Printer Friendly

Il dibattito intorno al volgare antico tra Leonardo Bruni e Flavio Biondo sullo sfondo della cognizione linguistica di Dante.

I. Introduzione

Una delle nozioni principali della linguistica moderna riguardo alle lingue neolatine AaAaAeA? che l'italiano, il francese, lo spagnolo e le alt lingue romanze hanno la loro origine nel latino volgare e non nel latino scritto, cioAaAaAeA? classico. Indipendentemente dalla discussione riguar alla datazione e al carattere di questo latino volgare, strutturalmente diverso dalla varietAaAaAeA cosiddetta classica, AaAaAeA? communis opinio ch base dell'italiano odierno sia una varietAaAaAeA orale del latino e che ques latino parlato abbia lasciato anche tracce significative in alcuni documenti scritti (iscrizioni del latino tardo, certi autori e generi letterari, letteratura d'uso/letteratura di consumo ecc.).

La nozione e il concetto di latino volgare nel senso linguistico moderno risalgono a Hugo Schuchardt (1842-1927) e al suo capolavoro sul vocalismo, Der Vokalismus des VulgAaAaAeAnrlateins (1866), basato sull'opera del fondato della romanistica Friedrich Diez (1794-1876) Volkslatein (cfr. Diez, 1870: 6), traduzione diretta del vulgaris sermo di Marco Tullio Cicerone (Acad. I, 5). (1)

Nel medioevo, ossia all'epoca di Dante, il latino era considerato una lingua artificiale e invariabile (vedi infra cap. 2) e fu solo durante il Quattrocento e il Cinquecento che gli eruditi rinascimentali cominciarono a intuire che la lingua latina avesse i caratteri di una lingua eterogenea, con una dimensione storica alla stregua di ogni altra lingua. (2)

Il presente contributo vuole evidenziare in che modo nacque quest'idea del latino come lingua viva, cioAaAaAeA? variabile, cercando altresAaAaAeA di delin come il concetto del latino volgare si AaAaAeA? sviluppato in senso modern

Con il sorgere della storiografia, nell'ambito di un interesse generale per gli scritti originali dei Romani e dei Greci, si svolse una famosa discussione tra Flavio Biondo (1392-1463) e Leonardo Bruni (1370-1444) sulla situazione linguistica nell'antichitAaAaAeA romana. Questo dibatti dell'anno 1435 nell'anticamera del papa ebbe ripercussioni in due trattati (vedi infra cap. 3) che furono fonte di una controversia tra gli eruditi per piAaAaAeA di un secol

L'idea della variabilitAaAaAeA della lingua in generale non AaAaAeA? perAaAaAeA conce senza le esposizioni di Dante Alighieri (1265-1321) sul vulgare (cioAaAa l'italiano), soprattutto nel suo trattato De vulgari eloquentia, che pertanto costituisce la base imprescindibile di questa ricerca. (3)

In modo da evidenziare piAaAaAeA chiaramente l'origine del concetto linguisti della variabilitAaAaAeA della lingua e della variabilitAaAaAeA del latino in particol abbiamo deciso di applicare, accanto alla "diglossia" di Ferguson (1959), le moderne nozioni della sociolinguistica, soprattutto quelle fondate sulla teoria del "diasistema" (variazione diatopica, diastratica e diafasica) di Eugenio Coseriu (1973), ulteriormente sviluppata ed elaborata da Gaetano Berruto (1987, 2003) e da Peter Koch e Wulf Oesterreicher (1985, 2011).

2. Volgare e latino nel De vulgari eloquentia di Dante

Il grande poeta Dante Alighieri (1265-1321), che segna un inizio importante per tanti aspetti nella letteratura italiana, AaAaAeA? anche il primo da cita quando si parla di preistoria linguistica. Sulla base del suo trattato apologetico De vulgari eloquentia (1303/1304), riscoperto (1515) e tradotto (1529) in italiano da Gian Giorgio Trissino (1478-1550), si puAaAaAeA rilevare molto bene come Dante fosse contemporaneamente radica nel patrimonio intellettuale del medioevo e dell'etAaAaAeA moderna. (4) Obietti principale della suddetta doctrina AaAaAeA? certamente la ricerca della for ideale della lingua italiana per la produzione letteraria (illustre, cardinale, aulicum et curiale vulgare, DVE I, 16, 6), perAaAaAeA il poe quasi en passant illustra anche il suo pensiero sulla differenza tra il latino e il volgare, cioAaAaAeA? l'italiano. (

Il latino--e Dante si riferisce anzitutto al latino della sua epoca--AaAa per lui una lingua secondaria (locutio secundaria) da apprendere, (6) una disciplina che richiede molto tempo e assiduitAaAaAeA (per spatium tempor et studii assiduitatem), ragion per cui la competenza linguistica di questo idioma non AaAaAeA? molto diffus
Est et inde alia locutio secundaria nobis, quam Romani gramaticam
vocaverunt. Hanc quidem secundariam greci habent et alii, sed non
omnes: ad habitum vero huius pauci perveniunt, quia non nisi per
spatium temporis et studii assiduitatem regulamur et doctrinamur in
ilia. (DVEI, 3)


Il motivo per il quale il latino si chiama gramatica (sic!) AaAaAeA? da prima facie con la formulazione Romani vocaverunt, perAaAaAeA Dante stes offre anche altri argomenti piAaAaAeA importanti. Il latino AaAaAeA? una li artificiale (artificialis, DVE I, 1, 4) e conseguentemente vi sono anche inventori (inventores gramatice, DVE I, 9, 11) di questo idioma. (7)

La caratteristica cruciale AaAaAeA? tuttavia che il latino AaAaAeA? una lingua av delle regole, un'attribuzione anzitutto ex silentio, dato che Dante (DVE I, 1, 2) definisce il volgare come lingua sine omni regula--concetto che solo successivamente nel discorso diventa un po' piAaAaAeA esplici (fuerit regulata, DVE I, 9, 11).

Il poeta mostra inoltre le diverse funzioni del latino, che consentono l'accesso alle autoritAaAaAeA letterarie (autoritates), alle gesta deg antenati (gesta), e la possibilitAaAaAeA di comunicare fra genti diver che non vivono nello stesso luogo (locorum diversitas).
Adinvenerunt ergo illam ne, propter variationem sermonis arbitrio
singularium fluitantis, vel nullo modo vel saltim imperfecte
antiquorum actingeremus autoritates et gesta, sive illorum quos a
nobis locorum diversitas facit esse diversos. (DVE I, 9, 11)


Tutto ciAaAaAeA AaAaAeA? possibile, perchAaAaAeA@ il latino ha la proprietAaAaAeA di essere inv (inalterabilAaAaAeA s), piAaAaAeA precisamente invariabile nello spazio e nel t (diversibus temporibus atque locis, DVE I, 9, 11). Con questa caratterizzazione del latino, Dante descrive anche le funzioni principali di una lingua scritta fine a se stessa, che serve da memoria collettiva di una societAaAa e che deve garantire la comunicazione attraverso lo spazio e il tempo.

Quando applichiamo la terminologia moderna della diasistematica, possiamo costatare che Dante intende il latino come una lingua diacronicamente invariabile, negando cosAaAaAeA ogni mutamento linguistico (nec variabil esse potest, DVE I, 9, 11). Riguardo alla variabilitAaAaAeA sincronica, Dan dichiara esplicitamente, come giAaAaAeA detto, che il latino serve anc per comunicare con persone che si trovano in un luogo diverso, fatto che si puAaAaAeA interpretare sia in modo funzionale (comunicazione a distanza sia come un'invariabilitAaAaAeA diatopica del latino. Tuttavia, come vedrem la caratteristica dell'invariabilitAaAaAeA concernente le singole dimensio della diatopica, diastratica e diafasica si puAaAaAeA solamente dedurre negativo dalla variabilitAaAaAeA della vulgaris locuti

L'omogeneitAaAaAeA e l'invariabilitAaAaAeA del latino, e in genere di una li erudita (secondaria), (8) risalgono alla tradizione scolastica. La grammatica era la prima parte nel curriculum di un futuro erudito che doveva studiare le septem artes liberales, dunque il trivium e il quadrivium. In tal modo il latino era sia uno strumento per lo studio, sia la prima disciplina. Il latino, appreso sulla base delle opere di Donato (Aelius Donatus, IV sec: Ars maior, Ars minor) e Prisciano (Priscianus Caesariensis, fine del V sec: Institutiones grammaticae), era una lingua regolata con una funzione chiara in una societAaAaAeA diglossica. Nell'ambito del studio, il latino cosAaAaAeA era diventato una lingua che non poteva cambia sostanzialmente, perchAaAaAeA@ era lo strumento (Conv. I, 11, 11) imprescindibi per le cognizioni filosofiche e teologiche. PiAaAaAeA tardi i modisti (modista fecero una distinzione tra grammatica (nel senso di lezioni del latino) e grammatica speculativa nel senso di una teoria sulla natura della lingua, ma il criterio dell'inalterabilitAaAaAeA rimase. (

Eppure l'idea dell'invariabilitAaAaAeA di una lingua, che era regolata, n era nuova, poichAaAaAeA@ giAaAaAeA Quintiliano (Marcus Fabius Quintilianus, 35-95 d.C.) aveva fatto una distinzione tra il latino e il modo di parlare secondo la grammatica.
Quare mihi non invenuste dici videtur aliud esse Latine, aliud
grammatice loqui. (Quint., Inst. Orat. I, 6, 27)


Infine si scopre una tradizione normativa che risale a Dionisio Trace ([phrase omitted]), il primo grammatico greco, e a Varrone (Marcus Terentius Varro, 116-27 a.C.) che ne modificAaAaAeA leggermente il model per adattarlo al latino. Quest'ultimo nella sua opera De lingua latina tenta di dimostrare come sarebbe possibile conciliare l'uso naturale della lingua (consuetudo) con i principi grammaticali dell'anomalia (anomalia) e dell'analogia (analogia). (10) Per Varrone l'innovazione (declinatio voluntaria), che AaAaAeA? sia un impulso naturale della consuetud sia un fattore importante per la produzione letteraria, AaAaAeA? lecita, patto che la nuova parola venga sottomessa alla declinatio naturalis, (11) cioAaAaAeA? alla flessione corretta (Jungen e Lohnstein, 2007: 60). (1 Nella tradizione grammaticale e retorica si osservano la genesi di una prassi di normalizzazione e standardizzazione e l'origine di una differenziazione tra una varietAaAaAeA di lingua che segue l'uso e un'alt varietAaAaAeA che viene regolata e fissata. Quest'ultima varietAaAaAeA AaAaAeA? vi nelle opere dei "buoni" autori (auctores), il cui uso della lingua riflette le regole che erano state riscoperte e sistematizzate in un modello (ars grammatica) dai grammatici, insegnata e diffusa nelle scholae (Poccetti et al., 2005: 416-417). (13)

Dopo secoli di trasmissione del modello di una lingua invariabile, (14) nel quale l'invariabilitAaAaAeA stessa ha anche un aspetto di superiorit filosofica (cfr. Cheneval, 1996: 128-130), Dante non aveva nessuna ragione di mettere in dubbio le caratteristiche di questa lingua sacra, soprattutto considerando i vantaggi menzionati.

Riguardo alla lingua volgare, invece, Dante dimostra attraverso numerosi particolari ed esempi specifici di avere una concezione molto chiara della variabilitAaAaAeA della lingua o piAaAaAeA esattamente di una lingua natur (15) Dato che l'eterogeneitAaAaAeA del volgare AaAaAeA? giAaAaAeA stata oggetto di studi, (16) possiamo limitarci a enumerarne gli aspetti piAaAaAeA importan e ad applicare la terminologia moderna.

Contrariamente al latino il vulgaris AaAaAeA? naturale (tum quia natural est nobis, DVE I, 1,4), una lingua che non si deve studiare, visto che si impara nell'infanzia (maternam locutionem, DVE I, 6, 2), sia dalle persone circostanti (ab assistentibus, D VE I, 1,2) sia dalla nutrice (nutricem imitantes, DVE I, 1,2). Il volgare ha dunque lo stato di una locutio primaria, un termine che Dante non usa, (17) che si puAaAaAeA perAaAaAeA dedurre dalla denominazione che usa per il latino (loc secundaria). Inoltre il volgare AaAaAeA? una lingua senza regole (sine om regula, DVE I, 1, 2). Con questa caratterizzazione Dante si riferisce a un'opposizione importante nel mondo intellettuale del medioevo, cioAaAa ars vs. natura (cfr. Ellena, 2011: 61).

L'architettura del volgare emerge dalle sue osservazioni sull'origine della lingua e sulla diversificazione linguistica nelle diverse regioni del mondo e d'Italia--sempre sullo sfondo della ricerca sul vulgare illustre.

Nel campo della distribuzione tipologica (18) delle lingue europee Dante fornisce anche una precisa descrizione diatopica del volgare in Italia (DVE I, 10, 4-7). (19) Tuttavia, la sua dimensione diatopica non AaAaAeA? solo limitata a un'enumerazione dei dialetti, (20) ma conside anche una differenziazione tra dialetto nell'ambito di un'arealitAaAa piAaAaAeA vasta e un vernacolo con una diffusione piAaAaAeA limitata, dunqu una cittAaAaAeA o in un suo quartiere (istarum variationum in se ipsa variatu DVE I, 9, 4). (21) In relazione al modo di parlare nei diversi quartieri, sembra esserci un'intersezione tra la dimensione diatopica, diastratica e diatecnica. (22) Una diversitAaAaAeA diatecnica puAaAaAeA essere anche riscont nella descrizione degli operai che partecipano alla costruzione della torre di Babele; (23) la variabilitAaAaAeA difasica e diastratica si rive nel modo di parlare a seconda della loro occupazione. (24)

La dimensione diamesica vale solo per la prospettiva propria di Dante, che intende il latino come parte integrativa del suo mondo linguistico. Dalla prospettiva moderna, invece, la situazione all'epoca di Dante AaAaAeA? una diglossia classica con una distribuzione funzionale tra scrit e parlato con due lingue parenti. Diamesico in sensu strictu si riferisce invece alla distribuzione orale e scritturale all'interno di una lingua. (25)

Il motivo della variabilitAaAaAeA diacronica, dunque il mutamento stes della lingua, per Dante AaAaAeA? dovuto all'instabilitAaAaAeA della natura d uomini. Il fatto che l'uomo AaAaAeA? un instabilissimum atque variabilissim animai (DVE I,9,6) AaAaAeA? presentato come conditio fiumana. AaAaAeAe notevole Dante distingua da una parte un mutamento leggero come quello tra il parlare dei vecchi e dei giovani (DVE I, 9, 8), e dall'altra un mutamento piAaAaAeA profondo come tra il parlare in un'epoca remota (a Pavia) e parlare contemporaneo (vetustimus Papiensis vs. modernis Papiensis, DVE I, 9, 6). (26) Da una prospettiva moderna si potrebbe costatare che Dante adduce un criterio sociolinguistico, visto che la variabilitAaAa della lingua (nec durabilis nec continua esse potest, DVE I, 9, 6) AaAaAeA? collegata alla variabilitAaAaAeA dei costumi e tradizioni (mores et habitus) lingua come fenomeno del terzo tipo. (27)

Ci sono dunque due punti decisivi per la presente analisi: in primo luogo il fatto che Dante osserva un legame tra il latino e il volgare (le lingue romanze/l'italiano, cfr. DVE I, 8, 5), pur tuttavia non indicando la genealogia di un mutamento con un processo diacronico linguistico, in quanto il latino come gramatica rimane inalterabilis. Il secondo ydioma tripharium non AaAaAeA? reso esplicito, il postulato un vulgare latinum come espresso da Coseriu e Meisterfeld (2003: 158) non AaAaAeA? plausibile. (2

In secondo luogo, anche se Dante ha una consapevolezza del legame tra il latino e le lingue romanze, non ha potuto capire o trasferire la variabilitAaAaAeA del volgare all'epoca anteriore, cioAaAaAeA? alla situazione linguis nell'antichitAaAaAeA . Per questo la variabilitAaAaAeA della lingua descritta passo spesso citato da Orazio (Quintus Horatius Flaccus, 65-27 a.C.) (29) AaAaAeA? per Dante solo interpretabile come variabilitAaAaAeA di un vol qualsiasi, mai come variabilitAaAaAeA della lingua latin

In rapporto al latino Dante AaAaAeA? dunque radicato in una prospettiva medieva tradizionale, per il volgare, la lingua naturale, invece batte nuove strade.

3. Volgare e latino negli scritti di Leonardo Bruni e Flavio Biondo

L'interesse filologico documentato per la situazione linguistica dell'antichitAaAa cominciAaAaAeA con una disputa nell'anticamera di papa Eugenio IV (1431-144 a Firenze (30) nell'anno 1435. I segretari papali (apostolici secretori) Antonio Loschi (1365-1441), Cencio Romano (1390-1445), Andrea Fiocchi (1400-1452), Poggio Bracciolini (1380-1459), Flavio Biondo (1392-1463) e Leonardo Bruni (1370-1444) discussero il problema della lingua materna degli antichi Romani (cfr. MarchiAaAaAeA , 2008: 17).[sectio

Come abbiamo dimostrato nel capitolo precedente, l'opinione piAaAaAeA diffu all'epoca era che gli antichi parlassero quasi come scrivevano, dunque nell'idioma regolato, la cosiddetta grammatica; si affermAaAaAeA perAaAaAeA a l'idea che parlassero una sorta di volgare. (31)

I due primi e piAaAaAeA importanti protagonisti della discussione furo Flavio Biondo (Flavius Blondus), colui che ha descritto la suddetta situazione nell'anticamera pontificia, e Leonardo Bruni (Leonardus Aretinus), (32) che redasse una risposta abbastanza breve agli argomenti di Biondo. (33) Entrambi furono tra i piAaAaAeA eruditi del proprio temp con conoscenze filologiche e storiche straordinarie che si riflettono nelle loro opere. Mentre Bruni, che si occupava anche della storia italiana, era piuttosto un importante traduttore (dal latino e dal greco) e filologo, Biondo si dedicava soprattutto alla storia e agli studi antiquari. (34)

3.1. Leonardo Bruni

In un trattato nella forma di una lettera con il titolo Leonardus Flavio Foroliviensi S. Quaerit an vulgus et literati eodem modo per Terentii Tulliique tempora Romae loculi sint (1435), Bruni espone al suo interlocutore Flavio Biondo di ForlAaAaAeA la sua concezione linguistica, che era la pi diffusa nella sua epoca.

Secondo Bruni--come giAaAaAeA per Dante--esistono principalmente due ling in Italia, cioAaAaAeA? il latino e il volgare. L'aspetto nuovo, che risulta della discussione summenzionata, era l'interesse per gli antichi e il loro modo di parlare (e di scrivere).

Secondo le sue esposizioni nella lettera citata, esistevano per lui due lingue diverse, cioAaAaAeA? la lingua degli eruditi (docti, littera oratores, nobiles) e della letteratura da una parte e la lingua parlata (lingua vulgare) dall'altra. Anche se Bruni non parla esplicitamente di grammatica, sebbene di lingua litterata o di sermo litteratus (Br. 2), intende questo concetto sicuramente nella stessa maniera di Dante. (35) Inoltre la sua terminologia mostra che per lui il latino e la letteratura latina formano una sorta di unitAaAaAeA (latine ac littera loqui) o, in altre parole, per lui le due nozioni sono quasi tautologiche (cfr. Tavoni, 1984: 32; Marazzini, 2013: 33-39).
Questio nostra in eo consistit, quod tu apud veteres unum eumdemque
fuisse sermonem omnium putas, nee alium vulgarem, alium litteratum.
Ego autem, ut nunc est, sic etiam tunc distinctam fuisse vulgarem
linguam a litterata existimo. (Br. 2)


Bruni motiva questa prospettiva con l'argomento che il popolo semplice (illitterati, indocti, vulgus, populus) non era in grado di capire la grammatica, perchAaAaAeA@ essa richiedeva uno studio notevole affinch venisse correttamente appresa. Bruni adduce differenze semantiche, sintattiche e il problema della flessione per illustrare le differenze tra il latino letterario e il latino volgare. Di conseguenza il popolo sarebbe stato capace di comprendere le commedie di Plauto (Titus Maccius Plautus, ca. 250-184 a.C.) o Terenzio (Publius Terentius Afer, ca. 195/185-159 a.C.) solo parzialmente e in modo passivo. D'altro canto gli oratori usavano la grammatica sia nella comunicazione con altri eruditi, sia nelle rielaborazioni scritte dei propri discorsi. (36)

Bruni applica la situazione della propria epoca, caratterizzata da una diglossia (latino e italiano), (37) all'epoca degli antichi Romani, quasi senza apportare modifiche e accentuando la dicotomia notevole ars vs. natura. La questione del modo in cui il volgare antico si trasforma in volgare contemporaneo non lo interessa, oppure almeno non viene esplicitata nel suo lavoro. (38) Lo sviluppo linguistico non AaAaAeA? al cent della sua attenzione, perchAaAaAeA@ la sua prospettiva AaAaAeA? quella di un gramma che difende il primato del latino, dunque la grammatica.

In confronto a Dante l'attenzione verso la situazione linguistica dell'antichitAaAa AaAaAeA? nuova. Inoltre Bruni (al contrario di Dante) AaAaAeA? molto chiaro n sue spiegazioni sulla distribuzione delle lingue. Bruni AaAaAeA? radica nel concetto tradizionale della grammatica, perciAaAaAeA le sue descrizio sulla variabilitAaAaAeA linguistica del volgare sono meno dettagliate quelle di Dante. Mentre Dante era alla ricerca di un italiano degno della lingua letteraria, cioAaAaAeA? un vulgare illustre, e per questo costret a riflettere a fondo sulle caratteristiche del volgare, Bruni vede se stesso come difensore della lingua latina (cfr. umanesimo latino).

Per illustrare le idee fondamentali di Bruni sulla distribuzione del latino e del volgare nell'antichitAaAaAeA e nella sua epoca si rimanda grafico seguente:

Nella terminologia moderna si puAaAaAeA constatare che per Bruni le differen tra il latino e il volgare sono radicate a livello diastratico e diafasico. L'uso delle due lingue AaAaAeA? esplicitamente legato a un certo gruppo d parlanti, ossia il latino viene utilizzato da una classe distinta per discendenza (nobiles) e istruzione (dodi, litterati, oratores), mentre il volgare AaAaAeA? diffuso tra certe professioni del ceto inferiore (pistore lanistas) e tra gli illetterati e gli incolti (indocti, illitterati). Diafasicamente il latino letterario, che secondo Bruni AaAaAeA? legato al classe superiore (livello diastratico), (39) si distingue dal volgare per una struttura grammaticale piAaAaAeA complessa e un lessico particola (cfr. Br. 32, 41). (40)

Bruni non s'interessa al mutamento linguistico del volgare e ritiene impossibile uno sviluppo del latino (da cui il punto interrogativo nel grafico precedente), mentre AaAaAeA? ovvio che egli comprenda la situazio contemporanea con una lingua elaborata e invariabile (il latino) e una lingua per l'odierna comunicazione orale (il volgare) mutatis mutandis, allo stesso modo come avveniva nell'antichitAaAaAe
Praestantes igitur homines oratorem Latine litterateque concionantem
praeclare intelligebant, pistores vero et lanistae et huiusmodi turba
sic intelligebant oratoris verba ut nunc intelligunt Missarum
solemnia. (Br. 14)


In altre parole, Bruni sostiene l'idea che all'epoca degli antichi Romani esistessero due lingue diverse tra loro, perAaAaAeA reciprocamen comprensibili, almeno in parte: una situazione paragonabile a quella contemporanea nell'Italia del Rinascimento (appunto ut nunc intelligunt Missarum, "come il popolo di oggi capisce la messa").

3.2. Flavio Biondo

L'aspetto nuovo del concetto linguistico di Flavio Biondo, esposto nella sua lettera De verbis Romanae locutionis Biondi ad Leonardum Aretinum (1435), consiste nell'idea che nella Roma antica tra il latino (latinitas, grammaticae artis) e il volgare (vulgare) la differenza fosse solo graduale. (41)
Si enim quod dixit etiam stabit, omnes pariter Latinis verbis usos,
mulieres et viros, servos et liberos, doctos et litteratum ignaros;
cum diverssam pro vitae et morum qualitate dicendi facultatem plurimis
fuisse concesserim, eos qui domestica consuetudine et studiorum
flagrantia elegantissimae orationis praestantiam, quod de Cesare supra
est dictum, consecuti fuerint, maioribus quam quae possent a
multitudine intellegi verbis uti debuisse... (Bl. XV, 64)


Il latino forma una sorta di unitAaAaAeA , perAaAaAeA consiste di due varietAaAaAeA di la prima usata dagli eruditi e l'altra dal popolo. Tale unitAaAaAeA dei d idiomi viene espressa esplicitamente: "ut litterata orationis Latinitate, quam Romanis... unicam fuisse" (Bl. VII, 37). Biondo mette in evidenza che per quanto il latino e il volgare si differenzino molto, si tratta tuttavia di differenze graduali, dato che non AaAaAeA? raro che i docti gli illiterati utilizzino le stesse parole (omnes pariter latinis verbis usos, Bl. XV, 64).

Sulla base della teoria secondo cui il volgare AaAaAeA? imparentato con latino della grammatica, dell'orazione e della letteratura, AaAaAeA? possibi attribuire al volgare del popolo (basso) almeno una parziale grammaticalitAaAaAe nel senso che questa varietAaAaAeA bassa dimostra di avere alcune categor grammaticali (cfr. Coseriu e Meisterfeld, 2003: 155).
Tempora vero, modos numerosque et casus ab arte illas nequaquam nosse
non dubito, quas tamen alicubi errantes multa recte et ordine video
proferre... (Bl. XXII, 100)


Mentre Bruni ragiona dal punto di vista di un grammatico, Biondo assume la prospettiva di uno storico (cfr. Tavoni, 1984: 9) e di un retorico (cfr. Tavoni, 1982: 239). In qualitAaAaAeA di retorico si ispira al model che Cicerone ha presentato nei suoi lavori Orator, De Oratore e Brutus, e adotta i tre stili (genera dicendi), nonchAaAaAeA@ le tre forme della ling (tres latinae dictionis formas, Bl. VIII, 39) per dichiarare la variabilitAaAa della lingua latina. (42) Soprattutto come storico s'interessa allo sviluppo del volgare latino all'italiano, cioAaAaAeA? al volgare contemporane (43) La ragione principale per cui l'italiano AaAaAeA? diverso dal latin secondo lui AaAaAeA? da ricercare nell'influenza corrompente dei German soprattutto dei Goti e dei Vandali (adulterinam hanc barbarica mixtam loquelam habeamus vulgarem, Bl. XXV, HO). (44) Con questa spiegazione monocausale, Biondo diventa il fondatore della cosiddetta teoria della catastrofe (ingl. corruption of the Latin language, ted. Barbarenthese) (cfr. Marrazzini, 1993: 259-260; Ellena, 2011: 64-67). (45)
Temporibus vides quae Ciceronis aetatem praecesserant illos qui aut
extra Romam vixerant, aut Romae domesticam habuerant aliquam
barbariem, a nitore locutionis romanae aliqualiter recessisse, et
barbarie ilia infuscatos fuisse: postea vero quam urbs a Gothis et
Vandalis capta inhabitarique coepta est, non unus iam aut duo
infiscati, sed omnes sermone barbaro inquinati ac penitus sordidati
fuerunt; sensimque factum est, ut pro romana latinitate adulterinam
hanc barbarica mixtam loquelam habeamus vulgarem. (Bl. XXV, 110-111)


Con l'attribuzione della grammaticalitAaAaAeA al volgare, Biondo ha dissol la dicotomia medievale ars vs. natura riguardo alle lingue (cfr. Ellena, 2011: 65), (46) elemento che rappresenta un progresso importante nella cognizione linguistica, parimenti all'idea del mutamento linguistico, ossia lo sviluppo dall'antico volgare al moderno.

L'aspetto da chiarire AaAaAeA? come Biondo si sia immaginato la corruzio del latino (corruptio) (47) o piAaAaAeA precisamente quali varietAaAaAeA si s corrotte. Coseriu e Meisterfeld (2003: 158), che hanno rappresentato la loro interpretazione anche in un grafico, suggeriscono che Biondo credesse che il volgare contemporaneo (l'italiano del Quattrocento) si fosse sviluppato dal latino letterario e dal latino volgare allo

stesso modo e che l'invasione dei Barbari avesse corrotto tutto il latino.

Tavoni invece non spiega veramente come Biondo intendesse il mutamento dal latino al volgare. AaAaAeAe vero che Tavoni (1984: 19-22) AaAaAeA? molto pre riguardo alla "tripartizione della latinitAaAaAeA " di Biondo, che AaAaAeA? una tripartiz dapprima dipendente dal grado di grammaticalitAaAaAeA (ars) secondo for poetica, forma oratoria e forma vulgaris (dictionisformas, Bl. VIII, 39), e poi dipendente piuttosto dal lessico secondo genus tenue/humile, genus medium/mediocre e genus grave/grande (genera dicendi, figura orationis) (48) tuttavia non risulta chiaro quale varietAaAaAeA sia coinvol nella corruzione barbarica e in quale modo.
Cum enim inde colligi liceat tres latinae dictionis formas tunc
fuisse, poeticae unam numeris astrictam, oratoriae alteram nec
contextam numeris nec carentem, vulgaris tertiam fluentem et
quaquaversum sine numero sine ordine dilabentem; quae docti partes
erant, quae indocti apparet. (Bl. VIII, 39)


Sembra verosimile che Biondo ritenesse che fosse il volgare a "deteriorarsi" con le invasioni barbariche, dunque principalmente la forma vulgaris (probabilmente non la forma oratoria e la forma poetica), ossia lo stile minore (genus tenue), piuttosto che la grammatica (forse con la forma poetica e la forma oratoria), considerata da lui piAaAaAeA o me invariabile. (49)

Dobbiamo considerare che Biondo ha introdotto una prima idea della variabilitAaAaAeA nella lingua latina, cioAaAaAeA? ha formulato un approccio continuum diasistematico, grazie soprattutto a Cicerone e ai suoi concetti stilistici e retorici. I livelli retorici (genera dicendi e formae orationis) gli danno un'idea della diversitAaAaAeA linguistica, perciAaAaAe ancora lontano dal concetto di una vera varietAaAaAeA nel senso modern Per lui non era neanche concepibile il mutamento linguistico a tutti i livelli della lingua. (50) La sua prospettiva potrebbe essere caratterizzata come quella di uno storico con un interesse linguistico sulla base della retorica. (51)

Per rendere piAaAaAeA chiaro possibile il concetto linguistico di Biond abbiamo illustrato gli elementi piAaAaAeA importanti nel grafico seguent

Biondo dimostra una chiara unitAaAaAeA di vedute con Bruni riguardo al grup dei parlanti, ossia a livello diastratico. In due aspetti decisivi, perAaAaAeA , Biondo si distingue da Bruni: riconosce che il latino anti consiste di forme diverse (sorte di varietAaAaAeA diafasiche e diastratich che tuttavia formano un'unitAaAaAeA linguistica. Inoltre sostiene che volgare (l'italiano) contemporaneo si AaAaAeA? sviluppato dal latino antic pur non precisando esattamente da quale forma di latino (da cui il punto interrogativo nel grafico). Egli dunque prende in considerazione un mutamento linguistico che per Bruni non era invece al centro dell'attenzione.

4. Conclusione

Un problema generale dell'interpretazione adeguata dei modelli di Bruni e Biondo (e anche di Dante) AaAaAeA? che sembra arbitrario suggerire che suddetti scritti trattino problemi o questioni della linguistica moderna, perchAaAaAeA@ l'intenzione era rispettivamente diversa. Invece AaAaAeA? lecito appli una terminologia scientifica moderna per capire meglio le idee e i concetti che prefigurano la nozione attuale della lingua.

Con questa premessa abbiamo cercato di mostrare in che modo il dibattito tra Leonardo Bruni e Flavio Biondo abbia apportato innovazioni nella storia della coscienza linguistica, e in quali aspetti fosse invece ancora radicato nel medioevo.

Anche se la ricezione del trattato De vulgari eloquentia era marginale prima della "riscoperta" di Trissino, tale opera AaAaAeA? centrale per comprende la cognizione linguistica di Dante e rappresenta egregiamente il patrimonio intellettuale del medioevo riguardo al latino. Per questo AaAaAeA? anche essenzia per capire poi le teorie di Bruni e Biondo.

Oltre al fatto dell'invariabilitAaAaAeA della lingua latina, Dante AaAaAeA? m moderno nella sua concezione dei molteplici aspetti della variabilitAaAa del volgare e del mutamento linguistico.

Bruni e Biondo, invece, portano la prima volta il discorso sulla situazione linguistica dell'antichitAaAaAeA e il carattere del latino antico. In lin di principio entrambi sono d'accordo sul fatto che esisteva nella Roma antica un latino letterario regolato da una grammatica, parlato e scritto dai colti, e un latino volgare per la comunicazione di ogni giorno del popolo, chiaramente meno regolata e "rozza". Tuttavia Bruni insiste sulle grandi differenze tra latino e volgare nel senso di una relazione diglossica, soprattutto citando l'argomento dantesco della grammaticalitAaAa del latino (ars grammatica, latinitas), mentre Biondo con l'aiuto della retorica illustra verosimilmente la situazione linguistica dell'antichitAaAa romana e dAaAaAeA anche una prima idea di un "latino volgare". Nel caratterizza il latino come lingua diasistematicamente diversificata, Biondo esprime un concetto in un certo qual modo convergente con l'idea del volgare di Dante.

Note

(1.) La prima attestazione del sermo vulgaris si trova tuttavia nella Rhetorica ad Herennium (cfr. Rhet. ad Her. IV, 56 (69)), testo anonimo che AaAaAeA? anche stato attribuito a Cicerone (cfr. MAaAaAeA ller, 2001: 155- il quale ha divulgato la nozione sermo vulgaris, l'unico riferimento dei dotti rinascimentali. Si veda p.es. il paragrafo seguente: "didicisti enim non posse nos Amalfinii aut Rabirii similes esse, qui nulla arte adhibita de rebus ante oculos positis vulgari sermone disputant" (Cic. Acad. I, 5). Per una breve storia della nozione latino volgare (ingl. vulgar Latin, ted. VulgAaAaAeAnrlatein) cfr. Kiesler (2006: 3-14) e Llo (1979: 111-112).

(2.) Certamente il latino del medioevo non era una lingua morta come ai giorni nostri, perAaAaAeA non era piAaAaAeA neanche una lingua con native speak per una discussione intorno al latino come lingua viva, lingua mezza viva e lingua morta affatto cfr. LAaAaAeA dtke (2005: 40-42) e Faithfull (195 278-281).

(3.) Siccome questo testo di Dante AaAaAeA? lo sfondo decisivo per la discussio che segue nel Quattrocento, abbiamo concesso un po' piAaAaAeA di spazio capitolo corrispondente, in definitiva anche perchAaAaAeA@ si tratta di testo molto complesso.

(4.) "Nel corso del Medioevo l'opera dantesca fu solo menzionata in maniera vaga, senza una conoscenza diretta del testo. Ad essa accennano Giovanni Villani, Antonio Pucci, e soprattutto Giovanni Boccaccio. La stessa scarsitAaAaAeA dei manoscritti del De vulgari (sono tre in tut quelli anteriori al XVI secolo) dimostra che il testo circolAaAaAeA pochissim (Marazzini, 1993: 237). Questo nonostante il trattato sia importante per capire la mentalitAaAaAeA medievale, l'innovazione dantesca e in segui le esposizioni di Bruni e Biondo.

(5.) Per un confronto gramatica vs. vulgare si veda p.es. Mengaldo (1971: 656-658), Ineichen (1973: 69-72), Cecchin (1988: X-XII).

(6.) Tavoni (1987: 397) obietta che Dante parla del latino sempre come locutio e non come lingua, in modo da non precisare esattamente il legame tra gramatica e vulgare.

(7.) Si veda Aegidius Romanus (1243/1247-1316) che in De regimine principum (cfr. De reg. princ. lib. II, pars II, cap. 7) parla del latino come una lingua creata per i filosofi: "Videntes enim Philosophi nullum idioma vulgare esse completum & perfectum, per quod perfecte exprimere possent naturas rerum, & mores hominum, & cursus astrorum, & alia de quibus disputare volebant, invenerunt sibi quasi proprium idioma, quod dicitur latinum, vel idioma literale: quod constituerunt adeAaAaAeA lat & copiosum, ut per ipsum possent omnes suos conceptus sufficienter exprimere" (1607: 304).

(8.) Dante stesso cita la lingua dei Greci (quidem secundariam Greci habent, DVE I, 1, 3) e altre lingue simili (et alii, DVE I, 1,3). In DVE(2007: 23, nota 6) Frings e Kramer suppongono che sia forse l'arabo, Imbach e Suarez--Nani (2007: 75) sostengono che non AaAaAeA? dimostrato c cosa significhi et alii, perAaAaAeA le interpretazioni piAaAaAeA frequenti indi gli Arabi e gli Ebrei.

(9.) In analogia alla distinzione di Aristotele ([phrase omitted]) che rileva la diversitAaAaAeA tra technAaAaAeA? ([phrase omitted]) e episteme ([ph omitted]), gli scolastici hanno introdotto la differenziazione tra ars e scientia, cioAaAaAeA? con l'inizio della grammatica speculativa la grammati AaAaAeA? rivalutata, dunque diventa anche scientia, non solo ars nel sen di una capacitAaAaAeA tecnica (cfr. Jungen e Lohnstein, 2007: 93). Per breve sommario delle prime grammatiche volgari dell'area romanza circa la nozione "grammatica" cfr. SchAaAaAeAnfer--Prie[beta] (2000: 63-66

(10.) "In verborum declinationibus disciplina loquendi dissimilitudinem an similitudinem sequi deberet, multi quaesierunt. Cum ab his ratio quae ab similitudine oriretur vocaretur analogia, reliqua pars appellaretur anomalia" (Varr., De ling. lat. X, 1).

(11.) "Declinatiionum genera sunt duo, voluntarium et naturale; voluntarium est, quo ut cuiusque tulit voluntas declinavit" (Varr., De ling. lat. VIII, 21).

(12.) Il principio dell'analogia si mostra soprattutto nella flessione (declinatio naturalis) e il principio dell'anomalia nella formazione delle parole (declinatio voluntaria). Nuove parole non possono solo nascere tramite derivazione (e composizione), ma anche tramite una creazione nuova (impositio); spesso impositio e declinatio voluntaria sono congruenti. Forse Varrone prova a risolvere come arbitror la disputa tra analogisti (scuola di Alexandria) e anomalisti (scuola di Pergamon). Tale discussione viene principalmente riferita solo da Varrone (cfr. Ax, 2000: 146; Grebe, 2000: 199-201).

(13.) Con l'andare del tempo anche gli insegnanti (grammatici) sono tenuti in tale onore che a loro stessi AaAaAeA? attribuito lo stato di auctorit dai discipuli e dalla societAaAaAeA intellettuale, forse anche in associazio con un aspetto morale (mores) (cfr. Poccetti et al., 2005: 419).

(14.) Per il latino come grammatica all'epoca di Dante--ad esempio in Guido de Columnis (XIII sec.) nella cui Historia destructionis Troiae (1287) si trova il passo qui gramaticam legunt (1936: 4, f. Iv) - cfr. Curtius (1943: 161-162).

(15.) Riguardo alla variabilitAaAaAeA del volgare si vedano anche il no passo nella Divina Commedia (Div. Comm., Par. XXVI 114, 130-132) e passim Il Convivio, ad esempio "lo volgare seguita uso, e lo latino arte" (Conv. I, 5, 14). Per un'analisi linguistica del Convivio cfr. Bossong (1990: 44-50).

(16.) Cfr. p.es. Ineichen (1973: 75-77), Wunderli (1994: 95-107), Ellena (2004: 75-77) o PAaAaAeA tters (2005: 391-393

(17.) "Hec est nostra vera prima locutio" (DVE I, 2, 1).

(18.) La differenziazione delle lingue attraverso la particella dell'affermazione, un criterio minimalistico (cfr. le carte e tavole da Ternes, 1989: 66, 69, 71-73) che risulta in un primo e un secondo ydioma tripharium, non solo stabilisce una distribuzione tipologica (come AaAaAeA? detto spess cfr. p.es. Schmitt, 1975: 312-315), ma anche una distribuzione genetica e areale: genetica, perchAaAaAeA@ deduce le lingue da una proto-lingua, areale, perchAaAaAeA@ aggiunge una chiara descrizione geografica dei limi linguistici in Europa. Inoltre aggiunge l'aspetto della migrazione (DVE I,8,2) che AaAaAeA? essenziale per la Ausdifferenzierung delle ling indoeuropee e piAaAaAeA tardi per le lingue romanze. L'intuizione gius di Dante della migrazione indoeuropea AaAaAeA? solo bloccata dalla sua immaginazio cristiana, cioAaAaAeA? dalle storie biblich

(19.) "Quare ad minus xiiii vulgaribus sola videtur Ytalia variari" (DVE I, 10, 7). Questo AaAaAeA? il suo risultato dopo aver enumerato tut i dialetti dell'italiano a destra e a sinistra dell'Appennino (iugum Apenini, DVE I, 10, 4). Il criterio del Latium bipartitum non AaAaAeA? quel della linguistica moderna, perAaAaAeA quando si visualizzano i confini d dialetti non AaAaAeA? cosAaAaAeA erroneo (cfr. tuttavia Coseriu e Meisterfeld (2 133) che dicono esplicitamente falsch).

(20.) Per una discussione dei singoli dialetti e le loro caratteristiche menzionate da Dante cfr. Holtus (1989: 5-8), e per un grafico con i dialetti e la tipologia delle lingue cfr. Holtus (1987: 349).

(21.) Osserva molto chiaramente che c'AaAaAeA? una differenza tra la variazio fra due dialetti come il lombardo (a Milano) e il veneziano (a Verona) oppure il romano (a Roma) e il toscano (a Firenze) e la variazione all'interno di un dialetto come tra il vernacolo a Napoli e a Gaeta oppure tra quello a Ravenna e a Faenza: "et quare vicinus habitantes adhuc discrepant in loquendo, ut Mediolanses et Veronenses, Romani et Fiorentini, nec non convenientes in eodem genere gentis, ut Neapolitani et Caetani, Ravennates et Faventini" (DVE I, 9, 4). Per esemplificare la differenza linguistica tra due quartieri sceglie il Borgo San Felice e il quartiere della Strada Maggiore a Bologna (Bononiensis Burgi Sancti Felicis et Bononiensis Strale Maioris, DVE I, 9, 4).

(22.) Questo si puAaAaAeA dedurre dal fatto che in una cittAaAaAeA medieva cittadini si raggruppano secondo il loro mestiere e anche secondo la loro posizione nella societAaAaAeA --le due componenti non sono veramen da distinguere. Wunderli (1994: 102-103) ad esempio lo interpreta solo come diastratico, perAaAaAeA parla anche di Fachsprache

(23.) "Solis etenim in uno convenientibus actu eadem loquela remansit: puta cunctis archite-coribus una, cunctis saxa volventibus una, cunctis ea parantibus una; et sic de singulis operantibus accidit" (DVE I, 7, 7). Ovviamente Dante ha potuto osservare che i diversi gruppi professionali hanno un vocabolario specifico, un modo proprio di parlare (da notare sempre anche un aspetto diastratico).

(24.) "et quanto excellentius exercebant, tanto rudius nunc barbariusque locuntur" (DVE I, 7, 7). In questo caso AaAaAeA? interessante notare che loquela AaAaAeA? tanto piAaAaAeA rozza e piAaAaAeA bassa quanto piAaAaAeA alto AaAaAeA? invece il della professione, inversamente alla prospettiva normale. In questo caso il mito di Babele funziona come esempio per un disordine linguistico, perAaAaAeA risuona forse anche un aspetto cristiano, moral

(25.) Wunderli (1994: 103-104) non AaAaAeA? chiaro rispetto al livello teoric perchAaAaAeA@ assume i due fenomeni sotto la diamesica, cioAaAaAeA? scritto (lat vs. parlato (volgare) in DVE e scritto vs. parlato nel volgare, descritto nella Vita Nuova (XXV, 7).

(26.) Si veda anche la variabilitAaAaAeA descritta nel Convivio: "Onde vede ne le cittadi d'Italia, se bene volemo agguardare, da cinquanta anni in qua molti vocabuli essere spenti e nati e variati; onde se 'I picciol tempo cosAaAaAeA trasmuta, molto piAaAaAeA trasmuta lo maggiore. SAaAaAeA ch'io che se coloro che partiron d'esta vita giAaAaAeA sono mille anni tornasse a le loro cittadi, crederebbero la loro cittade essere occupata da gente strana, per la lingua da loro discordante" (Conv. I, 5, 9).

(27.) "Ein PhAaAaAeAnnomen der dritten Art ist die kausale Konsequenz ein Vielzahl individueller intentionaler Handlungen, die mindestens partiell AaAaAeAnhnlichen Intentionen dienen" (Keller, 1994:92

(28.) Sembrano due le ragioni per cui Dante non AaAaAeA? esplicito in ques paragrafo: da una parte ha una buona intuizione che ci debba essere una specie di proto-lingua, perAaAaAeA non AaAaAeA? sicuro riguardo al suo caratt dall'altra parte l'ydioma tripharium ha un aspetto mitico che non si deve chiarire.

(29.) "ut silvae foliis pronos mutantur in annos, / prima cadunt: ita verborum vetus interit aetas, / et iuvenum ritu florent modo nata vigentque... / multa renascentur quae iam cecidere cadentque / quae nunc sunt in honore vocabula, si volent usus, / quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi" (Oraz., Ars poet., 60-63, 70-72). Citato ad esempio da Bossong (1990: 57-58) o da Ellena (2004: 76), entrambi non in chiaro sul punto che per Dante non puAaAaAeA essere il latino, che AaAaAeA? variab

(30.) A causa dei disordini a Roma, il papa tra il 1434 e il 1443 ebbe il suo domicilio al di fuori della cittAaAaAeA sacra, prima a Firenze, p a Bologna e Ferrara e dopo di nuovo a Firenze (Coseriu e Meisterfeld, 2003: 149).

(31.) Le posizioni dei singoli eruditi in questo dibattito erano le seguenti: "Mentre, infatti, Biondo Flavio, Poggio Bracciolini e Andrea ritenevano che tutta la popolazione nell'antichitAaAaAeA avesse parlato medesima lingua, Cencio Rustici e Antonio Loschi ipotizzavano l'esistenza di due differenti lingue adoperate rispettivamente dai dotti e dagli indotti" (Marcellino e Ammannati, 2015: 3).

(32.) Cronologicamente il primo documento fu quello di Biondo (1 aprile 1435) e il secondo quello di Bruni (7 maggio 1435) (cfr. Tavoni, 1984: 3, nota 1). Tuttavia dapprima trattiamo Bruni, data la sua posizione piAaAaAeA conservativ

(33.) "La disputa, nel corso dell'incontro fiorentino, dovette dunque avere il carattere di una contrapposizione non tra ragionamenti collegati in una solida costruzione concettuale, ma piuttosto tra punti di vista resi inconciliabili perchAaAaAeA@ dettati da un diverso modo di rappresentar la consuetudine linguistica degli antichi sul fondamento della prassi linguistica odierna" (MarchiAaAaAeA , 2008: 21

(34.) Per informazioni biografiche e opere ulteriori di Leonardo Bruni (p.es. Historia del popolo fiorentino, De interpretatione recta, Vite parallele di Dante e Petrarca, Dialogi ad Petrum Paulum Histrum, De studiis et litteris) e di Flavio Biondo (p.es. Historiarum ab inclinatione Romani imperii Decades 3, Roma instaurata, Italia illustrata, Roma triumphans) cfr. Coseriu e Meisterfeld (2003: 150).

(35.) "Atque Latina lingua a vulgari in multis differt, plurimum tarnen terminatione, inflexione, significatione, constructione et accentu, de quibus omnibus simul dicamus: nam seorsum prosequi singula longum foret" (Br. 32).

(36.) Generalmente bisogna essere prudenti nell'interpretazione dell'opinione esatta di Bruni, perchAaAaAeA@ tranne la sua breve lettera non esiste un alt suo trattato su questo soggetto e una grande parte della discussione AaAaAeA? trasmessa solo attraverso il trattato piAaAaAeA dettagliato del suo ri Biondo.

(37.) Per la distribuzione tra latino e volgare (italiano) nella produzione letteraria in Italia del Trecento e del Quattrocento cfr. Kristeller (1984).

(38.) Il grafico di Coseriu e Meisterfeld (2003: 158) suggerisce che Bruni abbia postulato che il volgare antico sia diventato il volgare della sua epoca (senza mutamento linguistico). PerciAaAaAeA si tratta un'interpretazione che non AaAaAeA? contenuta letteralmente nel testo. Bru non esprime chiaramente come intenda la relazione tra i due volgari, in quanto tale aspetto non AaAaAeA? al centro della sua indagin

(39.) Bruni non distingue chiaramente tra il livello diafasico e il livello diastratico. Di piAaAaAeA , per lui, la complessitAaAaAeA delle strut grammaticali AaAaAeA? strettamente legata a un registro alto, che dal pun di vista moderno non AaAaAeA? cosAaAaAeA per forza di cose (cfr. Blanche-Benveni 2005: 57-62; Kiesler, 2013: 259-260).

(40.) Marcellino e Ammannati (2015: 22) rilevano giustamente che Bruni non adduce tanti argomenti a sostegno di questa differenza: "da un punto di vista linguistico, infatti, ebbe pochissimi elementi per ipotizzare una netta demarcazione tra lingua dei dotti e quella degli indotti nell'antica Roma."

(41.) Riguardo alla terminologia Biondo segue l'uso medievale (e cosAaAa Dante), perchAaAaAeA@ usa il termine "grammatica" come sinonimo di "latin (cfr. Bl. I, 8: "nostra vulgato idiomate, an grammaticae artis usu, quod Latinum appellamus"; Bl. II, 13: "in grammaticam Latinitatem").

(42.) GiAaAaAeA Cicerone distingue i tre stili e le forme dell'orazione piAaAaAeA precisamente di una Diskurstradition (it. "tradizione del discorso ingl. "discourse tradition"; cfr. Wilhelm, 2001: 467-468): "Tria sunt omnino genera dicendi" (Oc., Orat., 5, 20) vs. "Sed quoniam plura sunt orationum genera caque diversa neque in unam formam cadunt omnia" (Oc, Orat., 11,37).

(43.) Tuttavia, la prospettiva di Biondo (e di Bruni) non AaAaAeA? quel di un linguista: "Gli umanisti, evidentemente, non erano interessati a ricercare le origini della lingua moderna, ma scoprivano queste origini cercando di metter meglio a fuoco le cause della crisi della romanitAaAaAe esplorando la frattura che aveva dato inizio al medioevo" (Marazzini, 1993: 240).

(44.) Nel suo lavoro successivo Italia illustrata (1474) Bruni rivede le proprie posizioni e considera i Longobardi come i responsabili principali della corruzione del latino (cfr. Klein, 1957: 57). Anche Dante aveva giAaAaAeA una vaga idea dell'invasione barbarica e della sua possibile influen sulla lingua, seppur in modo non sistematico: "hanc ex commixtione advenarum Longobardorum terrigenis credimus remansisse" (DVE I, 15, 3).

(45.) Per un riflesso della teoria della catastrofe e la tesi di una corruptio del latino causata dai barbari in altri paesi come Spagna, Francia, Inghilterra e Germania cfr. Neis (2009: 574-579).

(46.) Tavoni (1984: 22) precisa che per Biondo AaAaAeA? piuttosto un continuu cioAaAaAeA? "gradi diversi di ars

(47.) Per il concetto di corruzione secondo Aristotele, che in De generatione et corruptione ([phrase omitted]) traccia un modello del cambiamento con generatio, alteratio e corruptio, cfr. Schunck (2003: 17-18).

(48.) I tre stili sono menzionati esplicitamente da Biondo: p.es. "dicendi genere oratores" (Bl, XV, 65), "tria ipsa dicendi genera" (Bl. XVII, 72), "figuris orationis... gravi ... mediocri... attenuata" (Bl. XVII, 72). Importante AaAaAeA? la sua trattazione del medius modus (Bl. XVI, 68-71 laddove esprime l'idea che l'oratore deve cambiare il suo modo di parlare quando si indirizza al popolo--un modo di parlare indipendente dai tre stili con un lessico adattato alle esigenze del pubblico; cfr. anche Fubini (1961: 534), Tavoni (1984: 22-23) e Delle Donne (2008: XXVI).

(49.) Si veda anche la posizione di Mazzocco (1993: 49): "Biondo also judges the nature of classical Latin solely in terms of social differences (urbanitas vs. rusticitas), disregarding almost completely the changes of speech due to time and space."

(50.) Cfr. anche Fubini (1961: 535) il quale dichiara che la distinzione di Biondo "rimane provvisoria e schematica".

(51.) Mazzocco (1993: 40-42) dichiara come l'interesse storico fu introdotto nel discorso intellettuale del Rinascimento, quasi come presupposto della disputa fra Bruni e Biondo. Tuttavia AaAaAeA? forse eccessivo caratterizza il lavoro di Biondo come "linguistic archeology" (42) e attribuirgli "dispassionate concern for truth", e quello di Bruni guidato solo da "utilitarian goals" (42). Prima di tutto AaAaAeA? importante precisare c neanche Biondo era un linguista nel senso moderno e, in secondo luogo, che anche lui aveva un interesse particolare in questo dibattito.

Bibliografia

Fonti primarie:

Aegidius Romanus (Aeg. Rom.), De reg. princ. = Colonna, Egidio (Romanus, Aegidius) (1607) De regimine principum libri III. Recogniti et una cum vita auctoris in lucem editi per F. Hieronymum Samaritanium. Roma: Bartholomaeum Zannettum.

Rhet. ad Her. = Auctor ad Herennium (1994) Rhetorica ad Herennium. Lateinisch-Deutsch. A cura e traduzione tedesca di T NAaAaAeA [beta]lei Zurigo: Artemis & Winkler.

Biondo (Bl.) = Flavio Biondo (1984) De verbis Romanae locutionis Biondi ad Leonardum Aretinum. In: Tavoni M (a cura di) Latino, grammatica, volgare: Storia di una questione umanistica. Padova: Antenore, pp. 197-215.

Bruni (Br.) = Leonardo Bruni (Leonardo Aretino) (1984) Leonardus Flavio Forolivensi S. Quaerit an vulgus et literati eodem modo per Terentii Tullique tempora Romae locuti sint. In: Tavoni M (a cura di) Latino, grammatica, volgare: Storia di una questione umanistica. Padova: Antenore, pp. 216-221.

Cicerone (Cic), Orat. = Marcus Tullius Cicero (1988) Orator. Lateinisch-Deutsch. A cura di B Kytzler. Monaco di Baviera-Zurigo: Artemis.

Cicero (Cic), Acad. = Marcus Tullius Cicero (1990) Hortensius, Lucullus: Academici libri. Lateinisch--Deutsch. A cura, traduzione tedesca e commenti di L Straume--Zimmermann, F Broemser e O Gigon. Monaco di Baviera--Zurigo: Artemis.

Dante, Div. Comm. = Dante Alighieri (1988) Die GAaAaAeA ttliche KomAaAaAeA die. Italien und Deutsch. 6 voll. Traduzione tedesca e commenti di H Gmelin. Monaco di Baviera: Deutscher Taschenbuch Verlag.

Dante, Vita Nuova = Dante Alighieri (1988) Vita Nuova. Das neue Leben. Traduzione tedesca e commenti di A Coseriu A e U. Kunkel. Monaco di Baviera: Deutscher Taschenbuch Verlag.

Dante, Conv. = Dante Alighieri (1996) Das Gastmahl, I. Italienisch--Deutsch. Traduzione tedesca di T Ricklin, introduzione e commenti di F Cheneval. Amburgo: Meiner.

Dante, DVE = Dante Alighieri (2007) De vulgari eloquentia. Traduzione italiana di GG Trissino (1529); traduzione tedesca di M Frings e J Kramer. Stoccarda: ibidem.

Guido de Columnis, Hist, destr. = Guido de Columnis (1936) Historia desctructionis Troiae. A cura di NE Griffin. Cambridge: Medieval Academy of America.

Orazio, Ars poet. = Quintus Horatius Flaccus (1984) Ars poetica. Die Dichtkunst. Lateinisch-Deutsch. A cura e traduzione tedesca di E SchAaAaAeAnfe Stoccarda: Reclam.

Quintiliano (Quint.), Inst. oral. = Marcus Fabius Quintilianus (2001) The Orator's Education, Books 1-2. A cura e traduzione inglese di DA Russel. Cambridge (Mass.): Harvard University Press.

Varrone (Varr.), De ling. lat. = Marcus Terentius Varro (1958) On the Latin Language, II, Books 8-10. Traduzione inglese di RG Kent. Cambridge (Mass.): Harvard University Press, London: Heinemann.

Fonti secondarie:

Ax W (2000) "Disputare in utramque partem": Zum literarischen Plan und zur dialektischen Methode Varros in de lingua Latina 8-10. In: Ax W e Grewing F (a cura di) Lexis und Logos: Studien zur antiken Rhetorik. Stoccarda: Steiner, pp. 140-163.

Berruto G (1987) Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo. Roma: Nuova Italia Scientifica.

Berruto G (2003) Fondamenti di sociolinguistica. Roma, Bari: Laterza.

Blanche--Benevniste C (2005) De la spAaAaAeA@cifitAaAaAeA@ de l'orai. In: Van D R, Sornicola R e Kabatek J (a cura di) La variabilitAaAaAeA en langue. Vo 2: Les quatres variations. Gent: Communication & Cognition, pp. 45-64.

Bossong G (1990) Sprachwissenschaft und Sprachphilosophie in der Romania: Von den AnfAaAaAeAnngen bis August Wilhelm Schlegel. TAaAaAeA bingen: N

Cecchin S (1988) Introduzione. In: Cecchin S (a cura di) De vulgari eloquentia. Milano: TEA, pp. I-XV.

Cheneval F (1996) (a cura di) Das Gastmahl, I. Italienisch-Deutsch. Traduzione tedesca di T Ricklin, introduzione e commenti di F Cheneval. Amburgo: Meiner.

Coseriu E (1973) Probleme der strukturellen Semantik: Vorlesung gehalten im Wintersemester 1965/66 an der UniversitAaAaAeAnt TAaAaAeA bingen. A cura Kastovsky. TAaAaAeA bingen: Nar

Coseriu E and e Meisterfeld R (2003) Geschichte der romanischen Sprachwissenschaft. Vol. 1. Von den AnfAaAaAeAnngen bis 1492: TAaAaAeA bingen: N

Curtius ER (1943) Dante und das lateinische Mittelalter (Mittelalter-Studien, XX). Romanische Forschungen 57: 151-185.

Delle Donne F (2008) Introduzione. In: Delle Donne F (a cura di) Flavius Blondus: De verbis Romanae locutionis. Roma: Istituto storico italiano per il Medio Evo, pp. XV-LVII.

Diez F (1870) Grammatik der romanischen Sprachen. Erster Theil. Bonn: Weber.

Ellena S (2004) "Opera naturale AaAaAeA? ch'uom favella": Dantes Sprachtheori Italienisch 51: 70-94.

Ellena S (2011) Die Rolle der norditalienischen VarietAaAaAeAnten in der "questio della lingua": Eine diachrone Untersuchung zu Sprachbewusstsein, Sprachwissen und Sprachbewertung. Berlino--Boston: de Gruyter.

Faithfull GR (1953) The Concept of "Living Language" in Cinquecento Vernacular Philology. The Modern Language Review 48: 278-292.

Ferguson CA (1959) Diglossia. Word 15: 325-340.

Fubini R (1961) La coscienza del latino negli umanisti: "An latina lingua Romanorum esset peculiar idioma". Studi medievali 11(2): 505-550.

Grebe S (2000) Kriterien fAaAaAeA r Latinitas bei Varro und Quintilian. I Haltenhoff A e Mutschler FH (a cura di) Hortus Litterarum Antiquarum: Festschrift fAaAaAeA r Hans Arnim GAaAaAeAnrtner zum 70. Geburtstag. Heidelb Winter, pp. 191-210.

Holtus G (1987) Zur Sprach- und Wortgeschichte von "latino" und "volgare" in Italien. In: Dahmen W et al. (a cura di) Latein und Romanisch: Romanistisches Kolloquium I. TAaAaAeA bingen: Narr, pp. 340-35

Holtus G (1989) Das "vulgare illustre" als Modell einer italienischen Kunstsprache: Standard, Substandard und VarietAaAaAeAnt in Dante Alighier Traktat "De vulgari eloquentia" (1305). In: Holtus G e Radtke G (a cura di) Sprachlicher Substandard II: Standard und Substandard in der Sprachgeschichte und in der Grammatik. TAaAaAeA bingen: Niemeyer, pp. 1-1

Imbach R e Suarez-Nani T (2007) Kommentar. In: Imbach R e Suarez--Nani T (a cura di) Dante Alighieri: AaAaAeALber die Beredsamkeit in der Volkssprach Lateinisch--Deutsch. Traduzione tedesca di F Cheneval, introduzione di R Imbach e I Rosier-Catach I, commend di R Imbach e T Suarez-Nani T. Amburgo: Meiner, pp. 67-155.

Ineichen G (1973) Das VerhAaAaAeAnltnis Dantes zur Sprache. Deutsches Dante-Jahrbu 48: 63-78.

Jungen O e Lohnstein H (2007) Geschichte der Grammatiktheorie: Von Dionysios Thrax bis Noam Chomsky. MAaAaAeA nchen: Fin

Keller R (1994) Sprachwandel: Von der unsichtbaren Hand in der Sprache. TAaAaAeA bingen-Basilea: Franck

Kiesler R (2006) EinfAaAaAeA hrung in die Problematik des VulgAaAaAeAnrlateins. TAaAaAeA b Niemeyer.

Kiesler R (2013) Zur Syntax der Umgangssprache: Vergleichende Untersuchungen zum FranzAaAaAeA sischen, Italienischen und Spanischen. Darmstadt: Wissenschaftlic Buchgesellschaft.

Klein HW (1957) Latein und Volgare in Italien: Ein Beitrag zur Geschichte der italienischen Nationalsprache. MAaAaAeA nchen: Huebe

Koch P e Oesterreicher W (1985) Sprache der NAaAaAeAnhe--Sprache der Distan MAaAaAeA ndlichkeit und Schriftlichkeit im Spannungsfeld von Sprachtheor und Sprachgeschichte. Romanistisches Jahrbuch 36: 15-43.

Koch P e Oesterreicher W (2011) Gesprochene Sprache in der Romania: FranzAaAaAeA sisch, Italienisch, Spanisch. TAaAaAeA bingen: Nieme

Kristeller PO (1984) Latein und VulgAaAaAeAnrsprache im Italien des 14. u 15. Jahrhunderts. Deutsches Dante-Jahrbuch 59: 7-35.

LAaAaAeA dtke H (2005) Der Ursprung der romanischen Sprachen: Eine Geschich der sprachlichen Kommunikation. Kiel: Westensee.

Lloyd PM (1979) On the Definition of Vulgar Latin: The Eternal Return. Neuphilologische Mitteilungen 80: 110-122.

Marazzini C (1993) La speculazione linguistica nella tradizione italiana: Le teorie. In: Serianni L e Trifone P (a cura di) Storia della lingua italiana, I. I luoghi della codificazione. Torino: Einaudi, pp. 231-329.

Marazzini C (2013) Da Dante alle lingue del Web. Otto secoli di dibattiti sull'italiano. Roma: Carocci.

Marcellino G e Ammannati G (2015) Il latino e il "volgare" nell'antica Roma: Biondo Flavio, Leonardo Bruni e la disputa umanistica sulla lingua degli antichi Romani. Pisa: Edizioni della Normale.

MarchiAaAaAeA MB (2008) Come discutevano gli umanisti: Una disputa quattrocentes sulla lingua parlata dai romani antichi. Firenze: Firenze Atheneum.

Mazzocco A (1993) Linguistic Theories in Dante and the Humanists: Studies of Language and Intellectual History in late Medieval and Early Renaissance Italy. Leiden: Brill.

Mengaldo PV (1971) Lingua. In: Istituto della Enciclopedia Italiana (a cura di) Enciclopedia Dantesca. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 655-664.

MAaAaAeA ller R (2001) Sprachbewu[beta]tsein und Sprachvariation im lateinisch Schrifttum der Antike. Monaco di Baviera: Beck.

Neis C (2009) Korruption. In: Ha[beta]ler G e Neis C (a cura di) Lexikon sprachtheoretischer Grundbegriffe des 17. und 18. Jahrhunderts, I. Berlino--New York: de Gruyter, pp. 567-582.

Poccetti P et al. (2005) Eine Geschichte der lateinischen Sprache: Ausformung, Sprachgebrauch, Kommunikation. Traduzione tedesca di H Bertsch. TAaAaAeA bingen--Basilea: Franck

PAaAaAeA tters W (2005) Dantes Theorie des Sprachwandels von De vulgari eloquent I zu Paradiso XXVI. In: Horiot B et al. (a cura di) MAaAaAeA?langes offer au professeur Lothar Wolf: "Je parle, donc je suis... de quelque part". Lyon: Centre d'AaAaAeAetudes linguistiques Jacques Goudet, pp. 385-40

SchAaAaAeAnfer--Prie[beta] B (2000) Die portugiesische Grammatikschreibu von 1540-1822: Entstehungsbedingungen und Kategorisierungsverfahren vor dem Hintergrund der lateinischen, spanischen und franzAaAaAeA sisch Tradition. TAaAaAeA bingen: Niemeye

Schmitt C (1975) Sprachtyplogie und Mundartforschung. Zeitschrift fAaAaAe Romanische Philologie 91: 310-338.

Schuchardt H (1866) Der Vokalismus des VulgAaAaAeAnrlateins, I. Leipzig: Teubne

Schunck M (2003) Der Sprachwandel im metalinguistischen Diskurs Italiens und Frankreichs von der Renaissance zur AufklAaAaAeAnrung. Francoforte s.M Lang.

Tavoni M (1982) The 15th--Century Controversy on the Language Spoken by the Ancient Romans: An Inquiry into Italian Humanist Concepts of "Latin", "Grammar", and "Vernacular". Historiographia linguistica 9: 237-264.

Tavoni M (1984) Latino, grammatica, volgare: Storia di una questione umanistica. Padova: Antenore.

Tavoni M (1987) Contributo all'interpretazione di De vulgari eloquentia I, 1-9. Rivista di letteratura italiana 5: 386-453.

Ternes E (1989) La classification des langues romanes d'aprAaAaAeA?s Dan reconsidAaAaAeA@rAaAaAeA@e aujourd'hui. In: Section XIV: Histoire de la linguist et de la philologie romanes. Section XV: Philologie romane et langues romanes: prise de conscience ou: la philologie pour quoi faire? Section XVI: Travaux en cours. TAaAaAeA bingen: Niemeyer, pp. 64-7

Wilhelm R (2001) Diskurstraditionen. In: Haspelmath M et al. (a cura di) Language Typology and Language Universals: An International Handbook, I. Berlino--New York: de Guyter, pp. 467-477.

Wunderli P (1994) Dante - ein Linguist. Dante-Jahrbuch 68/69: 81-126.

Roger SchAaAaAeA nt

Friedrich--Alexander--UniversitAaAaAeAnt E
COPYRIGHT 2017 State University of New York at Stony Brook, Center for Italian Studies
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2017 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Title Annotation:Leonardo Bruni and Flavio Biondo on the background of Dante's linguistic knowledge; text in Italian
Author:SchAaAaAeA ntag, Rog
Publication:Forum Italicum
Geographic Code:4EUIT
Date:Nov 1, 2017
Words:8664
Previous Article:D'Annunzio's Il piacere: A generational gaze on new values.
Next Article:Le vie dei lumi: Dai riformatori napoletani ai padri della Costituzione americana.
Topics:

Terms of use | Privacy policy | Copyright © 2019 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters