libia, rappresentava, quindi, proprio un'occasione che, in maniera coercitiva, poteva finalmente unire le varie diversita italiane e garantire appunto questa perfetta sincronia dello Stato italiano, specialmente in un momento in cui lo stesso primo ministro Giolitti era bloccato dall'impasse delle mille voci del Parlamento. La campagna di Libia, iniziata il 29 settembre del 1911 e terminata il 18 ottobre del 1912 con la firma del trattato di Ouchy, fu un evento creato ad hoc per legare al meglio i tre elementi massa-politica-industria, organizzarli in maniera efficiente ed armonica, e creare cosi una solida Italia industriale unita.

La costruzione mediatica della Guerra di Libia e la creazione di un popolo A sbloccare concretamente la politica estera italiana verso la Libia, non a caso, erano stati gli interessi del Banco di Roma, il quale gia dal 1905 aveva avviato per conto del governo italiano "la penetrazione economica in Libia" (Salvemini xxii). L'istituto di credito della capitale, diretto dalla migliore aristocrazia del Vaticano nel cui consiglio d'amministrazione sedeva anche Romolo Tittoni, fratello dell'allora ministro degli esteri del governo Giolitti, Tommaso Tittoni, aveva investito in progetti agricoli, comprato proprieta ed aperto filiali in Libia ed avviato potenziali nuovi mercati capitali tanto che il cosiddetto "ricatto del Banco di Roma", cosi come lo defini Salvemini a posteriori, fu la minaccia della stessa banca di vendere le "concessioni economiche" acquisite in Libia "ad un gruppo di banchieri tedeschi" (xxii-xxiii) ed austriaci, se il governo italiano non avesse agito concretamente contro i turchi che stavano iniziando a frenare l'avanzata economica italiana in Nord Africa. (8)

I giornali iniziarono allora a raccontare della Libia, territorio dell'antica Roma, visto come complemento mediterraneo-coloniale della penisola italiana, come un paradiso, una terra fertile, un Eldorado dove gli abitanti del luogo non aspettavano altro che l'arrivo degli Italiani per essere liberati dall'oppressione turca. Quest'orchestrata costruzione mediatica, basata su palesi falsificazioni ed errate prospettive di ricchezza e benessere, era iniziata nel 1910 con "le corrispondenze su la 'Terra Promessa'" di Giuseppe Piazza su La Tribuna di Roma "e subito dopo" con "Giuseppe Bevione", il quale "iniziava la serie delle sue mirabolanti esplorazioni su La Stampa" di Torino (Salvemini xviii-xix). Fin da quel momento ed anche piU tardi, in seguito ad operazioni militari gia iniziate, c'erano state pero testate come La Voce, l'Avanti e anche L'Unita di Salvemini che si erano impegnate nel denunciare queste mistificazioni del paese africano prima, e la spettacolarizzazione della guerra poi. La Voce, per esempio, riportava a fine 1911 un articolo di Giovanni Amendola, nel quale il politico affermava che la guerra di Libia serviva proprio per manipolare la prospettiva della normale divisione di una societa e dell'inerzia improduttiva italiana "per un'opera di consolidamento interno", assicurando "il massimo di potenza nel momento del bisogno," che alla fine e aspirazione "a quella guerra piU aspra e piU dolorosa che si svolge nel fondo delle coscienze" (720). Un paio di mesi prima, invece, in una lettera di un soldato pubblicata su L'Avanti, quotidiano finanziato da fondi del partito socialista e da abbonamenti e donazioni di socialisti facoltosi, si parlava di un "artificioso entusiasmo tripolino" causato da "una assai ben condotta campagna giornalistica, favorita da una strana condiscendenza della parte che pur si mostra, o si mostrava, avversa" (Controvapore 4). In quel particolare momento storico lo spazio politico e sociale italiano si popolo di fratelli e sorelle che cominciarono a condividere un comune progetto nazionale, utilizzando proprio l'immagine della Libia e dei giovani soldati italiani che combattevano per la gloria dell'Italia, tanto che la strumentalizzazione pianificata dai giornali giolittiani fini per prevalere anche sull'obiettivita di coloro che ne avevano inizialmente compreso la montatura. Il giornale di Salvemini, per esempio, ad operazioni militari ormai avviate, pubblico in prima pagina: "[...] da questa guerra l'Italia gia che c'e dentro, deve studiarsi di ricavare tutti i vantaggi possibili" (Tripoli e i Socialisti 1); e La Voce di Giuseppe Prezzolini, pochi mesi prima aveva annunciato addirittura, per il bene del paese, di essere "pronti a sacrificare le nostre personali vedute dinanzi all'interesse pubblico, oggi che le convinzioni altrui prevalgono" (La Voce 1). Lo stesso Giovanni Giolitti "senti che i giornali lo avevano servito piU che egli non desiderasse, e che l'opinione pubblica gli aveva preso la mano" (Salvemini xx). Il solo fatto di parlare della Libia, pro o contro che fosse, divenne un fenomeno inserito all'interno di uno spettacolo mediatico, ovvero di una "campagna di eccitamento dello spirito pubblico" (xix) che catalizzo l'attenzione delle masse italiane e che porto una folla estasiata e inebriata dal rumore dei giornali verso la conquista di Tripoli. La gente accetto la guerra perche incitata, con la retorica ed il linguaggio giornalistico, al sacrificio degli individui per il decantato bene della nazione. (9)

La stampa nazionale promosse gli eventi che portarono alla cosiddetta fatalita storica di Giolitti, creando sulla carta una guerra di conquista che avrebbe dovuto incrementare il fatturato industriale, aumentare le commesse, attivare i consumi interni e promuovere i commerci, unendo poi le masse allo Stato facendole partecipare ad un evento unico di portata nazionale: un evento carico di valori civili e morali. Giuseppe Bevione, che, come abbiamo visto, era stato uno dei primi giornalisti ad operarsi per la diffusione in Italia del mito libico, riportava apertamente gia a fine estate 1911 che "la questione di Tripoli e questione interna e non esterna" (1), ossia riguarda l'Italia nel suo essere paese e non "il coloniale", cioe il desiderio di conquistare e dominare territori, soprattutto in Africa. Per questo motivo e importante ricordare che un fondamentale contributo a questa operazione interna venne anche dall'attivita della Terza Pagina dei giornali. Avviata tra il 1902 e il 1904 dal giolittiano Giornale d'Italia e concepita originariamente come punto di incontro della letteratura con l'attualita delle problematiche del paese, la Terza Pagina divenne con gli anni uno spazio per polemiche di interesse civico, etico e sociale mirate al consolidamento di un rituale nazionale-borghese proprio di una forte nazione industriale, come anche alla diffusione di una cultura militante capace di istruire appunto le masse. Con la guerra di Libia, anche la cultura umanistico-letteraria della Terza Pagina inizio ad accreditarsi al grande pubblico e alla politica, promuovendo con la letteratura tale evento ed alterando il pensiero degli italiani suscitandone di conseguenza coinvolgimento, mobilitazione e conformita di pensiero. Per citare due esempi importanti, Gabriele D'Annunzio e le sue Canzoni d'oltremare, pubblicate in maniera seriale tra l'ottobre e il dicembre del 1911 sul Corriere della Sera, e Giovanni Pascoli e il suo discorso La grande proletaria si e mossa, pubblicato il 27 novembre del 1911 su La Tribuna, furono fra i tanti scrittori che si servirono della questione libica per ergersi ad educatori e creatori di un popolo italiano attraverso le proprie lettere. (10)

Se il consenso nazionale intorno a questa guerra venne costruito sulla stampa dell'epoca da "questa politica da letterati" (Salvemini ix) che, come fu poi confessato in un editoriale del marzo del 1912 su Rivista coloniale (11) dal sottosegretario alle finanze Vittorio Cottafavi, "era stat[a] una montatura" (187), i meccanismi di condivisione e disciplina qui creati riuscirono pero ad impostare un'idea partecipativa della nazione basata sulla "consapevolezza di un'antica nobilta e di un comune destino" che si erano in passato assopiti "nel particolarismo mediocre della vita ordinaria" (319), sosteneva l'esploratore ed allora direttore della rivista Renato Paoli. Il "Cinquantenario" del Risorgimento, scriveva sempre Paoli, veniva cosi "suggellato da un si superbo atto di energia e di volonta" che permetteva all'Italia di chiudere "definitivamente un periodo di Storia" e di aprirne "un altro" (318). Una violenza, questa, geograficamente attuata al di fuori dell'Italia, ma perpetrata anche internamente contro la popolazione italiana, la quale accolse la notizia dell'inizio degli scontri con entusiasmo e sostegno unanime nei confronti dei soldati in guerra. Come suggerisce Michel Foucault, per attuare un tale programma di disciplina e regolamentazione del potere intorno alle masse sparse su tutto il territorio italiano, occorreva che i soggetti fossero "costruiti in modo da massimizzare e attrarre forze" verso il corpo dello stato ed "ottenere un completo stato di equilibrio e regolarita" (17 March 1976 246). Solo in questo modo, applicando questa forma di violenza, anche ogni singola individualita poteva diventare parte del popolo e trovare una sua collocazione ed efficiente funzionalita per assecondare inconsapevolmente la strategia del potere e programmare quella che Sigmund Freud in Civilization and its Discontents (Das Unbehagen in der Kultur) definisce "felicita dell'organismo". Lo psichiatra scriveva che l'inadeguatezza di certe relazioni di un essere e causa di infelicita, e questa e spesso causata dalla civilta: "Solo l'abolizione o riduzione di queste [infelicita] potrebbe risultare nel ritorno alla possibilita della felicita" (23-24). Per Freud gli uomini tendono a trovare la felicita in tutto quello che "arriva dalla soddisfazione (preferibilmente improvvisa) di bisogni che sono stati arginati in maniera elevata" e non da una precisa "situazione che e desiderata dal principio di piacere" in maniera "prolungata" e che "produce solamente un lieve sentimento di contentezza". Per questo motivo, "si puo trarre felicita intensa solamente da un contrasto e molto poco da uno stato di cose" (13).

Nell'Italia del 1911 questo cosiddetto "stato di felicita improvviso" generato da un opposto venne descritto in maniera emblematica sempre da Gaetano Salvemini: "[...] l'Italia nel 1911 si annoiava. Era disgustata di ogni cosa. I partiti democratici erano discesi all'ultimo gradino del pubblico disprezzo [...] qualunque cosa era meglio che questa stagnazione universale [...] e allora viva la guerra! In poco tempo i giornali furono sopraffatti dall'impazienza isterica dei lettori [...] ed allora bisogno che il Governo si decidesse alla guerra a un tratto" (xx) per evitare che dalla passivita-infelicita della popolazione, il potere ottenesse soltanto insofferenza (agitazioni e sommosse erano allora frequenti) e richieste (equita sociale, voto). Olindo Malagodi, il direttore della Tribuna, affermo a tale proposito che "le classi inferiori avevano perduta l' abitudine della obbedienza passiva e presumevano di mettere in discussione continua la condotta delle classi dirigenti, e di insorgere politicamente contro di esse ad ogni occasione" (1). Per difendersi dalle masse, renderle efficienti al programma di strutturazione dello Stato e farle di conseguenza diventare popolo, venne ideata la Libia come sacrificio comune. In questo modo il popolo cosi costituito diventava partecipe ed utile ai meccanismi dello Stato, mentre contemporaneamente se ne placavano le sue "minacciose" pretese facendo presa sulle sue emozioni e sulla sua immaginazione. La massa venne intossicata dalla stampa attraverso uno spettacolo che riusci--secondo quanto scriveva Freud a riguardo del comportamento degli uomini in relazione alla loro volonta di diventare membri di una comunita umana--ad "alterare le condizioni che governano la nostra sensibilita cosicche diventiamo incapaci di ricevere impulsi spiacevoli" (15) e gli Italiani iniziarono a vivere quella che Salvemini chiamava appunto un'illusione. L'intensa attivita della stampa servi, per citare ancora la teoria della lotta per la felicita di Freud, a "diminuire la pressione esercitata dalla realta e a trovare rifugio in un mondo a parte con migliori condizioni di sensibilita (15) fuori dal malessere quotidiano. (12)

Il "burattinaio " di Arturo Rossato: storia di un italiano libero

Le dinamiche di questa violenza perpetrata nel quadro della guerra di Libia sono rappresentate in una breve storia, Il burattinaio, apparsa sulla Terza Pagina dell'Avanti. Il racconto, scritto da Arturo Rossato, spiegava questo meccanismo di potere e, non a caso, si inseriva nella pagina culturale dell'unico quotidiano rimasto sempre anti-interventista. La vicenda narrata si svolge in una fredda e nevosa serata d'inverno, nell'osteria di uno sconosciuto paesino italiano, dove il sindaco, si reca per leggere il giornale, bere e brindare ai soldati della guerra con l'oste Togn. Il sindaco e "orgoglioso del coraggio degli altri" e degli "eroi", in quanto con questa dimostrazione di forza "non diranno piU che gli italiani sono gente paurosa" (3). Il rappresentante della politica e raggiunto inaspettatamente da una sua vecchia conoscenza, il burattinaio, il quale gli confessa, fra un bicchiere e l'altro, che gli "avevan fatto avere la carta" per la Libia e che sarebbe dovuto partire. Il sindaco reagisce apparentemente in maniera entusiasta alla notizia, tanto che afferma: "Che eroe!...se l'Italia ne avesse tanti di uomini come te...." Questo fa vedere che l'anonima massa, diventa popolo e cittadina, cioe parte integrante di un organismo-paese solo se funzionale ad un progetto, in questo caso alla guerra, ed e utile solo se garantisce la positiva realizzazione di tale progetto. Non a caso, appena il burattinaio entra nel locale, nessuno lo riconosce e viene chiamato dal narratore "lo sconosciuto". Egli cerca di rendersi visibile agli altri: "non mi conoscete piU Togn, non mi conosce piU signor sindaco!" (3). Quando poi l'uomo si toglie sciarpa e cappotto, il sindaco e l'oste lo riconoscono come il burattinaio e lo invitano a bere vino insieme a loro al tavolo, ma egli rimane sempre distaccato e diverso rispetto agli altri due personaggi. Alla domanda "da dove vieni ora", il burattinaio risponde "senza muoversi, covando il vuoto con quei suoi occhi chiari" (3), completamente estraniato, quasi psicologicamente assente, frenato, come se fosse "con le mani impacciate nei fili. I piedi legati. Il collo irrigidito, come se fosse di legno" (3). Ancora non era infatti un cittadino modello, parte del popolo italiano al quale la "politica", come sostiene Giorgio Agamben, aveva dato "forma", perche con essa "si nazionalizza il corpo" (38). Ancora non era conformato agli altri membri dell'organismo-paese-Italia attraverso il meccanismo integrante della guerra, l'idea madre che univa, o doveva unire tutti. Alla domanda, "Da dove vieni ora?" il burattinaio risponde appunto di provenire "da un paese certo", ma non si sa quale; forse "da un cascinale. Dalla strada", perche lui e "un vagabondo" (3), e come tale rappresenta proprio tutte le individualita eterogenee che devono essere omologate in un luogo solido e certo, l'Italia.

L'entusiasmo del sindaco alla notizia della sua partenza per il fronte, tuttavia, nasconde una forte vena di sarcasmo ed umiliazione nei confronti del burattinaio. Quest'ultimo e estremamente addolorato e rammaricato, in quanto deve lasciare "qui ogni [suo] burattino" e deve andare "a farlo laggiU", mentre il sindaco reagisce a tale affermazione esclamando "Peuh!", ridendo "a denti stretti, serrando i pugni" e "brontolando" (3). Il sindaco, rappresentante della politica, la cui essenza e il potere e la violenza quali possibili strumenti per strutturarsi e legittimarsi (Arendt 50-53), apostrofa il burattinaio "con disprezzo" (3) perche con la sua mancanza di partecipazione emotiva all'impresa denotava un distaccamento dal progetto di ordine che lui rappresentava e promuoveva. Il sindaco etichetta quindi i presenti come "mosche bianche!", persone rare e da notare perche non partecipano attivamente alla nazione andando in Libia, ma se ne stanno invece protette al caldo dell'osteria. "LaggiU", al contrario, ci "sono mosche diverse" perche s'ammazzano e "ci volevano" (3) proprio per completare un percorso identitario di valore. Il sindaco e degno rappresentante degli intrighi di potere del tempo, simbolo dello spettacolo mediatico in scena allora in Italia, oltremodo stimolato da quei giornali che lui "si mise a leggere, certo per rintracciare gli altri eroi ... autentici," e sui quali, "piantando i gomiti e gli occhi" (3), si inebriava e si costruiva la sua stabilita identitaria.

Il burattinaio e si un'individualita errante, ma lo e perche ha una sua consapevolezza e una propria coscienza storica, tanto che e pienamente conscio del fatto che l'autonomia individuale e limitata dal potere, dallo "spazio politico della sovranita" dello stato, che, secondo Agamben, costituisce una "sfera in cui si puo uccidere senza commettere omicidio e senza celebrare un sacrificio" (92). Il burattinaio afferma infatti di dovere partire, ma di sapere anche che burattino era "se va" e burattino era "se riman[e]" (3). Il burattinaio, che per mestiere muove pupazzi di legno, li controlla e li lega a se in quanto non autonomi, potrebbe apparentemente sembrare in una posizione di potere e controllo, ma invece esclama: "sulle mie spalle mi sembra di portare il campionario della nostra vita!" (3). Egli sa di esserne l'esempio ideale, il simbolo cioe dell'illusione dell'indipendenza delle persone, perche capisce che lo stato di cui fa parte si fonda sull'esercizio di una massa disciplinata, possibile solo grazie ad una "violenza sovrana" che si confonde con il "diritto" e "che mantiene la possibilita di deciderli nella misura stessa in cui li confonde" (Agamben 73).

Con l'immagine del lavoro del burattinaio, diritto e violenza si erano davvero perfettamente confusi, in quanto da padrone egli gestiva i fantocci, ma come padrone era anche lui stesso un fantoccio, in Italia come in Libia, di un'entita superiore: "Che granburattinaio deve essere chi ci fa vivere..." (3) in questa maniera cosi inerme, passiva e falsa, affermava al riguardo l'uomo. Lui, almeno, si differenzia dal resto della massa e dagli altri rappresentanti della politica, come lo stesso sindaco, in quanto e consapevole del fatto che, come scrive Agamben, si e "catturaci]" all'interno di questo sistema, essendone contemporaneamente anche "esclus[i]", e che "la vita umana si politicizza", ossia diventa popolo "soltanto attraverso l'abbandono a un potere incondizionato di morte" (101), cioe di dipendenza. Non a caso il burattinaio continua le sue invettive contro il sistema dicendo che "attraversando i crinali e i paesi, trovo gente eguale... fantocci brutti e belli", ugualmente "tutti legati da un filo, mossi da una mano, buttati uno incontro all'altro senza neanche sapere il perche" (3). E rivolto allo stesso sindaco, esclama: "Beh, perche e sindaco,... credera, certo, d'essere qualche cosa di piU di me, povero ragazzo. Non pare: lei sbaglia" (3). Con tale lucidita e consapevolezza, il burattinaio risulta quindi vivo, padrone del proprio pensiero, di conseguenza "un burattino" si, ma "vivo nelle mani della natura", "l'assoluto padrone di se stesso" (3). Il sindaco, al contrario, "tirandosi dietro il fiasco di vino quasi vuoto, ed aprendo il giornale", continuava a nutrirsi e ad ubriacarsi di notizie artificiose, contribuendo lui stesso all'estasi generale di un popolo intero, ad uno spettacolo nel quale "gli altri eroi," quegli "autentici" (3), erano i soldati, non le persone "diverse ed indipendenti". Per questo motivo, a seguito dell'indifferenza con la quale il burattinaio aveva accolto la notizia della partenza, il sindaco esclamava sarcasticamente "Bravo", e continuava poi dicendo: "Bei pensieri. Se tutti fossero come te, si starebbe freschi laggiU" (3) perche la guerra perderebbe il suo senso, mentre la sua capacita costitutiva del popolo italiano, la governabilita del paese, verrebbe minacciata.

Il breve racconto di Rossato invita dunque il lettore a riflettere sulla possibilita di autonomia della massa e sul modo in cui le persone sono condizionate nell'essere cittadini modello. L'eccezionalita della vita del burattinaio termina proprio alla fine del racconto, alla vigilia della sua partenza per la Libia. L'uomo inizia lentamente ad immobilizzarsi fisicamente: "la sua faccia prese un'aria attonita e dura," raccontava Rossato, "come se fosse di legno, le sue braccia tonfarono lungo i fianchi come lasciate cadere da un filo, e gli occhi celesti, rimasero li spalancati, quasi senza ciglia, stupiti", mentre lasciava l'osteria e se ne tornava "allo stallazzo", affondando "i piedi nella neve, curvo, le mani in tasca", pensando "ai suoi fantocci" e, "come altre volte", al fatto di essere "un fantoccio lui stesso" (3). La sera, solo con i suoi burattini, il burattinaio verso su di loro "tutta l'amarezza della sua anima" e "la mattina dopo lo trovarono appiccato per la gola, insieme alle sue marionette" (3). Con la chiamata al fronte, la sua coercizione fisica era diventata allora inevitabile. Se, come sostiene Judith Butler, "la guerra e precisamente uno sforzo per minimizzare la precarieta di alcuni e massimizzarla per altri" (Frames 54), l'arruolamento forzato del burattinaio come soldato in Libia rendeva la sua precarieta (cioe, l'essere condizionati) completa, in quanto diventava un "normale cittadino" dipendente dall'ambiente circostante al quale venivano sospese le primarie liberta personali (Butler, Vite Precarie 21, 61). La sua alterita veniva interrotta per conformarsi ad un NOI al quale, al contrario, doveva essere limitata ogni precarieta. Per questo motivo egli rifiuta drammaticamente di entrare a far parte di questo meccanismo di stabilizzazione del potere della governabilita attraverso la guerra e decide di morire. Prima di uccidersi davanti ai suoi burattini, pero, egli "parlo a loro del suo dolore; recito loro l'ultima improvvisa commedia; verso su quelle teste dure e buone tutta l'amarezza della sua anima..." (3). Con la morte, il burattinaio decide di rifiutare e rigettare la beffa, una commedia appunto, della sua stessa vita: quella di un burattinaio, di una persona rappresentante del potere, che di nascosto aveva manovrato ed amministrato "quel suo piccolo popolo obbediente, vivo di lui, gaio di lui" e "triste per lui" (3) e allo stesso tempo quella di un burattinofantoccio in balia lui stesso di un potere che lo voleva subordinato alle proprie dinamiche di controllo. Per questo motivo egli decide di far morire i suoi pupazzi insieme a lui, anziche lasciarli da soli "a morire" e "dondolare da qualche affumicata trave di taverna, come suicida pel dolore dell'improvviso abbandono" (3). Non c'e via di scampo ad un'autonomia identitaria che e, sempre e comunque, condizionata dalla subordinazione e dalla dipendenza e che e di solito repressa. Quando emerge la realta della sottomissione, come sostiene Judith Butler, emerge anche l'inconscio della persona (The Psychic Life of Power 7), come nel caso del burattinaio, il quale decide di portare via con se anche le sue marionette nel suo ultimo viaggio. Il sindaco del paese concludeva tutta la vicenda affermando: "Be, quello straccione li pero era un vigliacco... di coraggio!" (3). Il burattinaio per lui era stato solo un vile pauroso e in maniera semplicistica chiosava la sua vicenda umana come quella di un codardo che non aveva avuto coraggio fino in fondo e che aveva preferito il suicidio invece della guerra in Libia. In realta, come ampiamente spiegato sopra, l'indipendenza e la consapevolezza che il burattinaio aveva sempre cercato di mantenere erano un qualcosa che il sindaco, cosi sicuro e certo della sua posizione di rappresentante politico, non aveva mai avuto. Anche il sindaco, del resto, non era altro che una pedina, un burattino a sua volta nelle mani del potere, ulteriore vittima di una sovranita indifferente capace di colpire indistintamente, senza riferimenti alle posizioni ricoperte.

A conferma di cio, il racconto di Rossato si complementava con la vignetta di Giuseppe Scalarini, (13) riportata proprio in fondo alla pagina, come a concluderlo iconograficamente (si veda pagina 353 di questo volume). La vignetta ritrae un uomo gigante, ma dalla testa piccola, davanti ad una macchina automatica che spara palline al tocco di un pulsante e che assomiglia ad un essere vivente perche ha occhi e bocca. La scena ironizza sulla realta sociopolitica del tempo, dove un Parlamento detto appunto "automatico", lavorava a comando, senza porre criticita, ma esprimendo soltanto il volere di cio che gli veniva detto ed imposto: in maniera figurata, le palline sparate dentro il cassettobocca della macchinetta. I singoli membri politici dell'organo legislativo italiano erano robotizzati in quanto automi e frastornati dal rumore delle tante parole sulla Libia. Su di loro, in quel momento, era stata gettata "un po' di sabbia negli occhi" (3), la sabbia di Tripoli raffigurata ai piedi della macchinetta, e questo serviva a far uscire a richiesta le palle bianche, i voti, le decisioni necessarie al potere per consolidarsi e garantire la governabilita. Il sindaco del burattinaio e identico ai parlamentari italiani robotizzati, i quali approvavano e condividevano qualsiasi decisione parlamentare, abbagliati dall'euforia della guerra. Egli viveva la menzogna della sua vita come una virtU da salvaguardare in nome della grandezza dell'Italia, come anche una realta da proteggere per fare scudo alla sua personale naturale vulnerabilita.

La storia di Rossato metteva in discussione proprio il senso della bugia come collante e forza di un' aggregazione politico-sociale che doveva risultare governabile. Inoltre, e ironico che la storia sia stata pubblicata sulla Terza Pagina, cioe su un simbolo dei meccanismi di controllo attuati in quegli anni per catturare le coscienze delle masse ed istituire un ideale culturale nazionale. Con le dinamiche sviluppate nel suo racconto, Arturo Rossato confermava si la necessita di un'azione educativa delle masse, ma per svelare loro proprio come fossero ingabbiate e condizionate nel loro essere popolo solo se funzionali al potere. Gli intrusi come il burattinaio, ossia coloro che non seguono questa funzione normativa, dovevano essere espulsi o isolati per garantire la produttivita della norma. Il burattinaio ne era stato, purtroppo, una triste conferma.

Pepperdine University, Malibu, California

Opere citate

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(1) Butler, The Psychic Life of Power 1-2. Da questo momento, ogni traduzione in italiano appartiene all'autrice di questo saggio, se non diversamente segnalato.

(2) L'Enciclopedia Treccani online ha una breve nota su questo giornalista e commediografo di Vicenza che ha prodotto per il teatro numerose opere comiche, ma in dialetto veneto. Per maggiori informazioni, si veda la voce dell'enciclopedia, Arturo Rossato.

(3) Per ulteriori approfondimenti storici sugli inizi dell'avventura coloniale italiana in Africa, e soprattutto in Libia, si puo fare riferimento alle pagine dei seguenti volumi: Labanca 18-94, 108-10; Segre 3-6. Sugli inizi dell'unita di Gaetano Salvemini, si veda Cantafio 193-95.

(4) David Forgacs ci insegna che certe industrie italiane avevano nei consigli di amministrazione le banche, cosi come certi politici erano legati a queste ultime attraverso incarichi nei consigli di amministrazione. Lo stesso Giovanni Giolitti, per esempio, era in Banca Commerciale e a sua volta anche nel consiglio di amministrazione di industrie di rilevanza strategica quali la Terni, l'Ilva e la Falck (44).

(5) La linea di credito era largamente costituita da riduzione del debito e delle tasse, da concessioni e da estensioni di credito.

(6) Per maggiori e piU dettagliate informazioni sull'Italia di Giovanni Giolitti, i legami fra politica e finanza, e sull'industria siderurgica, si rimanda alle pagine dei seguenti studi: Webster 14-19, 46-49, 58-71, 102-05; Gentile, La Grande Italia 9-16; Vivarelli 28-47, 62-72; Agnew 25, 28; Lanaro 2, 15-23, 28, 121; Labanca 23-26, 100-01.

(7) E possibile approfondire le conoscenze sulla stampa italiana di inizio Novecento e sull'attivita dei maggiori giornali italiani al tempo della guerra di Libia attraverso le pagine dei seguenti studi: Castronovo, Giacheri Fossati, Tranfaglia 67-68, 108-21, 17281,202-207; Tesoro 714-15; Forgacs 45-57.

(8) Conferme e maggiori informazioni sugli affari del Banco di Roma in Libia e sul suo coinvolgimento nell'inizio della guerra possono essere trovate nelle seguenti opere: Mori 102-18; Del Boca 38-45; Mack Smith 274-75; Choate 173; Webster 152-60; Labanca 109-11.

(9) Per maggiori informazioni sui dibattiti presenti sull'Avanti, l'Unita di Salvemini e La Voce in merito alla guerra in Libia, si vedano Gentile, La Voce 342-45; Cantafio 196-200; Forgacs 56-58; Adamson, Avant-Garde 143-52; Nardi e Gentili 25-29; Adamson, Introduction 6. Per avere, invece, un quadro piU generale dei reportages dalla Libia e della strumentalizzazione che ne venne fatta, si puo fare riferimento a Del Boca 54-60; Choate 170-72; Labanca 109-10, 114-15; Tesoro 719-23; Pincherle 461-62; Segre 23-25; Vivarelli 68-72.

(10) La guerra di Libia fu, quindi, anche una guerra che i maggiori letterati italiani combattevano con le parole, invece che con le armi, sulla Terza Pagina dei giornali nazionali. Per approfondire proprio la storia di questo spazio dei quotidiani riservato alla cultura e sull'attivita di letterati come D'Annunzio e Pascoli, si possono consultare i seguenti lavori: Ajello 102-10; Re (online); Castronovo, Giacheri Fossati, Tranfaglia 14647; Adamson, Avant-Garde 51; Segre 20-23.

(11) La Rivista coloniale era l'organo ufficiale dell'Istituto Coloniale Italiano di Roma.

(12) Adamson presenta in maniera chiara e precisa la realta storico-sociale delle masse in Italia al tempo di Giolitti (Introduction 12-14).

(13) Antimilitarista convinto, collaboratore dell'Avanti per lungo tempo, Giuseppe Scalarini e considerato l'inventore della vignetta satirico-politica in Italia. Per maggiori informazioni, si veda La Grande Guerra su l'Avanti! online.
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Title Annotation:text in Italian
Author:Nocentini, Valentina
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2016
Words:7079
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