Printer Friendly

Il carme di Ausonio Ad patrem de suscepto filio.

mei patris Manibus meoque filio eodem nomine, illius extremo gaudio

Il carme Ad patrem de suscepto filio e tra i piu antichi, se non il primo in ordine di tempo, negli Opuscula di Ausonio (1). E stato composto infatti all'inizio del periodo del suo insegnamento burdigalense, che si estende dal 334 al 364: sua moglie Sabina, che sarebbe morta appena ventisettenne verso il 345, allora doveva essere adolescente o comunque non piu che ventenne. E dedicato dal poeta al padre Giulio Ausonio (2) per il rito di riconoscimento del suo primo figlio (3). L'antico costume romano di sollevare (suscipere) (4) il neonato per accoglierlo nel proprio nucleo familiare offre lo spunto per un poemetto non meramente encomiastico e gratulatorio, pregno di amore paterno e filiale a un tempo. Una piccola ma preziosa opera, meritevole forse di attenzione da parte della critica, anche per alcune questioni irrisolte, a partire dalla forma letteraria (definita sommariamente epistolare, non senza una forzatura) e da una carenza nella ricostruzione testuale (vv. 3 ss.).

Il carme, che consta di 40 versi in metro elegiaco in un buon latino non proprio classico, e complessivamente consequenziale nell'impianto concettuale e scorrevole nel linguaggio, pur con un paio di punti alquanto ardui. La brevita dell'estensione, la compattezza dell'architettura e la relativa fluidita dell'espressione non favoriscono la suddivisione in parti autonome, ma la visione d'insieme, la cui efficacia e propiziata altresi da una struttura circolare, sia pur non rigidamente scandita e piu accennata che costruita. Il poeta annuncia infatti al padre un incremento di affetto filiale, adesso che si sente piu simile a lui e si trova sul suo stesso piano per l'arrivo del bambino (vv. 1-14). Il senso di invecchiamento suscitato nel padre dal fatto di essere diventato nonno e immediatamente prevenuto: egli non e molto piu vecchio del poeta; e paragonabile piuttosto a un fratello maggiore (vv. 15-32). Si torna poi all'amore per il bambino, che ha fatto comprendere al poeta il significato di essere padre e gli ha insegnato cosi ad amare di piu il proprio padre, a cui egli rivolge da ultimo l'augurio di vivere a lungo e di diventare bisnonno; evita pero di chiedere di piu per ritegno (vv. 33-40).

L'opera e tramandata in una sola delle quattro famiglie, indicata con la sigla V oppure X, in cui spicca il codice Leidensis Vossianus Latinus III, anch'esso V, il piu autorevole manoscritto ausoniano, risalente al IX secolo (5). La tradizione la pone fra le Epistulae, molte delle quali presentano analogamente forma poetica, talvolta finanche elegiaca: non sorprende dunque che quest'opera sia inserita tra le Epistulae pure nelle edizioni moderne (6). Esce dal coro soltanto Green, che a buon diritto rileva il carattere non propriamente epistolare del carme, a partire dall'uso dei tempi verbali, che non e quello canonico (7). In generale il poemetto De suscepto filio e privo di tutti gli elementi convenzionali del genere epistolare, come l'augurio incipitario o il saluto finale. Tali formule ricorrono nelle altre Epistulae, ma con alcune eccezioni: Ausonio non di rado gioca con gli stilemi stereotipi, rielaborandoli e piegandoli a scopi artistici e ludici. Al figlio Esperio salutem dicit come da copione, congedandolo pero col duplice augurio uale, ut ualeam (Ep. 1 Green). Questo ritorna raffinatamente variato ad amicum, per diventare un invito: uale; ualere si uoles me, iam ueni (Ep. 8 Green). Il tipico esordio epistolare si evolve a mo' di un vezzo poetico nel distico incipitario a Teone (Ep. 15, 1-2, Green):
   Ausonius salue caro mihi dico Theoni, uersibus expediens, quod uolo
   quodue queror.


A questo fa da pendant il gioco verbale inserito nel saluto allo stesso personaggio, nel distico finale di un altro messaggio (Ep. 16, 5-6, Green):
   uale, beatus nomen a diuis Theon, metoche sed ista saepe currentem
   indicat.


Questa breve rassegna potrebbe proseguire, ma e gia suficiente a dimostrare che non tutte le Epistulae ausoniane rispettano le convenzioni delle missive, anzi le eccezioni sono cosi numerose da far perdere di vista le regole. Il problema del genere letterario del carme De suscepto filio si rivela percio complesso, dal momento che coinvolge in qualche modo l'intero gruppo epistolare, che risulta completamente diverso da quelli, apparentemente o almeno nominalmente affini, di Cicerone o di Plinio il Giovane. Un termine di confronto plausibile e costituito piuttosto dai Sermones di Orazio, ma dalla raccolta denominata tradizionalmente Epistulae ancor piu che dalle Satyrae: non sono poche le analogie con le Epistulae ausoniane, a cominciare dalla forma poetica, che le qualifica come composizioni artistiche assai piu che come missive (salvo che Orazio si attiene all'esametro, a cui Ausonio sostituisce un vivace gioco polimetrico). Quindi il carme De suscepto filio non appartiene stricto sensu al genere epistolare, nel quale puo essere incluso soltanto se quest'ultimo e concepito nel modo piu ampio e perfino improprio, come sviluppo (non privo di aspetti del tutto nuovi) del modello oraziano piuttosto che di quello ciceroniano e pliniano, che proprio al tempo di Ausonio trova un epigono in Simmaco. Il carme De suscepto filio e stato posto nel gruppo epistolare (non per ragioni cogenti, ma in base a questa generica analogia) dal poeta stesso o piu probabilmente da un successivo editore, che deve aver seguito un criterio di comodo. Del resto l'approccio libero e creativo, direi quasi anarchico, di Ausonio con i generi tradizionali e noto: molte sue opere ne forniscono la prova, prima tra tutte la Mosella, che ha attirato l'attenzione della critica anche da questa angolazione (8).

Il carme si trova in uno stato testuale discreto (pur non scevro di qualche punto controverso) e tutto sommato e pubblicato dagli editori moderni in modo leggibile. Il problema di maggior rilievo concerne il brano a partire dal v. 3, che compare cosi nel manoscritto principale:

accessit gratis super his medioque nepoti

Non e chiaro come questo verso si inserisca nel proprio contesto, quale sia il soggetto del verbo accessit (ripetuto piu avanti, al v. 9), come sia da interpretare tutto il passo, dall'incipit al v. 10:
   Credideram nil posse meis affectibus addi,
   quo, uenerande pater, diligerere magis.
   accessit gratis super his medioque nepoti,
   bina dedit nostris qui iuga nominibus.
   ipse nepos te fecit auum; mihi filius idem
   et tibi ego: hoc nato nos sumus ambo patres.
   nec iam sola mihi pietas mea suadet amorem:
   nomine te gemini iam genitoris amo.
   accessit titulus, tua quo reuerentia crescat,
   quo doceam natum, quid sit amare patrem.


Nell'edizione rinascimentale di Lione la frase in questione e emendata cosi: accessit gratis super his mediumque neposque (9). In seguito Vinet riprende il testo manoscritto, pur revocandolo in dubbio e considerandolo lacunoso (10). Scaligero sembra non porsi il problema, pubblicando anch'egli il v.3 come compare nei codici (11). Gronov introduce l'utile e fortunato emendamento grates superis (in luogo di gratis super his), accolto da Toll e dagli editori piu recenti (12). Al seguito di Gornov, Toll interviene poi su tutto il brano, considerando parentetici i vv. 4-8, come un'ampia proposizione incidentale, che inizia dopo il primo accessit (v. 3) e finisce prima del secondo (v. 9): quest'ultimo e considerato <<repetitio [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] orationis interruptae>> (13). Diversamente Brandes, che traspone i vv. 9-10 dopo il v. 4, con conseguente limitazione nell'estensione della proposizione parentetica (14). Questo l'ordine dei vv. 3-10 proposto da Brandes e accolto da Schenkl, Peiper, Prete e Green:
   accessit grates superis medioque nepoti, bina dedit nostris qui
   iuga nominibus. accessit titulus, tua quo reuerentia crescat, quo
   doceam natum, quid sit amare patrem. ipse nepos te fecit auum; mihi
   filius idem et tibi ego: hoc nato nos sumus ambo patres. nec iam
   sola mihi pietas mea suadet amorem: nomine te gemini iam genitoris
   amo.


Il testo manoscritto e conservato da Jasinski, che pero pone un punto fermo al termine del v. 8, considerando distinti i due accessit e attribuendo ad essi significati differenti: <<accrescere>> al v. 3, <<aggiungere>> al v. 9 (15). A me sembra opportuno mantenere il testo e l'ordine dei versi dato dai codici, integrandolo con un sottinteso: accessit al v. 3 vale aliquid accessit, ovvero accessit nouus affectus (16). Cosi inteso, il verbo e coerente col contesto, che mi sembra complessivamente perspicuo.

Adesso e opportuno tratteggiare un esame puntuale del carme, che si apre con l'annuncio di un incremento dell'affetto filiale, suscitato nel poeta (non senza una sua intensa, gradita sorpresa) dall'arrivo del nuovo nato (vv. 1-4):
   Credideram nil posse meis affectibus addi, quo, uenerande pater,
   diligerere magis. accessit grates superis medioque nepoti, bina
   dedit nostris qui iuga nominibus.


L'oggettiva nil posse meis affectibus addi, retta dalla forma verbale credideram, dalla valenza resultativa (con sfumatura ipotetica, riconducibile alla categoria dell'irrealta), e bilanciata e anzi superata da un'assunzione sottintesa uguale e opposta: e accaduto proprio quanto il poeta non aveva (o meglio, non avrebbe) mai creduto. E il motivo e spiegato subito dopo: il bambino lo ha reso padre e lo ha avvicinato al proprio padre, che nel contempo e diventato nonno. Il nuovo nato quindi ha imposto loro <<un doppio giogo>>, legandoli l'uno all'altro ed entrambi a lui, figlio-nipote. Il rispetto coesistente con l'affetto a mo' di circolo virtuoso nel rapporto del poeta col padre e espresso nel sintagma pregnante uenerande pater (ricorrente peraltro gia in Marziale, I, 42, 4), dal tono austero e dal sapore quasi sacrale, con l'aggettivo verbale polisillabo dall'effetto fonico di forte impatto (per il vocalismo in e e soprattutto per lo iato consonantico nd, in posizione intervocalica): la iunctura inoltre e messa in evidenza dalla collocazione in cesura, segnatamente sulla pentemimera. Il poeta sente il figlio dentro se cosi come sa di essere sentito lui stesso dal padre: mihi filius idem/et tibi ego (con significativo parallelismo formale, spezzato dall'enjambement, ai vv. 5-6). Egli si considera percio piu vicino, piu intimamente legato al padre, di cui adesso condivide il ruolo: hoc nato nos sumus ambo patres (v. 6). Compare dunque la parola pietas (v. 7), da intendere in un'accezione parziale, confinata nella sfera familiare (come amore per i genitori e per i figli) anziche in quella completa, patriottica e religiosa (legame col proprio popolo; rispetto devoto e timoroso per gli dei; zelo nell'adempimento dei riti sacri). A dire la verita, nell'epoca classica le due accezioni erano inscindibili: si identificavano come le due facce della stessa medaglia (17). Invece nella tarda antichita, con la scissione della personalita individuale dalla collettivita organizzata, con la graduale devitalizzazione della religione pagana, con la progressiva e inesorabile affermazione della cristianita, la pietas non puo sopravvivere che dimezzata, come categoria soggettiva e familiare, non senza una concomitante interiorizzazione, che pure ne restringe la prospettiva (18). Pietas e comunque la parola-chiave della poesia e, nella sua accezione ridimensionata e simultaneamente approfondita, e spia di modernita.

Ausonio dice di amare il padre nomine... gemini... genitoris (v. 8): il sintagma, dal significato enigmatico, e rimarcato dall'effetto fonico (l'assonanza e, tra le ultime due parole, anche l'allitterazione). Green pensa che il poeta parli di un padre-gemello, che troverebbe riscontro nel participio aequatus al v.11, che egli sposta subito dopo il v. 8, come ho spiegato poc'anzi. A me sembra piuttosto che Ausonio senta crescere il proprio amore <<per il nome di un padre doppiamente tale>>, un padre-nonno, di cui si parla ai vv. 9-10, che anche per questo motivo non devono essere spostati altrove. Ma la pietas e destinata a estendersi di generazione in generazione: l'amore del poeta per il padre fungera da esempio per il nuovo nato, il quale apprendera cosi l'amore filiale (v. 10). Ausonio introduce quindi un nuovo argomento: il padre non e vecchio, anzi e cosi giovane da sembrare quasi suo coetaneo, poiche la differenza di eta e inferiore a quella riscontrabile talvolta tra due fratelli (19). Il concetto e ribadito nel corso di undici versi (dal 13 al 24), con fraseggio abilmente variato. Se la personificazione delle eta, che scorrono deliberatamente senza fretta, l'una leniter, l'altra non properata (con la variazione mediante la litote), rivela un'impostazione immaginosa, non estranea alla retorica di scuola, tuttavia non si puo negare la bellezza della metafora finale (messa in evidenza da una doppia allitterazione intrecciata), che raffigura l'avvicendarsi e il confondersi delle stagioni, primavera ed estate (vv.21-24):
   et placuisse reor geminis aetatibus, ut se non festinato tempore
   utraque daret, leniter haec flueret, haec non properata ueniret,
   maturam frugem flore manente ferens.


Nel vanto di ignorare quanti anni abbia suo padre, a riprova di una nobile noncuranza per l'eredita (vv. 25-32), Ausonio si rifa per contrasto a Ovidio (Met. I, 148):

filius ante diem patrios inquirit in annos.

Nel contempo egli si pone nel solco tracciato da Stazio, che espone lo stesso concetto in modo piu sintetico e lineare: sed me pietas numerare dolorque/non sinit (Silu. V, 3, 254-255). A ben vedere si tratta pero di un topos, svolto tra gli altri dal medesimo Ovidio, che stigmatizza l'uomo senza valori ne sentimenti (Fast. II, 625):

cui pater est uiuax, qui matris digerit annos.

Lo stesso Ausonio riprende questo motivo nel suo poemetto piu famoso, la Mosella, in un brano costituente un punto pregnante, la cui oscurita (dovuta alla formulazione lambiccata oppure a una corruzione testuale?) ha alimentato una lunga e controversa discussione della critica (vv.50-52):
   ast ego despectis quae census opesque dederunt naturae mirabor
   opus, non cura nepotum laetaque iacturis ubi luxuriatur egestas
   (20).


In questo brano pero il topos e subordinato a uno specifico scopo ideologico, ossia la contrapposizione tra la luxuria (foriera di corruzione e di ambizione economica) e la vita semplice e pura nella natura incontaminata. Nel carme De suscepto filio Ausonio nega l'interesse per il patrimonio al fine di sottolineare il proprio amore per il padre: il tono sincero del componimento rinnova e ravviva il topos.

Il contrasto col properantior heres (v. 27) offre al poeta lo spunto per ribadire il gaudium di avere un padre quasi coetaneo. Il ritorno sul concetto e rimarcato al v. 32 dall'uso del medesimo sintagma del v. 13, subparis aeui (con la posizione delle parole variata). Lo schema circolare si chiude quindi sull'incremento di amore per il padre, ispirato al poeta dall'arrivo del figlio (vv. 33-36):
   debeo quod natus, suadet pia cura nepotis addendum patri, quo
   ueneremur auum. tu quoque, mi genitor, geminata uocabula gaude,
   nati primaeui nomine factus auus.


Non a caso al v. 34 ricorre il verbo ueneremur in riferimento al padre-nonno, come al v. 2 l'aggettivo verbale uenerande. Non a caso al v. 35 compare il participio geminata concordato con uocabula (i due nomi di nonno e di padre) e legato etimologicamente all'aggettivo geminus, usato al v. 8 nel sintagma nomine... gemini... genitoris (forse da intendere a guisa di enallage, come gemino nomine genitoris, per analogia con questa seconda formulazione, che ne costituisce in sostanza una uariatio).

La chiusa tuttavia travalica a sorpresa la struttura circolare con un'espressione bene augurante, ma non propriamente stereotipa: il poeta esprime il pio auspicio che il padre viva cosi a lungo da diventare bisnonno (vv.37-38). Poi, sul punto di chiedere perfino di piu, Ausonio si ferma per non superare i limiti e per non pretendere troppo dal destino e dagli dei: <<i voti moderati si realizzano meglio>>, non piu facilmente, ma in modo piu giusto e naturale (vv. 39-40).

Appendice

Decimi Magni Ausonii, Ad patrem de suscepto filio recognouit breuique apparatu critico instruxit J. P. Scafoglio
   Credideram nil posse meis affectibus addi,                 1
      quo, uenerande pater, diligerere magis.

   accessit grates superis medioque nepoti,
      bina dedit nostris qui iuga nominibus.

   ipse nepos te fecit auum; mihi filius idem                 5
      et tibi ego: hoc nato nos sumus ambo patres.

   nec iam sola mihi pietas mea suadet amorem:
      nomine te gemini iam genitoris amo.

   accessit titulus, tua quo reuerentia crescat,
      quo doceam natum, quid sit amare patrem.               10

   quippe tibi aequatus uideor, quia paruulus isto
      nomine honoratum me quoque nobilitat,

   paene aetas quia nostra eadem: nam supparis aeui
      sum tibi ego et possum fratris habere uicem;

   nec tantum nostris spatium interponitur annis,            15
      quanta solent alios tempora diuidere.

   uidi ego natales fratrum distare tot annis,
      quot nostros: aeuum nomina non onerant.

   pulchra iuuenta tibi senium sic iungit, ut aeuum
      quod prius est maneat, quod modo ut incipiat;          20

   et placuisse reor geminis aetatibus, ut se
      non festinato tempore utraque daret,

   leniter haec flueret, haec non properata ueniret,
      maturam frugem flore manente ferens.

   annos me nescire tuos, pater optime, testor               25
      totque putare tuos quot reor esse meos.

   nesciat hoc natus, numeret properantior heres,
      testamenta magis quam pia uota fouens

   exemploque docens prauo iuuenescere natos,
      ut nolint patres se quoque habere senes.               30

   uerum ego primaeuo genitus genitore fatebor
      supparis haec aeui tempora grata mihi.

   debeo quod natus, suadet pia cura nepotis
      addendum patri, quo ueneremur auum.

   tu quoque, mi genitor, geminata uocabula gaude,           35
      nati primaeui nomine factus auus.

   exiguum, quod auus: faueant pia numina diuum
      deque nepote suo fiat auus proauus.

   largius et poterunt producere fata senectam:
      set rata uota reor, quae moderata, magis.              40


Ausonius ad patrem de suscepto filio V//2 quo Charpinus ed. Lugd. 1558 : quod V/diligerere V sed alt. re in ras.//3 grates superis Gronouius : gratis super his V//9-10 post 4 transp. Brandes sed cf. supra//10 quid Pulmann ed. 1568 : quod V//11 isto Vinetus : iste V//12 honoratum V : honorato Tollius//13 paene Axt : bon V : atque Charpinus : dein Schenkl : non Peiper/supparis Charpinus : subpatris V//14 habere Charpinus : abare V//18 quot Charpinus : quod V//26 tuos V : meos Charpinus/quot Charpinus : quod V/meos V : tuos Charpinus//27 hoc V : hos Gronouius//32 supparis Charpinus : subpatris V//34 addendum V : augendum Gronouius//35 genitor Charpinus : genite V//37 numina Charpinus : nomina V (sed fortasse o ex corr.)

Giampiero Scafoglio

SICSI-Universita degli Studi di Salerno

scafogli@unina.it

(1) II testo si trova nelle edizioni degli Opuscula curate da C. SCHENKL, Berolini 1883, 390; R. PEIPER, Lipsiae, 1886, 255-257; A. PASTORINO, Torino, 1971, 672-675 (con traduzione italiana a fronte); S. PRETE, Lipsiae, 1978, 262-263; R. H. P. GREEN, Oxford, 1991, 14-15 (con commento, 267-269); quest'ultima edizione e stata ristampata nella collana oxoniense, 1999, 15-17. Per quanto ne so, ad oggi il componimento non e stato oggetto di studi specifici.

(2) Probabilmente di origine umile, Giulio Ausonio ha esercitato con scrupolo e onore il mestiere di medico a Burdigala, dove ha ricoperto anche l'incarico di decurione: cf. il ritratto delineato nell'Epicedion in patrem.

(3) E il primus... puer, anch'egli di nome Decimo Magno Ausonio, che sarebbe poi morto prematuramente <<nel tempo in cui cercava di trasformare i balbettii in parole>>: cf. il breve ma intenso compianto del poeta, Par 10 Green.

(4) Il verbo e attestato con questo valore fin dal periodo arcaico (per esempio in Terenzio, Phorm. 943, filiam suscepit) ed e d'impiego comune nel I secolo a.C. (come dimostra Cicerone, che ne fa largo uso).

(5) Su queasto codice cf. H. DE LA VILLE DE MIRMONT, Le manuscrit de l'lle Barbe (Codex Leidensis Vossianus Latinus III) et les travaux de la critique sur le texte d'Ausone: loeuvre de Vinet et loeuvre de Scaliger, 3 voll. Bordeaux-Paris 1917-1919; S. PRETE, "The Vossianus Latinus III and the arrangement of the works of Ausonius", in S. Prete (ed.), Didascaliae. Studies in Honor of Anselm M. Albareda, New York 1961, pp. 353-366.

(6) COSI SCHENKL (nota 1); PEIPER (ibidem); PASTORINO (ibidem); PRETE (ibidem). La poesia e invece esclusa dall'ultima, accurata edizione delle Epistulae di Ausonio a cura di L. MONDIN, Venezia, 1995.

(7) Come afferma infatti GREEN (nota 1), 267, <<there is a typical independence of traditional forms, as well as the strongly personal focus and the emphasis on moderation that characterizes much of Ausonius' work>>.

(8) Cf. J. FONTAINE, "Unite et diversite du melange des genres et des tons chez quelques ecrivains latins de la fin du IV(e) siecle: Ausone, Ambroise, Ammien", in M. FUHRMANN (ed.), Christianisme et formes litteraires de l'Antiquite tardive en Occident (Entretiens Fondation Hardt 23), Geneve, 1977, 438-445; G. SCAFOGLIO, "Intertestualita e contaminazione dei generi letterari nella Mosella di Ausonio", AC, 68, 267-274.

(9) E la terza edizione (curata da G. Ducherius e registrata da Green semplicemente come ed. Lugd. 1548) della raccolta intitolata Decii Ausonii Burdigalensis uiri consularis opuscula uaria, Lugduni, 1537.

(10) E. VINET, D. M. Ausonii Paeonii Burdegalensis poetae Augustorum praeceptoris uirique consularis opera diligentius iterum castigata & in meliorem ordinem restituta, Parisiis, 1551.

(11) G. SCALIGERO, D. Magni Ausonii Burdigalensis uiri consularis Augustorum praeceptoris opera in meliorem ordinem digesta (col supplemento Ausonianarum lectionum libri duo), Lugduni, 1575.

(12) L'emendamento di Gronov e in J. TOLL, D. Magni Ausonii Burdigalensis opera, Amstelredami 16712, che comprende gli apporti di vari altri filologi, come Vinet, Barth e soprattutto Scaligero.

(13) Cosi TOLL (nota 12), 567. L'emendamento <<offre un senso ottimo>> secondo PASTORINO (nota 1), 228, che pubblica il testo al modo di Toll, distaccandosi dagli altri editori moderni.

(14) Cf. W. BRANDES, Ausonianarum quaestionum specimen primum, diss. Brunswick, 1876, seguito dai principali editori.

(15) Cf. M. JASINSKI, Ausone. Oeuvres en vers et en prose, 2 voll. Paris, 1934-1935, in particolare vol. II, 3. Ad ogni modo il primo accessit, cosi interpretato, rimane ellittico del soggetto (ad esempio: meus amor).

(16) La questione e stata da me affrontata gia in una breve discussione in lingua latina ("Decimi Magni Ausonii Ad patrem de suscepto filio", Vox Latina, 40, 2004, 320-325), da considerare superata ora, alla luce di queste riflessioni.

(17) Si veda J. A. NORTH, "Religion and Politics from Republic to Principate", JRS 76, 1986, 251-258; IDEM, "Religion in Republican Rome", in The Cambridge Ancient History (2(a) ed.), VII 2, The Rise of Rome to 220 B.C., Cambridge, 1989, pp. 573-624. Per un quadro generale: M. BEARD, J. NORTH, S. PRICE, Religions of Rome, 2 voll., Cambridge, 1998.

(18) Cf. J. H. W. G. LIEBESCHUTZ, Continuity and Change in Roman Religion, Oxford 1979; R. Gordon, "From Republic to Principate. Priesthood, Religion and Ideology", in M. BEARD, J. NORTH (edd.), Pagan Priests. Religion and Power in the Ancient World, London 1990, 173-198. Sul sentimento religioso di Ausonio, tra gli altri: P. Langlois, "Les poemes chretiens et le christianisme d'Ausone", RPh, 43, 1969, 39-58.

(19) Ad onta della tendenza all'iperbole tipica della retorica encomiastica e non aliena dalla forma mentis di Ausonio, non si tratta di un'affermazione assurda: il padre e nato nel 290 d.C. o poco dopo, il poeta nel 310, con una differenza di eta di una ventina di anni.

(20) II significato del brano ad uerbum non e perspicuo; l'attenzione della critica si e appuntata specialmente sulla lezione manoscritta cura (v. 51), che e stata variamente emendata: la fortunata correzione cara, proposta da Heinsius e difesa da La Ville de Mirmont, e stata accolta anche nell'edizione di Green; tuttavia non mi sembra che renda veramente limpida e scorrevole l'espressione. Nondimeno e possibile cogliere il senso: il poeta ripudia quae census opesque dederunt, cioe il lusso e i beni materiali, per ammirare la bellezza della natura, contrapposta alla categoria psicologica e socio-culturale dell'economia, in cui trovano posto gli eredi (nepotes).
COPYRIGHT 2009 Universidade de Lisboa. Centro de Estudos Classicos da Faculdade de Letras
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2009 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Title Annotation:III VARIA NOSCENDA
Author:Scafoglio, Giampiero
Publication:Euphrosyne. Revista de Filologia Classica
Date:Jan 1, 2009
Words:3805
Previous Article:Vulgo apud nos (Aug. quaest. hept. 7, 56).
Next Article:Further supplements to Marangoni's Supplementum Etymologicum: The Collections of Differentiae published by Beck and Brugnoli.

Terms of use | Privacy policy | Copyright © 2019 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters