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Intrecci mediterranei. La testimonianza di Vincenzo Consolo, moderno Odisseo.

Cosa in comune quest'isola di culto, questo giardino, i suoi astanti, cosa l' affabile algerino, tu coi cristiani di Bosnia, Sarajevo, i mercenari d'ogni Africa, i trafficanti d'armamenti, i boia d'ogni scarica e veleno, i Mafiosi del potere? Nel bronzo, si, e la crepa, il varco in ogni sacro testo, ogni decalogo, codice latino o d'altra lingua, dentro te, ognuno in questo tempo feroce e allucinato. (Lo spasimo di Palermo 41-42)

Il mare, l'infinito e la guerra

Concludendo un'importante riflessione sull'eredita mediterranea nella cultura europea lo storico Georges Duby osservava un ventennio fa che "da circa un secolo il Mediterraneo offre a chi lo scruta, agli avamposti della speranza, un volto di violenza" (Duby 282). In realta questo volto violento richiama alla memoria storica la "parte piu tenebrosa" dell'eredita del classicismo greco-romano presente fin nelle origini della civilta mediterranea. Nella ricostruzione dei momenti fondamentali di questa civilta lo stesso Fernand Braudel ha sottolineato il carattere decisivo dei "conflitti tra civilta" da quelli brevi (Maratona, Lepanto) a quelli lunghi, come le tre guerre puniche o le crociate. Secondo Braudel questi conflitti mettono bene in evidenza "quali urti sordi, violenti e reiterati si scambino quegli animali possenti che sono le civilta"; e come le civilta siano "intrise di guerra e di odio, una immensa zona d'ombra che le divora quasi per meta" (Braudel, "La Storia" 110-11).

Tuttavia le civilta non sono solo questo odio fabbricato e nutrito per l'altro. Esse rappresentano anche l'"eredita dell'intelligenza" l'accumulo dei beni culturali, sacrificio. Questi due elementi, quello "distruttivo" e quello "costruttivo," appaiono strettamente intrecciati e appare quanto mai arduo e problematico il tentativo di separarli quasi fossero realta distinte ed autonome, come talora sembra proporre lo storico Braudel. La ricerca sul ruolo del Mediterraneo nella formazione dell'immaginario letterario europeo deve cogliere questo aspetto, se non vuole assecondare la marea montante di parole che puntano a derealizzare l'esistente e a costruire un mondo puramente ideologico che finisce per cancellare ogni consapevolezza della realta in cui si vive. Il saggio prende avvio da una riflessione sul nesso che si stabilisce nella cultura greca da una parte trail mare e l'orientamento verso l'infinito, e dall'altra trail mare e la guerra. Le due nozioni, quella di una ricerca intellettuale infinita e quella della guerra come esito inevitabile dell'attraversamento del mare, trovano un modello esemplare nella figura dell'Ulisse omerico, che i greci hanno lasciato in eredita alle letterature europee dall'antichita fino ai nostri giorni.

L'eredita mediterranea della cultura europea e al centro della riflessione dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo che nell'esperienza di Odisseo ha trovato l'immagine piu vera e rappresentativa della violenza che pervade il presente. Il viaggio di Odisseo diventa la metafora che consente a Consolo di ritrovare nel mito e nella letteratura un senso drammatico e complesso dell'esistenza personale e collettiva, non piu legato ad alcuna ideologia di progresso della civilta mediterranea. Il lavoro di Consolo e quello che vichianamente rimane proprio della poesia, un lavoro di scavo archeologico alia ricerca di strati linguistici, parole incerte strappate ad un denso silenzio, tracce opache di un oscuro senso dell'umano. Odisseo per Consolo e anche immagine di un esilio inappagato per l'infinito che lo pervade e lo proietta in una dimensione di alterita, in cui e ancora possibile, senza superficiali rimpianti o speranze utopiche, continuare il lavoro di scavo alia ricerca di una parvenza di umano che non aspira piu all'infinito e, a differenza di quanto avviene in Vico, non e piu rischiarato da alcuna luce provvidenziale.

Nelle prime pagine del suo brillante e ancora utilissimo saggio intitolato L'infinito nel pensiero dell'antichita classica Rodolfo Mondolfo ricordava come gli achei fin dal secondo millennio avanti Cristo venissero designati come "i popoli del mare." Gli achei trasmisero ai greci la tradizione marinara e commerciale degli egei, infaticabili esploratori e naviganti temerari che non riuscivano a vivere entro i confini e le coste delle regioni conosciute. Propp e Auden hanno sottolineato che i Greci temevano l'elemento marino e che la spinta fondamentale che li motivava ad avventurarsi per i cammini infiniti del mare non era l'amore del viaggio ma la dura necessita economica. Il viaggio in mare e un male necessario e attraversamento di cio che separa ed estranea (Propp; Auden). Tuttavia, una volta riconosciuti i limiti di un'interpretazione romantica del viaggio di Odisseo e del rapporto dei Greci con il mare, si deve ammettere chela vicenda mitica di Odisseo e l'esperienza storica della colonizzazione greca del Mediterraneo rivelano l'esistenza di qualita intellettuali che non si spiegano unicamente con la necessita economica. Mondolfo parla di un insaziabile spirito di curiosita, di avventura e di un desiderio di conoscere ed esplorare l'ignoto che vengono attivati proprio dall'esperienza del mare.

Il mare rimane la figura dominante della geofilosofia dell'Europa, come ha riconosciuto Massimo Cacciari, non solo per questo orientamento verso l'infinito della ricerca intellettuale, ma anche per il nesso che lo collega alia guerra. Il mare e l'elemento nemico in cui e impossibile trovare dimora; e l'elemento ribelle ad ogni costituzione e ad ogni legge e rappresenta un passaggio obbligato per chi intende fondare il potere politico nella citta. Per la filosofia d'Europa, scrive ancora Cacciari, non si da vera terra che oltre il mare. In questo orientamento che mira a superare il mare si manifesta un aspetto fondamentale della techne polemike, dello spirito e della pratica della guerra ritenuta necessaria per la fondazione della citta (Cacciari 61). In questo senso il racconto omerico articolato nell'Iliade e nell'Odissea rimane il momento originario se non fondativo della storia che e venuta dopo in Occidente. Questo momento originario che per certi aspetti fonda la politica e costituito da una guerra, come hanno sottolineato, sia pure in maniera diversa, Simone Weil e Hannah Arendt. (1)

Odisseo come figura dell'immaginario moderno

Fu come a Troia per l'inganno del cavallo.... (Lo spasimo di Palermo 78)

Oggi e ampiamente riconosciuto che Odisseo rappresenta l'archeologia dell'immagine europea dell'uomo, l'immagine originaria di un'intera episteme fondata sulla scienza, il simbolo della civilta fondata sul mare (Andreae). Proprio per questa ragione la figura di Ulisse attraversa diverse epoche e nella sua esistenza mifico-letteraria viene a dare vita ad un modello multiforme e aperto divenuto centrale nell'immaginario occidentale. (2)

D'altro canto risulta oggi quantomeno discutibile contrapporre in maniera rigida e schematica la figura di Odisseo come fondatore della cultura greca al mito di Abramo fondatore della tradizione ebraica. Secondo Levinas Odisseo sarebbe destinato a ritornare ad Itaca e ritrovare sempre la sua identita, ad Abramo non rimarrebbe altro che l'erranza e un perpetuo esilio (Levinas). Abramo e Ulisse sono avvicinati dal viaggio e dal Mediterraneo, che hanno in comune, ma la differenza 6 grande secondo Levinas che basa la sua interpretazione su Odissea (5: 219-20) dove Ulisse nell'isola di Calipso manifesta con forza il suo desiderio di ritornare in patria; e Genesi (12: 1-2) dove il Signore dice ad Abramo: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che ti indichero. Faro di te un grande popolo e ti benediro." (3)

In realta, come e stato notato, tra Ulisse e Abramo non c'e vera contrapposizione, si deve parlare piuttosto di interazione dialettica tra i due. Ulisse e Abramo indicano due momenti che sono presenti in ogni viaggio, il primo momento e la partenza dell'io verso l'altro e l'ignoto, il distacco, la purificazione (Gentiloni). Il secondo momento del viaggio cosi come il primo ha caratteri comuni tra Abramo e Ulisse. Si tratta del percorso: la nave per Ulisse, con l'incertezza e il pericolo connessi, e il deserto (con l'esposizione alla solitudine che esso comporta) per Abramo. Tuttavia il pensiero umano, cosi come l'identita umana, non hanno una consistenza ontologica e sono sempre il risultato dell'incontro e del contatto vivo con l'altro (Bachtin 116). Allo stesso modo il viaggio autentico comporta sempre il distacco e la messa in discussione di se nell'incontro con l'altro. Occorre allora chiedersi: l'Ulisse che torna ad Itaca e lo stesso che ne e partito? Il ritorno significa veramente per lui la fine della ricerca dell'identita? Queste domande aiutano a comprendere come il terzo momento del viaggio non sia un semplice ritorno nemmeno per Ulisse, e come l'arrivo a Itaca presenti sempre qualche novith e qualche elemento sconosciuto. In sostanza la nozione di ritorno che sarebbe esclusiva di Ulisse va messa in discussione e problematizzata.

L'esperienza della guerra di Troia ha segnato Ulisse in maniera profonda, rendendolo capace di un senso di pietas per il dolore proprio e altrui inconcepibile nel contesto dell'Iliade che rimane il "poema della forza" come ha scritto Simone Weil. L'episodio di Odisseo nella reggia feacia che piange sentendo il canto di Demodoco (da lui stesso richiesto) dove si racconta l'inganno del cavallo di Troia, e senza dubbio rivelativo di un profondo mutamento dell'eroe nel passaggio dal primo al secondo poema omerico (Odissea, libro VIII). Ma e la catabasi raccontata nel canto XI che rende manifesto in maniera inequivocabile il cambiamento rispetto al codice dell'eroismo al centro dell'Iliade. L'episodio piu potente rimane l'incontro con l'anima di Achille che preferirebbe essere un servo di una padrone povero piuttosto che essere morto. Emerge qui con forza la novita piu profonda dell'Odissea, il riconoscimento del dolore della propria morte e la scoperta della privazione dell'identita che essa comporta. La discesa di Odisseo nell'Ade rimane centrale nell'economia del racconto omerico cosi come si articola nei due poemi. Odisseo desidera ardentemente incontrare non solo Tiresia per conoscere il proprio destino, ma anche le anime di molti defunti per interrogarle sulle modalith e il senso della morte. In essi Odisseo trova una sapienza che e estranea ai vivi, la consapevolezza profonda del dolore che pervade la vitae il limite invalicabile rappresentato dalla morte.

Altri momenti significativi del viaggio di Odisseo nell'Ade sono l'incontro con l'anima del compagno Elpenore e quello con la madre piangente. L'anima di Elpenore e la prima che si fa incontro ad Odisseo e lo implora di seppellire e compiangere il suo corpo rimasto in casa di Circe senza sepoltura. La dimensione del compianto e del lamento funebre per la morte dell'altro e al centro anche dell'incontro con l'ombra della madre. Il figlio vivo si trova qui unito alia madre morta nel comune desiderio di dare espressione al proprio dolore e al proprio pianto. Il viaggio nell'Ade e il lamento funebre sono importanti per Odisseo e la cultura greca e mediterranea almeno nella stessa misura del viaggio in mare. (4) Il viaggio in mare rappresenta cio che si teme piu profondamente, l'esposizione al pericolo infinito e incondizionato, la paura di una morte negli abissi marini senza sepoltura umana. Il viaggio nell'Ade e la sepoltura rappresentano la riconciliazione con gli esseri umani e divini, il conforto rappresentato dal lamento funebre che aiuta a vivere e a dare un senso sia pure straziante alla morte.

Certo per Odisseo il nostos e anche riconquista dei beni e del potere, riappropriazione del proprio passato di re compiendo una terribile vendetta sui Proci che avevano insidiato il suo regno e la sua sposa. La fine della guerra di Troia non rappresenta dunque la fine della violenza, che al contrario esplode con forza inaudita proprio a Itaca, dove Odisseo il "distruttore di citta" consuma una strage di uomini e donne per riconquistare il potere politico.

D'altro canto occorre ricordare che il viaggio di Odisseo e ostacolato dagli dei offesi (in particolare Poseidone) ed e un viaggio di espiazione e di dolore. E proprio lo statuto epico-mitologico dell'Odissea a non consentire che alla fine gli dei siano completamente pacati (Montanari). Si deve poi considerare che nel libro XXIII Omero riprende la profezia di Tiresia (Libro XI) secondo cui una nuova prova terriblle attende Odisseo, che sara costretto a ripartire. Di questo egli e pienamente consapevole nel momento in cui ricorda a Penelope che i travagli non sono finiti con il ritorno (XXIII). Di questo ulteriore viaggio non si parla nell'Odissea. Tuttavia il tema del viaggio si prolunga al di la della struttura narrativa del poema e della sua fine. Senza fare di Odisseo un eroe romantico che viaggia per il puro piacere di viaggiare, si deve riconoscere che lo schema circolare del suo viaggio da Itaca a Itaca passando per Troia, viene messo in discussione all'interno del poema con un'allusione al carattere non definitivo del punto di approdo raggiunto.

Solo nell'interpretazione di Dante Ulisse sara posseduto da una passione incontrollata per i viaggi e la conoscenza. Nella lezione di Dante Ulisse e gia un eroe "moderno" che ha perduto definitivamente la propria patria e rimane condannato all'erranza fino alla scomparsa nel fondo del mare. E interessante notare come anche la cultura araba a noi contemporanea (quella che ha voluto fare i conti con la problematica moderna senza condannarla o esorcizzarla) abbia letto il mito di Ulisse in questa stessa chiave. Si vedano ad esempio i versi conclusivi della poesia di Adonis In cerca di Ulisse:
 Ma anche se tu tornassi
 se le distanze si accorciassero
 e la guida fiammeggiasse
 nel tuo sembiante tragico
 o nel tuo terrore intimo,

 sempre per me tu saresti la storia della partenza
 per sempre tu saresti
 in una terra senza promessa
 in una terra senza ritorno.
 Anche se tu tornassi, Ulisse. (Adonis Poesie)


Questi versi, letti insieme a quelli di un'altra poesia di Adonis, L'erranza, bastano da soli a far comprendere come la condizione dell'esilio e dell'erranza siano una condizione irreversibile nella cultura mediterranea moderna sia nel mondo cristiano che in quello arabo. I versi di Adonis sono veramente significativi, soprattutto se letti insieme alle sue dichiarazioni di poetica (5):
 L'erranza, l'erranza
 L'erranza ci salva e guida i nostri passi
 L'erranza e chiarezza
 E il resto e solamente maschera
 L'erranza ci lega a tutto quello che e altro
 Ai nostri sogni imprime il volo dei mari
 E l'erranza e attesa. (Adonis Poesie)


Nel verso "L'erranza ci lega a tutto quello che e altro" e contenuto il senso profondo della condizione dell'Odisseo moderno cosi come si manifesta nella tradizione mediterranea araba e cristiana, con molti punti in contatto con analoghe concezioni ebraiche che pure non si riferiscono al mito di Ulisse ma a quello di Abramo. Si tratta di una condizione di continuo esilio che rifiuta ogni certezza in nome di un apprezzamento intrinseco di tutto cio che e altro. Pur comprendendola Dante condanna la ricerca intellettuale di Ulisse dal momento che non e illuminata dalla luce divina. Per questo il viaggio di Ulisse rimane un "folle volo" che mantiene comunque qualcosa in comune con qualunque aspirazione alla conoscenza autentica e creativa, come sapeva bene Dante e come sanno gli scrittori moderni e contemporanei che sono venuti dopo di lui.

Lo scrittore italiano che nel Novecento ha confermato con maggiore forza ed efficacia l'intreccio inesorabile che unisce la figura di Ulisse all'evoluzione degli aspetti piu profondi ed oscuri della civilta mediterranea e Vincenzo Consolo. (6) La ricerca di Consolo si confronta con il senso profondo del mito di Odisseo piu di quanto non abbiano fatto altri scrittori, come Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia o Cesare Pavese in La luna e i falo, che si sono posti come figure contemporanee di Ulisse. In questi scrittori la metafora prevalente rimane quella del "ritorno," che prima e ritorno alla patria dell'infanzia e poi ritorno alla citta riconosciuta come patria della maturita. (7) In Consolo prevalgono invece la metafore dell'esilio, dell'erranza come riconoscimento dell'alterita intrinseca nella condizione dell'Ulisse moderno che egli studia in un contesto ampio, in una prospettiva di lunga durata. (8)

Nella sua opera la cultura mediterranea appare caratterizzata da un insaziabile desiderio di conoscenza in cui l'orientamento verso l'infinito e la decisione di oltrepassare il mare finiscono per trovare un'espressione privilegiata nella guerra. Una figura degradata dell'Ulisse omerico si ritrova nei decadenti protagonisti di Nottetempo, casa per casa (1992), dal satanista inglese Alastair Crowley al barone siciliano Nene Cicio, protofascista e adoratore del superomismo dannunziano. In questi personaggi Consolo coglie una vocazione antica, radicata nei recessi piu remoti della civilta mediterranea:
 Visse il Pellegrino dell'Anima, della Conoscenza, l'Ulisse
 senzapatria, senza ritorno, l'emulo d'Ignazio, ogni sua ascesa al
 vertice, discesa nell'abisso, il suo perenne andare in ogni eth e
 stagione per i Quattro punti del mondo, alle piu estreme lontananze.
 (Consolo, Nottetempo 91)


Una violenza nascosta percorre il desiderio di infinito e di conoscenza. Da questa violenza e segnato anche l'eroe di Nottetempo, casa per casa, Petro Marano, che si chiede "da quale offesa, sacrilegio viene questa sentenza atroce, questa malasorte?" E nella risposta lascia comprendere come anche lui sia un altro "Ulisse senza patria e senza ritorno" del Mediterraneo:
 Forse, pensava, da una colpa antica, immemorabile. Da quel cognome
 suo forse di rinnegato, di marrano di Spagna o di Sicilia, che
 significava eredita di ansime, malinconie, rimorsi dentro nelle
 vene. O dall'incrocio, di questo di Giudea o Samaria, con semi
 erranti per venti d'invasioni terremoti carestie, d'Arabia
 Bisanzio Andalusia.... (42)


La violenza trova la sua espressione manifesta nella guerra che rimane il gesto fondativo della civilta greca e mediterranea. Per Consolo la guerra appare l'orizzonte di senso fondamentale per comprendere i poemi omerici, non solo l'Iliade, quindi, ma anche l'Odissea. In questa prospettiva l'Iliade rimane il testo privilegiato del furore guerriero e della guerra risolta con l'invenzione del cavallo di Troia, tm prototipo dei mostri tecnologici che dominano la vitae i conflitti contemporanei. D'altro canto, l'Odissea nell'interpretazione di Consolo diventa un "viaggio penitenziale," un "nostos di espiazione" di un sopravvissuto ad una guerra distruttiva.

Vincenzo Consolo dedica un capitolo de L'olivo e l'olivastro (1994) alla riscrittura del viaggio di Odisseo che viene presentato come metafora dell'esperienza del viaggio dello scrittore siciliano attraverso la sua isola e, piu in generale, come figura dell'uomo moderno e dello sradicamento esistenziale e storico provocato dalla civilta tecnologica da lui creata. Dopo la risoluzione del conflitto Ulisse si trova di nuovo immerso nella vastita del mare. Il suo viaggio questa volta procede in verticale e si presenta come "una discesa negli abissi, nelle ignote dimore, dove, a grado a grado, tutto diventa orrifico, subdolo, distruttivo" (19). Il viaggio di Odisseo nasce dall'orrore della guerra e dal senso di colpa per le morti e le distruzioni, e il viaggio di un sopravissuto. (9)

E un viaggio dal mare verso la terra, da Oriente ad Occidente, "dall'esistenza alla storia, dalla natura alla cultura" (124) un viaggio al termine del quale non c'e la patria agognata, ma la condizione perenne dell'esilio. L'Itaca che trova l'Ulisse moderno non esiste pit perche e sottoposta ad una continua distruzione, del tutto simile a quella che esperimenta durante la guerra. Per questo, scrive Consolo, Ulisse comprende che Itaca coincide con Troia ed e costretto a ripartire, condannato ad una condizione di erranza. Nessun viaggio penitenziale o liberatorio appare possibile allo scrittore siciliano. Itaca la citta del mito non esiste pit; le citth della memoria e della letteratura appaiono sempre piu lontane.

Allo scrittore non rimane che raccontare delle citta di oggi, citta in cui vive o che attraversa come un viaggiatore sempre piu traumatizzato dallo spettacolo di rovine e di violenza (Consolo e Nicolao 22-26). La citta piu sintomatica da questo punto di vista appare "la Catania pietrosa e inospitale, emblema d'ogni luogo fermo o imbarbarito" (Consolo, L'olivo e l'olivastro 38), simbolo di tutte le citta italiane, dal Nord al Sud, che non sono in grado di riconoscere nello scrittore, il proprio figlio, l'esule che torna. Per lo scrittore contemporaneo nessun autentico viaggio di ritorno e piu possibile. La citta d'origine e quella d'elezione hanno perso i loro caratteri distintivi diventando entrambe mete inospitali e irraggiungibili. Allo scrittore non resta che narrare il paesaggio naturale e umano devastato dalla violenza mafiosa, dalla distruzione ecologica, dalla corruzione morale e politica in cui sente di vivere e a cui partecipa.

Di qui vengono le domande angosciose che accompagnano il viaggio dell'Odisseo moderno in Sicilia (dove Consolo e nato e cresciuto) raccontato ne L'olivo e l'olivastro:
 Cos'e successo, dio mio, cos'e successo a Gela, nell'isola, nel
 paese in questo atroce tempo? Cos'e successo a colui che qui scrive,
 complice a sua volta o inconsapevole assassino? Cos'e successo a te
 che stai leggendo.... Cos'e successo in tutte le belle piazze di
 Sicilia, nelle piazze di quest'Italia d'assenza, ansia, di nuovo
 [sic] metafisiche, invase dalla notte, dalle nebbie, dai lucori
 elettronici dei video della morte? (81 e 112)


A Siracusa, una citth che ancora per Vittorini era antica, classica e carica di cultura, oggi rimangono "la distruzione e lo squallore: un paesaggio di ferro e di fuoco, di maligni vapori e pesanti caligini" cui Consolo nel saggio Le pietre di Pantalica contrappone la pietas delle rovine della necropoli di Pantalica costruita trail tredicesimo e l'ottavo secolo prima di Cristo, sopravvissuta alla violenza del tempo (Consolo, Le pietre di Pantalica 162-64). (10) Anche Milano, la citta dove Consolo vive e lavora, appare contaminata dallo stesso squallore che l'esule ritrova ad ogni ritorno nella patria siciliana. Sintomatico questo "addio" alia citta scritto ne Lo spasimo di Palermo:
 Citta perduta, citta irreale, d'ombre senz'ombra che vanno e vanno
 sopra ponti, banchine della darsena, mattatoi e scali, sesto e
 cinisiello disertate, tennologico ingranaggio, dallas dello
 svuotamento e del metallo. Addio. (Consolo, Lo spasimo di Palermo
 91)


Lo spazio letterario dei due ultimi romanzi di Consolo, L'olivo e l'olivastro e Lo spasimo di Palermo, e costituito da due poli, la Sicilia e Milano, che hanno perduto per lo scrittore la consistenza dello spazio geografico, sono ormai perduti nella loro violenta "irrealta" tecnologica diventando simbolo di una condizione di esilio perenne. (11) In queste condizioni anche il viaggio di Odisseo perde la sua consistenza reale e poetica finendo per diventare un viaggio all'interno della scrittura e attraverso la scrittura.

Siamo Iontani dal modello rappresentato da Conversazione in Sicilia di Vittorini che pure ha ispirato gli ultimi due romanzi di Consolo. Il romanzo di Vittorini poteva ancora contare sulla "conversazione" come mezzo per una rigenerazione spirituale e morale. Il ritorno di Silvestro in Sicilia serve proprio a questo e si nutre di un potente linguaggio lirico e simbolico che aiuta il protagonista a ritornare ormai deciso e maturo nella Milano del lavoro, dell'industria e della lotta politica per la costruzione di una nuova Itaca. La critica della cultura per Consolo non si nutre piu di alcuna utopia, mentre la posizione privilegiata della coscienza che valuta e giudica l'ordine delle cose appare sempre piu pervasa da domande inquietanti. Il paesaggio che ci descrive Consolo ha perduto la dimensione lirica e simbolica assumendo una sostanza allegorica in cui non si intravede una via di riscatto.

E un paesaggio di rovine quello a cui approda l'Odisseo moderno. Un paesaggio in cui l'immagine di Itaca appare sbiadita al punto da scomparire. L'unica alternativa per lui sembra essere quella, gia indicata da Dante, del naufragio definitivo come conseguenza del "folle volo" di Ulisse. Si tratta di un'immagine drammatica, che Primo Levi ha fatto sua a conclusione del capitolo "Il canto di Ulisse" che non a caso ha un ruolo centrale in Se questo e un uomo. Per Consolo, come per Primo Levi (e Italo Calvino), la posizione etica delia scrittura consiste sempre piu in questa volonta di testimonianza che pone questioni fondamentali sul destino della civilta europea, e si esprime in domande radicali che coinvolgono il gesto stesso della scrittura, intesa come strumento fondamentale della cultura, della tecnologia e del sapere occidentale. Occorre allora chiedersi se la nozione di "esilio" su cui Consolo stesso ha insistito, sia la piu adeguata e dar conto dello spessore della sua ricerca intellettuale. Ritorneremo su questa importante questione nell'ultima parte del saggio.

Le domande dello scriba

menzogna l'intelligibile, la forma, o verita ulteriore? (Nottetempo 164)

La domanda sul senso della scrittura percorre l'opera di Consolo ed emerge con grande forza fin dal Sorriso dell'ignoto marinaio (1976). La lettera di Enrico Pirajno all'avvocato Giovanni Interdonato come preambolo alla memoria da lui stesso stilata sulla rivolta popolare d'Alcara Li Fusi rimane da questo punto di vista esemplare:
 "Ed e impostura mai sempre la scrittura di noi cosiddetti
 illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscurati da'
 privilegi loro e passion di casta. Osserverete: ci son le istruzioni,
 le dichiarazioni agli atti, le testimonianze ... E bene: chi verga
 quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro i codici,
 le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere.
 E gli altri ... perche devono intendere quelle parole a
 modo nostro? (97)


La scoperta della parzialita e dell'insufficienza del discorso vicario rimane fondamentale per Consolo che tuttavia all'altezza degli anni settanta del secolo scorso riesce ancora a concepire un discorso utopico di palingenesi linguistica e sociale:
 Ah tempo verra in cui da soli conquisteranno que' valori, ed essi
 allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza
 anche per noi, vere perche i nomi saranno interamente riempiti
 dalle cose. (98)


Nella "Memoria" vera e propria Enrico Pirajno parlera ancora "dell'impossibilita di scrivere se non si vuol tradire, creare l'impostura," ma aggiungera subito dopo che esiste una "necessita" e un'"impellenza" a scrivere e testimoniare, nella ricerca di una storia diversa, di una nuova umanita a venire (103). Il discorso sulla scritura continua e si complica nelle opere che vengono dopo il Sorriso, maturando inflessioni pessiministiche che molto concedono alla tentazione dell'afasia e del silenzio.

In Nottetempo, casa per casa, Consolo ci parla dello Scriba "in bianca tunica, virginea come la sua fronte o come il libro poggiato sui ginocchi" (65) che viene da "sfondi calmi, da quiete lontananze." In lui si esprime il proposito di dare ragione e nome a tutto il dolore che percorre la storia umana. Ma questo proposito si inaridisce e trova il proprio limite strutturale nel sospetto di "impostura" artistica e discorsiva che attraversa il romanzo e si esprime nella domanda: "E possible ancora la scansione, l'ordine, il racconto?" (64) A monte di questa drammatica domanda sta l'apprezzamento del poema mai detto e mai scritto, l'attrazione per l'afasia, il silenzio o l'urlo disumano come "poesia piu vera" (164).

E questa la situazione in cui si muove anche il protagonista de Lo spasimo di Palermo (1998), Gioacchino Martinez, scrittore in crisi che si trova sempre piu perplesso e sgomento di fronte al gesto della scrittura:
 Aveva tentato infinite volte la scrittura, lettere memorie
 resoconti, ma l'orrore nasceva puntuale per quell'ordine
 assurdo, quel raggelare la ferita, quella codificazione
 miserevole dell'assenza prima e poi assoluta, dell'improvviso
 vuoto, dello sgomento fisso. (53)


Questi ragionamenti sulla scrittura, piuttosto che ridursi a puro gesto autoriflessivo e solipsistico, rappresentano la linfa profonda che collega la riflessione di Consolo nella trilogia romanzesca rappresentata dal Sorriso dell'ignoto marinaio, Nottetempo, casa per casa e Lo spasimo di Palermo. Come accade in Primo Levi, Italo Calvino e nei maggiori scrittori del Novecento, Consolo inserisce nell'orizzonte della scrittura letteraria la presenza di un soggetto filosofico che riflette sulla propria attivita, nel tentativo di comprenderne l'orizzonte e il senso. Accade cosi chela domanda sulla possibilita del racconto e della scrittura e la parallela aspirazione a dare una testimonianza vera dei processi storici possono trovare espressione non tanto nella dissoluzione della forma e della soggettivith, ma nel "vuoto della forma" e nella decisione in base alia quale il soggetto filosofico trova nella contingenza della propria vita il proprio modo di abitare la verith (Lollini).

Di qui viene la tensione autobiografica che percorre la scrittura di Consolo, il suo sentirsi parte dei processi in corso, il suo ramificarsi nelle lingue, nei dialetti, nella dimensione barocca di una prosa che aspira continuamente a trasfigurarsi in poesia e si radica nel profondo della tradizione mediterranea, da cui emergono ancora potenti immagini e inquietanti metafore della vita umana. Di qui anche la tensione etica che si trova nei suoi romanzi e si esprime in un soggetto che rifiuta Falternativa romantica, studiata da Auden, tra la scelta di vita assolutamente personale (rappresentata dai simboli del mare e del deserto romantici) da una parte, e l'annichilimento della personalith e la dissoluzione della comunith in folla anonima dall'altra (Auden). I1 soggetto etico di cui i romanzi di Consolo si fanno portavoce rompe con questa alternativa romantica e insiste sull'importanza di una riflessione sui limiti stessi della scrittura, che poi sono i limiti della civilta, nel tentativo di apprezzare e definire i contorni di una cultura della finitudine umana.

Le metafore del disastro

L'accostamento di Vincenzo Consolo e Primo Levi avviato nei paragraft precedenti non e casuale. Ritengo infatti che proprio Primo Levi ne La tregua ci abbia dato un esempio significativo della scomparsa del nostos nella letteratura contemporanea. Nel viaggio di ritorno di Levi dal campo di concentramento di Auschwitz viene meno il passaggio attraverso il mare, poiche il cammino della civilta occidentale si e sempre piu allontanato dal Mediterraneo, pur non perdendo quello che Giambattista Vico chiamava "barbarismo della ragione," la maledizione tecnologica della cultura nata sulle rive di quel mare. Dopo essere sopravvissuto agli orrori del Campo Levi deve attraversare buona parte dell'Europa orientale prima di poter raggiungere la sua Itaca, dove (come l'Ulisse di Consolo) scoprira che il lungo cammino percorso non lo ha liberato dalla pena e dall'angoscia nate dall'esperienza distruttiva vissuta.

Durante il viaggio di ritorno a questi sentimenti di pena ansiosa si accompagnano al senso di colpa e di vergogna per essere sopravvissuto mentre altri, a milioni, sono morti, sommersi nel Campo. Questi sentimenti inquietanti si coagulano nella metafora fondamentale del libro, la metafora del "vento alto" come simbolo del caos distruttivo e primigenio, di una condizione vitale in cui l'individuo ha la percezione che la natura sia come impazzita e sfuggita al controllo umano.

La metafora del "vento alto" svolge ne La tregua una funzione analoga a quella svolta dall'" olivastro" nel testo di Consolo che si intitola appunto L'olivo e l'olivastro. Consolo prende questa metafora da Omero che in un verso dell'Odissea (V: 477) descrive Ulisse nascosto sotto un cespuglio con due tronchi, uno di olivo e uno di olivastro. Quest' ultimo rappresenta l'olivo selvatico, non coltivato. Mentre in Ulisse l'olivo e l'olivastro, la natura e la cultura sembrano completarsi a vicenda, l'Odisseo moderno non puo che constatare una dissociazione dei due elementi e l'invasione del campo da parte di forze barbariche, contrarie alia cultura umana, come il "vento alto" di Primo Levi e l'olivastro di Consolo. La centralita della metafora del "vento alto" ne La tregua emerge nel capitolo terzo, quando Levi descrive il suo incontro con Mordo Nahum:
 Non posso dire di ricordare esattamente come e quando il mio greco
 scaturi dal nulla. In quei giorni e in quei luoghi, poco dopo il
 passaggio del fronte, un vento alto spirava sulla faccia della
 terra: il mondo intorno a noi sembrava tornato al Caos primigenio,
 e brulicava di esemplari umani scaleni, difettivi, abnormi; e
 ciascuno di essi si agitava in moil ciechi o deliberati, in ricerca
 affannosa della propria sede, della propria sfera, come
 poeticamente si narra delle particelle dei quattro elementi nelle
 cosmogonie degli antichi. (I: 226; mia l'enfasi)


In maniera significativa la stessa metafora ritorna alia fine, nell'ultima pagina del libro in cui si spiega perche il viaggio di ritorno non e stato ne poteva essere un viaggio liberatorio:
 ... non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi,
 un sogno pieno di spavento. E un sogno entro un altro sogno, vario
 nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la
 famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un
 ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione
 e di pena; eppure provo un' angoscia sottile e profonda, la
 sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al
 procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo
 diverso, tutto cade o si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti,
 le persone e l'angoscia si fa piu intensa e piu precisa. Tutto e ora
 volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido,
 ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo
 sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all'infuori
 del Lager. Il resto era breve vacanza, o l'inganno dei sensi, sogno:
 la famiglia, la natura in fiore, la casa. (I: 395; mia l'enfasi)


Alla fine del lungo e avventuroso cammino che, come buona parte della narrativa di viaggio ha come modello appunto l'Odissea di Omero, Levi deve constatare di non essere riuscito ad allontanarsi dal Campo e che anche nella sua Itaca la memoria del Lager ritorna ossessiva e implacabile:
 Ora questo sogno interno, il sogno di pace, e finito, e nel sogno
 esterno, che procede gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una
 sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E il comando
 dell'alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa:
 alzarsi, "Wstavac." (ibi)


Si tratta di una memoria traumatica che Levi portera sempre con se, fino alla fine, fino all' ultimo messaggio, al testamento spirituale espresso nel saggio intitolato in maniera significativa I sommersi e i salvati (1986).

In questo ultimo saggio la metafora centrale diventa quella della "zona grigia," che intende esprimere la pericolosa e temibile ambiguita dell'animo umano incapace, anche in condizioni di vita normali, nella societa industriale e tecnologica del nostro tempo, di resistere al male e di affermare in maniera risoluta la giustizia sulla terra:
 Da molti segni pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio
 che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori,
 e di farlo con mano piu leggera, e con spirito meno torbido, di
 quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica
 schematica puo sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo e mai,
 e costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due
 qualita ad un tempo), che e indispensabile conoscere se vogliamo
 conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre
 anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o
 se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in
 un grande stabilimento industriale. (II: 1020)


Come l'Ulisse di Consolo, Levi deve riconoscere che Itaca non esiste o che essa coincide con Troia, con la condizione della guerra e della distruzione. "Guerra e sempre," proclama Mordo Nahum, il "greco," uno dei compagni di viaggio di Levi rappresentato ne La tregua, a cui si sentiva vicino "per essere i soli due mediterranei del piccolo gruppo" (I: 242 e 228). Levi era in realta molto diverso da questo personaggio, ma ritiene memorabili le sue parole, proprio perche contraddicono la sua opinione ingenua che la guerra fosse finita e che il Lager fosse una "laida anomalia" nella storia privata e collettiva. Le parole di Mordo Nahum per Levi sono memorabili perche rivelano la vanith di un taglio netto tra passato e presente, tra bene e male, aiutano a capire come la violenza distruttiva sofferta nel Lager si sia estesa e prolungata, contagiando in maniera ancora piu drammatica la gia compromessa civilta europea.

Testimonianza e alterita
 Non riconosci la terra da cui eri partito. Chi sia, domandano,
 il reduce avvolto nella nebbia, nascosto dietro la vizza maschera
 del viso, privo di doni, di bottino. (Lo spasimo di Palermo 101)


Le vicende storiche piu recenti, dalla guerra nella ex-Jugoslavia agli attuali conflitti in Afghanistan e Iraq, non fanno che confermare le tendenze remote della storia Europea nell'era della globalizzazione. L'attraversamento del mare finisce per dar luogo anche oggi al conflitto armato e alla fondazione di un ordine mondiale fondato sulla forza e sul mancato riconoscimento dei valori positivi insiti nella diversith culturale. E significativo che l'operazione bellica che ha portato all'ulteriore distruzione dell'Afghanistan gia stremato dalla poverta e dalla guerra pluridecennale sia stata chiamata "Giustizia infinita." In quell' aggettivo e da riconoscere un orientamento antico della civilta occidentale nata sulle sponde del mare greco.

Ancora una volta il mare non appare un luogo di incontro e di comunicazione, ma di conflitto e di conquista che oggi assumono dimensioni planetarie. L'era attuale e stata preparata dalle rivoluzioni scientifiche e spaziali del diciassettesimo secolo. Sul piano scientifico, come ha scritto Koire si e passati dal mondo cosmico e chiuso della scienza antica aristotelica e tomistico-medievale all'universo infinito della scienza moderna, introdotta dal canocchiale di Galileo. La metafora geometrica e spaziale serve a introdurre la grande rivoluzione della concezione della spazio di cui ha parlato Carl Schmitt che vede in questo secolo e nelle scoperte geografiche che lo hanno preparato l'affermarsi di una dimensione "oceanica" della storia universale, con un'enorme dilatazione dello spazio, fattosi infinito e "vuoto." Schmitt parla del passaggio dal nomos della terra fondato sulla condizione continentale europea e caratterizzato dal carattere locale dei conflitti al nomos del mare, in cui predomina l'infinito, dell'incondizionato, il movimento e la volonta di potenza, la guerra totale e lo spirito della tecnica senza piu limiti. Il mare di cui parla Schmitt non e piu il Mediterraneo, ma l'Oceano che e il vero protagonista della rivoluzione spaziale moderna e serve per comprendere la dimensione mediterranea in un orizzonte piu vasto e attuale. Schmitt vedeva nella condizione insulare dell'Inghilterra (e a suo modo degli Staff Uniti) il simbolo di questa rivoluzione spaziale alle origini della modernita (Schmitt).

Sono fenomeni ancora in corso che si manifestano nei conflitti sempre piu numerosi e incontrollati. Consolo-Odisseo moderno continua i suoi viaggi nel Mediterraneo per portare testimonianza di questi processi violenti in toni che a tratti si fanno apocalittici e profetici. In questa prospettiva si collocano gli scritti giornalistici usciti negli ultimi anni sul Corriere della sera o l'Espresso. Tra questi ultimi spiccano "Viaggio a Sarajevo" e "Viaggio in Israele/Palestina del PIE." Nel primo testo Consolo racconta di un viaggio fatto con altri scrittori italiani per testimoniare la guerra sanguinosa della ex Jugoslavia. (12) Ritroviamo qui il paesaggio di rovine e distruzione che hanno colpito soprattutto Sarajevo, una citta un tempo civile e fiorente nella tolleranza religiosa ed etnica. La testimonianza di Consolo insiste sulle atrocita commesse da uomini ormai privi di ragione e ridotti a natura, tanto che l'immagine di Sarajevo devastata dalla violenza umana a suoi occhi assomiglia alle immagini di Assisi colpita da un terribile terremoto nei giorni in cui egli si trovava a Sarajevo.

Il "Viaggio in Israele/Palestina del PIE" descrive la visita fatta nel marzo del 2002 nella "terra martoriata" del conflitto tra Israeliani e Palestinesi. Consolo faceva parte di una delegazione internazionale di scrittori che avevano deciso di portare un messaggio di pace agli intellettuali e agli uomini politici israeliani e palestinesi. Il tono di Consolo e fermo nella condanna della violenza e dell'ingiustizia, e drammatico nel denunciare la difficolta a trovare un senso alle notizie angoscianti che vengono ogni giorno da questa regione insanguinata del Mediterraneo:
 E qui al sicuro, nel mio Paese, appena tomato dal viaggio in
 Israele/Palestina ... sento l'inutilita di ogni parola, la
 sproporzione tra questo mio dovere di scrivere, di testimoniare
 della realta che abbiamo visto. Delle persone che abbiamo
 incontrato, e la grande tragedia che si sta svolgendo laggiu.


Anche in "questa terra che chiamano santa" Consolo porta testimonianza della pieta e dell'elaborazione umana del lutto, riconoscendo qui come nel Sud dell'Italia 'Tantica cermonia funebre mediterranea, quella che Ernesto De Martino ha illustrato in Morte e pianto rituale." Il viaggio di Consolo in Israele e Palestina assume i caratteri della discesa nell'Ade dell'Odisseo moderno: la drammatica elaborazione del lutto di cui porta testimonianza sembra essere ancora l'unica maniera in cui poter dare un senso alia guerra e alla morte quotidiana sulle sponde del Mediterraneo.

In questo ambito di scritti tra testimonianza e profezia occorre ricordare anche il "Memoriale di Basilio Archita" (Consolo, Le pietre di Pantalica 183-91), un breve racconto-saggio dove lo scrittore testimonia di un'altra tragedia che insanguina il Mediterraneo nei nostri giorni. Si tratta del racconto della morte violenta di un gruppo di africani che imbarcatisi clandestinamente su una nave greca sono poi gettati in mare e divorati dai pescecani. La tragedia dei clandestini che muoiono nel tentativo disperato di attraversare il mare per sfuggire ad un destino di fame e poverta non aveva ancora assunto le dimensioni attuali quando Consolo scrive questo testo. Le sue parole assumono qui un ruolo veramente profetico nel mostrare il livello di degenerazione raggiunto dalla civilta greca e mediterranea. I versi del poeta greco Kavafis recitati dal vicecomandante della nave greca non fanno che confermare la decadenza di una cultura priva di un senso di responsabilita o di una visione etica e civile della convivenza umana. Si tratta di una cultura ormai incapace di riconoscere se stessa. La voce narrante del racconto, e quella di Basilio Archita un giovane sfruttato a bordo della nave greca che pure esprime un elementare senso di solidarieta con le vittime. Tuttavia egli non e affatto consapevole dell'origine greca del suo nome e trova un senso di identita unicamente nell'abbigliamento offerto dal consumismo di massa.

In questa situazione per tanti aspetti distruttiva risulta veramente preoccupante il venir meno di un vigile senso critico nella cultura contemporaneo come si vede nell'accettazione sempre piu passiva dei fenomeni distruttivi in corso, e nel consenso diffuso che hanno incontrato in occidente le parole d'ordine di guerra dopo gli eventi del terribile il settembre 2001. Minoranze sempre piu esigue si oppongono con la forza della ragione a questo stato di cose dove la violenza del terrorismo e quella degli stati belligeranti non sembra aver piu limiti. Questa situazione ci aiuta oggi a capire il senso profondo delle opere di scrittori come Levi e Consolo che hanno denunciato il carattere pervasivo della maledizione tecnologica e del contagio della violenza distruttiva che domina la storia dell'Occidente. Proprio in questa testimonianza consiste l'attualith e la forza del loro messaggio non tanto nell'adesione al pensiero dell'erranza e dell'esilio che pure e presente nei loro scritti.

Questi scrittori hanno compreso che l'erranza e l'esilio non sono una scelta, ma una condizione dell'Odisseo moderno, una condizione piena di dolore in cui non ce posto per nessuna forma di fuga o di autocompiacimento. Scrive Consolo: "noi oggi, esuli, erranti, non aneliamo che a ritornare ad Itaca, a ritrovare l'olivo. Lo scacco consiste nel fatto che sull'olivo ha prevalso l'olivastro, l'olivo selvatico" (Consolo, Di qua dal faro 270). Quale senso puo ancora avere la parola esilio in un contesto dove non appare piu possibile riconoscere la propria patria? E lo stesso processo dell'incivilimento e della cultura ad essere messo in questione da meccanismi che esso stesso ha posto in essere. Piuttosto che insistere su una nozione di esilio che risulta per tanti aspetti ambigua e inadeguata pare opportuno sottolineare la presenza delle domande radicali che percorrono la scrittura di Consolo. Sono domande che coinvolgono il destino stesso della civilta mediterranea e costituiscono il nutrimento profondo dell'impegno dello scrittore e della sua volonta di testimonianza.

Lo scrittore-viaggiatore moderno riconosce in queste domande una possibilita di apertura fondata sul rifiuto di un senso rigido di appartenenza o di una forte identith ed insiste sugli intrecci profondi e diversificati che compongono la cultura del Mediterraneo. L'Odisseo moderno vede insomma il carattere ibrido e molteplice della cultura e della soggettivita umana; ma rimane consapevole che il mondo delle possibilita future appare intriso della violenza della storia passata e presente, una violenza pervasiva che non consente in realta alcuna condizione di vero esilio, nemmeno di tipo metafisico. Vincenzo Consolo come Primo Levi e consapevole che anche la mano che scrive appare percorsa dalla violenza dell'origine della civilta che ha contribuito a far nascere. E proprio da questo riconoscimento viene l'apprezzamento dell'altro e dell'alterita di cui la scrittura puo esplorare solo i contorni. Di qui viene anche la consapevolezza che il senso della misura, oggi drammaticamente necessario per affrontare la distruzione in corso nella civilta occidentale, puo venire solo da una profonda comprensione della finitudine umana, accettata senza rimorsi e senza rimpianti se non per le rovine, i caduti, i vinti e i morti che non possono piu parlare.

NOTE

(1) Della Weil the considera la guerra come "il principale motore della vita sociale" (Quaderni 1: 189), si veda il fondamentale saggio "L'Iliade poema della forza" (Weil 10-41). Cfr. anche la raccolta di saggi Sulla guerra. Hannah Arendt indica l'esistenza di un rapporto strutturale tra polemos e polis. Sostiene the la violenza e la guerra di per se non sono politiche ma fondano tuttavia la politica. Si veda la raccolta di saggi Arendt tradotia in italiano con il titolo Politica e menzogna (Milano: SugarCo, 1985). Su tutta la questione si veda Esposito.

(2) Su questo aspetto si veda Boitani che intende Ulisse come "figura" o umbra nel senso di Auerbach.

(3) Su questo punio, si veda Gentiloni. Put criticando l'impostazione schematica di Levinas Gentiloni sottolinea le differenze tra Ulisse e Abramo e indica nel cerchio la metafora della cultura greca e nella freccia quella della cultura ebraica, la logica contro il suo superamento (121).

(4) Ernesto de Martino ha mostrato l'esistenza di una modalita mediterranea del lamento funebre a partite da uno studio sul pianio rituale delle donne lucane. Cfr. De Martino. La prima edizione del saggio e del 1958.

(5) Adonis sostiene the la modernita non e specifica di un paese o di un popolo. Il suo aspetto universale consiste nello sviluppo scientifico che non si puo evitare. Adonis sostiene una visione creativa della modernita e conclude: ." .. the questions 'What is knowledge?', 'What is truth?', 'What is poetry?' remain open, ... knowledge is never complete and truth is a continuing search" (Adonis, An Introduction to Arab Poetics 101).

(6) Per certi aspetti un'attenzione analoga si trova girl in Pirandello, si veda quanto strive Assunta DeCrescenzo in un saggio che analizza soprattuto le poesie giovanili e le novelle di Pirandello.

(7) Vittorio Spinazzola ha studiato receniemente in questa chiave Vitiorini, Pavese, Meneghello e Satta. Per questi scrittori il mito di Ulisse raccontalo nell'Odissea diventa un modello letterario di un "romanzo del rilomo" in cui il prolagonista dopo aver vissuto un'infanzia paesana a contatto con una cultura contadina arcaica, e dopo aver vissuto la sua giovinezza nella citta industriale moderna, ritorna alla propria patria di origine. In realta questi ulissidi finiscono per riflutare la patria agognata con il suo arcaismo e decidono di tornare alla citta e al mondo moderno.

(8) Si veda a questo proposito la raccolta di Di qua dalfaro, dove la Sicilia viene studiata al centro della cultura mediterranea mettendo in risalto tra l'altro il legame prorondo the la unisce alla cultura araba.

(9) Sul sentimento di colpa tipico dei veterani combattenti e dei sopravvissuti esiste una vasta letteratura. Come ha sottolineato Shay questo sentimento e percepibile girl negli eroi omerici, in particolare in Achille di fronte alla morte di Patroclo. Sul sentimento di colpa dei sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti rimangono fondamentali le opere di Primo Levi.

(10) "La distruzione di Siracusa" e anche il titolo di un capitolo tratto da L'olivo e l'olivastro the Consolo ha pubblicato in un libro dedicato alla rappresentazione del Mediterraneo nella cultura italiana, cfr. Consolo e Cassano.

(11) Si veda a questo proposito il saggio "Lo spazio in letteratura" (Consolo, Di qua dal faro 263-70).

(12) Il viaggio era parte di un progetto intitolato "Roma/Sarajevo Scrittori contro la guerra."

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MASSIMO LOLLINI

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Article Details
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Author:Lollini, Massimo
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Mar 22, 2005
Words:8356
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