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Il filo di lana: San Gennaro nel mondo.

Jesce sole, jesce sole nun te fa ' cchiu suspira! Sali sole, sali e non ti far piu desiderare, anelare, perche quel sole rappresenta da sempre per i napoletani la nascita di un nuovo giorno, la speranza. Uno, dieci, cento, mille, milioni di volti. Tutti uguali, tutti diversi. Uomini, donne, vecchi, bambini. Volti emaciati, rubizzi, giocondi, sofferenti, perbene, criminali. Sono alcuni, ma solo alcuni, dei volti di Napoli, che s'illuminano al suono della melodia evocativa di Jesce Sole. Perche quel canto invoca dall'oscurita della notte dei tempi, l'alba, la luce del sole, di quel sole giallo che, alle prime ore del mattino, sale non a caso alle spalle delle pendici del Vesuvio, come fonte essenziale di vita. Dall'arida schiena del formidabil monte Sterminator Vesevo, come il Leopardi definisce il terribile sterminatore vulcano partenopeo nei versi iniziali de "La Ginestra", sorge la vita. La stessa aspettativa, lo stesso desiderio, la stessa necessita di continua rinascita e l'implorazione che quei milioni di volti rivolgono a San Gennaro, durante la cerimonia dello scioglimento del sangue, cantando e urlando Faccia ngialluta fa' o'miracolo, Faccia Gialla, fa il miracolo. Fai sciogliere il sangue! Invocano, i napoletani, il Volto Giallo di un Santo che paradossalmente, proprio come Napoli, non ha un'immagine definita, ma mille, milioni di volti. E lo invocano come fonte di vita come quel sole giallo che sorge ogni giorno alle spalle di una montagna che ha sempre determinato morte e distruzione. E un destino incrociato, simbiotico, tra un martire eletto a Santo Patrono, un popolo che ha bisogno della sua protezione per sfuggire ai disastri quotidiani, il Vesuvio e il mare. Ma se per una citta come Napoli, destinata a mutare continuamente la sua immagine a causa degli innumerevoli disastri naturali e delle tante conquiste che ha subito, il costante cambiamento di pelle sembra giustificato, per San Gennaro potrebbe apparire blasfemo affermare che Egli non ha un'immagine definita. Nell'immaginario popolare il volto di San Gennaro assume di volta in volta le sembianze di chi nel corso dei secoli l'ha raffigurato: Domenichino, De Ribera, Stanzione, Luca Giordano, Fanzago, Monte, De Mura, Solimena, Carlo Coppola, Pacecco De Rosa, Falcone, per citare solo alcuni dei tantissimi artisti che gli hanno dato una connotazione precisa. Probabilmente l'immagine piu verosimile al martire cristiano e quella dell'affresco della meta del quattrocento dopo Cristo, presente nelle Catacombe di Capodimonte a lui dedicate, che ritrae un giovane ragazzo che indossa la tipica veste degli antichi romani con alle spalle il Monte Somma e il Vesuvio. Da allora, pero, l'immagine di San Gennaro e sempre mutata; a volte assumendo il volto del potente del tempo come quella del famoso busto in oro e argento della Cappella del Tesoro a Napoli, donato da re Carlo d'Angio nel 1305, per il quale gli orafi provenzali pare abbiano preso a modello l'arcivescovo di Napoli Umberto d'Ormont nativo di Borgogna, altre volte attribuendogli i volti del popolo come quello umile dei "santini" (le figurine con le preghiere distribuite in chiesa) o come quello dei poveri busti in terracotta venduti sulle bancarelle.

In un parallelismo che sembra casuale, ma che e invece straordinariamente intrecciato, i volti di San Gennaro insieme a quelli di Napoli hanno molteplici valenze, recando con se elementi simbolici forti e antichi. E la bellezza di Platone, senza volto e senza tempo, sempre egualmente bella, da qualsiasi punto di vista la si osservi, senza pero forme definite perche la bellezza non ha volto, non ha mani, non ha nulla delle immagini sensibili o delle parole. E il volto di Emmanuel Levinas (Emmanuel Levinas, 1961: 207) che inizia e rende possibile ogni discorso ed e il presupposto di tutte le relazioni umane: "Noi chiamiamo volto il modo in cui si presenta l'Altro. Questo modo non consiste nel mostrarsi come un insieme di qualita che formano un'immagine. Il volto d'Altri distrugge a ogni istante e oltrepassa l'immagine plastica che mi lascia". E il volto del Mytos dei greci, del racconto sacro sulle origini del mondo, nato per narrare in modo favoloso, l'origine dell'universo e dell'uomo, l'alternarsi delle stagioni, i fenomeni naturali, la vita, la morte e il dolore, il destino che attende l'umanita e tutto cio che la circonda. Ma e anche il mito dell'eterno ritorno di Mircea Eliade (1966), straordinariamente espresso dal miracolo dello scioglimento del sangue, dove il presupposto e l'azzeramento della storia, dove tutto ricomincia ciclicamente perche, mancando un tempo determinato, non c'e passato o futuro, e tutto presente. E il volto dell'a-topia greca, della dis-locazione, che ci parla di una dimensione dell'essere che non avevamo presente, che allarga i nostri orizzonti, ma che allo stesso tempo e un itinerario di fuga dalla vita quotidiana verso una diversa dimensione dell'essere. E il volto, o meglio, sono i volti di Giano Bifronte con la faccia vecchia rivolta al passato e quella giovane rivolta al futuro. Perche Giano rappresenta l'inizio e la fine di tutto, lo spartiacque tra cio che e stato e cio che sara. Giano, che era identificato con il sole, aveva il controllo delle Porte del Cielo, Januae caelestis aulae, che il Sole apre all'alba e chiude al tramonto, cosi come all'inizio e alla fine dell'anno solare. Sulla cima del bellissimo cancello in ottone del Fanzago della Cappella del tesoro di San Gennaro vi sono due straordinari busti gemelli, opera seicentesca in ottone di Gennaro Monte. Proprio com'era rappresentato Giano Bifronte nell'antica Roma. Uno guarda il Duomo, la Chiesa, un altro guarda l'interno della Cappella, la citta di Napoli. E non e un caso che il nome Gennaro derivi proprio da quello della divinita Giano, come il nome del mese dedicato alla divinita latina con cui inizia il nuovo anno, Ianuarius, gennaio, perche rappresenta il tramonto e l'alba di tutto.

Jesce sole, jesce sole nun te fa ' cchiu suspira! Faccia ngialluta fa' o' miracolo! Sali sole, faccia gialla fai il miracolo perche uno, dieci, mille, milioni di volti, possano illuminarsi in un nuovo giorno e perche i volti di Napoli non sono solo quelli delle persone, dei vecchi, dei bambini, ma rappresentano le innumerevoli anime della citta, che si immergono nelle ombre oscure dei millenni come le stelle nell'universo. Definire i volti di San Gennaro e di Napoli e come asserire di essere riusciti a contare tutte le stelle di quell'universo. Uno, dieci, cento, mille, milioni di volti. Tutti uguali, tutti diversi. Uomini, donne, vecchi, bambini. Gli stessi volti emaciati, rubizzi, giocondi, sofferenti, perbene, criminali, affacciati dal ponte dei bastimenti in partenza pe' terre assai luntane con un filo di lana tenuto stretto tra le mani per non suggellare la separazione dilaniante della partenza senza ritorno. E il mare? Dov'e il mare? A Napoli il mare non ha orizzonte, racchiuso tra la penisola sorrentina, Capri e capo Posillipo, si congiunge all'azzurro del cielo solo ai lembi di quell'isola che da lontano appare come una donna nuda distesa al sole. Un eterno anfiteatro non solo geofisico dove la rappresentazione teatrale della realta inizia proprio dalle sue origini, sul palcoscenico del mare, dalla leggenda della sirena Partenope. Ammaliatrice, sicuramente bella, che puo avere tutti gli uomini al mondo e che invece si lascia morire per il diniego di Ulisse per poi scoprire che "Parthenope non e morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia... quando vediamo comparire un'ombra bianca allacciata ad un'altra ombra, e lei col suo amante, Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, e immortale... e l'amore" (Serao, 1881: 82).

Oltre quell'orizzonte che non si vede c'e il mare, l'ignoto, il nuovo mondo, eppure il tempo sospeso tra le certezze e i dubbi, tra la pace dell'anima e l'inquieto vivere, tra l'oscurita dei vicoli e la luce dell'arte, tra il sole e la notte, tra quello che fu e cio che non sara mai, tra la speranza e la disperazione, tra la vita e la morte e qui, da quest'altra parte, all'imboccatura del porto, tra le rughe magmatiche del Vesuvio. Un luogo unico al mondo, un luogo dell'anima, dove il sacro si fonde con il profano, dove tutto e il contrario di tutto, dove il sotterraneo si confonde con le tinte forti dei colori della luce e non solo metaforicamente. Questo tempo sospeso e questo luogo dell'anima hanno un solo nome: Napoli! Qualcuno ha provato a convincermi che si tratti semplicemente di contraddizioni genetiche, di caratteristiche ormai congenite di un popolo aduso, per sopravvivenza, ad affermare e a rinnegare se stesso. Pur avendo probabilmente un substrato di verita, l'affermazione e pero comunque semplicistica perche non tiene conto, anche per mera ignoranza o per sola superficialita, ne dell'aspetto antropologico, ne della conformazione geofisica della citta. Risponde a verita che i napoletani si siano dovuti adattare e sopravvivere a diverse dominazioni, ma e anche vero che questo popolo sia nato sul fuoco incandescente del magma vulcanico, e non solo metaforicamente, portando quindi dentro di se, da una parte, il mistero dell'energia vulcanica, imprimendo un'azione esplosiva che proviene con forza dal centro della terra e, dall'altra, una potenza implosiva che necessariamente deve raffreddare, solidificare, sedimentare, l'incandescenza dei materiali. Negli equilibri instabili della natura stessa, sintetizzati in questo luogo geografico dall'aspetto paradisiaco dell'azzurro del mare, del sole, della bellezza insuperabile delle coste e delle isole e dai gironi infernali magmatici su cui tutto cio sembra mollemente adagiato, il napoletano non ha scovato il modo di sopravvivere, ha bensi ricercato il modo di vivere, ha trovato il vero senso della vita. Una civilta antica sempre in bilico tra il moto tellurico della propria terra e gli smottamenti dinastici, che pero e riuscita a trovare passione, entusiasmo, creativita, intelligenza, vita tra il sole splendente e il buio della notte profonda, assimilando ed esternando apparenti contraddizioni, ma che invece rappresentano il vero equilibrio tra gli elementi in continuo movimento. Una scrittrice francese di origini svizzere, Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Stael-Holstein, nota con il nome di Madame de Stael (1832: 73) scrisse che quest'area era "la contrada dell'universo, dove i vulcani, la storia e la poesia hanno lascato le tracce piu numerose." va bene (E aveva ragione! Un'enorme eruzione a carattere esplosivo formo un paesaggio mozzafiato, un anfiteatro naturale sul mare dove e adagiata Napoli che il filosofo tedesco Walter Benjamin soprannomino la citta porosa. Una citta che, come una spugna, assorbe, asciuga, si dilata, si bagna, intesa come un'unita di uomini e di pietre, dove nessuna forma, sociale o architettonica e pensata per sempre. C'e una labilita perenne, un continuo divenire, un transitare da uno stato all'altro che e proprio il contrario del tutto concluso. D'altra parte come si potrebbe pensare che ci sia qualcosa di definito e di definitivo in una terra dove, dall'oggi al domani, sono emerse e scomparse spiagge, si sono formati nuovi monti, mari e isole, incastonati laghi, inabissate insenature e citta, come l'antica citta di Baia o il tempio dedicato a Serapide a Pozzuoli, dove il tufo giallo napoletano e diventato il materiale con cui sono state edificate le abitazioni, i castelli, i cimiteri, le mura, dove e stato scavato il primo acquedotto del mondo. Questa condensa di emozioni, di tumulti dell'animo, di eterna precarieta ha prodotto eccessi spesso negativi, ma anche un'inconsueta genialita capace di forgiare una costante ciclica formazione di grandi artisti, musicisti, pittori, scultori, intagliatori, ricamatori che hanno lasciato all'umanita capolavori d'inestimabile valore.

In un mondo cosi complesso, difficile da comprendere, in cui sacro e profano si confondono e si fondono quotidianamente, in cui il confine tra la vita e la morte e molto labile, emerge su tutto e su tutti, quindi, la sensualita e l'erotismo dell'arte partenopea nata tra i vicoli bui che ci riconduce alle radici profonde della magia, dei misteri, dei metalli magmatici che hanno plasmato e forgiato i napoletani e in particolare le donne napoletane. Ammalianti, sensuali, seducenti e passionali al punto di immolarsi in nome di un amore tradito, come accade nel mito della Sirena Partenope. La sensualita scomposta dei riti orgiastici dedicati a Priapo, il dio della fecondita, e la verginita della Madonna di Piedigrotta, l'erotismo travolgente e mediterraneo delle donne rappresentate dal Caravaggio o da Micco Spadaro e l'eterea levita delle monache di clausura del convento delle Trentatre, l'ancestrale sensualita delle villanelle delle lavandaie del Vomero e la passione profonda delle cosiddette parenti di San Gennaro sono simboli che si trovano sparsi nel mondo e che sono invece tutti racchiusi in questa citta.

Ed ecco che nello stato di perenne incertezza, nel magma confuso delle vicende umane di questa citta emerge unica, potente, amorevole, indissolubile, indiscutibile, imprescindibile la figura del santo che i napoletani hanno eletto proprio protettore: San Gennaro.

Milioni di anime perlopiu con una visione individualista, con uno spirito anarchico, che riescono magicamente a trovare in precisi momenti e in nome di San Gennaro l'unicita e la compattezza: un prodigio nel prodigio. Un prodigio che, secondo una stima del Vaticano ha contato, oggi, in oltre 25 milioni i devoti a san Gennaro sparsi in tutto il globo, e che ancora oggi vede la processione di San Gennaro il 19 settembre di ogni anno a New York, a Los Angeles, a Rosario in Argentina, a San Paolo del Brasile, a Chicago, a Toronto, a Melbourne, a Sidney e nei luoghi piu disparati della terra, lo si deve soprattutto a causa dell'immane tragedia che si e consumata alla fine dell'ottocento: l'emigrazione. Il piu grande esodo della storia moderna. Deliso Villa II piu grande esodo della storia moderna anno 2005 Edizioni BST.

Napoli bagnata dal mare, paradiso degli occhi, una distesa azzurra che ha portato sulle sue sponde, popoli, regnanti stranieri, avventurieri, artisti provenienti da tutte le parti del mondo, ma che ha allontanato, spesso per sempre, i propri figli.
[much less than]Partono 'e bastimente  [much less than]Partono le navi
pe' terre assaje luntane...            per le terre assai lontane...
Cantano a buordo:                      Cantano a bordo:
so' Napulitane!                        sono Napoletani!
Cantano pe' tramente                   Cantano mentre
'o golfo gia scumpare,                 il golfo gia scompare
e 'a luna, 'a miez' o mare,            e la luna in mezzo al mare
nu poco 'e Napule                      un poco di Napoli
Ile fa vede...                         gli fa vedere
Santa Lucia!                           Santa Lucia!
Luntano 'a te,                         Lontano da te
quanta malincunia!                     quanta malinconia!
Se gira 'o munno sano,                 Si gira il mondo intero
se va a cerca furtuna...               si va a cercar fortuna...
ma, quanno sponta 'a luna,             ma, quando spunta la luna
luntano 'a Napule                      lontano da Napoli
nun se po sta!                         non si puo stare!
E sonano... Ma 'e mmane                E suonano! Ma le mani
tremmano 'ncoppe ccorde...             tremano sulle corde...
Quanta ricorde, ahimme,                quanti ricordi, ahime,
quanta ricorde...                      quanti ricordi...
E 'o core nun 'o sane                  E il cuore non lo guarisci
nemmeno cu 'e ccanzone:                nemmeno con le canzoni:
Sentenno voce e suone,                 sentendo voce e suoni,
se mette a chiagnere                   si mette a piangere
ca vo' turna...                        che vuol tornare...
Santa Lucia,                           Santa Lucia,
Santa Lucia, tu tiene                  Santa Lucia, tu hai
sub nu poco 'e mare...                 solo un poco di mare...
ma, cchiu luntana staje,               ma piu lontana sei,
cchiu bella pare...                    piu bella sembri...
E' 'o canto de Sirene                  Ed il canto delle Sirene
ca tesse ancora 'e rrezze!             che tesse ancora le reti
Core nun vo' ricchezze:                Il cuore non vuol ricchezze:
si e nato a Napule,                    se e nato a Napoli
ce vo' muri!                           ci vuol morire!
Santa Lucia,                           Santa Lucia,
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Il filo di lana, i porti dei sogni

Le onde del mare bagnano tutti i porti del mondo, ma molti di loro non lo sapevano perche il mare non lo avevano mai visto prima, tanti non sapevano nemmeno che esistessero i porti e quasi tutti non si erano mai mossi dal proprio quartiere o dal proprio paesello di nascita. Erano veramente tanti, tutti italiani, milioni di milioni come le stelle della canzoncina, oltre 29 milioni per essere piu precisi, un firmamento che dal 1861 sino agli inizi degli anni settanta del novecento e emigrato in cerca di fortuna "pe terre assaie luntane".

Sono partiti i bastimenti, innumerevoli, salpando da Napoli, da Genova, da Trieste, da Messina, da Palermo, ma soprattutto da Napoli e sono partiti carichi di speranza e di immenso dolore per i porti dell'Argentina, del Brasile, dell'Uruguay, del Venezuela, del Cile, degli Stati Uniti, del Canada, dell'Australia. Non erano solo i piroscafi, pero, a raccogliere le speranze e le delusioni degli emigranti, ma anche i treni che con le loro locomotive sbuffanti hanno trasportato i bagagli di poverta e d'illusioni in quasi tutto il nord Europa.

Francia, Belgio, Germania, Svizzera hanno visto scaricare nelle proprie stazioni ferroviarie un fiume di persone proveniente da quasi tutte le regioni italiane, ma numerose proprio dalle regioni meridionali. Una migrazione senza precedenti: e come se nell'anno 1861 tutti gli abitanti dell'Italia appena unita, che erano circa 25 milioni, fosse andata via, come se oggi oltre la meta degli abitanti italiani si trasferisse altrove. Un paese, il nostro, che ha vissuto il triste primato del piu grande esodo migratorio della storia moderna. Deliso Villa II piu grande esodo della storia moderna anno 2005 Edizioni BST. Un conto esorbitante che non include cio che e accaduto poi negli anni cinquanta e sessanta dello scorso secolo, quando milioni di meridionali con le valigie di cartone legate con lo spago sono emigrati al nord Italia in cerca di lavoro.

Storie apparentemente tutte eguali di persone strappate ai propri affetti, alle proprie radici e che sono andate in cerca di fortuna, investendo i loro pochi averi per pagarsi il biglietto di sola andata per il nuovo mondo per consentire, poi, a interi nuclei familiari rimasti in patria, di poter sopravvivere con i soldi che avrebbero guadagnato e spedito. Milioni di volti di persone molto diverse tra di loro, provenienti da luoghi differenti, ma accomunate da un unico sogno: ritornare.

Alcuni, pochi, ce l'hanno fatta, molti altri no, altri ancora dopo vari anni, sono riusciti a pagare i biglietti di solo andata ai propri cari e a ricongiungere una parte della propria famiglia in terra straniera.

C'era un'altra cosa che accomunava questa moltitudine migrante: la partenza.

E da Napoli sono partiti veramente tanti, troppi. Il giorno dell'addio era per ciascuno il momento piu devastante della propria esistenza e il porto era il luogo dove si consumava una lacerazione disumana, una vera tragedia familiare perche si lasciavano madri, padri, fratelli e a volte anche mogli e figli, spesso senza mai piu rivederli. Le storie senza volto di questa povera gente sono raccontate nelle tante lettere, per lo piu sgrammaticate, che inviavano a casa insieme ai soldi. Un'emigrante del 1899 cosi descriveva la partenza: Il giorno in cui sono partita mia madre mi ha accompagnato al porto di Napoli. Quando l'ho salutata mi ha detto che per lei era come veder chiudere la mia bara. Non l'ho mai piu vista.

A Napoli il teatro tragico di questa partenza era il Molo dell'Immacolatella. Oggi non c'e una targa, una foto che ricordi i milioni di emigranti, che provenendo dalla citta, dalla provincia e dalle regioni del sud Italia, hanno affollato l'ufficio emigrazione. Come se si siano volute cancellare le tracce di una memoria scomoda e, a parte la celebre canzone di E. A. Mario, santa Lucia luntana, c'e la commedia dimenticata di Raffaele Viviani, Scalo Marittimo ('Nterr' 'a 'Mmaculatella), scritta nel 1918 come testimonianza letteraria, probabilmente unica, a segnalare mezzo secolo di dolore.

I marinai dei piroscafi in partenza per le Americhe avevano fatto ormai l'abitudine alle scene strazianti che si consumavano sui moli prima di imbarcarsi per emigrare. Forse, per l'equipaggio, il dolore doveva apparire tutto uguale, eppure ogni lacrima era diversa, raccontava una storia differente. Per molti di quei disperati era privarsi di una parte vitale di se, strapparsi le carni di dosso, ma un martirio necessario. A Napoli quasi tutti gli emigranti erano accompagnati dai familiari e dagli amici, sostando un paio di giorni, in squallide pensioni, in balia di gente senza scrupoli e consumando la magnata di maccheroni e vino prima di imbarcarsi. Dopo la visita medica e la disinfestazione si saliva a bordo, si sistemava alla ben meglio il proprio bagaglio sul ponte e ci si affacciava dalla nave per vedere ancora una volta, forse l'ultima, i volti amati, la propria citta. Ed era straziante il distacco dai propri cari che certamente non avrebbero mai piu visto. Padri, figli, madri, mogli, mariti si stavano per lasciare per sempre. C'era chi urlava il nome di chi lasciava, chi prendeva in braccio i bambini e li mostrava, chi aveva portato con se un gomitolo di lana e lo svolgeva tenendone un capo e lanciando l'altro capo giu sul molo al proprio caro in modo da rimanere in contatto sino a quando la nave non avrebbe salpato. L'urlo della sirena scatenava un mare di fazzoletti bianchi che erano sventolati freneticamente e la nave partiva lentamente, come se scivolasse su di un piano inclinato e i gomitoli di lana rimanevano l'unica arteria che alimentava il cuore palpitante di quelle povere persone per poi sciogliersi dolcemente tra le grida delle donne, i fazzoletti sventolati ed i bambini sollevati in aria. I fili di lana rimanevano tesi nelle mani di ciascuno sino a quando il piroscafo non si allontanava dalla banchina.

E poi il distacco: i fili di lana si spezzavano, rimanendo ancora a mezz'aria sostenuti dal vento, poi non si vedevano piu.

L'ultima immagine, prima del mare aperto, era proprio la statua di San Gennaro alla cima del porto.

Ecco, San Gennaro, ancora e sempre Lui che, con la mano tesa per fermare la lava del Vesuvio sembrava a tutti quei poveri disperati l'unica risorsa cui affidarsi, nella preghiera, nel conforto, nell'attesa dell'ignoto, nella volonta di mantenere intatte le proprie radici, per avere un legame indissolubile con la propria terra che stavano per abbandonare per sempre.

Un legame di sangue!

Il viaggio, colmo di nostalgia e anche di speranza, era durissimo. Soprattutto quello in mare. Dal 1880 era tramontata l'era dei velieri con traversate lunghissime e incerte ed era iniziata quella dei grandi bastimenti a vapore che comunque poteva durare anche molte settimane. Non tutti giungevano vivi ai porti di destinazione. Le disumane condizioni di viaggio cui erano sottoposti gli emigranti, per lo piu ammassati nelle stive o in quelle che poi furono trasformate in terza classe con cuccette, erano alcune delle cause piu frequenti di decessi durante la traversata perche non erano garantite le basilari norme igieniche, favorendo lo scoppio di epidemie che decimavano i viaggiatori, ma anche le tempeste potevano essere devastanti per viaggiatori mal nutriti e che non avevano mai visto il mare.

Il prezzo del biglietto non garantiva nemmeno la certezza dello sbarco perche non erano pochi i casi di coloro che venivano rispediti a casa dalle autorita locali per le cattive condizioni di salute in cui versavano. Le compagnie di navigazione per non doversi sobbarcare l'onere del viaggio di ritorno e in alcuni casi come negli Stati Uniti, dovendo pagare una forte penale per ogni passeggero non idoneo, prima della partenza provvedevano a una preventiva vista medica e a far lavare e disinfettare tutti gli emigranti, ma spesso cio non bastava.

Sono partiti i bastimenti, tanti, sono partiti per "le Meridie" e sono anche arrivati.

L'arrivo al porto de "la Boca" di Buenos Aires, di "Ellis Island" di New York, di Santos, del molo "Pier 21" di Halifax in Canada e dei tanti porti della speranza aveva per tutti sempre la stessa connotazione: la delusione. Soprattutto per i primi emigranti che non avendo conoscenti o parenti sul posto si vedevano scaraventati in nuovo mondo completamente differente dal proprio e con una lingua che non comprendevano. Volti spauriti, scavati dalla fatica del viaggio e dal dolore con la forte sensazione di aver sbagliato tutto e stretta nella mano quasi sempre la sola immaginetta di San Gennaro.

"Le Meriche"

La "Terra d'Argento"

Erano arrivati in tanti al porto della "Boca" sul fiume Racuelho, l'imboccatura, di Buenos Aires. Bastimenti carichi di liguri, campani, veneti, siciliani e avevano avuto tutti la stessa sensazione: essere arrivati in una landa piatta e deserta, case basse e desolate, con l'acqua color marrone, caratteristica del Rio de la Piata che porta al mare terra e sabbia. L'Argentina aveva iniziato gia dal 1853 una politica di apertura e di promozione all'immigrazione, necessaria per emancipare e modernizzare il Paese dall'arretratezza in cui riversava e finalizzata alla colonizzazione agricola delle estreme zone di frontiera abbandonate del paese, e delle pampas, dopo la cacciata degli indios nativi. Erano arrivati in tanti, anche ungheresi, polacchi, irlandesi e greci che, al pari degli italiani, nella propria patria morivano letteralmente di fame, facendo cosi aumentare la popolazione, tra il 1880 e il 1910, dai circa tre milioni e cinquecento abitanti sino agli otto milioni, e circa la meta era residente a Buenos Aires. Non era solo terra d'argento, pero, cio che luccicava. Alla Boca si parlava lo xeniese, il genovese, per la presenza dei tanti liguri approdati qui gia prima del grande esodo di fine Ottocento, e il quartiere sembrava una piccola Genova, mentre il punto di riferimento degli emigranti europei e soprattutto dei napoletani era Barrio San Telmo. Ladri, contadini, galeotti, marinai, manovali, mandriani, prostitute, pittori di tutte le razze si sono mescolati e hanno popolato questi quartieri considerati squallidi e malfamati. Un altro dato inquietante era la sproporzione tra uomini e donne. La stragrande maggioranza degli abitanti, circa il settanta per cento, era infatti costituita da uomini e le bettole maleodoranti divennero punto di riferimento di questa popolazione variegata ed eterogenea che si riuniva per bere, giocare, cantare, suonare e vincere, cosi, le inevitabili frustrazioni affettive e sessuali derivate da una societa carente di donne. Sorsero bordelli ovunque e la tratta delle bianche divenne in Argentina il commercio piu tollerato e piu redditizio sia per sfruttatori senza scrupoli, che reclutavano le donne nella vecchia Europa, sia per le stesse prostitute dal momento che erano richiestissime. La solitudine, la tristezza, la diversita sociale, la nostalgia, ma anche la speranza e la fratellanza nelle avversita trovarono nella musica, nelle canzoni e nella danza un motivo di consolazione per gli emigranti. E la miscela straordinaria di diverse etnie, di differenti radici culturali e musicali, unita al ritmo degli indigeni nativi, e stata l'origine di una delle musiche piu sensuali che si conosca: il tango. Una musica diventata danza di coppia con tutte le sfumature possibili, con testi inizialmente improvvisati che raccontavano di paesi lontani, di un passato piu felice, della sofferenza di uomini traditi o lasciati da donne amate, ma anche della speranza di un futuro migliore. Il tango e stata la musica struggente e nostalgica dei bassifondi, ballata a coppie anche tra uomini a causa dello squilibrio tra numero di maschi e di femmine, che strideva con la violenza dei vicoli malfamati, e fu la colonna sonora dei tanti bordelli disseminati ovunque. "Nessuno puo dire in quale citta il tango sia nato", ha scritto il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges (1995:14) , "ma tutti sanno in quale via, la via delle prostitute." La Boca ha mantenuto le sue originarie caratteristiche. Sulle panchine o nei bar dell'angiporto ancora oggi e possibile incontrare anziani che parlano tra di loro lo xenexiese, il genovese, che si raccontano aneddoti del tempo che fu, della vita che si sviluppava nelle conventillos della Boca, le casette in legno e lamiera ondulata variamente dipinte, dove cinque o sei famiglie abitavano ognuna una stanzetta attorno al patio e tutti insieme condividevano l'unico bagno e l'unica cucina. Oggi, passeggiando tra le calle de la Boca, queste umili casette dai colori sgargianti che erano costruite con materiali presi dai relitti delle navi e dipinte e ritoccate con le rimanenze di vernice utilizzate per le imbarcazioni, ci raccontano la storia di piccole comunita utopiche dove la poverta era dignitosa e la solidarieta, l'amicizia e l'ordine erano valori assoluti. Non fatevi, pero, ingannare dai fantasmi delle barche abbandonate nel porto una volta molto fiorente perche il quartiere e vivo, alimentato dagli artisti di strada, dai pittori, dai tangeros che si esibiscono sui marciapiedi di calle Caminito, ricordandoci che questa strada e dedicata allo storico tango Caminito scritto nel 1926 da Juan de Dios Filiberto. Questa strada oggi e un museo-aperto grazie all'invenzione, alla ristrutturazione e ai bellissimi murales realizzati da uno dei pittori argentini piu popolari, Benito Quinquela Martin, il ritrattista dei porti per eccellenza. Se infatti vi capitasse di incontrare uno di quegli anziani signori che parlano ancora lo zeninese state pur certi che indicando il calle Caminito vi raccontera la storia di un bambino nato nel 1890 e subito abbandonato dai suoi genitori su questi marciapiedi, dove e cresciuto imparando a dipingere, ritraendo ogni angolazione di questo quartiere sino a diventare un grande e conosciuto pittore. Questo artista e proprio Quinquela Martin che ha amato visceralmente questi vicoli, riuscendo a trasmettere con le sue opere la rudezza, la bellezza e la quotidianita della vita del porto de la Boca. A lui e ad alcuni dei suoi piu bei dipinti e stato dedicato l'affascinante Museo de Bellas Artes, l'imponente edificio sull'acqua dove il pittore ha vissuto e lavorato, e dove sono esposti anche alcuni dei migliori pittori contemporanei argentini. Poco importa se poi questo quartiere e diventato famoso soprattutto per un altro figlio di queste strade che sapeva tirare calci a un pallone come nessuno al mondo e l'eco del suo nome, Diego Armando Maradona, scandito e urlato nella Bombonera, tempio della locale squadra di calcio Boca Juniors fondata da genovesi, ancora rimbalza tra le pareti di queste case variopinte come fosse una favola senza tempo. E a quanti puo apparire casuale che quel nome, Diego, sia stato e sia ancora invocato nella citta che poi lo ha adottato e in cui si e riconosciuta? In fondo fare fortuna era la speranza dei tanti volti scavati giunti per tanti anni in questo porto e che trovarono appena scesi dalle navi l'Hotel de Inmigrantes, il centro di accoglienza creato dal governo di Buenos Aires per gli immigrati. Questo edificio, diventando un museo dal 1990, non e solo un'autentica testimonianza storica, ma raccoglie le memorie e le nostalgie di un popolo, narrando le storie senza volto tutte uguali, tutti diverse. Tutt'attorno vi e Buenos Aires con circa quattordici milioni di abitanti, e questa e la storia della storia.

"O pais do sul"

Ore 7,40 di domenica mattina, ora locale. La spiaggia di Santos nello stato di Sao Paolo in Brasile sembra addormentata ed e coperta da una sottile coltre di foschia mentre le poche auto avanzano pigramente lungo la strada che separa la lingua di sabbia fine e bianca dai grattacieli che si affacciano sul mare. Il litorale, visto da Ponte da Praia, l'estuario dove sorge il porto, assomiglia molto al profilo delle spiagge di Ipanema o di Copacabana della piu famosa Rio de Janeiro, ma e lungo oltre sette chilometri ed e considerato il piu grande giardino del mondo perche tutta la riva e affiancata da giardini con una infinita di piante tropicali, fiori colorati e profumati sino a Sao Vicente, la piu antica citta brasiliana fondata nel 1532. Il costante rumore delle onde dell'Oceano Atlantico bagna tutta la costa, diventata meta di turisti e paradiso dei surfisti, mentre a circa venti miglia di navigazione dalla riva ci si puo immergere nel Parco Marino di Lage de Santos, ritenuto uno dei migliori punti d'immersione del litorale brasiliano, con una profondita che varia tra 18 e 40 metri e il "cimitero delle ancore", costituito da parecchie ancore rimaste attaccate ai coralli intorno alla roccia. In dieci minuti con il vecchio tram storico del 1920, oggi ripristinato, e possibile raggiungere i luoghi piu suggestivi del centro storico di Santos e poter ammirare il Museo del Mare con la collezione di oltre 21 mila conchiglie provenienti da tutto i mari del mondo, e il Museo della Pesca dove si osservano animali e piante in resina e dove, grazie a un meccanismo che si trova nella Sala della Barca, si puo simulare la sensazione che si prova navigando sulla prua di una barca a vela. Non erano immaginari e virtuali i velieri che pero solcavano questi mari infestati da pirati che abbordavano le navi commerciali cariche di materie prime e di preziosi tanto da costringere re Filippo II del Portogallo a far costruire nel 1584 la Fortaleza Santo Amaro da Barra Grande a protezione dell'imboccatura del porto. Storie leggendarie di epici corsari, di cannoni puntati a difesa di uno dei porti piu grandi dell'America latina, ma anche di loschi trafficanti di schiavi neri provenienti dall'Africa per coltivare le immense piantagioni di cotone, di zucchero e di caffe. Il Brasile, subito dopo la sua indipendenza dal Portogallo, avvenuta nel 1822, era un immenso paese spopolato, con terre incolte da colonizzare, con l'economia schiavista messa al bando da tutta la comunita internazionale che aveva vietato la tratta degli schiavi, e con focolai di rivolte indipendentiste che scoppiavano nelle province periferiche. Facilitare l'immigrazione di altri popoli parve il rimedio migliore per arginare questi enormi problemi. Giunsero per primi migliaia di coloni tedeschi che riuscirono ad accaparrarsi le terre migliori, ma grazie all'interessamento di Maria Teresa di Borbone, moglie dell'imperatore del Brasile, Pedro II, e sorella di Ferdinando II di Borbone, re di Napoli, dopo l'Unita d'Italia, favori in ogni modo l'immigrazione di italiani, soprattutto provenienti dalla Campania e dal meridione, creando le condizioni favorevoli per l'insediamento. Una data cambio radicalmente la storia del Brasile: 13 maggio 1888, una legge promulgata dalla reggente dell'impero del Brasile, la Principessa Isabella Cristina Gonzaga de Braganca e Borbone, figlia di Maria Teresa di Borbone, decreto la fine della schiavitu. Diciotto giorni dopo l'emanazione di questa legge da Genova partiva una carretta del mare stracarica di emigranti italiani. Era l'inizio della grande migrazione italiana verso il paese del sud incoraggiata dal viaggio sovvenzionato dal governo del Brasile che aveva necessita di mano d'opera per sostituire gli schiavi liberati. I porti di arrivo erano Rio de Janeiro, soprattutto Santos che fungeva da tappa di smistamento per coloro che riuscivano a sopravvivere al disumano viaggio finanziato dal Brasile e Porto Alegre per raggiungere la regione di Rio Grande.

Piroscafi lenti e grondanti speranza sono passati sotto lo sguardo cupo della Fortaleza Santo Amaro da Barra Grande, ma l'odissea di milioni di emigranti non terminava sui moli dell'estuario, dove erano sbarcati, perche poi venivano caricati sui treni che risalivano sull'altipiano paulista fino all' Hospedaria de Imigrante di San Paolo, l'unico centro di raccolta che non sia stato costruito all'interno di un porto, e di qui dirottati dove serviva forza lavoro: nella citta di San Paolo, nella regione di Minas Gerais, in quella dell'Espirito Santo. Il finanziamento del governo brasiliano avrebbe dovuto garantire, soprattutto a interi nuclei familiari, il pagamento della traversata atlantica, l'alloggio e il primo anno di lavoro, ma si era rivelato ben presto un contratto vicino alla schiavitu. Condizioni disumane in un territorio difficilissimo da coltivare a causa delle frequenti piogge tropicali, alloggi che si erano rivelati poi delle baracche, piccoli appezzamenti di terreno messi a disposizione che pero bastavano a stento a sfamare i propri congiunti, e soprattutto la mentalita schiavista dei fazeindeiros costrinse il governo italiano nel 1902 con il decreto Perinetti a sospendere la licenza speciale a compagnie di navigazione per il trasporto gratuito di emigranti italiani in Brasile presso proprietari terrieri senza scrupoli. A Sao Paolo il 90% degli operai occupati nelle fabbriche e nei servizi pubblici era italiano con paga bassa e senza assistenza sanitaria. Il sogno dell'Eldorado sembrava naufragare sulle sponde brasiliane, cosi come erano andati a fondo tanti piroscafi durante la traversata, portandosi via anche le vite oltre che le speranze, ma non avevano fatto i conti con la forza della disperazione di questa gente. Superando incredibili difficolta, adattandosi a ogni lavoro possibile, ma soprattutto con la forza della coesione dei nuclei familiari capace di sacrifici oggi minimamente inimmaginabili i primi emigranti italiani hanno disboscato la foresta, si sono costruiti gli strumenti di lavoro, hanno coltivato i campi, trovandone il sostentamento, si sono costruiti le case, dapprima in legno e poi in muratura, hanno aperto vie per gli scambi commerciali. Nel tempo la comunita di italiani, grazie alla capacita di innovazione, allo spirito imprenditoriale e a una innata creativita e diventata la struttura portante del Paese, riuscendo a dare al nascente Brasile una propria impronta. San Paolo oggi e la piu grande citta di italiani nel mondo, conta 11 milioni di abitanti la cui meta e di origine italiana, in tutto il Brasile sono oltre 25 milioni i discendenti di italiani. Alla fine degli anni Sessanta le navi non trasportavano piu emigranti nelle Americhe, a essi si erano sostituiti i treni che portavano i meridionali in cerca di lavoro al nord. Di Santos non c'era piu memoria se non per le gesta sportive di un calciatore di colore, Edison Arantes do Nascimento detto Pele che faceva impazzire i brasiliani e per un pallone di plastica arancione che si vedeva calciare nei cortili e nelle strade dai ragazzi italiani.

Ore 7,40 di domenica mattina, ora locale. La radio trasmette una canzone di Caetano Veloso, profeta della musica brasiliana moderna, dal titolo "13 maggio a Santo Amaro", un ragazzo la canticchia, ma probabilmente non ne conosce il significato. La spiaggia di Santos, bagnata dall'oceano, e visibile in tutto il mondo, grazie alla web cam montata su uno degli hotel piu lussuosi di Santos e che trasmette 24 ore su 24 su Internet.

L'isola delle lacrime

L'America appariva, all'improvviso, quasi inaspettata. Settimane di navigazione e di sofferenza avevano assuefatto lo sguardo al nulla o meglio a una massa d'acqua infinita, poi uno sguardo gettato per caso oltre la prua e improvvisamente compariva nel cielo il braccio alzato di quella statua enorme che simboleggiava la liberta e che scivolava dolcemente sulla fiancata destra della nave. E dopo aver salutato San Gennaro con la mano levata verso il cielo e il Vesuvio, quella della liberta, per i sopravvissuti al viaggio doveva apparire il nuovo mondo. Dopo l'attracco a New York tutti i passeggeri di terza classe venivano trasbordati su di un traghetto e trasferiti a Ellis Island, l'isolotto alla foce del fiume Hudson di New York, per l'ispezione e il controllo documenti. Dal 1892 al 1950 Ellis Island, che aveva sostituito Castel Garden anche a seguito di polemiche su presunte truffe ai danni degli immigrati, e stata la porta d'ingresso degli Stati Uniti dove milioni di italiani sono stati esaminati, trattenuti per ore e verificato se possedevano tutti i requisiti per ottenere il visto; quando le condizioni di salute non lo consentivano sono stati trattenuti in quarantena e spesso capitava anche che fossero respinti e rimandati a casa. Ecco perche Ellis Island e stata soprannominata l'isola delle lacrime. A volte le famiglie venivano smembrate perche alcuni dei componenti non superavano le visite degli ispettori. L'integrazione, per gli italiani, a differenza che nel sud America, e stata difficile. A New York gli italiani presero possesso delle luride catapecchie in legno abbandonate in prossimita del ponte di Brooklyn, a Chicago nella Near West Side, ma ovunque vivevano gli uni vicini agli altri, creando delle Little Italies. Numerosi, poveri, analfabeti, sfruttati ed emarginati, ma paesani coesi nella solidarieta spicciola e anche nella volonta di mantenere vive alcune tradizioni come le feste religiose e patronali. Paghe da fame per lavori massacranti, forti differenze sociali, sono state alcune delle cause dello svilupparsi di una malavita organizzata, accompagnate da evidenti forme di razzismo. Il 1 gennaio del 1884 il New York Times scriveva: "Abbiamo all'incirca in questa citta trentamila italiani, quasi tutti provenienti dalle vecchie province napoletane, dove, fino a poco tempo fa, il brigantaggio era l'industria nazionale. Non e strano che questi briganti portino con se un attaccamento per le loro attivita originarie" (New York Times, January 1, 1884, Our Brigands p. 4). Non era esattamente cosi: la vera organizzazione criminale era siciliana e aveva radici molto antiche. La mano Nera! Inizialmente un'organizzazione terroristica solo di tipo anarchico, di cui faceva parte anche Gaetano Bresci, l'uomo che aveva ucciso il re di Italia Umberto I, ma poi una vera e propria associazione delinquenziale che ha avuto anche un padre: Don Vito Cascio Ferro. Siciliano, figura ambigua, "rivoluzionario", appartenente ai fasci siciliani, il movimento di massa d'ispirazione socialista, sviluppatosi in Sicilia dal 1891 al 1894 e originato da una situazione di grave disagio sociale, e "nobile" al tempo stesso, "contadino" e notoriamente mafioso che aveva fatto del traffico degli esseri umani la sua fortuna spedendo da un continente all'altro soprattutto poveri contadini che, per pagarsi il viaggio della speranza oltreoceano, erano costretti a ipotecare a prezzi stracciati le proprie terre; una volta in America non riuscivano, comunque, a riscattarle cosi che, inevitabilmente, i terreni finivano in mano alla mafia. Al tempo stesso, la sua militanza in ambienti anarchici gli aveva permesso di acquisire la fiducia del popolo, di cui si considerava parte integrante.

In breve, grazie ai suoi rapporti con uomini di potere, divenne "padrino"; in nome della filosofia di "una mano lava l'altra" aiutava poi la polizia a individuare rivoltosi ricoprendo il ruolo di informatore, con un'unica richiesta: che le autorita non indagassero mai sui suoi, di affari, legati al pizzo, di cui e considerato, appunto, il padre.

Nel 1901, per seguire meglio i traffici legati all'immigrazione, Don Vito si trasferi a New York: qui, fu in grado di creare una vera e propria struttura organizzata tra le tante famiglie delinquenti italiane. Cascio Ferro divenne il boss di Little Italy e qualsiasi famiglia e banda criminale che in quella zona operasse doveva rendere conto a lui. Non solo: grazie al suo trascorso tra i fasci siciliani, riusci a creare rapporti tra la sua cellula criminale e ambienti anarchici, che lo riconoscevano come rivoluzionario e da cui prese in prestito il nome di "Mano Nera" e al cui interno s'insedio con la sua cellula mafiosa.

Era nata la potentissima organizzazione criminale che trovo terreno fertile proprio a Little Italy, diventato ben presto un ricettacolo di criminalita, dove le bande si spartivano il territorio e gli affari illeciti, nell'impotenza della polizia locale, incapace di comprendere non solo il linguaggio, ma anche la cultura e le abitudini di quegli italiani, ma che poi si espanse a macchia d'olio con addentellati anche nella stessa polizia, nei politici, nei sindacati, nell'imprenditoria. Per combattere la mano nera gli Italiani d'America costituirono un'associazione chiamata Mano Bianca, che appoggio la polizia federale nell'opera di repressione. In particolare un poliziotto italiano, Joe Petrosino, provo eroicamente a combatterla conoscendo, le modalita, il linguaggio e le abitudini dei suoi connazionali. In particolare un poliziotto italiano, Joe Petrosino, provoo eroicamente a combatterla conoscendo, le modalita, il linguaggio e le abitudini dei suoi connazionali. Ma pago, con la sua stessa vita, la voglia di dimostrare che non tutti gli italiani sbarcati in America erano delinquenti.

Il sogno americano, il simbolo della speranza e della nuova vita, dell'occasione finalmente arrivata, e stata per i milioni di imbarcati nei porti di Genova, di Napoli e di Palermo, un viaggio senza ritorno. A New Orleans nell'anno 1901 undici siciliani furono linciati dalla folla con l'accusa di appartenere alla mafia. Il 6 dicembre del 1907 a Monongah nel West Virginia la miniera di carbone e ardesia salto in aria con dentro quasi mille persone, di cui almeno la meta erano italiani. Sopravvissero in cinque. Fu il piu grande disastro minerario d'America. Il 23 agosto 1927, nonostante la presenza di prove schiaccianti che li scagionavano, due anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, vennero condannati a morte e uccisi sulla sedia elettrica. Eppure, cosi lontani, cosi disperati, cosi maltrattati in patria come in terra straniera chi e rimasto era orgoglioso della propria italianita. Non tutti hanno trovato l'America, molti non si sono arricchiti, ma quasi tutti hanno consentito ai propri figli di ritagliarsi un futuro. A Little Italy a New York oggi non vivono quasi piu gli italiani ed e diventato un quartiere cinese, sebbene ogni 19 settembre si celebri, oggi come allora, la festa di San Gennaro. A Chicago l'antico quartiere degli italiani e diventato una area residenziale di grande prestigio e se andiamo a osservare i nomi sui citofoni o sulle buche della posta degli appartamenti troveremo che almeno la meta dei nomi e italiana. Stessa dicasi a Los Angeles e in qualunque punto dove la determinazione e la volonta di riuscire degli italiani sia stata piu forte delle avversita e dei pregiudizi. Sono tanti gli originari italiani che hanno occupato e occupano posti di prestigio e di potere negli Usa e il made in Italy e diventato uno stile di vita per tutti.

Ellis Island e diventato un museo molto visitato: irlandesi, polacchi, armeni, greci, tedeschi e italiani ritrovano la memoria delle proprie origini e anche il perche della loro presenza in un paese che poi alla fine ha accolto tutti. Un moderno data base con 600 milioni di nominativi consente a tutti di ricercare i nomi dei propri familiari e di ricostruire in che anno sono arrivati, quanti anni avevano, con quanti soldi, con quale nave e da che porto sono partiti. Non e difficile vedere giovani commuoversi davanti alle fotografie che testimoniano la migrazione del secolo o scoprendo il nome di un proprio familiare. Non c'e da sorprendersi perche questa e e rimane l'isola delle lacrime, l'isola che non ha accolto eroi, ma lavoratori che hanno fatto la piccola grande storia dell'emigrazione.

I porti dei sogni, ma anche delle illusioni e della nostalgia profonda.

Ognuno di questi porti e stato idealmente unito da un filo di lana, come quello gettato ai parenti sul molo dal piroscafo, come un'arteria che portava ossigeno vitale, perche ovunque si sia creata una comunita di meridionali, di napoletani, da quel lontano 1861 i padri e poi i figli, e poi ancora i figli dei figli ancora oggi, celebrano la settimana del miracolo di San Gennaro il 19 settembre. Una festa popolare, che ha perso la sua antica spiritualita, e il suo antico profondo significato di ringraziamento a quel santo cui si sono affidati quando gli emigranti hanno implorato la benedizione passando davanti alla statua alla cima del porto di Napoli, ma che ha reso possibile nel tempo unire milioni di persone di origine napoletana e far diventare San Gennaro il santo piu famoso al mondo.

Intervista di Paolo Jorio con Massimo Rosi

Il professor Massimo Rosi, architetto e docente di urbanistica, autore di numerose pubblicazioni (fra queste una del 1969 intitolata La crescita della citta), consulente-sceneggiatore tra l'altro di Le mani sulla citta, del fratello regista Franco Rosi, un film emblematico sulla crescita urbanistica di Napoli nel dopoguerra.

Paolo Jorio

Come e cresciuta urbanisticamente Napoli nell'arco degli ultimi secoli?

Massimo Rosi

Si puo dire che Napoli sia una citta estremamente singolare, perche nell'arco dei secoli sia cresciuta intorno a quello che e l'antico nucleo greco-romano.

Questa parte interna della citta conserva ancora il documento storico piu importante che e il tracciato viario, lo schema ippodameo, cioe ortogonale delle strade principali, dei cumani che erano intersecati dai cardines.

Paolo Jorio

Quanto e stata importante, se lo e stata, la colonizzazione dei greci?

Massimo Rosi

Il primo nucleo e quello costruito dai greci che durante la loro colonizzazione in Italia fondano per prima la Nea Polis, la citta nuova: Napoli.

Si puo dire che Napoli sia una citta estremamente singolare, proprio perche nell'arco dei secoli sia cresciuta intorno a quello che e l'antico nucleo greco-romano.

Il primo insediamento greco fu su Pizzofalcone, sul Monte Echia, di fronte all'isola di Megaride su cui poi e stato costruito il Castel dell'Ovo, luogo diventato poi famoso al tempo dei romani perche li sorgeva la leggendaria Villa di Luccullo.

Il secondo insediamento e avvenuto nel V secolo A.C. in quello che oggi chiamiamo il Centro storico, il cuore di Napoli, ed e stato scoperto negli anni Cinquanta quando, consolidando gli archi dell'aspide gotica della bellissima chiesa di San Lorenzo alla cima di via San Gregorio Armeno, scavando sotto il transetto e stata scoperta una stradina romana con gli edifici romani, Yerarium e poi man mano sono state trovate le botteghe fino a scoprire anche le mura realizzate dai greci.

Nel 1967, lavorando sotto il chiostro, si e quindi capito che questo fosse l'insediamento greco su cui poi si era costruita la citta partenopea in epoca romana.

Con gli scavi archeologici si e scoperto il mercato del pesce, le botteghe, un porticato una pavimentazione a mosaico fatta dai romani e, a una quota al di sotto dei sei-sette metri dell'attuale livello stradale, si e potuto vedere il terrazzamento realizzato dai greci.

Il terreno di Napoli, infatti, non e un piano orizzontale, bensi un piano inclinato che si riversa verso il mare e i greci, quindi, furono costretti a realizzare dei terrazzamenti per erigere delle costruzioni e rendere abitabile il luogo e, proprio al disotto di questo livello, intorno ai tre lati del Chiostro della chiesa di San Lorenzo e visibile un enorme muro greco che funge da contenimento.

I romani, con il loro avvento, successivamente realizzarono un doppio porticato, e il rarissimo mercato coperto, con i suoi banchi di vendita. Tutto questo impianto ci fa capire in qualche modo come era strutturata la citta costruita dai Greci e poi continuata dai romani.

Troviamo il forno, le botteghe, la taverna del tintore, e tutte le altre attivita commerciali dell'epoca. Si e avuto cosi nel corso dei millenni, un processo di stratificazione unico al mondo. In sei-sette metri sono condensati piu di 2.500 anni di storia ed e possibile toccarli con mano.

Paolo Jorio

E piuttosto singolare che la citta partenopea abbini la stratificazione culturale a quella architettonica. Nel bene e nel male. Il presepe napoletano e una testimonianza della stratificazione culturale partenopea perche e la rappresentazione tridimensionale di cio che avveniva a Napoli nel seicento e nel settecento durante la vigilia di Natale. Se oggi nel XXI secolo andiamo durante il periodo prenatalizio al mercato della Sanita o a quello di Porta Nolana tocchiamo con mano che quelle rappresentazione non si e modificata, e intatta. I volti, i colori, i gesti, le usanze sono le stesse a distanza di secoli, cambiano solo gli abiti. Ma come e avvenuta la stratificazione architettonica?

Massimo Rosi

Se la stratificazione culturale ha ragioni antropologiche, sociali e caratteriali, collegati anche alla natura vulcanica su cui e sorta Napoli, il processo di stratificazione architettonico e dovuto soprattutto a fenomeni naturali, quali la pioggia che portava del fango dalle colline limitrofe fino alla citta.

Questo materiale si e depositato lungo le strade e in questi ambienti, proprio per la disposizione a terrazze. Gli abitanti, quindi, piuttosto che svuotarli trovarono semplice colmare e ricostruire sopra, facendo cosi salire il livello del suolo.

Anche altri fenomeni come il terremoto, le eruzioni del Vesuvio, invasioni, altre civilta ed esigenze diverse hanno contribuito alla formazione di questo processo di stratificazione.

Nel 1234, i frati cominciarono a costruire in questo luogo un grosso convento e le varie insule esistenti, tre o quattro di esse vennero ricucite poco alla volta. Il luogo divento cosi una cittadella monastica, che nel 1500 contava piu di 200 frati: la seconda universita per importanza in Italia. Cosi, con le nuove esigenze e con il processo di ristrutturazione, poco alla volta scomparve Neapolis.

I greci comunque hanno regalato a Napoli una rarita, un caso forse unico nella storia dell'archeologia: una volta greca.

L'elemento tipologico, costruttivo, dell'architettura greca e notoriamente quello trittico, cioe di 3 elementi, 2 pilastri di sostegno e l'architrave. La tipologia di tutta l'architettura greca e cosi anche perche i greci, a differenza dei romani che usavano la malta, conoscevano l'arco, ma non lo hanno mai utilizzato ingegneristicamente.

Invece, qui a Napoli per coprire una cisterna, hanno utilizzato dei grossi blocchi di tufo, squadrati per l'uso, realizzando quindi una copertura a volta.

In ogni caso basta fare ancora oggi una passeggiata nel centro storico e vedere che e ben visibile la stratificazione architettonica anche alla base di molte abitazioni e poi questa parte interna della citta conserva ancora il documento storico piu importante che e il tracciato viario, lo schema ippodameo, cioe ortogonale delle strade principali, dei decumani che erano intersecati dai cardines.

Intorno a questa citta, che era l'antica citta greco-romana, sono avvenute le fasi della crescita. Si sono venute addizionando una sopra l'altra la parte angioina, la parte aragonese e infine la parte vicereale. Individuando con questa fase quella nella quale la citta era ancora circondata da mura.

Paolo Jorio

Ma al di la dell'allargamento della cinta muraria e dello sviluppo edilizio pubblico voluto dagli angioini, la cui testimonianza e Castel Nuovo, il cosiddetto Maschio angioino, e nel periodo vicereale che Napoli comincia ad avere una connotazione differente.

Massimo Rosi

In effetti proprio nell'eta vicereale avviene un qualche cosa di nuovo.

La citta assume una caratteristica diversa che e quella di uno sviluppo, di un ampliamento dovuto a Don Pedro de Toledo, grande vicere, il quale traccio quasi uno piano urbanistico e fu l'autore di quella scacchiera che si e addizionata all'antico insediamento greco-romano, quella dei cosiddetti quartieri spagnoli che vengono realizzati sulla vecchia cinta muraria della citta che viene demolita, cosi come vengono demoliti i fossati e, al loro posto viene realizzata la via Toledo.

Via Toledo che e stata una strada celebrata sin dall'epoca in cui e stata costruita, a ridosso della quale e sorta poi la scacchiera dei quartieri spagnoli.

Successivamente, la citta tenta di allargarsi verso il territorio, considerando che la situazione geo-morfologica non era tra le migliori.

Siamo in un anfiteatro naturale costituito dall'impianto delle colline vulcaniche, intorno a Napoli, per cui la citta si sviluppa all'interno di questo recinto vulcanico con grande difficolta.

Paolo Jorio

Come si inserisce la politica dei Borbone nello sviluppo architettonico di Napoli?

Massimo Rosi

I Borbone a cominciare da re Carlo di Borbone, cosi come era avvenuto con gli angioini, hanno dato a Napoli l'indipendenza, hanno creato uno stato, uno stato napoletano indipendente, autonomo socialmente, economicamente e politicamente.

Dopo una dinastia illuminata come quella dei d'Angio, poi scomparsa per sempre, si e avuto l'esperimento di stato centralizzato, con governo centralizzato, effettuato da Ruggiero il Normanno, abbiamo avuto il fulgore di Alfonso d'Aragona, ma in effetti soltanto con Carlo di Borbone ci siamo affrancati dal sistema vicereale, ci siamo affrancati dall'Austria, e, anche se sembra un controsenso dal momento che successivamente Carlo di Borbone e diventato Carlo III di Spagna, persino dalla Spagna, perche il figlio Ferdinando IV di Sicilia ha instaurato una monarchia chiaramente di carattere napoletano.

Anche nel campo culturale ci sono state molte novita grazie alle aperture proprio volute da Carlo di Borbone sebbene solo da pochi anni il revisionismo abbia riconosciuto i giusti meriti alla dinastia dei Borbone. Perche la cultura post-unitaria, scritta dai vincitori, ha ovviamente per molto tempo volutamente e consciamente dileggiato e disconosciuto i primati della monarchia borbonica.

Cio che colpisce, in antitesi con la storiografia di parte, e l'acquisizione e l'applicazione, da parte dei Borbone, delle idee illuministiche di Rousseau, che vengono messe in pratica nello sviluppo intelligente di Napoli.

Le aperture di re Carlo di Borbone si vedono in tanti insediamenti edilizi di prestigio quali per esempio la costruzione del teatro San Carlo, avvenuta in solo 260 giorni. Oggi sono tempi ultrarapidi, quasi impossibili. Che poi fu ricostruito dopo un terribile incendio, in soli sette mesi. Soprattutto, pero, grazie ai Borbone Napoli diventa una grande capitale e una delle citta piu importanti d'Europa al pari di Parigi e Londra.

Si pensi all'idea rivoluzionaria dei Borbone del decentramento amministrativo, dello spostamento cioe di tutti gli uffici amministrativi del regno dal centro della citta di Napoli affollata dalle ambasciate, dai consolati, dai commerci, dall'attivita del porto, e dalla conformazione geofisica, a nord della capitale, a Caserta. E la realizzazione della reggia di Caserta oltre a manifestare all'Europa lo splendore di un regno in gran salute e soprattutto la straordinaria idea di spostare la burocrazia di stato al di fuori di una citta splendente e vitale. Un'attivita edilizia e urbanistica che nasce da un progetto preciso, che coinvolge non solo la deviazione del fiume Tamaro per alimentare le cascate della reggia di Caserta, ma per dare vita a due splendide intuizioni istituzioni sociali che possono rendere il regno sempre piu indipendente economicamente: il Real setificio di San Leucio e il Real sito di Carditello.

Il primo nato con un'idea di comune lavorativa, costitutiva e organizzativa, avanti ben 150 anni prima del socialismo di Marx. In sintesi, abitazioni in dotazione a tutti i lavoratori del setificio, parita di paga a uomini e donne, previdenza sociale, cassa malattia, pensione e obbligo di studio per i ragazzi dai sette anni in su, ma lo statuto e molto piu articolato e innovativo. Stesso dicasi per il Real sito di Carditello che e addirittura un centro sperimentale e pilota per lo sviluppo dell'economia agricola che proprio nel casertano diventa socialmente importantissima. Per non parlare dell'opificio di Pietrarsa a Portici, a est di Napoli dove sorgono le officine meccaniche che con oltre mille operai danno vita alla prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, che nell'idea di Ferdinando II doveva unire Napoli alla costa pugliese per favorire i commerci e sviluppare i porti anche a levante. Sempre a est fondamentali sono i cantieri navali di Castellammare di Stabia con primati assoluti tra i quali la produzione del primo piroscafo a vapore nel mondo. Siamo nel Settecento, nel Regno di Napoli e solo alcune di queste cose dimostrano quanto fossero avanti e illuminati i Borbone rispetto al resto d'Europa. Nel 1861, con l'unita d'Italia, non solo tutto scompare, ma vengono sottratte risorse umane ed economiche per far sprofondare il sud nella famosa "questione meridonale".

Paolo Jorio

Ma tutto cio come si inserisce nello sviluppo architettonico e urbanistico di Napoli?

Massimo Rosi

E una idea progettuale finalizzata a dare al Regno e a Napoli una floridezza economica forte. Napoli diventa una delle piu importanti capitali mondiali e anche in citta vengono impiegate idee e risorse per l'urbanizzazione. Le idee dell'evoluzione delle citta in eta barocca erano fondate su assi, e anche Napoli fonda la propria espansione verso il territorio con dei grandi assi di cui possiamo esemplificare i maggiori che sono quello nella direzione della Reggia di Capodimonte, che poi verra completato in eta murattiana, quello della Forcella Barocca di Via Foria, lungo la quale ci saranno delle grandi emergenze dell'eta borbonica a Napoli, come il grande Orto Botanico e l'Albergo dei Poveri ed ancora il grande asse costituito dal cosiddetto "miglio d'oro" che si apriva verso il litorale vesuviano e tutte le case dell'aristocrazia lungo il litorale ai piedi del Vesuvio.

Questa citta che allora era capitale di un Regno e si proponeva come una metropoli con una vita dovuta alla presenza dei ministeri, degli scambi, le ambasciate, tutte le attivita e tra l'altro anche una condizione economica che i Borboni non dico imponevano, ma tentavano di indirizzare, ed era quella delle trattative economiche che venivano tutte quante condotte nella capitale.

Il Regno di Napoli allora, e cioe alla fine del Settecento primi dell'Ottocento, esportava derrate, vino, olio, grano e tutte queste trattative venivano condotte nella capitale e questo significa anche o fa capire anche la presenza di molti nomi stranieri ancora a Napoli, di napoletani con nomi stranieri e in effetti esistevano quei consolati che non erano ancora configurati in una maniera strettamente statale, burocratica, come lo sono oggi, ma erano configurati come abbiamo letto nei Buddunbroc di Thomas Man, cioe erano dei consolati prevalentemente fondati sugli scambi commerciali e quindi questa citta che assommava contemporaneamente episodi di grande miseria e di grande mobilita pero di grande dinamismo.

Da un certo punto di vista economico cresceva e cresceva in una maniera che era ancora quella che poi abbiamo definito della macchia d'olio, cioe intorno agli antichi nuclei si venivano a formare i nuovi nuclei.

Un architetto napoletano della fine del 700, il Ruffo, fu il primo a delineare una sorta di piano urbanistico nel quale quegli assi barocchi di cui abbiamo parlato si configuravano anche come assi di abbellimento e insieme di penetrazione dal retroterra all'interno della citta.

Una rete viaria, quindi, come punto di scambio dal retroterra verso Napoli e viceversa dalla capitale verso il territorio. Queste idee culminano con la fondazione della reggia di Caserta intorno alla meta del XVIII secolo con l'asse stradale che unisce Napoli alla Reggia, intorno alla quale doveva sorgere una citta che doveva diventare la nuova capitale amministrativa del Regno, la quale cosi posizionate nell'entroterra sarebbe stata al sicuro dalle incursioni militari dal mare.

Infatti, nel corso del lungo periodo delle guerre Napoleoniche, Napoli essendo alleata dell'Inghilterra fu esposta continuamente agli attacchi della flotta francese.

All'inizio dell'Ottocento, Napoli e una capitale ricca di contraddizioni sia in campo economico che in campo urbanistico.

Nel corso del XIX secolo scoppiano frequenti epidemie di colera che culminano con quella gravissima del 1884.

Tuttavia in questo periodo avvengono anche eventi che sono da considerarsi positivi.

Nel 1839 Ferdinando IV emette due decreti entrambi importantissimi: uno per l'inventario dei beni culturali presenti nel Regno di cui ci resta traccia negli interessanti scritti dei catalani, un altro e quello dell'istituzione del Consiglio edilizio.

Il Consiglio edilizio destinava un architetto fisso per ogni due coppie di sezioni municipali, cioe ogni due quartieri, quindi 12 sezioni con sei architetti.

Questi sei dedicavano allo studio dei problemi dei quartieri e periodicamente si incontravano scambiandosi informazioni che insieme riguardavano l'intero tessuto della citta.

Quindi alla fine del 1860, quando Garibaldi arriva a Napoli trova progetti e fondi per l'urbanistica della citta.

Infatti Corso Garibaldi, che unisce piazza Carlo III alla piazza della Ferrovia, e un progetto borbonico con fondi borbonici, realizzato da Garibaldi.

Analogamente, tutta la zona di via dei Mille era stata progettata da Enrico Alvino negli anni che vanno dal 1840 al 1850.

Garibaldi, trovati progetti e fondi, emana un decreto con il quale rende esecutive le opere che poi, per ritardi di carattere amministrativo, iniziano soltanto nel 1887-1889.

Il terribile colera del 1884 non trova quindi la citta impreparata; l'attivita del Consiglio edilizio aveva infatti prodotto una serie di piani.

Paolo Jorio

E lo sventramento di Napoli al quale Matilde Serao si e tanto opposta ideologicamente addirittura con un libro diventato famosissimo Il ventre di Napoli?

Massimo Rosi

Uno dei piani del Comune era quello del 1871 per il centro storico di Napoli bandito dal Comune e dal quale emergono due progetti: quello dovuto al Gianbarba, ingegnere comunale e quello di Enrico Alvino.

Entrambi prevedevano pero lo sventramento del centro storico secondo la moda ottocentesca, cosi l'opera del Sindaco di Nicola Amore, per gli aiuti alla citta colpita dal colera trova supporto importante e significativo nella notevole attivita di progettazione che si era avuta nei decenni precedenti.

La premessa era di realizzare un nuovo quartiere sulla collina del Vomero dotata di aria buona, nel quale dovevano essere spostati gli abitanti dei quartieri bassi: mercato, Pendino e Porto, dove era scoppiata piu violenta l'epidemia.

Pero, sia il progetto del Vomero che viene avviato dal risanamento quasi contestualmente alla costruzione delle funicolari, sia il cosiddetto rettifilo, che la zona del Vasto sono progettazioni gia ideate al tempo dei Borbone.

Matilde Serao aveva ragione, e per fortuna il Centro storico non e stato sventrato, ma tutta la linea parallela al mare che va dalla stazione ferroviaria attuale sino alla nuova piazza municipio viene totalmente bonificata. Cosi come il lungomare.

Paolo Jorio

Anche il fascismo prosegue questa attivita di risanamento.

Massimo Rosi

Si, tutta l'area a valle di Via Toledo viene demolita e sorgono edifici importanti come la Posta centrale, la Questura, e la Prefettura che oltre a diventare importanti insediamenti architettonici decongestionano quell'area.

Il dopoguerra poi e una grande possibilita persa. Sono avvenute tutta una serie di iniziative, si sono avute una serie di intraprese, ma nei confronti del piano regolatore si e fatta, si e svolta, si e sviluppata un battaglia trentennale che ha condotto al piano approvato nel 1972 che era stato definito piano di servizi che doveva dotare la citta di servizi, purtroppo dobbiamo riscontrare a questo proposito un rallentamento, una mancanza di coraggio e di iniziativa da parte dell'amministrazione. Oltre ad avere le mani sulla citta di speculatori edilizi che hanno costruito selvaggiamente e senza un'idea architettonica.

In effetti la paura odierna, sulla esperienza del dopoguerra e quella di costruire nuovi vani. L'impegno era quello della direzione a nord-est, e si e avuto il Centro direzionale dell'architetto giapponese Kenzo Tange ma soprattutto era quello di bloccare il numero degli abitanti di Napoli in maniera da non superare per la cinta urbana un milione e 200 mila abitanti.

In effetti la realta di Napoli travalica questi limiti, la realta di Napoli e quella di una citta di 3 milioni di abitanti, la provincia, gli 89 Comuni della provincia e il Comune, capoluogo, Napoli sono tutt'uno e anzi coprono la superficie piu piccola di tutte le provincie della Campania e le esigenze di questa citta sono cresciute in maniera sovrumana.

Si potrebbero accennare delle soluzioni in un momento nel quale sembra essere venuto di moda lanciare idee sulla citta come se fosse diventato un terreno di sperimentazione.

A mio parere si dovrebbero mantenere ferme quelle che sono state le scelte politiche a suo tempo effettuate, cioe la direzione a nord-est, il collegamento con i comuni a ridosso alla citta e con i comuni piu importanti nella direzione nord-est.

Contemporaneamente il vecchio piano, quello del 1972, potrebbe nelle more della formazione di un nuovo piano regolatore fornire per lo meno tre cose importanti: un piano della viabilita e dei parcheggi, la cucitura di tutti gli interventi della 219, della legge sulla ricostruzione per il terremoto e l'espressione di un vincolo non a parco pubblico sul verde privato, ma un vincolo di verde privato su verde privato per garantire quei necessari intervalli tra le nuove costruzioni e la vecchia edificazione.

Il piano regolatore nuovo dovrebbe prendersi carico di raccogliere tutte quelle che sono state le scelte politiche fatte a suo tempo, di saldarle con le nuove scelte politiche e di aprire prospettive programmatiche, politiche, amministrative, economiche dalla citta nel quadro regionale.

Per la citta stessa si potrebbero dire, molto rapidamente soltanto alcune cose. Il centro antico in effetti ha una sua dimensione che e tutta quanta incentrata sul documento viario che e il documento storico per eccellenza.

Gli interventi si possono sviluppare puntiformi, il Comune l'ha gia fatto, ha avuto buoni risultati, si puo continuare su questa strada.

Ci sarebbero da fare molte altre cose, se ne puo dire solamente una, significativa e importante: l'acquisizione alla citta del solo pezzo di urbanistica moderna dovuta al fascismo: la Mostra d'Oltremare.

Paolo Jorio

Che pensi di Scampia?

Massimo Rosi

Che s'hanna jetta n'terra e' vele (che si devono buttare a terra le Vele) Sono antistoriche. Napoli non ha mai avuto ghetti in millenni di storia, il popolo viveva e vive a diretto contatto con la nobilta e la borghesia. Nello stesso palazzo, ma nei piani superiori perche erano i piu faticosi senza ascensore, ma comunque nella stessa costruzione. Forse una delle poche citta al mondo senza ghetti. E c'era uno scambio continuo. Il popolo cercava di imitare i signori e i signori assimilavano le usanze popolari. Straordinario. Fino alla legge 167. Hanno creato dei mostri. Scampia e antistorica.

Paolo Jorio

A proposito di Mostra d'Oltremare, fosti tu a ideare il plastico di Napoli utilizzato in una delle prime memorabili scene del film Le mani sulla citta di tuo fratello Franco, girata proprio alla Mostra d'Oltremare nella torre delle Nazioni?

Massimo Rosi

Si fui io e, purtroppo, ebbi terribilmente ragione. Era la scena in cui si presentava al Ministro il progetto che avrebbe cementificato Napoli e quel plastico fu non solo una denuncia di cio che stava avvenendo, ma ahinoi fu sorpassato dalla realta. Quei primi dieci minuti del film sono di una inquietante attualita.

Paolo Jorio

Massimo, tu hai avuto un ruolo determinante per la realizzazione di quel film-denuncia che vinse poi il Leone d'Oro a Venezia. Ma come nacque l'idea?

Massimo Rosi

Mio fratello Franco, dopo aver girato film come La sfida, I Magliari e soprattutto Salvatore Giuliano senti nel 1961 l'esigenza di tornare a fare un film su Napoli. Ero da poco laureato in Architettura con specializzazione sull'urbanistica, ero gia assistente volontario di un professore architetto molto famoso, Roberto Pane, che si batteva contro l'edificazione selvaggia e da tempo, parlando con Franco lo informavo di cosa stava accadendo a Napoli. Di come il malaffare si fosse infiltrato nella politica, in particolare nel Consiglio Comunale e soprattutto di come la bocciatura del piano regolatore da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 1962, si ripercuotesse non solo sulla nostra citta, ma su tutta l'Italia. Il film, quindi, non nacque da un'emozione, ma da una precisa volonta di denunciare coi fatti il sacco edilizio che stava avvenendo e che si stava moltiplicando.

Io con Franco e con Raffaele La Capria, noi tra amici lo chiamavamo "Dudu", napoletano, suo collaboratore, ma soprattutto amico d'infanzia, ci mettemmo in giro per la citta, nelle sue strade, nei suoi vicoli, nella sua realta, fummo in contatto diretto con la gente che abitava in situazioni disagiate, partecipammo in quei giorni al Congresso democristiano che si svolgeva a Napoli e nel quale nacque il centrosinistra e poi partecipammo piu volte, di nascosto, al Consiglio Comunale (era il periodo di Achille Lauro) e ci rendemmo conto che la realta stava superando di gran lunga l'immaginazione e ci impressiono Carlo Fermariello segretario della Camera del Lavoro, consigliere Comunale con competenze urbanistiche per conto del PCI e fiero oppositore degli intrallazzi. Divento poi il protagonista positivo del film. Un episodio in particolare, il crollo di una palazzina, sulla quale indagai fu l'elemento scatenante della decisione di Franco di girare il film. Dudu e mio fratello si occuparono della sceneggiatura, mentre io fui il consulente urbanistico della vicenda e peraltro, essendo giovane, li misi anche in contatto con un grande architetto napoletano, Luigi Cosenza, che aveva presentato nel 1946 un Piano regolatore, regolarmente affossato, e che insieme a Carlo Fermariello, avevano intrapreso una instancabile battaglia. Diventai comunque l'architetto del film cosi come poi fui menzionato nei titoli di testa.

Paolo Jorio

Dopo vorrei tornare sul legame di amicizia tuo, di Franco, di Raffaele La Capria e di una generazione di amici, emersi da uno stesso contesto sociale, ma prima vorrei ancora parlare del film. Oltre alla consulenza "tecnica" di cosa altro ti sei occupato nel film?

Massimo Rosi

Ho svolto una vera e propria consulenza urbanistica, facendo adattare alla narrazione anche alcune lezioni del professor Roberto Pane, strenuo difensore della legalita. Oltre a una mappatura degli abusi che si stavano perpetrando, ho individuato "i meccanismi" che politici e palazzinari utilizzavano per truccare il regolamento edilizio, oltre all'ideazione del plastico che hai prima citato, ho progettato la fedele ricostruzione, nel Centro Sperimentale di Roma, della Sala dei Baroni di Castelnuovo, storica sede del Consiglio Comunale di Napoli e nota per la famosa congiura dei Baroni al tempo di Don Ferrante d'Aragona alla fine del 1487. Poi mi sono occupato della realizzazione tecnica della difficile sequenza del crollo di una palazzina, una delle prime scene del film, strategica per la narrazione del film e che doveva apparire quanto piu possibile vera e ripetere cio che era realmente successo a Napoli qualche anno prima. Fu molto complessa nella sua realizzazione perche Franco non voleva che si ricorresse ad alcuno dei trucchi cinematografici, che si utilizzassero modellini o similari e fu talmente vera che accorsero i vigili del fuoco, la gente ignara di cio che stava accadendo si spavento moltissimo, vi furono scene di panico e in quel momento e stato bravissimo mio fratello Franco perche nascosto con la cinepresa sotto a un telo nero ha girato e ha ripreso le "vere" reazioni a un fatto drammaticamente accaduto.

Paolo Jorio

E mi confermi che fatta eccezione per Rod Steiger e Salvo Randone tutti gli attori erano non professionisti?

Massimo Rosi

Si, certo te lo confermo, secondo un verismo "viscontiano", mi si passi il termine, e devo dire con eccellenti risultati. Da questo punto di vista Napoli e i napoletani non tradiscono mai.

Paolo Jorio

A distanza di 54 anni dal film ricordi quali furono le reazioni al film?

Massimo Rosi

Non ci soprese il fatto che le forze politiche, come era prevedibile si dividessero e si scatenassero contro e Franco fu addirittura denunciato per vilipendio delle Forze dell'Ordine. Il Centro cattolico cinematografico classifico addirittura il film "per adulti con riserva" e poi ricordo che quando nel 1963 Le mani sulla citta vinse il Leone d'oro a Venezia, la platea si spacco in due, meta applaudiva, meta fischiava.

La cosa per cui andai personalmente fiero, sebbene lo avesse vinto mio fratello e lui ne fu felicissimo, fu il Premio Inarch 1964 (Istituto Nazionale di Architettura) per un "servizio di informazione di massa". Eravamo riusciti a provocare e a denunciare il groviglio di intrighi politici-affaristici-mafiosi che stravolge la corretta utilizzazione del territorio, fondamento dell'Urbanistica. Ma diciamoci amaramente una cosa: non smosse nulla!

Paolo Jorio

Vorrei tornare sull'amicizia tra Franco e Raffaele La Capria. Come ti spieghi che da uno stesso contesto sociale se non addirittura da uno stesso liceo, o della stessa classe del liceo "Umberto" di un quartiere borghese come Chiaia, provenienti da famiglie appartenenti alla borghesia napoletana, siano usciti personaggi, peraltro ribelli, che hanno rappresentato eccellenze italiane in vari campi. E mi riferisco a te, ovviamente, a tuo fratello Franco, a "Dudu" La Capria, a Giorgio Napolitano, ad Antonio Ghirelli, a Maurizo Barendson, ad Aldo Giufre, a Francesco Compagna, a Giuseppe Patroni Griffi, a Vittorio Caprioli, a Michele Prisco e potrei continuare nell'elenco all'infinito.

Massimo Rosi

Siamo stati dei privilegiati! Io ero piu piccolo, ma andavo a fare i tuffi a Posillipo insieme agli altri a casa di Dudu La Cefala (Raffaele La Capria). I pensieri di quella generazione ci hanno accomunato, abbiamo scambiato pareri, ci "simm appiccicate" (abbiamo litigato), ci piacevano le stesse donne, tifavamo per il Napoli, diciamo che politicamente e intellettualmente avevamo delle contiguita ma non ci fu un travaso di idee. Siamo nati e cresciuti in un contesto sociale che si nutriva di cultura, ma Napoli non aveva e non ha compartimenti stagno. In altre aree, in altri contesti c'erano Edoardo (de Filippo) Mimi (Domenico Rea), Luigi Compagnone, Toto, Sergio Bruni, Roberto De Simone, e tanti altri. Eravamo consapevoli della nostra napoletanita, e non ci crogiolavamo nell'autoreferenzialita, ma di un'idea non convenzionale di Napoli. A differenza di altre citta mediterranee e decadenti, Napoli conserva una continuita con l'antica Grecia e questo faceva e fa la differenza, perche eravamo consapevoli che mentre altrove vi e un'aridita comunicativa, Napoli e un'ansa, un fiordo che custodisce una forte energia, un calore. E cosi, Napoli e questa da sempre, una fucina continua, non si e fermata a quella straordinaria generazione, ma ne ha concepito e sfornato molte altre successivamente.

Guaglio mo' aggia fatica, due chiacchiere so' diventate nu' romanzo!

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Paolo Jorio

Museo del tesoro di San Gennaro a Napoli, Italia

Autore corrispondente:

Paolo Jorio, Direttore del Museo del tesoro di San Gennaro a Napoli, Via Duomo, 149,80138 Napoli NA, Italia. Email: direzione@museosangennaro.it

DOI: 10.1177/0014585818757200
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Title Annotation:Il sangue di Napoli; text in Italian
Author:Jorio, Paolo
Publication:Forum Italicum
Date:Aug 1, 2018
Words:12679
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