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Il genere delle controversie ira. diritto e letteratura.

L'attuale ricerca sui rapporti fra diritto e letteratura e piuttosto rigogliosa forse perche e anche molto recente. Lo studio pionieristico di John H. Wigmore del 1904-1905 (1) ha avuto un successo tardivo in quanto solo dal 1970 il tema ha impegnato molti studiosi ed ha creato un movimento, una sottodisciplina del diritto, battezzata col nome di Law and Literature Studies, e dagli Stati Uniti, dove e nata, si mossa a trovare cultori in Europa e in altri continenti. Come tutti i movimenti che aprono nuove piste, anche questo ha i suoi ferventi sostenitori e suoi denigratori che, oltre ad essere numerosi, sono anche poco unanimi sugli argomenti in difesa e in opposizione, per cui la varieta delle voci e notevole. Non sorprende che i dibattiti siano vivaci, considerando che ad alimentarlo esiste un vastissimo deposito documentario in cui legge e letteratura, pur avendo una netta diversita di funzioni, hanno convissuto fianco a fianco per millenni, condividendo l'interesse nella societa da cui nascevano, usando la stessa lingua e i medesimi principi morali, le stesse norme narrative e l'educazione retorica. Il fenomeno a noto a tutti, ma i sostenitori della relazione fra i due campi sottolineano le loro affinita, mentre i negatori ne accentuano le differenze. (2) Qualcosa di analogo accadde nel Rinascimento quando si impose la necessita di distinguere tra il campo della storia e il campo della letteratura, tra narrazioni storiche e narrazioni di finzioni: entrambe avevano in comune la narrano, ma una narrava "cose avvenute" e vere (res gestae), e l'altra narrava "cose possibili" e verosimili. Il diritto e la letteratura avrebbero conservato per molti altri secoli la loro contiguita se il recente interesse per la natura del testo, per l'ermeneutica, per l'interpretazione, per la decostruzione, per la "nuova retorica" nonche per la definizione delle discipline non avesse portato un po' di scompiglio in quella millennaria e discreta convivenza. E, una volta diventata oggetto di studio, quella convivenza viene riscoperta e problematizzata, e sorge l'impegno di renderla utile e indispensabile, per cui si va oltre i propositi accademici di distinguere e imperare, e si ritiene che i giuristi abbiano molto da apprendere dalla letteratura (ad esempio, sulle motivazioni psicologiche delle azioni che cadono sotto la loro giurisdizione), e che i letterati a loro volta potrebbero apprendere dai giuristi la forza narrativa della "evidenza" e la perentorieta dei valori sociali su cui la legge di fonda.

Non entriamo in merito a tali questioni che richiedono competenze di cui non possiamo avvalerci. Il nostro proposito e semplicemente quello di presentare un genere letterario in cui legge e letteratura si sono intrecciate in modo cosi sistematico che non ha riscontri in altri casi. Il nostro genere conferma che gia i nostri antenati avevano visto e drammatizzato il rapporto intercorrente fra legge e letteratura. Ci riferiamo al genere delle controversiae o declamationes che, a quanto ne sappiamo, sono state trascurate, anzi ignorate, nelle discussioni attuali di Law and Literature. La nuova disciplina privilegia alcuni grandi romanzi e drammi imperniati su aspetti legali; e gli autori che frequenta sono Shakespeare, Dickens, Camus, Dostoyevsky, Kafka, Melville e vari altri, inclusi alcuni classici, magari Sofocle con la sua Antigone.

Le controversiae e le declamationes sono state trascurate, anzi ignorate nei secoli moderni perche le leggi che utilizzano sono fittizie e i casi che discutono sono fantasiosi o addirittura inverosimili. Il loro livello sarebbe paragonabile a quello dei romanzi polizieschi o dei libri di fantascienza, e quindi letterati e giuristi le hanno espunte dai loro interessi in quanto opere puramente immaginarie. Ma recentemente la taccia di "immaginario" ha acquistato un senso positivo e ha riproposto il genere declamatorio all'attenzione degli studiosi. Prima di tutto e chiaro che si tratta di "esercizi" scolastici di retorica giudiziaria e che per motivi didattici esagera le situazioni e inventa leggi, e tuttavia non si allontana sempre dalle leggi in vigore e non crea situazioni sempre inverosimili. E risaputo che la la funzione didattica viene agevolata dall'enfatizzazione o sottolineatura di certi punti cruciali della materia insegnata, e lo stesso si puo dire dell'immaginazione che riesce meglio della realta a creare situazioni complesse e ardue da risolvere. E non bisogna esagerare il carattere "fantastico" della materia delle controversiae: Quintiliano {Institutiones, II, 10, 4) consigliava di usare casi che fossero il piu vicino possibile alla realta per ricavarne una maggiore forza didattica. Inoltre studi recenti hanno dimostrato ad abundantiam la presenza nelle controversiae sia del diritto mormativo romano, (3) sia della letteratura direttamente citata o tacitamente utilizzata. (4) E non solo il diritto, ma anche la letteratura ispira ed entra a far parte di questo genere. (5) Rimane indubbiamente un genere "immaginario", ma questo e un suo pregio e non un difetto. Tutto questo non toglie che le controversiae rimangano opere "immaginarie", ma alla luce di quanto detto tale qualifica non e necessariamente negativa.

L'artefice di questa svolta e Donald A. Russel, (6) il quale, occupandosi della letteratura declamatoria greca, ha visto che la sua natura "immaginaria" consente e addirittura richiede l'invenzione di situazioni eccezionali che in quanto tali richiedono un virtuosismo retorico speciale e quindi didatticamente positivo. Inoltre le situazioni immaginate nei processi imbastiti nelle controversie e nelle declamazioni non arrivano mai ad una soluzione, pertanto aprono la porta all'immaginazione, ad escogitare varie possibili soluzioni, anch'esse immaginarie, e quindi accettabili e riconducibili nel campo della letteratura, dove l'immaginazione non e un difetto. Le controversiae sussistono perche sono costruite in modo che risulti impossibile giungere ad una soluzione, e tale divieto crea un limite oltre il quale si apre un vuoto immenso che crea a sua volta l'aspettativa di un qualche evento che lo colmi, di una persona che dirima casi altrimenti irrisolvibili.

Gia queste brevi indicazioni lasciano intendere che si tratta di un genere che potremmo definire sia "paralegale" perche tocca aspetti formalmente legati alla legge, sia "paraletterario" perche presenta dei nuclei potenzialmente narrativi e drammatici che pero non sviluppa. Sarebbe dunque un genere ibrido nella cui struttura si combinano in modo dialettico e dinamico legge e letteratura, ma la prima e spesso inventata e la seconda non e ancora realizzata. Tutto questo e puzzling, e pertanto dovremmo spiegarci. Gli elementi costitutivi del nostro genere sono i seguenti: a) una legge fittizia o vera alla quale si affianca un caso ipotetico; b) il caso puo mettere in dubbio la validita della legge o della sua applicabilita; c) uno due o piu avvocati od oratori discutono sia la legge che il caso; d) non vengono presentati testimoni e non si produce alcuna evidenza. Questi elementi essenziali e tipici delle controversiae producono dibattiti ad infinitum, i quali, pero, creano un'aspettativa di chiusura anche se e ovvio che non verra mai se gli oratori o avvocati rimangono entro 1 termini del dibattito e se i partecipanti si equivalgono in acume ed eloquenza. La situazione conflittuale e stagnante che ne deriva puo stimolare qualche osservatore ad immaginare una legge o un evento o un imputato che crei o trovi una soluzione e ponga fine al dibattito. E in effetti talvolta succede che uno scrittore immagini una persona coinvolta in una difficolta legale inestricabile e che in qualche modo (intelligenza o presenza di spirito o circostanze) trovi il modo di uscire dall'impasse. Questi sono gli episodi in cui la letteratura prende in consegna "casi controversi" e li trasforma in novelle o aneddoti. Sono gli episodi in cui legge e letteratura sono coinvolte in ugual misura, e in una coesistenza che non le mantiene autonome, bensi in una relazione dialettica in cui una "partorisce" l'altra. Vedremo cosi che il nostro genere viene a creare una sorta di laboratorio virtuale in cui le controversiae si trasformano con grande facilita in letteratura, e questo accade quando uno scrittore introduce nelle controversiae un viso reale, cioe un carattere letterario capace di dare con la sua presenza autentica un senso nuovo alla legge o a modificarne l'applicazione. Il limitato numero di esempi che offriremo mostrera come si realizzi questa metamorfosi di un genere nell'altro, e soprattutto portera alla luce una delle primissime attestazioni del rapporto fra legge e letteratura. E importante ricordare che questo rapporto e sistematico sebbene in maniera potenziale, un rapporto che potremmo chiamare "embrionale", e in questo e diverso da quello sporadico che gli studiosi di Law and Literature rilevano saltuariamente in questo o quel romanzo o altra opera letteraria.

Cos'e esattamente una controversia? Rispondiamo prelevandone i tratti fondamentali dalle due maggiori collezioni che definiscono il genere invalso nel mondo romano, cioe le Controversiae di Seneca il Vecchio, e le Declamationes dello Pseudo Quintiliano. Quella di Seneca raccoglie i discorsi, o le parti piu rilevanti, tenuti da avvocati e oratori durante gli esercizi di retorica nelle scuole, e quindi si puo dedurre che lo scopo primario del genere fosse didattico. Le declamazioni attribuite a Quintiliano non presentano lo stesso impegno documentario e hanno vari punti di diversita. Nonostante le differenze, emergono nitide le norme del genere al quale appartengono. Le due collezioni sono distanti cronologicamente: la senecana e del primo periodo dell'era imperiale, mentre la pseudoquintilianea e del terzo secolo. La longevita del genere declamatorio e quindi notevole e coincide con la nascita delle scuole nel mondo imperiale in cui fu vivo l'interesse per la disciplina della retorica.

Ogni controversia e di norma divisa in cinque parti: la lex, il thema, le declamationes, le divisiones e i colores. La lex e quasi sempre fittizia, qualche volta e una legge promulgata, e altre ancora non e indicata perche e un principio universale con valore di legge o di regula iuris (ad esempio, l'obbedienza al padre). Il thema presenta un evento dilemmatico, ed e quello che di solito costituisce il casus giuridico controverso. Le declamationes sono i discorsi degli oratori o avvocati. Seneca riporta solo degli estratti, ma sufficienti per presentare il succo delle rispettive argomentazioni. Le divisiones sono quelle che Cicerone chiamerebbe partitiones oratoriae, ossia la distinzione e disposizione delle parti che compongono l'orazione per valutarne la funzioni. I colores presentano considerazioni sulla elocutio, cioe sull'aspetto propriamente retorico-stilistico dell'orazione o declamazione. Questo rigido ordine e segno anch'esso della natura didattica del genere controversistico. La collezione senecana contiene 41 controversiae distribuite tematicamente in 10 libri.

Le declamationes pseudoquintilianee che ci sono pervenute costituiscono un corpus di 19 titoli ai quali bisogna aggiungere le 145 cosiddette declamationes minores, perche hanno declamazioni piu brevi. Normalmente contengono una lex, un sermo, ossia l'equivalente del thema, e di solito una sola declamazione piuttosto ampia (nelle minores a volte le declamazioni sono due, ma sempre brevi) contrariamente a quelle senecane che sono molte in numero ma scarne nelle orazioni o discorsi.

A parte queste differenze, i casi sono analoghi in entrambe le collezioni, nel senso che presentano sempre situazioni di soluzione difficile anzi impossibile. Supponiamo il caso in cui due leggi non sono applicabili perche una e in contrasto con un'altra, come accade nella controversia senecana che l'autore intitola "tirannicidae praemium" (IV, 7): "In adulterio deprehensus a tiranno, gladium extorsit tiranno et occidit eum. Petit praemium: contradicitur" (Seneque le Rheteur, 1932: I, 392). (7) [Un uomo, colto in adulterio dal tiranno, strappa la spada al tiranno e lo uccide. Chiede il premio. Gli viene contestato]. Il caso e complicato dal fatto che il tirannicida e anche un adultero, pertanto dovrebbe essere premiato per il tirannicidio ma punito con la morte in quanto adultero: deve prevalere il premio o la punizione? Certamente non sono due soluzioni compatibili. Il dibattito si protrae senza giungere mai ad una conclusione, perche le controversie, come le anfibologie, non possono essere risolte senza negare la loro natura. E per questo e sempre latente la possibilita di immaginare che quel vuoto produca quasi per sortilegio un imprevisto che rompa l'equilibrio di quel teso nulla, di quel dilemma paralizzante. I modi per superare il limite possono essere di natura logica o di natura pratica. Nel caso appena ricordato il tirannicida potrebbe difendersi dicendo che ha ucciso per difendersi, o che non sapeva di uccidere un tiranno, o che rinuncia al premio pur di essere assolto, o si potrebbe immaginare una difesa dell'adultero da parte della donna che avrebbe voluto vendicarsi delle violenze subite dal marito... insomma, una trovata immaginativa che convinca i giudici e crei un semplice intrigo di sapore novellistico.

Prendiamo in considerazione un caso dove la possibilita intravista ha veramente luogo, e il personaggio risolve il caso che gli avvocati non hanno saputo risolvere. Il nucleo della storia si trova nella terza controversia del primo libro: "INCESTA DE SAXO". Incesti damnata, antequam dejiceretur de Saxo, invocavit Vestam. Deiecta vixit. Repitur ad poenam (Seneque le Rheteur, 1932: I, 3). [Una donna impura gettata dalla Rupe--Condannata per immoralita, una donna, prima di essere gettata dalla Rupe, invoco Vesta. Gettata, sopravisse. Viene rimandata alla punizione].

Il testo e molto conciso ma chiaro, o tale era almeno ai contemporanei di Seneca. La donna e una vestale e quindi ha fatto voto di castita, e avendolo infranto, viene condannata ad essere gettata giu dalla Rupe Tarpea, il saxus per antonomasia. Al momento dell'esecuzione invoca l'aiuto della dea e si salva. La sua preghiera rimane segreta ma capiamo che e cio che la salva, e comunque e un dato che non verra tenuto in considerazione nella seconda condanna. Il giudice, infatti, la condanna ad essere gettata nuovamente dalla rupe, come vuole Vusus. E legittima questa seconda condanna? La legge l'ha condannata a morte, ma non prevede un effetto come quello visto. E una legge formulata male perche non prevede la possibile inefficienza dell'esecuzione? Bisognerebbe trovare un diverso metodo di punizione? Gli avvocati discutono il nostro caso, ma non giungono ad un accordo. Chi trova la soluzione e invece la donna stessa. Non appena si esce dalle esercitazioni di retorica e si immagina una situazione identica a quella della nostra controversia, spunta una soluzione sorprendente e brillante che pero viene dalla prospettiva di un narratore e non di un giurista. Il narratore e l'autore delle Gesta Romanorum, probabilmente un francescano inglese il cui nome ci e ignoto. Ecco la sua versione sotto il titolo di "IUSTUM IUDICIUM":
Quidam imperator regnavit, qui statuit pro lege, quod si mulier sub
viro adulterata esset, sine misericordia de alto monte precipitaretur.
Accidit casus quod quedam mulier sub viro suo erat adulterata, statim
secundum lege de alto monte fuit precipitata. Sed de monte tam suaviter
descendit, quod in nullo lesa erat. Ducta est ad judicium. Iudex
videns, quod mortua non esset, sententiam dedit, iterum (deberet)
precipitari et mori. Ait mulier: Domine, si sic faceritis, contra legem
agitis. Lex vult, quod nullus debet bis puniri pro uno delieto. Ego
eram precipitata quia semel adulterata, et deus me miraculose salvavit,
ergo iterato non debeo precipitari. Ait iudex: Satis prudenter
respondisti. Vade in pace! Salvata est mulier. (Oesterley, 1872: vol.
I: 276-277) (8)
[Un imperatore decreto per legge che se una donna commette adulterio
essendo sposata, deve essere buttata giu da un monte alto senza
misericordia alcuna. Si diede il caso che una donna vivendo con suo
marito fosse un'adultera, e immediatamente per legge fu lanciata giu da
un alto monte. Ma cadde dal monte cosi dolcemente che rimase illesa. Fu
riportata a giudizio. Il giudice, vedendo che si era salvata, sentenzio
che dovesse essere gettata dal monte e morire. Disse la donna: Signore,
se fate questo, agite contro la legge. La legge vuole che nessuno venga
punito due volte per una sola colpa. Io sono stata gettata dal monte
perche ho commesso adulterio una sola volta, e Dio miracolosamente mi
ha salvato, percio non devo essere gettata di nuovo. Disse il giudice:
Hai risposto con sufficiente prudenza. Vai in pace! E la donna fu
salvata].


La storia e identica a quella senecana eccetto alcuni dettagli che ne consentono la metamorfosi. Vediamo che nel thema dell'originale e nel racconto abbiamo la stessa fabula, ossia l'ordine cronologico e causale degli eventi, o, lasciando il termine ai narratologi, la stessa trama. Tuttavia nell'originale quella trama rimane incompleta, e pertanto dovremmo definirla meglio come fabula inexpleta perche non dice cosa succede dopo la seconda condanna. Il rifonditore francescano vi apporta alcune tenui modifiche che pero hanno la forza di far progredire l'azione. Intanto cambia il titolo facendo capire che il racconto avra una "morale", cosa che impone una conclusione al dibattito, visto che i dilemmi non si prestano ad insegnare nozioni di etica. Quindi al posto di una legge abbiamo un imperatore il cui volere ha certamente il valore di una legge, ma ora "umanizzata". La donna non menziona la sua preghiera a una divinita, comunque lascia trapelare di averla fatta, e cio insinua nel giudice il dubbio che la sua nuova condanna si ponga contro un volere superiore. Tuttavia la donna trova un altro punto di difesa, e lo trova nei principi della stessa legge, cioe che la legge condanna un reato una volta e non due. Questa trovata indica il carattere sagace alla donna e ne fa un personaggio originale, mentre nella controversia era un "tipo" da exemplum. Lo spazio lasciato vuoto dalla controversia e ora occupato da un vero carattere letterario. Certo non e una Mme Bovary, ma ha nondimeno un suo inconfondibile profilo, e la storia ha un suo decus letterario.

Possiamo allargare il quadro e avere una vista se non piu ampia almeno piu variata di come le controversiae si inverino in narrazioni medievali. Prendiamo questa volta un campione dalle Declamationes maiores dello Pseudo Quintiliano, la tredicesima, intitolata Apes pauperis. (9) Il sermo presenta il proprietario di un giardino che chiede un risarcimento da un suo vicino il quale ha uno sciame di api che a dire del querelante si alimentano con i fiori che lui coltiva. La richiesta suscita un'interminabile declamazione in cui un unico oratore propone e controbatte numerosi punti di diritto. Come sempre in questi casi le richieste e le difese sono in parte giustificate e in parte no, e per questo il dibattito si rinnova ad ogni punto. La soluzione ad un problema simile viene da un racconto medievale italiano raccolto nel Novellino (IX). (10) Nella versione italiana il querelante e un oste che chiede ad un mendicante un compenso del beneficio che questi ha tratto dalla sua cucina, esponendo il pane al fumo dei suoi fornelli. Il giudice decide che l'accusato paghi soltanto con il "suono" dei soldi. E una trovata geniale che trasforma una controversia in una beffa che prelude a quelle di Boccaccio. La soluzione viene da un guizzo di intelligenza e non da un'interpretazione spregiudicata della legge. Anzi e addirittura possibile vedervi un'interpretazione parodica della legge perche si rispetta la legge del compenso ma si offre soltanto suono e non altro valore tangibile.

Molto piu interessante per i suoi risvolti intellettuali e la quarta declamatio (11) la cui fabula ebbe la strana vicenda di rimanere inexpleta anche nel rifacimento. I testi che dibattono la storia sono troppo lunghi per riportarli, ma un sunto da l'idea della sua complessita. Il titolo e Mathematicus, ossia "astrologo"; la lex e la premonizione del destino che, come si sa, e ineluttabile come le leggi. Il sermo, ossia la parte narrativa, dice di un imperatore al quale gli astrologi predicono che il figlio un giorno lo uccidera. Temendo tale fine, l'imperatore consegna il bambino ad un soldato perche lo uccida. Il soldato si impietosisce e affida il bambino a dei pastori che lo allevano. Divenuto maggiorenne, il ragazzo diventa un condottiero valoroso, conquista Roma e fa prigioniero il padre. Questi gli rivela il segreto della sua nascita, e la declamatio si chiude con il conquistatore che si rivolge al senato per averne un consiglio: deve obbedire al volere delle stelle e quindi uccidere il padre o rinunciare al potere? Il dilemma e drammatico e apre uno spazio narrativo illimitato e indubbiamente suggestivo. Secoli piu tardi Bernardus Sylvestris riscrisse questa declamazione, ma, sfortunatamente, l'ultima carta dell'unico manoscritto che la contiene e andata perduta e ci ritroviamo nella stessa condizione di incertezza con il vincitore che pone il suo quesito dilemmatico al senato. E probabile che questa volta il vincitore decida di salvare il padre e rinunziare al potere che gli viene dalla vittoria perche questa sarebbe la soluzione cristiana, cioe salvare il proprio libero arbitrio opponendosi alla forza del destino. (12) Tuttavia non e una soluzione certa, e infatti se ne potrebbero escogitare altre, ad esempio un parricidio che poi verrebbe punito da Dio. In ogni modo, qualsiasi soluzione segnerebbe un passaggio dal genere controversistico al genere narrativo. La sospensione creata dalle due versioni e irresistibile, e sentiamo che una soluzione debba inevitabilmente aver luogo. Ne abbiamo la conferma ne La vida es sueno di Calderon de la Barca che presenta una situazione iniziale del tutto simile a quella del Mathematicus. Non sappiamo come Calderon sia arrivato a conoscere la declamatio, ma e probabile che gliene sia giunta notizia attraverso l'insegnamento dei Gesuiti, grandi maestri di retorica e amanti dell'oratoria. Comunque sia, e difficile pensare che si tratti di una coincidenza fortuita, e la nostra ipotesi trova conforto nella fortuna che il genere controversistico ebbe per tutto il Medioevo e il Rinascimento. E quest'ultimo esempio prova che quando un caso da controversia include una persona vera, non e possibile che questa rimanga ferma per sempre in una situazione di impasse, a meno che non si tratti di persone create gia come incapaci di decidere, magari un Amleto. Un personaggio immesso in una storia deve portarla ad una conclusione giustificata dalla dinamica degli elementi che la compongono. Aristotele disse che un'azione letteraria deve avere un principio, un mezzo e una fine, e le controversiae si trasformano in narrazioni quando trovano una persona che le chiuda.

Lo spazio non consente di analizzare altri casi di passaggio dalle controversie a forme di narrativa breve. Non possiamo pero tralasciare di fare almeno un cenno alla cultura medievale e rinascimentale che favori la diffusione dei temi controversistici in generi affini a quelli antichi. Il Medioevo latino abbonda di Streitgedichten, di conflictus e di iudicia amoris, e la cultura in volgare ha i suoi monumenti di situazioni conflittuali nei partimen, nei juex partis, nelle demandes d'amour, tutti frutto della casistica cortese. I partimen e gli jeux partis non presentano soluzioni ai problemi che pongono; lo fanno invece, ma senza dibattito, gli iudicia amoris e le questioni d'amore contenute nel De amore di Andrea Cappellano; le "questioni d'amore" presenti nel Filocolo di Boccaccio contengono ampi dibattiti e soluzioni. Comunque dietro tali differenze formali c'e in comune un dato: mancano le leggi che nei modelli classici costituivano la base imprescindibile dei casus e delle declamationes. Si direbbe che nelle imitazioni non si applicano leggi preesistenti, ma sono formulate proprio da quei dibattiti il cui scopo principale e appunto quello di arricchire il codice della cortesia. E in fondo il motivo per cui i dibattiti non si impostano veramente su ragioni radicalmente opposte, bensi su differenze che vanno appianate e integrate in un sistema di valori cortesi. Un'opinione puo essere equivalente ad un'altra ma mai veramente superiore o inferiore: nel mondo della cortesia i contrasti netti sono poco produttivi. Un tema tipico di questo mondo puo essere il seguente: e meglio passare la notte con l'amata senza avere rapporti sessuali, oppure passare con lei solo un'ora ma avendoli? Oppure: una donna quale di questi tre uomini dovrebbe scegliere, quello fortunato al gioco o quello fortunato con le donne o quello fortunato in guerra? Si tratta, insomma, di "gusti" sui quali non est disputandum.

Indubbiamente lo schema processuale delle controversie antiche agiva sui generi medievali ricordati; e non bisogna dimenticare che oltre ai due autori ricordati, modelli di disputa si rinvengono sporadicamente anche in altri autori. Casi controversistici si trovano nel De invenzione, nella Rhetorica ad Herennium e nel De officiis di Cicerone, nelle Institutiones oratoriae di Quintiliano, e negli scritti di Draconzio. In questi autori, pero, di solito si pongono i casi ma non si procede a discuterli. Nel De officiis di Cicerone, specialmente nel terzo libro, troviamo questioni di questo tipo: "un uomo, colto in mezzo al mare da una tempesta, e costretto ad alleggerire il carico della nave: deve buttare in mare il suo cavallo prezioso o un suo schiavo di nessun valore?" (III, 23, 89), chiaramente un tema da controversia, ma non viene dibattuto. Comunque la presentazione "in serie" di tali dispute viene dai nostri due autori presi a modello, e sono quelli che di fatto determinano la fortuna del genere declamatorio paralegale. Sono essi i creatori delle dispute inconcluse che lasciano aperto quel vuoto che tenta l'immaginazione letteraria; e sicuramente la produzione in serie di tali casi avra inculcato la lezione a destare tentazioni giocando con la modalita dell'irrisolto. Infatti anche questo aspetto trovo imitatori nella letteratura in volgare. Ricordiamo il caso di Boccaccio che in una novella del Decameron sviluppa una "questione d'amore" che nel Filocolo era, si, risolta ma non in modo soddisfacente. Si tratta di un marito che seppellisce la moglie creduta morta, ma che e poi trovata viva da un amante che la diseppellisce, onde il casus; deve questo amante restituirla al marito o considerarla sua? Il caso piacque molto anche a Lope de Vega che ne ricavo una commedia La mujer pleyteada, che offre ancora la conferma della nostra tesi: una versione letteraria di una controversia trova il modo di darle una soluzione. E interessante notare che all'interno nella controversia escogitata da Boccaccio si aggiunge un exemplum basato sulle Institutiones di Giustiniano e non su una legge fittizia e riguardante l'abbandono di uno schiavo ammalato ma poi salvato da un'altra persona che ne reclama la proprieta. (13)

Il gusto per il dibattito pervade la cultura medievale, ed ad incoraggiarlo contribuivano le quaestiones disputatae dei teologi, i ragionamenti gualidici, e tutti gli insolubilia logici. Bisogna aggiungere che le opere di Seneca il Vecchio e dello Pseudo Quintiliano con la ricorrenza frequente di alcune tematiche, contribuirono a rafforzare, se non proprio a creare, i tipi della matrigna, del parassita, dell'uomo forte, della meretrice, degli adulteri e vari altri che furono protagonisti di tanta letteratura esemplaristica medievale.

Il gusto cosi radicato per il dibattito, il culto per la retorica, la vitalita di cio che diventa luogo comune, non poteva eclissarsi facilmente, e di fatto la civilta del Rinascimento ne fu felice erede e produsse di suo nuove controversiae, indubbiamente piu vicine ai modelli medievali che ai classici. Ne ricordiamo un episodio alquanto celebre, il De vera nobilitate di Bonaccorso di Montemagno, scritta nella prima meta del Quattrocento. Vi si impianta una disputa fra due giovani che si contendono l'amore di una donna, e avanzano le loro pretese presentandole con ampi discorsi tenuti davanti ad un senato il quale deve decidere per la donna che e assente. Uno vanta i suoi titoli di ricchezza e di nobilta di sangue, mentre l'altro vanta la propria nobilta d'animo. Il contrasto fra i due tipi di nobilta e argomento antico e fu privilegiato dalla cultura cortese. La disputa non si conclude perche la donna non sceglie fra i due pretendenti. Abbiamo dunque un impasse che non e propriamente di tipo legale, ma che presenta lo schema giudiziario del dibattito davanti ad una corte. La situazione viene portata sulla scena da un commediografo inglese, Henry Medwall, che trasferendo il dibattito nella sfera letteraria scioglie il dilemma. La commedia, Fulgence and Lucres, scritta alla fine del Quattrocento, modifica alcuni elementi rispetto alla fonte. Un mutamento decisivo e che la disputa ha luogo davanti alla donna, e il pretendente povero e sempre presente, mentre quello ricco difende la propria nobilta servendosi di intermediari. Lucres non esita a decidere: sceglie la persona che conosce personalmente! (14) E una scelta, possiamo dire, "viscerale" ed e quella che dissolve il dilemma, in quanto la presenza reale ha la meglio su quella virtuale e astratta. Il passaggio dal genere della disputa alla letteratura e determinato da un fattore psicologico che non si da in una personificazione e che invece non puo mancare in un carattere letterario. L'esempio di Fulgence and Lucres non sara strettamente legale, e tuttavia prova in modo chiarissimo la nostra tesi, cioe che un caso legale crea un prodotto letterario quando un vero personaggio letterario sostituisce una personificazione quale si trova nei dibattiti legali.

Prima di chiudere questa rapida rassegna di casi legali controversi diventati letteratura di forme semplici e brevi, vorremo ricordarne uno che ebbe varie riscritture. Si basa su una controversia che Seneca intitola "Vir fortis sine manibus" (I, 4). Eccone il testo, in cui la parte a stampatello indica la lex e quella in grassetto il thema:
ADULTERUM CUM ADULTERA QUI DEPREHENDERIT, DUM UTRUMQUE CORPUS
INTERFICIAT, SINE FRAUDE SIT. LICEAT ADULTERUM IN MATRE ET FILIO
VINDICARE. Vir fortis in bello manus perdidit. Deprehendit adulterum
cun uxore, ex qua filium adolescentem habebat; imperavit filio ut
occideret: non occidit: adulter effugit. Abdicat filium. (Seneque le
Rheteur, 1932: I, 4)
[Chi trovi un adultero con un'adultera, non sara in colpa se li uccide
entrambi. E consentito punire l'adulterio della madre e del figlio.

Un uomo valoroso perse le mani in battaglia. Coglie un adultero con la
moglie dalla quale aveva un figlio. Ordino al figlio di ucciderla.
Questi non l'uccide. L'adultero scappa. 11 padre ripudia il figlio.]


Il dilemma e chiaro: il giovane deve uccidere la madre o disobbedire al padre? Entrambe le azioni rappresenterebbero trasgressioni a due doveri capitali nella morale romana. L'autore dei Gesta Romanorum trasferisce il problema in ambito narrativo, e grazie a questo "trans-genere" il giovane supera il conflitto:
Dioclesianus regnavit, qui statuit pro lege, quod si mulier aliqua sub
viro suo esset adulterata, occidi deberet. Accidit casus quod quidam
miles quandam puellam in uxorem duxit et ex ea unum filium genuit;
crevit puer et ab omnibus est dilectus. Post hec pater ejus ad quoddam
bellum perrexit et viriliter pugnavit, in quo bello brachium dextrum
amisit. Interim eo abeunte uxor ejus est adulterata; redit maritus,
adulteratam invenit; unde secundum legem maritus earn occidere deberet;
vocavit filium suum et ait: Carissime, mater tua adulterium commisit,
unde secundum legem per me mori deberet; sed brachium amisi, ideo non
potero earn occidere; precipio ergo tibi, ut eam occidas. Ait filius:
Lex precipit, parentes honorare; si ergo deberem propriam matrem
occidere, contra legem perpetrarem et matris maledictionem incurrerem;
nolo tibi in hoc obedire. Et sic mulier per filium evasit mortem.
(Oesterley, 1872: I, 426) (15)


[Durante il suo regno Diocleziano decreto che chiunque commettesse adulterio dovesse essere condannato a morte. Accadde che un cavaliere sposasse una giovane ed avesse un figlio da lei. Il figlio crebbe e tutti gli volevano bene. Dopo un certo periodo il padre ando in guerra, e combattendo valorosamente perse il braccio destro. Nel frattempo mentre lui era assente sua moglie commise adulterio. Il marito torno a casa e scopri l'adulterio, per cui secondo la legge l'avrebbe dovuta uccidere. Chiamo il figlio e gli disse: "Carissimo, tua madre ha commesso adulterio pertanto secondo la legge deve morire di mia mano; ma ho perso il braccio percio non posso ucciderla. Ti comando che tu la uccida". Disse il figlio: "La legge chiede che i figli onorino i genitori; se dunque uccidessi mia madre, opererei contro la legge e incorrerei nella maledizione di mia madre. Non voglio obbedirti". E cosi la donna per merito del figlio ebbe salva la vita.]

L'autore delle Gesta Romanorum conserva il duplice conflitto della controversia (uno fra padre e figlio, e l'altro del figlio fra due doveri), e addirittura li rende piu acuti: si noti che il padre parla della donna non come di sua "moglie" ma come "madre" del figlio perche questi senta piu fortemente la gravita dell'adulterio. Alle richieste del genitore il giovane risponde invocando una legge superiore a quella ricordata dal padre, legge che unisce i genitori anziche separarli. Inoltre il figlio esprime il timore che la madre possa maledirlo, e questa maledizione sarebbe un motivo di disonore per tutti. Queste argomentazioni chiudono la storia, e lasciano ammirato il lettore che apprezza la forza di carattere del giovane che sa decidere e che prende in mano le redini della situazione. La sua decisione non e prevedibile, e anche per questa singolarita egli appartiene al novero dei personaggi letterari che lasciano l'impronta della propria individualita sulla storia che diventa "la loro" perche essi la decidono.

Eppure il lettore non si sente pienamente soddisfatto. Ad esempio, come reagisce il padre? E la madre subira qualche punizione? Che ne sara dell'adultero? Come si vede, le argomentazioni del figlio non colmano del tutto il "vuoto immaginario" creato dalla controversia classica. E di quel vuoto s'impadronisce un novelliere di razza, e lo colma con un evento a sorpresa. Questo novelliere e Giovan Battista Giraldi Cinzio, che riprende la controversia senecana in una novella (X, 9) delle sue Hecatommiti. Qui ritroviamo la coppia padre/figlio che in due occasioni vengono a diverbi di natura controversistica. Il primo--ripreso da Controveriae X, 2, e da Declamationes minores, 258 (16)--e una contesa su chi ha diritto ad avere in premio alcuni trofei conquistati in campo di battaglia; il secondo riprende il tema del soldato senza braccia appena visto nella versione delle Gesta Romanorum. Giraldi Cinzio accoppia i due problemi per illustrare il concetto di onore che costituisce il tema principale degli Hecatommiti, tema che per il momento non ci interessa in quanto vorremmo soffermiamoci sulla riscrittura della controversia senecana che gia conosciamo. Il soldato, dunque, torna a casa senza mani e trova la moglie tra le braccia di un altro uomo. E succede quel che sappiamo. Sennonche Giraldi Cinzio modifica l'originale con l'aggiunta di alcuni dettagli che ci riescono nuovi, e fra questi e fondamentale il fatto che la donna non sia la madre ma la matrigna del giovane al quale il padre chiede di ucciderla. Questo particolare dovrebbe eliminare, almeno in buona parte, la riluttanza del giovane ad eseguire l'ordine paterno, ma di fatto la rafforza: non e sua madre, e quindi non si sente disonorato dal suo adulterio. La donna e una persona che lui stesso ha accettato come matrigna e ora non puo rinnegarla. Inoltre ricorda al padre--e anche questa e un'innovazione rispetto all'originale--che non puo essere simultaneamente vittima e giudice perche in tal caso la sua giustizia sarebbe piuttosto una vendetta e cio porterebbe disonore alla casa. Sono motivazioni che determinano il rifiuto di uccidere la donna per volonta del padre, e sono abbastanza forti per indicare il carattere del personaggio. Tuttavia, una conclusione del genere non rappresenta alcunche di veramente nuovo rispetto a quella vista nelle Gesta Romanorum, e il lettore si sente ancora una volta piuttosto deluso: in effetti la decisione del giovane potrebbe aprire una nuova e interminabile disputa. Ed ecco, allora, una vera e forte innovazione di stampo drammatico, un vero deus ex machina che mette gli eventi su una nuova strada. Si scopre che l'uomo che abbraccia la donna e un suo figlio avuto da un precedente matrimonio e che non vedeva da molti anni! Il dibattito e chiuso e la storia ha un lieto fine perche la donna e il supposto adultero sono salvi, l'onore non e stato macchiato, il giovane non commette un atto nefando. E un finale drammatico degno di un dramma di cappa e spada, e comunque prova che il vuoto aperto dalla irrisolta controversia puo ospitare anche una "meravigliosa agnizione" di sapore barocco. (17)

Con la versione novellistica giraldiana di una controversia classica chiudiamo la nostra rapidissima rassegna di esempi di come un genere letterario antico abbia nutrito direttamente un genere letterario moderno e ne abbia influenzato molti altri anch'essi moderni o, diciamo, medievali e rinascimentali. Abbiamo definito il genere antico come "paralegale" e "paraletterario" e chiameremmo i generi moderni delle "forme semplici" non tanto nel senso che Andre Jolles (18) da a tale definizione, bensi nel senso piu elementare di narrativa breve, cioe di "aneddoto" o di "novella". Il passaggio dalla forma classica a quella moderna, nella misura in cui e avvenuto e che abbiamo ricostruito (ma molta ricerca rimane da fare) e stato realizzato senza forzature, anzi in modo che sembra spontaneo. E questo perche le controversiae e le declamationes pongono un problema di ardua anzi di impossibile soluzione, comunque di natura tale da "provocare" la ricerca di un modo per risolverlo. Per questo abbiamo detto che un genere ha implicito l'altro, e all'occasione giusta avviene il parto di un genere nuovo da un seme antico. L'occasione e propiziata da un autore di letteratura che introduce nel "feto", possiamo dire continuando con immagine metaforica, un elemento vivo, autentico che, giunto alla luce, prende i tratti di un "carattere" personale e inconfondibile. Fuori metafora: il passaggio da un genere all'altro, dal discorso giuridico a quello letterario, avviene grazie alla sostituzione di un linguaggio astratto con un linguaggio concreto o realistico, fatto di persone che sanno e devono uscire dai dilemmi. Siamo arrivati cosi alla constatazione che cio che distingue la legge dalla letteratura e soprattutto il tipo di linguaggio, astratto nell'una e concreto nell'altra, personificazione nella prima e personaggio nell'altra. E una constatazione che condividono quasi tutti i cultori di Law and Literature Studies. Tuttavia la singolarita della nostra indagine e che i generi studiati presentano legge e letteratura in una vicinanza mai vista in altri campi, perche esse sono entrambe in uno stesso embrione, quindi una vicinanza "organica" che possiamo chiamare una vera "parentela" perche sono quasi congenite, o almeno tali risultano dai laboratori virtuali che abbiamo cercato di ricostruire. La copresenza di controversie e letteratura vista in quel laboratorio virtuale nonche nella storia che ne abbiamo tracciato, offre supporto a quanti si impegnano a sostenere la legittimita di studiare i rapporti fra le due discipline, e mettono in dubbio la ragionevolezza di quanti, come Richard Posner, negano che fra le due esista alcun rapporto. Ma la discussione e aperta e non se ne prevede la chiusura in tempi vicini. C'e pero una cosa che risulta chiara dal nostro studio: leggisti e scrittori vivevano l'uno accanto all'altro quando il diritto era la disciplina formativa per eccellenza, quando era la base per l'apprendimento della retorica e della logica. Era il periodo che va grosso modo dal dodicesimo al diciassettesimo secolo, lo stesso periodo in cui fu in auge la narrativa breve e la novellistica.

Note

(1.) Wigmore (1904-1905).

(2.) Sullo stato degli studi attuali si veda l'eccellente Seaton, 2013. Molto informativo e anche Weisberg, 1993.

(3.) Si veda Mantovani, 2007.

(4.) Mancano, o forse semplicemente non li conosciamo, studi sistematici sul tema; ma la presenza della letteratura si ricava dai commenti delle edizioni che utilizzeremo, specialmente quella di H. Bornecque.

(5.) Su questo, come sugli altri elementi indicati supra, si veda Casamento, van Mal-Maeder, Pasetti (2016). I saggi di questa raccolta sono anch'essi incentrati sul nostro tema.

(6.) Si veda Russel, 1983.

(7.) Citeremo sempre da questa edizione.

(8.) Mi e capitato di vedere online un articoletto di Galbi (2016), dove non si fa un cenno a Cherchi (1983) in cui indicavo la presenza di molti rifacimenti di controversiae senecane. Non e un rimprovero, certamente, ma una considerazione sul fatto che il tema abbia ormai una qualche attualita e sia giunto perfino in sedi non accademiche.

(9.) Si veda Pseudo-Quintilian, 1982: 264-287.

(10.) Segre C e Marti M, 1959: 808-809.

(11.) Pseudo-Quintilian, 1982: 60-84.

(12.) Per maggiori dettagli, si veda Whetherbee, 1972: 153-159.

(13.) Si veda la mia nota, Cherchi, 1999: 75-98.

(14.) Per tutto questo, si vedano i dati bibliografici in Smith GD (1920) Fulgence and Lucres by Henry Medwall with an introductory note by Seymour Ricci. New York.

(15.) Gesta Romanorum, 1872: I, 426.

(16.) Si veda Quintilianus, 1989: 48-50.

(17.) Per un'analisi piu dettagliata della novella, rimando a Cherchi, 2008. Una potente conferma dei rapporti legge-letteratura viene da Bertini, 2008.

(18.) Ci riferiamo a Jolles, 2003: 379-399.

(19.) Posner, 1988 e 2009.

Bibliografia

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Cherchi P (1983) From controversia to novella. In: Picone M, Di Stefano G e Stewart P (a cura di) La Nouvelle: formation, codification et rayonnement d'un genre medievale. Acles du colloque international de Montreal, McGill University, 14-16 octobre 1982. Montreal: Plato Academic Press, pp. 89-99.

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Paolo Cherchi

University of Chicago, USA

Alla memoria di

Antonio Mastrobuono

(gennaio 1937--dicembre 2018)

Autore corrispondente:

Paolo Cherchi, 5801 S. Ellis Ave. Chicago, IL 60637, USA.

Email: pcvv@uchicago.edu

DOI: 10.1177/0014585819831657
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Author:Cherchi, Paolo
Publication:Forum Italicum
Date:Aug 1, 2019
Words:7064
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