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Il riscatto di una vittima: l'episodio di Laocoonte (Verg. Aen. 2, 40-56; 199-233).

La vittona, quand'e secondo il progresso, menta l'applauso dei popoli, ma una disfatta eroica menta la loro commozione: luna e magnifica, l'altra e sublime: per noi, che preferianlo il martirio al successo, John Brown e piu grande di Washington e Pisacane piu grande di Garibaldi. Bisogna pur che qualcuno parteggi per i vinti, e si e ingiusti perquesti grandi che vanno tentando l'avvenire.

(V. Hugo, I Miserabili)

Gli uomini hanno sempre sentito un'affnita con gli sconftti troiani, piuttosto che con i vittoriosi greci. Questo, forse, perche ce una dignita nella sconftta che diffcilmente appartiene alia vittoria.

(J. L. Borges, L'invenzione delia poesia. Le lezioni americane)

Premessa. Non e mai il caso di giungere a conclusioni definitive quando si parla di un autore come Virgilio. Ogni momento attraversato dalla critica ha portato ad una nuova lettura della sua opera e, se le interpretazioni dei suoi versi sono state nel corso dei secoli varie e numerose, ora come non mai e opportuno continuare a leggerlo con l'aiuto di strumenti di lavoro sempre piu completi e ricchi che potrebbero aiutare a sciogliere alcune delle aporie, che hanno tormentate il percorso di lettura della critica passata (1). Se si considera, ad esempio, l'episodio di Laocoonte, nonostante la imponente mole di fonti, soprattutto di ambito mitologico, di cui Virgilio disponeva, un apporto sostanziale alia sua analisi puo venire dal materiale iconografico, grazie al quale si puo approdare ad una comprensione piu completa delle scelte lessicali e contestuali del poeta. Nel caso di Laocoonle, la ricostruzione della sua vicenda mitologica e ben piu chiara se si mettono a confronto le fonti letterarie, da Bacchilide a Solocle, da Licofrone a Euforione e alio ps. Apollodoro, con le pitture vascolari e parietali anteriori e posteriori (2). Quello tra archeologia e filologia si rivela un incontro felice (3), che puo essere in grado di fornire una strategia utile per un nuovo modo di commentare, senza perdere di vista la centralita del testo e con essa l'importanza dell'analisi formale e stilistica (4).

1. Come ben noto, nel racconto di Enea a Didone i Greci, incapaci di espugnare Troia dopo tanti anni di guerra, fingono di tomare in patria, lasciando sul lido un enorme cavallo di legno, nel quale, all'insaputa dei Troiani, sono rinchiusi i valorosi guerrieri Achei. I Troiani credono realmente alia partenza dei nemici, che, invece, si sono nascosti nell'isola di Tenedo, ed escono festanti sul lido ormai sgombro, attratti anche dalla presenza dell'imponente cavallo. In merito alia sua destinazione, i pareri dei Troiani sono discordo Timete esorta di tirarlo dentro le mura e di collocarlo nella rocca, Capi, al contrario, propone di gettare in mare il mostro di legno oppure di incendiarlo dopo averio perlustrato au'interno. (5) Il confi'onto tra Timete e Capi, al v. 39 (scinditur incertum stuclia in contraria uolgus), prepara il successive contrasto tra Laocoonte e Sinone; (6) a favore di Capi si schiera Laocoonte, il cui ingresso e quasi teatrale. Il principe troiano entra in scena, accompagnato da una cospicua folla, e inveisce contro il popolo troiano con lo stesso pathos di chi e osservato da spettatori esterni: le sue parole tuonanti e l'ardore dei suoi gesti hanno caratteristiche a meta tra l'oratoria e il dramma. L'Ich-Erzahlung di Enea subisce un'improwisa e infiammata accelerazione con l'arrivo precipitoso di Laocoonte, che col suo appassionato discorso accusa i compagni di follia per aver solo pensato di prestar fiducia a un dono che viene dai Greci, bugiardi e ingannatori (vv. 40-44). Laocoonte cerca di convincere il suo popolo che all'intemo del cavallo si nascondono gli Achei e che l'apparente dono votivo, in realta e un'offerta di morte per i Troiani (vv. 45-49): il cavallo e una macchina da guerra fabbricata per spiare le dimore troiane e per consentire agli Achei di piombare dall'alto delia sua mole sulle mura delia citta. Per awalorare le sue profezie egli scaglia impulsivamente una lancia contro il cavallo, il cui ventre emette un suono sordo e lugubre. Enea conclude il ricordo del disperato ma vano tentativo di Laocoonte con una commossa apostrofe a Troia, che non sarebbe perita se i Troiani avessero saputo leggere il vero nelle parole di un saggio e nobile esponente delia citta, e se il fato, entita ineluttabile, non ne avesse ormai decretato la fine (vv. 50-56).

vv. 40-44
   Primus ibi ante omnis, magna comitante caterua, Laocoon ardens
   summa decurrit ab arce et procul: 'o miseri, quae tanta insania,
   ciues? creditis auectos hostis? aut ulla putatis dona carere dolis
   Danaum? Sic notus Vlixes? (7)


Nel nesso pleonastico primus ... ante omnis, che non e raro in Virgilio (cf. v. 370; 540; 833; 12, 448), a primus, predicativo del soggetto, si contrappone il collettivo omnis, che legato alia preposizione ante definisce il significato di primus, in ordine di precedenza, davanti alia folla che lo accompagna. Nel suo significato corale omnis non e isolato, ma si awale anche della presenza dell'ablativo assoluto magna comitante caterua (8), i cui ultimi due termini sono in forte allitterazione assonantica; Virgilio la riproporra nel v. 370 (primus se Danaum magna comitante caterua), ricalcando sia il lessico sia la struttura, per introdurre sulla scena il giovane guerriero greco Androgeo, a capo di una schiera di uomini armati. La folia disordinata e scomposta e magna e l'epiteto sta ad indicare la vastita del numero dei comites, uniti come il coro di una tragedia ad un immaginario coro capo, Laocoonte. Degna di nota e la studiata collocazione delle parole che isolano in posizione di rilievo il soggetto, Laocoon. Il suo ingresso e solenne e impetuoso, come specifica ardens (9): si tratta di un epiteto piu volte utilizzato da Virgilio nel suo senso assoluto per indicare un moto dell'animo provocato da una forte emozione che, in questo caso, si identifica con la smania di intervenire sulla scena, quasi a voler presentare simbolicamente una prima immagine del fuoco, tra le tante che compariranno nel secondo libro (10). L'idea della frenesia nell'atteggiamento di Laocoonte e rafforzata da decurrit, in cui il prefisso de-sta pro-priamente a sottolineare I'immcdialczza temporale dell'azione e il punto da cui essa muove fino a raggiungere l'obiettivo (11). La discesa repentina di Laocoonte verso il lido e spiegata, oltre che dal preverbio che denota il significato precipuo di curro, dalla clausola ab arce: la rocca di Priamo, da cui Laocoonte ha intrapreso il suo tragitto per soccorrere gli ingenui Troiani, si staglia in lontananza grazie all'epiteto (alta).

La vocazione di protettore del popolo che connota Laocoonte e etimologicamente spiegata dal suo nome (laos, 'popolo' e koao, 'hado', quindi 'colui che bada al popolo') (12), anche se egli, letto come personaggio tragico, a dispetto del nome fallisce sempre nel suo scopo: prima come premonitore delia sorte awersa di Troia, in seguito come sacerdote chiamato a sorte da Nettuno a sacrificare un toro (vv. 201 sgg.). Qui l'urgenza di Laocoonte e tale da indurlo ad apostrofare i Troiani da lontano senza attendere il momento in cui li raggiungera.

Ha inizio cosi il suo discorso, con una serie di interrogative che hanno il sapore di una fervida actio in tutte le sue componenti, dal tono della voce all'intensita del gesto e alia concitazione dei movimenti dell'oratore. L'arte retorica di Laocoonte e vigorosa, decisa, spontanea come quella degli oratori del primo periodo repubblicano, tanto che, come ha messo in rilievo Lynch (13), l'attacco del discorso del principe troiano puo essere comparato ad un frammento del De falsis pugnis di Catone (14). La sua preghiera ha un ritmo incalzante, sorretto da una nutrita serie di interrogative che ne ripetono e chiariscono il tono diretto, seppur patetico (15), e che awicina Laocoonte alia descrizione che fa Cicerone dell'oratoria di Catone nel Brutus (16).

Nel v. 42 i Troiani vengono definiti miseri: messo in risalto dall'iperbato nei confronti di dives, l'epiteto e da intendere in un senso non lontano da quello di stultus e ineptus (17), perche designa chi e in preda alia follia: Yinsania, infatti, ha il ruolo di soggetto della prima interrogativa diretta con ellissi del verbo (quae tanta insania) (18). Nei vv. 42-44 l'accumulazione di interrogative serve a sottolineare da un lato la falsa credenza dei Troiani (creditis), convinti che i Greci siano ormai salpati, dall'altro l'illusione (putatis) che i doni lasciati da chi e di stirpe achea possano essere privi di inganno: lo mette bene in rilievo ulla, che fa capire come neanche un dono dei Greci sia tale. I due uerba putancli (creditis e putatis) aprono e chiudono il verso a cornice: il primo kolon del verso racchiude la locuzione auectos hostis e rinvia all'opinione che fra i Troiani si e diffusa in merito a un'illusoria partenza dei Greci, mentre nel secondo putatis e preceduto dalla congiunzione aut, che non introduce un'alternativa reale, ma piuttosto vuole aggiungere un nuovo argomento a sostegno del primo (19).

Nel v. 44 l'allitterazione dona ... dolis Danaum enfatizza il legame tra l'inganno e il dono dei Danai, quasi a volerli inscindibilmente unire in un rapporto di affinita. La febbrile ripetizione di domande continua nello stesso verso con una sentenziosa interrogativa con ellissi del verbo, che fa di Ulisse il paradigma per antonomasia dell'inganno (sic notus Vlixes?); essa dive nit proverbiale a tal punto da essere riproposta dall'incolto Trimalchione nel corso della sua cena (20).

vv. 45-49
   aut hoc inclusi ligno occultantur Achiui, aut haec in nostros
   fabricata est machina muros inspectora domos uenturaque desuper
   urbi, aut aliquis latet error: equo ne credite, Teucri. Quidquid id
   est, timeo Danaos et dona ferentis.'


Il discorso di Laocoonte si fa sempre piu concitato, come mostra l'ossessiva ripresa in inizio di esametro di aut per introdurre una serie di ipotesi, che, come nel primo caso, non si escludono a vicenda, ma rinviano tutte al motivo dell'inganno. Nei vv. 45-46 aut hoc ... / aut haec sono legati da anafora e poliptoto, mentre il martellante ritmo spondaico conferisce al verso una intensa drammaticita, in carattere con la gravita degli argomenti. Con hoc ... ligno Laocoonte non si limita a specificare il materiale con cui e stato fabbricato il cavallo; il deittico, infatti, ci consente di scorgere il gesto con cui lo indica ai Troiani (21). La prima ipotesi di Laocoonte e che gli Achei siano ben nascosti alTintemo del cavallo: cio starebbe a significare che il cavallo e un rifugio sicuro e impenetrabile. La seconda (v. 46) e che si tratti di una macchina da guerra (22), forgiata per distruggere le mura di Troia; la gravita di tale affermazione e enfatizzata daH'allitterazione in clausola machina muros, che probabilmente riprende un verso enniano (23). II cavallo e stato fabbricato nelle sue enormi fattezze perche sia in grado di inspicere, cioe di guardare con attenzione all'interno, di perlustrare per poi colpire a sorpresa. I participi futuri (v. 47 inspectura ... uenturaque), che conferiscono un'idea di inevitabilita all'evento, sono seguiti dal nesso desuper urbi, che da l'idea di una minaccia che incombe dall'alto sulla citta. 11 terzo aut conclude la serie di ipotesi di Laocoonte, con latet che riprende il motivo del nascondiglio, insieme al tema dell'inganno, attenuato per metonimia da un termine generico quale error, che secondo Servio ad loe. e equiparato a dolus. Conclusa la serie di interrogative, Laocoonte pronuncia le sue ultime, disperate parole, che suonano perentorie: equo ne credite, Teucri, con ne credite che si oppone a creditis del v. 43, chiude ad anello il discorso collegando la fine con l'inizio; mentre equo specifica il generico hoc ligno del v. 45, Teucri riprende l'iniziale dues del v. 42 contrapponendolo a Danaos del verso seguente.

Le ultime battute perdono la veemenza iniziale e appaiono sommarie rispetto all'intensita ripetitiva delle interrogative. Quidquid id est, formula lucreziana (24), riassume le ipotesi di un Laocoonte ormai spossato dall'energica esortazione, e il suo senso di sconforto e messo in luce dalle parole che mostrano, insieme al timore per le conseguenze del dono, la sua paura mista a disprezzo per un popolo, quello greco, di cui neppure dei doni che puo elargire ci si puo fidare (quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentis).

vv. 50-56
   sic fatus ualidis ingentem uiribus hastam in latus inque feri
   curuam compagibus aluum contorsit. Stetit illa tremens, uteroque
   recusso insonuere cauae gemitumque dedere cauernae. Et, si fata
   deum, si mens non laeua fuisset, impulerat ferro Argolicas foedare
   latebras, Troiaque nunc staret, Priamique arx alta maneres.


Dopo aver parlato, Laocoonte scaglia con tutte le sue forze la lancia contro il ventre del cavallo, provocando un suono lugubre.

Sic fatus al v. 50 e un'espressione formulare, seguita da una accorta collocazione binaria di aggettivi e sostantivi, in cui ualidis e allitterante con uiribus. La collocazione degli epiteti mette in immediato risalto l'imponenza dell'asta e il vigore di Laocoonte nello scagliarla. L'iniziale ritmo dattilico del v. 51 da l'idea delia velocita con cui l'asta viene scagliata nel ventre del cavallo (aluum ... feri), che assume il carattere di una bestia selvaggia per la presenza del genitivo feri. Nei vv. 51-52, caratterizzati da un'allitterazione trimembre (curuam compagibus ... contorsit), il preverbio in contorsit (25) unisce all'idea della torsione quella del lancio con tutto il vigore possibile. L' enjambement' vuole far risaltare il momento in cui Laocoonte raduna tutte le forze di cui dispone, perche il suo lancio abbia la massima efficacia. Stetit ... tremens concilia con un inedito ossimoro l'idea della fissita dell'asta che si conficca nel ventre del cavallo con quella sua vibrazione una volta raggiunto il bersaglio: ma, al tempo stesso, tremere comunica il senso metaforico del tremare per la paura. Vtero, che ripropone la sfera semantica del "partorire", varia aluum, mentre recusso e un neologismo virgiliano, ripreso con lo stesso significato (26) solo nella poesia epica di Valerio Flacco (27) e di Stazio (28), che secondo Servio ad loc. ha lo stesso valore semantico di concusso. Inserito nella medesima compagine sintattica in cui si trovano cauae e cauernae, utero rinvia sia a cauas uteri et ... latebras del v. 38 sia aliagradatio creata dalla successione di lateri, cauernas, uterum nei vv. 19-20. Il nesso cauae... cauernae (29) da luogo a un iperbato allitterante e assonante, in cui aggettivo e sostantivo si richiamano anche a causa della comune radice. Il gesto di Laocoonte ha provocato un rimbombo cupo (insonuere) e un gemito lugubre (gemitumque dedere): in tal modo Virgilio fa apparire l'oggetto colpito simile a un essere vivente e capace di provare le sue stesse sensazioni. Il cavallo, d'altronde, non e solo un contenitore inanimato, ma possiede all'interno la vita dei piu valorosi condottieri Achei.

Nel v. 54 sono presentate entrambe le cause che concorrono alia caduta di Troia; da un lato il volere dei fati che dipende dagli dei (fata deum), dall'altro la stessa disposizione d'animo da parte dei Troiani: la mens e definita laeua, cioe "sfavorevole", "mal ispirata" (30). La congiunzione et introduce la considerazione di Enea, che interrompe la sua narrazione con un periodo ipotetico deH'irrealta, che unisce due soggetti diversi: il primo si riferisce agli dei, il secondo agli uomini (si fata ... si mens). Enea spiega con rammarico quello che sarebbe potuto accadere, ma che invece non e accaduto perche al destino divino si e aggiunta la volonta umana: il passaggio dal piuccheperfetto congiuntivo fuisset al piuccheperfetto indicativo impulerat sta a significare anche lo stacco tra il desiderio irrealizzato e la cruda realta. Laocoonte, scagliando la lancia contro il cavai I o, in realta era riuscito a dimostrare quello che voleva, owero che all'intemo della machina erano nascosti in anni i piu valorosi Achei. Erano stati i Troiani imprudenti a non capire il suo gesto e ad awalorare, quindi, inconsapevolmente un destino gia scritto e voluto dagli dei. Il sostantivo latebra, normalmente associato a tenebrae (31), racchiude in se sia l'idea del luogo nascosto sia quella deH'oscurita che I'avvolge, mentre il patetico foedare ("contaminare", "insozzare" e, come qui, "profanare") ripropone il concetto della sacralita del cavallo. Se tutto cio fosse accaduto, contro la volonta divina e l'atteggiamento comune, se i Troiani avessero seguito Laocoonte, le conseguenze sarebbero state ben altre: invece di una citta distrutta e ormai inesistente, Troia ora si ergerebbe (staret) maestosa come prima e l'alta rocca di Priamo esisterebbe ancora. Nel v. 56 i codici sono concordi nel riportare maneres, ma oscillano, per quanto riguarda staret/stares, mentre la tradizione indiretta e concorde a favore di stares. L'unico dato certo, dunque, e quello delia seconda persona nel verbo conclusivo (maneres): il fatto, pero, che una parte delia tradizione manoscritta faccia seguire alia terza persona staret, la seconda persona maneres induce a ritenere che stares sia una normalizzazione da parte di alcuni codici, accettata di buon grado dalla tradizione indiretta, forse perche permetteva, a detta di Servio a d loc. un omeoteleuto. E molto piu espressivo, pero, che nella chiusa delia sezione, con una climax carica di nostalgia, Enea dapprima rappresenti Troia integra nella sua totalita (staret) e poi si rivolga direttamente con la seconda persona (maneres) a quella arx alta, simbolo non solo della citta ma anche del regale potere di Priamo, che ora non esiste piu.

2. Giungono ora sul lido alcuni pastori troiani, che trascinano un prigioniero greco di nome Sinone; costui si dice perseguitato da Ulisse, per aver tentato di vendicare la morte di Palamede, suo congiunto, che il re di Itaca aveva condannato ingiustamente a morte (32). Il discorso di Sinone e diviso in tre parti (vv. 77-104; 108-144; 154-194), ognuna delle quali e leggermente piu lunga della precedente. A suo dire i Greci, stanchi della guerra, avevano tentato varie volte di far ritorno in patria, ma il loro progetto era stato impedito dalla tempesta, finche l'oracolo di Apollo aveva detto che, come alia partenza per Troia era stato necessario il sacrificio di una vergine (Ifigenia) per placare i venti contrari, cosi ora sarebbe stato indispensabile, per il ritorno in patria, il sacrificio di un'altra vittima greca. Calcante, d'accordo con Ulisse, aveva fatto il nome di Sinone, che pero, quando tutto era pronto per il sacrificio, era riuscito a fuggire, cadendo poi nelle mani di Troiani. Dopo tali parole Sinone viene liberate dalle catene e Priamo inizia ad interrogarlo sul cavallo di legno. Con un ahile discorso, il greco risponde che il cavallo e un dono fatto dai Greci a Minerva, per propiziarsi il favore della dea, indispettita da quando Ulisse e Diomede avevano rapito il Palladio. Il cavallo, continua Sinone, una volta introdotto in citta l'avrebbe resa inespugnabile; i Greci lo avevano costruito di tale mole, proprio perche non potesse passare attra verso le porte della citta. L'inganno e compiuto e i Troiani, convinti dal lungo discorso di Sinone (vv. 77-194) credono alie sue parole.

Una volta che il discorso di Sinone e stato credulo, Laocoonte resta solo, abbandonato da tutti perche ritenuto colpevole di aver violato il dono votivo dei Greci. Uingenuo popolo troiano appare subito ben disposto nei confronti di Sinone, che, al contrario, afilia le armi taglienti delia sua perfida lingua per colpire e sbeffeggiare i Troiani con la piu sottile e malefica arte dissimulatoria.

Nella prima parte dei suo discorso, che ha valore di exordium, possiamo notare le maggiori differenze tra l'oratoria del greco e quella di Laocoonte. Il discorso di Sinone ha inizio con una rassicurante dichiarazione di sincera provenienza (vv. 77-80 'Cuneta equidem tibi, rex, fuerit quodcumque, fatebor/ uera inquit, 'neque me Argolica de gente negabo:/hocprimum; nec, si miserum Fortuna Sinonem/ finxit, uanum etiam mendacemque improba finget).

Egli dichiara senza mentire la sua origine, che non intende rinnegare (v. 78), e i forti legami col padre e con i figli in particolare, che non vede l'ora di riabbracciare una volta terminata la guerra, e ricorre all'espediente retorico dell'insinuado, di cui parla Cicerone nel De inuentione. (33) Se i Troiani, in un primo tempo, danno Impressione di essere ancora sospettosi nei confronti delle radici greche di Sinone, presto saranno totalmente ammaliati dal suo commovente racconto.

Sinone e ahile neu'attirare su di se l'attenzione dell'uditorio: come osserva Lynch, <<cuneta equidem tibi (77), like Cicero's Quo usque tandem, allures the listener by postponing the burden of meaning in the crucial opening statement>> (34). Mentre Laocoonte si mostra fervido e precipitoso e sembra non voler misurare le parole che sta pronunciando (v. 42 o miseri, quae tanta insania, dues?), Sinone appare pacato e quasi timoroso (v. 107 pauitans) e osserva il suo uditorio in silenzio, per paura di svelare con gli occhi la menzogna che sta abilmente nascondendo (35).

I Troiani vengono catturati dalla bonarieta del giovane greco, quando lo sentono dichiarare di essere <<un trastullo innocente e irresponsabile di una volonta superiore>> (36), cioe della Fortuna cieca e ingiusta, identificata con la capricciosa tyche (vv. 79-80 hoc primum; nec, si miserum Fortuna Sinonem / finxit, uanum etiam mendacemque improba finget). La presenza del verbo fingere nel v. 80 ha un valore doppiamente ingannevole: qui, come spiega anche Servio ad loc., finxit ha valore di composuit, formauit, ma il verbo mantiene il valore semantico di "presentare ingannevolmente"; non a caso finxit e finget sono posti a comice. Il verbo trova nelle parole di Sinone una doppia e ambigua risonanza <<quasi volessero significare--spiega bene Paratore --"se la Fortuna mi presenta falsamente infelice (miser), non sara fallace nel presentarmi menlilore", cioe: "io sembro infelice ma non lo sono, pero saro effettivamente mentitore">> (37).

I Troiani, naturalmente, non capiscono il doppio senso del greco che si sta beffando di loro, senza lasciarlo trapelare, con un gioco di parole perfidamente enigmatico. Sottilmente criptico e il senso di Fortuna improba (v. 80): per i Troiani che ascoltano il discorso, improba e la Fortuna, che potrebbe obbligare Sinone a diventare un mentitore; Sinone e perfettamente cosciente di esserlo, ma e talmente ahile da saperlo nascondere con le parole e con i gesti. In realta, la Fortuna non lo rendera un vano mentitore, ma un perfetto e utile mentitore, e di tutto questo Sinone e ben consapevole. Egli si preoccupa di dichiarare di non essere ne uanus ne mendax e di dire cuneta uera: uanum non e solo un sinonimo di mendacem, ma nel valore che gli attribuisce Sinone, completa l'aggettivo mendacem ("inutile e bugiardo", che in realta sta a significare, considerate le azioni che sta per compiere il giovane ingannatore, "utile bugiardo").

Virgilio ha introdotto una innovazione notevole nei confronti della tradizione, perche ha dato una fisionomia marcatamente realistica ad un personaggio che nelle fonti mitiche antiche era solo una comparsa scialba e insignificante. Egli ha creato un capolavoro di complessita psicologica e retorica in Sinone, l'opportunista furbo per antonomasia, tanto piu irritante quanto piu bugiardo, tanto piu indigesto quanto piu sciocco si manifesta l'ingenuo buonismo di Priamo e del suo popolo.

Il perfido Sinone e tra i piu riusciti personaggi dell'Eneide e la straordinaria creazione virgiliana si deve alia struttura perfettamente riuscita di un lungo monologo, seguito da un dialogo con il re Priamo ricco di artifici e giochi retorici degni di competere con quelli di un esperto oratore.

I verosimili racconti di Sinone raggiungono il loro scopo: egli viene creduto, anche se non ha raccontato il vero. Il discorso di Sinone predilige l'eikos (38), poiche egli ben sa che il vero privo di verosimile e assai spesso inefficace. Come ossei'va giustamente Lynch, <<perhaps the most significant feature of Sinon's speech as a whole is its constant appeal to the psychology of the audience--a requisite feature of all good oratory according to Cicero (e.g., De oratore 1, 17; 1, 53-4)>> (39). Al contrario, le parole sincere e dirette di Laocoonte non hanno avuto la stessa efficacia del ben strutturato monologo di Sinone. Virgilio ha voluto far emergere il terribile potere della parola contro il dato di fatto: Laocoonte non ha fomito al suo popolo spiegazioni convincenti e, d'altra parte, la lancia da lui scagliata contro il cavallo doveva essere la prova piu efficace dei suoi presagi nefasti, superiore a qualsiasi discorso retoricamente ben organizzato. Virgilio ha voluto dimostrare la pregnanza e l'incisivita dell'arte retorica nell'episodio di Sinone, per far capire come il reale possa essere modificato in verosimile, eikos, e come un discorso verosimile possa essere piu efficace e anche piu persuasivo di qualsiasi azione. Se, dunque, Sinone col suo discorso puo essere paragonato al paradigma dell'oratore perfetto delineato da Cicerone nel De oratore, al contrario il gesto rabbioso e istintivo di Laocoonte ricorda piu che altro le confusionarie e disordinate profezie di Cassandra nell'Agamennone di Eschilo (40), nel momento in cui la profetessa troiana cerca di convincere i presenti della tragica verita che incombe, ma che ad essi appare inverosimile. Virgilio ha ripreso un tema tragico particolarmente efncace e inquietante: la tragedia dei Troiani, infatti, nasce da una ben congegnata deformazione del reale da parte di Sinone, che col suo subdolo discorso e stato in grado di far crollare un regno ritenuto inespugnabile.

L'inganno, pero, deve avere una sua complessita, e in quest'ottica a Sinone tocca il compito di svolgere un molo essenziale. Uomo eloquente, maestro nel mettere la propria parola al servizio della menzogna e dell'ipocrisia, Sinone diverra anche un uomo d'azione: prendera parte all'incendio delia citta (vv. 254-59), togliera il chiavistello dell'equus ligneus, dopo essersi accertato che gli Achei stanno arrivando da Tenedo e sono in procinto di congiungersi ai Greci gia a Troia; solo allora il giovane greco ricevera il segnale inviato dalla nave di Agamennone (vv. 329-30). L'importanza accordata a Sinone e strettamente legata a quella che Virgilio assegna a Laocoonte. Le parole di Laocoonte avrebbero potuto salvare Troia, ma nel nne ultimo del poema cera la volonta di dimostrare che l'inganno dei Greci, seppur favorito dall'onnipotente volonta divina, era difficile da realizzare (41). Cio spiega perche Virgilio abbia voluto rendere tanto attivo il personaggio di Laocoonte e abbia relegato al ruolo di comparsa il personaggio di Cassandra, che, invece, nella mitica distruzione di Troia era protagonista di uno dei piu signincativi episodi della tradizione epica anteriore a Virgilio (42).

3. E proprio nell'episodio di Sinone, seguito dalla morte di Laocoonte e dall'ingresso del cavallo nella rocca di Priamo, che si legge la vera presenza del tragico nel secondo libro. Come tutti i personaggi che hanno una particolare rilevanza in una tragedia, Sinone ha un nome parlante, che dovrebbe mettere in guardia: probabilmente deriva da sinesthai "nuocere" o da sintes, "devastatore" (43). Anche Laocoonte, come si e detto, ha un nome parlante, che fa di lui colui che bada al popolo': cio potrebbe far pensare ad un eroe vittorioso e ad un protettore del popolo; ma non bisogna dimenticare che Laocoonte e pur sempre un personaggio tragico e come tale non puo che essere uno sconntto. Se, armato di lancia e seguito da una caterua di comites, in un primo tempo fallisce nel suo concitato invito a diffidare del cavallo di legno--a causa della comparsa di Sinone che ha vanincato, con un'abile e artificiosa retorica, le sue vigorose ed essenziali parole--il suo fallimento persiste quando, nelle vesti di sacerdote di Nettuno, scelto a sorte fra i Troiani, sta per compiere il solenne sacrificio di un toro: infatti, durante il rito sacrificale due enormi serpenti provenienti dal mare uccidono prima entrambi i suoi ligli, poi lui stesso, stringendolo e trafiggendolo con il morso dei loro denti.

Virgilio racconta l'episodio delia morte di Laocoonte con parole toccanti ma non enfatiche: sorretto da un ritmo incalzante, il linguaggio e conciso, arricchito a tratti da espedienti retorici che conferiscono pathos e drammaticita al racconto; esso pero non cade mai nell'altisonante e solenne verbosita.

vv. 199-200
   Hic aliud maius miseris multoque tremendum obicitur magis atque
   impremida pectora turbat.


Il v. 199 a detta di Austin e un <<solemn phrase>> (44), dovuto alfamplificazione del significato di aliud, volutamente messo in rilievo per far risaltare l'immissione del terror. Il terribile evento che sta per compiersi e enfatizzato da una forte allitterazione trimembre (maius miseris multoque), in cui miseris, posto al centro del verso, e il termine chiave che semanticamente determina l'evento infelice e tragico che si sta per compiere. Tremendum mantiene la pregnanza deH'ineluttabilita che e tipica del gerundivo, ed e collegato, dopo la pausa creata dall'enjambement, ad obicitur. Magis (v. 200), posto in rilievo dell'anastrofe di atque, sta a sottolineare faumento del generale turbamento fra i Troiani, e il suo effetto e completato da improuida pectora, che definisce gli animi dei cittadini di Troia come incapaci di prevedere quanto sta per accadere (45). E inevitabile che quanti assistono alia scena siano profondamente turbati da cio che si svolge davanti ai loro occhi: la iunctura pectora turbat sara ripresa con lo stesso significato da Ovidio (46).

vv. 201-202
   Laocoon, ductus Neptuno sorte sacerdos, sollemnis taurum ingentem
   mactabat ad aras.


Il v. 201 e occupato per intero dal ritorno in scena di Laocoonte, 'scelto a sorte sacerdote di Nettuno'; fesametro e incorniciato dal nome del protagonista e dalla sua qualifica di sacerdote designato dal Caso (47). In iperbato a cornice con ad aras, sollemnis, che etimologicamente rinvia a una celebrazione religiosa che ha luogo solo una volta all'anno (48), non aiuta a trovare la soluzione dalfenigma: sono ignote, infatti, le ragioni per cui la nomina a sacerdote di Nettuno sia stata attribuita a Laocoonte per sorteggio, cosi come ignoto e il momento delia sua designazione, se prima o durante il discorso di Sinone: nel primo caso bisogna supporre che <<egli si sia precipitate dall'arx sulla riva anche in nome della dignita di sacerdos improvisamente conlcritagli>> (49), nel secondo che egli abbia ascoltato il racconto dei greco, e che Virgilio non abbia ritenuto necessario interrompere il filo dei racconto di Sinone con l'intermezzo delia nomina a sacerdote di Nettuno assegnata al principe troiano. Non si dice neppure per quale ragione egli stia sacrificando un toro, anche se si puo supporre che si tratti di un sacrificio legato ai recenti awenimenti e, dunque, atto a celebrare la partenza dei Greci e la ritrovata pace: cio, tuttavia, appare contraddittorio con l'atteggiamento assunto poco prima da Laocoonte (50). E simile l'ipotesi di Servio Danielino a d loc., secondo il quale e probabile che i Troiani abbiano pensato di ottenere con il sacrificio che la flotta achea fosse sconvolta nel viaggio di ritomo o che fosse impedito agli Achei di tornare una seconda volta a Troia (51). L'imperfetto mactabat (v. 202), verbo della sfera semantica religioso-sacrificale, fa capire che il sacrificio di un ingens taurus (52) e in atto: esso non si e ancora compiuto e viene interrotto dal sopraggiungere dei serpenti. Il ritmo spondaico concorre a prolungare la durata del sacrificio e, al tempo stesso, a intensificare la tensione per il tragico evento che si sta per verificare.

vv. 203-211
   Ecce autem gemini a Tenedo tranquilla per alta (horresco referens)
   immensis orbibus angues incumbunt pelago pariterque ad litora
   tendunt; pectora quorum inter fluctus arrecta iubaeque sanguineae
   superant undas, pars cetera pontum pone legit sinuatque immensa
   uolumine terga. Fit sonitus spumante salo; iamque arua tenebant
   ardentisque oculos suffecti sanguine et igni sibila lambebant
   linguis uibrantibus ora.


Il cambiamento di scena e improwiso, come si awerte dalla formula incipitaria ecce autem (v. 203), che per Austin <<in each case marks an unexpected disruption of action in progress>> (53) e che in genere annuncia un evento rilevante, come puo essere l'apparizione sulla scena di un elemento divino, che in questo caso si concretizza con l'arrivo dei due seipenti pronti a punire Laocoonte. L'awenimento repentino sconvolge la situazione e genera sgomento, ma il forte iperbato che separa ai vv. 203-4 gemini da angues crea un effetto di prolungamento, quasi a voler rappresentare l'icona del "lungo" serpente marino. L'cITcUo di 'suspense' ricercato da Virgilio serve ad accrescere nel lettore il senso di terrore inaspettato: infatti, dopo aver collocato spazialmente la provenienza dei gemini angues (v. 203 a Teneclo) (54), e dopo aver definito la situazione con tranquilla per alta, in cui il ricorso all'anastrofe mette in risalto la calma del mare che sta per essere turbata dal brusco e repentino movimento dei serpenti, Virgilio inserisce un inciso di Enea (horresco referem), che oltre a risultare un unicum nel poema, attraverso l'allitterazione della liquida /r/ fa percepire nelle parole del narratore quasi un tremito nella voce che, mentre racconta, ricorda e rabbrividisce. Enea puo, a questo punto, iniziare a descrivere le caratteristiche dei mostruosi draghi, che sono immensis orbibus (v. 204), owero dotati di immense spire.

Incumbunt, in posizione incipitaria nel v. 205, e collocato a cornice con tendunt. Il chiasmo incumbuntpelago ... ad litora tendunt esprime da un lato l'orrore per il minaccioso incombere dei serpenti sul mare, dall'altro il loro predeterminato dirigersi verso Laocoonte. Pariter riprende gemini e caratterizza l'identico agire, quasi in simbiosi, dei due seipenti. La posposizione di quorum mette in evidenza i pectora dei serpenti e il rizzarsi maestoso del loro ventre, che acquista rilievo grazie au'iperbato e all'assonanza (v. 206 pectora ... arrecta). Ma non e solo il loro ventre eretto a incutere paura: posto a cornice con pectora, il plurale iubae identifica nelle singolari creste dei mostruosi seipenti un ulteriore, orrendo motivo di minaccia, caratterizzato come da sanguineae, in 'enjambement' e allitterante con superant, e da superan! uncios, che ai serpenti assegna una straordinaria altezza e una funzione di assoluto dominio sulle acque del mare; essi sembrano addirittura scalare le onde del mare in tempesta, come se si trattasse di montagne. Paratore ha giustamente sottolineato che <<l'eccezionalita stupefacente del fenomeno e resa anche con l'incisiva successione di frasi paratattiche, scandenti, nel flusso del loro ansioso scatto luna sull'altra, tutti i particolari oirorosi del procligium>> (55). Pars cetera condensa il resto del loro coipo gigantesco (gli immensi orbes del v. 204) mentre pontum pone legit (v. 208) mette in evidenza il loro inesorabile accostarsi alia riva. L'insistente allitterazione della labiale e della sibilante e in grado di caratterizzare l'inesorabile strisciare dei serpenti sulle acque marine: non a caso la loro mostruosita e ribadita da immensa uolumine terga (v. 208), che al loro dorso assegna dimensioni incommensurabili (56): l'ablativo uolumine, legato etimologicamente a uoluo, collega l'intera espressione a immensis orbibus, con cui all'inizio erano stati presentad i serpenti, e fa capire che la spaventosa descrizione e finita: ora l'attenzione si concentra sull'agire dei serpenti. La prima reazione e quella del mare spumeggiante: fit sonitus in se e per se non specifica di quale suono si tratti, ma l'accostamento allitterante dell'ablativo spumante salo, che per Horsfall e <<an approximation to synaesthesia (acoustic/visual) in the hissing created by the foaming>> (57), e che indica un mare in burrasca, fa capire che si tratta di un suono superiore a quello delle onde di un mare tempestoso. Cio puo sorprendere, perche nel v. 203 si era parlato di un mare calmo (tranquilla per alta)-, si capisce, pero, che proprio l'incedere dei mostruosi serpenti ha avuto l'effetto di agitarlo: anche la natura viene sconvolta dall'immissione nel suo scenario di un espediente voluto dagli dei, che segnera la sorte di Troia. Con l'ablativo salo si completa l'accurata uariatio dei termini che indicano il mare: da tranquilla per alta (v. 203), a pelago (v. 205), afluctus (v. 206), a uncias (v. 207), al nobile e poetico pontum (v. 207) e, infine, a salo (v. 211).

Iamque arua tenebant nel v. 209 indica che i serpenti sono ormai giunti sulla terraferma: il valore durativo delfimperfetto consente di osservarli piu da vicino nel loro inarrestabile procedere e di notare gli occhi iniettati di sangue (v. 210 suffecti sanguine, con un'espressiva allitterazione) e addirittura di un bagliore di fiamma (arclentis ... oculos e igni, in nesso con sanguine), le loro bocche sibilanti e le loro lingue vibranti (sibila ... ora, a cornice, al cui interno si colloca l'ablativo Unguis uibrantibus). Il participio passato suffectus produce un ulteriore effetto di orrore e da origine a una ricercata struttura: da suffecti, infatti, dipendono sia l'accusativo di relazione sia l'ablativo di causa efficiente.

vv. 212-219
   Diffugimus uisu exsangues. lili agmine certo Laocoonta petunt; et
   primum pama duorum corpora natorum serpens amplexus uterque
   implicat et miseros morsu depascitur artus; post ipsum auxilio
   subeuntem ac tela ferentem corripiunt spirisque ligant ingentibus;
   et iam bis medium amplexi, bis eolio squamea circum terga dati
   superant capite et ceruicibus altis.


Il presente diffugimus, che in apertura del v. 212 crea un improwiso scarto temporale nei confronti degli imperfetti precedenti, conferisce un vivo realismo alia scena: secondo Austin <<the rythm, the elision, the strong pause combine for a telling effect>> (58). Ora che gli spaventosi serpenti hanno raggiunto il lido, immediata e la reazione dei Troiani, che fuggono da ogni parte (dis + fugere) col pallore della morte sul volto (v. 212 uisu exsangues). Al loro generale sbandamento si contrappone il deciso e uniforme incedere dei serpenti verso una direzione precisa (petunt, che si oppone a diffugimus). Agmine certo li assimila a un'armata che procede in modo ordinato e comparto; tutto e preciso e all'unisono nei loro movimenti, e la meta (petunt, che ripropone il linguaggio militare) e rappresentata da Laocoonte (Laocoonta petunt)-. r'enjambement' fa risaltare la solitudine dell'eroe, ora abbandonato da tutti.

A partire dal v. 213 Virgilio, che per la prima volta nomina i figli di Laocoonte (59), insiste sullo spaventoso prodigium con immagini sempre piu terrificanti (60). Risulta, invece, difficile capire se la sua insistenza sul numero 'due' sottintenda una specifica simbologia: due, infatti, sono i figli di Laocoonte, due i serpenti, due i girt delle spire attorno ai corpi delle povere vittime e a coppie sono presentate persino le azioni (implicat e depascitur, subeuntem e ferentem, corripiunt e ligant). Gli unici rimasti accanto a Laocoonte sono i figli, ed e su di loro che in un primo momento si scatena la furia dei serpenti: nei vv. 213-4 la loro presentazione come parua duorum corpora natorum comunica l'idea della loro fragilita e marca Timpari confronto con l'enorme mole dei serpenti, dei quali serpens ... uterque ripropone il motivo dell'omogeneo agire: essi stringono i corpi dei figli di Laocoonte in un singolare abbraccio, che si rivela come un nodo inestricabile (vv. 214-15 amplexus ... implicat, col verbo (61) che da l'idea delle spire che si attorcigliano attorno ai corpi) che li awince e li stringe fino a soffocarli. Tutto si compie rapidamente: per completare Topera di annientamento i serpenti feriscono a morsi quelle membra straziate (v. 215 miseros ... artus) (62); depascitur, verbo di reminiscenza lucreziana (63), da Tidea del divorare lentamente, per la presenza del prefisso de- (64), e il singolare morsu, in luogo del plurale, ingigantisce la mostruosita delle loro bocche. Lallitterazione (miseros morsu) sta a sottolineare il movimento rabbioso e ingordo delle bestie, che paiono come cieche e implacabili forze della natura.

Alla vista di tale scempio dei figli, Laocoonte cerca disperatamente di porre rimedio, come sottolineano i participi subeuntem... ferentem che si richiamano in omeoteleuto nei v. 216: Laocoonte (v. 216 ipsum, perche e la figura centrale della scena) cerca di correre in loro aiuto, brandendo Tasta con cui vorrebbe trafiggere i serpenti. Al suo tentativo, al quale i participi presenti conferiscono un valore durativo, si contrappone la fulmineita di corripiunt, che da Tidea delTafferrare con una istantanea violenza, coordinato con ligant, in modo da configurare una stretta tale che impedisce a Laocoonte di liberarsi da quelle spire ingentes.

La pausa, che nel v. 217 isola in fine d'esametro i due monosillabi, non ha il compito di callentare il ritmo narrativo, ma anzi di renderlo piu serrato proprio per la funzione di et iam, che introduce un'immediata successione delle azioni. Nel v. 218 l'anafora di bis (65) non vuole tanto specificare il duplice, mortale abbraccio da parte dei serpenti, ma ha il compito di ribadire come essi agiscano costantemente in simbiosi. Nel v. 219 superan t capite et ceruicibus altis mette in luce il contrasto tra la forza che essi impiegano per sovrastare Laocoonte e l'immediatezza e la rapidita con cui uccidono i suoi figli deboli e innocenti. L'impiego di altis, in clausola nel v. 219, contribuisce a dare l'idea dell'ergersi delle teste dei serpenti al di sopra del corpo di Laocoonte.

vv. 220-227
   lile simul manibus tendit diuellere nodos perfusus sanie uittas
   atroque ueneno, clamores simul horrendos ad sidera tollit, qualis
   mugitus, fugit cum saucius aram taurus et incertam excussit ceruice
   securim. At gemini lapsu delubra ad summa dracones effugiunt
   saeuaeque petunt Tritonidis arcem sub pedibusque deae clipeique sub
   orbe teguntur.


Lo sguardo, che finora si era concentrate sull'implacabile agire dei serpenti, si sposta ora su Laocoonte e sui suoi vani tentativi di liberarsi dalla stretta fatale. Diuellere (v. 220) indica i suoi sforzi disperati di sciogliere con le proprie mani, facendo forza su punti diversi, quei nodi che lo awiluppano; ma le sue sacre bende sono ormai intrise dell'orrendo veleno dei serpenti: sanies, propriamente il pus o la bava, acquista qui uno spessore mortale in riferimento ai serpenti, che e ribadito dal nesso atro ueneno nel v. 221, con ater che indica proprio il colore delia morte. Laocoonte, incapace di liberarsi delle spire che lo soffocano, puo solo urlare tutto il suo disperato dolore: iperbolicamente giungono sino alie stelle le sue grida, a cui horrendus conferisce tutto l'orrore di chi si vede ormai sfuggire la vita perche e sovrastato da una forza mostruosa. La rappresentazione e completata da una similitudine: le grida disperate di Laocoonte sono simili ai muggiti di un toro che, ferito a morte dalla scure del sacerdote, cerca di fuggire dall'altare e di scuotere fascia dal eolio. E questo un singolare contrappasso, perche la fine della vicenda riconduce il lettore al suo inizio, all'immagine, cioe, di Laocoonte intento a sacrificare (v. 202) un toro di notevole stazza sulfaltare: ora le parti si sono invertite, il sacrificante e divenuto vittima e, alio stesso modo del toro che stava sacrificando, puo solo inviare verso il cielo orrendi muggiti, che il ritmo spondaico nel v. 223, caratterizzato anche dalla ripetizione del suono lugubre della -u (vv. 223-4 mugitus... saucius... taurus, con gli ultimi due termini in assonanza), s'incarica di intensificare.

Della morte di Laocoonte non si parla, ma il lettore puo facilmente dedurla, come vuole la tradizione della poesia tragica, sia dalla metamorfosi del sacrificante in vittima votiva sia dal successivo comportamento dei serpenti. Compiuta Topera in perfetta sintonia, i gemini chacones (con Tepiteto che ribadisce il comune agire) si dirigono delubra ad sunima, strisciando (v. 225 lapsa) al suolo. La metamorfosi si compie anche sui serpenti: ora sembra quasi che essi abbiano deposto la loro furia e il loro maestoso incedere e siano divenuti docili strumenti della dea; sembra addirittura che le loro dimensioni siano mutate, perche essi raggiungono la sommita del tempio di Minerva e si nascondono ai piedi della sua statua, dietro lo scudo (v. 227 sub peclibusque cleae clipeique sub orbe teguntur). Della dea non si fa il nome, ma si cita Tepiteto (v. 226 Tritonis) che rinvia alia sua nascita sulle rive del lago Tritone; in compenso Tattributo che Taccompagna (v. 226 saeua) le attribuisce quella saeuitia che la dea ha trasmesso agli esecutori del suo volere ed esprime il punto dei vista di Troiani, che solo ora capiscono come la scena orrenda a cui hanno assistito sia stata il frutto di una decisione divina.

vv. 228-233
   Tum uero tremefacta nouus per pectora cunctis insinuat pauoi; et
   scelus expendisse merentem Laocoonta ferunt, sacrum qui cuspide
   robur laeserit et tergo sceleratam intorserit hastam. Ducendum ad
   sedes simulacrum orandaque diuae numina conclamant.


I vv. 228-31 illustrano Teffetto delia morte di Laocoonte sul popolo troiano, in preda alio sgomento e al terrore. Tutti cercano di trovare una giustificazione per la sua morte orrenda: a detta di tutti Laocoonte ha pagato giustamente con la vita la sua colpa ed e stato punito per aver osato scagliare la sua lancia contro il ventre del cavallo sacro a Mineira. Dopo la tragedia a cui hanno assistito, i Troiani non hanno piu motivo di diffidare delle persuasive parole di Sinone e tutti insieme decidono di condurre alTintemo della citta il simulacro. L'inganno, dunque, ha raggiunto il suo intento e Laocoonte, che era stato Tunico interprete del vero, e stato costretto dal divino volere dei fati al sacrificio della sua vita per aver pronunciato quelle parole che, invece, avrebbero potuto salvare la sua citta.

All'inizio del v. 228 tum uero serve ad enfatizzare il motivo della paura (pauor) che ha colpito i presenti e si insinua, quasi a trasferire il movimento strisciante dei serpenti negli animi sconvolti dei Troiani (tremefacta... per pectora). Cunctis fa capire che si tratta di un atteggiamento che coinvolge collettivamente tutto il popolo: secondo Horsfall <<there was a vague impression that the bulk of the Trojans had been listening to Priam and Sinon, and that Laoc.'s sacrifice was perhaps rather on the margin of events>> (66). L'atto di Laocoonte e stato riconosciuto come uno scelus, e dunque come un delitto sacrilego commesso contro il cavallo di legno, ormai ritenuto da tutti un robur sacrum (v. 230). La sua e stata una meritata punizione: legato ad expendisse, il participio presente merentem sottolinea l'opinione comune dei Troiani sulla giusta pena meritata da Laocoonte per l'empieta del suo atto. L enjambement' nei vv. 230-31 (robur/laeserit) enfatizza il carattere sacrilego dell'offesa e la turpitudine del gesto e awalorata dall'epiteto dell'asta (.sceleratam, che riprende il motivo dello scelus del v. 229).

L'ineluttabilita del condurre il cavallo all'interno della rocca e ben espressa dai gerundivi ducendum e oranda nel v. 232. Il verbo conclamo, introdotto da Virgilio nel linguaggio epico, valorizza la coralita dell'annuncio ad alta voce dell'ingresso del cavallo dentro la citta di Troia e della necessita di pregare il nume della dea Minerva, perche possa dimenticare il comportamento sacrilego di Laocoonte. A detta di Austin e possibile che Virgilio nell'adoperare il verbo conclamare <<had in mind the association of conclamare with death-laments>>: cio e senz'altro possibile, perche conclamare e il verbo tecnico della conclamatio funebre; e in ogni caso e con un senso di angoscia e di religioso terrore che si conclude l'atroce episodio (67).

4. La costruzione del Laocoonte virgiliano aveva alie spalle una lunga tradizione mitica. Virgilio poteva contare su due fonti letterarie autorevoli, da cui, pero, diverge in alcuni dettagli: YIlioupersis di Arctino di Mileto (VII sec. a. C.), il cui riassunto e a noi tramandato dalla Crestomazia di Proclo (V sec. d. C.), e la tragedia Laocoon di Sofocle, di cui rimangono pochi frammenti (TrGF IV 370-77 Radt) (68).

Secondo Arctino, mentre i Troiani si stanno interrogando sul dono votivo lasciato sulla spiaggia dagli Achei, due seipenti giunti dal mare improwisamente aggrediscono il sacerdote troiano Laocoonte e lo uccidono insieme a uno dei suoi due figli. Spaventati daH'orribile evento, che ha tutta l'aria di un prodigio, Enea e i suoi si ritirano sul monte Ida. In questa versione del mito la comparsa dei seipenti e l'uccisione del sacerdote e del figlio minore producono l'effetto di salvare Enea e compagni dalla strage dei Troiani, che awerra nella stessa notte con l'ingresso del cavallo nella citta. In tal modo l'evento prodigioso e il sacrificio di vittime innocenti garantiscono indirettamente la vita e il futuro di Enea.

Bernard Andreae nel suo Laocoonte e la fondazione di Roma ha voluto considerare la morte di Laocoonte come il sacrificio necessario per la fondazione di Roma, quasi a voler riprendere l'antichissima versione epica di Arctino del mito della distruzione di Troia. Secondo Andreae <<la morte del sacerdote e una metafora della distruzione di Troia voluta dagli dei per adattarla alie esigenze dei Romani. Questi fu sacrificato per primo e prima del crollo delia citta, affinche ad Enea fosse dato un segno: che fuggisse onde poter rinnovare Troia in Roma. Ecco il significato che i Romani potevano annettere a una raffigurazione del Laocoonte>> (69). Laocoonte diviene, dunque, il simbolo delbofferta sacrificale agli dei, perche Enea possa un giomo fon dare Roma. 11 mito delle radici troiane di Roma aveva assunto un nuovo significato intorno agli inizi del II sec. a. C. (70), all'epoca delle guerre macedoniche: Plutarc (71) ricorda che, nel 197 a. C., dopo la vittoria a Cinoscefale, Tito Quinto Flaminino consacro nel santuario di Apollo a Delfi alcuni scudi di argento, sulle cui iscrizioni si definiva 'Eneade', cioe discendente di Enea, e chiamava 'Eneadi' i Romani. E facile pensare che, all'epoca dell'esaltazione delle origini di Roma nella prima eta imperiale, Virgilio possa aver conferito una straordinaria importanza al personaggio di Laocoonte, relegando la profetessa Cassandra ad un molo marginale, e che abbia fatto sua l'antica versione mitica con la conseguente ricaduta storica in eta repubblicana.

Una versione mitica diversa ma altrettanto nota nelfantichita, secondo cui Apollo si sarebbe adirato con il suo sacerdote che, pur avendo fatto voto di celibato, si era sposato ed aveva generato prole con la moglie Antiope al cospetto della statua consacrata nel recinto del dio, costituiva forse il nucleo del frammentario Laocoonte sofocleo (72) e della narrazione dello ps. Apollodoro (73). Dai pochi frammenti della tragedia si possono ricavare alcune informazioni utili: dal nome dei due draghi marini, rispettivamente Porchis e Charibea, provenienti dall'isola di Calydne, di cui parlano Servio Danielino (74) e un antico commentatore di Licofrone (75), all'uccisione dei due figli di Laocoonte ad opera degli stessi serpenti--che pero, una volta compiuto l'orribile atto, si dirigono verso la statua di culto di Apollo e non verso quella di Minerva, come awiene in Virgilio (Aen. 2, 225-7)--e al collegamento tra il sacrificio di Laocoonte e la salvezza di Enea (76). Nella tragedia sofoclea, il protagonista si e macchiato di hybris e viene punito dal dio con l'uccisione dei figli, innocenti vittime della colpa del padre.

Virgilio ha fatto di di Laocoonte un personaggio moho diverso da quello descritto dalle fonti. Gia a partire dal suo ingresso in scena si riscontrano non poche incongruenze. Bisogna immaginarsi, innanzitutto, la scena sulla riva e non su lian: dove, invece, era ambientata, secondo la versione di Arctino, che poneva l'ingresso di Laocoonte dopo l'entrata del cavallo entro le mura di Troia. E probabile che Virgilio abbia pensato di motivare l'arrivo di Laocoonte supponendo che egli abbia visto dall'alto delia citta (v. 41 sunima ab arce) l'animazione della folla attorno al cavallo e che sia giunto trafelato sulla riva alio scopo ben preciso di mettere in guardia i concittadini, dopo essere stato accuratamente informato dell'accaduto: Laocoonte non crede alia partenza dei nemici e, dunque, si trova in disaccordo con gli altri concittadini. Egli compare per la prima volta nel v. 40, dopo che sul lido, al cospetto della mostruosa machina, sono gia intervenuti Timete e Capi, due condottieri troiani. Dal modo in cui viene presentato si desume che Laocoonte non e un sacerdote; il fatto che compaia sulla scena armato e accompagnato da un seguito di Troiani, lo allontana dalle consuete raffigurazioni di un composto e pacato sacerdote apollineo, quale si rivelera, poi, Panto (v. 319). La sua potente allocuzione, inoltre, e sorretta da una retorica semplice e diretta, come puo essere quella di un <<prototipo delle virtu ancestrali romane>> (77), anche se l'aspetto divinatorio delle sue parole, che suonano come presagi, lo awicina in un rapporto inconsapevole e quasi intrinsecamente endemico alie doti profetiche del dio Apollo.

La lancia scagliata da Laocoonte contro il ventre del cavallo appare l'unico pretesto in Virgilio della punizione divina: i suoi concittadini, fuorviati dagli dei (v. 54), non prestano ascolto al cupo rimbombo del cavallo gravido di armati e quando sul posto viene trascinato Sinone e sul prigioniero greco che si concentra la loro attenzione. Laocoonte ritorna sulla scena, dopo il lungo intervento di Sinone, in un luogo non meglio individuate delia citta, nelle vesti di sacerdote di Nettuno nell'atto di sacrificare un toro al dio; l'imperfetto mactabat (v. 202) fa capire che la sacra cerimonia e in atto, quando all'improwiso Laocoonte e punito dai serpenti provenienti dal mare, il cui dio e lo stesso Nettuno. Poiche egli sta celebrando un sacrificio sulla riva del mare, si deve supporre che cio awenga mentre Sinone sta ancora parlando. A che serviva un tale sacrificio solenne prima ancora che il cavallo fosse trascinato in citta? Una risposta ce la fomisce Heinze: <<una giustificazione di questo sacrificio sembra presente nel modello di Virgilio. Non puo avere altro scopo che quello di implorare da Nettuno l'annientamento della flotta greca, che e in suo potere>> (78). Durante il racconto di Sinone, Laocoonte puo essere venuto a sapere che tutto era predisposto per il sacrificio e, scelto per sorteggio quale celebrante, egli puo essersi preparate al sacro ufficio, accompagnato dai suoi due figli. Virgilio tutto questo non poteva dirlo per non interrompere il filo del discorso di Sinone e si e limitato ad una frettolosa allusione. Nel frattempo accade un evento inatteso e terribile: due seipenti arrivano dal mare e Laocoonte e i suoi figli subiscono una morte atroce. Poiche i seipenti sono stati inviati da Minerva, agli occhi di tutti Laocoonte e stato punito giustamente per aver commesso una violazione della legge divina e per aver dissacrato un oggetto di culto. Forse si puo capire perche mai in Virgilio Laocoonte venga punito da Minerva anziche da Apollo, come voleva la tradizione: come poteva essere Apollo, divinita protettrice di Augusto (79), il mandante di un intervento punitivo cosi efferato nei confronti di un principe troiano? Solo Minerva, che protettrice di Ulisse e fautrice dell'inganno dei Greci era stata offesa dal gesto trasgres sivo commesso contro il cavallo di legno--che aveva il valore di offerta nei suoi confronti--poteva essere la divinita idonea a progettare una vendetta simile. I serpenti, portata a compimento la loro azione, arrivano fino all'arx, si dileguano nel tempio di Minerva e si rifugiano dietro lo scudo della statua della dea (80). Il mito della morte di Laocoonte finisce per essere, nella versione mitica modificata da Virgilio una conferma decisiva delle parole di Sinone, un incentivo capitale per far introdurre il cavallo di legno in citta: non a caso l'intervento di Sinone e stato inserito tra le due scene che vedono quale protagonista Laocoonte, e in tal modo raggiunge la massima efficacia.

Non e facile apportare modifiche ad una versione mitica senza creare incongruenze ed errori logici. Di tutto questo Virgilio era ben consapevole e, se tali difetti sono rimasti, e probabile che egli abbia pensato di poterli correggere in seguito, anche perche, come si e visto, si doveva trattare di modifiche dettate da scelte politiche moho precise e forse consensualmente indotte dal clima che si respirava in quegli anni.

5. Anche la tradizione figurativa del mito di Laocoonte puo aver contribuito alia creazione del tragico personaggio virgiliano: parlare di Laocoonte significa confrontarsi con una delle immagini piu profondamente stratificate nella cultura figurativa occidentale, come si puo ricavare dalle numerose testimonianze. Oggetto delle numerose raffigurazioni del personaggio e, owiamente, il momento tragico e cruciale delia morte, in opere cariche di pathos. Le piu antiche sono in due vasi apuli, che forse dipendono dalla tragedia sofoclea: il primo (fig. 1) a figure rosse, conservato a Basilea, e un cratere del Pittore di Pisticci, databile intorno al 430-425 a. C., che presenta la stessa tematica del secondo (fig. 2): si tratta di un frammento perduto della collezione Jatta di Ruvo di Puglia, di mezzo secolo successivo (primo quarto del IV see. a.C.) (81). Da entrambi si ricava una scena pressoche identica, in cui una donna irrompe con una scure, impugnata con entrambe le mani in alto sopra la testa, e aggredisce una statua di Apollo a cui sono awinghiati dei serpenti. Ai piedi della statua giacciono i resti del corpo di un fanciullo. In entrambi i vasi Apollo assiste alia scena, nella prima raffigurazione accanto alia sorella Artemide, nella seconda, invece, dietro la sua statua. Dal cratere di Basilea si recupera anche la presenza, alie spalle dell'irruente figura femminile, di una figura maschile che porta la mano sulla fronte, in segno di dolore e di disperazione.

Dalle due testimonianze vascolari si desume una scena che consente di ricostruire una sequenza drammatica: uno dei figli di Laocoonte viene aggredito dai seipenti alTintemo del tempio di Apollo, accanto alia stessa statua del dio; dopo essere stato sbranato, il corpo del fanciullo giace ai piedi della statua di Apollo, attorno alia quale i serpenti si attorcigliano; in seguito irrompe la madre Antiope che aggredisce i seipenti con una scure e, dietro di lei, Laocoonte, sconvolto, porta una mano sulla sommita del capo. Nel cratere di Basilea, in disparte, assiste alia scena Apollo con l'alloro nella mano destra e con l'arco nella sinistra, mentre nel frammento di Ruvo il dio e accanto alia sorella Artemide.

Due dipinti pompeiani, datati al I see. d.C. e riconducibili ad un unico originale greco, proveniente come quasi tutti i modelli degli affreschi pompeiani dall'Asia Minore ellenistica, mostrano l'episodio mitico in collegamento con il racconto di Enea (82). I due affreschi, l'uno conservato a Pompei nella cosiddetta "Casa del Menandro", databile al 60-70 d.C. (fig. 3), l'altro nel Museo Nazionale di Napoli proveniente dalla "Casa del Laocoonte" (fig. 4), del secondo quarto del I see. d.C., hanno per oggetto la lotta tra Laocoonte e i seipenti, e in essi vengono sintetizzati attraverso le immagini i versi che parlano del sacrificio del toro che il sacerdote stava compiendo sul lido, della fuga della vittima, dello sbigottimento dei Troiani che assistono alia scena, dell'uccisione dei due figli e della resistenza disperata di Laocoonte fino alia sua morte (83). Databile tra la fine del Terzo Stile e l'inizio del Quarto, l'affresco della parete sud della "Casa di Menandro"--dimora che apparteneva a un'influente famiglia delfelite municipale (84), il cui proprietario deH'ultima fase si distingue per i pregevoli interessi letterari epici e drammatici--raffigura Laocoonte al centro della scena con il capo cinto da una corona, rivestito di un abito sacerdotale bianco e stretto neU'abbraccio mortale del serpente. Qui la morte di Laocoonte, come in Virgilio, e paragonata al sacrificio di un toro, perche dalla sua morte Enea possa avere un segno che lo induca a fuggire e a fondare una nuova Troia. Il padre e i figli non formano un gruppo, ma vengono assaliti separatamente dai seipenti, che hanno gia ucciso uno dei due figli, mentre l'altro sta cercando di fuggire alio stesso modo del toro bianco che, destinato in origine a essere sacrificato, e ben visibile sul flanco dell'ara. Accanto a Laocoonte, sul lato destro e sinistro, sono raffigurati in ombra due gruppi di spettatori, mentre sullo sfondo, al di la della cinta muraria, si scorge una figura di vecchio, forse Priamo, con la mano levata in alto in segno di terrore alia vista del mostruoso prodigio, accompagnato da una donna. Pur con qualche liberta, questi dettagli si possono adattare alia versione narrata da Virgilio nel II libro delYEneide. 11 secondo alfresco, anch'esso attribuibile alia fase finale del Terzo Stile o aH'immediato inizio del Quarto, ha lo stesso soggetto del precedente, ma diverge nel tono piu statico dei soggetti raffigurati. Come si osserva in altri affreschi parietali del Quarto stile, risaltano i giochi estetici e i colori contrastanti, anche se l'affresco sembra pifi vicino al filone classicistico della pittura pompeiana (85).

E chiaro che la scelta del mito di Laocoonte negli affreschi pompeiani va messa in relazione con il rilancio del mito troiano nella prima eta imperiale, anche se essi costituiscono il primo esempio di emancipazione dalla lunga tradizione ellenica del mito, compiuta grazie alia valorizzazione del personaggio di Laocoonte nelYEneide di Virgilio. Nel II libro Laocoonte e al centro delia narrazione: e simbolo delia morte del vero e del trionfo dell'inganno di Sinone. Laocoonte e una figura-chiave, senza la quale non si sarebbe potuta compiere la volonta divina, in quanto e insieme vittima sacrificale e capro espiatorio del popolo troiano, che e pronto ad abbandonarlo, dopo averio seguito, perche egli si e opposto alie norma religiosa del rispetto per un ex voto, scagliando la lancia contro il ventre del cavallo per dimostrare che i suoi presagi erano fondati. Subito dopo la profanazione, i Troiani stessi, seppure sbigottiti, ritengono giusta la punizione divina contro di lui: in tal modo si compie il paradosso, per cui al momento dell'abbandono da parte dei concittadini, Laocoonte perde definitivamente nel suo nome il proprio significato etimologico di "protettore del popolo". Il popolo troiano si pone a meta strada, in Virgilio, tra il ruolo del carnefice e quello della vittima della sua distruzione, dell'artefice e del complice della sorte gia scritta da un fato ineluttabile. I Troiani appaiono quasi sostenuti da una volonta cieca e inconsapevole di soccombere.

La comparsa dell'immagine mitologica in epoca augustea, intomo agli anni 20 del I sec. a. C., cade proprio nel periodo in cui Virgilio scriveva YEneide, che non avrebbe potuto completare nel modo desiderato per la morte che lo colse nel 19 a. C. Il suo influsso sulla pittura parietale pompeiana non e tuttavia riscontrabile prima del tardo Terzo stile (intorno al 50 d.C.) e per questo <<non ce dubbio che la creazione delYEneide e l'inserimento di immagini mitologiche, incorniciate nelle vedute centrali della pittura parietale, siano fenomeni che corrono paralleli>> (86).

E impossibile, tuttavia, commentare i versi virgiliani relativi all'episodio di Laocoonte, senza visualizzare l'immagine del drammatico grido del mitico eroe troiano, proposto dalla scultura del periodo tardo-ellenistica. Il gruppo scultoreo del Laocoonte (fig. 5), conservalo nei Musei Vaticani, e stato oggetto di un lungo dibattito nel corso dei secoli, a partire dal suo ritrovamento nel 1506 nell'area delle Terme di Traiano, indicate nel Cinquecento quali Termo di Tito. E difficile parlare di un'immagine cosi ben interiorizzata dalla cultura figurativa di tutta l'arte occidentale, ma la letteratura archeologica, sedimentata nel corso degli studi, tra l'altro per nulla concordi, non aiuta a fornire una risposta certa sull'epoca e sulla collocazione storica. Itur in antiquam siluam, e il caso di dire, ma e arduo sciogliere dilemmi che neanche le ultime analisi degli archeologi hanno potuto risolvere. Mi limito, quindi, a sintetizzare le piu importanti proposte dell'ultimo mezzo secolo, al fine di trovare un possibile nesso tra Topera artistica e i versi di Virgilio (87).

L'anno 1957 fia carattei'izzato da due eventi impoi'tanti per gli studi sul Laocoonte vaticano: da un lato Tinizio del i'estaui'o condotto da Filippo Magi, che i'iconobbe nella statua un'opei'a ellenistica della meta del II sec. a. C., dalTalti'o il i'itrovamento della decorazione scultoi'ea della grotta di Tibei'io a Spei'longa e delTisci'izione che atu'ibuisce il gi'uppo della Scilla ai ti'e scultoi'i dell'isola di Rodi Atenodoro, Agesandro, Polidoi'o, gli stessi che secondo Plinio il Vecchio (88) i'ealizzarono il Laocoonte. Cii'ca ti'ent'anni dopo Bemai'd Andi'eae (89) ha ritenuto che il gnappo scultoi'eo fosse una copia i'ealizzata all'epoca di Tibei'io (14-37 d. C.) a partire da un prototipo bronzeo databile attomo al 140 a. C. di stile pergameno: in tal caso i tre artisti sono stati in realta dei copisti di straordinario livello. Paolo Moreno, sulla base di un'analisi prettamente stilistica, ritiene come Andreae che si tratti di una copia, secondo il collaudato schema ad albero in cui le copie vengono fatte derivare in maniera piu o meno libera o diretta da un prototipo di un originale perduto, a partire da un particolare della tecnica compositiva della lavorazione (90). Il primo, invece, a ritenere il gruppo scultoreo un'opera originale e stato Nikolaus Himmelmann (91), fieramente awerso all'idea di individuare un coerente rapporto di rigida derivazione tra originale e copia, in mancanza di un sufficiente numero di repliche. Egli ha datato Topera tra Teta di Claudio e quella di Nerone: i tre scultori di Sperlonga sarebbero stati in grado di rielaborare per la nuova committenza della Roma giulio-claudia spunti tratti dalla pittura o dalla ceramica, provenienti dalle precedenti esperienze tardo classiche e soprattutto ellenistiche. Non lontana dalTopinione di Himmelmann e la valutazione storico-artistica di Salvatore Settis (92), che sposta la cronologia delTopera scultorea al ventennio 40-20 a. C. L'analisi di Settis ha il merito di aver preso in considerazione elementi di datazione esterni all'analisi iconografica e stilistica: in particolare egli ha tenuto presente Telogio della scultura in marmo da parte di Plinio (93), insieme alTimportante scoperta nel 1957 della decorazione scultorea della grotta di Tiberio a Sperlonga e al legame tra la realizzazione del Laocoonte e Tiscrizione che attribuisce il gruppo della Scilla ai tre scultori rodii, gli stessi ricordati da Plinio (94).

Il Laocoonte, per usare le parole di Paolo Liverani, e <<una rielaborazione creativa di un patrimonio iconografico preesistente ancora fluido, giocata dai tre scultori rodii con sensibilita in un momento di transizione sia artistica sia politica tra i vecchi equilibri degli ultimi anni della repubblica e i primi anni del principato augusteo, quando ancora non se ne potevano vedere appieno le conseguenze>> (95). I tre scultori rodii furono capaci di comporre e di amalgamare elementi presenti nella tradizione anteriore: basti pensare che il figlio minore di Laocoonte sembra derivare dal giovane defunto del gruppo dei Niobidi, mentre il figlio maggiore richiama l'Hermes di Lisippo che si allaccia il sandalo, e la posizione del torso di Laocoonte ricorda il moto rotazionale verso destra del gigante Alcioneo del grande fregio delT Altare di Pergamo (96).

Cio che colpisce e persiste nella grandezza della composizione scultorea e l'espressione afflitta del volto di Laocoonle, Leitmotiv dell'enorme fortuna del gruppo scultoreo in eta moderna. La composizione crea quasi una forma trapezoidale o triangolare il cui vertice e raggiunto dalla folta e irta capigliatura di Laocoonte che assume una posa instabile, nel tentativo convulso di liberarsi dell'abbraccio mortale dei serpenti. Gli scultori hanno fermato, grazie alia resa degli arti e del corpo contratti e in torsione, la reazione istantanea del dolore provato da Laocoonte al morso velenoso sul flanco sinistro provocato da un serpente, che l'eroe troiano ha cercato invano di soffocare stringendogli il collo. Il torso si contrae, la spalla si abbassa e la testa si torce per il convulso spasmo che ha colpito tutti i muscoli, in particolare gli addominali contratti da una rapida inspirazione. Il realismo e ben espresso dalla fronte aggrottata, dalla chioma scomposta, dalle sopracciglia oblique e dalla bocea aperta, da cui ci si immagina l'emissione di un grido soffocato. Nella smorfia di dolore si mescolano e si confondono l'orrore per la morte dei figli, lo sforzo della lotta e la consapevolezza delia morte imminente. Quasi in asse, immaginando una linea orizzontale, si trovano i due figli di diversa eta, con una evidente simmetria nello slancio del braccio destro di entrambi, che sembrano emulare il movimento liberatorio dalle spire dei serpenti compiuto dal padre. Il figlio minore, alia destra del sacerdote, completamente irretito dalle spire del secondo serpente, compie lo stesso gesto del padre, quasi in simbiosi, mentre il figlio maggiore alia sinistra si volge inorridito verso il padre e sembra sul punto di liberare la caviglia dalla coda del secondo serpente, tanto da dare l'impressione di poter sfuggire alia morte. Una tale impressione e rafforzata sia dal fatto che il giovane non si trova sull'altare su cui il padre e il fratello minore stanno morendo, sia da ulteriori dettagli che tendono a separare il suo destino da quello del padre e del fratello, come voleva il mito dell'Ilioupersis di Arctino. Se ne deduce che il mito a cui si sono ispirati i tre scultori rodii doveva essere quello tramandato da Arctino: Laocoonte, dunque, e il sacerdote di Apollo e non un principe troiano in veste prowisoria di sacerdote di Nettuno, come vuole Virgilio.

E certo che non esiste possibilita di dipendenza del gruppo marmoreo dal contesto del II libro dell'Eneide. Anche se ne collochiamo il periodo di realizzazione nel ventennio compreso tra il 40 e il 20 a. C., come sostiene Settis, ben difficilmente il testo virgibano non ancora pubbbcato nella sua interezza avra potuto influenzare gli artisti che in quegli anni stavano realizzavano Topera marmorea. Negli stessi anni Virgilio attendeva alia redazione delYEneide, come attesta la testimonianza piu antica di una circolazione di alcuni suoi libri in Properzio 2, 34, 61-66 (97), e non e da escludere che sia stato il poeta a subire Tinfluenza di un gruppo scultoreo tanto famoso; anche se Virgilio si discosta da esso nella diversa sorte accordata al figlio maggiore, il grido del Laocoonte marmoreo poteva costituire, col suo forte impatto realistico, una fonte di ispirazione per il pathos che Virgilio ha voluto conferire alia sua realizzazione poetica dell'episodio mitico.

6. Il sacrificio di Laocoonte e il mezzo che ha consentito la nascita di Roma. Al di la della morte, Virgilio intravede la vita, e la sofferenza non e che un mezzo necessario per ritrovare la possibilita di riscatto per un popolo che sta per morire, ma che e pronto a risorgere entro nuovi confini. Enea racconta il sacrificio di Laocoonte e il devastante ingresso del cavallo con l'indispensabile dose di freddezza, propria di chi e consapevole del fatto che tanto piu ce dolore tanto piu c'e ragione, e con l'atteggiamento di chi ha lasciato i lutti alie sue spalle. Al momento del racconto egli sa bene che la caduta di Troia e il suo sofferto vagare sono funzionali alla realizzazione di un piu ampio progetto divino, ma ha anche avuto modo di comprendere che alia distruzione delia citta ha contribuito l'ingenuita dei Troiani, impotenti di fronte a un nemico insidioso e invincibile qual e la retorica dell'inganno.

L'inganno in ogni sua manifestazione porta alia deformazione della realta attraverso un procedimento verbale o un sotterfugio. Dolus e un termine chiave del II libro aell'Eneicle e fa parte di quella categoria di concetti che stanno a meta strada tra una valenza di significato positiva e una negativa. A tal proposito scrive Gellio nelle Noctes Atticae (12, 9, 1):
   Est plurifariam uidere atque animaduertere in ueteribus scriptis
   plemque uocabula, quae nunc in sermonibus uulgi imam certamque rem
   demonstrent, ita fuisse media et communia, ut significare et capere
   possent duas inter se res contrarias. Ex quibus quaedam satis nota
   sunt, ut 'tempestas', 'ualitudo', 'facimos', 'dolus', 'gratia',
   'industria'. Elaec enim fere iam uulgatum est ancipita esse et
   utroqueuersus did posse.


Presso i Greci il dolos aveva una connotazione positiva: era indice di saggezza e di intelligenza, ed era anche un mezzo per raggiungere il successo o per soddisfare il desiderio di vendetta. E presso i Romani, invece, che il termine acquista una connotazione decisamente negativa.

Nel II libro dell'Eneide l'inganno e il vero protagonista, oltre che nell'episodio di Sinone, anche in quello del consiglio fraudolento del troiano Timete, che nei vv. 32-34 suggerisce di portare il cavallo sulla rocca di Troia:
   primusque Thymoetes duci intra muros hortatur et arce locari, siue
   dolo seu iam Troiae sic fata ferebant.


Come poteva sapere Timete che il cavallo era un espediente fraudolento escogitato dagli Achei per conquistare Troia? Non e facile spiegarselo senza conoscere meglio il personaggio. Timete era figlio di Laomedonte, anche se le fonti mitiche non sono tutte d'accordo con questa versione (98). Una serie di tragiche circostanze aveva segnato la sua vita, una in particolare: in seguito a un sogno funesto di Ecuba, che aveva presagito la rovina delia citta di Troia, un oracolo aveva predetto a Priamo, cognato di Timete, di uccidere un neonato che avrebbe causato la fine di Troia insieme a sua madre: ma Priamo aveva ordinato che in luogo di Paride, allora generato da Ecuba, fossero trucidati Munippo e Killa, figlio e moglie di Timete stesso; il parto di Killa, infatti, era awenuto contemporaneamente a quello di Ecuba. Agendo in tal modo, Priamo aveva perfidamente distorto a proprio vantaggio l'oracolo, inimicandosi cost Timete. Grazie a tali premesse e facile comprendere le ragioni del consiglio fraudolento di Timete, e si puo anche giustificare la presenza e la densita allusiva di siue dolo del v. 34 (99).

Sinone, al contrario di Timete, non e un troiano, e non e neanche mosso da un personale bisogno di vendetta. Ogni parte del suo discorso e pervasa da un senso di perfidia, che sembra propria di chi non ha nulla da perdere nel compiere ogni tipo di scelleratezza. Per realizzare il piu terribile degli inganni Ulisse e i suoi comprendono di doversi servire di un personaggio spudorato e insensibile ad ogni remora. Non e un caso, quindi, che Sinone sia cugino di Ulisse, come vuole la tradizione mitica; ma, a differenza della sua polytropia, Sinone non si caratterizza per alcuna particolare qualita e si mostra solo un ahile tessitore di menzogne. La spregiudicatezza del personaggio meschino, forgiato da Virgilio, fa di lui il simbolo vivente dell'inganno di Troia (100), l'esecutore deu'antieroico sotterfugio, attraverso il quale i Greci possono conquistare la citta: il loro successo, ottenuto grazie all'ingannevole eloquio di Sinone, si rivela, pero, molto lontano da qualsiasi vittoria sul campo di battaglia per mezzo della sola forza di eroi quali Achille, Aiace, Ulisse e Diomede (101).

C'e un profondo pessimismo nei versi di Virgilio nei confronti della fine di un'epoca dai grandi valori, di una societa ormai scomparsa che riemerge con nostalgia solo nel ricordo del canto omerico. L'epica omerica lascia uno strascico di profonda amarezza che pervade YEneide, anche se l'epos di Virgilio non e da leggere come un rimpianto di valori sommersi, perche, al contrario, contiene la serena consapevolezza che i valori dei perdenti sono le basi del sistema etico del popolo destinato a dominare il mondo e della costituzione deH'impero romano. E chiaro, dunque, che Virgilio tenda ad enfatizzare neu'episodio di Sinone, contrapponendolo alia tragica morte di Laocoonte, la sua awersione per il discorso retorico e in generale per Yeikos (l'apparenza), grazie ai quali tutto si puo conseguire per mezzo del potere della parola e della costruzione di una storia falsa.

Le considerazioni in merito all'inganno, su cui si fonda il racconto di Enea, emergono essenzialmente dalla ricostruzione della genesi della fine di Troia, a partire dalla progettazione del cavallo di legno ad opera di Ulisse, suggerito dalla volonta di Atena, sua divina protettrice (v. 15 diuina Palladis 99 100 101 arte). Un importante studio sul valore ambiguo dell'inganno nell'antica Grecia e quello di Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant (102), che hanno analizzato in un'ampia trattazione le sfumature di significate dei sinonimi greci che circoscrivono la sfera semantica dell'inganno: metis, dolos e apate. Un'indagine lessicografica sui tre termini non puo che muovere da Chantraine che definisce metis <<parfois 'plan, plan habile', plus souvent 'sagesse' habile et efficace, qui n'exclut pas la ruse>> (103) e, piu avanti, spiega che <<ce teime s'applique a l'intelligence pratique, parfois a la mse, est issu dune racine verbale que signifie 'mesurer': mesurer implique calcul, connaissance exacte>>. Chantraine traduce metis con il termine trancese 'mse' ('astuzia'), mentre usa 'tromperie' per rendere il significate di apate (104).

Nel dolos Chantraine include, come primo esempio, proprio l'episodio del cavallo di Troia: <<parfois avec un sens concret chez Horn.: le cheval de Troie, le filet ou Hephaistos attrape Ares, l'appat pour un poisson (Od. 12, 252), ce qui peut etre le sens originei>> (105). Chantraine definisce dolos 'tromperie' e alio stesso tempo 'mse'. Cio denota il carattere doppio del termine, che si identifica da un lato come un semplice inganno, come possono essere le apatai di Zeus, ma dall'altro come un' 'esca per i pesci (dolos)' (106). II cavallo di legno e, si, un'esca, un tranello dei Greci a discapito dei Troiani, ma e anche il frutto di una grande prova di astuzia di Ulisse, il modello del polytropos per eccellenza, dell'uomo dalle mille risorse, del cosiddetto epistrophos anthropon, che si rivela ogni volta diverso come il polymetis che Eustazio definiva essere un polipo (107). Nel loro saggio su Le astuzie dell'intelligenza nell'antica Grecia cosi scrivono Detienne e Vemant sul polytropos Ulisse: <<Per certi aspetti il polytropos, come tipo d'uomo, sembra confondersi con quello che i lirici chiamano ephemeros. Quest'ultimo, in effetti, e l'uomo degli istinti e dei cambiamenti: egli e ora questo ora quello; instabile, passa da un estremo all'altro>> (108).

Nell'antica Grecia, la posizione della metis nel sistema dei valori era molto importante: essa e definita <<una forma di intelligenza, di pensiero, un modo di conoscere, un complesso molto coerente di azioni mentali, di comportamenti intellettuali che combinano l'intuito, la sagacia, la previsione, la spigliatezza mentale, la finzione, la capacita di trarsi d'impaccio, la vigile attenzione, il senso dell'opportunita, l'abilita in vari campi>> (109).

La valenza originaria del termine latino dolus e ben spiegata da Emout e Meillet: <<on a soutenu que le mot n'avait pas, au moins a l'origine, un sens pejoratif net>> (110). I due studiosi, inoltre, provano anche a ipotizzare la modalita dell'ingresso del tennine greco dolos, che ha sempre avuto una valenza positiva, nel lessico latino: <<Mais on peut se demander si le mot dolus n'est pas emprunte au gr. dolos 'piege, ruse', et s'il na pas penetre a Rome par un intermediaire suditalique>> (111).

Il tema del dolus e moho comune nella tradizione storiografica, ed assume sempre una valenza positiva. In un passo della Vita di Annibale di Cornelio Nepote (112), lo storico ci parla di uno stratagemma ideato da Annibale per sconfiggere T acerrimo nemico Eumene, re di Pergamo e alleato dei Romani. Eumene, grazie all'alleanza con i Romani, era superiore ad Annibale sia sul fronte terrestre sia su quello marittimo, ma la voglia di vincere l'awersario da parte di Annibale era tanto piu grande quanto piu netta era la differenza tra i due schieramenti opposti. Alleatosi con Prusia, re del Ponto, Annibale trovo nella creazione di uno stratagemma l'unico modo per vincere la flotta di Eumene. D'altronde, con un nemico superiore per forza--commenta Cornelio Nepote--era necessario ricorrere all'inganno. La metis unita al dolus induce Annibale a porre entro vasi di coccio una gran quantita di serpenti velenosi, che al momento dello scontro tra le flotte si sarebbero rivelati i piu forti alleati su cui contare per terrorizzare i valorosi guerrieri di Pergamo.

Se il dolus serve a migliorare una condizione, a risolvere problemi insolubili, a salvarsi da un pericolo, esso non puo che avere un valore estremamente positivo: ma cio appartiene piuttosto al pensiero greco. Il dolus non rientra nella scala dei valori dell'etica latina, nella quale, invece, emerge al primo posto la fides, che e il suo contrario. Menzionata per la prima volta in Aen. 1, 292, insieme a Vesta, Romolo e Remo, la fides e la personificazione poetica del corrispondente concetto astratto. Essa e la regolatrice dell'esistenza collettiva che viene messa in rapporto con l'epica augustea, eta di pace e di civile progresso, successiva alie guerre civili. Si puo ben trovare in Virgilio una ricezione delle idee maturate nella riflessione giuridica tardorepubblicana, diretta a identificare nella fides stessa l'entificazione ideologica posta a fondamento dei corretti rapporti tra gli uomini, che si basano sul rispetto della parola data e sulTonesta di comportamento. La metis e il dolos, uniti al giusto uso delYeikos nel logos retorico, sono invece i capisaldi dell'elogio dell'intelligenza e della ragione greca. La polytropia (la versatilita) e al vertice delle capacita intellettive greche, e ad essa i latini contrappongono la firmitas, cioe la saldezza morale, la perseveranza. Queste due visioni del mondo diametralmente opposte, la greca e la latina, ben si rispecchiano nel II libro delYEneide nelle figure di Sinone e di Laocoonte. Il successo del modello greco sul modello troiano-latino non e che illusorio nel YEneide e, anzi, si rivela funzionale perche possano emergere alia fine, in una visione prowidenzialistica, i valori etici della cultura latina in eta augustea. 11 sacrificio di Laocoonte, e con la sua morte la sconfitta dei valori arcaici di cui egli e depositario, sono le basi per la fondazione di una nuova citta e per la creazione di una nuova stirpe, che fara di quei valori il proprio fondamento e la propria forza. In Virgilio, dunque, il dolus non puo che essere un mezzo prowisorio che consente di vincere una guerra; ma la distruzione di Troia e la garanzia della grandezza futura di Roma e le ceneri di Laocoonte e di Troia sono il seme di una nuova rinascita, la rivincita di un sistema etico solo per una notte perdente, ma vincitore per sempre.

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ZINTZEN 1979 = C. ZINTZEN, Die Laokoonepisode bei Vergil, Mainz.

Nicoletta Bruno

Universita di Bari

nicoletta.bruno88@yahoo.it

(1) Non bisognera mai dimenticare il monito rivolto agli interpreti virgiliani da Paratore 1979, 405: in apertura di un suo prezioso contributo sull'episodio di Laocoonte egli awertiva che <<gli esiti raggiunti dall'arte virgiliana son tali che l'opera e vista e studiata come se l'autore le avesse gia impresso il segno definitivo, e ogni problema esegetico nascente da incongruenze fra una e un'altra parte del poema e accantonato come fastidioso, ormai superato, quasi non pertinente all'obbligatoria determinazione della forza e coerenza espressiva di cui Topera appare dotata>>.

(2) La mia convinzione sull'importanza dell'apporto archeologico in un lavoro prettamente filologico e letterario, si deve all'incontro con Raffaella Cassano: a lei va la mia profonda riconoscenza per aver seguito sin dalle origini la realizzazione di questo lavoro e per averio impreziosito delia sua competenza e delta sua appassionata esperienza sul campo, attraverso i suoi consigli bibliografici e metodologici.

(3) Non lontano da questa idea era Edmond Pottier che definiva la collaborazione tra archeologia e filologia <<philologie archeologique>> (Pottier 1898, 393). Per quanto riguarda l'importanza dell'apporto delle fonti filologico-letterarie per lo studio della storia dell'arte antica cf. Gualandi, 2001, 61-70.

(4) Nel commento ai contesti virgiliani mi e stato di prezioso aiuto il metodo adottato da Fedeli 2008, 71-81; id. 2009, 29-65.

(5) Nel suo racconto Enea si mostra ben presto solidale con la proposta di Capi, contraria al volere divino di far capitolare Troia (v. 35 at Capys et quorum melior sententia menti), cosi come con il principe troiano, contraido al consiglio di Timete, si schierera favorevolmente Laocoonte. Erler 2009, 21 affronta la questione: <<Merkwurdig ambivalent ist Aeneas' Lob des Kapys, weil der die Hinterlist Lob der Griechen durchschaut habe und das Pferd zerstoren wollte. Dieses Lob ist eigentlich nur verstandlich aus der Perspektive des Erzahlers Aeneas, der im Ruckblick die Entscheidung der Troer ais falsch erkannt hat. Es ist aber erstaunlich fur den, der Iuppiters Plan kennt und feststellen muss, dass sich der Erzahler Aeneas mit einer Position solidariert, die dem Gotterplan widerstrebt, also in gleicher Weise frevelhaft ist wie diejenige Laokoons>>.

(6) Cf. Paratore 1979, 416.

(7) Qui e in seguito il testo virgiliano e quello di Conte 2009.

(8) Per caterua cf. Ernout-Meillet 1994, 105: termine in genere utilizzato per indicare le bande armate, come anche in questo caso, caterua ha formazione analoga aaaceruus, -tini, -tio: cf. ibid. 6.

(9) Cf. ThlL II 485, 25 sgg.

(10) Cf. Horsfall 2008, 83: <<Laocoon afire with urgent rage at the folly of his fellow-Trojans and the flame of his (wholly laudable) anger is clearly enough the first fire-image of the book (...), a first scintilla that will carry the reader to the great, fatal conflagration>>.

(11) A tal proposito cf. OLD s.v. de [2].

(12) Cf. Paratore 1978, 251, che accorda al verbo il senso piu marcato di 'proteggere'; cf. LSJ s.v. koeo.

(13) Lynch 1980, 171. La stessa idea e condivisa da Deroux 1988, 887.

(14) Cat. Or. 42 Cugusi--Sblendorio Cugusi quis hauc contuneliam, quis hoc imperium, quis hauc seruituten ferre potest? Nenio hoc rex ausus est facere: eane fieri bonis, bono genere gnatis, bono consultis! Vbi societas? Vbi jides niaioruni? Insignitas iniurias, plagas, uerbera, uibices, eos dolores atque carnificinas per dedecus atque niaxiniani contunieliani, inspectantibus popularibus suis atque multis niortalibus, te facere ausum esse! Set quantum luctum, quantum gemitum, quid lacrimarum, quantum fletum factum audiuit

(15) Quintiliano tratta questo tipo di procedimento retorico in Inst. 9, 2, 6 quid enini tarn commune quart i interrogare uel percontari? Nam utroque utimur indifferenter, quart iquani alterum noscendi, alterum arguendi gratia uidetur adhiberi. At ea res, utrocumque dicitur modo, etiam multiplex habet schema. Incipiamus enim ab iis quibus acrior ac uehementior fit probatio, quod primo loco posuimus. Simplex est rogare: <<sed uos qui tandem? Quibus aut uenistis ab oris?>>, figuratum autem quotiens non sciscitandi gratia adsumitur, sed instandi.

(16) Cic. Brut. 65.

(17) Cf. ThlL VIII 1105, 28 sgg., in particolare Catull. 8, 1 miser Catulle, desinas ineptire.

(18) Horsfall 2008, 84 giustamente ritiene che si tratti della stessa dementia presente nel nesso simile quae tanta dementia (Cic. Div. 2, 94).

(19) Cf. OLD s.v. [4],

(20) Petron. 39, 3 rogo, me putatis illa cena esse contentum, quant in theca repositorii uideratis? 'Sic notus Vlixes?'.

(21) Un interessante studio suite varie fonti iconografiche e letterarie riguardo at materiale adoperato per la mitica costruzione del cavallo di Troia e presente ora nel saggio di Estiez 2006, 97.

(22) Machina, come altri termini del linguaggio militare (catapulta, machaera, pirata, pharetra, ballista) e un prestito dal greco; a tal proposito cf. Austin 1964, 46, Horsfall 2008, 86 e soprattutto Amerio 1987, 299 per una trattazione completa dell'uso del termine nei vari contesti virgiliani.

(23) Enn. Aun. 620 Sk. machina multa minax minitatur maxima muris.

(24) Lucr. 3, 135; 5, 577.

(25) Si tratta di un verbo di arcaiche reminiscenze epico-tragiche, gia attestato in Ennio (Aun. 465 Sk.), in Pacuvio (trag. 186 R.3) e in Cicerone (Arat. 61). Horsfall 2008, 89 ritiene che i vv. 50-2 contengano un riferimento, forse troppo azzardato, al rito dell'Ocfofcer equus, praticato nella Roma arcaica, che consisteva nel sacrificio violento di un cavallo al dio Marte, compiuto il 15 ottobre (DumEzil 1989, 211), e che e spiegato dallo storico Timeo (FGH 566F36) come un inequivocabile simbolo delle origini troiane di Roma, in quanto Yequus Troianus non e che il mezzo grazie al quale Troia e caduta e Roma e potuta nascere. In quanto al cavallo di legno, ritengo che esso rappresenti il simbolo dell'offerta funebre della morte di Troia, la cui distruzione e l'emblema della morte di un'intera civilta, di una potenza del mondo antico destinata ad estinguersi per poi rinascere proprio attraverso il sacrificio del cavallo: esso e strumento d'inganno per determiname la morte, ma e necessario per la sua rinascita in una nuova citta, grazie alia sua funzione simbolica come portatore di luce e di vita (Chevalier-Gheerbrant 1989, 223-34).

(26) Cf. OLD s.v. recutio [1].

(27) Val. Flacc. 5, 166.

(28) Stat. Theb. 7, 20.

(29) Austin 1964, 49 crea un interessante paragone tra i versi virgiliani e il rilievo di Gandhara del II secolo d. C., che vede raffigurati Laocoonte, che percuote con la lancia il cavallo di legno, e Cassandra, in vesti indiane, che sosta davanti alie porte di Troia e alza le braccia in un gesto di disperazione. Sullo sfondo sono presenti anche due figure maschili: con ogni probabilita si tratta di Sinone e Priamo. Per un'ulteriore bibliografia sul rilievo e il mito di Laocoonte cf. Settis 1999, 67.

(30) Ernout-Meillet 1994, 338 s.v. laeuus, come tutto cio che e collegato all'idea della sinistra (laeuus vs. dexter).

(31) Ernout-Meillet 1994, 343 s.v. lateo.

(32) Per la ricostruzione della vicenda mitica di Palamede cf. Corbato 1985, 929-30.

(33) Cic. De iuuent. 1, 20; a tal proposito cf. Lynch 1980, 174: <<Sinon uses insinuatio, the kind recommended for the speaker whose listeners are violently hostile>>; cf. anche Lausberg 1988, 132-33, 279-80 e Riccio Coletti 2004, 106.

(34) Lynch 1980, 173.

(35) Lynch 1980, 173 a tal proposito annota che <<in general, Sinon secures his emphasis by careful and artful positioning of words, not by jolting his audience as Laocoon had done>>.

(36) Paratore 1978, 262.

(37) Paratore 1978, 262.

(38) Una trattazione ampia e ben discussa di questo procedimento retorico e in PlebeEmanuele 1988, 17. Per i filosofi Tisia e Gorgia il verosimile poteva anche essere piu pregevole del vero.

(39) Lynch 1980, 175.

(40) Aesch. Ag. 1214-1241.

(41) Era un mito ben noto a Roma, ricordato da Plaut. Bacch. 937 sgg., quello che Troia era stata vinta solo per mezzo dell'inganno.

(42) Austin 1959, 18 chiarifica bene la scelta di Virgilio di tralasciare il personaggio di Cassandra.

(43) Cf. Deroux 1988, 886.

(44) Austin 1964, 99.

(45) L'aggettivo improuidus e raro in poesia, mentre e generalmente adoperato in contesti di carattere storiografico. Cf. Liv. 5, 45, 3; Val. Max. 9,7,2; Tac. Hist. 3,56.

(46) Ov. Met. 11,411 auxia prodigiis turbatus pectora Ceyx.

(47) Cf. infra su Laocoonte in quanto sacerdote di Nettuno.

(48) Forse si tratta dello stesso rito di cui parla Fest. 385, 8-9 L. Cf. anche Ernout-Meillet 1994, 633 s.v. sollemnis.

(49) Paratore 1978, 289.

(50) Cf. infra sull'aporia.

(51) Non e facile sciogliere questo dilemma. Forse la domanda che si pone Austin 1964, 101 potrebbe contenere di per se una possibile risposta: <<had he (Laocoon), in a last desperate effort to save the Trojans from the fate that they seemed bent on meeting, gone off to his official priestly duty?>>.

(52) I tori erano gli animali piu indicati per placare gli dei: a tal proposito cf. Plin Nat. Hist. 8, 182-3. Il colore del pelo deYingens taurus e il bianco, come per tutti gli animali offerti alie divinita olimpiche (cf. Prescendi, Siebert, Huet 2004, 199): in questo caso il sacrificio del toro a Nettuno era tra i piu comuni (cf. Hermany 2004, 87-88).

(53) Austin 1964, 101.

(54) Servio Danielino nel commento a 2, 201 (sane Bacchylides de Laocoonte et uxore eius uel de serpeutibus a Calydnis insulis ueuieutibus atque in homines conuersis dicit) annota che Bacchilide (fr. 9 Snell) fa anche riferimento alia moglie di Laocoonte, che probabilmente aveva un ruolo nella vicenda, e rappresenta i due enormi seipenti come provenienti dall'isola di Calydne; cosi si legge anche negli Schol ad Lycophr. 347. La versione virgiliana dei seipenti che provenivano dall'isola di Tenedo, presso cui erano nascosti i Greci (Aen. 2, 21-30) e seguita anche da Petron. 89, 29 e da Hygin. Fob. 135. Non e un caso, pero, che Virgilio abbia voluto modificare la tradizione mitografica precedente: e molto probabile che i serpenti che stritoleranno Laocoonte e che provengono proprio da Tenedo--rifugio dei Greci pronti a ricevere i segnali fatti dai compagni nascosti nel cavallo di legno per accorrere in loro aiuto--siano un'anticipazione della distruzione di Troia, in quanto inviati dalla vendicativa Minerva per uccidere Funico temibile oppositore del suo inganno.

(55) Paratore 1978, 290. Simile e l'analisi di Austin 1959, 21 sul linguaggio del prodigium: <<Virgil's style and language correspond to the ritual accounts prodigies so familiar in the Roman historians. From passages in Livy, Tacitus, Valerius Maximus and others, he demonstrates how Vergil has shaped a Greek myth into something entirely Roman and set deep in the Roman conception of history>>.

(56) Immensa e da intendere in senso etimologico da in privativo + nietior: cf. ErnoutMeillet 1994, 401, s.v. metior.

(57) Horsfall 2008, 193.

(58) Austin 1964, 105.

(59) Dei figli di Laocoonte si conosce ben poco: Virgilio rende l'idea della loro giovanissima eta con l'aggettivo paruus. Tessandro, testimonia Servio Danielino, chiamava i due fanciulli Etone e Melanto, mentre Hygin. Fob. 135 li chiama Antifate e Timbreo.

(60) Per quanto riguarda il <<serpent imagery>>, molto interessanti sono gli studi di Knox 1950 e Fernandelli 1997.

(61) Cf. Ernout-Meillet 1994, 514 s.v.plecto,

(62) Horsfall 2008, 197 ha evidenziato come anche in un altro contesto dell'Eueide (5, 93) il serpente sia solito consumare il proprio pasto sugli altari.

(63) Lucr. 3,12.

(64) Cf. ThlL V 1, 562, 19 sgg.

(65) La ripetizione compare in 6, 134; Georg. 1, 48; 2, 150.

(66) Horsfall 2008, 206.

(67) Anche la morte di Priamo (Aeu. 2, 535-59) si chiude come un lamento funebre.

(68) Un'accurata ricostruzione dell'episodio mitico di Laocoonte e stata eseguita da Zintzen 1979.

(69) Andreae 1989, 17.

(70) Nel II see. a.C. puo essere collocato l'archetipo del gruppo scultoreo del Laocoonte: a tal proposito cf. infra.

(71) Plut. Flarnin. 12.

(72) E molto probabile che Virgilio conoscesse il testo del Laocoonte, che tra l'altro e stato parodiato da Aristofane (Ran. 665): cf. Austin 1959, 20.

(73) Ps. Apoll. Epit. 5, 17-18.

(74) Servio Danielino, nel commento a 2, 201, riporta la versione mitica di Bacchilide e Euforione.

(75) Schol ad Lycophr. 347.

(76) Dion. Hal. Ant. Rom. 1, 48, 2.

(77) Deroux 1988, 886.

(78) Heinze 1989, 47. E innegabile il rapporto con un'idea di Euforione: questi (stando a Servio nel commento a 2, 201) aveva narrato che i Troiani prima dell'inizio della guerra avevano lapidato il sacerdote di Nettuno, reo di non essersi assicurato con sacrifici o voti la protezione del dio e di non aver impedito l'arrivo della flotta dei Greci. Dato che il tempio del dio si trovava sulla spiaggia, durante la guerra il culto sara stato sospeso e non si sara neppure rawisata l'esigenza di rimpiazzare il sacerdote.

(79) Non bisogna dimenticare che il palazzo di Augusto comunicava con il tempio di Apollo sul Palatino. Cf. Zanker 1989, 74 e Carandini 2008, 180-242.

(80) Paratore 1979, 408 si e chiesto come fosse possibile scorgere dalla spiaggia una statua di Minerva all'interno di un tempio collocato cosi in alto sull'arx. Gia Servio si era accorto dell'aporia (v. 227 scilicet maioris simulacri, quod a cuuctis uidetur; nam quod colitur et breue est et latet, sicut Palladium fuerat). Ma se a Troia era rimasta una grossa statua della dea, a che pro la necessita da parte degli Achei di lasciare un grosso uotum al posto del Palladio rapito? E probabile che nella rocca si trovassero altre statue di Pallade e questa eventualita spiegherebbe l'esplicita allusione di Sinone (vv. 162 sgg.) a un uotum lasciato dagli Achei per espiare il ratto del Palladio. Paratore 1979, 410 ha provato a dare una risposta al problema: <<dato che esso dalla rocca era visibile sulla spiaggia, il simulacro doveva essere di una grandezza eccezionale, tale da costituire o il vero e proprio Palladio oppure un unicum ad esso superiore, di cui nessun'altra testimonianza ci e giunta. Inoltre, la coerenza tra l'episodio di Laocoonte con quello di Sinone e basata proprio sul ratto del Palladio, che il particolare della statua della dea suit'arx sembra smentire; in ogni caso in questi versi c'e da individuare una difficolta, un'aporia che Virgilio avrebbe pensato a sanare in seguito>>.

(81) Simon 1992, 197-98. Per un discorso piu completo sul mito delYIlioupersis nella pittura vascolare del IV secolo a.C. di fondamentale rilievo sono gli studi di Jean-Marc Moret: cf. in particolare Moret 1975, 275- 91.

(82) Sul rapporto tra le pitture parietali e i versi virgiliani cf. Cadario 2007, 91-93.

(83) Ling 2005, 72 ha osservato che <<in both pictures Laocoon is at the centre, kneeling on the altar, and struggling with a serpent in a pose reminiscent of the famous statue-group in the Vatican>>.

(84) Cf. Papini 2009, 109.

(85) Cf. Potnpei. Pitture e Mosaici. II, Regio I, 284.

(86) Simon 1999, 237.

(87) Per un quadro completo della storia degli studi dell'ultimo secolo sul Laocoonte dei Musei Vaticani cf. De Aloe 2007, 287-319.

(88) Plin. Nat. Hist. 36, 37-8 uec delude multo plurium fama est, quoruudam claritati hi operibus eximiis obstante numero artificuni, quoniam uec unus occupat gloriam uec plures pariter uuucupari possuut, sicut in Laocoonte, qui est in Titi imperatoris domo, opus omnibus et picturae et statuariae artis praefereudum. Ex uno lapide eum ac liberos draconumque inhabiles nexus de consilii senteutia fecere summi atifices Hagesander et Polydorus et Atheuodorus Rhodii.

(89) La disamina di Andi'eae e in realta molto complessa. Egli stabilisce un legame tra il gruppo scultoreo e la composizione delYAlessandra di Licofrone, opera che mette in luce lo stretto rapporto tra Pergamo e Roma alia luce del mito. Il regno di Pergamo e committente delY Alessandra di Licofrone, in cui Laocoonte e presentato come il simbolo della caduta di Troia. Nel II sec. a.C., nel pieno dell'espansionismo dei Romani e delle straordinarie vittorie di Scipione l'Emiliano, e probabile che Attalo III, ahora sovrano del regno di Pergamo, abbia recato in dono ai conquistatori in segno di amicizia e fratellanza, dopo la caduta degli altri regni ellenistici per mano degli stessi Romani, la scultura simbolo del legame mitico tra le due citta. La tragedia di Laocoonte avrebbe generate nell'animo degli invasori terrore e pieta, in quanto simbolo del dolore e della perdita. Nelleta augustea l'interpretazione del mito di Laocoonte si modifichera, da semeion della citta distrutta, sara il sacrificium, owero il toro da immolare prima di fondare una citta, grazie al quale sara possibile per Enea la fondazione di Roma. Nel Rinascimento per gli scopritori il gruppo del Laocoonte divento non solo Yexemplum del dolore e della distruzione, ma anche Topera piu significativa deh'arte antica. Cf. Andreae 1989, 176-79.

(90) Moreno 1994, 624-25: <<Nel marmo che ci e giunto, il carattere di copia rispetto al bronzo originario, emerge da un elemento intrinseco alia composizione, un'anomalia nel drappeggio del primogenito del sacerdote. Anche nelTarchetipo il mantello doveva essere raccolto sulla spalla del giovanetto ed in parte sulla coscia sollevata, in modo da esprimere la situazione di scarso pericote del personaggio rispetto agli altri due destinati a morire sotto la stretta dei serpenti (...). Nel rendere Timportante dettaglio, gli scultori lo hanno pero adattato ah'esigenza statica del marmo, prolungando la stoffa da dietro fino a terra. Ne deriva una sorta di puntello che funziona dal punto di vista tecnico, alterando tuttavia la logica del disegno, poiche la massa pendente del pallio e diventata maggiore del lembo ripiegato sulla spalla, fino al punto che dovrebbe nella realta averio gia trascinato a terra>>.

(91) Himmelmann 1995, 31.

(92) Settis 1999, 51-76.

(93) Plinio nel XXXVI libro della Natumlis historia cerca di stabilire i meriti del marmo, in rapporto a quelli del piu prestigioso bronzo. La maestria tecnica degli scultori in marmo viene lodata in vario modo, anche perche in essa si cimentarono i piu illustri artisti. Nei paragrafi 16-26 Plinio fa un elenco di artisti famosi che praticarono la scultura in marmo, da Fidia a Prassitele e a Scopas. Nei paragrafi 30-31 torna a parlare di Scopas come di uno degli scultori del Mausoleo di Alicarnasso e si sofferma sull'importanza del lavoro comune e sulla collaborazione tra artisti nella composizione dei gruppi marmorei, come e il caso del gruppo del Laocoonte a opera dei tre artisti rodiesi, nei paragrafi 37-38.

(94) L'iscrizione di Sperlonga ci informa che Atenodoro era figlio di un Agesandro, Agesandro era figlio di un Paionio e Polidoro era figlio di un altro Polidoro. Pur essendo possibili diverse ricostruzioni dei rapporti di parentela fra i diversi personaggi, i primi due in ogni caso risultano contemporaneamente attivi a Rodi nel decennio immediatamente successivo alia meta del I sec. a.C. Dopo il saccheggio di Rodi operato da Cassio nel 42 a.C. non incontriamo piu le firme degli scultori: l'isola pati una profonda decadenza economica ed e probabile che i piu famosi artisti dell'epoca si siano trasferiti sul mercato romano, che, invece, offriva attraenti possibilita. E dunque nel ventennio successivo, tra il 40 e il 20 a.C., che si deve collocare la ricostruzione defi'attivita in terra italica dei tre scultori rodiesi che avrebbero realizzato il Laocoonte. Cf. Settis 1999, 41-50.

(95) Liverani 2006, 37.

(96) Cf. Liverani 2006, 35.

(97) Cf. Fedeli 2005, 987-92.

(98) Cf. Pellizer 1990, 181-82.

(99) Secondo Servio nel commento a 2, 32, il tema delle atroci peripezie di Timete era stato trattato da Euforione: ut Euphoriou elicit, Prianms ex Arisba filium uatem suscepit. Qui cum dixisset quadani die nasci puerum, per quem Troia posset euerti, pepererunt sinml et Thymoetae filium uxor et Hecuba, quae Priami legitima erat. Sed Priamus Thymoetae filium uxoremque iussit occidi. hule ergo nunc dicit 'siue dolo', quia iustam causam proditionis habere uidebatur.

(100) Secondo Ganiban 2009, 65 Sinone e il corrispettivo di Ulisse nel racconto di Demodoco neirvill libro dell'Odissea.

(101) Concordo con Estiez 2006, 96: <<Ulysse, qui ne pouvait avant cela rivaliser avec les exploits d'Achille, le vainqueur du grand heros troyen Hector, acceda alors au premier rang des guerriers grecs. Achille avait vaincu Hector par la force; c'est par la ruse que la ville de Priam tomba aux mains des Grecs. Et Ulysse, devenu definitivement l'"homme aux mille ruses", merita l'epithete illustre de "destructeur de cites">>.

(102) Detienne-Vernant 1974.

(103) Chantraine 1963, 699.

(104) Chantraine 1963, 95.

(105) Chantraine 1963, 292.

(106) <<II Trattato di pesca, composto da Oppiano nel II secolo della nostra era, e il Trattato di caccia dell'autore omonimo, ci introducono a un mondo di tranelli. Tranelli sono gli ami, le reti, le nasse, i cappi, le tagliole, ma anche, in certo modo, gli animali e gli uomini che di volta in volta appaiono come cacciatori o come prede. Nei due trattati, i termini dolos, techue, mechaue ritornano continuamente, associati a quello di metis.>> (Detienne-Vernant 1974, 17).

(107) Eust. Comm, ad Horn. II. 1408, 18; 1464, 30 D.

(108) Detienne-Vernant 1974, 29-30.

(109) Detienne-Vernant 1974, IX.

(110) Ernout-Meillet 1994, 182 s.v.

(111) Ibid.

(112) Nep. Hami. 10, 2-4 dissidebat ab eo Pergamenus rex Eumeues, Romauis amicissimus, bellumque inter eos gerebatur et niari et terra: quo niagis cupiebat eum Hannibal opprimi. Sed utrobique Eumenesplus ualebatpropter Ronianorurn societatem: quern si remouisset, faciliora sibi cetera fore arbitrabatur. Ad hunc interficiundum talem iniit rationem. Classe paucis diebus erant decreturi. Superabatur nauium multitudine: dolo erat pugnandum, cum par non esset armis.
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Title Annotation:I COMMENTATIONES
Author:Bruno, Nicoletta
Publication:Euphrosyne. Revista de Filologia Classica
Date:Jan 1, 2011
Words:17585
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