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Il bestiario di Bembo in Rime. Alcune annotazioni sull'uso del simbolismo animale nel canzoniere bembiano.

Con la pubblicazione, nel 1530, della prima edizione delle Rime di Pietro Bembo si data convenzionalmente l'avvio "ufficiale" del petrarchismo cinquecentesco, dopo che, negli anni precedenti, si erano effettuati vari tentativi (tra cui quello delle Rime di Trissino del 1529) di orientare le forme della poesia lirica verso percorsi diversi da quelli perentoriamente designati dallo stesso poeta veneziano nelle Prose della volgar lingua. Considerato da molti come il piU illustre documento del petrarchismo cinquecentesco, il Canzoniere bembiano, non solo perviene a riflettere magistralmente l'aspirazione a "realizzare le esemplarita del Petrarca come poeta e come uomo," ma riesce altresi a interpretare, attraverso un atteggiamento d'animo volto all'identificazione dell'"alta poesia e il fino amore," un aspetto essenziale della neonata civilta rinascimentale (Santangelo 130).

Sebbene il Canzoniere, com'e noto, fornisca innumerevoli chiavi di lettura e presenti un ricchissimo "materiale lirico" degno di essere analizzato, l'attenzione del presente saggio sara essenzialmente focalizzata sull'impiego, a fini poetici, del vasto campionario di simboli e attributi allegorici di carattere zoologico riscontrabile in alcuni dei 165 componimenti costitutivi dell'opera. (1) Ancora relativamente poco indagate attraverso il prisma della simbologia animale, le Rime, lungi dall'essere impermeabili alle tradizioni letterarie anteriori, si presentano allo studioso come un terreno ancora fertile per un approfondimento critico che prenda in esame l'intimo connubio tra il mondo animale e il petrarchismo bembiano. Ed e proprio in questo solco che s'inserisce il presente contributo, ponendo cosi l'accento su un aspetto del Canzoniere che, sebbene gia trattato, come vedremo, da alcuni rinomati studiosi attraverso studi mirati e circoscritti, ha tuttavia ancora molto da svelare e meriterebbe analisi e approfondimenti ulteriori. Per quanto ci riguarda, un'attenzione particolare sara consacrata a due animali distinti--il cervo e l'augello--in quanto crediamo che essi rappresentino meglio di altri--talvolta anche in modo originale--il rapporto tra simbolismo zoologico e lirica amorosa bembiana. (2) Copiosa e composita, la presenza in seno al Canzoniere della simbologia animale, oltre ad arricchire i versi poetici in termini estetici, funge altresi da interessante "cartina di tornasole" di alcuni dei principali topoi petrarcheschi (il desiderio, la solitudine e il sentimento amoroso in primis), rimarcando ulteriormente l'intimo rapporto di filiazione stilistica tra il Rerum vulgarium fragmenta e le Rime bembiane. Va tuttavia sottolineato che lo stretto legame esistente tra le due opere non ci deve indurre a sovrapporre in maniera acritica e sistematica i due canzonieri, in quanto, anche per cio che attiene al simbolismo zoologico, l'imitatio impiegata da Bembo, ben lungi dall'essere statica, risulta talvolta portatrice di alcune dissomiglianze, il che conferisce un'ulteriore prova di quanto il poeta veneziano predilesse un'imitazione non pedissequa, ma bensi un approccio intriso di una sua originalita compositiva.

Vera e propria miscela di fonti talvolta distanti e dissimili tra loro, la simbologia animale di stampo bembiano, oltre ad attingere, in maniera diretta o indiretta, da una serie di tradizioni letterarie gia in parte utilizzate da Petrarca --ovvero le tradizioni classica, provenzale, stilnovista e dantesca--non esita a rivolgersi, come vedremo, anche alla poesia cortigiana quattrocentesca. Una moltitudine di fonti a cui vanno imperativamente aggiunte, oltre, ben inteso, al Petrarca stesso, la costante presenza dell'influenza delle Sacre Scritture, l'autorevolezza dei Padri della Chiesa (Sant'Agostino in testa) cosi come la ricca e influente tradizione dei bestiari medievali. (3) Giova tuttavia sottolineare che l'interesse di una disamina del simbolismo zoologico bembiano non risiede unicamente nella grande vastita delle fonti letterarie prese in considerazione, ma alberga altresi nelle diverse modalita con cui il poeta rielabora in senso estetico e personale lo sconfinato campionario di simboli, figure, emblemi e allegorie che la tradizione gli mette a disposizione. Rielaborando e ricodificando alcuni dei simbolismi zoologici tradizionali (classici e medievali), il Canzoniere bembiano offre pertanto un interessante esempio di come l'adesione ad un preciso canone stilistico e linguistico (il petrarchismo), non precludesse necessariamente un'ampia liberta poetica e una notevole originalita interpretativa.

Composto prima del 1492, (4) il terzo sonetto delle Rime e il primo in ordine numerico in cui e possibile osservare l'impiego della simbologia animale da parte del poeta. Come gia riscontrabile nel secondo e nel terzo sonetto di Petrarca, Bembo pone subito l'accento sul carattere inatteso e repentino dell'innamoramento, riproponendo cosi il tema dell'estemporaneita dell'Amore gia affrontato nel sonetto precedente. Sviluppando la similitudine della vulnerabilita del "giovene cervo" (v. 3) in cerca di cibo, il poeta, rievocando l'inclinazione lirica e poetica della primavera--stagione petrarchesca per eccellenza--accosta la sua condizione di uomo tradito dagli occhi dell'Amore a quella dell'animale esposto alle insidie "del buon arcier" (v. 11):
   Si come suol, poi che 'l verno aspro et rio
   Parte et da loco a le stagion' migliori,
   giovene cervo uscir col giorno fuori
   del solingo suo bosco almo natio,
   et hor su per un colle, hor lungo un rio
   gir lontano da case et da pastori
   herbe pascendo rugiadose et fiori
   ovunque piU ne 'l porta il suo desio,
   ne teme di saetta o d'altro inganno,
   se non quand'egli e colto in mezzo 'l fianco
   da buon arcier che di nascosto scocchi;
   tal io senza temer vicino affanno
   mossi 'l piede quel di che ' be' vostr'occhi
   me 'impiagar, donna, tutto 'l lato manco. (13-14)


Come ci ricorda Donnini, il cervo ferito e tradizionale illustrans "per l'amante che piU fugge piU ama" (Rime 12). Emblema di delicata fragilita e di schiva ritrosia, il cervo viene sapientemente scelto dal Bembo al fine di simboleggiare al meglio la vulnerabilita del proprio Io-innamorato e quindi, in definitiva, della propria impotenza di fronte all'arco dell'Amore. L'utilizzo dell'immagine del cervo a fini poetico-simbolici ha radici antiche ed e ampiamente riscontrabile in ben cinque dei dodici libri dell'Eneide. Come si sarebbe osservato in seguito anche in Petrarca, le connotazioni attribuite all'animale da Virgilio - perfettamente funzionali alla figura petrarchesca dell'innamorato fragile legato ai vincoli del proprio desio--vengono puntualmente riutilizzate dal poeta veneto per illustrare, in guisa di exemplum, la propria condizione passata di uomo vittima dell'innamoramento. Spaventati (IV, v. 231), cacciati (V, v. 365), mansueti (VII, v. 741) incauti (IV, v. 95) e fugaci (XII, v. 1214), i cervi virgiliani ricalcano fedelmente, in termini comportamentali, la figura del cervo osservabile attraverso la similitudine bembiana. (5) Una rappresentazione della fragilita animale che ben rispecchia il travaglio amoroso del poeta e, in definitiva, di tutti coloro che "intendano amore." (6) Tenuto conto dell'autocelebrata imitatio di Bembo nei confronti del modello petrarchesco, non puo di certo sorprendere l'esistenza di una palese similarita tra i due canzonieri anche per cio che concerne la rappresentazione degli attributi metaforico-simbolici conferiti al cervo dai due poeti in relazione alla loro parabola amorosa.
   Et qual cervo ferito di saetta,
   col ferro avelenato dentr'al fianco,
   fugge, et piu duolsi quanto piu s'affretta,
   tal io, con quello stral dal lato manco,
   che mi consuma, et parte mi diletta,
   di duol mi struggo, et di fuggir mi stanco. (Canzoniere 751)


sebbene parzialmente dissimile in termini metrici (cambiano le rime) e in termini temporali (la sofferenza del poeta toscano non e una condizione d'antan ma, al contrario, e ben ancorata al tempo presente), il sonetto bembiano risulta quasi sovrapponibile alla similitudine petrarchesca del cervo riscontrabile nelle due terzine del sonetto 209, evidenziando non solo un gia ampiamente noto rapporto di filiazione tra i due componimenti lirici in termini formali e stilistici, ma altresi uno stretto legame di corrispondenza per cio che concerne l'impiego del vasto e variegato repertorio simbolico relativo al mondo animale.

Cosi come il discorso medievale riguardo alla figura del cervo si rivela inseparabile dal suo contesto naturale, ovvero la caccia, anche Bembo, ricalcando molti suoi predecessori, utilizza lo stesso pattern dell'arte venatoria al fine di esaltare la natura indifesa dell'uomo sedotto cosi come l'intrinseca vulnerabilita sentimentale del poeta. E interessante notare che, contrariamente ad altre simbologie animali riprese da Bembo dalla tradizione del classicismo greco, la rappresentazione del cervo assume contorni dissimili agli attributi metaforici generalmente conferiti dagli antichi greci all'animale: spesso considerato spregevole e pusillanime, l'animale sembra infatti "smarcarsi" dalla raffigurazione della straziante, ma pur sempre nobile, guerra d'amore che il poeta si trovo a combattere in giovane eta. (7) Spogliato da ogni velo di vergogna e pentimento, l'exemplum amoroso composto dal poeta veneziano per i dotti lettori rinascimentali ben riflette, per contro, la parvenza di nobilta che la figura dell'animale progressivamente inizio ad acquisire nel basso Medioevo, soprattutto a partire dal xii secolo. Divenuta simbolo per eccellenza della caccia reale, l'immagine del cervus venne presto valorizzata anche dal clero medievale, il quale non tardo a erigere l'animale a emblema di selvaggina aristocratica. Fu infatti proprio la leggiadra immagine simbolica dell'animale che permise di dare alla caccia del cervo una forte dimensione cristiana; "le saint est toujours l'antithese du chasseur dans le recits medievaux. Toutefois, avec le cerf, le chasseur peut devenir saint" (Pastoureau 39). E inoltre interessante osservare che i Padri della Chiesa, riprendendo in chiave cristiana numerose tradizioni celtiche e germaniche che vedevano nel ritratto solare del cervo una figura mediatrice tra cielo e terra, concorsero significativamente al processo di rivalutazione dell'immagine medievale dell'animale. Pur non perdendo la sua atavica fragilita--i sonetti bembiani e petrarcheschi ne sono una lampante testimonianza ... esso, spogliato da tutti i connotati negativi del passato, inizio cosi ad assumere la raffigurazione della humana Christi natura, diventando protagonista di innumerevoli leggende agiografiche e letterarie (Cohen 144). Ora d'oro, ora bianco, il cervo, spesso rappresentato alato, s'inserisce quindi nell'immaginario medievale in qualita di simbolo del buon cristiano e come sostituto di Cristo, al pari dell'unicorno e dell'agnello. La trasformazione dell'animale in una creatura cristologica ebbe naturalmente un impatto considerevole sulla produzione letteraria e artistica tardomedievale e umanistica: dal celebre sonetto Per una candida cerva (Canzoniere 685) di Petrarca all'anonimo Ovide Moralise d'inizio Trecento passando per i numerosi dipinti quattrocenteschi raffiguranti i Trionfi del poeta toscano, gli esempi di opere che ricalcano la tradizionale simbologia medievale del cervo, seppur con toni e intenti poetici e letterari talvolta dissimili, sono molteplici. (8) Lo stesso Canzoniere bembiano ben palesa una manifesta continuita tra la stagione letteraria umanistico-rinascimentale e la tradizione della simbologia zoologica del Medio Evo; cosi come per numerosi altri suoi illustri contemporanei (e concittadini (9)), non furono infatti rari i casi in cui il poeta veneziano ricorse al vasto ed eterogeneo reservoir di attributi teologico-simbolici del mondo animale medievale. Come e possibile osservare, per esempio, nelle allegorie pittoriche di Bellini (in particolar modo sullo sfondo dell'opera Allegoria Sacra) e nella Meditazione sulla passione di Carpaccio, anche in Bembo il variegato simbolismo medievale del cervo--sebbene meno rigido nel suo carattere talvolta manicheo (il Bene vs il Male, il Bestiario di Dio vs il Bestiario di Satana)--non venne abbandonato ma bensi "ricucito" con altre modalita su un abito piU consono al lirismo amoroso del Cinquecento. A questo riguardo, al parallelismo tra cervo e poeta--evidenziato a chiare lettere dalla similitudine uomo-animale su cui si fonda tutto il terzo sonetto--se ne aggiunge un secondo relativo all'accostamento allegorico di due generi di sacrifici distinti: quello religioso, a cui il cervo viene tradizionalmente accostato dalla simbologia animale medievale, e quello amoroso, al quale il poeta non riesce, suo malgrado, a sottrarsi. Se si considera, inoltre, che la morte rituale dell'animale veniva sovente accostata alla Passione di Cristo, allora il ricorso alla simbologia animale medievale da parte del poeta assume contorni ancora piU espliciti. (10) La trasposizione del significato allegorico-religioso del cervo nel sonetto di Bembo perviene cosi a rafforzare, pur non alterando il significato indubbiamente piU profano del suo lirismo, il proverbiale connubio servus-cervus, conferendo, in chiave quasi didascalica, ai "lettori accorti" (11) l'immagine di se stesso nelle vesti di servo del Desiderio e vittima d'Amore. (12)

Tra gli svariati animali inseriti da Bembo nelle Rime, uno di quelli che sembra presentare il maggior interesse, oltre alla vulnerabile immagine del cervo, e sicuramente costituito dalla figura mesta e solitaria dell'augello, in quanto, oltre a evidenziare un sofisticato uso strumentale del simbolismo zoologico a fini poetici, ben riflette "il passaggio da un petrarchismo quattrocentesco e cortigiano a un gusto pienamente bembiano" (Carrai 101). L'interesse della disamina dell'immagine del volatile in seno alle Rime deriva proprio dalle modalita con cui il poeta veneziano, attraverso diverse rielaborazioni, perviene ad adattare l'immagine dell'augello alle sue necessita compositive. Soggetto a numerose trasformazioni, l'augello bembiano e inoltre l'unico animale che, nell'arco dei 165 componimenti dell'opera, subisce in modo cosi marcato, come vedremo, gli effetti delle esigenze poetiche dell'autore.

Un primo elemento che va sottolineato, al fine di meglio comprendere il processo di trasformazione a cui l'augello bembiano e sottoposto, riguarda l'impiego, da parte del poeta, dell'immagine simbolica dell'uccellino sin dalla sua prima opera in volgare, ossia Gli Asolani. Come ci ricorda Carrai, e infatti proprio nei discorsi filosofici sul senso dell'amore che Bembo sviluppa per la prima volta il tema del confronto tra il volatile e l'innamorato:
   Solingo augello, se piangendo vai
   La tua perduta dolce compagnia,
   meco ne ven, che piango ancho la mia:
   inseme potren far i nostri lai.
   Ma tu la tua forse hoggi troverrai;
   io la mia quando? et tu pur tuttavia
   ti stai nel verde; i'fuggo ove che sia
   chi mi conforte ad altro ch'a trar guai. (54)


Le prime due quartine del sonetto, oltre a ricalcare l'incipit petrarchesco del sonetto 353, riproducono, attraverso l'elaborazione di una mesta e malinconica similitudine con l'uccellino, l'infelice condizione di irreversibile solitudine del poeta, il quale pero, contrariamente al suo partner in sadness, appare amaramente destinato, da quanto si evince dal testo, ad una perenne lontananza dall'amata. (13) Solinga e piangente, la figura del volatile s'inserisce quindi alla perfezione in quel mosaico poetico di patimento e sofferenza interiore, di chiara ispirazione petrarchesca, che contraddistingue tutto il Canzoniere bembiano. E interessante rilevare, tuttavia, che una mera giustapposizione del sonetto bembiano sul sonetto-paradigma di Petrarca sarebbe errata e conferirebbe un carattere approssimativo alla disamina del componimento poetico. In questo frangente, infatti, l'ipotesto petrarchesco opera nell'ambito di una similitudine ornitologica che, osserva Carrai, "di per se ha ben poco di petrarchesco" (103). Esaminando il brano prosastico che ne Gli Asolani anticipa la parte in versi, e difatti possibile constatare che Bembo, piuttosto che a un usignolo, si riferisse ad un altro tipo di uccello, ovvero una tortora maschio.

Percio che errando heri in questa hora del giorno, involatomi da costoro, solo per queste piagge fuor di strada et venendomi un soletario tortorin veduto, che a me, quasi pieno di doglia, parea venire, in cotal guisa lachrimando le parlai. (53)

Anche in questo contesto, il significato simbolico dell'animale viene cosi ricondotto ed esaminato alla luce della tradizionale similitudine poetica con la condizione vedovile della tortora che, come ben ci illustra Francesco Maspero nel suo Bestiario medievale, affonda le sue radici in una variegata tradizione letteraria medievale. Dal Physiologus latino sino a L'Acerba di Cecco d'Ascoli, nel basso Medioevo gli esempi in cui si accenna alla condizione vedovile dell'uccello sono innumerevoli e percorrono le varie produzioni letterarie attraverso i secoli. (14) Senza inoltre dimenticare che, "la leggenda della tortora, maschio o femmina, che si lamenta per la morte della compagna o del compagno," osserva Carrai, "era assai diffusa nella poesia umanistica, e in poeti che per Bembo contarono parecchio" (103). Dal Rusticus di Poliziano ("dum gemit erepta viduatus compare turtur") agli Iambici di Augurelli ("Inseparato compari gemit turtur") passando per l'Alcon di Castiglione ("Aut qualis socia viduatus compare turtur") e la Carmina di Flaminio ("Sic flet turtur, acuta cui tenellum / Comparem abstulit aucupis sagitta"), l'utilizzo della figura del volatile-vedovo(a) nella produzione poetica umanistica era sicuramente estesa, il che contribui ulteriormente a rinforzare il parallelismo tra la condizione di mesta solitudine e l'immagine della tortora (103).

E quindi da questo humus letterario che il componimento bembiano, se analizzato attraverso il prisma del simbolismo ornitologico, affonda le sue radici. Non va inoltre omesso che i sonetti incentrati sul tema dell'augello erano particolarmente presenti anche presso la lirica cortigiana, la quale, rievocando spesso l'afflizione d'amore e la similitudine tra l'introverso dolore del poeta e la condizione vedovile dell'uccellino, riproponeva cosi il binomio tortora-solitudine. Se i componimenti di Serafino Aquilano si limitavano a menzionare un generico "ucellino," il sonetto 545 di Tebaldeo, per contro, ben illustra il dolente trait d'union tra la turtur e il poeta: "qual trista e sconsolata tortorella / che dal consorte suo se discompagna, / per boschi, selve e per ogni campagna, / vo piangendo mia sorte iniqua e fella" (Rime 645). (15) Singolare, infine, e la scelta di Bembo di adoperare una duplice trasformazione sul sonetto asolano, inserendo nella prima edizione de Le Rime (1530) un componimento poetico dissimile da quello originario (sonetto 51) sia nella forma metrica sia nel tipo di paragone ornitologico impiegato:
   O rossigniuol, che 'n queste verdi fronde
   Sovra 'l fugace rio fermar ti suoli,
   e forse a qualche noia ora t'involi,
   dolce cantando al suon de le roche onde,
   alterna teco in note alte e profonde
   la tua compagna e par che ti consoli: (140-41)


Parallelamente alla mutazione del sonetto in stanza di canzone (componimento 59), si assiste quindi alla rimozione del termine "augello" in favore del meno dolente e malinconico "rossigniuol," conferendo cosi alla prima stanza del componimento un tono meno legato alla mestizia della tortora. Come osserva lo stesso Carrai, "la variante ornitologica fu resa possibile anche dal fatto che Bembo, in procinto di ripubblicare Gli Asolani, decise di estromettere dal libro l'episodio della tortora--paradigma della tristezza--compreso il testo della canzone" (108). Giacche il poeta include nel proprio Canzoniere sia la canzone rielaborata sia il sonetto originario, la scelta di cambiare nasce anche, come suggeriscono alcuni critici, dall'impellente necessita di variatio (16) Diventando "rossigniuol," il "solingo augello" (v. 1) del sonetto 51 e della canzone 189 consente cosi al componimento poetico bembiano di meglio conformarsi, a dispetto delle dissomiglianze iniziali, ai canoni della simbologia volatile petrarchesca, riecheggiando cosi alla perfe zione il sonetto 10 del Rerum vulgarium fragmenta ("e 'l rosignuol che dolcemente all'ombra / tutte le notti si lamenta et piagne," vv. 10-11) e, soprattutto, l'incipit del sonetto 311 ("Quel rosignuol che si soave piagne / forse suoi figli o sua cara consorte," vv. 1-2).

E quindi possibile affermare che la sostanziale trasformazione dell'augello ben illustra le diverse modalita con cui Bembo rielabora l'immagine poetica dell'uccellino nel corso negli anni, pervenendo ad adattare la sua funzione simbolica a seconda delle sue necessita espressive e poetiche. Come gia anticipato in precedenza, l'augello bembiano costituisce l'unico animale che subisce un tale trattamento in seno al Canzoniere; rielaborando l'uso dell'immagine della tortora-rossignolo, i componimenti soprindicati offrono pertanto un interessante esempio di come il poeta veneziano, pur restando fedelmente "agganciato" al modello petrarchesco, non esito ad usare anche immagini che petrarchesche non erano.

Come si e potuto constatare in occasione della disamina dell'uso bembiano dell'immagine del cervo, anche l'impiego simbolico del "solingo augello" e, in definitiva, strumentale nell'evidenziare l'intimo e profondo intreccio che lega la figura del poeta ai destini della donna venerata. (17) Che si tratti di una ricorrente ma mai banale immagine di ineluttabile fragilita come nel caso del cervo o semplicemente di una malinconica proiezione di solitudine derivante dalla figura del volatile, gli esempi di simbolismo animale analizzati nel presente saggio ben palesano come Bembo, attingendo da una vasta tradizione letteraria, pervenga magistralmente, sebbene non necessariamente in maniera innovativa, ad incuneare l'eterogeneo armamentario della simbologia zoologica dentro i rigidi schemi della sua lirica amorosa. Strumentale ad una migliore rappresentazione dello stato d'animo dell'Io-lirico, il simbolismo attribuito agli animali diviene quindi uno straordinario device poetico che consente all'autore di variegare la profonda e complessa espressione del proprio desiderio e delle proprie sofferenze interiori. Gli animali, in Bembo, sono quindi da intendersi essenzialmente come immagini, allegorie, simboli utili al suo costante sforzo poetico di esprimere una poesia che rispecchi l'indispensabile equilibrio, da lui stesso enunciato, tra gravitas e leggiadria e che, nel contempo, permetta al lettore di accedere al significato introspettivo dei suoi versi. Come osserva Santangelo nel saggio Il petrarchismo del Bembo e di altri poeti del '500:

Per il Bembo la poesia e incontro della tradizione letteraria con le nuove condizioni di umanita e di cultura: il poeta organizza il suo mondo sul piano della tradizione letteraria, che ha una sua storia, senza che gli sia negato di rielaborarla secondo le istanze della sua nuova spiritualita e le sue nuove aspirazioni di artista. (57)

Questo discorso, come abbiamo visto, e indubbiamente riscontrabile anche per cio che concerne l'impiego della simbologia zoologica in poesia. Sebbene fortemente filtrato dall'ipotesto petrarchesco, il simbolismo animale di Bembo non esita, il caso dell'augello ne e un esempio, a "pescare" (per rimanere in ambito zoologico) tra la poesia cortese del Quattrocento. Inseriti nel locus amoenus della Natura, gli animali bembiani non sembrano interessanti in quanto tali, ma acquisiscono significato simbolico se posti in relazione agli scopi espressivi del poeta. Come osserva Helene Nais in Les animaux dans la poesie frangaise de la Renaissance, "la notion d'intermediaire est essentiellement poetique et la est l'origine [...] de la grande fortune des animaux en poesie" (2). Ed e proprio in questa ottica che essi vanno inseriti nell'introspettivo e sofisticato mosaico poetico della lirica amorosa bembiana.

THE UNIVERSTIY OF CHICAGO

WORKS CITED

Arnaudo, Marco. "Il bestiario di Macchiavelli, tra emblematica e naturalismo." Italica 80.3 (2003): 313-32.

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--. Le Rime. Ed. Andra Donnini. Vol. 1. Roma: Salerno Editrice, 2008.

--. Prose e Rime. Ed. Carlo Dionisotti. Torino: Unione Tipografico, 1960.

Bembo, Pietro, and Maria Savorgnan. Carteggio d'amore (1500-1501). Ed. Carlo Dionisotti. Firenze: Le Monnier, 1950.

Carrai, Stefano. L'usignolo di Bembo. Roma: Carocci, 2006.

Cecco d'Ascoli. L'Acerba. Ed. Marco Albertazzi. Lavis: La Finestra, 2002.

Cohen, Simona. Animals as Disguised Symbols in Renaissance Art. Leiden: Leiden U, 2008.

Granata, Aldo. Maspero, Francesco. Bestiario medievale. Casale Monferrato: Piemme, 1999.

Nais, Helen. Les animaux dans la poesie frangaise de la Renaissance. Paris: Didier, 1961.

Ovide Moralise. Ed. Cornelis de Boer. Amsterdam: North-Holland, 1954.

Pastoureau, Michel, and Gaston Suchaux Duchet. Le bestiaire medieval. Paris: Le Leopard d'or, 2002.

Petrarca, Francesco. Canzoniere. Ed. Paola Vecchi Galli. Milano: BUR, 2012.

--. I trionfi. Torino: Unione tipografico, 1923.

Physiologus. Trans. Michael Curley. Austin: U of Texas P, 1979.

Rossi, Antonio. Serafino Aquilano e la poesia cortigiana. Brescia: Morcelliana, 1980.

Santangelo, Giorgio. Il petrarchismo del Bembo e di altri poeti del '500. Roma-Palermo: IECE, 1967.

Tebaldeo, Antonio. Rime. ed. Tania Basile. Vol. 2. Ferrara: Panini, 1992.

Trissino, Giovan Giorgio. Rime. Ed. Amedeo Quondam. Verona: Pozza, 1981.

Virgilio. Eneide. Ed. Ettore Paratore. Milano: Mondadori, 1989.

(1) Il numero di componimenti si riferisce alla terza edizione del Canzoniere, uscita postuma nel 1548 e comprendente 147 sonetti, 7 canzoni, 5 ballate, 3 madrigali, una sestina, un capitolo e uno strabotto. I componimenti della prima stampa (1530) ammontano a 114 mentre quelli della seconda (1535) sono 138.

(2) Gli animali presenti nelle Rime sono essenzialmente una decina: dalle tigri, gli orsi, i cavalli, i cervi e il lupo (o veltro) alle farfalla, i pesci, i cigni e le pecorella, passando per la mitica fenice e differenti varieta di uccelli (il rossignolo, la tortora e la rondine in primis), il Canzoniere e largamente "contaminato" dal simbolismo animale. La scelta di concentrarsi sui due animali soprindicati si giustifica soprattutto per il fatto che essi, al contrario di altri animali (alludo, per esempio, ai cavalli nel sonetto 130), vengono posti dal poeta direttamente in relazione all'amata e/o a se stesso, facilitando cosi l'analisi dei loro attributi metaforici.

(3) Come osserva Marco Arnaudo, "nella poesia volgare la presenza di schemi tipici del bestiario [...] si puo far risalire direttamente alle fonti della nostra letteratura tramite i siciliani Giacomo da Lentini e Stefano Protonotaro" (98).

(4) Secondo Donnini, la composizione del componimento "deve essere anteriore alla partenza di Bembo per Messina, del maggio 1492" (12).

(5) Riferendosi al cervo come illustrans per l'amante che piu scappa piu ama, sia Donnini (12) che Paola Vecchi Galli (751) citano l'esempio di Didone (quarto libro dell' Eneide).

(6) L'espressione e ripresa dal sonetto proemiale del Canzoniere petrarchesco ("chi per prova intenda amore" 95).

(7) "Chez les Grecs et plus encore chez les Romains, la chasse au cerf est en effet delaissee ou meprisee. L'animal passe pour faible, peureux et lache: il fuit devant les chiens, avant de renoncer et de se laisser tuer. A son image, on qualifie de cervi (cerfs) les soldats sans courage qui fuient devant l'ennemi" (Le bestiaire medieval 39).

(8) Nell'Ovide Moralise, il cervo viene rappresentato nei seguenti termini: "Ore est drois que je vous devise / Que le cers privez signifie. Le filz a la Vierge Marie, / C'est li filz Dieu meismement, Qui vint pour nostre sauvement" (Ovide moralise 80).

(9) Vale la pena citare, a titolo d'esempio, il caso di Macchiavelli, ben analizzato da Marco Arnaudo nel saggio Il bestiario di Macchiavelli, tra emblematica e naturalismo. Ricordiamo inoltre che sia Giovanni Bellini che Vittore Carpaccio erano pittori veneziani.

(10) "In the sixteenth century," osserva Simona Cohen, "emblem books and emblematic art continued to associate the Stag with Christ as the conqueror of Evil" (144).

(11) Gli "amanti accorti," ai quali i versi del poeta sono rivolti, vengono menzionati al nono verso del sonetto proemiale del canzoniere (Rime 7).

(12) Sebbene intimamente legata alla simbologia del cervo, il tema della caccia non coinvolge unicamente la figura dell'animale alpino. Anche la figura della tigre, infatti, viene utilizzata da Bembo al fine di meglio esplicitare il suo "inseguimento amoroso." Non menzionata dal Fisiologo e tradizionalmente associata dalla mitologia greca al dio titanico Dioniso, la figura della tigre viene citata nel canzoniere in quattro componimenti (nei sonetti CIV, CXVII e LXXII cosi come nella canzone XXXVIII). Oltre all'impiego dell'immagine della tigre per simboleggiare l'inseguimento dell'amata (CIV), l'animale viene altresi utilizzato per affrontare il tema dell'affetto materno (LXXII).

(13) In Petrarca, l'incipit del sonetto 353 e molto simile: "Vago augelletto che cantando vai, / over piangendo, il tuo tempo passato, / vedendoti la notte e 'l verno a lato / e 'l di dopo le spalle e i mesi gai" (Canzoniere 1147).

(14) Se Cecco d'Ascoli ne L'Acerba descrive la tortora come "per see sola / vedova di compagna" (libro III, capitolo XXIII), il Fisiologo riassume le caratteristiche dell'animale nel modo seguente: "she loves her mate very much and lives chastely and faithfully with him, such that, if the male happens to be captured by a hawk or fowler, she does not take another mate but, rather, longs for and awaits her lost one at every moment and endures thus in remembrance and longing for him until death" (libro XXVIII).

(15) "Vanne, ucellino, a quella mia nimica / Un fidel servo ch'in voi sola crede / Se 'l carcer ruppi, e fuor del mio costume / O mal guidato ocel disceso in terra / Io cerco solo amar la mia fenice" (Rossi 38).

(16) L'esigenza di varatio a cui Bembo sembrerebbe essersi sottoposto viene menzionata, tra gli altri, nelle edizioni critiche del Donnini (140) e Dionisotti (554).

(17) Il reticolo amoroso imbastito dal simbolismo zoologico dell'uccello viene ulteriormente messo in luce dalla corrispondenza giovanile tra il poeta veneto e Maria Savorgnan, destinataria, quest'ultima, come si evince dalla lettera 33 del carteggio, della canzone 59 del Canzoniere: "il vostro solingo augello, la qual canzone mi s'e incominciata a piacere, poi che io la veggo piacere a voi. State sana" (Carteggio d'amore 69).
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Author:Moslemani, Fadil
Publication:Romance Notes
Date:Sep 1, 2014
Words:4508
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