Printer Friendly

Il Berta e Milon e il Rolandin del codice Marciano XIII: un'analisi del testo e il problema della nascita di Rolando.

La tradizione del "peche de Charlemagne," secondo la quale Carlomagno avrebbe generato un figlio (Rolando / Orlando) tramite un rapporto incestuoso con la sorella, (1) affonda le proprie radici nella letteratura latina e volgare di Francia fin dal IX secolo (Cremonesi, "Berta e Milon" 21). (2) A dispetto delle allusioni, sia pur velate, a questa tradizione, che si scorgono nei testi composti in Italia a cavallo del Quattrocento, quali Li fatti di Spagna, La Spagna "maggiore" e La Spagna "minore," (3) essa viene recisamente sconfessata nel romanzo I Reali di Francia di Andrea da Barberino: "Carlo lo [scil. Orlando] amava tanto, che lo teneva per suo figliuolo adottivo, e sempre Carlo lo chiamava figliuolo il piu delle volte; e pero si disse volgarmente che Orlandino era figliuolo di Carlo; ma egli era figliuolo di buono amore, ma non di peccato originale" (6.70; corsivi nostri). In aperta confutazione all'antica tradizione francese, il testo di Andrea (e di altri successivi (4)) riprende, forse, la posizione sui natali di Orlando sostenuta in due poemi di un codice italiano anteriore, nei quali si racconta lo svolgimento degli eventi che condurranno alla nascita e dell'infanzia dell'eroe carolingio Rolando, tema per lo piu trascurato fino ad allora nella letteratura del tardo medioevo. I due episodi, contenuti nel famoso Cod. Marciano XIII (detto la Geste Francor (5)) e intitolati Berta e Milon e Rolandin, narrano degli amori fra la sorellastra di Carlo e l'amante di lei e delle sorti del loro figlio Rolando, ignorando del tutto la leggenda del peccato del re di Francia, in quanto si asserisce nel primo racconto che il "pece" con cui viene concepito Rolando e infatti l'amore illegittimo fra Berta e il nobile Milone; nel contempo, non si rileva mai in questa versione italiana alcun rapporto incestuoso fra Carlo e la sorellastra Berta. (6) La critica e per lo piu concorde sulla provenienza italiana della fonte originale degli amori fra Berta e Milone e dell'infanzia di Rolando, nonostante il fatto che la maggior parte degli altri poemi che costituiscono la Geste Francor abbia antecedenti francesi; e ancora da stabilirsi, pero, quali siano le origini specifiche della nuova versione italiana della progenie di Rolando, ossia quali siano i motivi per cui il filone italiano si discosta dall'antica tradizione francese, e pure se l'autore italiano fosse a conoscenza di essa quando compose i testi del ms. (7)

Il tema degli amori fra Berta e Milone e dell'infanzia di Rolando verra continuamente ripreso nella letteratura italiana ancora nel XVI secolo (e cio sara dovuto alla "fortuna di Andrea da Barberino" e al "successo di cui i suoi romanzi hanno goduto nel mondo del Quattro-Cinquecento" [Franceschetti 389] (8)), sempre accettando, tuttavia, la vulgata sui natali di Rolando stabilita dal Cod. Marciano XIII. Qui ci si chiede: e legittimo credere, come ritengono alcuni critici, che la comparsa in Italia di una storia alternativa a quella francese sia giustificata dal desiderio di scagionare l'imperatore da un peccato indicibile corne l'incesto? (9) Oppure dalla volonta di cancellare le tracce del torbido concepimento di Rolando, nuovo eroe per il pubblico borghese italiano e novello emblema del Cristianesimo? (10) O si deve piuttosto pensare--come sostengono altri--che l'autore o il pubblico italiano dell'epoca fossero sernplicemente ignari del peche? (11)

Allo scopo di dare risposta adeguata a tali quesiti, bisognera innanzitutto esaminare il Berta e Milon e il Rolandin nel contesto piu vasto del Cod. Marciano XIII. Secondo Antonio Viscardi, a caratterizzare le vicende narrate nella Geste Francor sarebbe "la storia famigliare" e "privata" dei Reali di Francia, e "non le grandi imprese carolingie, non le grandi guerre combattute in difesa della Fede e dell'Impero"; tuttavia, egli confessa di non saper giudicare le vicende di Bovo e di Uggieri, ammettendo che esse, invece, sembrano "un po' a se" rispetto agli altri racconti del codice (24). I nostri due poemi sono gli unici senza precedenti letterari fra gli otto che comprendono il manoscritto, (12) come gia accennato sopra; nondimeno, essi sembrano comparire in una specie di collezione di varie storie: leggendo tutti i componimenti come un testo unitario si ha l'impressione di scorgere un desiderio, sia pur embrionale, da parte dell'autore di comporre un lavoro completo, usufruendo di tradizioni gia esistenti al tempo della composizione dell'opera, piuttosto che di compilare un'antologia di leggende autonome e distaccate. (13)

Per contestualizzare nel codice i racconti degli affari di Bovo e di Uggieri--considerati dal Viscardi a parte rispetto alle vicende dei Reali--e per spiegare la loro inclusione in esso, e opportuno riportare qui le opposte argomentazioni sulla composizione del testo esposte da Carla Cremonesi nell'introduzione alla sua edizione di Berta da li pe grandi (1966) e in maggior misura nell'articolo "A proposito del Codice Marciano ff. XIII" (1969) e da Henning Krauss nel capitolo "La questione dell'unita del Codice Marciano ff. 13" in Epica feudale

(1980). Nel secondo racconto, ovvero il Berta da li pe grandi, a partire dalla nascita di Berta (la quale partorira Rolando nel Berta e Milon) e dei suoi fratelli generati da Pipino e dalla cosiddetta "falsa Berta" (quella, cioe, che si presenta a Pipino in luogo di un'altra Berta, figlia del re d'Ungheria, conosciuta come "Berta dai piedi grandi," e che costui crede di sposare) e dalla nascita di Carlo, figlio di Pipino e della "vera Berta" (in fuga allora dalla corte di quest'ultimo), i membri della stirpe traditrice Maganzese--cui appartiene la falsa Berta--vengono continuamente contrapposti al re di Francia e ai suoi famigliari, tema che rimarra costante poi per tutto il codice; pertanto, per quanto riguarda l'inclusione del primo poema, ovvero il Bovo d'Antona, sembra possibile che all'anonimo poeta sia convenuto introdurre in apertura il tradimento di Bovo da parte del Maganzese Dodo, e di presentare l'alleanza originale fra Pipino e lo stesso Dodo per anticipare lo svolgimento delle narrazioni successive, nelle quali i Maganzesi sono sempre pronti a tendere un agguato ai danni dei Reali. (14) A proposito dell'ultimo poema del manoscritto, il Macaire, Krauss asserisce anche che il suo inizio "si puo [...] comprendere adeguatamente solo se lo si interpreta come riferimento intenzionale all'antefatto," e conclude, "La corruzione [scil. di Pipino] fa parte del tradizionale armamentario tattico dei Maganzesi, il quale nel Bovo era stato descritto cosi esaurientemente, che si poteva farvi riferimento senza lunghi discorsi," giustificando, dunque, la scelta dell'autore di includere questi due testi fra gli altri del codice (208-09).

La posizione di Krauss diverge da quella esposta dalla Cremonesi in "A proposito," (15) contributo nel quale la filologa italiana si sforza di dimostrare che, malgrado le imprese sleali dei Maganzesi presentate in tutti i diversi episodi del codice marciano, il Bovo, la seconda parte dell'Ogier e forse anche il Macaire siano ampliamenti di una "primitiva compilazione" oppure, al limite, che siano stati aggiunti al "nucleo primitivo" ("A proposito" 755). La studiosa cita infine alcuni versi del Berta da li pe grandi che a suo avviso farebbero riferimento ad episodi successivi ("A proposito" 752-54), il che sembrerebbe condurre alle stesse conclusioni cul giungera Krauss, cioe che tutti gli episodi attingono l'uno all'altro in un componimento unitario e intrecciato; ella conclude, invece, che questi riferimenti devono certamente far "intendere che l'autore abbia in mente un disegno completo [...] che pero, per quel che si rileva da questi accenni, comprenderebbe Berta da li pe grandi, Karleto, Berta e Milon e Rolandin" ("A proposito" 754), ma non il Bovo, la seconda parte dell'Ogier e il Macaire. Cosi, la Cremonesi non riconosce ancora in questo studio i legami cui accennera Krauss che collegherebbero anche questi racconti, da lei considerati periferici, alla narrazione "nucleare" delle vicende dei Reali. D'altro canto, e la stessa studiosa a spiegare la presenza della prima parte dell'Ogier come elemento indispensabile al successivo incontro in Italia fra Carlo e Rolando, includendo quindi nel dibattito un legame che convaliderebbe maggiormente la teoria piu recente di Krauss: "come creare la presenza in Italia di Carlo," si chiede la Cremonesi, "e l'incontro [...] con Rolandin? Ecco le Enfances Ogier di Adenet con una impresa di Carlo in Italia, un'opera [...] che nel piano della compilazione rappresentava il punto di partenza delle vicende di questi personaggi reali [...] come diceva il Viscardi" ("A proposito" 754). Questa proposta, a nostro parere, sembra spiegare in modo piuttosto convincente l'inclusione di almeno la prima meta dell'Ogier--per quanto il Viscardi l'abbia giudicata "a se"--accanto al Berta e Milon e al Rolandin e alle altre vicende dei Reali; la Cremonesi pero--e bene ribadirlo--non intende estendere la sua teoria al di la dei limiti del primo racconto dell'Ogier nei suoi studi primitivi e ritiene la Chevalerie Ogier, ovvero la seconda parte dell'Ogier, un'aggiunta secondaria e non parte di una compilazione primaria. Krauss respinge l'argomentazione che anche la Chevalerie vi sarebbe stata semplicemente aggiunta come cantare ad opera di un amanuense piu tardo citando "l'introduzione di Rolando nella materia uggeriana, dove tradizionalmente per lui non c'era posto" come prova "irrefutabile che solo un compilatore consapevole, appoggiandosi sul precedente racconto della gioventu di Rolando [...] poteva compiere questa rottura con la tradizione" (208). Come accennato sopra riguardo al Macaire, Krauss individua in questo codice una struttura dipendente da riferimenti all'antefatto che richiede la sospensione di un tema a volte per stabilirne un altro, il quale a sua volta condurra alla risoluzione dell'originale.

La Cremonesi solleva ulteriori dubbi riguardo all'unicita del codice riferendosi alla confusione dei nomi di alcuni personaggi. In una nota a pie di pagina del suo articolo "A proposito" (dopo aver individuato in Berta da li pe grandi, Karleto, Berta e Milon e Rolandin le parti che l'autore avrebbe originariamente avuto in mente), la studiosa osserva che nei vv. 2109-12 ("De li rois avot tros filz, si cun dis l'autor: / Lanfroi e Land[r]ix, Berta fu la menor, / Qe mere fu Rolando, li nobel pugneor/E de Milon, si cun oldires anco[r]" (16)), "Berta sembra essere madre non solo di Rolando ma anche di Milone! Forse bisogna pensare ad una corruzione del testo" (754). Aldo Rosellini, senza giungere a tale conclusione, afferma semplicemente che "Milon e qui detto, erroneamente, figlio di Berta" (756; nota al v. 2113). Priva di una codificazione integrale, la lingua ibrida del manoscritto--il cosiddetto franco-veneto o franco-italiano--pone piu di un ostacolo ad un'interpretazione definitiva di questo passo e del testo in generale. Basti qui suggerire che questi versi possono rendersi in italiano moderno cosi: "Del re vi furono tre figli, cosi come disse l'autore: Lanfredi e Landrico, [e] Berta fu la minore, la quale lu madre di Rolando, il nobile combattente e [stirpe] di Milone, cosi come udirete ancora." Sarebbe necessaria un'analisi linguistica ancora piu esauriente per provare tutte le possibilita; (17) basti ricordare che nel francese antico e possibile esprimere possesso con il caso obliquo sia senza preposizione--soprattutto con nomi di persona o di parentela ("Qe mere fu Rolando")--sia con le preposizioni a e de; la costruzione che impiega quest'ultima, pero, si trova, secondo il linguista danese Michael Herslund, "specialement dans [...] l'axe de filiation," giacche "on ne trouve la preposition de que pour designer le rapport de descendance. On a donc fiz de, mais je n'ai pas trouve * pere de" (115). Si puo dunque postulare che in questo caso si tratti di due diverse costruzioni sintattiche del possesso ("Qe mere lu Rolando" e "li nobel pugneor / E de Milon") utilizzate per far riferimento a diversi possessori, e che la preposizione "de" sia qui modellata sul complemento di origine latino proprio per indicare discendenza. (18)

La nostra lettura e soltanto un'ipotesi e da sola non e sufficiente a correggere la portata delle affermazioni della Cremonesi; piu indicativa e, invece, la trappola interpretativa in cui la studiosa incappa nella spiegazione del ruolo di Belisant a sostegno dell'ipotesi dell'unicita del testo. Ella scrive, a proposito dei vv. 9083-84 ("Ne s'en percoit homo de mer ne, / Ne Belisant qe l'avoit en poeste"), che la vera Berta di Berta da li pe grandi "allevera insieme col figlio legittimo Carlo i tre figli della traditrice, Landrico, Lanfredi e Berta, che dovra essere la madre di Rolando. Ma in Berta e Milon quest'ultima e stata allevata da Belisant, che era la regina d'Ungheria madre di Berta sposa di Pipino" ("A proposito" 754). Leslie Zarker Morgan traduce questi versi in inglese cosi: "No man born of woman noticed it, not even Belisant who had Berta in her keeping." (19) La Cremonesi scrive ancora piu avanti che "in Berta e Milon nominando Belisant si dice solo che aveva allevato Berta, ma mai appare come la madre di Carlo" ("A proposito" 755). A nostro avviso, si ha ragione di intendere, con la Morgan, l'espressione "l'avoit en poeste" con il suo senso piu letterale, e non con l' "allevo" della studiosa italiana. La Cremonesi adduce altri tre versi concernenti la questione del rapporto fra la Belisant del Berta e Milon e Carlo ("A proposito" 754), nessuno dei quali conferma la supposizione che la prima sia la madre di quest'ultimo: "E se par nul ren s'en percoit Belisant, / A l'inperer le dira mantenant" (9125-26); "Belisant oit queri e demande / Se de quela colse james s'en fose ade" (9229-30); "Et avec lui estoit Belisant" (9257). In tutte e tre queste situazioni, infatti, Carlo appare dotato di un'autorita tipica piu di un rapporto marito-moglie, piuttosto che di uno figlio-madre, sia pure egli imperatore; per questo motivo, Belisant risponde alla domanda rivoltale da Carlo nella seconda citazione in maniera piuttosto timida, come se ella gli fosse proprio subordinata: "'No, por ma lialte, / Jamais cun le no.1 vi a la cele'" (9231-32). La Cremonesi tornera su quest'argomentazione nell'edizione critica di Berta e Milon e Rolandin nel 1973, questa volta rivolgendosi a un verso anteriore: nel riassunto della narrazione, scrive che "Berta era molto amata dalla regina" (9), certo riferendosi ai vv. 9068-69: "E la raine c'oit fresco li color, / Amoit Berte por fe e pot amor." Nelle note alla premessa dell'edizione, la studiosa osserva: "Ne qui, ne piu oltre, l'autore dice chi sia la regina, se la madre o la moglie di Carlo. Dovremmo presumere sia la madre quella Berta, che allevo con amore la piccola Berta figlia di Pipino e della 'serva' traditrice" (9). E ripete piu avanti: "E proprio [...] per evitare equivoci che nello stesso Marciano XIII la regina appare con nomi diversi: Berta, in Berta da li pe grandi, Belisant in Berta e Milon" (22). A noi sembra chiaro il contrario: la stessa Cremonesi ammette che "Con questo nome [scil. Belisant] e indicata in qualche tradizione leggendaria la moglie di Carlomagno" (Berta e Milon 9). (20) La prima cosa che si deve presumere, sembrerebbe, e che Belisant sia anche la moglie di Carlo: il Karleto, episodio che precede il Berta e Milon, e incentrato sulla promessa da parte di Carlo di sposare la figlia del re Galafrio di Saragozza, "Sa fia Belisant" (5986), a condizione che ella si battezzi, e sulla guerra che da tali promesse si scatena. (21)

Le soluzioni proposte dalla Cremonesi--sia in "A proposito" del 1969 che nell'edizione critica di Berta e Milon. Rolandin del 1973--riguardanti la confusione dei nomi e degli eventi della narrazione sostengono la tesi gia respinta da Krauss che l'inclusione di quei poemi apparentemente scollegati dagli altri, come discusso sopra, sia avvenuta per mano di un copista che abbia semplicemente accorpato vari testi di origini diverse. (22) Bisogna esaminare, pero, la ragione per la quale il presunto autore (del codice intero) sembri aver introdotto nella letteratura cavalleresca il filone delle storie degli amori di Berta e Milone e dell'infanzia di Rolando. (23) I medievalisti belgi Rita Lejeune e Jacques Stiennon, in un'opera fondamentale sull'iconografia medievale della leggenda di Carlomagno, rintracciano un'eventuale fonte dei poemi, non nella letteratura dell'epoca, bensi nella facciata della cattedrale a Borgo San Donnino, l'attuale Fidenza.

Il grande storico dell'arte Emile Male, dopo Joseph Bedier, constata che l'arte e la letteratura francesi entrarono in Italia "par les grandes routes de pelerins," e che la rappresentazione di uno di tali gruppi, ritornati i pellegrini in corteo "sans doute de Rome, laves de leurs peches," sembra apparire in un bassorilievo sulla torre meridionale della cattedrale a Fidenza (272-73). Geza de Francovich mette in dubbio, pero, che il processo sia veramente "un cortege de pelerins" e respinge la tesi del Male secondo cui sull'altra parte della torre si pub vedere "un homme portant une hache sur son epaule [...] suivi d'un enfant," il quale potrebbe essere "Roland enfant marchant dans la foret aux cotes de Milon, son pere, devenu bucheron" (Male 273). Il Francovich asserisce invece che si tratta di un "pellegrinaggio di un nobile personaggio, accompagnato dal suo seguito di servi a piedi e di armati a cavallo che aprono e chiudono il gruppo" (336). La Lejeune e Stiennon ricapitolano le scoperte del Francovich, convenendone che il corteo e probabilmente quello trionfale di Carlomagno, "sur le chemin du retour en France, quand il emmene avec lui son cher neveu Roland" (157), e riferendosi all'affermazione di Adolfo Venturi, secondo il quale sarebbe rappresentato nel fregio della torre "un imperatore con lo scettro che cavalca, preceduto da cavalieri, da un palafreniere, da uomini con bisacce e sporte" (328). Gli studiosi belgi concludono anche che la scena, datandosi al periodo in cul il codice e stato confezionato, possa altresi esser servita da fonte della storia di Berta, Milone e Rolando, riferendosi alla "proliferation de nombreux themes iconographiques relatifs a Roland" all'epoca e soprattutto all' "existence d'oevres d'art qui font allusion au mystere entourant sa naissance" come prove del desiderio da parte di alcuni di stabilire la storia degli amori di Berta e Milone come la versione ufficiale della nascita di Rolando, piuttosto che lasciar avallare l'ipotesi che egli sia stato concepito da un incesto (154-55). (24)

Tornando al nostro testo, il dibattito sulla datazione del manoscritto pub fornire alcuni spunti di ipotesi intorno alla fonte del racconto di Berta e Milone e di Rolando: la Lejeune e Stiennon non hanno nessun dubbio che l'edificazione della cattedrale a Fidenza risalga alla fine del XII secolo o al principio del XIII, e deducono che anche l'originale del testo sia databile allo stesso periodo, nonostante il codice sia stato prodotto nel XIII. (25) La Cremonesi, pero, dopo una prima osservazione che, a suo avviso, avrebbe spostato la data di composizione almeno alla fine del XIII secolo per via di un'epistola di Lovato de' Lovati, in cul l'umanista padovano riferisce di aver sentito un cantore narrare la materia del manoscritto veneziano (Berta da li pe 35-37), (26) individua nel testo degli echi danteschi che porterebbero a concludere che il compilatore abbia avuto sotto gli occhi un manoscritto della Divina Commedia, collocando il terminus post quem della compilazione al primo decennio del Trecento ("A proposito" 749-50). (27) Rosellini rigetta la maggior parte delle testimonianze addotte dalla Cremonesi, obiettando che "i versi di 'ispirazione' dantesca"--ma non le vicende di Bovo e di Ogier--"possono benissimo essere considerati interpolati. Interpolazione dovuta all'amanuense cui dobbiamo la copia che ci e pervenuta; copia che con ogni probabilita e da datarsi intorno alla prima meta del XIV secolo," fermo restando che "il ms. che possediamo e una copia e non l'originale" (23). (28)

Krauss ritiene che l'autore della Geste Francor agisca in funzione di critico, mettendo in evidenza che nel Macaire, l'ultimo poema, "il sistema feudale si mostra definitivamente incapace di addomesticare gli elementi autodistruttivi" (215), nonche la smitizzazione di Carlo, "vertice della piramide feudale," il cui carattere viene "sempre piu demolito" in una progressione di azioni via via meno idonee ad un imperatore ideale (211). E da queste considerazioni che lo studioso trae la conclusione che l'autore del codice non potesse conoscere la tradizione del peccato di Carlomagno che avrebbe senz'altro sfruttato al massimo nella sua raffigurazione negativa dell'imperatore (131-32). Krauss crede che la Geste Francor si sforzi di sostenere l'emergente civilta borghese italiana, opponendola alla decadente "gerarchia feudale," e che tale impegno avrebbe potuto sfruttare la tradizione antica del peccato, tema probabilmente inventato e originariamente disperso in consimili ambienti antiimperiali.

Qui si ritiene che la Geste Francor ritragga un fatiscente mito di Carlomagno e si concorda con l'analisi di Krauss rispetto al fine dell'autore di mettere in cattiva luce la figura dell'imperatore, sottolineando invece l'ascendenza di altri personaggi, quali Berta, Milone, Rolando, Oliviero, Uggieri, ecc., dal momento che le vicende di tali personaggi rispecchiano la coscienza "protocapitalista" che circolava in certi ambienti culturali dell'Italia settentrionale all'epoca. Ma non si puo neppure negare che tale civilta nascente abbia cercato di approfittare dall'esistenza di un eroe quale Rolando, emblema in gran parte degli ideali della nuova societa, la cui versione della nascita italiana viene per la prima volta introdotta nella nostra storia. Krauss rileva anche che la natura del rapporto tradizionale fra Oliviero e Rolandino cambiera nella Geste Francor, nella quale il personaggio di Oliviero si indebolisce mentre quello di Rolando assume l'identita di guerriero sia prode che saggio, anche se tradizionalmente le due figure sono concepite come complementari: l'uno dotato solo di saggezza, l'altro soltanto di coraggio (140).

La nascita e l'infanzia di Rolando nel Berta e Milon e nel Rolandin sono volutamente raffrontate a quelle di Gesu; l'autore, infatti, fa piu volte diretti confronti frai due, e il tema sottostante i racconti, se si accetta l'argomentazione di Krauss secondo cui nel Rolandin "l'accenno alle future imprese di Rolando [...] vuol essere inteso anche come critica agli errori di Carlo," e che Rolando diverra "falcon e guja ert de la Crestente" (Krauss 141). (29)

E dunque chiaro come il compilatore conduceva i suoi lettori all'immagine di un eroe a loro piu familiare, il quale, sebbene nato da umili origini, possiede e mette in mostra, come Gesu, tutti i valori derivati dalla sua poverta e dalla sua sapienza innate. Lo stesso Krauss accenna al duplice scopo delle rappresentazioni di Rolando: "innalzano Rolando e avvicinano Cristo agli uomini, proprio perche diventa paragonabile a un uomo: un uomo che, se da un lato e un eroe epico fuori dell'ordinario, dall'altro e anche, per la sua poverta, una figura di identificazione per i poveri" (138). Come osservato sopra, la fortuna della leggenda di Rolando ricoprira un ruolo fondamentale nell'immaginario del pubblico italiano proprio per i suoi legami allo straordinario, cioe a Gesu. (30)

Se non era fuori dal comune, dunque, che un eroe della letteratura nascesse da una famiglia povera e in circostanze poco chiare, e nondimeno vero che il salvatore del Cristianesimo per il pubblico borghese, cioe la figura tramite cui esso si identifichera con il Signore, non deve discendere da un'unione mitica o contro natura, ovvero non puo affondare le sue radici in un peccato di tale entita quale l'incesto. Al contrario di alcune tradizioni antiche e medioevali in cui, secondo Joseph J. Duggan, "bastantes heroes [...] eran fruto de uniones incestuosas," e nelle quali il peccato di Carlomagno rappresentava "una explicacion mitica de los extraordinarios poderes de Roland" (63), nella nostra storia, e forse in tutta la tradizione letteraria italiana, si puo postulare che si tratti di un Rolando piu umano, senza cioe alcun diritto proprio divino al superumano o allo straordinario. E per questo motivo che piu volte, nella letteratura italiana posteriore al nostro testo, la questione dei natali di Rolando si manifestera e si risolvera seguendo sempre la stessa formula per quanto riguarda la sua nascita, cioe quella inventata e stabilita presso una societa tutta italiana che emergeva all'epoca della stesura della Geste Francor, dando luogo, quindi, alla nuova prospettiva di un sovrano di diritto divino, e di un eroe di carattere completamente umano.

York University

Opere citate

Barini, Giorgio. Cantari cavallereschi dei secoli XV e XVI. Bologna: Romagnoli dall'Acqua, 1905.

Bedier, Joseph. Les legendes epiques: Recherches sur la formation des Chansons de Geste. 3a ed. Vol. 2. Parigi: Librairie Ancienne Honore Champion, Editeur, 1926.

Bos, Alphonse, e Gaston Paris. Introduzione a Guillaume de Berneville. La Vie de saint Gilles. Parigi: Librairie de Firmin Didot et Cie, 1881.

Braghirolli, Walter, Paul Meyer e Gaston Paris. "Inventaire des manuscrits en langue francaise possedes par Francesco Gonzaga I, capitaine de Mantoue, mort en 1407." Romania 9 (1880). 497-514.

Cingolani, Stefano Maria. "Innovazione e Parodia nel Marciano XIII (Geste Francor)." Romanistisches Jahrbuch 38 (1987). 61-77.

Cremonesi, Carla. "A proposito del Codice Marciano fr. XIII." Melanges offerts a Rita Lejeune. Vol. 2. Gembloux: Editions J. DuCulot, S.A., 1969. 747-55.

--, a cura di. Berta da li pe grandi. Codice Marciano XIII. Milano: Istituto Editoriale Cisalpino, 1966.

--, a cura di. Berta e Milon. Rolandin. Codice Marciano XIII. Milano: Istituto Editoriale Cisalpino--La Goliardica, 1973.

--, a cura di. Le Danois Oger. Enfances--Chevalerie. Codice Marciano XIII. Milano: Istituto Editoriale Cisalpino--La Goliardica, 1977.

Da Barberino, Andrea. I Reali di Francia. A cura di Giuseppe Vandelli e Giovanni Gambarin. Bari: Laterza, 1947.

--. Le Storie Nerbonesi. Romanzo cavalleresco del secolo XIV. A cura di Ippolito Gaetano Isola. Bologna: Romagnoli, 1877-87.3 voll.

Duggan, Joseph J. "El juicio de Ganelon y el mito del pecado de Carlomagno en la version de Oxford de la Chanson de Roland." Mythopoesis: Literatura, totalidad, ideologia. A cura di Joan Ramon Resina. Barcellona: Anthropos, 1992. 53-64.

Dundes, Alen. "The Hero Pattern and the Life of Jesus." In Quest of the Hero. A cura di Robert A. Segal. Princeton: Princeton University Press, 1990.

Folena, Gianfranco. Umanesimo europeo e umanesimo veneziano. Firenze: Sansoni, 1963.

Foulet, Lucien. Petite syntaxe de l'ancien francais. Parigi: Honore Champion Editeur, 1919.

Franceschetti, Antonio. "Appunti sui cantari di Milone e Berta e della nascita di Orlando." Giornale storico della letteratura italiana 92:3 (1975). 387-99.

Francovich, Geza de. Benedetto Antelami. Architetto e scultore e l'arte del suo tempo. Vol. 1. Milano-Firenze: Electa Editrice, 1952.

Gaiffier, Baudouin de. "La legende de Charlemagne. Le peche de l'empereur et son pardon." Recueil de travaux offert a M. Clovis Brunel. Vol. 1. Parigi: Societe de l'Ecole des Chartes, 1955. 490-503.

Gautier, Leon. Les epopees francaises. Etudes sur les origines et l'histoire de la litterature nationale. 2a ed. Vol. 3. Parigi: Societe Generale de Librairie Catholique, 1880.

Hahn, J[ohann] G[eorg] von. Sagwissenschaftliche Studien. Jena: J. Mauke, 1876.

Henry, Albert. "Berta da li gran pie et la Berte d'Adenet." Cultura neolatina 21 (1961). 135-40.

--. Les OEuvres d'Adenet le Roi. Vol. 4. Berte aus grans pies. Bruxelles, 1963. Ginevra. Slatkine Reprints, 1996.

Herslund, Michael. Problemes de syntaxe de l'ancien francais. Complements datifs et genitifs. Copenaghen: Akademisk Forlag, 1980.

Jones, Ethel Cecilia. Saint Gilles: Essai d'histoire litteraire. Parigi: Librairie Ancienne Honore Champion, 1914.

Keller, Hans-Erich. "Le Peche de Charlemagne." L'imaginaire courtois et son double. A cura di Giovanna Angeli e Luciano Formisano. Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 1991. 39-54.

Krauss, Henning. Epica feudale e pubblico borghese. Per la storia poetica di Carlomagno in Italia. Trad. F[urio] Brugnolo, Andrea Fasso e M[ario] Mancini. Padova: Liviana Editrice, 1980.

Lecoy, Felix. "Le Chronicon Novaliciense et les 'Legendes epiques.'" Romania 67 (1942-43). 1-52.

Lejeune, Rita. "Le peche de Charlemagne et la Chanson de Roland." Studia Philologica. Homenaje Ofrecido a Damaso Alonso. Vol. 2. Madrid: Editorial Gredos, 1961. 339-71.

Lejeune, Rita, e Jacques Stiennon. La legende de Roland dans l'art du Moyen Age. Vol. 1. Bruxelles: Arcade, 1967. 2 voll.

Male, Emile. L'art religieux du XIIe siecle en France. Etude sur les origines de l'iconographie du moyen age. 7a ed. Parigi: Librairie Armand Colin, 1966.

Morgan, Leslie Zarker. "Franco-Italian Literature: Geste Francor." ORB Online Encyclopedia. 1996-2002. <http://www.the-orb.net/encyclop/ culture/lit/italian/morgan-a.htm>.

--, a cura di. La Geste Francor. Edition of the Chansons de geste of MS. Marc. Fr. XIII (=256). 2 voll. Tempe, Arizona: ACMRS, 2009.

--. "La regina tradita: Berta e Blanciflor nel ms. V13." La cultura dell'Italia padana e la presenza francese nei secoli XIII-XV. A cura di Luigina Morini. Alessandria. Edizioni dell'Orso, 2001. 169-84.

Mussafia, Adolfo. "Berta e Milone. Orlandino." Romania 14 (1885). 177-206.

Nutt, Alfred. "The Aryan Expulsion-and-Return Formula in the Folk and Hero Tales of the Celts." The Folk-Lore Record 4 (1881). 1-44.

Paris, Gaston. Histoire poetique de Charlemagne. Parigi: Librairie A. Franck, 1865.

Pellegrini, Giovan Battista. "Franco-veneto e veneto antico." Filologia romanza 3:2 (1956). 122-40.

Rajna, Pio. "Contributi alla storia dell'epopea e del romanzo medievale. La cronaca della Novalesa e l'epopea carolingia." Romania 23 (1894). 36-61.

--. Proemio a La Geste Francor di Venezia (Codice Marciano XIII della serie francese). Facsimile in fototipia. Milano-Roma: Bestetti e Tumminelli, 1925.

Renzi, Lorenzo. "Il francese come lingua letteraria e il franco-lombardo. L'epica carolingia nel Veneto." Storia della cultura veneta. Vol. 1. Dalle origini al Trecento. Vicenza: 1976. 563-89.

Rosellini, Aldo. La "Geste Francor" di Venezia: Edizione integrale del Codice XIII del Fondo francese dalla Marciana. Brescia: Editrice La Scuola, 1986.

Venturi, Adolfo. Storia dell'arte italiana. Vol. 3. L'arte romanica. Milano: Hoepli, 1904.

Viscardi, Antonio. Letteratura franco-italiana. Modena: Societa Tipografica Modenese Editrice, 1941.

(1.) Leon Gautier, 65-66, divide i testi che trattano il peccato di Carlomagno in due gruppi: quelli che raccontano soltanto il perdono di Carlo nella storia di San Gilles, e quelli che si riferiscono apertamente al peccato incestuoso stesso (categorizzazione riportata da Hans-Erich Keller nella sua presentazione sulla questione del peche [39]).

(2.) Baudouin de Gaiffier elenca e confronta alcuni dei primi testi che alludono al peccato di Carlomagno, fra i quali la Visio Rotcharii monachi, la Visio pauperculae, la Vision de Wetti, lo Pseudo-Turpin, la Vie de saint Gilles, la Vie de saint Theodule ou Theodore de Sion (Valais) e la Vie de Charlemagne composee a Zurich au XIIIe siecle (490-503). Keller ricorda, pero, che la prima corrente letteraria concernente le vicende di Carlomagno, "ne precise pas le contenu du peche de Charlemagne" (42) e che "La plupart des autres textes qui parlent de ce peche se contentent de faire des allusions assez vagues" (43). Lo studioso riprende l'argomentazione di Rita Lejeune, secondo la quale e soltanto in un secondo gruppo di testi che "Charles aurait eu des relations coupables avec sa soeur, relations dont serait ne Roland. A ce groupe," ella aggiunge, "appartiennent la Karlamagnus Saga [...], Tristan de Nanteuil, le Myreur des Histors" (343).

(3.) Keller cita i tre testi sopra come esempi italiani in cui Carlo e rappresentato come padre di Rolando, ma non si tratta, ammette, di una lista esauriente del tema (51-52).

(4.) Antonio Franceschetti, nel suo saggio sui cantari rinascimentali de "La storia di Milone e Berta e del nascimento d'Orlando" pubblicati gia nel 1905 da Giorgio Barini, mette a diretto confronto questi e i Reali di Francia, identificati come il loro antecedente letterario.

(5.) Un titolo simile, La Geste de France, era stato dato precedentemente al nostro manoscritto da Gaston Paris nel 1880 (in Braghirolli, Meyer e Paris 502); esso, secondo Pio Rajna nel 1925, meritava "larga approvazione," anche se gli parve "utile modificarlo un pochino, sostituendo a de France un Francor, sicche ne resulti qualche cosa di prettamente medievale e di propriamente individuale" (33). Piu recentemente, il titolo rajniano e stato confermato da Aldo Rosellini nella sua edizione critica integrale del codice uscita nel 1986 e da Leslie Zarker Morgan nella sua edizione del 2009. Lo stesso Rosellini nota che, sebbene la modifica da parte del Rajna sia stata suggerita da un passo nel Cod. di Oxford della Chanson de Roland, la parola francor compare nel nostro codice al v. 8118: "Qe davant e darer son la jent Francor."

(6.) Il passo che racconta il peccato che condurra alla nascita di Rolando accenna soltanto al rapporto sessuale che si ha fra Berta e Milone: "Tant avoit Milon en soi gran belte, / Desor tot ren Berta li oit ame. / Si malament ne fo enamore, / Mancer ni boir non poit a plante, / Qe in son cor ne le sia sajele. / Tant fo li fato avant ale, / Qe cun quela dame el avoit pece; / De le en prist amor e amiste" (9075-82). Piu avanti nel codice, l'autore segnala l'atteggiamento paterno che Carlo assume verso il nipote, senza, pero, implicare che questi sia diretto discendente dell'imperatore: "E si ge.l dist, 'Bel filz, e no ve.l celaron; / Pot filo vos tiro como faco Carlon [scil. il figlio legittimo di Carlomagno]'" (11278-79).

(7.) Cfr. Morgan, "Regina," per un riassunto del dibattito sull'unicita del manoscritto, nonche un ampio contributo alla questione.

(8.) Lo studioso commenta l'apparente legame diretto fra l'opera di Andrea e i testi successivi. Si veda anche la nota 4 sopra.

(9.) Leslie Zarker Morgan, "Franco-Italian," suggerisce che il passo di Andrea citato sopra fornisca prove sufficienti che "the legend of the 'carnal sin' was not unknown in Italy, but that it was not accepted" (sez. D, no. 3). Krauss osserva che Rita Lejeune e Jacques Stiennon accennano invece alla cronaca di Turpino e al bassorilievo 6 del sarcofago di Carlo ad Aquisgrana, nonche alla leggenda di Berta e Milon, come prove della volonta di discolpare l'imperatore (131). Gli studiosi belgi affermano: "La legende [...] a ete inventee pour laver du soupcon d'inceste la naissance mysterieuse de Roland. Apres tout, il valait mieux raconter que les parents du heros avaient ete amants avant d'etre epoux plutot que de laisser croire que Charlemagne [...] avait eu un commerce incestueux avec une de ses soeurs" (157).

(10.) Va citato qui un passo di Krauss che confronta le identita convergenti di Berta, Milon e Rolando e il pubblico di statura sociale inferiore all'epoca: "Per quanto fondamentalmente diversa, rispettivamente per Milone e per un pubblico non-nobile, possa essere stata la funzione della sofferenza, Berta e Milone rappresentano pure sempre gli eroi epici piu strettamente legati [...] al destino degli strati inferiori. Il compilatore non tralascia nessuna occasione di mettere in primo piano le sofferenze dei due proscritti, in cui gli ascoltatori possono ravvisare analogie con il proprio destino" (136-37); piu avanti, il critico tedesco caratterizza il giovane Rolando come "un uomo che, se da un lato e un eroe epico fuori dell'ordinario, dall'altro e anche, per la sua poverta, una figura di identificazione per i poveri" (138).

(11.) Krauss confuta l'ipotesi della Lejeune e Stiennon che la versione italiana della nascita di Rolando serva a discolpare l'imperatore Carlo, asserendo, invece, che l'autore del testo veneziano cerco di "spogliare Carlo dei suoi attributi mitici," operazione che l'autore avrebbe potuto compiere piu facilmente, secondo Krauss, se fosse stato consapevole del tema del cosiddetto "peche de Charlemagne" (131-32). Stefano Maria Cingolani sostiene l'analisi di Krauss azzardando che il codice veneziano volesse "destabilizzare il canone inficiando la validita del modello tradizionale" e che esso possieda un'aria parodica e anti-epica (68-69). Il ragionamento di Krauss sembrerebbe poggiarsi sullo stesso tema di cui scrivera Keller, secondo cui era nella prima corrente letteraria, la quale "s'agissait avant tout de frener l'adoration toujours croissante du roi," che fu inventata per prima l'idea del peccato di Carlomagno, anche se "il n'y a que la Visio Wettini [...], composee en 825 ou 826, qui specifie qu'il est question d'un peche charnel, sans cependant indiquer duquel" (42-43).

(12.) Il Berta e Milon e il Rolandin spesso vengono studiati insieme (cfr. Cremonesi, Berta e Milon, e Adolfo Mussafia) come se fossero la stessa narrazione; sono separati, pero, dalla prima parte della storia dell'Ogier li Danois, la quale si riprendera dopo il termine del Rolandin. Similmente, il primo racconto del codice, il Bovo d'Antona, viene diviso in due parti, inframmezzate dalla storia di Berta da li pe grandi. Quindi, il codice comprende, in questo ordine, Bovo d'Antona I, Berta da li pe grandi, Bovo d'Antona II, Karleto, Berta e Milon, Enfances Ogier, Rolandin, Chevalerie Ogier e Macaire.

(13.) Cfr. le argomentazioni di Krauss, pp. 203-15, e piu di recente della Morgan, "Regina," pp. 169-78, per eventuali indizi sull'unita del ms.

(14.) Il Paris gia rileva che "les trouveres francais de la deuxieme et de la troisieme epoque [s'efforcaient de] rattacher tous les traitres a une meme famille," e segnala il fatto che in tutti i poemi del Cod. Marciano XIII si risale alla perfida famiglia Maganza (167-68).

(15.) E da notarsi che la Cremonesi rivede nel suo articolo del 1969 alcune sue constatazioni primitive sulla datazione e l'unicita del testo esposte nell'introduzione all'edizione critica di Berta da li pe grandi del 1966. Qui si riparte da quanto da lei promosso nel contributo del 1969 commentando inoltre le interpretazioni esposte nell'introduzione all'edizione critica di Berta e Milon. Rolandin del 1973; si riferira all'edizione del 1966 solo per informazioni supplementari. Si notera piu oltre il voltafaccia sul problema che la Cremonesi sembra fare nella presentazione dell'edizione di Le Danois Oger uscita nel 1977.

(16.) Si cita sempre l'edizione della Morgan, la quale e piu recente di quella di Rosellini; i versi citati in Cremonesi qui portano i numeri dei versi assegnati dalla Morgan, dal momento che la numerazione della Cremonesi riparte all'inizio di ciascun poema e non segue tutto il codice. Vi e in genere una differenza di un solo verso nella numerazione dell'edizione della Morgan rispetto a quella italiana di Rosellini.

(17.) Per alcuni cenni sui linguaggio del codice, cfr. gli studi di Lorenzo Renzi e di Giovan Battista Pellegrini.

(18.) Cfr. la grammatica del francese antico di Lucien Foulet (14-16) per una breve spiegazione generale della funzione regolare del caso obliquo senza preposizione rispetto al possessore e del rapporto di esso con la costruzione del possesso con la preposizione "de"; il volume di Herslund presenta invece uno studio piu dettagliato sui complementi dativi e genitivi nel francese antico.

(19.) Traduzione del "Franco-Italian 'Berta and Milon,'" rubrica 263: "How the court was great." Corsivi nostri.

(20.) E vero che nel Macaire la moglie di Carlo e indicata con il home Biancofiore; ella, si deve presumere, non e la stessa moglie precedentemente indicata con il nome Belisant in Karleto e in Berta e Milon: costei e la figlia di Galafrio, re di Saragozza

e madre di Carlotto; l'altra e la figlia dell'imperatore di Costantinopoli e madre di Leoys ("Una dama avoit d'un parente gran, / Fila d'un enperer qe oit gran posan; / De Costantinopli, ensi l'apela la jan. / Blanciflor avoit nome cele dan, / Lojal e bone e de grande sian" [13471-75]). Si ricordi che in realta Carlo ebbe forse cinque mogli in diversi periodi della sua vita; certo al nostro autore non conviene negare l'esistenza delle sue numerose mogli. Cfr. Rajna, "Contributi," e Felix Lecoy per ulteriori cenni sui nomi dei personaggi in altre tradizioni letterarie.

(21.) Si noti anche, sempre a proposito della confusione della nominatio della moglie di Carlo, che la storia di Macaire e semplicemente una versione della Reina Sibille e che in un'altra rielaborazione italiana della Reina che fa parte delle Storie Nerbonesi (fine del Trecento) di Andrea Da Barberino, la moglie mancante di Carlo porta sempre il nome Belistante (Krauss 183, 200); d'altro canto, Albert Henry accenna al fatto che la madre di Berta si chiama Belisant nel Berta del codice marciano, ma si chiama Blanchefleur in Adenet (Berta 138), il che certo confonde ancor piu le acque!

(22.) La Cremonesi, in una nota a pie di pagina verso la fine dell'introduzione all'edizione di Berta e Milon. Rolandin del 1973, confessa di non voler rivisitare il problema dell'unita della composizione marciana, ammettendo che "sara possibile riparlarne dopo la riedizione e il riesame puntuale di tutti i testi che la compongono" (36). Infatti, nell'introduzione alla sua successiva edizione di un racconto del nostro codice, ovvero Le Danois Oger (1977), ella afferma senza ulteriore esplicazione e in tono quasi parentetico, "tutto ci porta a confermare l'unitarieta di ideazione e di composizione del codice XIII, unitarieta che io stessa pensavo si potesse, forse, mettere in discussione" (LXXII).

(23.) Nella sua edizione primitiva del 1966, la Cremonesi si dilunga nell'illustrare come il Berta da li pe grandi del Cod. Marciano XIII sia infatti direttamente dipendente dal Berte aus grans pies di Adenet (Berta da li pe 11-34), contrariamente a cio che sostiene Henry nel suo breve saggio confrontando i due testi: "Le recit de V 13, lui, est independant de toutes les versions connues" (Berta 136). La tesi della Cremonesi e che l'autore nello scrivere il Berta del codice marciano, e forse anche le Enfances Ogier, attinse alle opere di Adenet (nell'introduzione a Le Danois [XXVI e segg.] la studiosa traccia altrettanto i legami fra il racconto marciano Enfances Ogier e le Enfances di Adenet).

(24.) La Lejeune e Stiennon rilevano un bassorilievo ad Aquisgrana che risalirebbe al 1200 circa, il quale "trahit la volonte, chez certains, de mettre fin a la legende de la naissance incestueuse de Roland, neveu et fils de Charlemagne" (155).

(25.) Non osando entrare nel dibattito sulla datazione esatta della cattedrale e sul ruolo preciso dell'architetto e dello scultore, la Lejeune e Stiennon si limitano a riconoscere che la facciata sia dovuta o a Benedetto Antelami o alla sua scuola e che si possa datare l'opera "du debut de XIIIe siecle" (154). Al contempo, scrivono che "le texte remonte a la fin du XIIe siecle ou au debut du XIIIe siecle" e che il manoscritto e "datable du XIIIe siecle" (155).

(26.) Nell'introduzione alla sua edizione critica di Berta da li pe grandi del 1966, la Cremonesi crede che il cantore di cui Lovato scrive debba aver letto, nelle parole di Lovato, "Karoleas acies et gallica gesta" al suo pubblico, e che siccome, secondo lei, la compilazione marciana "contiene le gesta e gli avvenimenti romaneschi dei carolingi" e quindi "gli avvenimenti che riguardano Carlo, i suoi Paladini e la sua famiglia" (37), si possa postulare che il Cod. Marciano XIII risalga all'epoca in cui "Lovato visse e opero," cioe "nella seconda meta del sec. XIII e nei primissimi anni del sec. XIV" (36) (cfr. Folena [142] per il testo e il commento della lettera lovatiana). Ella tuttavia propone un'altra soluzione nel suo contributo ai Melanges offerts a Rira Lejeune del 1969, sulla quale si commentera giusto sotto.

(27.) La Cremonesi confronta il v. 9115 del codice marciano (sempre della redazione della Morgan), "Se avemo eu coie, or ne reven in plant," a Inferno 26.136, "Noi ci allegrammo, e tosto torno in pianto," esprimendo il suo dubbio che si tratti di una "casuale coincidenza" ("A proposito" 749). Innanzitutto, questa eco dantesca le suggerisce che almeno "Berta e Milon [si debba] collocare nel sec. XIV, al piu presto nel primo quarto del secolo"; poi continua: "Ma se si accetta l'unita di compilazione del codice stesso, ci troviamo a doverne porre la composizione non prima di questo periodo" ("A proposito" 749). Nell'introduzione all'edizione di Berta e Milon e Rolandin, uscita quattro anni dopo il suo articolo del 1969, la Cremonesi presenta altre due testimonianze di tracce dantesche: per prima, il v. 9192 della Morgan: "Molto e guari, qe in Deo se fie" e Purgatorio 3.122: "Ma la bonta divina ha si gran braccia" (ma questa prova, ella confessa, sembra piuttosto tenue); poi, un brano piu lungo dei vv. 9496-507 (si riportano qui soltanto i vv. 9505-07) del nostro testo e Paradiso 18.43-45, in cui "Dante pone Carlo Magno e Rolando nel quinto cielo, quello dei martiri che hanno combattuto per la fede!": "Da Deo n'oit si gran benecion, / Qe il fo santo, si porte li confalon / De tot li martires qe in celo se trovon" e "Cosi per Carlo Magno e per Orlando / due ne segui il mio attento sguardo, / com'occhio segue suo falcon volando" (29-30).

(28.) Rosellini commenta le constatazioni della Cremonesi (20-23), dopodiche propone le proprie conclusioni (23).

(29.) Citazione del testo tratto dal v. 11370 dell'edizione della Morgan. Krauss individua nei versi seguenti del Berta e Milon i luoghi in cui Rolando viene paragonato a Cristo: "'Dama,' dist Milon, 'ne lairo ne vos die; / Molto e guari, qe in Deo se fie. / El estoit plen de tote cortexie; / Non avez oldu qe dist la proficie, / Co qe fe la Vercen Marie, / Qe por paura de Herodes ela foci vie? / Porto son fil, q'el avoit norie. / Se s'en alon, averon qualche remie,/En quaqe bois o en selva ram(i)e'" (9191-199); "Deo li condue, e la Vercene Marie, / Qe i s'en posa aler a salvetie." (9211-12); "Deo li condue, li rois de Paradiz, / E soa mer, la Vercene genitriz" (9351-52); "La o Rolant fo ne no le fo pavilon, / Ni canbra depinte, ni pales ni mason, / Ni leito grande como a lui convenon; / Coltra ni lenco ni altra guarison. / Se nu de lu volen ben far rason, / A Jesu Christo nu li asomilon, / Qe naque en un presepio, cun dist li sermon, / En una stable cun bois e con molton. / Ensement fist Rolandin filz Milon; / Non fo mervile s'el oit benecion" (9385-94); e "Quant l'infant avoit li quatro ani pase, / A la cite l'oit a la scola mande. / Camais non fu nul hon in ste mondo ne, / S'el non fo le filz de Damenede, / Qe a inparer en fust tanto dote. / Plus enparoit en un jor qe altri non fasoit in se; / Don le maistro l'en avoit en ae, / E si disoit, 'Se costu ven en ete, / El me tora la moja dignite.' / Non e hon in ste mondo si saces ni dote, / Quando Roland en fo en soa ate, / De seno e de scriture l'aust trapase" (9453-64).

(30.) Alen Dundes, nel suo importante saggio su "The Hero Pattern and the Life of Jesus," dichiara che la vita di Cristo costituisce "a variant of the standard biography of the hero tradition" a dispetto della scarsita di studi sulla figura dell'eroe che trattino anche Gesu (193). Il folclorista americano sottolinea alcune delle formule elaborate dai teorici nel tracciare l'archetipo dell'eroe e vi inserisce elementi della vita di Gesu, soffermandosi in particolare su quelle di von Hahn, 1876, Rank, 1909, e Raglan, 1934 (188-89). Pochi anni dopo la pubblicazione postuma dell'opera del von Hahn (cio che Dundes definisce alla base degli studi sul "modern hero pattern" [185]), Alfred Nutt riassunse lo studio dell'antropologo austriaco ripartendo in quattro gruppi la vita dell'eroe: la nascita; l'infanzia (spesso trascorsa all'estero e in poverta); il rientro in patria e l'ascesa al potere; e i fatti concernenti, spesso, la discendenza dell'eroe (2). Risulta che buona parte della formula del von Hahn, e in particolare le prime due categorie individuate da Nutt, la nascita e l'infanzia dell'eroe, puo applicarsi in maniera quasi identica (con delle varianti, naturalmente) alla prima eta di Gesu e di Rolando, anche se bisognerebbe notare forse che la teoria del von Hahn si applica con piu esattezza alla versione piu antica della nascita di Rolando secondo cui egli sarebbe il prodotto di relazioni incestuose fra Carlo e sua sorella. Nutt riassume i punti del von Hahan relativi alla nascita e all'infanzia della figura dell'eroe cosi: "Hero born out of wedlock [...] Mother, princess residing in her own country [...] Father, god or hero from afar [...] Tokens and warnings of hero's future greatness [...] He is in consequence driven forth from home [...] Is suckled by wild beasts [...] Is brought up by a childless (shepherd) couple [...] Is of passionate and violent disposition [...] Seeks service in foreign lands." Di particolar rilievo sono le seguenti indiscutibili somiglianze: ambedue sono nati "out of wedlock" (si impiega il termine inglese per evitare questioni della "legittimita" di Gesu); il padre di entrambi e un dio o un eroe distante (cio e vero nella versione della nascita di Rolando che prevede Carlo come Rolandi genitor, idea forse presente, benche rigettata, nella psiche del nostro autore); segni e fatti si manifestano predicendo la futura grandezza di tutti e due; e ambedue sono scacciati dalla propria patria.
COPYRIGHT 2010 Columbia University
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2010 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Author:Reynolds, Kevin B.
Publication:The Romanic Review
Date:Nov 1, 2010
Words:7821
Previous Article:Wait and see: the ignorant fairies of Marie de France and Ferzan Ozpetek.
Next Article:Suzanne Thiolier-Mejean, L'Archet et le lutrin: enseignement et foi dans la poesie medievale d'Oc.

Terms of use | Privacy policy | Copyright © 2019 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters