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Kobilek di Soffici: dalla guerra-gioco alla narrazione di una comunita.

Preambolo: soldato-giocatore o soldato-operaio?

Un bilancio della letteratura sulla Grande Guerra sarebbe incompleto senza un protagonista come Soffici. La sua traiettoria culturale, dalle avanguardie al fascismo, e esemplare di molte contraddizioni del primo Novecento. In Soffici le aperture europee convivono con le chiusure nazionalistiche; il talento artistico ed espressivo non esclude la duttilita politica, talora una vera e propria tendenza a diventare organico al potere. (1) Proprio questa miscela di elementi rende assai significativa la sua testimonianza sul conflitto, che rimane affidata a tre libri: Kobilek, La ritirata del Friuli ed Errore di coincidenza.

Questo intervento e dedicato all'analisi di Kobilek (2) Qui Soffici, tenente del 128 reggimento fanteria nella II armata del generale Capello, racconta le vicende del suo battaglione durante l'agosto del 1917, dalla partenza da Cosbana alla sofferta avanzata sull'altipiano della Bainsizza, attraverso Plava, gli sbancamenti di Palievo, il "pianoro" di Rutarsce. La battaglia termino con un'affermazione degli italiani, ma le sorti del conflitto si sarebbero presto capovolte con il disastro di Caporetto (Faldella, Silvestri, Weber).

Oggi e disponibile una precisa ricostruzione della vicenda editoriale di Kobilek (Bartoletti Poggi). Il nucleo generativo del libro risale al "taccuino" del fronte: appunti presi di getto prima della grave ferita all'occhio che avrebbe costretto Soffici nell'ospedale da campo di Cormons. Si aggiunsero poi le pagine scritte per il reportage a puntate uscito sulla "Nazione" di Firenze nell'autunno successivo, e le dimensioni del testo quasi raddoppiarono. Nel 1918 usci Kobilek, per la "Libreria della Voce", con alcuni passi censurati. Nel 1919 venne pubblicata l'edizione Vallecchi. Nel 1928, sempre presso Vallecchi, usci infine la terza edizione, in cui i brani soppressi dalla censura furono ripristinati.

Secondo Vanden Berghe, a questo processo di ampliamento e revisione corrisponderebbe un progressivo infittirsi di reminiscenze letterarie: Apollinaire e gli stilemi futuristi, certo, ma anche Dante, Leopardi, Stendhal, oltre a una "piu marcata toscanizzazione" e a un recupero del "gusto ben radicato della descrizione truce ed espressivistica" (154). Rilievi pertinenti, ma non e questa la direzione che cerchero di seguire. D'altronde sulle filigrane letterarie di Kobilek e gia disponibile una cospicua bibliografia. Anche quando si e cercato di emanciparlo dalla traiettoria futurista e lacerbiana, in effetti, sono stati evidenziati altri influssi d'avanguardia; Adamson, ad esempio, ha sottolineato il modello di Rimbaud. (3)

Cio che propongo e di analizzare Kobilek non tanto in chiave di rimandi intertestuali, quanto come esempio di narrazione ideologica. Con questo libro Soffici raccontava la guerra in maniera avvincente e semplificata, sollecitando nel lettore un'adesione emotiva e acritica al conflitto. Le risorse dello scrittore sperimentale--dai chimismi lirici all'icasticita visiva e sonora--erano senz'altro presenti, ma risultavano inserite in una piu solida struttura fatta di realismo prosaico e analisi psicologica standard, capace di catturare l'attenzione del pubblico con una narrazione ad alta leggibilita. L'estetizzazione del conflitto funzionava, e in maniera limitata, solo come elemento di distinzione (Bourdieu): assicurando al libro un'etichetta di modernita, compensava il predominio di una scrittura piu convenzionale.

Tutto cio implicava un'idea di guerra in sintonia con l'orizzonte d'attesa di un pubblico nazionale e trasversale, non piu modulata sui roboanti proclami di "Lacerba" e sulla cultura di ristrette elites intellettuali. Per il grande pubblico, il conflitto non poteva ridursi a gioco vitalistico ed esplosione di colori, guerrejolie incentrata sull'ego del soldato-poeta; era necessario puntare sull'evidenza genuina di sentimenti-base come la paura e l'angoscia, l'istinto di sopravvivenza (in cui immedesimarsi) o la solidarieta (da cui trarre l'effetto edificante). A questo nuovo universo tematico andava ora incontro la penna di Soffici. Il progetto di produzione-ricezione letteraria si adeguava insomma al trauma di un'esperienza bellica che non corrispondeva alle retoriche che l'avevano invocata. Lo ha sottolineato Isnenghi:

La guerra che gli intellettuali avevano voluta e corteggiata come mobilitazione e pienezza vitalistica delle energie e degli istinti, attivizzazione di tutto l'essere in senso fisico e psichico, dinamismo e spreco supremo, si manifesta e viene descritta tra le masse come fatica statica e uguale, resistenza opaca, inerte rassegnazione.

(337)

Proprio questo dualismo intellettuali-massa, a mio avviso, Soffici cerco di risolvere con Kobilek. Lo stesso Isnenghi si sofferma poco dopo proprio su Soffici, che secondo lui

accenna, al principio, a chiamare i fanti partecipi del suo straordinario gioco di muscoli e di nervi, ma poi ripiega piu comprensivamente sul riconoscimento di questa doppia verita della guerra: che per gli uni e energica prova intensamente e soggettivamente partecipata, per gli altri e duro sacrifizio rassegnatamente e collettivamente subito; come per gli uni e coscienza delle cause e dei fini, per gli altri e ubbidienza al proprio destino.

(337)

Eppure mi sembra che in Kobilek, piu che una "doppia verita", ossia una frattura fra due idee di guerra, si cerchi di raccontare un'esperienza comune, il dramma di uno sforzo condiviso. Pur sottolineando le distinzioni gerarchiche, Soffici vuole rappresentare una guerra di tutti, in cui gli ufficiali condividono con i soldati il fango della stessa trincea e la miseria dello stesso rancio.

Effettivamente siamo abituati a pensare l'esperienza bellica di Soffici sotto il segno del gioco, della gioia, dell'irrazionalismo vitalistico. (4) Si tratta di un aspetto importante del libro, ma non esclusivo. D'altronde alcuni presupposti ideologici sono mutati rispetto agli anni di "Lacerba". Ora non e piu pensabile la virulenta polemica anti-borghese della fase precedente. Si tratta di un Soffici diverso, deciso a rivolgersi a un pubblico piu ampio e a sollecitare meccanismi di ricezione trasversali. Di li a pochi mesi, non a caso, si sarebbe scoperto propagandista, con il giornaletto di trincea "La Ghirba" destinato a conoscere ampia diffusione tra i soldati italiani dopo Caporetto. (5) Ovviamente Kobilek, per complessita espressiva e strutturale, e qualcosa di molto diverso dagli opuscoli di propaganda che circolarono numerosi nel 1917-1918. Ma e pure evidente che con questo libro Soffici cambia direzione rispetto agli atteggiamenti elitari e provocatori che aveva tenuto in precedenza. (6) Adesso gli intellettuali d'avanguardia gli appaiono infatti "membri di elites discutibili" che finalmente, grazie all'esperienza interclassista del fronte, possono comprendere le ragioni di diversi attori sociali, benche genericamente definiti: dalla "massa" alla "borghesia" (Kobilek 21).

Non si tratta soltanto di un nuovo milieu sociologico. Cambia la modalita con cui si sceglie di narrare (e quindi giustificare) il conflitto. Da scrittore di guerra, Soffici tento di risolvere la stridente contraddizione tra il soldato "giocatore" e il soldato "operaio"--il primo arruolatosi come volontario, l'altro costretto a subire la coscrizione obbligatoria--che e stata approfondita da Eric J. Leed come una struttura antropologica di fondo della Grande Guerra:

La differenza fondamentale fra lo "spirito ludico" del volontario e gli altri soldati, che invece consideravano la guerra alla stregua di lavoro forzato, stava nelle attitudini contrapposte riguardo la vita al fronte. Per il volontario la vita era qualcosa che acquistava valore tramite il sacrificio; per il lavoratore era qualcosa da preservare ad ogni costo [...]. La realta fisica e sociale della guerra vanificava l'ideologia di cui il volontario era portatore.

(121-22)

Analizzando le memorie di alcuni combattenti tedeschi, Leed sottolinea come certi volontari

riconobbero di essere entrati in guerra con "leggerezza", come dilettanti che non potevano essere presi seriamente dai soldati comuni, i cui stivali erano incrostati di realismo. Le loro aspettative si erano formate nel sogno di un tempo passato, un tempo in cui sembrava ancora possibile costruire un'antitesi etica al mondo borghese. Essi avevano creduto che la guerra fosse negazione dell'interesse materiale, e si ritrovarono immersi nientemeno che nella Materialkrieg.

(123)

Kobilek e un libro interessante proprio perche rappresenta il punto di svolta per un autore che, abituato a invocare la guerra da giocatore, si scontra con una prospettiva diversa, quella grigia e alienante della guerra tecnologica. Eppure, di fronte a questa realta, la sua reazione non e di evasione lirica o di scacco esistenziale. Al contrario, Soffici sfrutta l'occasione per lanciare un messaggio ideologicamente proattivo, al limite della propaganda. Sotto la superficie della confezione diaristica, Kobilek veicola una narrazione forte del conflitto, capace di enfatizzare la natura interclassista dell'esercito, l'umanita degli ufficiali, lo sforzo comune verso la vittoria. E si trattava di un proposito tanto piu urgente quanto piu la guerra appariva alienante e tecnologizzata. Di fronte all'orrore disumano della trincea, occorreva umanizzare i suoi protagonisti.

Gli strumenti espressivi utilizzati per raggiungere quest'obiettivo sono molteplici: un'analisi psicologica semplificata e conciliante, sempre pronta a esaltare l'elemento umano in ogni attore del conflitto; un sistema di personaggi che rappresenta tutte le classi sociali, tutte le regioni della penisola e tutti i gradi della gerarchia militare; una struttura testuale che al frammento lirico-descrittivo alterna con efficace puntualita--nonostante l'autodefinizione "giornale di battaglia"--la durata del racconto el'ideologia del commento.

La guerra poteva arrivare cosi a un pubblico non piu elitario ma medio, che, attratto dal marchio di uno scrittore colto e tuttavia capace di sollecitare il piacere della lettura, assorbiva un'immagine orientata del conflitto, in cui l'esercito diventava metafora della nazione e lo sforzo bellico appariva animato da un ethos pre-politico, intriso di buoni sentimenti e capace di primeggiare sul non-senso della guerra di trincea.

"Interesse umano " e scansione narrativa

Non per niente, autorevoli lettori dell'epoca paragonarono Kobilek alla memorialistica risorgimentale, sottolineando indirettamente come il fattore umano riuscisse ad avere la meglio sulle atrocita della guerra tecnologica. Se Ungaretti si limitava ad esprimere uno scarno quanto esplicito apprezzamento, (7) Primo Conti scriveva in questi termini a Giuseppe Raimondi: "Ho letto nelle mie lunghe ore di noia il Kobilek di Soffici, e l'ho trovato bello, pieno di un calore vasto che si assoda in blocchi di commossa umanita. E un Soffici imprevisto e, a parer mio, importantissimo" (42). Baldini citava esplicitamente Le noterelle d'uno dei Mille di Abba (65). Ancora piu significativa la lettura di Emilio Cecchi, che nel 1921, al momento di annunciare allo stesso Baldini l'affiliazione di Soffici alla "Ronda", si inoltrava in un paragone sorprendente:

Ho riavuto in mano Le mie prigioni, in questi giorni, hai notato che somiglianze di tono ci sono tra certe parti di Kobilek, La Ritirata etc. per innocenza, didattismo morale, interesse umano, Soffici somiglia a Pellico in un modo straordinario. E una cosa che fa ridere, sul primo momento; o sembra soltanto un bon mot: invece e verissima, e potrebbe servire come spunto di una interpretazione simpaticissima e rivelatrice. Soffici-Pellico. Intendi che Pellico m'e piaciutissimo.

(218; lettera inviata da Roma il 5 ottobre del 1921)

"Innocenza, didattismo morale, interesse umano": dov'era finito lo scrittore manesco e arrogante dei libri precedenti, da Lemmonio Boreo a Giornale di bordo? Ma l'intuizione di Cecchi introduce un altro problema importante, cui si e gia avuto modo di accennare: il genere letterario di Kobilek, che non e di tipo puramente diaristico. In Kobilek, accanto alla registrazione in presa diretta, c'e la scansione narrativa lunga, che proietta sul passato una consapevolezza piu strutturata dei fatti. In certi punti del testo, infatti, e l'autore stesso a dichiarare una discrasia fra tempo degli eventi e tempo della scrittura, mettendo in evidenza delle pause che lo costringono a imporre una scansione piu lunga e a filtrare il vissuto attraverso la memoria. Ad esempio il 26 agosto scrive (la sezione precedente recava la data del 18 agosto):

Riprendo questi appunti che le vicende della battaglia m'impedirono di continuare giorno per giorno.

Sono ricoverato in questo ospedale per una ferita all'occhio sinistro cagionatami dallo scoppio di una granata durante l'ultima ora del combattimento, finito vittoriosamente il 23 al mattino con l'occupazione della quota 652 del monte Kobilek.

(45)

Dopo uno spazio bianco, la narrazione riparte dai fatti del 19 mattina. Una scelta simile consente innanzitutto di anticipare l'esito vittorioso della battaglia--soluzione che non sarebbe consentita a una struttura puramente diaristica. In certi punti l'illusione della forma-diario e mantenuta: vengono esibiti tempi verbali piu vicini ai fatti, come il presente e il passato prossimo, e si da rilievo alla prossimita spaziale attraverso i deittici. (8) Nel complesso prevale tuttavia una vera e propria strategia narrativa in cui sono riconoscibili artifici strutturali volti a confezionare una storia avvincente: la durata romanzesca, (9) la drammatizzazione, (10) la suspense. (11)

Si tratta non solo di scelte stilistiche ma anche di una diversa ricerca di effetti sul lettore. E il progetto di ricezione a cambiare di segno. Un giornale di battaglia dovrebbe enfatizzare la soggettivita, il carattere irripetibile e sconnesso delle singole percezioni, l'estro dell'artista sperimentale che cattura gli eventi nel loro repentino accadere. Con il suo spazio-tempo costrittivo la guerra di trincea poteva condurre facilmente verso questa opzione: che tuttavia Soffici non adotto, come un acuto recensore (Baldini) ebbe modo di sottolineare. (12) Il diario richiede al lettore piu collaborazione nel colmare gli "spazi vuoti" per la costruzione del senso; il processo della lettura e piu critico e personale. Invece la scansione narrativa lunga consente di far ritornare personaggi e temi, di costruire un gruppo, di individuare obiettivi e scale di valori; fornisce al lettore una prospettiva gia solida con cui giudicare gli eventi. Sull'umoralita dell'impressione o dello squarcio paesaggistico interviene il potere coesivo della memoria, della costruzione identitaria, del commento etico. Il testo trasforma il suo statuto comunicativo. Da diario, da documento di un individuo isolato, diventa narrazione di una comunita.

Sorvegliare e perdonare: la retorica della comunita

La voce narrante, non a caso, non e quella di un outsider, bensi di un ufficiale. Soffici e consapevole dello spirito di sacrificio dei soldati e della loro qualita umana. La scrittura mette in rilievo proprio questi elementi e sottolinea la responsabilita di chi occupa i vertici dell'istituzione militare. Si noti la frase ipotetica che chiude questo brano:

Piu tardi, in un giro che abbiamo fatto insieme fra i nostri uomini, gia sistemati con miracoli d'industria al riparo di qualche asse, dei teli da tenda fissati con nulla lungo un muro, a ridosso di un ciglio, tesi dal peso obliquo del fucile ritto nella melma, abbiamo ammirato tutta la loro inventiva, la pazienza, la calma, e anche la loro bonta e rassegnazione di gente abituata a tutto, mai scorata, se trattata umanamente e con giustizia.

(11)

Umanita e giustizia: sono questi i valori necessari a un ufficiale per tenere alto il morale dei soldati e guidarli verso l'obiettivo. Valori generici, intrisi di filantropico universalismo, adatti a far presa su un grande pubblico. Alla truppa si richiede una virtu passiva come la "rassegnazione", ma si e pure disposti a riconoscerle un ethos del lavoro, quasi nel segno di un antico sapere artigianale italico. Piu avanti, a completare lo stereotipo identitario, il motivo bucolico si salda con una massiccia dose di buonismo. Soldati italiani hanno portato oleandri presso le sepolture dei caduti: "Gentilezza di cuore del nostro popolo" (11-12). A dominare e un punto di vista bonario e comprensivo che punta a rendere familiari al lettore gli umori del soldato, talvolta condensandoli in espressioni dal sapore proverbiale:

Volentieri anzi avrebbero chiacchierato e riso, se non fosse stato proibito, come spensieratamente buttavano lungo i sentieri tutto cio che li impacciava nell'andare--il telo da tenda arrotolato insieme alla mantellina, le pinze tagliatili; persino la gavetta--e cio malgrado tutte le nostre minacce. Che il soldato e fatto cosi: tanto, sa che al momento buono ritrovera tutto, o sapra farne a meno.

(45)

Pero Soffici non si limita a descrivere la truppa nel suo anonimato. Sceglie di conferire ai soldati la dignita di personaggi, assegnando a ciascuno un nome, una posizione nell'esercito, un background geografico e un profilo caratteriale. C'e il piemontese smanioso e audace, "tutto cordialita e ingenuita, pronto a qualunque incarico, un poco esaltato dall'avventura guerresca, e di cui e difficile dire se agisca con un tal quale eroismo o con una candida incoscienza. [...] Questa passivita che c'e imposta non sa capirla" (21). C'e il siciliano goloso e sornione, che si lascia ipnotizzare dagli auspici di un'imminente pace ascoltando le chiacchiere degli ufficiali, "rimasto tutto il tempo rintanato nella sua buca sotterra, a sentire quella parola di pace ripetuta tante volte, e l'enumerazione di tante delizie, mette fuori piano piano il capo come fa la testuggine a pericolo scomparso, e resta li attento e immoto" (30-31). C'e il bergamasco salace e carnale, che fra oscenita e bestemmie manifesta il suo desiderio di tornare a casa dalla moglie, puntualizzando pero, con paesana astuzia: "Eh no ! Questi signori ci mandano a casa perche si empia la moglie, ma io non mi fido e non ci casco. Finche dura la guerra, niente figlioli. A pace fatta, oh! allora si. Boia d'un mondo ladro! Torno a casa, vuoto la botte del vino, sbornie da olio santo, tiro il collo a tutti i polli del pollaio--e ingravido la sposa" (41). C'e il fiorentino calmo e intelligente, "pizzicagnolo" di mestiere (54), capace di conquistarsi la promozione sul campo, ma animato soprattutto da un puro istinto di sopravvivenza (66). C'e, infine, il calabrese alla sua prima vedetta notturna, attanagliato da una paura quasi infantile, che Soffici si premura di confortare con paternalistica condiscendenza:

Domandai allora al povero figliolo perche tremasse e battesse i denti a quel modo. Comincio col dirmi ch'era pel freddo; ma subito poi confesso che aveva paura. Lo rimproverai un poco schernendolo per tanta pusillanimita che bisognava vincere in tutti i modi al piu presto.

Ma quella franchezza, quel terrore ridicolo, quella gioventu, mi empirono il cuore di tenerezza. La guerra mi mostro ancora il suo volto tragico, e non potendo, come avrei voluto, abbracciare e rimettere a dormire nella sua buca di terra quel fanciullo, rimasi accanto a lui a rincorarlo e consolarlo, a spiegargli il nessun pericolo di quel suo primo servizio, per tutta l'ora del suo turno.

Nell'andarmene, dissi al capoposto di fare in modo che nelle sere successive Pietracadella fosse comandato di vedetta piu presto affinche si abituasse a poco a poco a non temere la tetraggine delle ore estreme della notte.

(18)

La superiorita psicologica dell'ufficiale sul soldato e netta. L'anima del soldato e un mondo semplice, da scoprire e manovrare con delicatezza. Ma anche l'ufficiale prova sentimenti; ha un "cuore" ed e quasi spinto ad atteggiamenti affettuosi, rispetto ai quali risultano tuttavia piu efficaci piccoli accorgimenti organizzativi. Anche le risorse stilistiche del brano sono ben calibrate per arrivare a un pubblico standard: si notino il diminutivo "figliolo" e la locuzione attenuativa "[lo rimproverai] un poco", le strutture binarie "freddo"/"paura", "abbracciare"/"dormire", "rincorarlo"/"consolarlo", e l'allitterazione finale dei suoni t-e, "non temere la tetraggine delle ore estreme della notte", che con il suo ritmo da filastrocca sembra quasi ammonire il lettore: e facile, al fronte, ritornare preda di arcaiche paure.

Tutte queste figure sono identificabili dal cognome--Borgo, Randone, Badiale, Fondelli, Pietracadella--e a molte vengono riservati spazi di discorso diretto. Il fante non e lasciato nell'ombra dell'anonimato, coerentemente con un progetto ideologico che vuole riconoscere (e in qualche modo tipizzare) l'importanza del contributo di ciascuno alla causa comune. Siamo quindi agli antipodi della scelta di Ungaretti, che dalla "congestione" del cadavere senza nome, in Veglia, traeva un'energia etica volta a trascendere la contingenza del conflitto. Viceversa i combattenti di Kobilek vengono nominati proprio in quanto parti di un gruppo belligerante, ingranaggi di una comunita specificamente militare. Rendendosi conto del rischio del paternalismo, Soffici si sforza ogni tanto di correggerlo o prevenirlo, sottolineando una sovrapposizione di punti di vista tra ufficiale e soldato. "Guardavo intorno le facce dei miei soldati, fra i quali ero accovacciato, e in tutte leggevo i miei stessi sentimenti" (55). Il valore supremo e quello della comunita, sia pure nel rispetto delle differenze gerarchiche. "Mangiamo il pane da truppa e beviamo il nostro vino allo stesso fiasco" (23). "E difficile dire come questa collaborazione cordiale fra capi e subalterni sia utile e feconda" (42). "Comincio lo sforzo enorme di noi tutti, maggiori, capitani e subalterni, per regolare piu intelligentemente la loro marcia" (86), si dice piu avanti a proposito di un momento dell'avanzata.

La retorica comunitaria che Soffici affida alle pagine di Kobilek, inscenando lo sforzo degli ufficiali di porsi in sintonia con il vissuto dei soldati, riflette in qualche modo le direttive che, gia prima di Caporetto (e a maggior ragione dopo), i vertici dell'esercito italiano avrebbero impartito in materia di gestione comportamentale delle truppe. Cosi si legge in una circolare riservata di Cadorna ai Comandanti d'Armata, nel luglio 1917, sulla repressione sommaria dei fenomeni di indisciplina:

Chi punisce con la morte, si domandi sempre, in coscienza, se tutto e stato fatto da parte sua per migliorare moralmente e materialmente le condizioni dei suoi soldati, se oltre il reprimere egli ha saputo prevenire, se egli e stato a continuo contatto con l'animo delle truppe per comprenderne le aspirazioni, i bisogni, le depressioni, il bene ed il male; se, in una parola, egli sente di dominare veramente le forze vive che gli sono state affidate, con quella scienza del cuore umano, senza la quale nessuno e stato mai un condottiero. Non sempre i Comandanti hanno sentito l'obbligo morale, che e anche una necessita pratica, di conquistare un ascendente personale sulle truppe e di saperlo adoperare. Eppure quotidiani esempi dimostrano quanto puo l'autorita, quando e sentita come missione. Dove le truppe parevano depresse, stanche e inquinate da spirito di indisciplina o da teorie sovversive e bastato un uomo di fede e di volonta per infondere in esse un'anima nuova, per mutarne, anche in pochi giorni, il carattere collettivo, e per ridonare ad esse l'efficienza bellica, infiacchita. E una constatazione che deve essere di grave ammonimento per tutti.

La guerra e lunga, metodica, logorante in quanto tende a meccanizzare anche il combattente. E necessario reagire contro il pericolo della depressione di tutti i valori essenzialmente umani del soldato, senza i quali non si combatte e non si vince. (13)

A ciascun ufficiale si richiede "scienza del cuore umano", e Soffici dimostra di possederla proprio fra le pagine di Kobilek. Anche di fronte agli episodi di indisciplina, nei momenti piu concitati dell'avanzata, il diario documenta l'esemplare umanita del tenente: ruvido nel serrare i ranghi di fronte al pericolo, ma anche pronto a comprendere e assolvere le debolezze umane dei sottoposti. Ecco un brano di Kobilek che mostra una singolare coincidenza, lessicale e semantica, con la circolare di Cadorna che si e appena letta. Dopo un incisivo contrattacco austriaco, alcuni soldati indietreggiano scompostamente, ma Soffici e gli altri ufficiali riescono a trattenerli. Il testo alterna resoconto in presa diretta (anche attraverso secchi frammenti di dialogo) e commento ideologico, all'insegna di quel composito statuto formale di cui piu sopra si e gia parlato:

Insieme al mio capitano, ai miei colleghi sopraggiunti in quel punto, al capitano Guardi ed ai nostri graduati, attraversai il cammino a quei miserabili, urlando.

--Fermi! fermi! Cosa c'e?

--Vengono avanti con la loro cantata ...

Col bastone in aria, con minacce e bestemmie, li fermammo di botto quasi tutti. Facemmo far loro dietro-front e li rimandammo al loro posto.

--Su, canaglie. Dovreste esser fucilati!

Ritornarono in se e risalirono il bosco di corsa com'erano scesi. I due o tre che non s'eran fermati, retrocedettero ad un tratto anche loro, ed umiliati, vergognosi seguirono i compagni su per l'erta.

Questo brutto episodio mi disgusto parecchio; ma in guerra bisogna anche fare i conti con i nervi degli uomini; e del resto quella prontezza nel ritornare al fuoco, quella vergogna d'aver ceduto a un cieco istinto, mi fecero capire che non si trattava di cattivi soldati.

(61)

Anche in questo caso lo stile e il vocabolario appaiono semplificati. Ma e la stessa scansione narrativa del semplice "episodio", articolata in un prima e un dopo, a sottolineare la problematicita della guerra, le mille insidie del cuore del soldato e la necessita di "fare i conti con i nervi degli uomini". Il fante e sempre esposto al rischio di cedere alla paura, ma puo essere richiamato alla sua radice etica positiva se l'ufficiale fa il suo dovere. Cosi, quasi nel segno di un pentimento rituale, si puo compiere la redenzione di "miserabili" e "canaglie" pronti alla fuga in soldati "umiliati" e "vergognosi", nuovamente ligi al dovere.

L'ufficiale e un mediatore fra il mondo strutturato delle esigenze militari e quello fluido e informale dei bisogni, delle ansie, del "cuore umano" di chi combatte. (14) Pur dalla sua posizione gerarchicamente distinta, egli deve saper comunicare con la truppa, comprenderne le paure e i disagi, manipolare le varie retoriche che gli consentono di entrare in sintonia coi sottoposti: da quella fisicocomica (il bastone, la bestemmia, la battuta volgare) a quella affettiva (la "tenerezza" con cui conforta la recluta di vedetta).

E di importanza decisiva, ai fini del meccanismo narrativo del libro, che proprio il personaggio che dice "io", cioe il tenente Soffici, sia un ufficiale di questo tipo. Eppure Kobilek non manca di rappresentare un altro tipo di ufficiale: quello che chiamerei l'ufficiale-eroe, lontano dalla trivialita dei soldati e quasi illuminato da un'aura di santita. Si tratta del maggiore Casati, a cui e rivolta anche la dedica del libro. Nel suo atteggiamento emerge una piu forte distinzione di status rispetto alla truppa; egli ha un'aria "di vero Capo" (si noti la maiuscola), un aspetto "nobile e guerriero" (10). Questo tipo di ufficiale non puo avere alcun dialogo informale con il soldato. Piuttosto, in lui si manifesta quell'educazione umanistica che gli consente di tenere discorsi convincenti alla truppa, attingendo a una "pienezza d'eloquenza italiana" che fa trasparire l'autorita delle istituzioni. (15) E il prototipo dell'ufficiale eroico, un vero e proprio sacerdote dell'azione militare che mescola carisma aristocratico e saper fare plebeo:

A quell'aria marziale e nobilesca si aggiungeva ora quel suo fare risoluto da popolano e insieme un carattere come di santita che inquietava. [...] Mantenne questa sicurezza mistica durante tutto il combattimento, provocando in noi tutti che lo seguivamo un senso di riverenza, ma anche di sconcerto, e magari di ripugnanza, quasi che quell'altezza morale scoraggiasse gli ultimi resti del nostro egoismo, della nostra miseria troppo umana.

(105)

Visto il proposito ideologico ed editoriale di un testo come Kobilek, sarebbe stato impossibile affidare al maggiore Casati la voce narrante. La grande guerra italiana andava combattuta anche da carismatici eroi (retaggio dannunziano?), ma poteva essere narrata soltanto da chi sapeva parlare con la truppa--non solo alla truppa. (16) Si noti infatti il "noi tutti" che, in antitesi all'ufficiale-asceta, accomuna il tenente Soffici agli altri soldati; in questo modo la voce narrante ribadisce di appartenere alla piu vasta comunita dell'esercito, e continua a sollecitare la benevola comprensione del lettore.

Lo stile amaro della guerra e le sicurezze del lettore

La "miseria troppo umana" (eco nietzscheana) di chi soffre e combatte minacciato dalle mitragliatrici, cui Soffici senz'altro si accomuna, stimola in effetti un peculiare meccanismo di ricezione. Il lettore e chiamato a immedesimarsi con le debolezze del soldato e, in buona misura, ad assolverle. D'altronde lo stesso Soffici si auto-raffigura in momenti di difficolta e di paura, quasi sottolineando la propria inerme condizione umana di fronte al pericolo. (17)

Cio non significa che il tasto sublime-eroico sia del tutto espunto dalle possibilita espressive del libro. Soffici sapeva di non poterne abusare, soprattutto in quella variante demagogico-nazionalistica cosi inflazionata nel discorso pubblico del tempo. (18) Ma in alcuni selezionati punti il sublime riemerge, affiancandosi cosi alla patina sperimentale e futurista come secondo elemento di prestigio formale del libro. In questo caso si tratta di una possibilita retorica che nasce dal contenuto stesso della narrazione, e che puo strizzare l'occhio a lettori forniti di una tradizionale attrezzatura umanistica. Infatti Kobilek parla (anche) di un'avanzata vittoriosa, che si consuma per di piu nello scenario quasi mitologico di una leggendaria montagna. Cosi, nel finale, quando ormai si e consolidata la vittoria, le truppe italiane che sostano assetate sul giogo roccioso danno vita a una scena di "solennita eschilea", e l'autore si spinge fino al tecnicismo nel proporre il paragone con la tragedia greca. (19)

Piu spesso prevale invece un realismo prosaico, coerente con gli stenti e le amarezze del fronte, e per questo poco propenso ad incongrue impennate di tono. Cosi il diluvio che sferza il battaglione, nella parte piu drammatica dell'avanzata, non e declinato in chiave simbolica come lavacro purificatore, ma nella sua miserabile realta di "fango" avvilente (80). Il prosaico e il banale sono assai diffusi, e lambiscono anche le piu sconvolgenti immagini di morte. Si notino gli ultimi due elementi della seguente enumerazione, dedicata a descrivere una distesa di cadaveri: "Di sotto il terriccio ripiovuto su di essi nelle esplosioni immense, uscivano mani gonfie, nere di bruciaticcio, ginocchia infrante, scarpe fangose, spalle verdi o violette, miste ad elmetti squarciati, a mitragliatrici, fucili, baionette in frantumi, tegami e coperte" (83).

Pero il lettore, se da un lato dev'essere colpito dall'immagine cruenta, dall'altro va rassicurato attraverso un'adeguata cornice narrativa che smorzi il potenziale di shock del racconto bellico. L'obiettivo non e quello di colpevolizzare chi legge o minarne le certezze (specialmente politiche), ma piuttosto di renderlo partecipe dell'atmosfera di sofferenza e tensione che si respira al fronte. Si noti, nel brano seguente, il contrasto tra la crudezza espressiva con cui viene descritta la ferita del soldato moribondo e il veloce, ma risolutivo accenno all'happy ending della sua disavventura:

Quando potei rialzar la testa vidi infatti, un poco piu basso di me, il corpo d'un uomo che sussultava come in agonia. Attraverso un buco tondo nell'elmetto, forato da una pallottola come fosse stato di cartone, vedevo il sangue rosso palpitare sgorgando dal cervello, mentre altro sangue colava giu da un occhio del disgraziato.

Urlai al portaferiti di condur subito quel moribondo al posto di medicazione in fondo alla valle. I portaferiti accorsero infatti e lo trascinarono via.

(Ho poi saputo che quel soldato non era morto, non solo, ma che "stava benino!").

(71)

Invece gli aspetti politici o economici che hanno scatenato il conflitto restano fuori dall'universo tematico del libro. Nessuna istituzione extra-militare e nominata; non si fa alcun cenno alla monarchia ne al parlamento, mentre solo un rapido passaggio viene dedicato alla visita di Bissolati e Amendola, per inserire una polemica digressione sulla "frollaggine" socialista e sui futuri diritti dei combattenti. (20) La guerra viene offerta al lettore come esperienza scontata, necessaria, semplice; un dato da vivere e da accettare su un piano etico (ancor prima che estetico) e non politico.

Tra sperimentalismo e leggibilita

Un esame anche rapido degli altri aspetti linguistici e stilistici del libro conferma come l'obiettivo di Soffici fosse il compromesso tra soluzioni avanguardistiche e una koine espressiva piu facilmente accessibile a un pubblico ampio. Soffici e sempre attento a cercare soluzioni equilibrate che stimolino il lettore senza richiedere una decodifica complessa. Le immagini stranianti ci sono, ma sempre sostanziate di una semplicita denotativa e quasi didascalica: elementi presenti, ad esempio, nel brano in cui viene descritta l'indifferenza degli uccelli che cinguettano tra i proiettili e saltellano sul filo spinato (25). O, ancora, nei referenti delle similitudini con cui si cerca di rendere il suono della mitragliatrice, tutti attinti al versante di esperienze familiari e pacifiche, persino erotiche:

Mi colpi la diversita di suono delle pallottole che, a seconda della distanza onde provengono, dell'accelerazione del tiro, puo sembrare un fischio, un miagolio, un ronzio, e talvolta rassomiglia a quello di un bacio, lungo, fine, e che ha persino qualcosa di dolce e voluttoso. Mi accorsi nello stesso tempo che quando invece battevano nel tronco, nei rami di qualche albero, o nei sassi in cresta al muricciolo, il rumore che facevano era simile a quello di un piccolo petardo, o di quei confetti che da ragazzi si fanno scoppiare per chiasso fra i piedi della gente.

(50-51)

In questo brano troviamo fra l'altro una vera costante del libro, i deverbali in--io: utili certo a una ricerca fonosimbolica che catturi il dinamismo sonoro dei mille pericoli del fronte, e chiaramente riconoscibili nella loro filiazione pascoliana prima ancora che futurista. (21)

Le metafore possono attingere anche a un immaginario animale, quasi favolistico: "La mitragliatrice seguitava a cantare come un cattivo uccello" (52); oppure domestico e rustico: "le zolle scottavano sotto di me come i mattoni di un forno arroventato" (89). Altrove alla mitragliatrice e riferito un selezionato vocabolario di temi verbali, ingegnoso e straniante nel segno di quell'interferenza con il quotidiano che abbiamo gia visto: strepitare (52), gracidare (81), sputare (83), urlare (88).

Non mancano formule comuni e quasi banali ("pallido come un cadavere" 73), in direzione nettamente contraria ai cromatismi d'avanguardia pur presenti nel libro (si ricordino le gia citate "spalle verdi o violette" dei cadaveri). Cio e funzionale a una precisa poetica di ricezione: rappresentare la guerra come esperienza semplice e ravvicinata, ormai quotidiana necessita del gruppo piu che diletto estetico dell'ufficiale-artista.

Certo non si puo negare la ricercatezza formale di alcuni punti. Pero non si tratta soltanto di stilemi d'avanguardia, come spesso viene sottolineato; al contrario, certi artifici retorici vogliono andare in direzione di una maggiore godibilita del testo, per attirare un lettore incline non tanto alle trovate sperimentali ma magari all'eleganza lirica del dettato. Assegnerei a questa fattispecie diversi casi di allitterazione e omoteleuto. (22) Non manca, del resto, la ricerca di espedienti di prosa ritmica: spesso accade di incontrare unita sintattiche che coincidono con precisi moduli metrici. (23) Sono invece assai rare le frasi nominali, a conferma del prevalere di una sintassi piu convenzionale e scorrevole.

Numerosi, infine, i tecnicismi militari. (24) La dimensione della guerra tecnologica andava necessariamente nominata, in ossequio ai propositi documentari del libro; ma solo per mostrare come, sul non-senso di una violenza meccanica e senza volto, prevalesse l'umanita di un esercito in cui il pubblico dei lettori poteva immedesimarsi, uscendo gratificato dal racconto della battaglia.

Conclusione

La guerra raccontata da Soffici in Kobilek rispecchia bene il carattere mosso e quasi metamorfico del suo percorso di scrittore. Ma e anche un buon esempio di "concretizzazione" ideologica dell'esperienza militare, attraverso un codice letterario che--contaminandosi con la cronaca e la propaganda--si fa quasi paraletterario. Un autore che aveva esordito sotto il segno di un individualismo provocatorio e aggressivo si trovava a dover narrare un'esperienza drammatica, collettiva, nazionale. Cementando una mitologia della comunita, decideva cosi di rivolgersi ad un pubblico ampio, sostanzialmente medio, per favorire una lettura basata non tanto sul trauma e sullo straniamento, quanto sull'identificazione e la comprensione. In questo senso, i modelli formali che piu lo favorivano non erano quelli puramente soggettivi del diario, ma una scansione narrativa che guardava anche a strutture piu solide, capaci di articolare sviluppi temporali e quadri di personaggi. Anche la lingua collaborava in tal senso, producendo una peculiare coesistenza tra punte sperimentali e leggibilita. Allora, i prossimi studi su Soffici--e su tutta l'area degli scrittori "militanti" degli anni Dieci, lacerbiani o vociani che si confrontarono con l'esperienza del conflitto--potranno forse guardare con interesse a questo nesso, probabilmente nevralgico, tra metamorfosi ideologiche e progetto di ricezione, che Kobilek rappresenta in maniera cosi peculiare.

Universita di Palermo

Opere citate

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(1) Mangione ha parlato giustamente di "singolare capacita di adesione anche contraddittoria a tendenze ed eventi del reale" (115).

(2) Cito dall'edizione di Kobilek del 1966 della casa editrice Vallecchi. Gli altri due libri La ritirata del Friuli fu pubblicato in volume da Vallecchi nel 1919; Errore di coincidenza usci su "Rete mediterranea" tra il marzo e il dicembre 1920--registrano i fatti successivi alla disfatta di Caporetto, descrivendo le travagliate, e a volte caotiche, manovre di ripiego delle truppe italiane. Per un quadro d'insieme sui diari di guerra di Soffici, cfr. Biondi e Bartoletti Poggi.

(3) "Kobilek contains none of the irony and brazenness that so permeated Soffici's futurist contributions to "Lacerba." The tone of the war diary is softer, more reflective, and much more reverent [...]. It was as if he sought to become immanent to reality in the manner of Baudelaire and Rimbaud. Kobilek is a celebration of war as a poetic fusion of art and life, a plunge into the primal that seeks to escape all traces of bourgeois identity. For Soffici, the war was the moral equivalent of Rimbaud's move to Africa, and Kobilek is better described as a Rimbaudian text than a futurist one. Like Rimbaud, Soffici was determined not only literally to merge himself with the natural world of sensations, but also to make his way through it joyously, however hellish it might prove" (Adamson 58).

(4) La lettura di Eraldo Bellini, assai valida e documentata, e fra le piu significative di questo orientamento. Nella scrittura bellica di Soffici, Bellini sottolinea l'importanza dell'area semantica attinente alla gioia, all'allegria e alla felicita, nel segno di un sostanziale "svuotamento drammatico della guerra". Si tratterebbe appunto di una visione "ludica" dell'evento, che comporta una "rimozione degli orrori della guerra" e "convoglia la narrazione dei momenti piu aspri della battaglia verso esiti futuristi". Tuttavia--e la notazione e significativa per il nostro discorso--anche al critico sembra che "Soffici non riesca mai a liberarsi da un senso di responsabilita nei confronti dei suoi fanti" (175-77).

(5) Il generale Capello avrebbe poi sottolineato, rispondendo alle critiche rivoltegli in merito alla trascuratezza della propaganda fra i soldati, lo sforzo economico profuso per stampare il giornaletto di Soffici: dal marzo al novembre del 1918 ne sarebbero stati pubblicati "29 numeri di circa 40.000 copie ciascuno, che al prezzo di oltre 25 centesimi per ogni copia fa salire la spesa complessiva al di la delle 300.000 lire" (27).

(6) "Disprezzar la folla e poco [...]. Bisogna inebriarsi dello schifo ch'essa puo causare [...]. Gioia veramente futurista di sentirsi un dio davanti a questa merda concittadina--mondiale--che non e neanche possibile odiare" (Giornale di bordo I, 186).

(7) "Con il Kobilek di Soffici, con questo mio Porto, con Baldini, non c'e altro dal fronte, di degno" (Ungaretti, Lettere a Papini, 31 dicembre 1917, 169).

(8) "E stamani all'aurora, siamo come ho detto partiti" (9). "Scrivo appie del muro [...]. Accanto a me [...]. Fra una mezz'ora [...]" (13). "E arrivata la posta. Se le amiche, gli amici potessero immaginare il piacere che fa ricevere un saluto, una notizia qui!" (67).

(9) Alcuni elementi dilatano il tempo narrativo, nel segno tematico dell'attesa o della sfida: e il caso degli estenuanti tentativi di neutralizzare una mitragliatrice austriaca che ostacola la marcia sull'altopiano di Rutarsce. In questo caso l'autore e abile a rendere la frustrazione serpeggiante nella truppa dando voce ad altri personaggi: "Ufficiali e soldati, eravamo arrivati al massimo dell'irritazione. Vecchi fanti, conoscitori a fondo della guerra, si facevan cattivi all'idea che forse un solo uomo era in quella caverna sopra di noi a sbarrarci la via e a tenerci in quel modo grufoloni nella polvere, cotti dal sole, avviliti dalla sete" (70).

(10) Si veda, ad esempio, il concitato episodio in cui Soffici perde contatto con il proprio reparto e rimane intrappolato in un cratere sotto il fuoco dell'artiglieria nemica (89-92).

(11) A un certo punto Soffici si accorge che i suoi uomini non hanno proseguito la marcia in direzione dell'obiettivo stabilito, e cerca di rendere la tensione vissuta in attesa che un sergente rechi notizie dagli altri reparti: "Ci volle un po' di tempo prima che tornasse, ed io lo passai nell'angoscia, pensando che da un momento all'altro il nemico poteva irromper su noi, tagliati fuori a quel modo, e distruggerci e accerchiarci" (54).

(12) "E certo che la trincea ha un orizzonte cosi breve che se uno non riconnette in se stesso gli avvenimenti nella serie del tempo con un po' di buon umore e di vero estro, l'armonia di qualunque racconto gli e spezzata, nelle pagine gli si fossilizzano i fatti e le impressioni. [...] Ogni ora divora le precedenti, non si ha mai la mente a ragionare ordinatamente lo spazio che ci puo essere tra il principio e la fine di qualunque avvenimento, e le giornate vissute ricadono stancamente una sull'altra" (Baldini 65).

(13) Cito da Della Volpe (29).

(14) Certi passaggi sottolineano quasi un'istintiva empatia, una capacita di cogliere immediatamente gli umori del battaglione: "In tutti s'indovinava l'impazienza di andarsene, di allontanarsi al piu presto dalla posizione" (15).

(15) "Parla meravigliosamente, con quella chiarezza e forza di lingua propria ai buoni toscani nutriti di ottimi studi e che sanno dar concretezza ed evidenza alle idee piu complesse; esprimere le sensazioni piu raffinate" (25).

(16) L'aura di superiorita che promana dal maggiore Casati non e questione di grado militare. Infatti lo stesso generale Capello viene rappresentato come uomo bonario e cordiale, disponibile a pranzare con i sottoposti e perfino a scherzare sul proprio aspetto fisico (7-9).

(17) Ecco alcune righe tratte dall'episodio del cratere: "Gia m'intenerivo immaginando il mio cadavere [...]. Una terribile voglia di piangere mi saliva alla gola" (91-92).

(18) Nonostante si trovino in Kobilek molti accenni all'italianita e al patriottismo, i topoi piu abusati della retorica ufficiale sono accuratamente evitati. Soffici faceva parte della II armata, dove era diffusa l'irritazione verso comizi e cerimonie. Durante l'estate del 1917, scrive Silvestri, parate ed esortazioni si erano intensificate in tutto l'esercito: "Ai conferenzieri specializzati si aggiungevano gli ufficiali superiori ed i generali piu audaci che, dando sfogo a segrete ambizioni letterarie, volevano rivaleggiare in abilita oratoria e dialettica con i professionisti della penna e della parola, per accendere nella folla grigia dei soldati la fede e l'entusiasmo. [...] Nella II Armata un certo freno alla logorrea stereotipata era posto proprio dal generale Capello, che il tono retorico e roboante di quelle declamazioni convinceva poco. [...] E si sforzava, a voce e con circolari, di far capire ai comandi dipendenti che per parlare alla truppa bisognava scegliere concetti semplici, persuasivi ed umani" (207).

(19) "Coro formidabile, scenario, solennita eschilea che sbigottiva l'animo, come se un qualche momento eroico d'antica storia fosse tornato improvvisamente a ripetersi, o si rappresentasse lassu l'ultimo atto di una tragedia grandiosa. Questa immagine teatrale era resa ancora piu viva dal gruppo centrale di cui facevo parte. Il terreno, dalle rocce a noi, era pianeggiante, cosi da formare una specie di palco, e su quello che si sarebbe potuto dire il proscenio, un gruppo di massi che pareva messo la a bella posta per i principali attori del dramma" (131).

(20) Qui non e possibile, per ragioni di spazio, affrontare il problema del rapporto di Soffici con il fascismo; ma forse ha ragione Ceva quando mette in guardia dalla facilita con cui, leggendo libri come Kobilek, "forse troppo e ingiustamente suggestionati dal suo 'dopo' politico--ci crediamo autorizzati [...] a registrare i prodromi della 'trincerocrazia' fascista, nel suo miscuglio di arroganza e di inganno, insomma l'Italia del ventennio" (108).

(21) Fra le numerose attestazioni: "ticchettio" (15, 50), "tramestio" (15), "saltellio" (20), "rosicchio" (20), "crepitio" (22, 59), "brulichio" (27), "martellio" (28), "ronzio" (28, 50, 62), "miagolio" (50), "sfavillio" (59), "scatenaccio" (60), "pigolio" (62), "spicinio" (63), "crivellio" (87), "trapestio" (88), "sibilio" (89), "sfrascheggio" (93), "bisbiglio" (100), "frastaglio" (101).

(22) "Notte stellata limpida fra le piante tranquille" (58); "questa attesa ardente" (69); "una luce come di storia e di gloria" (77); "vinti da tanta miseria" (84); "nel caldo e chiaro crepuscolo" (96). E evidente, invece, che molte sinestesie (ad esempio "bianchezza del cielo infiammato", 93) andranno piu opportunamente ricondotte al retaggio avanguardista.

(23) Si notino i due endecasillabi contenuti nel seguente periodo: "E al ricordo della lunga delizia si torce sulla coperta che abbraccia e morde con comica furia" (40); ognuno dei quali, fra l'altro, e concluso dal modulo aggettivo + sostantivo.

(24) Fra gli altri: "giberne" (20), "perforatrici" (20), "mine" (28), "granate" (25), "bombarde" (33), "shrapnel" (59), "marmittoni" (48), "otturatori" (60), "torpedini" (61).
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Title Annotation:text in Italian
Author:Bellini, Davide
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2015
Words:7615
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