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Il rapporto tra delitto e peccato nell' attualita del diritto canonico.

Resumen: La percepcion de la distincion entre delito y pecado se encuentra en la base de la ciencia penal y ha resultado una fatigosa conquista del pensamiento canonico. Tras el Concilio Vaticano II se ha atenuado en las formulaciones doctrinales y en las propuestas legislativas la claridad de esa diferenciacion asi como la exigencia del castigo, influyendo sobre la hermeneutica del sistema y la conducta de los operadores. La explosion de la justicia penal en los ultimos anos manifiesta la falacia de aproximaciones antijuridistas y antipenalistas. Para superar los movientes pendulares en el planteameinto eclesial, entre laxismo y justicia-lismo, entre perdonismo y retribucionismo etc., parece util recuperarei equilibrio y la serenidad en los presupuestos y en el concreto ejercicio de la potestad coactiva.

Palabras clave: Delito, pecado, ciencia penal, prudencia de gobierno.

Abstract: The distinction between delict and sin is at the heart of discussions of penal law, and amounts to an especially hard-won achievment in canonical thinking. In post-Vatican II doctrinal definitions and legislative proposals, both the clarity of the distinction and the need to punish have been mitigated, influencing the interpretation of the system and the behavior of the agents involved. The vast expansion of penal justice in recent years has disclosed the fallacy of anti-judicial and anti-penal attitudes. Hence, so as to avoid radical oscaillation in ecclesial contexts between laxity and strict legality, indulgent forgiveness and vengeful retribution, etc., it may be worthwhile to reassert a balanced and calm approach to the principles and practice of coercive power.

Keywords: Delict, sin, penal science, prudence in governance.

The relationship between delict and sin in current issues of canon law

1. LA "PREPOTENTE" RIEMERSIONE DELLA GIUSTIZIA PENALE

La scienza penale canonica, quasi ignorata e messa da parte nel postconcilio (1), ha conosciuto un rinnovato interesse e una solerte applicazione negli ultimi anni (2). L'attenzione penalistica coincide purtroppo con il grave degrado del tessuto ecclesiale che tanto ha addolorato Benedetto XVI (3). Lo scalpore dello scandalo della pedofilia dei chierici, ma non solo (4), ha spesso rinfacciato all'autorita ecclesiastica il mancato, intempestivo o inefficace ri-corso alia tutela criminale. Lo stesso atteggiamento della Chiesa d'altronde ha ammesso anzitutto una culpa quantomeno in vigilando per il passato (5) e ha promosso la linea della trasparenza e l'incentivo alia funzionalita delle misure gia previste per il superamento delle difficolta presenti (6). Le disfunzioni registrate sembrano addebitabili dunque ai limiti e alia forma mentis degli operatori pio che alie insufficienze del sistema (7). La valutazione critica della situazione tuttavia non si e limitata all'aspetto comunicativo o motivazionale, ha riguar-dato anche la revisione dei meccanismi tecnici di repressione dei reati: l'ag-giornamento delle Normae de gravioribus delictis (8), la concessione di facolta speciali (9) e l'iniziativa volta alia novellazione dell'intero libro VI del codice (10). La "risposta della Chiesa" ha cercato insomma di coniugare, con realismo e buon senso, il richiamo alia premura e alia preparazione dei Pastori con l'affinamento dei mezzi esistenti.

La rivisitazione della materia penale non solo non e stata calma e pacifica, appare a dir poco turbolenta e tormenta. Il clamore sociale e la pressione mediatica hanno alimentato infatti un clima di insicurezza e di sospetto che ha richiesto, oltre ad un chiarimento comunicativo, un'adeguata reazione istitu-zionale. La "prepotenza" descrive allora l'infelice contesto ambientale di pro-liferazione dell'emergenza criminale con i limiti di ponderazione e analisi che la caratterizzano (11). In un quadro di questo tipo il prospettato intervento normativo di adeguamento funzionale e soggetto alia tentazione di un ritorno al-l'antico pio che di un passo in avanti, mettendo in ombra gli apporti della moderna scienza penale secolare. Anziche correggere talune imperfezioni tec-niche, stimolare l'adozione delle misure cautelari e, soprattutto, sopperire alia sentita carenza di giuristi preparad, e insinuante la lusinga di assicurare un energico controllo, semplicemente snellendo le forme e rafforzando i poteri delPautorita. Lo slogan giornalistico della "tolleranza zero" non e la panacea di tutti i mali, ne contiene il magico principio di soluzione del problema, ri-schia viceversa di alimentare per contrasto la deriva giustizialista della "puni-zione ad ogni costo".

La radice di ogni autentica riforma della Chiesa, come e noto, consiste nella maturazione della formazione e della sensibilita dei fedeli. La sapienza antropologica cristiana insegna che i miglioramenti stratturali o istituzionali sono efficaci nella misura in cui sono assistiti da una sentita e stabile acquisizione a livello personale (12). Appare evidente d'altronde l'inanita di ogni intervento che prescinda dal contesto sociale d'incidenza e dal riferimento alia mentalita degli esecutori e destinatari delle misure. La scarsa applicazione delle previsioni legali, cosi come la resistenza nell'adire la via giudiziaria, non a caso appare pio un limite degli uomini e del senso della giustizia che un difetto di regole e di mezzi adeguati (13). La promozione della scienza del giusto e dell'ingiusto resta l'obiettivo prioritario della retta guida del popolo di Dio. In quest'ottica assume un ruolo fondamentale percepire gli estremi concettuali e sostanziali della fattispecie delittuosa. Una soluzione disavveduta, lungi dal riparare il male e l'eventuale scandalo, conferisce un'impronta allarmistica e intimidatoria al governo ecclesiasrico e aggiunge una nota di grave irrazionalita all'ordinamento (14). I comportamenti riprovevoli e disdicevoli in seno alia Chiesa intaccano sempre il tessuto sociale e i vincoli di fraternita, ma non rilevano sempre sul piano giuridico e men che mai in quello penale (15). Il rischio di una brusca impennata del sistema penale consiste nell'ampliare a dismi-sura il riscontro della responsabilita giuridica e di sviare il rapporto tra giustizia e morale. L'equivoca supposizione di un reato o, piuttosto, Pabusivo rilievo punitivo o inquisitorio di una semplice violazione morale e quindi un'estrapolazione e un traviamento dal rigore della punizione dell'errante e dalla logica della difesa del bene comune.

2. LA DISTINZIONE SENZA SEPARAZIONE TRA SFERA MORALE E GIURIDICA

Il fine trascendente deU'ordinamento canonico determina una profonda influenza del fattore giuridico nella conformazione del popolo di Dio. La pecu-liarita dell'assetto ecclesiale sta nella possibile penetrazione e influsso della previsione delle condotte non solo nell'agire esterno dei consociati, ma anche nella sfera, per cosi dire, intima e personale del soggetto (16).

L'univoca direzione dell'impegno richiesto puo rendere talora poco age-vole Pindividuazione del confine tra riparazione della colpa e reintegrazione dell'ordine sociale. Appare decisivo pertanto chiarire il rapporto di inchisione ed esclusione reciproca tra peccato e delitto: ogni delitto e un peccato, ma chiaramente non ogni peccato e un delitto. Non si puo attribuire un'efficacia punitiva ad un comportamento irrilevante sul piano comunitario ancorche seriamente sconveniente (17). L'erronea qualificazione della colpa del trasgressore, Pinfli-zione di un'indebita pena esterna, Pinvocazione di una spropositata tutela esemplare sono misure sconsiderate e controproducenti. La forma d'acquisi-zione della notitia criminis puo parimenti essere preclusiva alia valenza inter-soggettiva del fatto (18). Il rispetto dei mezzi giuridici implica infatti la rispondenza e correttezza della fonte d'indagine (19). Un'ulteriore restrizione e rappresentata dal rispetto dalla convergenza interordinamentale della giuri-sdizione: il dualismo cristiano implica la legittima autonomia e sufficienza della cognizione civile della responsabilita del fedele in quanto semplice cittadino. La leale collaborazione cui e improntato il regime ecclesiastico comporta l'astensione dalla duplicazione delPaccusa la dove esistano maggiori mezzi e garanzie di un'efficace incriminazione nel foro statuale (20). L'uso conveniente e appropriato della responsabilita penale tende a preservare la natura di extrema ratio dell'imputazione. Alia base di talune confusioni c'e invece uno sbanda-mento verso l'integralismo criminale (infra [seccion] 5.2) o un'indebita sostituzione della moralita con l'ingiunzione legale.

Una visione assorbente e totalizzante della correttezza o scorrettezza comportamentale porta a sminuire la (relativa) autonomia e specificita della dimensione giuridica. Il peccato come fatto dirompente della comunione ecclesiale e sicuramente prevaricatorio e detestabile, ma non giustifica certo un'indiscriminata possibility d'incriminazione e d'addebito. La facolta di pu-nizione o condanna, oltre alia valutazione prudenziale del titolare del bene leso (21), dipende dalla quality stessa dell'offesa. Alia base di un'equivoca impo-stazione "giuridicista" c'e sovente una visione strumentale e utilitaristica della responsabilita penale. Il diritto non e semplicemente un mezzo per attuare l'ordine desiderato o una forma di coazione diretta o indiretta della societa (22), e un dato di fatto iscritto nella logica delle relazioni di debito e quindi un aspetto costitutivo della realty umana (23). Solo il rispetto della razionalita dello his permette l'effettivo riscontro della sua bonta e proficuita. In una prospettiva di "fondamentalismo criminale" non conta tanto Pentita e Pallarme per l'attentato quanto Pesemplarita e prontezza della reazione. Prescindendo dalla fonte di acquisizione della notizia si estende inoltre in maniera eccessiva Parea dell'indagine e del contrallo (24). La distinzione tra Pordine morale e giuridico implica invece il rispetto dell'ontologia, dei principi e del modus operandi del-Yars boni et aequi. L'esteriorita e alterita della condotta delittuosa e soprattutto la doverosita per il bene della comunita della sanzione integrano allora gli estremi del reato; i principi di legalita e non colpevolezza assicurano le garan-zie di sicurezza e benevolenza; la contestazione, la difesa e Pimparzialitl del giudizio fissano le indispensabili risorse procedimentali, solo per citare alcune concretizzazioni.

La completa separazione tra la sfera dell'ethos e del dikaion comporterebbe viceversa uno svuotamento dell'essenza del delitto e uno smottamento verso la mera legalita positivistica. Il fondamento della giuridicita risiede nella speci-ficazione del rilievo morale (sub specie iusti) ed e intrinsecamente legato all'agire virtuoso (Poggetto della virto della giustizia). Non si puo dunque assoluta-mente prescindere dal profilo veritativo e assiologico dell'ordine sociale. La restrizione e peculiarity dell'osservazione del giurista non compromette Punitario riferimento e Pintegrita del bene morale (25). La concezione giusrealista anzi porta ad esaltare una considerazione piena e completa dello statuto ontologico della persona. Il titolo legale della pretesa e della sanzione non e che la speci-ficazione e determinazione positiva della norma morale nella misura in cui interessa Pedificazione del corpo ecclesiale (26). La graduazione dell'illecito tra l'altro non e la semplice registrazione autoritativa della rilevanza dello scandalo ma la valutazione dell'incidenza dell'offesa ai beni della comunione e alia perfezione dell'agente.

3. LA "CONQUISTA" DELLA TRADIZIONE CANONICA

In questa sede non abbiamo la pretesa di sviscerare la differenziazione tra peccato e delitto nella vita della Chiesa, vogliamo solo compiere un som-mario excursus che dimostri la tortuosita del cammino percorso e la pregnanza della questione. L'autonoma elaborazione canonistica della nozione di reato ha infatti faticato a prendere piede: si e registrato un lungo periodo di gestazione e incubazione (27). Le conquiste pio sofferte comunque sono sovente anche quelle pio sentite e significative. E chiaro peraltro che la premessa di ogni seria indagine scientifica penalistica oggigiorno prende le mosse proprio dall'enucleazione della specificita della fattispecie criminosa, la distinzione de quo e, almeno teoricamente, pacifica e acquisita (28).

Nella Chiesa antica il peccato rappresentava non solo un male da estirpare ma un autentico attentato al bene comune. Il prevaricatore costituiva quindi una cellula cancerosa nel corpo di Cristo da allontanare e isolare prima che cercare di curare. Sin dagli scritti apostolici la preoccupazione di evitare il contagio e lo scandalo pare prioritaria rispetto al recupero e alia riabilitazione del reo (29). La comunita peraltro era essenzialmente liturgica, le pene conse-guentemente riguardavano fondamentalmente l'aspetto celebrativo. L'ordina-mento primigenio dunque non aveva tanto la pretesa di accertare gli estremi del fatto criminoso e l'imputabilita del colpevole quanto di assicurare l'inte-grita e l'edificazione della santa assemblea (30). La preoccupazione prioritaria del governo ecclesiastico era insomma l'ortodossia del culto e della fede, anche se la condotta morale e i costumi erano ritenuti (a ragione) espressione tangibile della rettitudine e onesta del credente (31). La coesione dell'organismo salvifico rendeva difficile un'autonoma valutazione dei comportamenti e una composita strutturazione dell'ordine sociale. In definitiva non pare troppo azzardato so-stenere che le carenze concettuali nella disciplina penale, allora come pure oggi, hanno conseguenze anche nell'ambito sacramentale. In origine mancava la previsione di un sistema penale, non certo l'esigenza e il concreto esercizio della potesta coattiva. La penitenza (pubblica) non a caso perseguiva gli scopi tipici della sanzione esterna: era al contempo vendicativa, esemplare e medicinale. La prevalenza dell'esomologenesi (confessione) non escludeva tra Paltro interventi d'iniziativa delPautorita. Come accennato, la pio sentita mancanza concerneva probabilmente l'accesso alia misericordia divina e la pace della coscienza. I limiti della sovrapposizione penale-sacramentale si deducono chiaramente dalla radicata convinzione dall'irremissibilita di alcuni pecati (32), dalla non reiterabilita del perdono e dall'eccessiva onerosita della soddisfazione. La durezza della disciplina non a caso porto col tempo alia desuetudine della prassi penitenziale pubblica.

Il "doppio regime" sacramentale-penale e stato l'approdo dell'affinamento teorico, ma soprattutto pratico, dell'autocoscienza ecclesiale circa l'ampiezza della missione salvifica. Punto di snodo importante, anche se non ancora decisivo, in tale percorso fu la diffusione della penitenza privata. La prassi della penitenza tariffata e reiterabile mitigo la severita del perdono e diede nuovo fulgore al sacramento della confessione. Con la "privatizzazione" della penitenza il foro interno acquisiva una sua rilevanza e specificita. La ratio peccati (il tipo di peccato: pubblico o occulto) fungeva ancora da criterio discretivo della coesistenza di modalita assolutorie (33). Lo stato canonico inoltre continuava per lo pio a condizionare Pintervento coattivo (il trattamento dei chierici era disgiunto anche formalmente da quello dei laici). L'adombrata disgiunzione tra pena e penitenza sacramentale comunque apri la strada alla futura divaricazione tra delitto e peccato.

La canonistica classica ha il merito di aver precisato il senso dell'imputabilita e la personality della responsabilita in riferimento alia concezione antropologica cristiana (34). La decretalistica ad ogni modo ha fissato e supposto abbastanza chiaramente la distinzione tra peccatum e delictum (35). La violazione punibile non e la lesione della carita ma il pregiudizio alia comunione (36). Il costante riferimento alia matrice etica (non si prescinde mai dai requisiti del peccato nella costruzione della fattispecie delittuosa) puo complicare ma non misconoscere la perentorieta delPassunto e delle relative classificazioni. La pena costituisce allora l'esclusivo praetium delicti, e ben nota la definizione di Bernardo da Pavia: <<Poena est iudicialis retributio pro peccato ... vel satisfactio delicti>> (37). La visione retributiva, ma non strettamente vendicativa, d'altronde domina la concezione ecclesiale fino all'epoca moderna (38).

Le successive sistemazioni non faranno che riprendere e sviluppare le acquisizioni raggiunte dai glossatori. Dal concilio di Trento in poi, respingendo gli errori dei riformatori, si precisa e chiarisce la dottrina sacramentale e ecclesiologica cattolica. Grazie all'approfondimento della natura della confessione e della potestas clavium, la differenza concerniale tra foro interno ed esterno diviene patrimonio comune della speculazione dei giuristi (39). Le risorgenti tendenze spiritualiste inducono inoltre a ribadire la legittimita dell'esercizio della potesta coercitiva e della comminazione di pene anche temporali. La Chiesa rivendica scientemente l'adozione dello strumento penale. Il liberalismo e il razionalismo aprono anche la strada alia formulazione teorica (e in parte apologetica) della pienezza e sufficienza ordinamentale che culmina nella definizione dello ius coercendi nativo e proprio (40). L'incentivo al cammino penitenziale appare in pratica sintonico con la promozione dell'ordine pubblico ecclesiastico.

La codificazione del 1917 procede ad un'organica strutturazione e disposizione della materia penale in linea con le precedenti conclusioni. Al di la dell'enfasi circa la portata dell'evento codificatorio (41), la nozione di delitto e ormai ben cristallizzata e delineata. L'autonomia e specificita della figura e chiara e perentoria: le caratteristiche dell'esteriorita della condotta, dell'imputabilita morale e del riscontro positivo della sanzione individuano gli estremi del delictum (42). La definizione d'altronde conserva la sua validity anche nella regolamentazione vigente (43). I limiti del Libro V riguardano semmai il regime sanzionatorio, l'analiticita prescrittiva, l'accentuazione autoritaristica, ecc. Si registra dunque la continuity e congruenza con l'elaborazione precedente e un'esplicitazione del principio di materialita (nullum crimen sine actione vel omissione). La ratio peccati funge da criterio di operativita della giurisdizione ecclesiastica nel mixtum forum (44). I commentatori del codice piano-benedettino e la dottrina dell'epoca concordano sostanzialmente circa le scelte legislative, il patrimonio assiologico e l'approccio epistemologico alio iuspoenale in maniera molto pio univoca e uniforme di quanto non sia accaduto con il contesto e la ricezione del codice giovanneo-paolino. L'univocita di vedute degli autori testimonia la definitiva emancipazione della disciplina penale dalla considerazione teologica del peccato e il riconoscimento della sua valenza propriamente giuridica.

Prescindendo dalla turbolenta temperie culturale che ha circondato la revisione del diritto penale, il codice vigente segna una profonda evoluzione, ma non una rottura, nella concezione non tanto del reato quanto dell'esercizio della potesta coattiva. La valorizzazione, forse eccessiva, dell'elemento giuridico nell'impostazione anteriore porta quasi per reazione ad un'accentuazione del profilo pastorale della disciplina ecclesiastica. La sottolineatura della peculiarity e originality dell'ordinamento canonico non compromette ad ogni modo la pienezza ed efficacia della tutela e la rispondenza della regolamentazione ecclesiale alie istanze della moderna scienza penalistica. I principi direttivi della nuova codificazione cercano non a caso di perfezionare (non di alterare e men che mai scardinare) le categorie tradizionali. Al di la dell'attenuazione del rigore e della durezza del governo (45), l'aspirazione al miglior contemperamento e coordinamento tra foro interno e foro esterno e il ridimensionamento delle pene latae sententiae esprimono la chiara coscienza dei rischi e del limiti della coesistenza del "doppio canale" (sacramentale e penale). Il superamento della nozione ai forum conscientiae evita ad esempio l'ambiguit! del riscontro oggettivo di una situazione soggettiva (46). Il desiderio di recupero e incentivo del ricorso penitenziale insomma non sminuisce ma avvalora l'individuazione degli estremi e delle caratteristiche del delictum.

4. I POSSIBILI EQUIVOCI NELLA PERCEZIONE DEL RAPPORTO

Gli equivoci circa la distinzione senza separazione tra sfera morale e giuridica nelPambito disciplinare derivano dalla stessa concezione giuridico-canonica adottata. L'impostazione di fondo del fenomeno giuridico si riverbera infatti anche sulla teoria del reato, sul fine della pena e sull'assetto ordinamentale. Mentre nel contesto secolare e controversa e dibattuta la visione antropologica fondante il sistema (47); in ambito canonico, stante l'univocita e condivisione delle basi filosofiche ed etiche, il discorso si sposta sui contenuti, l'estensione e le modalita della potest! coercitiva m Ecclesia. La vivacita e burrascosita della disputa che ha animate il postconcilio e le future scelte legislative proprio in riferimento alio ius poenale evidenzia la portata e rilevanza della questione (48). Al di la di opzioni radicali e contestative circa la conservazione della tutela penale, si e registrars una divergenza di proposte e aspirazioni abbastanza netta. Sopite le dispute e i contrasti de iure condendo, resta la disparita di opinioni e di posizioni.

Le principali correnti canonistiche attuali vengono ricondotte sovente al-Papproccio giuridico, teologico e pastorale (49). L'impostazione giuridica, pur manifestando talora riserve circa le garanzie e i profili tecnici dei settore, appare abbastanza in linea col sistema vigente e con la posizione della canonistica classica circa Punivocita e necessita della tutela penale (50), gli altri orientamenti invece manifestano talora incertezze e perplessita sui presupposti e sull'atteggiarsi della potest! sanzionatoria. L'evocazione dello spirito evangelico primitivo induce alcuni autori a manifestare una certa diffidenza verso lo ius conditum e ad auspicare un'attenuazione della giuridiciti penale. Benche tali linee ermeneutiche si limitino per lo pio ad affermazioni teoriche o proposte culturali, possono evidentemente causare deviazioni con-cettuali e operative. L'equivoco di fondo consiste nel ritenere l'impianto sanzionatorio una creazione tardiva e artificiosa della socialita o, piuttosto, della giurisdizione ecclesiastica.

L'indirizzo teologico porta a esaltare la valenza soprannaturale ed ecclesiologica del peccato come rottura della comunione (51). La pena esprimerebbe quindi la reazione dell'organismo ecclesiale alia violazione dell'ordine divino in funzione della reintegrazione vitale del peccatore. Nel mezzo coattivo sarebbe dunque iscritta la finalita medicinale e non una prioritaria esigenza di giustizia. L'aspirazione alia riconciliazione mette in ombra la vincolativita del comando e la ragionevolezza della punizione. La considerazione dell'atteggiamento del reo e dell'impegno della comunita prevale sulla riparazione del malum actionis. L'autenticita del diritto penale verrebbe ricondotta in pratica solo ad una legittima scelta dell'autorita, non alia pienezza di tutela del popolo di Dio. Il forum Ecclesiae non e visto tanto come un eventuale ed estremo riflesso istituzionale del forum Dei, quanto come un'assunzione non troppo confacente di categorie e espedienti umani. L'esperienza storica indurrebbe allora a percorrere strade pio consone ed adeguate (la via sacramentale ed espiatoria) (52). L'intento e un ridimensionamento non solo quantitativo ma qualitativo ed essenziale del sistema criminale.

L'approccio pastorale assume la prevalenza del supposto bene del singolo rispetto al bene comune (53). Il malum actionis vel omissionis ancora una volta diverrebbe secondario, se non addirittura marginale, rispetto alla correzione del delinquente (54). L'elemento giuridico e considerato alla stregua di un semplice strumento, non di un aspetto costitutivo della realta sociale. In questa linea la funzione della legge viene ridotta ad un mero dispositivo pedagogico e direttivo. La benevolenza e mitezza dell'ordine della carita poi mal si coniugano con la durezza e severita del castigo esterno. La comprensione e riabilitazione dell'errante inducono quindi ad esaltare la discrezionalita e indulgenza del governo, quando non si tratti di prescindere completamente da un apparato coattivo. Tale sistema di pensiero, che--giova precisare--e pio pragmatico che speculativo, postula una sorta d'incompatibilita tra pu-nizione e perdono in vista della salus animarum e anziche ricorrere all'equita (espressione della giustizia nel caso singolo (55)) relativizza gli estremi dell'ingiustizia (56).

Le pio concrete applicazioni di tali orientamenti nella dottrina penal-canonistica si traducono proprio in un indebolimento della distinzione peccatum-delictum (57).

La promozione del forum Dei come ambito privilegiato di incontro con la misericordia divina porta a sminuire la valenza obbligante e positiva del giudizio pubblico. Il recupero del senso dell'antico cammino penitenziale induce allora a privilegiare la via sacramentale ed espiatoria. Il foro interno e quello esterno tendono cosi non a disgiungersi ma a sovrapporsi e a interagire (58). L'ordine sacro e il ministero, almeno in parte, si confondono con l'esercizio della giurisdizione. Anche la pio tipica pena canonica (la scomunica) non rappre-senta l'autonomo rilievo delPattentato grave alia comunione, diviene il prototipo di una forma di penitenza sui generis.

L'estremizzazione dell'atteggiamento pastoralista propugna invece l'esclusivit del modello disciplinare (59). Ogni forma di regolamentazione intraecclesiale avrebbe un contenuto essenzialmente educativo e propositivo. La specificita e peculiarita dell'ordine penale (la doverosa ed efficace reazione al male commesso) viene pertanto sacrificata alia proposta di salvezza (60). La pena insomma salvaguarda la natura e l'unita della Chiesa ma non condiziona o impegna la coscienza del fedele. L'esasperazione dell'aspetto sociale e comunitario della trasgressione conduce in pratica a uno svuotamento della responsabilita e dell'eticita del praetium delicti, sottolineando la prevalenza della soluzione sacramentale sul rimedio umano.

A ben vedere gli spunti sommariamente e molto riduttivamente proposti denotano nei due impianti concettuali e nelle relative esplicitazioni una deforma-zione di tipo soggettivistico che compromette l'oggettivita del giusto e dell'ingiusto. Non a caso le proposte formulate suppongono esplicitamente la communicatio o la separatio dei fori (61), la sovrapposizione o disgiunzione tra le due sfere (morale e giuridica), senza riconoscere la specificita e l'autonoma rilevanza della fattispecie criminosa. La sostanziale "sfiducia" nei confronti del diritto penale deriva probabilmente da un impoverimento della nozione fondamentale di diritto e dalla mancata fondamentazione ontologica del fenomeno delittuoso.

5. IL RISCHIO DEL PENDOLARISMO NELL'IMPOSTAZIONE ECCLESIALE

Le sfasature o le smagliature nella disgiunzione tra delitto e peccato che talora si riscontrano nell'ordine ecclesiale rischiano di comprometiere l'equilibrio e la ponderazione nell'amministrazione della giustizia penale. Lo sbilanciamento su un versante (giuridico) o sull'altro (morale) possono portare, tra l'altro, ad un'esasperazione del controllo sociale o ad uno smarrimento delle conseguenze ad alios delle trasgressioni. Ci sembra ad esempio che una preoccupante oscillazione si registri almeno a tre livelli: nella repressione dei reati, nel rapporto interordinamentale e nella funzione della pena. Il fenomeno del pendolarismo, in questi come in altri aspetti, denota una perniciosa instability negli operatori e una grave incertezza assiologica nella comunita. Giova soprattutto evidenziare che la virtu della prudenza richiede un delicato e complesso equilibrio tra riflessione e azione (62), evitando tanto spinte emotive o impulsive tanto sterili attendismi o indecisioni.

5.1. Lassismo e giustizialismo

Nelle ultime decadi del secolo scorso la preoccupazione di alcuni pastori nei confronti dei delitti perpetrad dai chierici della rispettiva circoscrizione era solo quella di ottenere il pentimento del delinquente e il suo reinserimento nel corpo ecclesiale, magari nella condizione laicale, dispensandolo dagli obblighi clericali (63). La necessita di riparare lo scandalo e ristabilire la giustizia era scarsamente apprezzata e considerata, con il conseguente oblio o disapplicazione della procedura penale. Ultimamente invece la giustizia penale e tomata in auge non tanto quale strumento di correzione del singolo quanto come mezzo per cercare di reintegrare la violazione subita dalle vittime e salvaguardare la collettivita. La difesa sociale e la responsabilita di governo paiono infatti dominanti e prioritarie. La svolta culturale appare dunque abbastanza rilevante e significativa ma comporta possibili scompensi nel contemperamento tra gli interessi lesi e i diritti dell'imputato. (64). Il giudizio pio che forma di accertamento dell'ingiustizia (prudenza giuridica) rischia di diventare espressione della prudenza "politica" del Pastore (65).

Il primo deciso cambiamento sociologico cui si e assistito in tempi recenti nello stile di governo ecclesiale concerne dunque il passaggio da un contegno accomodante e arrendevole ad un'impostazione rivendicativa e giustizialista. Dalla logica della minimizzazione del sospetto e della sommarieta delle misure cautelan si e passati in maniera abbastanza brusca al modello della "tolleranza zero" e alia drasticita della reazione. L'atteggiamento decisionista non pare in se stesso negativo, sempre che non esprima un nervoso stato d'emergenza e d'imbarazzo, ma un approdo duraturo e coerente. Il pio elementare Indice di congruenza e bonta della svolta e il rispetto delle garanzie civili (liberta, buona fama, intimita, ecc.) e del diritto di difesa. Per via della precedente disarmante sensazione di impunita dei colpevoli, alia presunzione di innocenza sembra ora subentrata la supposizione di fondatezza dell'accusa e quasi una generalizzazione della sfiducia. Il rigore e la solerzia non dovrebbero chiaramente mai alterare o attenuare l'esigenza dei principi sull'onere della prova e l'assicurazione del doppio grado di giudizio. Il magistero pontificio, anche quello pio recente, ha insistito, intra et extra Ecclesiam, sulla necessity di armonizzare, di contemperare, la tutela del bene comune con la dignita e i diritti dell'accusato (66).

5.2. Isolazionismo e subalternita criminale

Nel dualismo cristiano e contenuta la distinzione tra ordine temporale e ordine spirituale ma e adombrata anche la differenziazione (non la separazione) tra delitto e peccato (67). L'univocit! della concezione giuridica nella disgiunzione dei due ordini e tomata purtroppo a dare segnali di sofferenza e tensione, si registrano infatti invasioni di campo, frizioni e conflitti interordinamentali. I rischi che minano Pequilibrio dei rapporti tra Chiesa e societa civile (il monismo statuale e il legalismo positivista) intaccano anche la proficuita della reciproca cooperazione (68). La pretesa esclusivita del potere civile e la restrizione dell'illiceita alia legalita confondono infatti il discorso epistemologico e i sottostanti valori. La giustizia penale canonica rischia in tal modo di essere "fagocitata" dall'integralismo statale.

Anche a questo riguardo si costata una notevole fluttuazione e instability nella prassi ecclesiale recente. Ai residui della rivendicazione di autonomia e indipendenza dell'ordinamento canonico, tipico della concezione della societas perfecta, e subentrata la consapevolezza delle proprie carenze e della necessita della congiunzione degli sforzi. Il passaggio condene aspetti molto positivi: la rilevanza ecclesiale del fatto criminoso non eselude ma anzi auspica la leale cooperazione e il reciproco aiuto con la competente autorita secolare. Come sempre pero preoceupano gli eccessi e gli strappi, e abbastanza sintomatico che ad un atteggiamento di altezzosita e geloso isolazionismo (69) sia succeduto uno di subalternita e dipendenza. Il riconoscimento dell'insufficienza e delle limitate capacita investigative non puo significare abdicazione e devoluzione della tutela penale alia giurisdizione civile ne arrendevolezza e assenza di specifico contrallo e vigilanza infraecclesiale. Il possibile concorso con organi inquirenti nazionali non eselude comunque l'autonoma rilevanza e valutazione delle fattispecie e soprattutto il rispetto dei principi e dei valori propri dell'ordinamento canonico per quanto concerne il modus procedendi e le cautele giudiziarie.

La pacifica coesistenza dei due ordini e messa in discussione quando lo Stato si arroga una sorta di esclusiva sull'azione penale e impone indebiti vincoli all'esercizio della giurisdizione canonica (70). Il monismo del sistema statuale rischia allora di trasformarsi in fondamentalismo criminale. Un ingiustificato clima inquisitorio e poliziesco non facilita inoltre il normale e sereno dispiego delPattivita pastorale (71). Solo il riconoscimento del dualismo penale e del coordinamento interordinamentale evita indebite ingerenze e occulti totalitarismi.

5.3. Perdonismo e retribuzionismo

Anche in riferimento alia funzione della pena si e registrato negli ultimi anni un profondo mutamento di prospettiva. Giova ribadire che il cambiamento e awenuto pio a livedo di mentalita e di costume che di teoria e di costruzione speculativa. Il diritto penale canonico classico era ancorato fondamentalmente alia riparazione della giustizia e all'aspetto retributivo. Il diritto penale postconciliare invece ha guardato principalmente al reo come soggetto da recuperare e reinserire nel tessuto ecclesiale. Il "diritto penale dell'emergenza" (72) sembra premiare piuttosto la difesa sociale e la pubblica soddisfazione. L'impostazione attuale comunque non e un semplice ritorno all'antico: la reazione istituzionale alio scandalo prevale sul significato etico della sanzione (73).

La diversa accezione assunta dal profilo sanzionatorio fa da pendant alia crescente incisivita e risolutezza nella repressione dei reati (supra [seccion] 5.1). Sta di fatto che all'indulgenza e al buonismo precedente e subentrato un notevole rigore e severita. Il repentino cambio di punto di vista (dal reo al reato) denota un certo limite nell'esasperazione della teoria dell'emenda: in molti casi non basta la correzione o resipiscenza del colpevole: il delitto puo provocare una lesione della comunione o uno scandalo tali che il responsabile, per quanto sia pentito, deve essere sottoposto alia pena e alie misure necessarie ad assicu-rare il bene comune. Una visione individualistica e intimistica della riparazione snatura l'essenza del fatto criminoso. Anche l'assecondare l'aspettativa sociale o lo scopo general preventivo pero si ripercuote negativamente sulla ratio della pena. La stessa proporzionalita e progressivita della condanna in tale linea sono messe in discussione. Lumanita della pena non si oppone al bene della persona e della societa ma all'assolutizzazione dell'idea di giustizia e ingiustizia. L'oggettivitl del male non puo prescindere dalla soggettivita della colpa e dalla rispondenza della punizione.

Sarebbe ingenuo e riduttivo pretendere di aftrontare in poche battute un tema cosi complesso, ci sembra comunque di poter tranqui llamente affermare che retribuzione ed emendazione non si escludono tra loro e si compendiano mutuamente. Il delicato punto d'equilibrio, anche come reazione ai passati sbilanciamenti, stenta pero ad essere trovato. Il can. 1341 fornisce d'altronde una sequenza chiara nel fine della pena: <<la riparazione dello scandalo, il ristabilimento della giustizia, l'emendamento del reo>> (75). I tre scopi devono essere congiuntamente e armonicamente considerad. La sanzione e allora in grado di owiare alio scandalo, assicurare la giustizia e raggiungere la possibile correzione (76). L'estrapolazione o Paccentuazione di un solo aspetto invece com-promette Pintegrita del bene dovuto (la pena come reazione al male compiuto ha una ragione di bene) (77).

6. LE SFIDE PRESENTI E L'UNIVOCA PROMOZIONE DEL BENE COMUNE

Abbiamo illustrato come la percezione della distinzione tra peccato e delitto sia alia base della scienza penale e sia stata una faticosa conquista del pensiero canonico non esente da difficolta e incertezze. La storia insegna pero che anche le acquisizioni pio basilari richiedono spesso una maturazione e uno sforzo di attualizzazione che ne assicuri la stability e la fecondita. Interessa quindi conclusivamente mostrare come l'insistenza sulla differenziazione non e necessaria solo per cogliere i fondamenti del sistema ecclesiale ma puo apportare un beneficio anche alia cultura secolare in ordine al fulcro della teoria del reato e alla portata della scienza penale.

Nel contesto odierno emerge subito in positivo una riscoperta nella Chiesa della pienezza di giurisdizione nella funzione di governo. Il Vescovo diocesano o il soggetto ad esso equiparato non sono solo i giudici naturali ma gli autentici promotori di giustizia della rispettiva comunita (78); l'ufficio capitale e il titolare dell'azione penale e il principale responsabile e garante dell'aspettativa di rettitudine e sicurezza degli amministrati. I fedeli sono destinatari della cura pastorale e quindi della protezione e sorveglianza assicurata dalla gerarchia in ragione dei diversi criteri di affidamento (territoriali o personali), in primis nei confronti dei ministri sacri (79). Il Pastore ha dunque il grave obbligo di indagare e intervenire in presenza di una notitia criminis e di adoperare le facolta che la legge gli concede (80). Il lassismo e l'accondiscendenza dell'autorita ha suggellato per contrasto la sensazione d'impunita o "copertura" dei crimini e la menomazione dell'effettivita ed efficacia del proprio compito inquirente e giudicante. All'insufficiente esercizio della potesta esecutiva e giudiziaria si accompagna normalmente anche la scarsa adozione dello strumento legislativo a livedo particolare (81). La detonazione mediatica della pedofilia ha scoperto una piaga e coperto di fango, spesso strumentalmente e prevaricatoriamente, la presunta "connivenza silente", ma ha stimolato anche un esame di coscienza circa il contenuto e la finalita della potesta di giurisdizione. Tale riflessione implica allora la riappropriazione critica dell'integralita delle prerogative del soggetto preposto ad una circoscrizione ecclesiastica. Non e troppo scontata operativamente la consapevolezza che il servizio della carita presuppone in primo luogo l'adempimento del dovere di buon governo (82).

La teoria generale del diritto penale secolare sienta a trovare nella fatrispecie criminosa un nucleo sostanziale che prescinda dalla quahficazione normativa della condotta (83). Non si riconosce sovente un presupposto che vada al di la della valutazione delPautorita e della meccanicita della sanzione. Il riconoscimento del disvalore sociale del fatto chiaramente e alia base della previsione operata dal legislatore. Una concezione esclusivamente positivistica del delitto tuttavia non e in grado di soddisfare le esigenze di oggettivita e razionalita dell'ordine sociale giusto della comunita e rischia di scadere nello storicismo assiologico e nel vo-lontarismo legale (84). Il presupposto ontologico di ogni manifestazione del diritto emerge a maggior ragione in presenza di una macroscopica violazione del bene comune. In questa linea, la matrice metafisica iscritta nella concezione filosofica cristiana e alternativa ad una visione immanentistica e soggettivistica del potere non solo nella fermezza dei valori morali ma anche nella razionalita delle misure repressive (85). L'essenza del reato risiede in una grave trasgressione esterna dei ca-pisaldi della socialita. La produttiva interazione tra pensiero canonico e secolare ha fatto dunque si che il primo delineasse gli estremi e i vincoli della figura del reato e il secondo apportasse ulteriori garanzie tecniche e procedimentali alia scienza penalistica. Ogni appiattimento del modello ecclesiastico verso la deriva positivistica civilistica moderna rischia pero di sussumere pure il relativismo e la mutevolezza del pensiero debole (86). La verita e rispondenza dell'applicazione della giustizia penale e dunque un'esigenza insopprimibile del bene comune ecclesiale e un prezioso contributo anche al dialogo e alio scambio culturale della postmodernita (87).

Il forte rischio awertito nel contesto odierno e quello di andare al traino della barbarie scandalistica e mediatica diffusa. E abbastanza facile cedere al pretestuoso discredito nei confronti dei chierici o alia "responsabilita di posizione" dell'ufficio capitale (88). Preoccupa insomma il clima da "caccia alle streghe", impensierisce e allarma ancor di pio, tuttavia, l'ignavia e Pindolenza nel salvaguardare e difendere la sanrita della Chiesa (89). Il timore e che placato lo scalpore della pedofilia non si persegua con costanza e determinazione la via della purificazione e della disciplina in questo e in altri aspetti. Senza stancare di ripeterci, l'adeguata formazione giuridica dei pastori e la promozione della corresponsabilizzazione dei battezzati paiono allora le pio banali, chiare e rispondenti linee di soluzione e di sviluppo del presente frangente storico.

RECIBIDO: 18 DE MARZO DE 2013 / ACEPTADO: 8 DE ABRIL DE 2013

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Massimo DEL POZZO

Profesor Estable de Derecho Constitucional Canonico

Facolta di Diritto Canonico. Pontificia Universita della Santa Croce. Roma

delpozzo@pusc.it

(1) Sono indicativi del clima regnante un quindicennio fa, i giudizi espressi in un convegno sul diritto penale da G. MAZZONI: <<E rimane il fatto che sul terreno concreto il diritto penale, pur elaborara in una maestosa costruzione, rimane in gran parte inapplicato e disatteso anche da parte di chi avrebbe per ufficio il compito di applicarlo. Nessuno pensa realisticamente ad una prossima ulteriore revisione della disciplina penale o che tale revisione sia dawero opportuna (...) un edificio giuridico formalmente perfetto, ma pressoche del tutto disatteso sul piano della vita reale della Chiesa>> (Comtinione ecclesiale e sanzione, in GRUPPO ITALIANO DI DIRITTO CANONICO [a cura di], Le sanzioninella Chiesa. XXIII huontro di Studio. Abazia di Maguzzano-Lonato [BS], 1-5 luglio 1996, Milano 1997, 22-23). Ironia della prowidenza tali apprezzamenti, allora probabilmente calzanti, sono stati completamente smentiti dalle recenti vicende ecclesiali.

(2) L'attivita della Santa Sede 2010 (pubblicazione non ufftciale), Citta del Vaticano 2011, riporta ad es. l'apertura di 643 pratiche da parte dell'Ufficio disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede, delle quali 1'82% riguardagraviora delicia (440). Nel 2002, in cui si cominciano a ripor-tare dati relativi al fenomeno, la stessa pubblicazione riportava: <<Nel trascorso anno 2002, pertanto, sono giunte all'Ufficio Disciplinare della Congregazione, da ogni parte del mondo cattolico, varie segnalazioni concernenti soprattutto delito contra Sextum Decalogipraeceptum, commessi da sacer-doti e diaconi con giovani di ambo i sessi, minori di eta. Moho numerosi sono stati anche i ricorsi--che il Dicastero ha dovuto prendere in esame--di chierici che si ritengono colpiti ingiustamente dai prowedimenti adottati nei loro confronti dai rispettivi Vescovi>> (690). L'anno dopo rilevava: <<Nel 2003 gran parte dell'attivita dell'Ufficio Disciplinare e stata assorbita dal preoccupante problema degli abusi sessuali perpetrati da chierici (diaconi e sacerdoti) a danno di minori>> (645).

(3) Cfr. ad es. BENEDETTO XVI, lntervista concessa ai giornalisti durante il volo diretto negli Stati Uniti d'America, 15aprile 2008, in Insegnamenti di Benedetto XVI, IV/1 [2008], 569-570).

(4) Sarebbe ingenuo individuare l'unico settore d'intervento della potest! coattiva negli abusi sessuali. Gli aspetti gestionali e patrimoniali ad es. sono un altro rilevante settore di preoccupazione e vigilanza del governo ecclesiastico.

(5) Cfr. ad es. BENEDETTO XVI, Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda, 19 marzo 2010, in Insegnamenti di Benedetto XVI, VI/1 (2010) 356-379.

(6) E abbastanza significativa la presenza nella homepage della Santa Sede di una ricca raccolta di testi e documenti su Abuso sui minori. La risposta della Chiesa (http://www.vatican.va/ resources/index_it.htm).

(7) Il Papa ha rilevato acutamente la fallada dell'antigiuridismo postconciliare: <<E interessante, a questo proposito, quello che mi ha detto l'arcivescovo di Dublino. Diceva che il Diritto penale ecclesiastico sino alia fine degli anni Cinquanta ha funzionato; certo, non era completo--in molto lo si potrebbe criticare--ma in ogni caso veniva applicato. A partire dalla meta degli anni Sessanta semplicemente non e stato pio applicato. Dominava la convinzione che la Chiesa non dovesse essere una Chiesa di diritto, ma una Chiesa delPamore; che non dovesse punire. (...) In quell'epoca anche persone molto capaci hanno subito uno strano oscuramento del pensiero. Oggi dobbiamo imparare nuovamente che l'amore per il peccatore e l'amore per la vittima stanno nel giusto equilibrio per il fatto che io punisco il peccatore nella forma possibile e appropriata: in questo senso nel passato c'e stata un'alterazione della coscienza per cui e subentrato un oscuramento del diritto e della necessita della pena>> (BENEDETTO XVI, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Citta del Vaticano 2010, 47).

(8) CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Normae de gravioribus delictis, approvate dal Santo Padre il 21 maggio 2010 e promulgate dalla CDF con Letter a ai Vescovi della Chiesa Cattolica e agli altri Ordinari e Gerarchi interessati circa le modifiche introdotte nella lettei'a apostolica motuproprio data "Sacramentorumsanctitatis tutela", 15 luglio 2010, AAS 102 (2010) 419-434.

(9) Cfr. CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Lettera circolare per l'applicazione delle tre "Facolta speciali" concesse il 30 gennaio 2009 dal Sommo Pontefice, con nota di F. PAPPADIA, Ius Ecclesiae 23 (2011) 229-251; D. G. ASTIGUETA, Le facolta speciali concesse alia Congregazione per la Evangelizzazione dei Popoli e alla Congregazione per il Clero, in Questioni attuali di diritto penale, Citta del Vaticano 2012, 135-148.

(10) La completa revisione del libro VI e una ponderosa operazione in arto presso il Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, cfr. J. I. ARRIETA, L'influsso del Cardinal Ratzinger nella revisione del sistema penale canonico, La Civilta Cattolica (4 dicembre 2010), 430; L'attivita della Santa Sede nel 2010, 821-822.

(11) La "legislazione dell'emergenza", com'e noto, non e il prototipo dell'arte di legiferare (cfr. anche E. BAURA, Profili giuridici dell'arte di legiferare nella Chiesa, Ius Ecclesiae 19 [2007], 13-36).

(12) Cfr. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della Domina Sociale della Chiesa, Citta del Vaticano 2004, n. 134, 134.

(13) L'aspetto sostanziale e quello procedimentale vanno in larga misura di pari passo. Una scarsa sensibilita per le garanzie di accertamento della verita tradisce un'insufficiente percezione della prudenza giuridica.

(14) Un regime invasivo e autoritario limita ad es. la sfera di autonomia e decisione dei soggetti. Il rapporto tra ordine e liberta si risolve secondo ragione nell'equilibrio tra i due fattori; ogni sbilanciamento a favore dell'uno porta ad una compressione dell'altro, pio evidente quando viene compromessa la disciplina, ma non meno pernicioso quando si mina la fiducia e l'iniziativa personale.

(15) E emblematica la costatazione che la pedofilia per quanto ugualmente detesta bile se compiuta da un laico (si pensi ad es. agli incresciosi e non infrequenti abusi compiuti in famiglia) integri un reato canonico solo in virtu della qualifica del soggetto (chierico o consacrato); cfr. J. BERNAL, Regimen vigente de los delitos contra el 6 mandamiento, in D. CITO (a cura di), Processo penale e tutela dei diritti neWordinamento canonico, Milano 2005, 415.

(16) Si pensi ad es. ai precetti sacramentali (cfr. anche il ns. I precetti della Chiesa sui sacramenti: ob-bligo personale e vincolo sociale, in corso di pubblicazione, Ius Ecclesiae, [seccion] 5).

(17) Un atto personale contro il sesto comandamento non integra ad es. gli estremi di una condotta sanzionabile.

(18) E indicativo ad es. che il direttore spirituale o il confessore di un seminario non concorrano alie decisioni circa l'ammissione agli ordini di un candidato (cfr. can. 240 [seccion] 2; D. CITO, Comentario c. 240, in A. MARZOA--J. MIRAS--R. RODRIGUEZ-OCANA [a cura di], Comentario exegetico al Codigo de Derecho Canonico, II/1, Pamplona 2002, 236-237).

(19) Concordiamo con chi afferma che l'illiceita della prova non pone un ostacolo all'utilizzazione dell'argomento ma una contraddizione ontologica dello strumento probatorio: <<per un ordinamento quale quello della Chiesa non possono esistere prove illecite che possano considerara utili>> (C. GULLO--A. GULLO, Prassi processuale nelle cause canoniche di nullita del matrimonio, Citta del Vaticano 3 2009, 144).

(20) Circa il principio di collaborazione cfr. V. PRIETO, Diritto dei rapporti tra Chiesa e societa civile, Roma 2003, 119-121.

(21) Nei diversi ordinamenti si pone freqoentemente il problema dell'armonizzazione della tutela della vittima e della sicurezza della societa. La pubblicizzazione dell'azione (titolare del procedimento e il rappresentante del bene pubblico) talora non eselude il rilievo dell'apprezzamento d'opportunita dell'inoltro da parte del singolo (es. perseguibilita su querela).

(22) In generale e ricorrente quanto fuorviante a partire dalla sofistica greca la tendenza a considerare l'assetto giuridico come una forma di legittimazione del potere e non come una dimensione costitutiva della realta umana (H. ROMMEN, L'eterno ritorno del diritto naturale, Roma 1965, 4-10).

(23) Cfr. G. Lo CASTRO, Il mistero del diritto, I. Del diritto e della sua conoscenza, Torino 1997, 1-2.

(24) Risulta evidente che un sistema di diritto poco ha a che fare con un regime di polizia.

(25) Il giurista coglie solo una parte del bene morale (con categorie tommasiane la res in quanto iusta), ma non puo prescindere dall'integrita e totalita della bonta del reale.

(26) La partecipazione all'aedificatio Ecclesiae si fonda sul principio di uguaglianza (cfr. can. 208).

(27) <<Non va dimenticato che i concetti di delitto, distinto dal peccato e di pena riferita al delitto, che sono fondamentali di tutto il diritto canonico e per noi, alia fine della lunga evoluzione, piuttosto chiari, non si sono affermati subito, ma hanno avuto anch'essi un lungo periodo di elaborazione>> (A. CALABRESE, Diritto penale canonico, Cinisello Balsamo 1990, 93).

(28) Cfr. es. nt. 27; B. F. PIGHIN, Diritto penale canonico, Venezia 2008, 37-44; V. DE PAOLIS--D. CITO, Le sanzioni nella Chiesa. Commento al Codice di diritto canonico, libro VI, Citta del Vaticano 2000, 19.

(29) Cfr. es. 1 Cor 5,2-5; 2 Ts 3,14-15; 1 Tm 1, 19-20; Tt 3,10-11. La distinzione tra pene medicinal! e vendicative e piuttosto tarda.

(30) Nella sua ricostruzione teologico-giuridica Mazzoni evidenzia come in origine l'aspetto pio rilevante della disciplina penitenziale era la contraddizione del peccato con la santita della Chiesa e come le misure punitive avessero uno spiccato carattere comunitario (Comunione ecclesiale e sanzione, cit., 11-12; 19-20).

(31) G. BRUGNOTTO ha rilevato ad es. l'attenzione all'integralita del cammino di fede nella Chiesa antica (Il catecumenato come istituto ghiridico di incorporazione alia Chiesa nei secoli I-VII, in GRUPPO ITALIANO DOCENTI DI Dmnro CANONICO [a cura del], Iniziazione cristiana: profili generali, Milano 2008, 83-84).

(32) Si tratta prevalentemente di idolatria, apostasia e adulterio: cfr. A. GIACOBBI, Storia della disciplina penitenziale antica, Roma 1976, 35-36; C. VENTRELLA MANCINI, Tempo divino e identita religiosa. Culto rappresentanza simboli dalle origini all'VIII secolo, Torino 2012, 139-153.

(33) Cfr. DE PAOLIS--CITO, Le sanzioni nella Chiesa ..., cit., 29.

(34) E indicativo delle acquisizioni della canonistica classica in campo penalistico l'analisi di V. PIERGIOVANNI, La punibilita degli innocenti nel diritto canonico dell'eta classica, I-II, Milano 1971-1974. Anche G. LO CASTRO individua nella concezione antropologica classica della persona il massimo apporto della cultura cristiana (Responsabilita epena. Premesse antropologiche per un discorso penalistico nel diritto della Chiesa, in CITO [a cura di], Processo penale ..., cit., 10-15).

(35) E interessante notare che da una spiccata influenza teologica e da una commistione degli aspetti disciplinari, con un uso spesso indifferenziato di peccatum, delictum e ctimen nel Decreto si sia giunti ad una sistemazione autonoma della materia penale nel diritto delle decretali (1190 circa), con un affinamento concerniale e tecnico delle relative nozioni (cfr. PIERGIOVANNI, Lapunibilita degli innocenti ..., cit., 6-14).

(36) Basti anche pensare alia crescente rilevanza della contumacia del reo.

(37) Summa, 1.V.32 [seccion] 1.

(38) Non interessa in questa sede esplorare l'annosa questione della funzione della pena ma richiamare almeno il rilievo della concezione retributiva.

(39) Cfr. PIGHIN, Diritto penale canonico, cit., 48.

(40) Cfr. il can. 2214 [seccion] 1 del CIC 17 (<<Nativum et proprium Ecclesiae ius est, independens a qualibet humana auctoritate, coercendi delinquentes sibi subditos poenis tum spiritualibus tum etiam temporalibus>>) che ha un riscontro nell'attuale can. 1311.

(41) Da alcuni si fa coincidere l'esposizione scientifica del diritto penale con la promulgazione del suddetto codice (cfr. DE PAOLIS--CITO, Le sanzioni nella Chiesa ..., cit., 32; PIGHIN, Diritto penale canonico, cit., 37), opinione che non ci sentiamo di condividere, perche influenzata da un'impostazione troppo legalistica.

(42) <<Nomine delicti, iure ecclesiastico, intelligitur externa et moraliter imputabilis legis violado cui addita sit sanctio canonica saltem indeterminata>> (can. 2195 [seccion] 1 CIC 17, per il supporto dottrinale cfr. VISMARA--MUSSELLI, Il processo di codificazione ..., cit., 29-34).

(43) In assenza di un'analoga definizione normativa, si ricorre in genere a quella precedente o alla sua trasposizione nel can. 1321.

(44) <<Ecclesia iure proprio et exclusivo cognoscit: [...] 2. De violatione legum ecclesiasticarum deque omnibus in quibus inest ratio peccati, quod attinet ad culpae definitionem et poenarum ecclesiasticarum irrogationem>> can. 1553 [seccion] 1, n. 2 CIC 17, ripreso dal can. 1401, n. 2 CIC 83, confermando che l'inflizione della pena rappresenta un passaggio ulteriore rispetto al-l'accertamento della responsabilita morale.

(45) Cfr. I SINODO ORDINARIO DEI VESCOVI, Principium III. De quibusdam mediis fovendi curam pastoralem in Codice, 7 ottobre 1967, Communicationes 1 (1969) 79-80.

(46) IL can. 130 CIC 83 contiene un'apprezzabile precisazione rispetto al can. 196 CIC 17, evitando l'equivoca coincidenza del foro interno con quello della coscienza.

(47) Cfr. LO CASTRO, Responsabilita e pena ..., cit., 21-29.

(48) Mazzoni cosi sintetizzava alcune posizioni del dibattito dottrinale contemporaneo: <<Nel corso degli ultimi vent'anni il dibattito sul diritto penale ha condotto a notevoli acquisizioni sul piano della riflessione. Si pensi al proficuo confronto circa le basi teologiche e canoniche del diritto penale (COCCOPALMERIO e DE PAOLIS); al tentativo di ricondurre integralmente il diritto penale nell'alveo della via penitenziale (GEROSA); alia prospettiva che considera pio congruo nella Chiesa un diritto disciplinare piuttosto che un diritto penale (HUIZING)>> (Comunione ecclesiale e sanzione, cit., 22). Le diverse impostazioni hanno un'influenza anche sull'approccio ermeneutico della normativa vigente.

(49) Cfr. C. J. ERRAZURIZ M., Il diritto e la giustizia nella Chiesa. Per una teoria fondamentale del diritto canonico, Milano 2000, 59-89; A. CATTANEO, Fondamenti ecclesiologici del diritto canonico, Venezia 2011, 60-63, 100-124; G. ZANNONI, Il diritto canonico nelVontologia della fede. Il fatto giuridico evento dell'umano, Venezia 2011, 25-118.

(50) Cfr. ad es. V. DE PAOLIS, Attualita del diritto penale nella Chiesa, in Questioni attuali ..., cit., 1130; J. HERRANZ, Il principio di legalita nell'esercizio della potesta di governo, in IDEM, Studi sulla nuova legislazione della Chiesa, Milano 1990, 136-138. Uindirizzo giuridico ha manifestato semmai perplessita sull'applicazione del principio di legalita, sulla formulazione delle singole fattispecie, sull'ampia discrezionalita nei criteri di comminazione delle pene, ecc, ma non certo sul fondamento e sulla validita dell'impianto codiciale.

(51) La nota opera di L. GEROSA, La scomunica e una pena? Saggio per una fondazione teologica del diritto penale, Fribourg 1984, nell'emblematico sottotitolo esprime chiaramente l'intento programmatico e costruttivo pio generale assunto dallo scritto, attraverso appunto il metodo induttivo adottato (risalire dall'esame del prototipo tradizionale della pena canonica alia natura della potesta coattiva ecclesiale); cfr. anche l'approfondita recensione di F. COCCOPALMERIO, Chiesa e diritto penale: antinomia o conciliabilita? A proposito di un libro recente, La Scuola Cattolica 114 (1986) 494-502. Esponendo i termini della disputa canonistica contemporanea Cerosa non a caso prende le distanze tanto da P. HUIZING tanto da J. ARIAS GOMEZ (80-102), la fondazione teologica appare quindi scientemente alternativa agli altri due tipi di approcci.

(52) Nel caso della scomunica ad es. la natura dogmatico-strutturale (ecclesiologica) prevarrebbe sull'intervento normativo-positivo (GEROSA, La scomunica e una pena?, cit., 317-326).

(53) BENEDETTO XVI nel Discorso alia Rota Romana del 2012 ha messo in guardia da approcci ambigui nell'interpretazione della legge: <<Negli ultimi tempi (...) sono state proposte delle vie ermeneutiche che consentono un approccio pio consono con le basi teologiche e gli intend anche pastorali della norma canonica, portando ad una creativita giuridica in cui la singola situazione diventerebbe fattore decisivo per accertare Pautentico significato del precetto legale nel caso concreto. (...) Manca il senso di un diritto oggettivo da cercare, poiche esso resta in balia di considerazioni che pretendono di essere teologiche o pastorali, ma alia fine sono esposte al rischio dell'arbitrarieta. In tal modo l'ermeneutica legale viene svuotata: in fondo non interessa comprendere la disposizione della legge, dal momento che essa puo essere dinamicamente adattata a qualunque soluzione, anche opposta alia sua letrera>> (AAS 104 [2012] 104-105).

(54) Mentre l'approccio teologico esalta la portata disgregante del peccato e l'esigenza di recuperare la portata comunitaria della riconciliazione, quello pastorale invoca un'attenzione e comprensione privilegiata, se non esclusiva, nei confronti del peccatore, rischiando di sminuire gli aspetti sociali e relazionali dell'ordine ecclesiale.

(55) Cfr. E. BAURA, Parte Generale del Diritto Canonico. Diritto e sistema normativo, Roma 2013, 355-364.

(56) Cfr. anche ERRAZURIZ, Il diritto e la giustizia ..., cit., 77-82.

(57) E emblematico ad es. il titolo dubitativo di un paragrafo di GEROSA: <<[seccion] 3.2.L'apostasia, lo scisma e l'eresia sono dei comportamenti antiecclesiali in cui e possibile identificare una differenza dogmatica specifica fra il peccato grave e il delitto?>> (La scomunica e una pena?, cit., 304-317).

(58) Pighin cosi riporta in estrema sintesi la lettura penalcanonistica di autorevoli esponenti dell'indirizzo teologico: <<nella terza, pio recente, i due fori sono stati considerad intercomuni-canti, in funzione della nozione di pena canonica intesa come penitenza sui generis (E. CORECCO e L. GEROSA)>> (Diritto penale canonico, cit., 55).

(59) E ben nota la tesi di P. HUIZING che propose di sostituire il dritto penale con un sistema puramente disciplinare: <<Sembrerebbe essere pio logico lasciare cadere completamente l'idea di 'legge penale' nella Chiesa e parlare piuttosto dell'ordinamento disciplinare della Chiesa>> (Delitto epena nella Chiesa, Concilium 3 [1967] 132-133). L'Autore ritiene la coazione sociale conoaria al principio di liberta religiosa.

(60) Con una semplificazione del ragionamento, lo slogan "la fede si annuncia non si impone" precluderebbe l'inoltro di procedimenti afflittivi nei confronti dei recalcirranti o degli indocili.

(61) In questa linea l'Huizing auspica una completa separazione m forum externum e forum internum fino a supporre che: <<il giudizio pubblico della Chiesa non dovrebbe essere nello stesso tempo un giudizio vincolante la coscienza>> (Delitto e pena ..., cit., 137). Per GEROSA invece l'alternativita tra pena e penitenza e solo istituzionale (legata zW'iter remissivo positivamente stabilito) ma non ontologica, appartenendo i due rimedi ad uno stesso ambito concerniale (La scomunica e una pena?, cit., 317-326).

(62) Cfr. J. PIEPER, Laprudenza, Brescia-Milano 1999, 31-52.

(63) Cfr. J. LLOBELL--M. DEL POZZO, Diritto processuale canonico. Lineamenti delle lezioni, in corso di ultimazione e di prossima pubblicazione, VIII [seccion] 6.

(64) Cfr. J. LLOBELL, Contemperamento tra gli interessi lesi e i diritti dell'imputato: il diritto all'equo processo, Ius Ecclesiae 16 (2004) 363-386. L'adozione quasi esclusiva della via amministrativa appare lesiva e sminuente dei diritti dell'imputato.

(65) Circa la distinzione dei concetti di prudenza giuridica e politica cfr. J. HERVADA, Reflexiones acerca de la prudencia juridica y el derecho canonico, Revista Espanola de Derecho Canonico 16 (1961) 416-420.

(66) Cfr. LLOBELL--DEL POZZO, Diritto processuale canonico, VIII [seccion] 6.

(67) Al di la della valutazione teologica, la moralita personale e sociale trascende il piano meramente disciplinare e a maggior ragione quello penale.

(68) Lo Stato etico ha la pretesa di regolamentare ed esaurire la socialita dell'individuo e in tal modo disconosce l'autonomia di altri ambiti della persona. La dissociazione della legalita dal suo fondamento morale trascendente la rende, almeno in parte, contraddittoria e incongruente.

(69) Ritenendo ad es. inutile e pregiudizievole la denunzia alie autorita civili di reati canonici con rilevanza anche civile.

(70) Ad es. l'obbligo di denunzia del reato da parte del giudice ecclesiastico nell'esercizio della sua funzione considerato alia stregua di un ufficiale di stato civile.

(71) Basti pensare agli ostacoli emergenti nell'amministrazione del sacramento della Penitenza, nell'istruzione e formazione dei chierichetti, negli oratori e nelle attivita giovanili, nei gruppi scout e quant'altro.

(72) Questa (con i limiti impliciti nella nozione di "emergenza") ci pare la qualifica pio calzante per indicare l'attuale congiuntura storica e culturale. Sul tema giusfilosofico in generale cfr. L. EUSEBI, La pena "in crisi". Il recente dibattito sulla funzione della pena, Brescia 1990.

(73) Nel pensiero classico il valore retributivo non era disgiunto dal significato etico e personalistico della pena (cfr. Lo CASTRO, Responsabilita epena, cit., 17-18).

(74) La concezione antropologica cristiana, che pone la persona e non l'idea al centro del sistema, diverge percio dall'assolutizzazione del concetto di giustizia kantiano e idealistico.

(75) Anche il Catechismo attribuisce un valore primario al ripristino della giustizia: <<La pena ha come primo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando e volontariamente accettata dal colpevole, la pena ha valore di espiazione. Inoltre, la pena ha lo scopo di difendere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone. Infine, la pena ha valore medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alia correzione del colpevole>> (CCE 2266). Si suppone quindi una gerarchizzazione dei fini (1 riparazione, 2 [eventuale] espiazione, 3 difesa sociale, 4 [possibile] correzione) che e utile tener presente.

(76) Va da se che mentre lo scandalo (che potrebbe anche mancare) e la giustizia sono oggettivi, l'emenda e largamente soggettiva e quindi eventuale.

(77) Ci sembra un po' riduttiva in questo senso la considerazione di A. G. URRU: <<La finalita del suo sistema penale [della Chiesa] e triplice: a colui che viola la legge viene inflitta una pena con lo scopo di ottenere, non soltanto il ristabilimento della giustizia, ma anche la riparazione dello scandalo, recato alia comunita ecclesiale, e l'emendazione del reo (cfr. can. 1341). Anzi possiamo dire che il fine globale della pena canonica e proprio quest'ultimo: far si che colui il quale ha inferto un vulnus alia Chiesa e che, in tal modo, con essa si e messo in conflitto, possa sanare la ferita e reinserirsi nello status normale di vita nella Chiesa stessa>> (Punire per salvare, Roma 2002, 6).

(78) Il concreto esercizio dell'azione penale da parte del Promotore di giustizia non toglie che la decisione e la responsabilita appartengano direitamente all'ufficio capitale (cfr. cann. 1721 [seccion] 1, 1724 [seccion] 1), l'officiale agisce come detentore della capacitas postulandi.

(79) La pio elementare garanzia di giustizia di un ordinamento e data dalla soggezione al diritto dei detentori del potere e di quanti partecipano o cooperano all'esercizio della iurisdictio.

(80) E utile richiamare la necessita dello strumento cautelare, cfr. G. P. MONTTNI, Provvedimenti cautelan urgenti nel caso di accuse nei confronti di ministri sacri. Nota sui canoni 1044 e 1722, Quaderni di diritto ecclesiale 12 (1999) 191-204.

(81) Il Vescovo non puo derogare alia normativa penale universale ma puo integrarla o specificarla. Ipotesi largamente inattuata in epoca recente.

(82) Cfr. J. HERRANZ, La funzione di governo del Vescovo diocesano, in IDEM, Giustizia e pastoralita nella missione della Chiesa, Milano 2011, 311-313. Anche Benedetto XVI ha asserito perentoriamente: <<Il diritto e condizione dell'amore>> (Lettera ai seminaristi, 18 ottobre 2010, in Insegnamenti di Benedetto XVI, VI, 2 [2010] 634).

(83) Cfr. ad es. F. ANTOLISEI, Manuale di diritto penale, Milano 1989, 3-5; T. PADOVANI, Diritto penale, Milano (2) 1993,1-3. G. CONTENTO rileva peraltro lo svuotamento della nozione oggettiva di reato operata dal positivismo: <<Infatti per il positivismo, bene giuridico e tutto cio che al legislatore piaccia di considerare tale. Ne deriva quindi che anche il reato (inteso come fatto lesivo del bene giuridico) e, o puo essere, qualunque fatto che sia considerato tale dal legislatore>> (Corso di diritto penale, Bari 1990, 6-7).

(84) Per quanto la graduazione deH'inffazione possa essere soggetta ad un apprezzamento discrezionale della prudenza di governo e inderogabile comunque la natura primaria e fondamentale del bene leso.

(85) Cfr. Discorso di Benedetto XVI al Bundestag di Berlino (22 setiembre 2012), con il ns. Commento uintelligenza del diritto di Benedetto XVI, Ius Ecclesiae 24 (2012) 163-181.

(86) Ratzinger-Benedetto XVI ha spesso denunciato la "dittatura del relativismo" (cfr. ad es. J. RATZINGER, Omelia della Messa <<pro eligendo Pontifice>>, 18.IV2005; BENEDETTO XVI, Udienza generale, 5.VIII.2009, in www.vatican.va).

(87) In quest'ambito la Chiesa non e depositaria di un patrimonio di conoscenze esclusive e misteriose ma della peculiarita del propri rapporti di debito e del lume di una consolidata sapienza antropologica.

(88) L'assiomatico: "non poteva non sapere" rischia di trasformarsi in una deprecabile forma di responsabilita oggettiva.

(89) In altro contesto abbiamo qualificato come "connivenza silente" la colpevole inerzia e negligenza dei tutori dell'ordine, possono valere anche in questo contesto le osservazioni ivi svolte: <<Un falso atteggiamento pastorale (rectius pastoralista) di accondiscendenza, di permissivita e di arrendevolezza non solo accresce la confusione e l'erronea presunzione di giustizia negli infirmi ma ingenera anche lo sconforto e la poca collaborazione da parte dei "buoni">> (Abusi liturgici e tutela dei diritti deifedeli: dalla logica della tolleranza e della limitazione del danno alia cultura della promozione e del ripristino della giustizia ecclesiale, in La dimensione giuridica della liturgia, Milano 2008, 315).
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Title Annotation:articulo en italiano
Author:del Pozzo, Massimo
Publication:Ius Canonicum
Date:Jun 1, 2013
Words:10832
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