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History and prehistory of philosophy: some key dates/Storia e preistoria della filosofia: alcune date cruciali.

Si scrivono libri di storia della filosofia, non libri sulla sua preistoria, ed e legittimo chiedersi se ha senso parlare di una preistoria della filosofia, specialmente ora che si sta affermando l'attenzione per le forme non accademiche del filosofare, in particolare per la filosofia-che-si-fa in quanto distinguibile da quella che si studia e si insegna: la filosofia dei caffe filosofici e la filosofia con i bambini, la filosofia con i detenuti, il counseling filosofico, eventualmente i festival della filosofia. Se anche questa e filosofia, allora ha senso parlare anche della filosofia di Omero (un raro libro sull'argomento si deve a Aldo Lo Schiavo) e di quella del Mahabharata. Si dice del resto, e non senza motivo, che tutti siamo un po' filosofi, perche nessuno di noi puo sottrarsi all'esigenza di orientarsi, di darsi dei criteri per inquadrare la varieta delle esperienze, di spiegarsi alcune cose, di mettere un po' d'ordine tra le proprie idee. Se dunque tutti siamo almeno un po' filosofi, dovrebbe essere del tutto normale (o, se si preferisce, ammissibile) indagare anche sulla filosofia del mio terzo nipotino cosi come sulla filosofia di Tersite, sulla filosofia del cupo Hagen (Nibelunghi) o perche no, su quella di un discusso personaggio pubblico dei nostri giorni. Con cio stesso diviene attraente concludere che, siccome la filosofia e una virtualita permanente degli esseri umani, non avrebbe molto senso interrogarsi sulla sua preistoria.

Non per questo e irrilevante avere o non avere coscienza di essere filosofi (o almeno di stare facendo della filosofia), avere o non avere idea della filosofia. Chi non ne ha idea, chi ancora non ha nemmeno un nome per dire anzitutto a se stesso che cosa sta facendo, non si trova nelle stesse condizioni di chi e consapevole di un contesto, di una comunita, di una tradizione, e cosi pure di alcune specifiche possibilita, opportunita, modalita, insidie. Quest'ultimo/a ha idea di una o piu modalita del filosofare; fa poca fatica a individuare dei libri che siano filosofici (o almeno che vengano comunemente classificati come tali, che passino per filosofici); spesso ha a disposizione una varieta di nomi utili per connotare gli aspetti particolari di cui si interessa o cio che in particolare sta facendo; insomma dispone di un articolato contesto nel quale collocare il suo voler fare filosofia (1). Dunque anche in filosofia avere o non avere idea della filosofia (e cosi pure saperne poco o molto) puo ben fare la differenza. E ben per questo che si ritiene altamente desiderabile offrire anche ai bambini delle occasioni ricorrenti in cui essi abbiano modo di philosophein, se non altro per evitare che il loro potenziale filosofico subisca una precoce atrofia. Saper dare un nome a cio che stiamo facendo e pensando (o vorremmo non fare/non pensare), sviluppare un'attitudine a non disperdere i risultati di una certa attivita, e intanto confrontarsi, scambiare idee, cercar di capire, misurarsi con la divergenza di vedute e altri modi di fare all'incirca la stessa cosa, sono opportunita e valore aggiunto anche in filosofia, e non mancano di incidere anche profondamente su cio che facciamo. Tutto questo presuppone, a sua volta, che il processo di istituzionalizzazione abbia gia avuto luogo e che la filosofia sia gia diventata una realta effettiva e una prospettiva concreta.

Viceversa attribuire una certa qualifica, ma solo ex post, notoriamente apre la porta a delle semplificazioni involontarie che hanno attitudine a non far notare aspetti significativi di una determinata opera (es. l'arte retorica che, nondimeno, viene esibita con stupefacente larghezza nei poemi omerici; le impensate competenze da geologo di cui da prova Erodoto in II, 10-12; l'occhio esercitato, da buon archeologo, di cui troviamo una traccia piuttosto sorprendente in Thuc. I, 8, 1; la superiore sapienza retorica del filosofo Platone, e cosi via). Nel caso dei Presocratici, per esempio, e come minimo sospetta la tendenza a privilegiare, in Anassimandro, i riferimenti ad apeiron e fr. 1 DK, prenderli per dei filosofemi e, di riflesso, prestare un'attenzione decisamente cursoria a tutto il resto (2), oppure la frequenza con cui, nel trattare di Parmenide, si e ritenuto di poter discutere della doxa senza entrare nel merito dei nuclei dottrinali in cui la doxa si articola (le doxai): si tratta di un'attitudine manifestamente indotta dalla iper-sensibilizzazione dei posteri per una parte (significativa, ma verosimilmente piccola) dei rispettivi libri, iper-sensibilizzazione che si e affermata in nome della caratterizzazione dei loro autori come filosofi. Ma se quei libri (e i rispettivi autori) fossero stati inquadrati e classificati in altro modo, la nostra attenzione sarebbe ugualmente polarizzata sulla loro 'filosofia'?

Alla luce di queste considerazioni, invero elementari, ha senso chiedersi a partire da quando, in che contesto, dove e per merito di chi, la filosofia e diventata la filosofia. Quando e dove questa identita ha preso forma diventando (o avviandosi a divenire) una pratica sociale condivisa e riconoscibile, con tratti identitari non troppo vaghi, con la possibilita di dire di se che "sono un filosofo" e dei propri libri che "sono libri di filosofia"? Semplificando: si tratta, per caso, di un evento accaduto a Mileto?

La risposta ha ben poco di aleatorio. Affermarlo puo forse sorprendere perche e raro che se ne parli, ma che la filosofia sia 'entrata in scena' in un certo periodo, in un certo luogo e con il concorso preponderante di qualcuno e una delle cose che sappiamo e sulle quali sussistono pochi dubbi. La svolta--e possiamo ben dire che si e trattata di una svolta epocale--e strettamente legata alla creativita di Platone e al successo delle sue idee in materia. E lui che ha voluto e saputo trasformare la filosofia in un tipo di eccellenza riconosciuto, nell'oggetto di molti libri, in una disciplina che poteva stare alla pari con (se non in posizione strategica rispetto a) altre discipline che, all'epoca, si erano gia costituite e/o si venivano definendo, nel tipo di formazione superiore che si poteva ricevere nella sua scuola (e, ben presto, anche in altre scuole, dopodiche e potuto accadere che nella stessa citta ci fossero piu scuole di filosofia, ma forse una sola scuola di medicina, una sola scuola di geometria...). La stessa possibilita di individuare i giovani piu promettenti, i primi colleghi, il suo possibile successore come scolarca e perfino gli antesignani (etc.) fu un mero effetto collaterale di quel passaggio decisivo.

Sul ruolo svolto da Platone (c'e poi il ruolo svolto da Aristotele, d'accordo) nel costituirsi della filosofia come pratica sociale condivisa e riconoscibile disponiamo infatti di non poche informazioni di varia natura, e comunque anche di un indizio che ha attitudine a fugare molti dubbi. Si tratta di un indizio a carattere meramente quantitativo: il passaggio da usi occasionali a usi ricorrenti delle parole philosophia, philosophos e, a seguire, philosophein (3). Per il periodo anteriore a Platone (di fatto la Grecia del V secolo a.C.) dobbiamo certo tener conto del fatto che molti testi potenzialmente rilevanti vennero prodotti ma non ci sono pervenuti, pero e pur sempre impressionante constatare che sono docu mentati un'occorrenza del termine in Eraclito (4), due in Ippocrate, una in Tucidide, una in Erodoto, una in Gorgia e pochissimo altro. Cio significa non solo che, se Pitagora avesse davvero provato a presentare se stesso come filosofo, quell'uso sarebbe risultato non particolarmente contagioso. Significa, del pari, che se Socrate avesse provato a farsi chiamare filosofo o almeno a fare un uso un po' piu frequente del termine philosophia (cosa che potrebbe anche non essere accaduta), saremmo pur sempre autorizzati a pensare che, ai loro tempi, la filosofia non era ancora diventata una pratica sociale individuata con una certa precisione e un tipo di eccellenza riconosciuta, pubblica, oggettivata, estroflessa, istituzionalizzata, con genitori che potevano indirizzare i propri figli da un filosofo, etc. Pertanto, qualora di filosofia si fosse cominciato a parlare sempre piu spesso grazie a Socrate, ad aver avuto una certa diffusione sarebbe stata la parola, ma senza produrre ulteriori effetti tangibili vivente Socrate e senza che, ai suoi tempi, la filosofia cominciasse ad avere vita propria, con una ragionevole indipendenza dalla sua persona. Inoltre, se Socrate fosse stato il primo cultore dichiarato della filosofia, rimarrebbe da capire come mai la parola compaia (raramente) in Senofonte, Fedone e, forse, Aristippo, ma non anche negli altri socratici, ne in Policrate (5).

Comunque si vogliano raffinare queste prime considerazioni, rimane un fatto: che tutto il resto e accaduto in una fase successiva (non prima del 390-385), quando--e grazie al fatto che, a quel punto--e sceso in campo Platone. Non si spiega diversamente l'impennata che, proprio con Platone, ha avuto la frequenza d'uso di queste parole: quasi 350 occorrenze nel Corpus Platonicum, altre 87 in Isocrate, altre 16 in Senofonte, almeno una in Fedone, altre riferite ad Aristippo e circa 150 in Aristotele. Il dato e fin troppo eloquente.

Allora per la prima volta la filosofia e diventata un'entita che si manifestava in molti modi (fra l'altro in e con svariati libri (6), nonche con la costituzione dell'Accademia), tanto da diventare un'entita di pubblico dominio. Ed e a partire da allora che anche il gruppo di parole sopra ricordato si e stabilizzato ed e entrato irreversibilmente nell'uso.

In nessuna fase anteriore era accaduto qualcosa di comparabile. La svolta negli usi linguistici ci dice pertanto che la filosofia e entrata 'rumorosamente' in scena in quel contesto, in quel periodo, con quel protagonista, in quella lingua, con quei libri, con quelle istituzioni: non prima, non dopo, non altrove, non ad opera di altri soggetti. Ed e quella la filosofia che si e trasmessa fino a noi senza soluzione di continuita e, malgrado le profonde trasformazioni intercorse, senza mai diventare irriconoscibile (7). In filosofia il tasso di riconoscibilita di parole, nozioni, idee, libri e rimasto, infatti, decisamente alto. Parliamo percio di una realta complessa e polivalente, che e entrata in scena ai tempi di Platone e, sostanzialmente, per merito suo. Parliamo di un fatto che si e subito articolato in una varieta di altri autentici fatti o eventi ,per ognuno dei quali si cercherebbero invano dei precedenti, e di un'idea dalle molte potenzialita, che si e subito dimostrata, al tempo stesso, ben riconoscibile ma duttile, e anche ben difficile da definire.

Proverei, qui di seguito, a individuare almeno alcuni di questi fatti nuovi e caratterizzanti:

(a) stabilizzazione della nozione di filosofia come forma di eccellenza, forma di educazione e anche forma di sapere;

(b) creazione di una vera e propria scuola di filosofia frequentando la quale si poteva sperare (almeno sperare) di diventare filosofi: una scuola che aveva una sede e che pervenne ben presto anche a disporre di somme considerevoli;

(c) irraggiamento della notizia concernente l'esistenza di questa scuola e arrivo ad Atene di svariati giovani promettenti, piu d'uno dei quali (Senocrate, Erasco, Corisco e, ovviamente, Aristotele) proveniva da territori relativamente remoti. Cio significa che i genitori di c iascuno di loro (e quanti altri genitori sparsi in citta diverse?) erano gia informati sul conto della proposta fatta da Platone in una citta lontana, si convinsero di aver individuato un'opportunita di prim'ordine e furono disposti a sostenere spese considerevoli per mandare un figlio a formarsi in quella scuola, non ignorando che si trattava di mantenerlo ad Atene per anni;

(d) costituzione di un primo gruppo di libri molto caratterizzati--i dialoghi socratici di Platone e, poco a poco, anche quelli di altri socratici (8) --che si poterono considerare (ed era la prima volta!) "libri di filosofia";

(e) attenzione dell'opinione pubblica per questa scuola e il suo leader, con annesse allusioni dei comici a Platone.

Tutti questi sono fatti, e fatti chiaramente distinti dalla pubblicazione di una intera serie di dialoghi. Tra i grandi fatti della vita di Platone, dunque, non ci sono stati soltanto il processo a Socrate, la costituzione dell'Accademia, i viaggi a Siracusa, i dialoghi e la conferenza sul bene: c'e stata anche --e quest'altro fatto non puo non occupare un posto eminente--l'ideazione e 'costruzione' della filosofia, con un tasso di identita e di flessibilita atto ad assicurargli un avvenire. Se poi consideriamo l'enormita degli effetti, l'immensita della letteratura filosofica posteriore, le decine di migliaia di posti di professore di filosofia nelle universita del terzo millennio d.C., e anche il fatto che questa idea di filosofia sia ancora riconoscibile e, almeno a grandi linee, tuttora condivisa, diviene imperativo concludere che la portata di questi fatti e paragonabile a quella che viene comunemente riconosciuta ad altri eventi memorabili, che sia l'avvio della produzione di mattoni in terracotta su larga scala ad opera dei Romani, la prima traduzione della Bibbia in tedesco o la scoperta dell'elettricita ai tempi di Napoleone. Non per nulla la filosofia ha ampiamente titolo a passare per un 'patrimonio dell'umanita'.

Ma se cosi fosse (come sembra), perche questa storia non viene mai o quasi mai raccontata, mentre si parla tanto volentieri degli inizi della filosofia a Mileto, quindi dei filosofi presocratici? C'e qualcosa che non e chiaro.

Prima di procedere oltre, propongo di prendere in esame altri due indizi rilevanti.

(A) Gorgia ha occasione di accennare alle <<competizioni dei discorsi filosofi (philosophon logon amillas), in cui ha risalto il modo in cui la rapidita del pensiero (gnomes tachos) rende mutevole la convinzione (pistis)>> ([section] 13). Il virtuosismo in cui proprio Gorgia si distinse, in particolar modo con il suo Peri tou me ontos, rafforzato come e dall'esaltazione della potenza della parola (nell'Eiena) e da una sua famosa dichiarazione sull'apate tragica (82B23 DK), ci impone di presumere che, in questo caso, l'autore non potesse non alludere alla sua stessa eccellenza nel virtuosismo argomentativo, un'eccellenza notoriamente condivisa con pochi. Pero la parola phiiosophos viene qui usata come aggettivo, non come sostantivo (cosi aveva fatto anche Eraclito e cosi avra modo di fare Ps.-Galeno un buon mezzo millennio piu tardi, ma si e trattato di un uso decisamente raro). Per di piu questo riferimento rimane del tutto episodico e nessun indizio incoraggia a pensare che Gorgia possa aver gradito (e, magari, tentato) di qualificare se stesso come filosofo almeno in tarda eta. Cio invita a ritenere che, agli occhi di Gorgia, l'aggettivo phiiosophos ancora non indicava in alcun modo una professione o un tipo gia ben definito di eccellenza. Era semmai lui a ricorrere a un aggettivo raro per specificare almeno un poco il tipo di eccellenza che aveva in mente.

Non a caso, nello stesso brano, Gorgia accenna anche ai iogoi dei meteoroiogoi e, in terzo luogo, agli <<agoni fatti di discorsi (hoi dia iogon agones)>>. Vuol dire che, ai suoi occhi, il sapere dei meteoroiogoi si distingueva bene sia dalle antilogie (i dia iogon agones) sia dalle amiiiai incentrate sui discorsi 'filosofi'. Dunque antilogie e sapere dei meteoroiogoi non erano stati ancora riconosciuti come filosofici. In sintesi: il passo di Gorgia incoraggia a pensare che, all'epoca in cui egli scrisse l'Eiena, non si parlava ancora di filosofia se non, forse, occasionalmente e senza che il termine indicasse gia un tipo di cultura e di sapere, o un gruppo di intellettuali distinti e intuitivamente riconoscibili con tale qualifica.

Si delinea, pertanto, un doppio controfattuale: se, all'epoca in cui Gorgia scrisse l'Eiena, le amiiiai incentrate sui discorsi filosofici fossero state molto di piu di una 'definizione' da lui coniata occasionalmente, tanto da indicare una eccellenza molto caratterizzata e nota per certe sue caratteristiche, (1) dovremmo chiederci come mai di una simile caratterizzazione si e persa ogni altra traccia; (2) dovremmo stupirci di vedere che quando, alcuni decenni piu tardi, si e (ri)cominciato a ragionare di filosofia in maniera intensiva, non si sia sentito il bisogno di marcare qualche distinzione dall'accezione precedentemente entrata in circolo. Gli scompensi segnalati invitano a pensare che Gorgia non abbia ripreso una 'definizione' largamente condivisa ma, al contrario, abbia coniato una circonlocuzione alquanto effimera (9).

(B) Un altro indizio, convergente e anche piu stringente, concerne Ippia di Elide. In anni recenti, si e assestata una importante congettura intorno a questo sofista non molto piu giovane di Socrate (10). Solide ragioni invitano a presumere che, nell'opera intitolata Sunag-ge ("Raccolta"), Ippia abbia avuto modo di tracciare la primissima storia della sapienza presocratica, senza peraltro denominarla filosofia. Lo fece, per quanto e dato capire, riconducendo a un filo conduttore unico una lunga serie di personalita diverse, tra cui Omero ed Esiodo, Orfeo e Museo, Talete e Alcmeone, Eraclito e Parmenide, Empedocle e Ione, Melisso e Gorgia.

Il punto di partenza e una citazione preservata da Clemente Alessandrino. Secondo Clemente (86B6 DK), Ippia <<si espresse all'incirca (pos) cosi: "di queste (idee) fanno parola tanto (isos) Orfeo, Museo in breve e in luoghi diversi, Esiodo, Omero e altri fra i poeti, quanto svariati autori di opere in prosa, sia greci che barbari. E io, mettendo insieme le dichiarazioni piu importanti e piu affini di tutti questi autori, mi accingo a redigere (poiesomai) un iogos originale e variegato">>. A sua volta Isocrate ha modo di scrivere: <<Ai giovani consiglierei dunque di dedicare un certo periodo di tempo allo studio di queste tematiche formative (la grammatica, la musica e altre tematiche), ma non di permettere la consunzione del loro corpo dietro a questi studi, ne che si perdano nei discorsi degli antichi sofisti, dei quali uno diceva infinita la totalita degli esseri, mentre Empedocle diceva che essi sono quattro oltre all'odio e all'amicizia, Ione non piu di tre, Alcmeone appena due, Parmenide e Melisso uno, Gorgia addirittura nessuno>> (XV 268). Anche Platone ha avuto modo di stabilire un analogo filo conduttore. In Cratiio 402ab leggiamo infatti che, se Eraclito proclamo il panta rhei, Omero parlo di Oceano padre degli dei e di Tetide, loro madre, e in modo analogo si espressero anche Esiodo e Orfeo. E, per l'appunto, anche Aristotele, quando porta il discorso su Talete, trova il modo di ricordare che, secondo alcuni, hoi protoi theologesantes avevano gia cominciato a rappresentare Oceano e Tetide come scaturigine della generazione e principio vitale (tes geneseos pateras: 983b30 s.).

Come spiegare una consonanza cosi vistosa? Potremmo pensare a una convergenza di fatto, del tutto casuale, se sapessimo (o almeno potessimo presumere) che Platone e Isocrate hanno condotto specifiche ricerche su questi argomenti ciascuno per suo conto, ottenendo risultati vistosamente analoghi. Ma, essendo questa una eventualita del tutto improbabile (specialmente per quanto riguarda Isocrate), ed essendoci il precedente di Ippia, e molto piu logico presumere che ognuna di queste dichiarazioni (e poche altre) dipenda dalle ricerche condotte (e pubblicate) da Ippia. A cio si aggiunga che in Metaph. A3, 983b27 s. Aristotele non dice "secondo Platone hoi protoi theologesantes etc.", ma "secondo alcuni". Pertanto e verosimile che egli intenda riferirsi non solo a quanto viene riferito nel Cratilo platonico, ma anche ad altri scritti. Insomma, tutto lascia credere che sia stato Ippia a predisporre questa documentazione, trovando il modo di individuare e 'isolare' una serie di risposte alla medesima domanda di fondo, dunque un denominatore comune e la co-appartenenza di antichi poeti, di alcuni 'presocratici' e di almeno un sofista alla medesima categoria (o tipologia) di intellettuali e maestri (11).

Nel far cio Ippia si trovo, per l'appunto, a mettere a fuoco la domanda che noi siamo soliti associare alla nozione di arche, la domanda sull'origine del mondo e i suoi ingredienti costitutivi, pervenendo a cogliere, fra l'altro, un significativo punto di contatto tra l'Oceano di Omero e l'acqua di Talete. Tutto questo, per quanto ci e dato sapere, senza fare ricorso ne alla parola arche ne alla parola philosophia (12). Non sappiamo se le due parole fossero gia note a Ippia ma, quanto meno, e verosimile che egli non le abbia ritenute rappresentative. Non a caso, se e vero che l'accezione 'tecnica' dei due termini e solo posteriore, mentre ai suoi tempi anche la parola philosophia ancora conosceva usi sporadici, con un campo connotativo e denotativo ancora approssimativo e quindi non molto caratterizzato.

Il dato relativo a Ippia e altamente significativo anzitutto perche egli si e trovato a preparare il terreno per tutte le future storie della 'filosofia' presocratica e a delineare un filo conduttore che e ancora riconoscibile in molti modi correnti di inquadrare l'opera dei presocratici (ad es. quando si accredita la tesi dell'arche come acqua e dell'arche come apeiron) in secondo luogo perche la sua opera si trova a costituire un pressoche inequivocabile terminus post quem per la nascita (o 'invenzione') di quella filosofia di cui egli mostra di non avere ancora idea.

Dobbiamo infine soffermarci sul confronto tra Gorgia e Ippia. Il testo di Isocrate costituisce un buon indizio per presumere che Ippia conoscesse il Peri tou me ontos a sufficienza per estendere il suo campo di osservazione a quest'opera cosi bizzarra e raccordare il quanto mai paradossale trattatello gorgiano all'insegnamento dei meteorologoi, oltre che di alcuni antichi poeti--ma non a cio che Gorgia propose di considerare filosofico e che, proprio per questo, venne da lui concepito come distinguibile dal sapere dei meteorologoi.

Da queste circostanze scaturiscono forti indizi per pensare che, mentre Gorgia si limito a fare un uso episodico del termine, Ippia semplicemente non ebbe idea di una pratica sociale gia affermata che si chiamava 'filosofia' ne, a maggior ragione, ebbe idea della filosoficita di un Talete o di un Parmenide. Ergo, il sospetto che la filosofia sia diventata una realta solo dopo, solo a partire dall'epoca dell'estrema vecchiaia dei due, riceve delle conferme che, per quanto io posso giudicare, sono difficilmente eludibili.

Malgrado queste ed altre evidenze, l'uso di non soffermarsi sul ruolo chiave svolto da Platone nel fare della filosofia una realta, di non chiarire/ ricordare che la sua idea di filosofia si e venuta precisando senza poter contare su nessun preciso precedente o termine di paragone (salvo Isocrate), di non chiarire/ricordare che solo allorche la filosofia era ormai una realta ben stabilita fu possibile proporsi di considerare filosofi, a posteriori, anche i Presocratici (13), continua a caratterizzare la generalita delle storie della filosofia, cosi come la generalita delle opere d'insieme sui Presocratici, anche recenti, e non e senza significato che due opere monumentali si intitolino Texts of Presocratic Philosophy (Graham 2010) e, rispettivamente, Fruhgriechische Philosophie (Neues Uberweg 2013) (14). Del resto, se ho ben visto, nemmeno la Stanford Encyclopaedia of Philosophy ha qualcosa da dire su questo argomento, ne il Dictionnaire des Philosophes Antiques diretto dal Goulet. La communis opinio, che ha avuto ed ha una fortuna perfino sorprendente, ci dice dunque che gli inizi del filosofare sono da ricercare tra i Presocratici. A sua volta l'immensa fortuna di Platone (fortuna che da alcuni anni si sta manifestando anche sotto forma di affermazione planetaria della International Plato Society) non ha impedito che un formidabile oblio collettivo continuasse a calare sul ruolo cruciale che, a giudicare dalle evidenze disponibili, e difficile non riconoscere a Platone, ponendo fine a esitazioni e silenzi che si sono prolungati davvero oltre misura.

La domanda successiva e la seguente: da quanto tempo si e affermata l'idea che la filosofia ebbe inizio non con Platone ma con Talete (oppure con Eraclito e Parmenide)? Perche qualcuno deve pur aver deciso (o almeno proposto) di ravvisare in numerosi sophoi del passato (da Talete a Socrate) non semplicemente dei filosofi di fatto, ante litteram e honoris causa, ma un gruppo di filosofi optimo iure, che si potevano considerare tali a pieno titolo. Solo una volta accreditata questa idea, fu poi possibile non ricordare che, da Talete a Socrate, questi antichi maestri avevano formato una nobile successione di filosofi tra virgolette, non di filosofi a pieno titolo. Ma questo non lo dice nessuno. L'uso conclamato e di assimilarli e, di conseguenza, retrodatare di ben due secoli gli esordi della filosofia in Grecia, trasferendola da Atene a Mileto (15). Giacche 'tutto' invita a presumere che in una certa data (ma quale?) ebbe luogo una vera e propria retrodatazione degli esordi della filosofia, e una retrodatazione cosi ripetutamente accreditata e cosi autorevole da far rapidamente dimenticare l'andamento effettivo degli eventi. Fatto oltremodo memorabile, io direi; memorabile anche per la sua rarita (16).

A quando risale dunque la decisione di retrodatare gli inizi del filosofare di ben due secoli? A chi spetta un merito cosi singolare? Non si tratta di risalire a Zeller, a Hegel, a Brucker, cioe di risalire indietro di appena 150-200-250 anni. Il tragitto e molto piu lungo, perche di questa innovazione troviamo tracce inequivocabili gia nei Prolegomena anonimi alla filosofia di Platone (opera che viene datata intorno al 550 d.C.), e cosi pure in Diogene Laerzio (intorno all'anno 200 d.C.), e cosi pure in Cicerone (intorno al 50 a.C.), ognuno dei quali crede di sapere per certo che la filosofia e iniziata ben prima di Platone. Dunque la retrodatazione risale a data ancora anteriore, dunque e da piu di duemila anni che questa storia viene regolarmente raccontata senza turbamenti!

Un rapido giro d'orizzonte. Nei Prolegomena anonimi, testo scolastico pensato per fornire un'informazione relativamente ampia sul conto di Platone, all'inizio del capitolo 7 leggiamo che <<ci sono state molte scuole di filosofi prima di Platone e dopo Platone, ma [Platone] le supero tutte>>; poi, all'inizio del cap. 8, che Platone <<supero dunque i poeti per maggiore scientificita e maggior decoro; supero anche quelli della scuola ionica, i quali erano fisici...>> e, piu avanti, che <<Mentre quelli (gli Ionici) dicevano che gli elementi sono la materia, egli. Trasse profitto anche dai Pitagorici. Ando oltre la filosofia di Parmenide.>>; poi, all'inizio del cap. 9, che: <<Dunque Platone conquisto il primo posto tra i filosofi che vennero prima di lui, ma ando oltre anche tutti quelli che vennero dopo di lui>> (17). Queste dichiarazioni non potrebbero essere piu eloquenti. Possiamo ben dire che, per l'autore dei Prolegomena, l'esistenza di filosofie preplatoniche sia del tutto pacifica.

La sintesi di Diogene Laerzio e fin troppo nota. Nei primi dodici paragrafi del primo libro egli considera attentamente l'eventualita che la filosofia possa aver avuto inizio tra i 'barbari', poi scrive testualmente che <<Della filosofia ci sono due inizi, quello a partire da Anassimandro e quello a partire da Pitagora: il primo fu allievo di Talete mentre Ferecide fu maestro del secondo>> ([section] 13) e cosi prosegue ([section] 14): <<(Allievo) di Talete fu Anassimandro, di cui (fu allievo) Anassimene, di cui (fu allievo) Anassagora, di cui (fu allievo) Archelao, di cui (fu allievo) Socrate, che ha introdotto l'etica, di cui (furono allievi) gli altri socratici e Platone, il fondatore dell'Accademia>>. Ancora una volta, dichiarazioni del tutto inequivocabili.

Di Cicerone posso richiamare il passo delle Tusculanae in cui, appena prima di scrivere che <<Socrates autem primus philosophiam deuocauit e caelo et in urbibus conlocauit>>, ha occasione di indicare gli argomenti che furono oggetto di indagine <<ab antiqua philosophia usque ad Socratem>> (V 4.10), come se la filosofia fosse iniziata molto prima (con quegli antichi) e altrove. Anche negli Academica Posteriora, del resto, leggiamo che <<A mio avviso Socrate ha richiamato la filosofia dall'attenzione per le cose occulte e tenute nascoste dalla stessa natura, di cui si sono occupati tutti i filosofi prima di lui (18), e l'ha indirizzata verso la vita ordinaria etc.>> (I 4.15). Per Cicerone era dunque gia pacifico cio che in seguito e stato pacifico per Diogene Laerzio, per i Prolegomena e poi per 'tutti' fino ai nostri giorni.

Se tutto questo e noto, e lo e, molto meno noto e cio che e verosimilmente accaduto prima, ben prima. Se davvero la filosofia e entrata irreversibilmente in scena solo ai tempi di (e con) Platone, qualcuno deve aver deciso (oppure proposto, ma trovando subito ampi consensi) di assimilare un bel numero di sophoi del passato (grosso modo da Talete a Socrate) ai filosofi dichiarati del IV secolo a.C. (Platone, Aristotele ...), cioe di trattare anche quegli antichi maestri come filosofi effettivi pur sapendo che molti di loro non seppero assolutamente nulla della filosofia (19). Altrimenti non si spiegherebbe come mai un simile trattamento 'di favore' sia potuto diventare, ben presto, parte di un costume che da oltre duemila anni e cosi largamente condiviso.

Nel tentativo di capire quando cio puo essere accaduto, e agevole notare che la lista dei 'retrodatatori' risale fino ad Aristotele, avendo egli dichiarato, nel primo libro della Metafisica, che Talete fu <<l'iniziatore di questo tipo di filosofia>> (ho tes toiautes archegos philosophias: 983b20 s.). L'espressione, giustamente famosa, autorizza a ritenere che Aristotele invitava a ravvisare in un certo tipo di filosofia, quella di taglio naturalistico, una realta effettiva a partire dai tempi di Talete, come se Talete avesse immesso in circolo un tipo di filosofia gia piuttosto ben caratterizzato. Questo riferimento a Talete, d'altronde, trova posto in un contesto in cui Aristotele riferisce e discute le teorie dei piu diversi presocratici, di Platone o di Antistene, collocando gli uni e gli altri sullo stesso piano e trattandoli tutti da colleghi di disciplina.

Con la stessa logica, egli scrive anche, poco oltre: <<Dopo le filosofie menzionate (finora), (fu la volta del)l'opera di Platone (he Platonos epegeneto pragmateia), che si e allineato a loro in molti punti, ma in altri si e discostato dalla filosofia degli italici>> (987a29-31). Qui Aristotele da l'impressione di trattare Platone come un seguace di altre filosofie o scuole filosofiche, e seguace solo parzialmente originale, ignorando di proposito cio che egli non poteva non sapere: che si e cominciato a parlare (e scrivere) intensivamente di filosofia solo ai tempi di Platone e sostanzialmente per suo merito, non prima. Ma egli si sta occupando di una questione specifica, le quattro cause, e si trova a rilevare che la causa materiale era stata gia scoperta dai Milesii, quella formale in qualche misura dai Pitagorici, quella efficiente da Empedocle e Anassagora, mentre la scoperta della causa finale spetta a Platone il quale, con la dottrina dei principi (Uno e grande-piccolo), concordava in parte con i Pitagorici e in parte se ne discostava. Essendo questo il contesto, la portata della frase si ridimensiona in quanto si fa il nome della filosofia, ma mentre si discute di un argomento piu specifico: la progressiva individuazione delle quattro cause. Nondimeno Aristotele qui torna a parlare espressamente delle filosofie gia menzionate, filosofie legate a personaggi che sono stati attivi uno o due secoli prima di Platone.

Se ne deduce che, quando scrisse queste pagine, Aristotele aveva ben chiaro non solo che un consistente gruppo di antichi maestri meritava di essere assimilato ai filosofi del suo tempo (e a quelli di una-due generazioni anteriori) e trattava questa assimilazione come una cosa gia pacifica, non controversa. Certo, noi continuiamo a non sapere se Aristotele fu il solo (o, almeno, il primo) a introdurre ed accreditare l'idea di una tradizione filosofica greca risalente non a Platone ma a Talete, pero quanto meno capiamo bene che, su questo, Aristotele non ebbe dubbi. Dunque la retrodatazione non potrebbe essere piu antica e piu vetusta!

Piuttosto chiaro e anche il senso della retrodatazione: la retrodatazione degli inizi e cio che ha permesso ad Aristotele di delineare una storia unificata della filosofia da Talete fino ai suoi giorni (altrimenti avrebbe dovuto cercare un modo appropriato per distinguere tra preistoria e storia). In questa cornice, l'insegnamento di Platone diventa un contributo, certamente fondamentale, ma non piu che un contributo. Di riflesso, Platone cessa di essere l'inventore della filosofia. Salvo errore, Aristotele non gli ha mai riconosciuto questa prerogativa (20), e sorprende non aver notizia di una rivendicazione del merito da parte di Speusippo, Senocrate o altri (ne, peraltro, da parte dei moderni).

Un altro 'prezzo' da pagare e stata anche la manifesta propensione di Aristotele a individuare delle teorie ovunque fossero, non importa se in un trattato Peri Physeos, in un poema didascalico o in un dialogo sostanzialmente privo di conclusione dottrinale (21).

Sul piano della cronologia, si ritiene da molto tempo che il libro A della Metafisica debba risalire agli ultimi anni trascorsi dall'autore in Accademia, quindi al 350 a.C. circa. Pertanto e verosimile che l'idea della retrodatazione abbia preso forma e messo radici nella mente di Aristotele addirittura vivente Platone. Siamo percio in grado di collocare nel tempo l'avvio della retrodatazione, cosi come dell'impressionante successo arriso a questa suggestione, successo che, con l'universale consenso dei posteri, si e protratto per un tempo incredibilmente lungo. Possiamo insomma indicare una data non solo per l'epoca in cui Platone ha cominciato a parlare di filosofia con sempre maggior determinazione e a caratterizzarla sempre piu nitidamente (intorno al 385-80 a.C.) ma anche per l'epoca in cui Aristotele prese la decisione di assimilare un bel gruppo di antichi maestri ai filosofi del momento e di una-due generazioni anteriori: intorno al 350. Sono due date necessariamente approssimative, ma non per questo meno rilevanti per l'immagine complessiva che la filosofia ha elaborato: le proprie radici, la propria identita. Le due date, cosi sorprendentemente ravvicinate e con protagonisti certi, hanno un'evidente attitudine ad alimentare l'esigenza di riconsiderare (e, in definitiva, riscrivere) non pochi capitoli di questa storia, sempre a patto che la fondatezza delle congetture qui avanzate trovi delle conferme.

Dobbiamo infatti chiederci: sara vero? A una simile domanda non e per nulla facile rispondere: molto, come e evidente, resta da capire e da precisare; di conseguenza, il 'nuovo racconto' non puo non essere sottoposto a un processo di rimodulazione i cui esiti sono imprevedibili per definizione.

Nondimeno si impone gia una domanda: che cosa cambierebbe se le due date dovessero trovare conferma? Sedimenti di enormi proporzioni entrerebbero di necessita nella 'partita': per esempio l'automatismo grazie al quale ci sembra cosi naturale parlare dei 'filosofi' presocratici, delle loro dottrine 'filosofiche' (22), o anche semplicemente del 'filosofo' per antonomasia, Socrate. Questo automatismo e diventato pressoche irresistibile. Non meno radicata e la propensione a emarginare i riferimenti a Ippia e alla sua sintesi storiografica; non meno radicata e la propensione a vedere in Anassimandro un filosofo, quindi il teorico dell'apeiron e l'autore del fr. 1 DK, con la connessa tentazione di emarginare (finendo per non capire piu) il grosso dei suoi preziosi insegnamenti. Tutto questo (e molto altro) nel presupposto che ci sia ampiamente motivo di ravvisare in lui e in non pochi altri intellettuali del VI e V secolo dei filosofi, cioe che non ci sia motivo di condurre specifiche ricerche per individuare, quando c'e, il potenziale filosofico (o il valore filosofico) di specifici loro insegnamenti che, se sono filosofici, lo sono solo per accidens. Ne consegue che interi capitoli di questa storia potrebbero richiedere di essere riscritti ab imis, e prevedibilmente accadere in contrasto con una tradizione che e troppo radicata e consolidata per non fare resistenza.

Esemplare si direbbe il caso dei Sofisti. Durante gran parte del secolo XX si e combattuta una sorta di battaglia collettiva, volta a reintrodurre i Sofisti nel territorio della filosofia, riconoscendo che essi non furono meri giocolieri della parola, ma pensatori 'seri' e geniali. C'e un libro (Kerferd 1981) che si ritiene abbia definitivamente sgominato chi, sulla scia di Platone, era stato esitante ad ammettere anche loro nel sancta sanctorum della filosofia. Ma, a quanto pare, Protagora, Gorgia, Ippia e altri semplicemente non seppero niente della filosofia in quanto percorso culturale strutturato, quindi non poterono nemmeno desiderare di passare per filosofi. Ma se e cosi, allora le corrosive critiche di Platone non si traducevano in argomenti in base ai quali espellerli dall'ambito della filosofia (ha forse dichiarato che filosofi sono stati Talete, Socrate etc. ma non Protagora o Gorgia?). Di conseguenza, quanto meno i parametri entro cui inquadrare la sofistica sembrano richiedere una rimodulazione di qualche rilievo. Ma riconosco volentieri che e troppo presto per indugiare su simili corollari: prima appare desiderabile 'lavorare' ancora sulle premesse (23).

DOI:http://dx.doi.org/10.14195/1984-249X_15_1

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Submetido em Maio de 2015 e aprovado em Junho de 2015.

Livio Rossetti, Universita di Perugia, Italia--livio.rossetti@gmail.com

(1) Pertanto diviene possibile anche mettere gli occhi su quella che forse e la filosofia non dichiarata (anzi, puramente virtuale) di Omero, del cupo Hagen o degli altri personaggi sopra brevemente menzionati; si puo discutere se quella evidenziata ha o non ha titolo ad essere considerata la filosofia di Omero o del cupo Hagen; si puo argomentare che gli indicatori selezionati da LO SCHIAVO (1983, libro su Omero filosofo) sono molto meno rappresentativi di certi altri, etc.

(2) In proposito v. ROSSETTI (2014), p. 41-43.

(3) Indirizza in questa direzione CURI allorche, rara avis, scrive che <<E intuitivo, e perfino elementare, notare che, ove davvero il Samio avesse per primo introdotto il termine philosophia, ne troveremmo attestazioni in altri autori coevi o immediatamente successivi. Ebbene, una sia pur sommaria esplorazione delle fonti letterarie del VI e del V secolo a.C. testimonia in maniera incontrovertibile non solo ne semplicemente l'assenza di questo termine, ma addirittura indica che esso ricorre con un significato del tutto diverso da quello che assumera con e dopo Platone>>: CURI, (2013), p. 11 s.

(4) Lo stesso CURI annota, subito dopo: <<In Eraclito, ad esempio, i philosophous andras, gli "uomini filosofi", sono caratterizzati come "indagatori di moltissime cose", con una connotazione indubitabilmente spregiativa, visto che, secondo le parole dell'Efesio, "il sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza">>.

(5) Piu in generale, se la maggior parte dei Socratici fosse stata attivamente coinvolta nel processo di istituzionalizzazione della filosofia, il silenzio delle fonti sarebbe strano anche considerando la sostanziale penuria delle informazioni disponibili sui loro scritti. Pertanto e piuttosto difficile immaginare che Platone non abbia fatto piu degli altri e che, se la sua voce e arrivata piu lontano, fino ad essere la sola udibile, cio dipenda unicamente dalle sue immense capacita letterarie e speculative.

(6) Gia in ROSSETTI (2010a, p. 6) ebbi a scrivere che <<la filosofia divenne una realta, vale a dire si oggettivo, solo quando comincio a estroflettersi nei libri>>. Dettaglio non trascurabile: nel primo 'scaffale' dotato di dieci-venti opere "di filosofia", c'erano, verosimilmente, solo dialoghi socratici.

(7) Ben diverso e stato il 'destino' di parole come astrologia e meteorologia.

(8) L'analogia del soggetto e la notorieta rapidamente raggiunta da questi scritti incentrati su Socrate ha verosimilmente favorito l'estensione della qualifica di 'filosofici' anche ai logoi Sokratikoi degli altri socratici, a prescindere dai rapporti personali e dall'idea che gli altri ebbero della filosofia.

(9) La Letteratura piu recente sul conto del [section] 13 e costituita, che io sappia, da GIOMBINI, 2012, p. 120 s. e 135-138; IOLI, 2013, p. 236-39.

(10) La sola cosa precisa che si sa sulla vita di Ippia e che Socrate avrebbe fatto il suo nome come persona ancora in vita nel 399 (fonte: Plat., Apoi., 19e).

(11) PATZER (1986) costituisce ormai il testo di riferimento.

(12) Eppure il libro di Patzer si intitola, significativamente, Der Sophist Hippias als Philosophiehistoriker.

(13) Qualche ulteriore cenno sull'esigenza di riconsiderare la posizione dei presocratici (in quanto intellettuali che 'non vennero a sapere' che esiste la filosofia e non poterono nemmeno chiedersi se il loro sapere aveva qualcosa di filosofico) verra proposto a conclusione di queste note.

(14) Sono in dovere di ricordare che in area tedesca sono stati pubblicati anche Die Vorsokratiker di J. MANSFELD (1983, poi MANSFELD-PRIMAVESI, 2011) e Die Vorsokratiker di M.L. GEMELLI MARCIANO (2007-10).

(15) Andrebbero in verita ricordati gli onori resi a Talete dalla citta di Atene (cf. ROSSETTI, 2010b), circostanza che curiosamente stabilisce un precocissimo ponte tra le due citta 'colte'.

(16) Ricordo che il TOFFANIN scrisse un libro intitolato Perche l'Umanesimo incomincia con Dante? (1967). Ma non c'e paragone tra la fragile fama delle idee di Toffanin e l'universale condivisione che la retrodatazione concernente gli esordi della filosofia in Grecia ha ottenuto e mantenuto per ben oltre due millenni.

(17) Cito da MOTTA, (2014), p. 103-114.

(18) In quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt.

(19) Nel caso degli ultimi della serie (Gorgia, Socrate) e possibile che la 'nascita' della filosofia si sia materializzata troppo tardi per consentire loro di esprimere almeno il desiderio di attribuirsi la qualifica di filosofi almeno in vecchiaia. Ripeto che Socrate forse amo considerarsi filosofo, ma sottolineo il 'forse' e osservo che, in ogni caso, cio sarebbe accaduto quando l'idea di 'filosofo' doveva ancora assumere quella caratterizzazione forte che gli seppe dare Platone.

(20) Sugli indizi di una sotterranea animosita di Aristotele verso Platone v. ora Perillie 2012.

(21) Egli ha verosimilmente rinunciato, invece, a estrarre nuclei dottrinali anche dalle antilogie e da altre opere manifestamente concepite come paradossali (es. le antilogie, ma non Zenone, nei cui argomenti egli ritenne di rinvenire un insegnamento positivo, sia pure in forme molto oblique).

(22) Ripeto che non intendo negare che i Presocratici (o almeno alcuni tra loro) diano prova di una stupefacente 'vocazione' filosofica, solo che a mio avviso si dovrebbe dimostrare di volta in volta che questo potenziale filosofico e osservabile, non assumere in partenza che 'ovviamente' c'e e non puo non esserci. Cf. ROSSETTI (2011c).

(23) Una precedente versione di questo articolo e stata pubblicata, nel febbraio 2015, in https://unipg.academia.edu/ LivioRossetti, con successiva apertura di un apposito forum di discussione. Grazie a questa opportunita, l'articolo ha dato luogo a numerosi interventi, in particolare da parte di Enrico Berti, Guido Calenda, Laura Candiotto, Elena Corsi, Enrique Hulsz, Giovanni Fanfoni, Walter Fratticci, Mariana Gardella Hueso, Roberta Ioli, Joaquin Meabe, David Murphy, Enrico Piergiacomi, Vincenzo Placella, Massimo Pulpito, Aurelio Rizzacasa, Alessandro Stavru. Altri contributi li devo a Gaetano Messina. A tutti la mia profonda gratitudine. Alcuni interventi hanno sollevato problemi che non intendevo affrontare in questa sede, ma una ricerca complementare alla presente (e ancora in corso), che verte sul significato attribuito a philosophia finche della parola non si e 'appropriato' Platone, deve moltissimo a cio che mi e stato fatto notare da piu parti in occasione di questo provvidenziale forum.
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Title Annotation:texto en italiano
Author:Rossetti, Livio
Publication:Revista Archai: Revista de Estudos Sobre as Origens do Pensamento Ocidental
Date:Jul 1, 2015
Words:7301
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